La vedova, pena l’infamia, non poteva rimaritarsi che dopo dieci mesi dalla morte del marito; gli imperatori portarono questo tempo ad un anno.
Esisteva poi un altro modo di convivenza della donna coll’uomo autorizzata dalla legge e in ispecie dalle suddette leggi Giulia, Papia e Poppea, e dicevasi concubinato, ed aveva d’ordinario luogo fra quelle persone che non potevano sposarsi fra loro. La concubina era stata per consueto la donna di cattiva fama, la liberta o la schiava. Il concubinato tra il patrono e la liberta era il più frequente e il più protetto dalle leggi.
Or tocchiamo qualche cenno sulla patria podestà.
Il Padre era quello, dissero i romani giureconsulti, che è dimostrato tale da giuste nozze:pater est quem justæ nuptiæ demonstrant: il figlio legittimo era dunque colui che derivava da queste giuste nozze. Fuori di queste, il figlio non poteva invocare che la figliazione materna. Se vi era statoconnubium, il figlio seguiva la condizione del padre; se no, quella della madre: nel primo caso era sottomesso alla potestà del padre; ma conveniva per ciò che padre e figlio fossero e restassero cittadini romani, e allora essa podestà durava tutta la vita dell’investito, ed estendevasi a tutti i discendenti in linea diretta, senza distinzione di grado.
Aveva il padre diritto di vita e di morte sul figlio, poteva giudicarlo in caso di crimine e condannarlo,escludendo i tribunali publici; e la severità dei costumi stava mallevadrice che il colpevole non sarebbe impunito. Più tardi fu imposto a’ padri il concorso de’ magistrati nei casi gravi; ma così restò sempre il potere de’ padri, che giammai si accordasse l’azione d’ingiuria ne’ figli contro di essi.
Potevan essi vendere i figli; ma cessava il potere paterno dopo la terza vendita, per le figlie dopo la prima: i figli non perdevano però la loro qualità diingenui.
Tutto quanto i figli acquistassero era pel padre, ma esercitandone un mestiere diverso, per consueto il padre loro abbandonava quel peculio, che per altro non potevano senza il di lui consenso alienarlo a titolo gratuito o per testamento. Augusto tuttavia concesse a’ figli disporre liberamente per testamento ed anche tra’ vivi delpeculium castrense, ossia del peculio guadagnato all’armata.
Uno speciale diritto trovasi ricordato dagli storici concesso alle famiglie che fossero numerose di figliuolanza, e veniva perciò denominatojus trium, quatuor, vel quinque liberorum, o natorum, diritto, cioè, dei tre, dei quattro o dei cinque figli.
Importa se ne dica qui alcuna cosa.
A Roma, fin dal tempo della repubblica, come altrove in questa mia opera ho già scritto, le continue guerre avevano d’assai diminuito la popolazione, e tale diminuzione di cittadini era venuta crescendoin ragione diretta del lusso e della corruzione. Metello Numidico censore tenne, appunto in vista di una tale straordinaria diminuzione di popolazione, a’ suoi concittadini una allocuzione tendente ad esortarli a pigliarsi moglie, e se le parole da lui dette e riferite da Aulo Gellio furono veramente le sue, ebbe questo scrittore ragione di soggiungere che fossero poco proprie a conseguirne l’intento, perocchè enumerando esse le cure e gli inconvenienti del matrimonio, non fosse il modo più conveniente per persuaderlo. Tito Castrico invece, opinando che il linguaggio d’un censore dovesse essere ben diverso da quello di un retore, trovò che Metello avesse la sua concione debitamente conformata al soggetto. Giudichi ora il lettore a qual dei due la ragione.
«Romani — avrebbe così parlato il Censore — se noi potessimo vivere senza moglie, tutti noi eviteremmo tal noja; ma poichè la natura abbia voluto che non ci fosse dato nè vivere tranquillamente con una moglie, nè viverne senza, occupiamci allora della perpetuità della nostra nazione anzi che della felicità d’una vita che è sì corta. La potenza degli Dei è grande, ma la loro benevolenza a riguardo nostro non deve andar più in là di quella de’ nostri parenti. Questi, se noi perfidiamo nella via dell’errore, ci diseredano: che dovremmo attenderci dagli Dei immortali, se noi non imponiamo un fine a’ nostri traviamenti? L’uomo, per meritare i favori loro, non deveessere il suo proprio nemico. Gli Dei debbono ricompensare la virtù ma non darla»[87].
Ciò che le guerre esterne ed il lusso avevano incominciato, le guerre civili compirono; de’ pochi cittadini rimasti, la più parte non erano ammogliati; onde Cesare, pervenuto alla dittatura, sua prima cura era stata di studiare il modo di por freno al male. Parvegli dapprima potessero giovare le ricompense, epperò, come riferisce Svetonio, distribuì le terre della Campania fra venti mila cittadini padri di tre o più figli e vietò alle donne al disotto de’ quarantacinque anni e che non avessero nè marito nè figli di portar giojelli e di valersi di lettiga.
Dopo di lui, Augusto nel 736 u. c. pubblicò la leggeDe Maritandis Ordinibus, che ventisette anni poi si rifuse nella legge Papia Poppea, così denominata dai suoi due proponenti Marco Papio Mutilo e Quinto Poppeo Secondo, e nuovi oneri vennero imposti a quelli che non fossero ammogliati e nuovi privilegi aggiunti per contrario a’ matrimoni fecondi. De’ due consoli, a cagion d’esempio, colui che avesse avuto numero maggiore di figli prendeva pel primo i fasci; tra più candidati veniva accordata la preferenza al padre di più numerosa figliuolanza. Ma tra i più importanti capitoli di questa legge e di cui l’applicazione era la più frequente, era quello che esentavada ogni carico il padre che in Roma avesse avuto tre figli; in Italia, il padre di quattro; nelle provincie, il padre di cinque.
Altri molti privilegi erano consentiti a questojus trium, quatuor, quinque natorum, ed appetiti assai eran quelli che apportavano a chi ne fosse investito la triplice porzione di frumento nelle distribuzioni che si facevano dagli imperatori e la facoltà di sedere in un posto distinto negli spettacoli.
Pel contrario, eranvi pene per coloro che si fossero serbati celibi. Così costoro non potevano raccogliere eredità, nullo era il legato a lor favore disposto, che però devolvevasi al fisco; ed è a coteste disposizioni della legge Pappia Poppea che l’acre Giovenale allude in que’ versi:
Nullum ergo meritum est, ingrate ac perfide, nullumQuod tibi filiolus vel filia nascitur ex me?Tollis enim et libris actorum spargere gaudesArgumenta viri. — Foribus suspende coronas,Iam pater es: dedimus quod famæ opponere possis:Iura parentis habes; propter me scriberis hæres,Legatum omne capis, nec non et dulce caducumCommoda præterea jungentur multa caducis;Si numerum, si tres implevero[88].
Nullum ergo meritum est, ingrate ac perfide, nullumQuod tibi filiolus vel filia nascitur ex me?Tollis enim et libris actorum spargere gaudesArgumenta viri. — Foribus suspende coronas,Iam pater es: dedimus quod famæ opponere possis:Iura parentis habes; propter me scriberis hæres,Legatum omne capis, nec non et dulce caducumCommoda præterea jungentur multa caducis;Si numerum, si tres implevero[88].
Nullum ergo meritum est, ingrate ac perfide, nullum
Quod tibi filiolus vel filia nascitur ex me?
Tollis enim et libris actorum spargere gaudes
Argumenta viri. — Foribus suspende coronas,
Iam pater es: dedimus quod famæ opponere possis:
Iura parentis habes; propter me scriberis hæres,
Legatum omne capis, nec non et dulce caducum
Commoda præterea jungentur multa caducis;
Si numerum, si tres implevero[88].
Ma siccome non v’abbia cosa, per savia che possa essere, della quale non venga abusato; così ben presto le eccezioni a questa provvida legge divennero numerose più che non fossero le applicazioni e iljus trium natorumcon tutti gli inerenti privilegi vennero concessi anche a persone che non contassero tre figli e vivamente sollecitati.
Sappiam dagli epigrammi di Marziale come egli avesse ottenuto questo diritto dei tre figli da Tito e da Domiziano, esso annunziandolo alla moglie siccome ottenuto in mercede de’ suoi poetici studi[89]; e dalleEpistoledi Cajo Plinio Cecilio Secondo, denominato il Giovane, com’egli lo avesse sollecitato da Trajano ed anche conseguito a favore di Svetonio Tranquillo, lo storico dei Dodici Cesari.
Quanta importanza si aggiungesse a cotale diritto è agevole comprendere, oltre che dal valore dei surriferiti privilegi che vi erano annessi, dalla risposta altresì che l’Imperatore faceva a quella domanda del suo diletto Plinio e che mette conto di riferire nella fedele e buona versione del Paravia.
«Trajano a Plinio.
«Quanto sia parco nel conceder sì fatte grazie, tu lo sai certo, o mio carissimo Secondo, protestando io di continuo anche in Senato di non averne mai trapassato quel numero, che io dissi bastarmi dinanzi a quell’illustre consesso; ciò nondimeno io satisfeci al tuo desiderio, ordinato avendo che si noti ne’ miei registri, aver io conceduto a Svetonio Tranquillo il privilegio de’ tre figliuoli con le solite condizioni»[90].
Forse di questi scrupoli di Trajano, non ebbero gli altri imperatori.
La patria podestà poteva risultare anche dall’adozione, e dalla legittimazione. Quest’ultima aveva luogo quando il padre pigliava la concubina per legittima sposa, quando faceva inscrivere il figlio sulla lista de’ curiali, e quando, come poi fu disposto da Giustiniano, l’imperatore l’accordava con suo rescritto.
Quanto all’adozione, essa era altro necessario effetto di quel principio che ho già ricordato, o piuttosto dovere che vi era di perpetuare il culto domestico. Adottare, disse Cicerone nell’orazionePro Domo sua, è chiedere alla religione ed alla legge ciò che non si è potuto ottenere dalla natura; e tanto era ciò vero, che si compiva mediante una sacra cerimonia,che sembra essere stata eguale a quella che facevasi al nascere di un figlio. Così, divenendo al figlio adottato comuni col padre adottivo numi, oggetti sacri, riti e preghiere, dicevasi di luiin sacra transiit, come l’Oratore potè dire nella succitata arringaamissis sacris paternis, per rinunziare coll’adozione al domestico culto paterno. L’adottato addiveniva poi così affatto straniero alla sua antica famiglia, che morendo, il padre naturale di lui non aveva il diritto d’incaricarsi de’ suoi funerali o di condurre il mortoro, precisamente perchèadoptio naturam imitatur, come si esprimono i romani giureconsulti, e dei diritti, come degli obblighi paterni, diveniva l’adottante assuntore.
L’emancipazione era poi l’atto che sottraeva il figlio alla patria podestà, affinchè potesse accettar l’adozione. Precipuo effetto di essa era la rinunzia al culto della famiglia, nella quale s’era sortito i natali, e l’abdicazione a tutti gli inerenti doveri.Consuetudo, scrisse Servio,apud antiquos fuit ut qui in familia transiret et prius se abdicaret ab ea in qua natus fuerat[91]. Si chiamava però l’emancipazione da’ Romani, secondo Cicerone e come abbiam veduto,amissio sacrorum[92], e secondo Aulo Gellio,sacrorum detestatio[93].
Le personesui juris, che per l’età si fossero trovate incapaci d’esercitare i loro diritti, ricevevano un tutore. D’ordinario veniva designato dal padre; la madre lo poteva del pari eleggere nel testamento, ma conveniva intervenisse l’approvazione del magistrato. In difetto di tutore testamentario, la tutela passava agli agnati. La tutela de’ liberti spettava al patrono ed a’ suoi discendenti. In difetto anche di essi, devolvevasi aigentiles, cioè, come dice Cicerone citando l’autorità di Scevola, a quelli che hanno lo stesso nome e discesero da’ maggiori che mai non furono schiavi[94], e questi puro mancando, su domanda delle parti interessate, si conferiva da’ magistrati competenti. Le donne, eccettuata la madre, i pupilli, e dopo Giustiniano, i minori de’ venticinque anni, erano incapaci ad assumere la tutela. Se lo schiavo venisse per testamento nominato tutore, per ciò solo significava ch’esso veniva fatto libero, non potendo come schiavo esercitar l’ufficio di tutore.
Il tutore amministrava i beni del pupillo e completava col proprio intervento ciò che a quest’ultimo mancasse per compiere validamente i diversi atti della vita civile. Circa l’educazione del pupillo, questa non era cosa che spettasse al tutore. La tutela finiva per gli uomini a quattordici anni; la legge Pletoria accordò nondimeno l’azione penale e infamante controchi avesse abusato della inesperienza de’ minori di 25 anni.
La tutela delle femmine era d’una durata indeterminata: le Vestali però e la madre prolifica erano prosciolte dalla medesima.
Eravi anche la curatela. Il pazzo e il prodigo tenevansi incapaci di far alcun atto della vita civile; epperò o tra gli agnati o tra i gentili eleggevasi il curatore e in loro mancanza eleggevalo il pretore.
Ma nella casa romana, o pompeiana che si voglia dire, non erano soltanto codesti gli individui che vi abitavano; anzi, fin dal primo ingresso, non era nei padroni, nelle persone, cioè, che finora abbiam considerato, che si scontrava; ma nell’ostiarius, nellojanitor, nelnomenclator, nell’atriensis, ecc., in esseri infelici insomma, che la civiltà, ajutata dal Vangelo, tolse di mezzo, negli schiavi intendo dire,servi, i quali reclamano adesso da me particolari cenni.
Tutti i popoli dell’antichità avendo avuto schiavi, i giureconsulti collocarono la schiavitù fra le istituzioni del diritto delle genti. Diventando lo schiavo un membro della famiglia, e dovendo però parteciparne al culto, la sua prima introduzione in casa era accompagnata da cerimonia religiosa. Comuni ai due popoli greci e latini molti riti e consuetudini, lo schiavo entrava in famiglia mettendolo in presenza della divinità domestica: quindi gli si versava sulla testa dell’acqua lustrale e divideva collafamiglia la focaccia e le frutta. Prendeva poscia parte alle preghiere ed alle feste della casa, come Cicerone ricordò in quelle espressioniFerias in famulis habento[95], e così il focolare proteggeva pur esso, e la religione dei Lari apparteneva tanto a lui che al padrone:quum dominis, tum famulis religio Larum[96], di qui il diritto dello schiavo ad essere sepolto nel sepolcreto della famiglia.
Lo schiavo apparteneva come cosa al padrone, il quale però poteva venderlo, punirlo e uccidere perfino. Ecco il conto che ne faceva Giovenale e che riassume la generale estimazione che si aveva di essi:
Pone crucem servo. Meruit quo crimine servusSupplicium? quis testis adest? quis detulit? audi:Nulla satis de vita hominis cunctatio longa est.O demens! ita servus homo est? Nihil fecerit: estoSic volo, sic jubeo; stet pro ratione voluntas[97].
Pone crucem servo. Meruit quo crimine servusSupplicium? quis testis adest? quis detulit? audi:Nulla satis de vita hominis cunctatio longa est.O demens! ita servus homo est? Nihil fecerit: estoSic volo, sic jubeo; stet pro ratione voluntas[97].
Pone crucem servo. Meruit quo crimine servus
Supplicium? quis testis adest? quis detulit? audi:
Nulla satis de vita hominis cunctatio longa est.
O demens! ita servus homo est? Nihil fecerit: esto
Sic volo, sic jubeo; stet pro ratione voluntas[97].
Non poteva lo schiavo scendere in giudizio, non contrar matrimonio; e l’unione sua era come semplice relazione di atto e dicevasicontubernium, nomeche, secondo Columella, significava anche il domicilio di una coppia di schiavi, maschio e femmina[98].
Tuttavia ho già in addietro reso conto della legge Petronia, forse del tempo d’Augusto, perocchè non mi consti che gli scrittori ne accertassero l’epoca di sua promulgazione, e la quale comminava severe pene a chi vendesse schiavi per farli combattere contro le belve nel circo e vietava punirli di morte, senza permesso di magistrati, classificandolo anzi comecrimen publicum: qui era l’opportunità di ricordarla di nuovo.
E fu il principio d’un miglior trattamento, finchè Ulpiano ebbe a consegnare nelle sue opere questa ancor più umana sentenza:ipsi servo facta injuria inulta a prætore reliqui non debuit[99].
Nondimeno, malgrado però che la giurisprudenza riconoscesse in progresso di tempo che lo schiavo fosse un uomo, in pratica non poteva togliersi di dosso mai la qualità di schiavo, nè considerarsi eguale all’uomo libero.
Eranvi molti modi di diventare schiavo. Lo si era per nascita, quando la madre al momento del parto fosse schiava; lo divenivano i prigionieri di guerra, come già dissi altrove; i cittadini che non si prestavanoal censimento od alla leva; la persona libera che si lasciava vendere per frode onde rivendicare in seguito la libertà e finalmente, pel senato-consulto Claudiano, la donna libera che viveva in concubinato collo schiavo d’un terzo e rifiutava separarsene malgrado gli avvertimenti del padrone. I condannati a morte, alle miniere, alle bestie, al circo, diventavano schiavi della pena,servi pœnæ.
Tutto ciò che acquistava lo schiavo, l’acquistava per il padrone; ma come già narrai nel capitolo delleTabernæ, essendo la gran parte della popolazione industriale schiava, i padroni trovavano di loro convenienza di interessare i loro schiavi nei profitti delle loro industrie e di lasciar loro la libera disposizione d’un peculio, il qual valeva ad alimentare il lavoro loro. Se lo schiavo agiva in suo proprio nome, in caso di frode veniva perseguitato coll’actio tributoria; ma se agiva come mandatario del suo padrone, era obbligato come qualunque altro mandatario.
Gli schiavi si compravano sul mercato, ivi portati dagli speculatori e dai pirati e, se provenienti da nazione indipendente, godevano di miglior favore. Gli schiavi spagnuoli e côrsi costavano poco, perchè facili al suicidio per sottrarsi alla schiavitù; ma i Frigi lascivi e le gentili Milesie erano in comparazione carissimi. Fu stabilita in seguito una tariffa secondo l’età e la professione; sessanta soldi d’oro per unmedico, cinquanta per un notaio, trenta per un eunuco minore de’ dieci anni, cinquanta se maggiore.
Ho detto più sopra che anche speculatori recavano gli schiavi al mercato; ne recherò due esempj di reputati uomini: Catone li comperava gracili ed ignoranti e fatti gagliardi ed abili, li rivendeva; Pomponio Attico, l’amico di Cicerone, faceva altrettanto, per rivenderli letterati.
Nella casa gli schiavi compivano tutti gli uffizii dai più elevati agli umili;sed tamen servi, come diceva ne’ paradossi Cicerone, parlando di quelli che erano applicati a’ più nobili servigi; epperò ve n’erano varie classi.Vernæchiamavansi gli schiavi nati nella casa del padrone;ascrittitiiquelli che per lo spazio di 30 anni stavano in un campo e non potevano vendersi che col fondo;consualesquelli che servivano al Senato;ordinariiquei dell’alta servitù, e avevan sotto di essi altri schiavi;vicarii, mediastini, quelli che esercitavano opere vili nella casa. Ciascun uffizio dava il nome allo schiavo:nomenclatorera quello che ricordava ed annunziava i nomi di coloro che giungevano, ed alla cena il nome e i pregi delle vivande;ostiariusejanitoril portinajo,atriensisquello che stava a cura dell’atrio ed aveva la sorveglianza degli altri schiavi;tricliniarchasil servo principale a cui spettava la cura di ordinare le mense e la stanza da pranzo,archimagirusil maestro de’ cuochi o sovrintendente alla cucina,dispensatoril credenziere,pronusil cantiniere,viridariusetopiariuslo schiavo il cui officio particolare consisteva nell’occuparsi dell’opus topiarium, che comprendeva la coltura e conservazione delle piante e degli arboscelli, la decorazione dei pergolati e de’ boschetti,anagnostæerano i lettori,notariiolibrariigli schiavi segretari del padrone,silentiariusquel che manteneva il silenzio e impediva i rumori: per servigio poi delle dame, lajatromæaera la schiava levatrice; lecosmetæe lepsecæle schiave il cui ufficio era attendere alla toaletta delle signore ed ajutarle a vestirsi ed ornarsi, come sarebbero le nostre cameriere;sandaligerulæquelle che portavano le pantofole delle loro padrone, seguendole quando uscivan di casa;vestispicæquelle che curavano e rimendavano gli abiti della padrona;vestisplicæquelle che le custodivano, o come diremmo noi, guardarobiere;ornatricesle schiave che attendevano all’acconciatura del capo della padrona,focariala guattera, ecc.
V’erano poi ipædagogiari, giovani schiavi scelti per la bellezza della persona ed allevati nella casa dei grandi signori a’ tempi dell’impero per servir da compagni e pedissequi dei figliuoli de’ loro padroni, come anteriormente v’erano ipædagogi, che vegliavan alla cura ed agli studj de’ medesimi, iflabelliferi, giovinetti d’ambo i sessi, che portavano il ventaglio della padrona, isalutigeruliche recavano i saluti e i complimenti agli amici e famigliari del padrone; inanienanæ, pigmei cui si insegnavano musica edaltre arti per diletto de’ padroni;fatui, fatuæemorioneserano quelli idioti deformi che si tenevano per ispasso, i quali
acuto capite et auribus longisQuæ sic moventur, ut solent asellorum
acuto capite et auribus longisQuæ sic moventur, ut solent asellorum
acuto capite et auribus longis
Quæ sic moventur, ut solent asellorum
come li descrisse Marziale[100]; ilcoprea, o giullare per movere a riso; perfino gliermafroditi, che talora erano artificiali.
Nè son qui tutti, perchè il Gori nella suaDescriptio columbarii, il PignarioDe Servise il Popma,De servorum operibus, enunciassero con particolari nomi almeno ventitre specie di ancelle e più di trecento di schiavi.
Quale poi gli schiavi ricevessero trattamento, può essere immaginato, ricordando solo che Antonio e Cleopatra sperimentassero sui loro schiavi i veleni, che Pollione ne facesse gittare uno alle murene per avergli rotto un vaso murrino, e che Augusto, che di ciò lo ebbe a rimproverare, non ristasse tuttavia di farne appiccare uno che gli aveva mangiata una quaglia. Negliergastulipoi si accatastavan la notte schiavi e schiave a rifascio, i più cattivi destinati alla fatica de’ campi e incatenati, epperò detticompediti; e Seneca rammenta i molti ragazzi schiavi, che dovevanoaspettare da’ loro padroni, usciti alterati dalle orgie, infami oltraggi. Vecchi poi, od impotenti, si abbandonavano barbaramente a morire d’inedia.
Ho già detto altrove in questa opera il numero strabocchevole di essi; ma a persuaderci della quantità, giovi il citare quel detto di Seneca che avrebbesi dovuto paventar gran pericolo se gli schiavi avessero preso a contare i liberi:quantum periculi immineret si servi nostri nos numerare cœpissent[101]; ed era per avventura ad ovviare un tale pericolo, che non venne adottato che gli schiavi avessero abito particolare e distinto dai liberi. Infatti sa già il lettore, per quanto n’ebbi già a dire, delle diverse insurrezioni di schiavi e delle guerre servili che diedero grande travaglio ed a moltissimo temere di propria sicurezza e libertà a Roma.
Ma la condizione miserrima di schiavo poteva in più modi cessare. La legge rendeva libero lo schiavo che indicava l’assassino del suo padrone, un rapitore, un monetario falso, od un disertore. Claudio imperatore dichiarò libero lo schiavo che era stato vecchio ed infermo abbandonato dal proprio padrone. Così diveniva libera la donna che il padrone avrebbe voluto prostituire. Anche la prescrizione era un modo di vindicarsi in libertà. Ma il modo più comune era l’affrancamento, ed anche questo operavasi in tre guise:vindicta,censu, testamento. La prima era una rivendicazione simulata dello schiavo che il pretore abbandonava all’assertor in libertatem, rinunziando il padrone a sostenere il suo diritto; le altre due consistevano a dichiarare come affrancato lo schiavo, quando si compiva l’operazion del censimento, od a legargli la libertà per testamento. Quattro anni dopo l’era volgare, la leggeÆlia Sentiae quindici anni dopo di questa, la leggeJunia Norbanacrearono una mezza libertà per gli schiavi fatti liberti senza aver esaurite le pratiche legali.
In quanto alla formula dell’affrancamento pervindicta, consisteva nel condurre il padrone avanti il pretore od altro magistrato competente lo schiavo che voleva affrancare e ponendogli la mano sulla testa che aveva fatto prima radere, o sovr’altra parte del corpo e pronunciare le parole sacramentali: «Io voglio che quest’uomo sia libero e goda dei diritti di cittadinanza romana» e così dicendo lo faceva girar su di sè stesso come per scioglierlo colle sue mani, e il magistrato, o per lui il pretore, lo toccava tre o quattro volte colla bacchetta,vindicta, segno del potere, alla testa e con ciò restava ratificato l’atto del padrone e lo schiavo era libero. Questa che dicevasimanumissiogli conferiva i diritti di cittadino in modo irrevocabile, ma aveva vincoli indistruttibili verso il suo antico padrone. Se questi doveva difenderlo in giustizia e proteggerlo contro ogni abuso del potere; il libertodoveva personalmente a lui deferenza ed assistenza, non intentargli azione diffamatoria; venirgli in ajuto di denaro, e se lo avesse ingiuriato, veniva multato d’esiglio, e di condanna alle miniere, se avesse contro lui commesso atto di violenza, e di ricaduta in ischiavitù, se colpevole di atti più gravi.
Finalmente partecipavano alla famiglia i Clienti. Ho già altrove in quest’opera detto qualcosa di loro istituzione facendola rimontare ai tempi di Romolo: ma forse a chi considera che la clientela sussisteva dapprima in Grecia e nel restante d’Italia, parrà che essa fosse una istituzione ancora più antica. Uopo è peraltro non si confondano i clienti del primo tempo con quelli dell’epoca di Orazio. Quelli erano piuttosto una specie di servi attaccati al padrone e quindi associati alla religione ed al culto della famiglia. Avevano però le stesse cose sacre del patrono, del quale anzi dividevano il nome, quello aggiungendo della famiglia di lui. Nascevano per tal modo cotali relazioni di reciprocanza e doveri, che il patrono non poteva persino testimoniar in giudizio contro il cliente, mentre non lo fosse conteso contro il cognato, perchè costui essendo legato da vincoli solo di donna, non ha parte alla religione della famiglia, giusta il concetto di Platone che la vera parentela consiste nello adorare gli stessi dei domestici. Il patrono aveva pertanto l’obbligo di proteggere in tutti i modi il cliente, colla sua preghiera come sacerdote,colla sua lancia come guerriero, colla sua legge come giudice, e l’antico comandamento diceva: se il patrono ha fatto torto al suo cliente,sacer esto, ch’ei muoja.
I clienti del tempo d’Orazio erano invece gente che si legava alla fortuna del patrono, non propriamente servi, ma persone che speravano protezione da lui, che gli porgevano offerte e sportule e che ne assediavano la casa dai primi albori del giorno e gli facevano codazzo d’onore quando appariva in publico: ma a vero dire, per quel che ne ho detto più sopra, non c’entravano punto colla vera famiglia.
Abbiamo così passato in rassegna gli individui tutti, ed abbiamo menzionate le discipline che regolavano la famiglia; abbiamo sentito un riflesso di quanto era quel calore di vita morale che animava la casa; or vediamone gli usi e le consuetudini della vita materiale.
Già il lettore conosce come si impiegasse la giornata e la sua ripartizione generalmente accettata: conosce come il facoltoso e il patrono avessero i proprj clienti e ricevesseli fin dalle prime ore del mattino, questo comprendendo gli offici antelucani: sa del tempo degli affari, di quello del pranzo, della pratica al foro e alla basilica, del bagno, degli esercizi corporali, della cena e del passeggio, per quanto ne ho già detto in addietro; resta a completarsi il quadro domestico, col far assistere il lettore al triclinio, additandogli,come si costituisse, che cosa vi si mangiasse, cosa il rallegrasse; col dirgli degli abiti degli uomini e poscia co’ sollevare la cortina del gineceo, per farlo spettatore della toletta d’una dama pompejana, e quando dico pompejana, dico anche romana, perocchè si sappia — e l’ho già più volte ripetuto — che uomini e donne delle provincia e delle colonie si fossero perfettamente conformati ai costumi ed abitudini dell’urbe, della città, cioè, per eccellenza, Roma.
Vi sarebbe tutto un trattato a comporre per dire convenientemente dei pasti e banchetti de’ Romani, sì publici che privati, e infatti la nostra letteratura vanta fra i testi di lingua le lezioni di Giuseppe AveraniDel vitto e delle cene degli antichi[102], delle quali mi varrò alquanto pur io in queste pagine, e malgrado la molta erudizione di lui e il sapere, non fu tutto da lui scritto nell’argomento. Io vedrò modo di riassumere in breve quello che meglio importi di sapere.
Anzi tutto non posso passarla dallo accennare come il pasto si ritenesse l’atto religioso per eccellenza. Opinione eguale o di poco difforme è quella di parecchi padri della Chiesa Cristiana, che dissero che mangiare è pregare e che pur il soddisfare a queste necessarie pratiche abbiasi a fare alla maggior gloria di Dio. Era inteso che a’ domestici prandj intervenissesempre il genio tutelare della casa, i lari o penati che si voglian dire. Era il focolare che aveva cotto il pane e preparati gli alimenti; così a lui si doveva una preghiera tanto al principio che alla fine del pasto. Prima di esso si deponevano sull’altare le primizie del cibo, prima di bere si spargeva la libazione del vino. Era la parte dovuta al dio. Erano antichissimi riti: Orazio, Ovidio, Petronio cenavano ancora davanti al loro focolare e facevano la libazione e la preghiera[103].
Come in tutti i popoli primitivi, anche i primi Romani eran sobrii e frugali, paghi della sola polenta, ciò che in seguito si tenne per indizio di barbarie:
Non enim hæc pultiphagus opifex opera fecit barbarus[104]
Non enim hæc pultiphagus opifex opera fecit barbarus[104]
Non enim hæc pultiphagus opifex opera fecit barbarus[104]
e dopo, la questione del mangiare venne poco a poco così crescendo, da costituire una preoccupazione continua della loro esistenza, ed anzi da considerare i varii pasti come altrettanti atti di pietà. È inutile osservare come in questo punto di religione fossero esatti e scrupolosi osservatori. Ebbero quindi il pasto del benvenuto pel viaggiatore che arrivava; quello d’addio pel viaggiatore che partiva;banchetto di condoglianza nove giorni dopo i funerali, banchetto dopo i sacrificj, banchetto anniversario della nascita, banchetto d’amici, di famiglia, di cortigiani, insomma banchetti per tutte le occasioni. Persino la gioventù, la procace gioventù romana, tanto dedita alle lascivie, al dir di Orazio, era tuttavia ancor più ghiottona:
Donandi parca juventusNec tantum Veneris, quantum studiosa culinæ[105].
Donandi parca juventusNec tantum Veneris, quantum studiosa culinæ[105].
Donandi parca juventus
Nec tantum Veneris, quantum studiosa culinæ[105].
Tanto, in una parola, si trasmodò, che si dovette dal governo imporre de’ freni alla gola. Già ho detto più sopra che fosse obbligatorio il cenare a porte aperte sotto gli occhi di tutti; poi le leggi Orchia, Fannia e Didia e Licinia, Anzia e Giulia prescrissero il numero di convitati e la spesa dei banchetti privati, e il genere delle vivande, esclusa l’uccellagione. Tiberio allargò meglio la mano e lasciò che le spese fossero alquanto maggiori; ma con tutti questi freni, ognun sa quanto lusso e quanta spesa si facesse da’ facoltosi romani. Basti per tutti rammentare L. Lucullo. Egli aveva diversi cenacoli, e ognuno di essi importava una determinata spesa quandovi si doveva cenare. Quando ciò seguiva e. g. nella sala d’Apollo, era prefisso che la cena costar dovesse trentaduemila lire della moneta di oggi. Che si dirà poi de’ pazzi imperatori che, morta la republica, ressero le sorti romane? Caligola in una cena gittò un milione e cinquecentosessantaduemila lire delle nostre, il tributo cioè di tre provincie; Nerone e Vitellio intimavano cene a’ loro cortigiani che costavano circa settecentomila lire, e quel più pazzo imperatore che fu Eliogabalo non ispendeva meno di lire sedici mila nella cena di ciascun giorno.
L’asciolvere chiamavanlo essijentaculume facevanlo al mattino; il pranzo,prandium, che sarebbe piuttosto la nostra seconda colazione, seguiva all’ora sesta del giorno, cioè sul meriggio; per taluni ghiottoni e per gli operai eravi più tardi lamerenda, specie di colazione che di poco precedeva lacœna, che era il pasto più abbondante della giornata, il nostro pranzo odierno, verso l’ora nona o la decima, cioè tra le tre e le quattro pomeridiane; ciò che non toglieva che molti vi facessero succedere anche lacommissatio, colazione notturna, quella che noi chiamiamo la cena.
Poichè siam sull’argomento del mangiare, credo dir qualcosa dapprima de’ conviti publici de’ Romani, quantunque, a vero dire, non si contenga ciò nell’argomento delle case, di cui principalmente trattiamo.
Si facevano essi da’ sacerdoti, da’ magistrati e poi si fecero talvolta dagli imperatori.
I primi si chiamavanoadiciali, perchè s’aggiungevano a’ banchetti consueti molte vivande e avvenivano allora che i sacerdoti imprendevano l’ufficio. Le più sontuose eran quelle de’ Pontefici, come è detto in Orazio:
Absumet heres cœcuba digniorServata centum clavibus, et meroTinget pavimentum superboPontificum potiore cœnis[106].
Absumet heres cœcuba digniorServata centum clavibus, et meroTinget pavimentum superboPontificum potiore cœnis[106].
Absumet heres cœcuba dignior
Servata centum clavibus, et mero
Tinget pavimentum superbo
Pontificum potiore cœnis[106].
Nè minori eran quelle de’ Salii, testimonio lo stesso Orazio:
. . .nunc SaliaribusOrnare pulvinar DeorumTempus erat dapibus, sodales[107].
. . .nunc SaliaribusOrnare pulvinar DeorumTempus erat dapibus, sodales[107].
. . .nunc Saliaribus
Ornare pulvinar Deorum
Tempus erat dapibus, sodales[107].
Imbandivano le cene i magistrati al popolo quando conseguivan la carica, come ho già fatto conoscere ne’ capitoli del teatro, e come nota Cicerone nella quarta Tusculana in quelle parole:Deorum pulvinaribus, et epulis magistratuum fides præcinunt[108]. Averani ricorda che Marco Crasso sublimato al consolato, sacrificando ad Ercole, apparecchiasse diecimila tavole, onde i convitati non dovessero essere meno di cencinquantamila.
Più superbi e costosi erano i banchetti offerti al popolo da’ trionfanti. Prima però si convitavano i soli amici, come nel libroDelle Guerre Cartaginesiscrisse Appiano, parlando di Scipione, che arrivato in Campidoglio, terminò la pompa del trionfo, ed egli, secondo il costume, banchettò quivi gli amici nel tempio. Lucio Lucullo distribuì al popolo oltre a diecimila barili di vino greco, allora in gran pregio, che si beveva parcamente, e ne’ più lauti conviti una volta sola. Giulio Cesare, che menò cinque magnificentissimi trionfi, banchettò sempre il popolo, e in quelli che furono dopo il ritorno d’Oriente e di Spagna imbandì ventidue mila tavole o triclini, come riferisce Plutarco, con isquisite vivande e preziosi vini, sedendovi, cioè, non meno di trecentotrentamila persone. Plinio, in aggiunta di questo trionfoe di quello di Spagna e nel terzo consolato afferma cheCæsar dictator triumphi sui cœna, vini Falerni amphoras, Chii cados in convivia distribuit. Idem Hispaniensi triumpho Chium, et Falernum dedit. Epulo vero in tertio consulatu suo Falernum, Chium, Lesbium, Mamertinum[109].
Svetonio poi ricorda di lui che banchettasse il popolo anche in onoranza della morte della propria figliuola.
In quanto agli imperatori, si sa di Tiberio che mandando a Roma gli ornamenti trionfali, banchettò il popolo, e Livia e Giulia banchettarono le donne: si sa degli altri che convitavano i senatori, cavalieri e magistrati nella loro esaltazione, come Caligola e Domiziano, secondo cantò Stazio:
Hic cum Romuleos proceres, trabeataque CæsarAgmina mille simul jussit discumbere mensis[110].
Hic cum Romuleos proceres, trabeataque CæsarAgmina mille simul jussit discumbere mensis[110].
Hic cum Romuleos proceres, trabeataque Cæsar
Agmina mille simul jussit discumbere mensis[110].
V’erano anche, oltre i surriferiti, de’ banchetti di cerimonia, dettiepulæ, ma erano, a vero dire, banchetti sacri, dati in onore di numi in certe festereligiose. Dicevansitriumviri æpulonesi sacerdoti incaricati di tali banchetti. Silla e Cesare istituirono poi, il primo de’ settemviri, il secondo dei decemviri, onde ammanire siffatti banchetti sul Campidoglio in onore di Giove.Dapesappellavansi più propriamente gli alimenti che durante la festa s’offrivano agli dei.
Veniamo ora alle cene private.
Tricliniumchiamavasi, come già sa il lettore, la sala da pranzo, e le mense costituivansi di tre letti,lecti tricliniares, riuniti insieme in guisa da formare tre lati di un quadrato, lasciando uno spazio vuoto nel mezzo per la tavola e il quarto lato aperto, perchè potessero passare i servi a porre su quella i vassoi. V’erano anche i biclinii o lettucci da adagiarvisi due persone a’ lor desinari, e Plauto menziona ilbicliniumnella commediaBacchides, atto IV, sc. 3, vv. 84-117.
Diverse stanze tricliniari si scoprirono, come vedemmo, in Pompei, quasi tutte piccole ed offriron la particolarità che, invece di letti mobili, avessero stabili basamenti per adagiarvisi i convitati.
Questi triclinii ammettevano raramente molte persone: sette il più spesso, nove talvolta; onde il vecchio proverbioSeptem convivæ, convivium; novem, convicium; ossia: sette, banchetto; nove, baccano.
Ecco, ad esempio, la forma deltriclinium, o tavola, e la distribuzione del banchetto di Nasidieno, secondo la descrizione che ne è fatta nella satira VIII del libro II d’Orazio:
Da ciò si vede, come non sedessero, ma giacessero a tavola, e per istare alquanto sollevati si appoggiavano col gomito sinistro al guanciale. Solo le donne stavano prima assise, ma poi imitarono presto gli uomini: i figli e le figlie pigliavano posto a piè del letto; ma sino all’epoca in cui ricevevano la toga virile restavano assisi.
Queste mense erano spesso di preziosa materia e di ingente lavoro. Così le descrive Filone nelTrattato della vita contemplativa, citato dall’Averani: «Hanno i letti di tartaruga o di avorio, o d’altra più preziosa materia, ingemmati per lo più, coperti con ricchi cuscini broccati d’oro e mescolati di porpora o tramezzati con altri vaghi e diversi colori per allettamento dell’occhio.» — Che ve ne fossero anche d’oro lo attesta Marziale nel libro III de’ suoiEpigrammi, epigr. 31:
Sustentatque tuas aurea mensa dapes[111].
Sustentatque tuas aurea mensa dapes[111].
Sustentatque tuas aurea mensa dapes[111].
Eguale era la ricchezza nelle altre suppellettili e nei vasi: usavano bicchieri e coppe di cristallo egizii e di murra, — che molti dotti e gravi scrittori reputano possa essere stata la porcellana, ciò potendosi confermare coi versi di Properzio:
Seu quæ palmiferæ mittunt venalia ThebæMurrheaque in Parthis pocula cocta focis[112], —
Seu quæ palmiferæ mittunt venalia ThebæMurrheaque in Parthis pocula cocta focis[112], —
Seu quæ palmiferæ mittunt venalia Thebæ
Murrheaque in Parthis pocula cocta focis[112], —
tazze d’argento e d’oro, cesellate o sculte mirabilmente e tempestate di gioje e il vasellame tutto di non dissimil lavoro.
Nè bastavano queste preziosità, perocchè si giungesse anche a disporre le soffitte de’ triclini in modo che si rivolgessero e rinnovassero, come si adoprerebbe da noi degli scenari in teatro, e l’una appresso all’altra si succedesse ad ogni mutar di vivanda. Ce lo dice Seneca:Versatilia cœnationum laquearia ita coagmentat, ut subinde alia facies, atque alia succedat et toties tecta quoties fercula mutentur[113]. Come reggessero a tutte queste infinite portate, ciascunaricca di molte vivande, lo spiega l’invereconda costumanza, pur menzionata da Cicerone ad Attico, di provocarsi con una piuma il vomito.
Poichè sono a dire de’Fercula, o portate, uopo è sapere fossero essi come barelle piene di piatti di diverse vivande. Petronio, nelSatyricon, alla cena di Trimalcione, ne descrive una che conteneva dodici statue, da’ nostri scalchi addimandate trionfi, ciascuna delle quali portava varii piatti. Ma Eliogabalo, scrive Averani, siccome uomo per golosità e prodigalità sovr’ogn’altro mostruoso, in un convito mutò ventidue volte la mensa di vivande: e vuolsi osservare che ciascheduna muta di vivande era per poco una splendida cena; e però ogni volta si lavavano, come se fosse terminata la cena. Questi ventidue serviti rispondevano alle lettere dell’alfabeto, venendo in tavola prima tutte le vivande, delle quali i nomi cominciano perA, e poscia quelle i cui nomi principiano perBe simigliantemente le susseguenti fino a ventidue. Si legge una simile bizzarria nelle cene di Geta; e pare che Giovenale per avventura accennasse che l’usassero i golosi del suo tempo, scrivendo nella satira undecima: