Chapter 8

Qui modo per totam flammis stimulatus, arenam,Sustulerat raptas taurus in astra pilas,Occubuit tandem cornuto ardore petitus,Dum facile tolli sic elephanta putat[164].

Qui modo per totam flammis stimulatus, arenam,Sustulerat raptas taurus in astra pilas,Occubuit tandem cornuto ardore petitus,Dum facile tolli sic elephanta putat[164].

Qui modo per totam flammis stimulatus, arenam,

Sustulerat raptas taurus in astra pilas,

Occubuit tandem cornuto ardore petitus,

Dum facile tolli sic elephanta putat[164].

Passata questa caccia di tori, combattuta però dagliuomini, come nelle altre provincie dell’orbe romano, così eziandio nella Spagna, anche quando la civiltà tolse affatto di mezzo questi barbari divertimenti, essa non se ne volle disfare non solo, ma tanto la smania delle caccie del toro si è innestata al suo costume, che pure a’ nostri giorni si continui tra la frenesia di pubblici entusiasmi, i plausi e le dimostrazioni di leggiadre dame; etorerosematadores,picadoresebanderillerose tutto il gregge gladiatorio insomma che partecipano a queste se la campano egregiamente e son ben anco tenuti in conto. Si potrebbero in oggi citare più nomi di celebri toreri, come a Roma in antico si ripeteva da ognuno il nome de’ più famosi gladiatori, conservati poi alla memoria de’ posteri dagli storici e da’ poeti.

Ma rivengo a dire delle caccie romane.

Cento orsi della Nubia e cento cacciatori venuti dall’Etiopia combatterono l’anno 693 per cura di Domizio Enobarbo edile; e tre anni dopo, Marco Emilio Scauro, tra’ vari altri giuochi circensi, quello spettacolo offerì pure dello scheletro di enorme cetaceo, lungo quaranta metri, più alto di un elefante indiano, che si spacciò dai ciurmadori essere stato quello medesimo al quale era stata esposta Andromeda: un ippopotamo,che Plinio afferma essere stato il primo veduto in Roma, di cinque coccodrilli e di centocinquanta tigri di ogni specie.

Ritornando sulla caccia data agli elefanti sotto Pompeo, che Plutarco dice essere riuscito uno spettacolo di spavento, Dione Cassio reca le seguenti particolarità, che piacemi riferire. «Si fecero combattere con uomini armati 18 elefanti; gli uni perivano nel combattimento, altri più dopo; perchè il popolo anche in onta a Pompeo, ebbe pietà di alcuni, quando li vide fuggire colpiti di ferite, percorrenti l’arena, colle trombe dirette verso il cielo e mandando lamentevoli grida: il che fece credere che essi non agivano così per avventura, ma che attestavano coi loro barriti la violazione della promessa fatta loro con giuramento nel trasportarli dall’Africa, e che imploravano la vendetta celeste. Si narra veramente che essi non avessero consentito a salire sulle navi, se non dopo che i conduttori ebbero loro promesso con giuramento di preservarli da qualunque duro trattamento. Il fatto è certo, o non l’è? È quanto ignoro.»

Del resto si sa, soggiunge Mongez, che tal passo riporta pure in una sua memoria, di cui mi son valso, che gli antichi credevano che gli elefanti avessero un’anima intelligente, e tale opinione si è conservata fra i popoli dell’India.

In questi giuochi da Pompeo dati per cinque giorni, a solennizzare la dedica del suo teatro, fra le moltefiere cacciate nel circo, oltre i suddetti elefanti, Plinio ricorda seicento leoni, dei quali trecentoquindici giubbati, e quattrocentodieci tigri d’ogni specie.

Giulio Cesare nel 708 volle superare nella magnificenza de’ suoi giuochi quelli dati dal suo emulo e mostrò per la prima volta in Roma le giraffe e i combattimenti dei tori e fe’ comparire nel circo due eserciti composti di fanti, di cavalieri e di elefanti. «Si diedero cacce per cinque giorni, scrive Svetonio, e per terminare lo spettacolo si divisero i combattenti su due schiere composte ciascuna di cinquecento fanti, di venti elefanti e di trecento cavalieri, si fecero combattere gli uni contro gli altri»[165].

Succedutogli Augusto, a lui si volle dar vanto d’aver fatto uccidere, a divertimento del popolo, tremila e cinquecento animali.

Sarebbe lungo soverchio parlare degli animali nostrali e addomesticati; ma si può argomentarlo dalla passione che si aveva per tali divertimenti. Non lascerò tuttavia di narrare come il più volte citato Plinio abbia scritto che nei giuochi dati da Germanico si vedessero alcuni elefanti moversi in cadenza a guisa di danzanti[166]; Svetonio in quelli dati da Galba comparissero elefanti funamboli[167], in quelli di Nerone,Sifilino dice di un elefante che salì sulla cima della scena, camminando sopra una corda e portando sopra di sè un cavaliere[168]; e Marziale parla dell’aquila addestrata a portar in sull’aria un fanciullo, nel seguente distico di un suo epigramma:

Æthereas aquila puerum portante per aurasIllæsum timidis unguibus hæsit onus[169]

Æthereas aquila puerum portante per aurasIllæsum timidis unguibus hæsit onus[169]

Æthereas aquila puerum portante per auras

Illæsum timidis unguibus hæsit onus[169]

e altrove sullo stesso fatto:

Dic mihi quem portes, volucrum regina? Tonantem[170]

Dic mihi quem portes, volucrum regina? Tonantem[170]

Dic mihi quem portes, volucrum regina? Tonantem[170]

perchè il fanciullo era vestito da Giove.

Le cacce e gli spettacoli gladiatorii si facevano nel circo nelle ore mattutine; ma, nell’814, Domiziano volle invertire l’ordine consueto e celebrò tali giuochi a notte, collo splendore delle faci; e Svetonio che ciò racconta nella vita di questo Cesare, aggiunge che in questi combattimenti di bestie e di gladiatori prendevano parte non uomini soltanto, ma femmine benanco[171].

Le caccie più ordinarie erano, giusta quanto giàdissi, d’orsi e di cignali, come quelle più favorite e di cui anche in Pompei si ha argomento di prova per pitture e bassorilievi rinvenuti: e i cacciatori,venatores, vi figuravano a piedi ed a cavallo. Usavano costoro di apposita lancia,venebalum, dell’arco,arcus, dei cani,canes venatici.

Le lotte degli uomini colle fiere venivano eseguite da appositi gladiatori, designati piuttosto col nome dibestiariie considerati meno de’ gladiatori proprii e spesso anche da infelici schiavi a ciò costretti da snaturati padroni. Dapprima si accordò a tale effetto ad essi elmo, scudo, spada o coltello e schiniere o schermi alle gambe; poscia, sotto il regno di Claudio, non si videro combattere che difesi da fasciature attorno alle gambe ed alle braccia armati di spiedo o di spada soltanto, con un brandello di stoffa colorata, il più spesso in rosso, nella manca mano.

Di queste caccie e lotte diverse coi diversi animali ci lasciò memoria ed intrattenne lungamente Marziale nel suoLibellus De Spectaculis: io non vi spicco ora che il seguente epigramma, il quale volge intorno alla pugna delle donne colle fiere, perchè si vegga come ne’ ludi gladiatorj il così detto sesso gentile, non pago pure di misurarsi cogli uomini in quegli esercizj efferati, non volesse anche nel resto rimaner addietro degli uomini in alcun modo:

Belliger invictis quod Mars tibi sævit in armis;Non satis est Cæsar: sævit et ipsa Venus.Prostratum Nemes et vasta in valle leonem,Nobile et Herculeum fama canebat opus.Prisca fides taceat: nam post tua munera, Cæsar,Hæc jam feminea vidimus acta manu[172].

Belliger invictis quod Mars tibi sævit in armis;Non satis est Cæsar: sævit et ipsa Venus.Prostratum Nemes et vasta in valle leonem,Nobile et Herculeum fama canebat opus.Prisca fides taceat: nam post tua munera, Cæsar,Hæc jam feminea vidimus acta manu[172].

Belliger invictis quod Mars tibi sævit in armis;

Non satis est Cæsar: sævit et ipsa Venus.

Prostratum Nemes et vasta in valle leonem,

Nobile et Herculeum fama canebat opus.

Prisca fides taceat: nam post tua munera, Cæsar,

Hæc jam feminea vidimus acta manu[172].

Così si ebbero anche lebestiariæ.

Eppure il lettore non ha certo obliato come sotto la porta principale dell’anfiteatro di Pompei nella iscrizione a sinistra dedicata a Cajo Cuspio Pansa padre, si faccia cenno d’una legge Petronia, della quale l’illustre magistrato pompejano sarebbe stato rigido osservatore.

Questa legge, così chiamata da Petronio Turpiliano suo autore, che era console in Roma, nell’anno 813(61 dell’E. V.), unitamente a Cajo Giunio Cesonio Peto, soccorse alla misera condizione de’ servi, provvedendo che dove accadesse una eguale disparità di voti in un giudizio intorno la manumissione di un servo, decretar si dovesse in favore della sua libertà (L. 24. ff.de manumiss.), e proibendo agli inumani padroni di condannare a loro arbitrio i servi al combattimento colle bestie feroci, se prima non fossero stati giudicati meritevoli di questa pena con un formale giudizio. Ma intorno a questa legge, perchè memorata nella pure da me riferita lapide pompejana, lungamente dissertò il marchese Arditi, che fu ne’ primi anni del secolo sovrintendente agli scavi di Pompei, ed alla quale rinvio chi desideri saperne di più.

È implicitamente così detto che al combattimento colle fiere venissero condannati unicamente servi ed altri colpevoli. Ma, oltre ciò, altri, rei di parridicio o d’empietà, venivano condannati alla esposizione delle fiere nell’anfiteatro; ragione per cui la storia dei primitivi tempi del Cristianesimo segna a migliaja cosiffatte condanne dei neofiti cristiani, che gli imperatori si ostinavano a considerare come nemici dello Stato, malgrado pur sapessero che nelle loro agapi e catacombe e in ogni istituzione avessero in obbligo la preghiera per essi, l’obbedienza alle leggi e il perdono a’ nemici. Codeste persecuzioni durarono a questi miti ed entusiasti credenti, che da noi sono chiamati martiri della fede e però designati alla venerazione nostra.

Uno de’ precetti della filosofia stoica era: non ammirate gli spettacoli; i Cristiani, nello ispirarne l’aborrimento, avevano così una ragione maggiore.

Ecco un esempio di codesti ludi pantomimici, nei quali la catastrofe aveva veramente umani sagrificj, combinando così l’applicazione d’una vera pena col pubblico divertimento.

Ancora il più volte citato Marziale, nel suddettoLibellus, descrive di tal guisa lo spettacolo pantomimico, nel quale, Laureolo, schiavo, che per aver ucciso il padrone, era stato, come colpevole di parricidio, condannato alla croce ed alle fiere, era lo sventurato protagonista:

Qualiter in scythica relegatus rupe PrometheusAssiduam vivo viscere pascit avem:Nuda Caledonio sic pectora præbuit urso,Non falsa pendens in cruce Laureolus.Vivebant laceri membris stillantibus artus,Inque omni nusquam corpore corpus eratDenique supplicium dederat necis ille paternæ;Vel domini jugulum foderat ense nocens,Templa vel arcano demens spoliaverat auro,Subdiderat sævas vel tibi, Roma, faces.Vicerat antiquæ sceleratus crimina famæ,In quo, quæ fuerat fabula, pœna fuit[173].

Qualiter in scythica relegatus rupe PrometheusAssiduam vivo viscere pascit avem:Nuda Caledonio sic pectora præbuit urso,Non falsa pendens in cruce Laureolus.Vivebant laceri membris stillantibus artus,Inque omni nusquam corpore corpus eratDenique supplicium dederat necis ille paternæ;Vel domini jugulum foderat ense nocens,Templa vel arcano demens spoliaverat auro,Subdiderat sævas vel tibi, Roma, faces.Vicerat antiquæ sceleratus crimina famæ,In quo, quæ fuerat fabula, pœna fuit[173].

Qualiter in scythica relegatus rupe Prometheus

Assiduam vivo viscere pascit avem:

Nuda Caledonio sic pectora præbuit urso,

Non falsa pendens in cruce Laureolus.

Vivebant laceri membris stillantibus artus,

Inque omni nusquam corpore corpus erat

Denique supplicium dederat necis ille paternæ;

Vel domini jugulum foderat ense nocens,

Templa vel arcano demens spoliaverat auro,

Subdiderat sævas vel tibi, Roma, faces.

Vicerat antiquæ sceleratus crimina famæ,

In quo, quæ fuerat fabula, pœna fuit[173].

Il Colosseo di Roma fu singolarmente teatro a questi barbari spettacoli, dove un popolo sitibondo di sangueforzava la mano al principe sovente, massime quando erano incominciate le persecuzioni cristiane, gridando contro i nuovi credenti: alle fiere! alle fiere! perocchè al nuovo culto e ai nuovi credenti, dagli astuti sacerdoti pagani si attribuissero le publiche calamità per lo sdegno degli offesi Numi.

Nè da meno inoltre attendere si doveva in un’epoca di piena degradazione morale. Non paga la prostituzione d’esercitarsi ne’ lupanari, nelle case de’ privati, nella reggia e pubblicamente, perfino nei cómpiti e quadrivii, essa versavasi ne’ teatri e nei circhi, dove più copiosa trovava la messe. Legga il lettore Marziale, legga Giovenale, poeti che son pur troppo forzato a citar di soverchio, e raccapriccierà dall’orrore di tanta spudoratezza e bassezza di popolo. I lupanari divennero quasi parte integrante di questi clamorosi ritrovi, vi si fabbricavano all’uopo apposite celle, e vi si eressero temporaneamente alla evenienza di grandi spettacoli, e le sciupate traevano però all’anfiteatro, più certamente in cerca di lussuria che di altro spettacolo.

Ma si oda su di ciò il Dufour.

«Non v’era eccezione nelle ore assegnate alla libera pratica dei pubblici luoghi e piaceri, che nei giorni di festa solenne, quando il popolo era invitato agli spettacoli del circo. In tali giorni la prostituzione veniva trasportata dov’era il popolo, e mentre i lupanari chiusi restavano deserti nella città, quelli del circo si aprivano nel tempo stesso dei ludi; e sotto ai gradini ove affollavansi gli spettatori, i lenoni organizzavano cellette e tende, ed ivi era una continua processione di cortigiane e di libertini attirati da queste al loro seguito. Mentre le tigri, i leoni e le bestie feroci mordevano le barriere delle loro gabbie di ferro; mentre pugnavano e morivano i gladiatori; mentre l’uditorio scuoteva l’immenso edifizio con grida ed applausi, lemeretrices, adagiate sopra sedie particolari, distinte per l’alta pettinatura e per le vesti corte, leggiere ed aperte, facevano appello continuo alle brame del pubblico, e non aspettavano per soddisfarle che gli spettacoli fossero terminati. Tali cortigiane lasciavano non interrottamente il posto loro, succedendosi a vicenda durante tutto il tempo de’ giuochi. I portici esterni del circo non più bastando a quest’incredibile mercato di prostituzione, tutte le taverne, tutte le osterie delle vicinanze rigurgitavan di gente. Bene inteso che la prostituzione in quei giorni era libera assolutamente e che gli apparitori dell’edile non osavano inquisire sulle qualitàdelle femmine che esercitavano colà l’infame mestiere. Ecco perchè Salviano dicesse di queste orgie popolari:si offre un culto a Minerva nei ginnasi; a Venere nei teatri, ed altrove quanto v’ha di osceno, si pratica nei teatri; quanto v’ha di disordinato, nelle palestre... Gli edili quindi non si dovevano occupare della prostituzione dei teatri, come se tale prostituzione completasse i ludi dati al popolo. Generalmente d’altronde (può almeno supporsi da’ varii luoghi dellaIstoria Augusta), i teatri erano messi in opera da una specie di femmine, che alloggiavano sotto i portici e nelle gallerie arcate di questi edifizj: avevano per mezzani, o per mariti, i banditori del teatro, i quali vedevansi circolare incessantemente di gradino in gradino durante la rappresentazione. Questi banditori non si contentavano di vendere al popolo, o distribuire gratuitamente alle spese del personaggio che dava i giuochi, acqua e ceci: servivano principalmente di messaggieri e d’interpreti per agevolare la dissolutezza. Con ragione dunque il cristiano Tertulliano chiamava il circo e il teatroconcistoria libidinum»[174].

Come allora maravigliarsi dei sanguinarj giuochi dell’anfiteatro; come sorprendersi della generale ferocia degli spettatori?

Parini, il poeta mio concittadino, filosoficamente e a tutta ragione ebbe a cantare:

Così, poi che dagli animi,Ogni pudor disciolse,Vigor dalla libidineLa crudeltà raccolse[175].

Così, poi che dagli animi,Ogni pudor disciolse,Vigor dalla libidineLa crudeltà raccolse[175].

Così, poi che dagli animi,

Ogni pudor disciolse,

Vigor dalla libidine

La crudeltà raccolse[175].

Ma la gloria di far iscomparire dalla terra queste vere vergogne dell’umanità, che furono i giuochi gladiatorj, in cui la vita dell’uomo era offerta al ludibrio ed al capriccio della plebe, spettar doveva alla nuova dottrina del Cristo, che si andava per l’orbe diffondendo. Sarei nel dire di questo importantissimo argomento fuori veramente dell’epoca cui deve restringersi l’opera mia; ma, come dissimularlo? come, dopo avere turbato l’animo del lettore col ricordo di tanti strazii, non segnalargli poi il tempo in cui ebbero fine, e più ancora come non segnalare il principio, al quale andò debitrice di tanto beneficio la povera e depressa umanità?

Il Cristo era venuto a spezzar la catena dello schiavo, a proclamare il suo codice di libertà, d’eguaglianza, d’amore, e santificando col proprio supplizio la croce, segno dapprima d’infamia, l’aveva reso un oggetto di gloria. Sparso il buon seme della nuova dottrina, fruttificata dal sangue di tante migliaja di martiri, che spesso in onta alle debolezze dell’età o del senso, incontravano fra i più barbari tormenti la morte senzapur dar un gemito, ma salmodiando a Dio e benedicendo a’ loro persecutori, mentre i più efferati ladroni mandavano sempre fra gli spasimi bestemmie ed urli, doveva necessariamente riformarsi il costume e dovevano tornare in obbrobrio i cruenti spettacoli del circo e dell’anfiteatro.

Fu Costantino imperatore, nell’anno 1067 di Roma, che in omaggio a’ cristiani principj, ch’egli aveva abbracciato, bandì la legge santissima che i gladiatorj ludi in tutto il romano impero aboliva. Pur nondimeno, diradicare d’un tratto e per sempre sì inveterate e glorificate abitudini non fu possibile, e un cotal poco fecero ancora esse capolino sotto Costante, e poscia sotto Teodosio e Valentiniano imperatori, ed anche sotto Onorio si aprì ai gladiatori in Roma il Coliseo. — Fu in siffatta occasione che avvenne scena in cui tutto si pare il coraggio e l’entusiasmo cristiano.

Era l’anno 404 dell’Era Cristiana, quando questi ludi si offerivano nell’Anfiteatro Flavio in Roma. Quivi, venuto dall’Asia, era un monaco di nome Telemaco, e avuto notizia che il sanguinoso spettacolo seguiva in un determinato giorno, vi si recava animato dal più santo zelo, e quando essi appunto fervevano, immemore d’ogni umano riguardo, precipitatosi nell’arena e gittatosi fra le coppie de’ combattenti, in nome del suo Divino Maestro e della cristiana carità, tentava disgiungere i gladiatori e farli cessare dal sangue. Sollevavansi a quell’atto furibondi gli spettatori,che si vedevano sturbato il loro migliore divertimento, e dato di piglio alle pietre, lapidarono colà il monaco generoso. — Di ciò si valse appunto l’imperatore Onorio, perchè, proclamato Telemaco martire della fede, si avesse a richiamare alla più severa osservanza l’editto di Costantino.

I gladiatori adunque scomparvero di tal modo, quantunque le caccie degli animali feroci durassero sino alla caduta dell’impero d’occidente[176], e cessarono pure le persecuzioni contro i credenti del Cristo. «Voi che vi lagnate — sclama Cesare Cantù — perchè i simboli della passione del Cristo oggi sfigurino il Coliseo, ricordate quanto sangue v’abbiano quelli risparmiato»[177].

A compir le notizie che riguardano i ludi del Circo e dell’Anfiteatro, mi resta a dire dellesparsionesemissilia, che accompagnavano quasi sempre gli spettacoli che offerivansi in essi, quando chi ne sosteneva le spese erano il principe, o i maggiorenti della repubblica o dell’impero.

Questemissiliaesparsioneserano doni che si facevano al popolo da chi dava i giuochi. Distribuivansi a mezzo di tessere di legno, sulle quali stavano scritte le cose cui davano diritto, lo che recherebbe l’idea d’una gratuita lotteria, quando però non fossero gli oggetti stessi, i quali allora si venivanocon gran tafferuglio disputando. I valori e la spesa per siffatti regali quali fossero, possiam raccogliere da Svetonio, là dove tratta dellemissiliae dellesparsiones, distribuite da Nerone. «Nei giuochi, scriv’egli, per l’eternità dell’impero che Nerone appellò massimi, persone dei due ordini e dei due sessi sostennero parti divertenti. Un notissimo cavalier romano sedendo su d’un elefante trascorse su d’una corda distesa (cathadromum) in direzione obliqua. Si recitò una commedia d’Afranio intitolataL’incendioe si abbandonò agli attori il saccheggio d’una casa divorata dalle fiamme. Ogni giorno si facevano al popolo tutte sorta di larghezze (sparsa et populo missilia), si largheggiavano a lui buoni pagabili in grani, vestimenta, oro, argento, pietre preziose, perle, quadri, schiavi, bestie da soma, animali addomesticati, e finalmente si giunse per pazza liberalità a regalare vascelli, e perfino isole e terre[178].»

E così fece dopo anche Tito, ammanendo ludi e feste per cento giorni, nella dedica dell’Anfiteatro Flavio da lui compito; come prima di essi, un semplice privato, Annio Milone, quello stesso che fu difeso da Cicerone, sprecò tre patrimonj per gli stessi dispendj. Probo, figlio di Alipio, pretore; Simmaco pretore del pari, per non dir di tutti, profusero, al medesimo scopo di Claudio di blandire il popolo, infiniti tesori.

Come visitando il Coliseo e gli anfiteatri di Verona e di Nola; così pure vedendo quello di Pompei, il quale ne è il meglio conservato, e che tutto ciò che ho in questa pagina brevemente passato in rassegna rammenta, dinanzi a cosiffatte superbe costruzioni, non puoi disgiungere dal sentimento d’ammirazione, quello della compassione per le miriadi di vittime umane che dentro di essi vennero sagrificate, e per la sciagurata condizione che è fatta dalla fortuna agli uomini d’essere gli uni di ludibrio e spettacolo agli altri, questi destinati a servire d’incudine, quelli a valer da martello.


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