Dat tessera signumExcubiis positæ vices[23].
Dat tessera signumExcubiis positæ vices[23].
Dat tessera signum
Excubiis positæ vices[23].
Venivano le sentinelle estratte a sorte dai tergoduttori e si conducevano avanti il tribuno di guardia: distribuite poi a’ rispettivi posti di guardia, vi venivano rilevate a suon di corno[24]. Un soldato, chiamato tesserario, riceveva dai tribuni la tessera al tramontar del giorno, e nella quale era scritto il motto, ed egli alla sua volta la consegnava, in presenza di testimoni, al suo manipolo od alla turma.
Marco Porcio Catone, sulla fede di Festo, insegna cheProcubitoressi chiamassero poi que’ soldati armati alla leggiera, che facevano di notte la scolta dinanzi agli alloggiamenti, quando questi erano vicini a quelli dei nemici.
Anche allora v’erano istromenti militari, de’ quali valevasi in diverse occasioni la milizia: labuccina, corno di caccia proprio dapprima de’ pastori, era stata poscia adottata negli eserciti; onde Properzio così notò tal passaggio:
Nunc intra muros pastoris buccina lentiCantat[25]
Nunc intra muros pastoris buccina lentiCantat[25]
Nunc intra muros pastoris buccina lenti
Cantat[25]
e Virgilio, nell’Eneide, ne disse l’uso guerresco:
Bello dat signum rauca cruentumBuccina[26].
Bello dat signum rauca cruentumBuccina[26].
Bello dat signum rauca cruentum
Buccina[26].
Il suon della buccina muoveva le insegne; latuba, più piccola e simile alla nostra trombetta dava il segno dell’attacco e della ritirata: quella era a più giri, questa invece retta, giusta quanto avverte Ovidio:
Non tuba directi, non æris cornua flexi[27].
Non tuba directi, non æris cornua flexi[27].
Non tuba directi, non æris cornua flexi[27].
Illituusera una trombetta più piccola, più dolce e curva, ilcornuera di bufalo, legato in oro, con suono acuto e distinto: così accenna Seneca nell’Edipoad entrambi questi istrumenti:
Sonuit reflexo classicum cornu,Lituusque aduncos, stridulo cantusElisit ære[28].
Sonuit reflexo classicum cornu,Lituusque aduncos, stridulo cantusElisit ære[28].
Sonuit reflexo classicum cornu,
Lituusque aduncos, stridulo cantus
Elisit ære[28].
Poco in uso era il tamburo,timpanum, di cui si servivano i Parti nel dar il segno della battaglia e se ne valevano i Romani a imitazione di essi, talvolta per distinguere in guerra i segni delle nuoveevoluzioni, come più sensibili, giusta il verso di Stazio;
Tum plurima buxus,Æraque taurinos sonitu vincentia pulsus[29].
Tum plurima buxus,Æraque taurinos sonitu vincentia pulsus[29].
Tum plurima buxus,
Æraque taurinos sonitu vincentia pulsus[29].
Questo tamburo pare fosse formato da una caldaja di rame,lebes, sulla cui periferia era tesa una pelle come sono i timballi delle nostre odierne orchestre: nondimeno i Parti ebbero anche il lungo tamburo, come si rileva da Plutarco (In Crasso23); ma allora sembra si chiamasse con greco nomesymphonia.
Tubicenveniva detto il suonator della tromba;liticenquello del lituo;cornicenquello del corno, etympanotribaquello del tamburo.
Detto della formazione della milizia e dei loro capi, tocchiamo brevemente degli stipendj. — Da prima è certo che nessuno stipendio si accordasse ai soldati, come che fosse tenuto obbligo naturale di libero cittadino di portar l’arme a difesa della patria; poi lo si ammise e fu di triplice natura; in denaro, in frumento e in vestiario. In denaro si diedero prima due oboli al giorno; ma Cesare, per tenersi il soldato affezionato, ne duplicò il soldo; altriimperatori, pe’medesimi interessi, l’accrebbero. Ho già detto come poi al frumento si sostituisse il biscotto.
Dopo ciò seguiamo la milizia all’azione.
Siccome tanto in Grecia che in Roma non vi aveva per avventura atto della vita pubblica nel quale non si invocasse auspice la divinità, tanto che in Roma non seguisse adunanza pubblica se prima gli auguri non avessero assicurato propizii i numi, e l’assemblea non avesse ripetuta la preghiera pronunziata dall’augure, ed anzi il luogo di riunione pel Senato fosse un tempio e fossero multate di nullità le decisioni deliberate in luogo non sacro. Così non sarebbesi potuto muovere la milizia alla guerra senza l’intervento della religione.
A tale effetto trovasi ricordato in Dionigi d’Alicarnasso[30]e nello Scoliaste di Virgilio[31]come nelle città italiche fossero istituiti collegi di Feciali, i quali presiedevano a tutte le cerimonie sacre cui davano luogo le relazioni internazionali. Gli speciali uffici di questi sacerdoti ho già raccontato ne’ capitoli della storia[32]e detto come ad essi incombesse pronunciar la formula sacramentale della guerra. Un tal rito egli compiva colla testa velata, e una corona sulla testa. Quindi il Console in abito sacerdotaleapriva solennemente il tempio di Giano e faceva il sacrificio a propiziare il Dio. Le viscere della vittima immolata venivano dall’aruspice esaminate, e se favorevoli riuscivano i segni, il console riconoscendo che gli Dei permettevan la pugna, dava gli ordini della stessa.
E ciò che il Console faceva allo intimarsi della guerra, ripeteva il sommo duce, sagrificando cioè e pronunciando solenni preghiere, e così ad ogni campale battaglia facevasi precedere la consultazione delle viscere degli animali sagrificati.
Era insomma nè più nè meno di quello che si faceva nella più remota antichità anche in Grecia, ciò che prova la comune origine delle due nazioni. Restò famoso quanto intervenne alla battaglia di Platea. Gli Spartani erano già ordinati in battaglia; ognuno trovavasi al suo posto e la corona in testa udivano i suoni dei tibicini che accompagnavano gli inni religiosi. Dietro le file il re attendeva al sacrificio, ma le viscere delle vittime non presentavano i favorevoli auspici; epperò rinnovavasi il sacrificio. Più vittime vennero immolate; ma intanto la cavalleria persiana avanza, scaglia i suoi dardi e fa cadere gran numero di Lacedemoni. Ma questi rimangono immobili, lo scudo al piede, sotto la grandine nemica in aspettazione del segnale degli Dei. Questo finalmente è manifestato e allora i militi spartani imbracciano gli scudi, danno mano alla spada, gittansianimosi sull’inimico, lo combattono fieramente, lo sbaragliano e riportano la più gloriosa vittoria.
Eschilo, neiSette a Tebe, così fa pregare, prima della battaglia gli Dei:
O voi possenti, o prodiVoi divi e dee beate,Di questo suol custodi,Della città non datePreda a nimico di sermon diversoEsaudite di verginiIl prego a voi con tesa man converso.Deh la città secura,Amici Dei, ne rendaIl favor vostro, e curaPur del sacro vi prendaPopolar culto; e rimembrate, o numi,L’are, che a voi di vittimeArder Tebe fe’ sempre, e di profumi[33].
O voi possenti, o prodiVoi divi e dee beate,Di questo suol custodi,Della città non datePreda a nimico di sermon diversoEsaudite di verginiIl prego a voi con tesa man converso.
O voi possenti, o prodi
Voi divi e dee beate,
Di questo suol custodi,
Della città non date
Preda a nimico di sermon diverso
Esaudite di vergini
Il prego a voi con tesa man converso.
Deh la città secura,Amici Dei, ne rendaIl favor vostro, e curaPur del sacro vi prendaPopolar culto; e rimembrate, o numi,L’are, che a voi di vittimeArder Tebe fe’ sempre, e di profumi[33].
Deh la città secura,
Amici Dei, ne renda
Il favor vostro, e cura
Pur del sacro vi prenda
Popolar culto; e rimembrate, o numi,
L’are, che a voi di vittime
Arder Tebe fe’ sempre, e di profumi[33].
Anche in Euripide, neiFenicii, è detta consimile preghiera.
Da qui il costume che cogli àuguri seguissero l’esercito romano anche ipullarii, che dal pasto dei polli traevano gli auspici[34], e dei quali doveva essere frequente e rispettato l’ufficio, se ogni legionel’avesse[36], se Planco scrivendo a Cicerone seriamente dicessegli:Pullariorum admonitu, non satis diligenter eum auspiciis operam dedisse[37].
L’armata si schierava in battaglia in due o tre battaglioni; le legioni romane erano sempre nel mezzo; ai fianchi, a formar le ale, le legioni alleate. La cavalleria, per consueto, alle spalle della fanteria, e Tito Livio nota che venisse anche collocata in coda, ad impedire che l’oste nemica non circondasse l’armata. Ho già detto come i Veliti fossero i primi ad aprir la pugna, seguissero poscia gli Astati e appresso i Principi; la vanguardia si componeva di quaranta compagnie. Il generale stava fra i Triari e i Principi, e a lato aveva la guardia pretoria, gli evocati ed un tribuno di ogni legione. Il prefetto della cavalleria comandava alle dieci turme, come il decurione più vecchio sovrastava a ciascuna turma.
I Romani poi sapevano mirabilmente fortificarsi, munendo le loro città di torri, di muraglie merlate e di larghi e profondi fossati. L’ingresso in città era per porte praticate nel piede delle torri con ponti levatoje saracinesche, come già ci accadde di vedere a Pompei. Tutto un sistema di torri le cingeva, ed a cagion d’esempio, nelle carte topografiche antiche di Milano pur colonia romana, detta anzialtera Roma, si vedeva che fra una torre e l’altra non correvano più di cento piedi. Le piazze-forti approvvigionavano, in previsione di assedio, di viveri e di armi e d’ogni cosa atta ad offendere, siccome bitume, solfo e pece. In caso invece di investimento di una città, vi si praticavano intorno linee di circonvallazione e trincee; e se fosse sembrata impresa non grave, usavasi riempirla di una linea di soldati che chiamavano corona, giusta quanto vedesi ricordato nel seguente verso di Silio Italico:
Mœnia flexa sinu, spissa vallata coronaAlligat[38],
Mœnia flexa sinu, spissa vallata coronaAlligat[38],
Mœnia flexa sinu, spissa vallata corona
Alligat[38],
od anche nello storico Giuseppe Ebreo,De Bello Iudaicosi legge:Duplici peditum corona urbem cingunt et tertiam seriem equitum exterius ponunt[39].
All’espugnazione poi servivasi di una infinità di macchine dettePoliorcetiæ, dal loro inventore Demetrio Poliorcete. Comprendevasi nel numero di esse il terrapieno fatto di terra, pali e fascineonde porvi le torri e battere in breccia. La torre mobile a diversi piani, perfino di quaranta piedi d’altezza e montata su ruote; la testuggine, specie di tettoja di legno coperta di pelle bovina onde metterla al coperto dagli assalitori, facevasi cogli scudi sulla testa quando correvano insieme all’assalto onde difendersi da’ proiettili nemici; l’ariete, trave lunga e grossa guernita all’estremità di una testa di ferro che, sostenuta da’ soldati stessi coperti dalla testuggine, veniva violentemente spinta contro le muraglie; la catapulta, macchina, secondo Vitruvio[40], di due braccia atta a scagliar dardi di molta grandezza, materie infiammate e sassi; la balista, mossa da nervi allo stesso scopo di scagliar pietre; il tollenone, o trave in terra confitta con altra alla cima, così collocata traversalmente che abbassandosi l’un de’ capi, l’altro s’inalzava, ed a questi capi erano adattati certi graticci entro cui s’ascondevano i soldati e dai quali offendevano l’inimico; e l’altalena, macchina movibile da cui s’alzava il ponte fino all’altezza delle mura assediate e da cui gittavasi la scala munita di uncini onde aggrapparla al parapetto e compire la scalata. L’elepoli, la terebra, la galleria, la vigna, con o senza ruote, erano altrettante testudini di diversa fattura; chi poi volesse avere di questi bellici strumenti l’idea più esatta, ricorra al libro X di Vitruvioche ne discorre ampiamente. Tutte queste macchine poi trattavano i Romani con somma destrezza e agilità.
Quando si accingevano ad impresa di molto momento e alla battaglia, o quando trattavasi di comporre una spedizione militare, il comandante arringava i soldati, e Tito Livio nelle sue storie ci fornì magnifici esempi di militare eloquenza, e se l’entusiasmo de’ soldati rispondeva alle parole di lui, Ammiano disse che lo si esprimeva col percuotere gli scudi e colle acclamazioni:Hac fiducia miles, hastis feriendo clypeo, sonitu adsurgens ingenti, uno propemodum ore dictis favebat et cœptis[41]; ma se l’arringa non trovava approvazione, facevasi intendere una confusa mormorazione od opponevasi il più assoluto silenzio; onde più tardi potea dirsi con istorica allusione che il silenzio fosse la lezione dei re.
Il comandante, dopo la battaglia e la vittoria, assolte le pubbliche e solenni cerimonie del sacrificio, pel quale processionalmente portavasi al tempio principale della città, fra i canti guerreschi de’ soldati incoronati che lo seguivano, e le gridaIo triumphe[42], dinanzi alla fronte del suo esercito, lo ringraziava,particolarmente facendo onorevole menzione di coloro che meglio si fossero distinti e distribuiva i premj secondo le diverse qualità di essi. Chi avesse combattuto corpo a corpo col nemico, o presolo, od ammazzato, otteneva l’asta pura, o mezza picca tutta di legno, così rammentata da Virgilio:
Ille vides pura juvenis, qui nititur hasta[43].
Ille vides pura juvenis, qui nititur hasta[43].
Ille vides pura juvenis, qui nititur hasta[43].
Ottenevano monili d’oro o d’argento, braccialetti o catene coloro che avessero reso segnalato servizio.
Più ambite per altro erano le corone. Davasi lacivica, ed era guarnita di quercia, a chi avesse salvo un cittadino; onde Claudiano, nelle lodi di Stilicone, cantò:
Mos erat in veterum castris, ut tempora quercuVelaret, validis fuso qui viribus hosteCasurum potuit, morti subducerem civem[44].
Mos erat in veterum castris, ut tempora quercuVelaret, validis fuso qui viribus hosteCasurum potuit, morti subducerem civem[44].
Mos erat in veterum castris, ut tempora quercu
Velaret, validis fuso qui viribus hoste
Casurum potuit, morti subducerem civem[44].
Concedevasi lamuraled’oro, perchè foggiata a muro e baluardi, a chi primo avesse scalato le mura:
. . . . .Cape victor honoremTempora murali cinctus turrita corona[45].
. . . . .Cape victor honoremTempora murali cinctus turrita corona[45].
. . . . .Cape victor honorem
Tempora murali cinctus turrita corona[45].
Lacastrenseovallare, ed era d’oro formata come di palizzate di vallo, per colui che primo avesse occupato il campo nemico; lanavaleorostralea chi primo fosse saltato sulla nave nemica; l’ossidionaleo graminea, intesta d’erba colta nel luogo assediato, al capitano che avesse costretto il nemico a levar l’assedio: latrionfale, che fu prima di alloro, poi d’oro, al capo supremo dopo una segnalata vittoria, e finalmente laovaledi mirto a chi riportasse ovazione, o trionfo minore.
Erano altre distinzioni militari: l’intervento ai publici ludi fregiato dei riportati premj, l’esposizione delle spoglie nemiche alle pareti esterne delle case con divieto di levarnele anche per vendita delle medesime, e Tibullo vi accenna in quel distico:
Te bellare decet terra, Messala, marique,Ut domus hostiles præferat exuvios[46].
Te bellare decet terra, Messala, marique,Ut domus hostiles præferat exuvios[46].
Te bellare decet terra, Messala, marique,
Ut domus hostiles præferat exuvios[46].
Il supremo comandante, che ucciso il comandante nemico, ne lo avesse spogliato, la spoglia, detta opima, sospendevasi nel tempo di Giove Feretrio. Tre soli conseguirono questo onore: Romolo uccidendo Acrone re de’ Cicimei, Cornelio Cosso ammazzando Tolunnio re de’ Tusci, e Marcello spegnendo Viridomaro re de’ Galli[47].
Ai primi tempi di Roma la preda bellica ripartivasi fra coloro che avevano preso parte alla guerra; dopo venne qualche volta promessa ai soldati per incuorarli alla pugna; il più spesso spettava alla Repubblica e l’impadronirsi di essa costituiva perfino reato di peculato.
Ma l’onore maggiore e che importava il più superbo e solenne spettacolo, era il trionfo, che veniva accordato a quel supremo capitano che avesse riportata alcuna insigne vittoria; ma solo vi poteano aspirare i dittatori, i consoli e i pretori; sì che citisi come singolar privilegio l’averlo ottenuto Cn. Pompeo di soli 24 anni, ed essendo appena cavaliere. Per aver diritto e chiederlo, era mestieri avere in una sola battaglia sbaragliato almeno cinquemila nemici, deporsi dal comando dell’armata e, restando fuori di Roma, domandarlo per lettera involta in foglie d’alloro, indirizzata al Senato, che venuto nel tempio di Bellona, leggevala e trovato giusto quell’onore, lo concedeva, riconfermandolo imperatore.
Per essere stato rifiutato l’onor del trionfo ai Consoli Valerio ed Orazio, il tribuno Icilio ne appellò al popolo, che loro lo accordò, onde quindinnanzi ne nacque spesso conflitto di autorità. Fu per tale conflitto che Claudia vestale, saputo che disturbar volevasi il trionfo del proprio padre Claudio, e farlo scendere in mezzo ad esso dal carro, a ciò impedire, montò ella stessa il carro con lui; perocchè nessunosarebbesi attentato portar la mano su d’una vestale.
Il supremo duce, cui era decretato il trionfo della vestepalmata, ossia tessuta a frondi d’alloro, che si mutò nel seguito in porpora tessuta d’oro, cingeva le tempia d’una corona d’alloro, che poi fu d’oro, e nell’una mano stringendo uno scettro eburneo sulla cui cima era un’aquila d’oro, nell’altra invece un ramoscello d’alloro, attendeva il Senato, che gli moveva incontro seguito da’ littori co’ fasci ornati di frondi pure di lauro e incominciava la pompa del trionfo. Precedevano i tibicini e trombettieri suonando concenti di battaglia. Venivano poscia i bianchi tori coperti da gualdrappe di porpora ricamata d’oro, e dorate le corna, destinati ad essere sagrificati, e condotti dai vittimarj stringenti ciascuno una lancia, susseguiti da’ sacerdoti. Tenevano dietro i molti carri colle imagini delle nazioni e castella debellate; onde il popolo, giusta quanto cantò Ovidio:
Ergo omnis populus poterit spectare triumphosCumque ducum titulis oppida capta leget[48].
Ergo omnis populus poterit spectare triumphosCumque ducum titulis oppida capta leget[48].
Ergo omnis populus poterit spectare triumphos
Cumque ducum titulis oppida capta leget[48].
Quindi i carri recanti le spoglie dei nemici, le armi, l’argento, il danaro, i vasi, le insegne e le macchine guerresche conquistate.
Dietro di essi camminavano i re, i capitani e iprigionieri colla testa rasa in segno di loro schiavitù, e carichi di catene:
Vinclaquæ captiva reges cervice gerentesAnte coronatos ire videbit equos[49]
Vinclaquæ captiva reges cervice gerentesAnte coronatos ire videbit equos[49]
Vinclaquæ captiva reges cervice gerentes
Ante coronatos ire videbit equos[49]
e finalmente arrivava maestoso su di un carro, ricco d’avorio ed incrostato d’oro e tratto da quattro bianchi corsieri, attelati tutti di fronte, il trionfatore:
Portabit niveis currus eburnus equis[50].
Portabit niveis currus eburnus equis[50].
Portabit niveis currus eburnus equis[50].
Nei tempi ultimi della republica, Pompeo ai cavalli sostituì gli elefanti, Marcantonio i leoni, Nerone giumenti ermafroditi, Eliogabalo le tigri, e Aureliano le renne.
I figli dei trionfatori o stavano sui cavalli del carro trionfale, come praticò Paolo Emilio, o sovra il carro stesso, o immediatamente venivano dietro di esso.
Tertulliano poi nota, che uno schiavo sostenesse la corona del trionfatore e a tratti gli gridasse:Respice post te, hominem esse memento.
Entrando il trionfatore per la porta Capena, per la quale si andava al Campidoglio, meta del trionfo, il popolo lo acclamava colle gridaIo triumphe, e la formula del popolare entusiasmo, quasi sacramentale,è suggellata nelle odi di Orazio, in quella a Giulio Antonio, ne’ seguenti versi:
Teque dum procedis, Io TriumpheNon semel dicemus, Io TriumpheCivitas omnis: dabimusque DivisThura benignis[51].
Teque dum procedis, Io TriumpheNon semel dicemus, Io TriumpheCivitas omnis: dabimusque DivisThura benignis[51].
Teque dum procedis, Io Triumphe
Non semel dicemus, Io Triumphe
Civitas omnis: dabimusque Divis
Thura benignis[51].
Arrivato tra plausi al Campidoglio, dimessa la toga trionfale, volgevasi agli Dei con questa preghiera:Gratias tibi, Iupiter Optime Maxime, tibique Junoni Reginæ et cæteris huius custodibus, Habitatoribusque arcis Diis, lubens lætusque ago, Re Romana in hanc diem et horam per manus quod voluistis meas, servata, bene gestaque, eamdem et servate, ut facitis, fovete, protegite propitiati, supplex oro[52].
Si immolavano allora le vittime e compivansi i sacrifici: il trionfatore deponeva l’alloro nelle mani della statua di Giove; quindi i prigionieri venivanotradotti al carcere Tulliano dove si facevano miseramente morire[53].
Si chiudeva l’augusta cerimonia con un lauto banchetto a spesa publica, e vi intervenivano i maggiorenti della città, all’infuor de’ consoli, acciò, osserva Valerio Massimo, il trionfatore vi serbasse la preminenza[54]. Alla plebe poi si distribuiva in segno d’allegrezza denaro. V’ebbero trionfi che durarono tre giorni, come quello di Paolo Emilio, nel quale porse commovente spettacolo il re Perseo in catene co’ suoi figliuoli, inscii, per la tenera età, della loro immensa sventura. Quello di Giulio Cesare, descrittoci da Dione Cassio, durò quattro giorni.
Il trionfo navale era suppergiù il medesimo. Solo facevasene precedere la domanda colla spedizione di una nave ricca di spoglie ed adorna d’alloro.
Il minor trionfo che dicevasi ovazione, perchè esigeva il sagrificio d’una pecora, ovis, compivasi andando il supremo duce, al quale era aggiudicato, o a piedi od a cavallo al Campidoglio, con corona di mirto in capo, con toga bianca orlata di porpora e con ramo d’ulivo in mano. Accordavasi a chi avesse riportata una vittoria su nemico disuguale, come pirati, schiavi, transfughi. Eran nella procession trionfalei tibicini, portavansi le insegne militari, le spoglie, le armi, il denaro.
I trionfatori ottenevano talvolta l’onore delle statue o dell’erezione di colonne o di un arco, l’uso della corona e della veste trionfale, il diritto alla sedia curule e cento altre prerogative.
Ma pari alla grandiosità de’ premj, era la gravità delle pene che s’infligevano a’ delinquenti militari. Severissima era la militar disciplina, e si comprende allora come la sentinella pompejana, neppur davanti ai pericoli ed all’orrore del terribile cataclisma avesse violata la consegna, ma, rimasta al suo posto, vi perisse; e la disciplina non v’ha chi ignori essere la virtù e la forza precipua degli eserciti.
Già ne’ capitoli della storia ho ricordato il formidabile esempio del giovane Manlio Torquato dannato a morte dal padre, per essersi, contro divieto, battuto con Geminio Mezio, che lo aveva sfidato; nè altrimenti aveva operato Giunio Bruto co’ proprj figliuoli, fatti trucidare da lui pel sospetto di essersi ammutinati nel campo affin di rimettere in trono i Tarquinj.
La sedizion militare e la fuga di un corpo di milizia punivasi colla decimazione, cioè collo estrarre a sorte dieci soldati in cento e mandarli a morte; e la ragione di tal pena è fornita da Cicerone:Stuatuerunt itaque majores nostri, ut si a multis esset flagitium rei militaris admissum, sortione in quosdam anima deterreretur: ut metus videlicet ad omnes, pœnaad paucos pervenerit[55]. Eravi anche la vigesimazione e la centesimazione. Se il soldato abbandonava il suo posto di guardia, se disertava per tre volte, se rendevasi colpevole di nefando delitto, di spergiuro o di falsa testimonianza, veniva dal Tribuno e da un consiglio di guerra, sempre adunato in causa capitale, condannato a morte colle verghe, e questo genere di morte chiamavasifustinarium.Fustem capiens Tribunus, scrive Polibio,condemnatum leviter tangit et delibat. Quo facto, omnes qui in castris sunt, ferientes alius fustibus, alius lapidibus, plerosque in ipsis occidunt[56].
Il latrocinio, al dir di Frontino, si puniva col taglio della mano del colpevole, e quindi gli si eseguiva la pena delfustinarium.
Si usò ne’ delitti gravi il taglio della testa colla scure; i disertori anche coll’affissione in croce.
Pene minori erano la fustigazione leggiera con dieci, venti o cento battiture, e si applicavano per codardia o per mancanze; la multa e, dove non pagata,il pegno, privandosi il soldato di parte delle armi, che doveva provvedersi con denaro proprio e si chiamavacensio hastaria.
Erano del pari punizioni militari: l’orzo dato a vece del frumento, quasi ritenuti indegni dell’alimento umano, perchè l’orzo davano a’ giumenti; la sospensione del soldo, e il soldato dicevasi alloraære dirutus; l’attendarsi fuor del vallo o del campo, e lasciato quindi più esposto al nemico; l’abito vile, o disciolto; il mutar di milizia e talvolta il rilegamento fra i bellici impedimenti ed alla custodia dei prigionieri; lo star in piedi alla cena, solendo in tempo di essa i soldati romani star seduti, e va dicendo.
Compiuta la sua ferma, o come dicevasi dai Romani,confecta stipendia, il soldato veniva congedato, e il congedo,missio, era poi di duplice natura. Dicevasi onesto,honesta missio, a chi aveva ultimato il servizio militare; causario,causaria missio, se motivato da vizio, difetto o morbo.
Era poi detto grazioso, se accordato al milite da’ comandanti per favore, ma poteva revocarsi da’ censori; ignominioso, se fosse stato determinato da crimine o delitto.
Sotto di Augusto poi vi ebbe quella specie di congedo che appellavasiexauctoratio, ed era il congedo a servizio militare compiuto, che non obbligava ad altro onere di milizia, se non alla pugna contro ilnemico, e in tal caso dicevansi veterani sifatti soldati.
Questi che ho riassunti in breve erano gli ordinamenti della romana milizia, che a compimento del quadro della vita publica de’ romani e delle città, come Pompei, che s’erano alle leggi ed alle costumanze de’ romani conformate, dovevo far conoscere al lettore.