CONCLUSIONE
Mi fu detto, all’apparire del primo volume di questa mia opera, come il tuono spigliato e leggero col quale l’avevo incominciata nullamente annunziasse che poi sarebbesi mutato sì presto per diventare accigliato talvolta e grave sempre; che d’un libro, il qual sarebbesi creduto di solo amena lettura, quale avrebbe potuto essere se unicamente di impressioni e ricordi di un viaggio, ne sarebbe poi uscito fuori un gazofilacio di classica erudizione. L’osservazione, od appunto che si voglia appellare, era giustissimo, e a dir vero non era stato pure ne’ miei primi intendimenti di riuscire al lavoro che solo adesso ho ultimato; ma, come con ragione sentenziarono i nostri vicini di Franciac’est en mangeant que l’appetit vient, toccando cose ed argomenti che furono sempre l’amore e lo studio miei fin da’ più giovani anni di mia vita, m’era stato impossibile farlo senza lasciarmi andare a percorrere tutto intero l’arringo.
M’addiedi allora di poter mirare anche a proficuo fine. Addentrarmi nelle questioni di pura archeologia e impancarmi co’ suoi campioni, nè avrei avuto la forza, nè parevami perdonabile tampocol’ardimento, da che allora avrei dovuto, come gli altri fecero, eleggermi per lungo tempo a soggiorno i luoghi medesimi delle mie indagini ed intraprendere studj che le peculiari mie condizioni mi contendevano, per non giungere forse, in ultimo risultamento, a recar qualsiasi buon contributo alla scienza, alla quale sopra luogo attendono diggià nobilissimi intelletti pur del nostro paese. Mi sembrò quindi più profittevole scopo convergere quanto già l’archeologia aveva degli scavi pompejani illustrato, a chiarire più direttamente la vita pubblica e privata degli antichi Romani, da che Pompei ne fosse stata una colonia e così quanto era stato esumato della gentile città porre in armonia con quanto scrittori, storici e poeti di quell’età avevano lasciato a’ posteri ricordato a giovarsi così reciprocamente di commentario e illustrazione.
I giovani uscenti dalle scuole carico il capo di quella indigesta erudizione che loro infarciscono antologie e crestomazie, presto la dimenticano, perchè appunto confusamente e forse a mala voglia appresa ne’ brani scelti degli autori latini o greci che loro pongonsi avanti. Carità mi pareva venire loro in soccorso con opera che ordinata e distribuita seriamente, servisse a collocare tutta quella farragine di nozioni a proprio posto e rendere queste per tal guisa indimenticabili e di utilità efficace; onde per dirla con un concetto dantesco,moleste nel primo gusto,lasciassero, digeste, vital nutrimento[312]. Quello che in qualche modo avevano il barone di Theis ottenuto col suoPolicleto a Roma, e Barthelemy coll’Anacarsi in Grecia, ed altri coiViaggi di Antenore e di Trasibulo nella Grecia e nell’Asia, io vagheggiai poter fare conPompei e le sue Rovinein Italia, discorrendo alla mia volta delle romane istituzioni[313].
Vi sarò io riuscito?....
Non chieggo la risposta nè a Fiorelli, nè a Minervini, nè agli altri severi cultori delle archeologiche discipline. Il mio libro non è fatto per essi: v’ha un altro pubblico e più numeroso, quello che sulle opere loro irte di greco e di osco si addormenterebbe, il quale ha pur d’uopo d’essere confortato di buoni studj, ma che s’acciglierebbe e darebbe addietrodavanti a forma troppo severa, a discettazioni troppo erudite, e il cui fine e la cui utilità non si vedon poi sempre coronate da esito felice.
La forma quindi leggiera stessa e per avventura amena colla quale aveva il mio lavoro esordito, così stando le cose, disponeva, a mio avviso, acconciamente l’animo de’ miei giovani lettori ad accostarsi più volonteroso al medesimo, s’egli è vero quel che cantò l’immortale Torquato:
Sai che là corre il mondo, ove più versiDi sue dolcezze il lusinghier ParnasoE che il vero condito in molli versiI più schivi allettando ha persuaso:Così all’egro fanciul porgiamo aspersiDi soave licor gli orli del vaso:Succhi amari ingannato intanto ei beve,E dall’inganno suo vita riceve[314].
Sai che là corre il mondo, ove più versiDi sue dolcezze il lusinghier ParnasoE che il vero condito in molli versiI più schivi allettando ha persuaso:Così all’egro fanciul porgiamo aspersiDi soave licor gli orli del vaso:Succhi amari ingannato intanto ei beve,E dall’inganno suo vita riceve[314].
Sai che là corre il mondo, ove più versi
Di sue dolcezze il lusinghier Parnaso
E che il vero condito in molli versi
I più schivi allettando ha persuaso:
Così all’egro fanciul porgiamo aspersi
Di soave licor gli orli del vaso:
Succhi amari ingannato intanto ei beve,
E dall’inganno suo vita riceve[314].
Avranno essi forse notato soverchie le citazioni degli autori; ma con quanto or dissi ne troveranno la giustificazione: non era il ripeto, un libro di solo amena lettura che intendevo di fare, ma opera quasi di complemento di classica educazione. E perchè più generale ne fosse il vantaggio, curai apporre in calce la traduzione delle testuali citazioni, approfittando all’uopo delle migliori e più conosciute versioni. Vero è che più d’una volta mi occorse di sostituire a quelle i miei volgarizzamenti; ma il feci allora oche si trattasse di traduzioni non ancor suggellate dalla fama, o di quelle che fatte alla libera, riproducendole, non avrebbero giustificata la ragion della citazione. Il più spesso ne avvisai con particolare mia nota il lettore.
Havvi poi un interesse ancor più generale in questi studj che mi sono proposto ed è che una più profonda conoscenza della antica società romana avesse a valere ad aprire gli occhi de’ presenti sovra erronee credenze ed estimazioni che si son venute facendo di essa infino ad ora e che tuttavia non sono senza discapito nostro.
Precettori e scrittori non hanno ancor cessato di mezzo a noi di mettere i tempi e le istituzioni dell’antica Roma a raffaccio coi nostri tempi e colle istituzioni nostre, di giudicare l’antica storia coi criterii dell’attuale, e di spiegare persino le storie dei nostri politici rivolgimenti colla storia di quel gran popolo, dicendosi continua la riproduzione degli eventi, identiche le passioni, virtù e vizi eguali in tutti i tempi. Epperò argomentarono essi possibile ed utile il risuscitare i provvedimenti di allora, mentre la nostra intelligenza, che s’è venuta di età in età modificando, e in continuo movimento di progresso, esiga che leggi della umana associazione non abbiano ad essere più le medesime.
Come vorreste voi conciliare infatti le antiche istituzioni, che sì strettamente si collegano colle credenzereligiose, colle moderne che tendono a emanciparsi da ogni vincolo religioso? Come spiegarci tante leggi adesso, che allora avevano la ragion d’essere nelle istituzioni di patrizii e di plebei, di patroni e di clienti, di signori e di schiavi? Come invocare al nostro tempo, giusta quanto adoperiam sì sovente noi avvocati, seguiti anche troppo spesso da’ giudici, l’autorità de’ romani giureconsulti, quando la patria podestà antica non era che una mostruosa tirannide del diritto di vita e di morte, e di vendita per tre volte perfino del figlio; quando sproporzionata la successione tra il fratello e la sorella; quando, per non dir d’ogn’altra anomalia, il patriotismo stesso toglieva di mezzo ogni sentimento naturale e la libertà veniva così compresa da escludere qualsiasi guarentigia per quella individuale?
Richiamare pertanto adesso, in cui non è cessato ancora in Italia il periodo della incubazione legislativa, l’attenzione allo studio dell’epoca romana, mi sembrò di non lieve importanza ed anche di assai pratica utilità.
Dopo enunciati cotali intenti, avanti di congedarmi dal lettore, mi sia concesso rivolgere un ultimo sguardo agli scavi di Pompei. Essi procedono sotto la intelligente e dotta direzione di quell’illustre che è il summentovato comm. G. Fiorelli e sta bene, e sono con amore e studio seguiti da egregi cultori delle dottrine archeologiche, che li vengono illustrandoprincipalmente nelGiornale degli Scaviche si publica in Napoli, ma che sventuratamente è in mano di pochi, ed al quale ho io sì di sovente ricorso in questa mia opera, e sta bene ancora; ma intanto che si affatica da una parte ad esumare quanto è ancora sepolto, che fa dall’altra il Tempo? Prende la sua terribil rivincita di quanto non ha potuto distruggere sinchè la terra che vi stava sopra gli vietò l’opera demolitrice. Smantellati i tetti delle case, distrutti i piani superiori, arsi e caduti gli impalcati, spezzate e giacenti le colonne, disperse le pietre sepolcrali, la pioggia, il sole, il vento hanno presa sui ruderi antichissimi e già in più luoghi essi non serban pur l’ombra di quel che furono in addietro. Invano si ricorre a riparazioni, proteggendo alcune muraglie con tegole, ricoprendo di tetti recenti taluni edifici; invano si procura lasciare quanto si può in luogo, acciò ne sia conservato il carattere[315]; invano si creano regolamenti e discipline; il tempo, piùpotente di tutto, permette intravvedere, in epoca non lontana, che pria che tutta la restante città venga dissepolta, quella che già lo è abbia a ridursi a un monte di indistinte macerie e si avveri quel che Foscolo constatò degli antichi monumenti, che
Il Tempo colle fredde ali vi spazzaFin le rovine[316].
Il Tempo colle fredde ali vi spazzaFin le rovine[316].
Il Tempo colle fredde ali vi spazza
Fin le rovine[316].
Già più pareti di camere delle loro dipinture non hanno che qualche traccia appena: altre l’hanno perduta affatto; già segni ed emblemi caratteristici scomparvero, caddero graffiti, scomparvero iscrizioni, rovinarono muri, da che la distruzione dei tetti fosse già opera del cataclisma vesuviano, e chi visita con interesse Pompei se ne preoccupa e tanto più in quanto la parte primamente scoperta si giudichi, come provai, la più interessante.
Che avrebbesi dunque a fare?
V’ha chi crede che por mano a riparazioni e ristauri sia opera profana poco meno di empia e si ha forse ragione: epperò per que’ tratti almeno, ne’ quali la rovina si determina così da togliere ogni ulteriore interesse per l’archeologo e pel curioso osservatore, non potrebbe mo’ cavarsene partito, purchè ceduti, dietro apposite discipline e dicevoli corrispettivi, a ricchi privati, si imponesse ai cessionari di ricostruire sulla originaria architettura pompejana? Delle migliaja di ricchi sfondolati che visitano ogni anno gli scavi, chi può dire non si trovi alcuno che ami avere in questo ridentissimo ed ubertoso pendio che il Vesuvio sogguarda, al par di Cicerone, il suo vaghissimoPompejanum?
Come Cuvier ha dalle ossa fossili rinvenute ricostruito perfino animali preistorici e da più secoli scomparsi dalla terra, più facilmente potrebbesi dalla pianta degli edifici rifare gli alzati e l’architetto governativo e la commissione che si dovrebbe creare fornirebbero le architetture e così mano mano sull’antico verrebbesi riedificando il novello Pompei, perenne e non indegno scopo di curiosità e di studio a nazionali e forestieri.
È un’idea codesta siccome un’altra.
Una ne emise assai prima l’illustre autore deiMartyrse delGénie du Christianismenel suoVoyage en Italienel brevissimo cenno che vi dettò su d’Ercolano,di Portici e di Pompei, e parmi che giovi di riferire, perocchè al medesimo fine essa miri della mia proposta. «En parcourant cette cité des morts — scrive il visconte di Chateaubriand, une idée me poursuivoit. A mesure que l’on déchausse quelque édifice à Pompeïa, on enlève ce que donne la fouille, ustensiles de ménage, instruments de divers métiers, meubles, statues, manuscrits, etc., et l’on entasse le tout auMusée Portici. Il y auroit selon moi quelque chose de mieux à faire: ce seroit de laisser les choses dans l’endroit où on les trouve et comme on les trouve, de remettre des toits, des plafonds, des planchers et des fenêtres, pour empêcher la dégradation des peintures et des murs; de relever l’ancienne enceinte de la ville; d’en clore les portes, afin d’y établir une garde de soldats avec quelques savants versés dans les arts. Ne seroit-ce pas là le plus merveilleux Musée de la terre, une ville romaine conservée toute entière, comme si ses habitants venoient d’en sortir un quart d’heure auparavant?
«On apprendroit mieux l’histoire domestique du peuple romain, l’état de la civilisation romaine dans quelques promenades à Pompeïa restaurée, que par la lecture de tous les ouvrages de l’antiquité. L’Europe entière accourroit: les frais qu’exigeroit la mise en œuvre de ce plan seroient amplement compensés par l’affluence des étrangers à Naples. D’ailleurs rien n’obligeroit d’exécuter ce travail à la fois, on continueroitlentement, mais régulièrement les fouilles; il ne foudroit qu’un peu de brique, d’ardoise, de charpente et de menuiserie pour les employer en proportion da déblai. Un architecte habile suivroit, quant aux restaurations, le style local dont il trouveroit des modèles dans les paysages peints sur les murs mêmes des maisons de Pompeïa.»
Come si può accorgere il lettore, di poco la mia idea si discosta da codesta di Chateaubriand, la quale per altro, limitandosi ad una semplice opera di restauro, oltre che è combattuta fieramente dagli archeologi, è forse di poco pratica attivazione, avuto riguardo alla condizione delle muraglie in generale che mal sopporterebbero la sovrapposizione di quell’altra parte di muro che valesse a completarla, senza dire che in più luoghi il salnitro e altre ragioni di degradazione vieterebbero il ritorno delle dipinture.
Qualunque sia il pensiero tendente alla conservazione di Pompei, di questa così interessante città che si va ogni dì più evocando dal suo sepolcro in cui giacque presso a due mila anni, mette conto esser preso in considerazione ed esame, principalmente da chi è preposto alla pubblica cosa. Se lo stato trova di sua convenienza e decoro di consacrare alla conservazione de’ monumenti e de’ cimelii antichi disseminati per tutta Italia, istituti e somme ragguardevoli, per ragione maggiore volgerdeve le sue cure alla conservazion di questa antica città, perocchè ben dicesse l’inglese Taylor, scrivendo a Carlo Nodier intorno appunto ad essa e ad Ercolano:
«Roma non è che un vasto museo; Pompei è un’antichità vivente.»
Bacone, parlando di antichità, di storie sfigurate e di storici frammenti sfuggiti per avventura alla distruzione del tempo, li paragona alle tavole che galleggiano dopo il naufragio; ebbene le Rovine di Pompei sono preziose reliquie di un naufragio che meritano essere ad ogni costo salvate, che vogliono ad ogni modo essere strappate al continuo e latente processo di loro completa distruzione e allora soltanto potremo sclamare con Schiller:
L’areSorgono ancor. Venite e il sacro focoRaccendete agli dei, chè troppo lunghiSecoli di votiva ostia l’han privi[317].
L’areSorgono ancor. Venite e il sacro focoRaccendete agli dei, chè troppo lunghiSecoli di votiva ostia l’han privi[317].
L’are
Sorgono ancor. Venite e il sacro foco
Raccendete agli dei, chè troppo lunghi
Secoli di votiva ostia l’han privi[317].
FINE.