Inscia quod crimen viderunt lumina plectorPeccatumque oculos est habuisse meum[179]
Inscia quod crimen viderunt lumina plectorPeccatumque oculos est habuisse meum[179]
Inscia quod crimen viderunt lumina plector
Peccatumque oculos est habuisse meum[179]
e l’altro:
Perdiderint cum me duo crimina: carmina et error[180],
Perdiderint cum me duo crimina: carmina et error[180],
Perdiderint cum me duo crimina: carmina et error[180],
ed altri ancora, e l’Ermolao che vagliò a fondo la questione, così stabilisce nel modo che segue i fatti, che io pure riferendo, credo illustrare ognor più le nozioni storiche della prostituzione.
Il giovane Postumo Agrippa, nipote di Augusto, era stato in pena delle sue stramberie relegato verso la fine dell’anno di Roma 761 dall’avo in Sorrento. Giulia, sorella di lui, giovane donna al pari della madre di coltissimo ingegno e di questa al pari sfrenatissima ne’ costumi, veniva pure pei molteplici adulterii esiliata da Augusto nell’isola di Tremiti dapprima e poscia sul continente. Arbitra dunque la moglie di Paolo Emilio delle proprie azioni, non ci meraviglia che le prendesse desiderio di visitare in Sorrento il giovane fratello, che forse da due anni ella non aveva veduto.
E non ripugna alla ragione, scrive l’Ermolao Federico, che a quella visita il vecchio Augusto consigliasse la nipote, acciocch’ella potesse conoscere l’indole feroce del giovinetto; o per lo meno vi acconsentisse. Comunque ciò fosse, non poteva al certo quel divisamento rimanere ascoso alla Livia, alla quale stava troppo a cuore tuttociò che riguardava il giovane Agrippa, che quantunque allora in disgrazia dell’avo, pure era il solo che avesse potuto contrastare al suo diletto Tiberio la successione al trono imperiale. Nè credette forse opportuno di porre impedimento a quella visita, sperando anzi che dalla unione di quei due capi sventati fosse per uscirne un qualche grave disordine favorevole a’ suoi disegni: riserbandosi però l’usato diritto di spiarne tutte le mosse attentamente.
Essendo Ovidio familiarissimo della giovane Giulia, come può credersi di uomo famoso per le opere del poetico ingegno e per la gentilezza de’ costumi, e che trovavasi allora in età abbastanza avanzata per poter esser considerato quasi a lei padre, non è maraviglia ch’ella il prendesse a compagno in quel viaggio, proponendosi forse nel suo bizzarro pensiero che l’animo rozzo e brutale del giovane relegato potesse inclinare a gentilezza, udendo forse per la prima volta la dolcezza dei versi di quel provetto maestro dei teneri amori. Il giovane prigioniero, annoiato dalla lunga solitudine, accoglie lietamente gliospiti amabili. Siedono a lauta mensa in numero non maggiore delle Grazie ed allontanata l’incomoda turba di servi, il precettore degli amori viene eccitato dalla Giulia a recitare innanzi al rustico giovinetto quei versi che gli procacciarono tanta fama presso al gentil mondo romano. In mezzo agli spumanti bicchieri, il poeta s’abbandona liberamente a tutte le ispirazioni della Sotadica musa[181]. Gode la Giulia di osservare il rustico fratello commoversi ad amabili sensazioni, e non che reprimerle, le fomenta. Troppo tardi il poeta s’accorge del periglioso effetto de’ suoi versi, imperciocchè gli sfrenati giovani tra le fiamme di Venere e di Bacco, spinti inoltre dalla pravità dell’indole loro, non rispettano la presenza del vecchio cantore per differire ad altro momento lo sfogo de’ loro infami desiderj.
Questo fu il delitto al qual Ovidio trovossi mal suogrado testimonio, e del quale a lui ripugnò farsi per avventura ad Augusto delatore.
Le tante ragioni che rendono probabile questa essere stata la causa della sua disgrazia chi vuol conoscere parte a parte, vegga i suddetti discorsi di Ermolao Federico, che l’Antonelli di Venezia mandò inanzi alla sua edizione dei volgarizzamenti dei poemi d’Ovidio col testo a fronte.
Progredendo a dire dellefamosæde’ poeti, non lascerò senza menzione la Citeride di Cornelio Gallo, figliuola forse di quella Citeride che amò Giulio Cesare, e alle libere comessazioni della quale non isdegnò il grave Marco Tullio Cicerone di intervenire conviva, e che Gallo cantò sotto il nome di Licori, perocchè omai uopo sia riconoscere che fosse un vezzo di sostituire ai veri, nomi supposti ne’ carmi che dovevano correre per le mani del pubblico. Ma eguale sventura che agli altri poeti, toccò in amore anche a Gallo. Reduce dalla guerra coi Parti e ferito, non trovò più fedele la sua Licori, ch’egli aveva sì amorosamente cantato: onde cercò allora altri affetti nelle due sorelle Genzia e Cloe, poi nella giovinetta Lidia leggiadra e ingenua; ma per quanto si studiasse di esaltarne i pregi, mai i nuovi amori non raggiunsero la forza del primo, fenomeno consueto in codesta passione, che ricusa ogni logica di ragionamento. È un vero peccato che il poema in quattro canti sugli amori per Licori non sia giunto infino a noi, se veramenteha meritato che Quintiliano ne paragonasse l’autore a Tibullo, a Properzio ed Ovidio e del suo vivente godesse dell’universale rinomanza come degno di star fra costoro. Anche le poche poesie che a lui sono attribuite, son soggetto di molte controversie tra i filologi, e la parte che gli è attribuita con meno di inverosimiglianza consiste in una elegia, della quale parecchi versi sono per soprammercato taluni incompiuti e taluni distrutti ed in tre soli epigrammi.
Le Delie, le Lesbie, le Neere, le Corinne, le Cinzie e le Lidie se ispirarono canti leggiadri a’ loro poeti amanti, strapparono altresì da essi imprecazioni e maledizioni, che ci sono pervenute del pari ne’ loro mirabili versi.
Accennai delle infedeltà di Lesbia a Catullo: l’infelice poeta invocava dagli Dei d’essere liberato da questo amore che chiamava la sua peste, perocchè tanto più sentiva d’amarla, quanto meno sentiva di stimarla:
Nulla potest mulier tantum se dicere amatamVere, quantum a me, Lesbia, amata mea es.Nulla fides ullo fuit umquam fœdere tanta,Quanta in amore tuo ex parte reperta mea est.Nunc est mens adducta tua, mea Lesbia, culpa,Atque ita se officio perdidit ipsa pio;Ut jam nec bene velle queam tibi, si optima fias,Nec desistere amare, omnia si facias[182].
Nulla potest mulier tantum se dicere amatamVere, quantum a me, Lesbia, amata mea es.
Nulla potest mulier tantum se dicere amatam
Vere, quantum a me, Lesbia, amata mea es.
Nulla fides ullo fuit umquam fœdere tanta,Quanta in amore tuo ex parte reperta mea est.
Nulla fides ullo fuit umquam fœdere tanta,
Quanta in amore tuo ex parte reperta mea est.
Nunc est mens adducta tua, mea Lesbia, culpa,Atque ita se officio perdidit ipsa pio;
Nunc est mens adducta tua, mea Lesbia, culpa,
Atque ita se officio perdidit ipsa pio;
Ut jam nec bene velle queam tibi, si optima fias,Nec desistere amare, omnia si facias[182].
Ut jam nec bene velle queam tibi, si optima fias,
Nec desistere amare, omnia si facias[182].
La Cinzia, tuttochè la provai gelosa e colta e stimata da Properzio non solo, ma pur dagli altri illustri di allora; non ne procacciò meno colle sue incostanze gli sdegni, e senza dir delle altre elegie, nelle quali sfoga i suoi risentimenti contro di lei, leggasi l’elegia XXV del Lib. III, che altro non è che un addio di maledizione ch’egli le manda per averlo reso la favola di tutti.
Bastino al mio proposito questi versi:
Risus eram positis inter convivia mensisEt de me poterat quilibet esse loquax[183].
Risus eram positis inter convivia mensisEt de me poterat quilibet esse loquax[183].
Risus eram positis inter convivia mensis
Et de me poterat quilibet esse loquax[183].
Delle querimonie per i rigori di Delia e di Glicera e di Nemesi son piene le elegie di Tibullo; equelle di Cornelio Gallo per l’infedeltà della Licori, e in difetto del suo poema, che perì come dissi, dobbiamo starcene alle allegazioni di Donato biografo di Virgilio, di Servio scoliaste di Virgilio stesso e di Quintiliano.
Ma chi più di tutti lasciò imperituri monumenti d’ira e di maledizione per le amanti sue, è Orazio Flacco, il più epicureo de’ poeti latini, ma in ricambio principe della lirica della sua lingua.
Se non che Orazio, che aveva detto amare la facile Venere e le cortigiane più alla mano e sguaiate:
. . . .namque parabilem amo Venerem facilemqueIllam, post paulo, sed pluris, si exierit vir[184],
. . . .namque parabilem amo Venerem facilemqueIllam, post paulo, sed pluris, si exierit vir[184],
. . . .namque parabilem amo Venerem facilemque
Illam, post paulo, sed pluris, si exierit vir[184],
parmi avrebbe perciò appunto dovuto essere più ragionevole e attendersi queste infedeltà ed epicureo com’era, volando da questa a quella simpatia, appare assurdo che pretender volesse da quelle donne costanza negli amori.
Seguendo i suoi carmi, si può ritessere la storia della sua vita voluttuosa ed erotica. La prima chesi affacci è Neera, che tenne per oltre un anno, ed era valente cantatrice. Povero scriba e non anco famoso per le sue poesie e non ancora protetto da Mecenate discendente da atavi regi, nè però avendo di che pagarla, tornava assai difficile legarla a sè con vincolo di costanza e da lei abbandonato per correre agli amplessi di più facoltoso, si fa di necessità virtù e se ne ricatta predicando egual sorte al proprio successore.
Cominciando poi a farsi conoscere letterariamente, gli avvenne di stringere conoscenza con una illustre patrizia, della quale non si sa il nome, ma pare che putisse alquanto di poesia come di dissolutezza. Costei seppe accalappiarlo e l’ebbe alcun tempo nella sua soggezione, finchè egli seppe scuoterne il giogo e quand’ella a ricuperarlo si faceva a ingiuriare la nuova amante di lui, questi allora ne rintuzzò gli strali co’ più sanguinosi epigrammi.
Poi è alla buona Cinara che volge il suo cuore e di lei si rammenta anche quando le brine dell’età presero a imbiancarle il capo. Ma egli l’abbandonava per cedere agli artifici di Gratidia, bella, ma vile profumatrice e saga, che spacciava filtri afrodisiaci ed esercitava magia, ma che però non seppe valersene tanto da rattenerlo a lungo. Egli anzi, per sottrarsi a tutti i suoi maleficj, la designò a comune disprezzo, rivelandone co’ suoi terribili versi le esecrabili pratiche libidinose all’Esquilino, e le turpitudinitutte sotto il nome di Canidia, che quind’innanzi per lui passò nel volgare linguaggio come sinonimo di avvelenatrice, accusandola perfino che a’ suoi nemici ella cercasse propinare veleno, del quale egli, che le si era nimicissimo dichiarato, non ne morì per altro:
Canidia, Albuti, quibus est inimica, venenum[185].
Canidia, Albuti, quibus est inimica, venenum[185].
Canidia, Albuti, quibus est inimica, venenum[185].
La dipintura ch’egli ne fa nellaSatiraVIII, lib. I è orribile: sarebbe troppo lungo il riferirla.
Ebbe di poi Inachia, quindi Lice tirrena, che molto amò e alla porta della quale, facile per tutti, rigorosa a lui, sollecitò lungo tempo i favori e sembra inutilmente; ma dopo alcun tempo, venuta meno la di lei bellezza, prese a vituperarla. Sfiorò appena l’amore di Pirra, senza neppure commoversi nel sorprenderla in braccio ad altro giovane amatore. Delirò poi per la giovinetta Lalage, liberta e amante del suo amico Aristio Fusco; poscia per Giulia Varina, liberta della famiglia Giulia e che cantò sotto il nome di Barina.
Dichiarò a Tindaride cantatrice vaghissima la sua passione e le profferse il suo cuore; ma la madre di lei, amica di Gratidia, volle sconsigliarla dall’accoglierlo,come quegli che sì indegnamente avesse trattato coll’amica sua, esponendola alla universale abominazione: onde il poeta pensò ammansar la ritrosa, esaltandone la bellissima madre e riuscì.
Dalla vezzosa Tindaride passò a Lidia che gli fu resa più appetibile dalla concorrenza di Telefo, a cacciarle il quale dal cuore, non valsero consigli e carmi; che anzi conseguì contrario effetto, perchè fu messo alla porta. Non si diè ciò malgrado per vinto ancora e curato che Telefo fosse alla sua volta scalzato da Calaide, ritornò a lei e seguì infatti la riconciliazione. L’interregno non lo aveva tuttavia tenuto inoperoso; esercitò gli affetti con Mirtale liberta, indi con Cloe, la bella schiava di Tracia.
Ma Lidia tornò a Calaide e Orazio a Cloe, che presto abbandonò per Fillide liberta di Santia, e questa pure per la Glicera, ch’era stata, come vedemmo, di Tibullo. Ed ammalò anzi per lei per irritabilità di nervi e a lei sagrificò parecchie delle passate amanti, vituperandole ne’ suoi versi, giusta il suo mal vezzo, spesso diviso dalgenus irritabile vatum[186], lo che non impedì che venisse dall’attempata cortigiana un bel dì congedato.
Volle ritornare a Cloe, ma ne fu dispettato, perocchè ella si fosse invaghita di Gige, che alla suavolta correva presso di Asteria, e Orazio, a vendicarsi del rifiuto, incoraggiava co’ suoi carmi gli amori di Gige ed Asteria.
Si volse allora a Lida, auletride, ma l’amore che li stringe qualche tempo risente dell’età, la qual più si piace dell’orgia che non del tenero sentimento, e con questa passione tutt’altro che gentile chiuse l’immortale poeta degli Epodi e delle Satire la poco dicevole carriera de’ suoi amori libertini.
Più inanzi dirò di altri più depravati gusti di Orazio, ch’ei divideva d’altronde coll’età ed anche cogli altri poeti più teneri e sentimentali, come quelli che prima di lui ho ricordato; con ciò vedendosi come al libertinaggio del tempo, in essi si congiungesse quello di una più ardente fantasia.
Dovendomi ora arrestare in questo storico compendio della romana prostituzione a dire degli uomini e delle cose infino all’epoca della catastrofe pompejana, con che per altro ritraesi più che abbastanza per fornirne quasi completo il quadro, tutto il restante non essendo che varianti di epoca e di nomi, non mi posso dispensare dall’accennare a Petronio Arbitro, ed a Marziale, delSatyricondel primo e degliEpigrammidel secondo già m’occorse di allegare in quest’opera l’autorità, da che que’ due volumi costituiscano, colle storie di Tacito e di Svetonio, i documenti più autentici e irrecusabili della romana dissolutezza al tempo dell’impero.
Sa già il lettore essere ilSatyricondi Tito Petronio Arbitro un romanzo, o dipintura dei tempi e de’ costumi della Roma dell’impero, e l’universale consenso de’ commentatori ed interpreti ha determinato, sulla fede di Tacito, che Nerone ne sia il protagonista sotto il nome di Trimalcione, uomo estremamente appassionato d’ogni sorta di voluttà e fornito di vivacità e di cognizioni confusamente ammassate. Avendo Petronio avuto il sopranome di Arbitro, perchè fosse a comune notizia esser egli il direttore de’ piaceri del Principe, può farsi agevolmente ragione ognuno se viva e verace dovesse riuscire la descrizione ch’egli ha fatto di essi.
Marco Valerio Marziale venuto verso l’anno 40 dell’era volgare dalla nativa sua Bilbili — piccola città della Spagna nel regno d’Aragona e poco lungi dalla moderna Calatayud — a Roma, ebbe eziandio forse nella sua concittadina Marcella, della quale celebra l’ingegno, le grazie e la gentilezza nell’Epigramma21 del lib. XII, la suafamosa, se pure ella non fosse, come opinò lo Scaligero, la moglie sua. Ma di questa Marcella non sappiamo di più dalle indiscrezioni del poeta, all’infuori che nella villa di lei egli andasse a passare gli ultimi suoi anni. Della moglie poi che realmente egli ebbe, se in più d’un epigramma ne parlò, e se Domiziano gli ebbe a concedere in mercede de’ suoi poetici studi il così detto diritto dei tre figli, il che implicava la concessione di diversi privilegi,come già ebbi ad esporre nel capitolo antecedente delle Case, trattando della famiglia, ed egli, il poeta, togliesse da ciò pretesto per congedarla:
Natorum mihi jus trium rogantiMusarum pretium dedit mearum,Solus qui poterat: valebis uxor:Non debet domini perire munus[187].
Natorum mihi jus trium rogantiMusarum pretium dedit mearum,Solus qui poterat: valebis uxor:Non debet domini perire munus[187].
Natorum mihi jus trium roganti
Musarum pretium dedit mearum,
Solus qui poterat: valebis uxor:
Non debet domini perire munus[187].
Il volume degliEpigrammidi Marziale ribocca di oscenità, quantunque non lo disdegnassero perfino le matrone padovane, che andavano celebrate per castigatezza di morale, e così aperte e senza velo esse sono, che il Pontano ebbe ragione di dire che taluni epigrammi sono tanto impudenti e inverecondi, che neppure sveglino concupiscenza. Avviene infatti lo stesso delle pitture e delle statue, che meno impudiche appajono quando rappresentino senza adombramento di sorta il nudo, mentre, pel contrario eccitino vieppiù a lascivia, se qualche parte appena della figura sia dall’artefice lasciata ignuda.
Nondimeno, ripeto, in questi brevi componimenti sono ricordate tutte le forme di libidini famigliari a quel tempo depravato, e l’italiano traduttoreinfatti, — il cavaliere P. Magenta — pel maggior pudore della lingua nostra, com’egli avvisa, dovette omettere espressioni od usare circolocuzioni, o sostituirvi anche sentimenti proprii, a palliare l’osceno.
Aveva allora veramente ragione Turno, il poeta satirico del tempo di Marziale, quando lamentava nel suo poemaIn Musas infames(del quale non abbiamo sventuratamente che un frammento), che la poesia e i poeti contribuissero a tutta questa depravazione, rilegando le vergini muse al Lupanare. Sola reliquia e di breve proporzione di quel disdegnoso poeta, stimo riesca gradito al lettore il presentargliene il testo e in nota l’intero volgarizzamento, da me stesso espressamente condotto. È d’altronde così strettamente connesso al tema che svolgo nel presente capitolo, che parmi vi abbia tutta l’opportunità.
IN MUSAS INFAMES[188].Ergo famem miseram, aut epulis infusa venenaEt populum exsanguem, pinguesque in funus amicos,Et molle imperii senium sub nomine pacis,Et quodcunque illis nunc aurea dicitur ætas,Marmoreæque canent lacrymosa incendia Romæ,Ut formosum aliquid, nigræ et solatia noctis.Ergo re bene gesta, et leto matris ovantem,Maternisque canent cupidum concurrere Diris,Et Diras alias opponere, et anguibus angues,Atque novos gladios, pejusque ostendere letum!Sæva canent, obscena canent, fœdosque hymenæosUxoris pueri, Veneris monumenta nefandæ!Nec Musas cecinisse pudet, nec nominis olimVirginei, famæquæ juvat meminisse prioris.Ah! pudor exstinctus, doctæque infamia turbæ.Sub titulo prostant: et quis genus ab Jove summo.Res hominum supra evectæ, et nullius egentes,Asse merent vili, ac sancto se corpore fœdant.Scilicet aut Menæ faciles parere superbo,Aut nutu Polycleti, et parca laude beatæ;Usque adeo maculas ardent in fronte recentes,Hesternique Getæ vincla et vestigia flagri.Quin etiam patrem oblitæ et cognata deorumNumina, ed antiquum castæ pietatis honorem.Proh! Furias et monstra colunt, impuraque turpisFacta vocant Titii mandata, et quidquid Olympi estTranscripsere Erebo. Jamque impia ponere templa,Sacrilegasque audent aras, cœloque repulsosQuondam Terrigenas superis imponere regnis,Qualicet, et stolido verbis illuditur orbi.
IN MUSAS INFAMES[188].
IN MUSAS INFAMES[188].
Ergo famem miseram, aut epulis infusa venenaEt populum exsanguem, pinguesque in funus amicos,Et molle imperii senium sub nomine pacis,Et quodcunque illis nunc aurea dicitur ætas,Marmoreæque canent lacrymosa incendia Romæ,Ut formosum aliquid, nigræ et solatia noctis.Ergo re bene gesta, et leto matris ovantem,Maternisque canent cupidum concurrere Diris,Et Diras alias opponere, et anguibus angues,Atque novos gladios, pejusque ostendere letum!Sæva canent, obscena canent, fœdosque hymenæosUxoris pueri, Veneris monumenta nefandæ!Nec Musas cecinisse pudet, nec nominis olimVirginei, famæquæ juvat meminisse prioris.Ah! pudor exstinctus, doctæque infamia turbæ.Sub titulo prostant: et quis genus ab Jove summo.Res hominum supra evectæ, et nullius egentes,Asse merent vili, ac sancto se corpore fœdant.Scilicet aut Menæ faciles parere superbo,Aut nutu Polycleti, et parca laude beatæ;Usque adeo maculas ardent in fronte recentes,Hesternique Getæ vincla et vestigia flagri.Quin etiam patrem oblitæ et cognata deorumNumina, ed antiquum castæ pietatis honorem.Proh! Furias et monstra colunt, impuraque turpisFacta vocant Titii mandata, et quidquid Olympi estTranscripsere Erebo. Jamque impia ponere templa,Sacrilegasque audent aras, cœloque repulsosQuondam Terrigenas superis imponere regnis,Qualicet, et stolido verbis illuditur orbi.
Ergo famem miseram, aut epulis infusa venena
Et populum exsanguem, pinguesque in funus amicos,
Et molle imperii senium sub nomine pacis,
Et quodcunque illis nunc aurea dicitur ætas,
Marmoreæque canent lacrymosa incendia Romæ,
Ut formosum aliquid, nigræ et solatia noctis.
Ergo re bene gesta, et leto matris ovantem,
Maternisque canent cupidum concurrere Diris,
Et Diras alias opponere, et anguibus angues,
Atque novos gladios, pejusque ostendere letum!
Sæva canent, obscena canent, fœdosque hymenæos
Uxoris pueri, Veneris monumenta nefandæ!
Nec Musas cecinisse pudet, nec nominis olim
Virginei, famæquæ juvat meminisse prioris.
Ah! pudor exstinctus, doctæque infamia turbæ.
Sub titulo prostant: et quis genus ab Jove summo.
Res hominum supra evectæ, et nullius egentes,
Asse merent vili, ac sancto se corpore fœdant.
Scilicet aut Menæ faciles parere superbo,
Aut nutu Polycleti, et parca laude beatæ;
Usque adeo maculas ardent in fronte recentes,
Hesternique Getæ vincla et vestigia flagri.
Quin etiam patrem oblitæ et cognata deorum
Numina, ed antiquum castæ pietatis honorem.
Proh! Furias et monstra colunt, impuraque turpis
Facta vocant Titii mandata, et quidquid Olympi est
Transcripsere Erebo. Jamque impia ponere templa,
Sacrilegasque audent aras, cœloque repulsos
Quondam Terrigenas superis imponere regnis,
Qualicet, et stolido verbis illuditur orbi.
Nè solo Turno alzava la poderosa voce a stimmatizzare quel tempo: perocchè non meno terribile scagliasse il giambo d’Archiloco il severo Giovenale, del quale ben disse il Nisard che basterebbe con Tacito alla completa storia del costume d’allora. Tutte le satire da lui lasciate e massime la prima, la sesta e la nona rimarranno monumenti più durevoli del bronzo della infame prostituzione dell’epoca. Le altre pingono e stigmatizzano altre piaghe non meno deplorevoli, altri uomini non meno ributtanti; e sa il lettorequante volte dovessi ricorrere alle citazioni di questo poeta per aggiungere autorità e fede a cose che altrimenti sarebbero sembrate incredibili. Svetonio, nella vita dei Cesari, laStoria Augustae laVita d’Eliogabalolasciata da Lampridio, forniscono solo diversi osceni particolari, il parossismo della depravazione spinta alla demenza: il fondo rimanendo pur sempre lo stesso.
L’austerità nondimeno di Giovenale mal saprebbesi conciliare coll’impudicizia di Marziale, entrambi essendo da franca amicizia legati. Il poeta epigrammatico con alcuni versi gli accompagna il dono delle noci ch’ei chiama saturnalizie[195]; con altri diretti ad unMaledicosi scaglia contro costui, perchè avesse tentato mettere discordia fra lui e l’amico suo Giovenale[196]; e con altri finalmente gli descrive la vita che conduce a Bilbili[197]; lo che dimostra come col satirico poeta avesse fino agli ultimi giorni conservata l’amicizia. — Or come va che lo sboccato poeta degli epigrammi, che non conosce pudore di concetti e di parole, s’accordasse col poeta delle satire, che denunziava terribilmente alla posterità le infamie e le lussurie de’ suoi tempi? Nisard vorrebbe tutto ciò spiegare dicendo: non essere vero che la satira siasempre la espressione fedele del carattere dell’autore, nè che a prima giunta scuoprasi l’uomo sotto il poeta; che in Giovenale la indignazione venga piuttosto dall’intelletto che dal cuore, e il fondamento della sua filosofia sia la noncuranza professata da Orazio, con un’anima più superba e forse con più pratica onestà[198]. Nell’ultimo epigramma succitato di Marziale diretto a Giovenale, come ne’ due precedenti, vi sono infatti imagini oscene, ciò che prova sempre più che i due poeti furono buonissimi amici, e che Giovenale non era così rigido nel conversare come si mostra ne’ suoi libri. Egli non si faceva scrupolo poi di frequentare il rumoroso rione della Suburra, dove dimoravano le cortigiane, nè di stancarsi sul grande e piccolo Celio a far la corte ai grandi, nè farsi vento alla faccia col panno della sua toga sulla soglia dei loro palazzi, come dice ancora il suo amico Marziale. Ed io v’aggiungo: che per quanto potesse essere stato castigato il costume di Giovenale, pur tuttavia, essendo di depravazione così costituita e satura quell’epoca e per così dire l’aria perfino, che dovesse riuscire affatto impossibile ad individuo qualunque il non parteciparvi in qualche porzione. Catone, il severo e rigido Catone, sebben di qualche generazioneantecedente, e quindi di secolo non così corrotto come quello di Domiziano e de’ suoi successori, quante colpe e peccati non avrebbe a confessare! Ma eran colpe e peccati più del tempo che non dell’uomo.
Non entrerò poi qui in maggiori particolari della satira di Giovenale, perocchè dai frequenti brani che ne son venuto citando in questo capitolo ed anche altrove, il lettore ne sa già le cose più saglienti che han tratto al tema della prostituzione e de’ lupanari, e mi prema d’altronde di procedere più spedito in questa rapida rassegna delle antiche vergogne.
Sembrerà incredibile questo quadro che io sono venuto abbozzando della dissolutezza di quell’epoca; ma pur troppo io vi tolsi anzi che aggiungervi; perocchè se la riverenza verso il lettore non mi frenasse, assai e assai più dovrei dire. Era infatti così generale la scostumatezza, che la prostituzione si esercitasse sfrontatamente sulle pubbliche vie, e tanto anzi fosse entrata negli usi comuni e tutto respirasse, come dissi, prostituzione, che allora più non se ne facesse gran caso.
L’invito alla lussuria era pubblicamente fatto più con gesti che con parole. Ovidio, nel poemaDe Arte Amandi, che pare scritto sotto dettatura della più raffinata cortigiana, chiama questo infame linguaggiofurtivæ notæ, e Tibullo dell’abilità in esso concede il vanto alla sua Delia:
Blandaque compositis abdere verba notis[199].
Blandaque compositis abdere verba notis[199].
Blandaque compositis abdere verba notis[199].
Ed anzi vuolsi citare al proposito di questo muto e inverecondo linguaggio, che anche i più licenziosi usassero del gesto assai più che della parola ad esprimere un lussurioso pensiero. Svetonio ci rammentò di Caligola che nell’atto di presentare la sua mano a baciare le desse una forma oscena:formatam commotamque in obscenum modum; e Lampridio, di quel mostro che fu Eliogabalo, che mai non si fosse permessa una parola oscena, anche allora che la esprimevano le sue dita:nec umquam verbis pepercit infamiam, quum digitis infamiam ostenderet. Non si comprende come si fosse adottata la fraseparcite auribus, risparmiate le orecchie, ed egual reverenza non si fosse poi concessa agli occhi.
Se tale era la scostumatezza in publico, le scene più libidinose e tutte le evoluzioni della prostituzione compivansi nelle orgie e festini notturni, detticomessationes, o dacomes, compagno, o dacomedere, mangiare, e nelle quali perfino le coppe erano foggiate aphalli, e le ciambelle a figure oscene, e che però Cicerone mette a fascio cogli adulteri amori:libidines, amores, adulteria, convivia, commessationes[200]; ciòche per altro non tolse che egli pur non isdegnasse seder commensale, presso la greca cortigiana Citeride.
Come codeste orgie nuocessero a’ corpi non se lo dissimulavano; pur nondimeno non avrebbero saputo scompagnarne l’esistenza, chè loro non avrebbe sembrato di vivere senza di esse. Petronio, che fu, come già ne informai più sopra il lettore, il direttore della voluttà di Nerone, suggellò questo concetto nel seguente distico:
Balnea, vina, Venus corrumpunt corpora sana,Et vitam faciunt balnea, vina, Venus[201].
Balnea, vina, Venus corrumpunt corpora sana,Et vitam faciunt balnea, vina, Venus[201].
Balnea, vina, Venus corrumpunt corpora sana,
Et vitam faciunt balnea, vina, Venus[201].
In Roma le donne che trafficavano del loro corpo distinguevansi inmeretriceseprostibulæ, e il grammatico Nonnio Marcello ne dà la differenza dicendo che la meretrice esercita con più decenza il mestiere non disponendo di sè che la notte; mentre la prostituta trae il suo nome dallo stare davanti al suostabulum, o abitazione per mercanteggiarvi e di notte e di giorno. V’erano poi altre particolari distinzioni, come leprosedæe lealicariæche ponevansi, come Plauto ricordò, alle botteghe de’ panattieri:
. . . . .an te ibi vis inter istas vorsarier?Prosedas, pistorum amicas, reliquias alicariasMiseras scæno delibutas, servolicolas sordidas[202].
. . . . .an te ibi vis inter istas vorsarier?Prosedas, pistorum amicas, reliquias alicariasMiseras scæno delibutas, servolicolas sordidas[202].
. . . . .an te ibi vis inter istas vorsarier?
Prosedas, pistorum amicas, reliquias alicarias
Miseras scæno delibutas, servolicolas sordidas[202].
leblitidæch’erano della razza più vile, abbrutite dal vino e dalla dissolutezza, giusta il medesimo Plauto;
Blitea et lutea est meretrix, nisi quæ sapit in vino ad rem suam[203].
Blitea et lutea est meretrix, nisi quæ sapit in vino ad rem suam[203].
Blitea et lutea est meretrix, nisi quæ sapit in vino ad rem suam[203].
lebustuariæche attendevano alla prostituzione nei cimiteri; lecasoritæ, prostitute dei tugurii; lecopæo taverniere; lediobolæche non domandavano più di due oboli o di un dupondio, lequadrantariæperchè si contentavano d’un quadrante, ossia di qualunque vile moneta[204], e Quadrantaria appunto veniva, per cagiondi dispregio e di sue lascivie, generalmente chiamata la sorella di Publio Clodio, che è la Lesbia che già conosciamo essere stata di Catullo; leforaneæ, campagnuole che venivano per vendersi alla città;vagæ, le erranti,summentanæ, quelle de’ sobborghi, ecc.
Per la prostituzione elegante, oltre lefamosæche già ricordai e potevan essere patrizie, madri di famiglia e matrone, come pur troppo ha già veduto il lettore, ve n’avevan di quelle fra costoro che si prostituivan ne’ lupanari sia per libidine, sia per denaro; v’eran ben anco ledelicatæche non si concedevan che ai cavalieri e ricchi d’ogni condizione.
Anzi sovente si stipulavano da codeste mantenute co’ loro amatori contratti di fedeltà a tempo, e la scritta che si redigeva a firmare da esse chiamavasisyngraphaed anchesyngraphus, perocchè in ambe le maniere io trovi questo libello così denominato dal medesimo Plauto nella sua commedia dell’Asinaria. Questo poeta e fedele dipintore de’ costumi di quelle basse classi, ne dà contezza delsingrafonella scena terza dell’atto primo di tale commedia:
ARGIRIPPUSNon omnino jam perii: est reliquum quo peream magis,Habeo, unde istuc tibi quod poscis dem: sed in legis measDabo, ut scire possis, perpetuum annum hunc mihi uti serviat,Nec umquam interea alium admittat prorsus quam me, ad se virum.CLEÆRETAQuin si tu voles, domi servi qui sunt castrabo viros.Postremo ut voles nos esse syngrapham facito afferas.Ut voles, ut tibi lubebit, nobis legem imponito:Modo tecum una argentum afferto, facile patiar cœtera.Portitorum simillime, januæ lenoniæ:Si affers tum patent: ei non est quod des, ædes non patent[205].DIABOLUSAgedum, istum ostende quem conscripsit syngraphumInter me et amicam et lenam: leges perlegeNam tu poeta es prortus ad eam rem unicus[206].
ARGIRIPPUS
ARGIRIPPUS
Non omnino jam perii: est reliquum quo peream magis,Habeo, unde istuc tibi quod poscis dem: sed in legis measDabo, ut scire possis, perpetuum annum hunc mihi uti serviat,Nec umquam interea alium admittat prorsus quam me, ad se virum.
Non omnino jam perii: est reliquum quo peream magis,
Habeo, unde istuc tibi quod poscis dem: sed in legis meas
Dabo, ut scire possis, perpetuum annum hunc mihi uti serviat,
Nec umquam interea alium admittat prorsus quam me, ad se virum.
CLEÆRETA
CLEÆRETA
Quin si tu voles, domi servi qui sunt castrabo viros.Postremo ut voles nos esse syngrapham facito afferas.Ut voles, ut tibi lubebit, nobis legem imponito:Modo tecum una argentum afferto, facile patiar cœtera.Portitorum simillime, januæ lenoniæ:Si affers tum patent: ei non est quod des, ædes non patent[205].
Quin si tu voles, domi servi qui sunt castrabo viros.
Postremo ut voles nos esse syngrapham facito afferas.
Ut voles, ut tibi lubebit, nobis legem imponito:
Modo tecum una argentum afferto, facile patiar cœtera.
Portitorum simillime, januæ lenoniæ:
Si affers tum patent: ei non est quod des, ædes non patent[205].
DIABOLUS
DIABOLUS
Agedum, istum ostende quem conscripsit syngraphumInter me et amicam et lenam: leges perlegeNam tu poeta es prortus ad eam rem unicus[206].
Agedum, istum ostende quem conscripsit syngraphum
Inter me et amicam et lenam: leges perlege
Nam tu poeta es prortus ad eam rem unicus[206].
E pare che di cosiffatti mercimoni o singrafi non si smettesse così presto il vezzo, ma se ne serbasse l’usanza sin presso a’ dì nostri, se quel dotto critico che è Eugenio Camerini, della cui amicizia altamentemi onoro, nell’interessantissimo suo libroPrecursori del Goldoni, me ne avverte l’esistenza riferendo in una nota del suo studio intorno a Giovan Battista Porta il Contratto fra Gostanzo amoroso e Andriana lena, che sta nella commediaGli Ingannidel Secchi, atto terzo, scena IX[207].
V’erano anche lepretiosæche imponevano alle loro grazie un alto prezzo. Tutte queste meretrici affluivano a’ bagni massime di Baja, di Clusio e di Capua, dove era più facile, pel concorso dei fannulloni e de’ più sfondolati ricchi, l’andare a caccia di generosi amatori.
La prostituzione poi si esercitava da ballerine, massime le Gaditane, ossia giovani donne di Cadice, della più provocante lascivia; le Sirie, le lesbie e le jonie, chiamate, come narrai nel capitolo precedente, a rallegrar i banchetti, al pari delle greche auletridi, di suoni e di balli, e ad incitar la lussuria de’ banchettanti,alla quale prestavansi istromento, imitate più tardi dalle corrottissime matrone, giusta quanto ne disse l’inesorabile poeta che le satireggiò nei versi dellaSatiraVI (314-319) che ho superiormente riferiti, parlando dei misteri della Dea Bona. Le Commessazioni poi erano l’arringo più frequente alle lubricità di queste svergognate.
Quella che per altro fu la più vergognosa prostituzione, era quella de’ cinedi: uomini, schiavi, fanciulli prestavansi alla dissolutezza de’ romani, e fu un tempo,quello dell’Impero, che s’era così generalizzata da impensierire a tanta concorrenza la prostituzione femminile. Chiamavansipueri meritoriiquelli che volenti o no prestavansi alla vergognosa passione del loro padrone: v’erano poi glispadones, per lo più eunuchi che erano pazienti ed agenti, epædicones, coloro che avevano subìto l’evirazione completa. Catullo ne’ suoi carmi, che certamente non van lodati per riservatezza di linguaggio, bollò a fuoco i nomi di Tallo, Vibennioe di quei due sciagurati libertini, Furio ed Aurelio, notissimi in Roma per tale vizio; ciò che non gli impedì ch’egli medesimo, il poeta, fosse intinto dell’egual pece, che più d’uno sono i carmi da lui lasciati in cui sono espressi i suoi delirii pel vago giovinetto Giovenzio. Così del resto era nel mondo romano una cotal bruttura invalsa da non mandarne immune perfino quel grandissimo uomo che fu Giulio Cesare, alla fama del quale nuoceranno mai sempre le indecenti libertà avute con Nicomede re di Bitinia, a lui rimproverate da Cicerone in Senato. Così bruttò Orazio la sua virilità cogli spasimi per Licisco e Ligurino, a cui la sua musa non isdegnò bruciare incensi; così quella di Cornelio Gallo, testimonio Properzio, spasimò per Ila; come quella più casta di Virgilio non aveva rifuggito in un’egloga di poetizzare i trasporti del pastor Coridone per il vago Alessi:
Formosum pastor Corydon ardebat AlexinDelicias domini[208].
Formosum pastor Corydon ardebat AlexinDelicias domini[208].
Formosum pastor Corydon ardebat Alexin
Delicias domini[208].
È poi opinione di alcuni che Virgilio sotto il nome del pastore Coridone ascondesse le proprie fiamme per Alessandro, fanciullo di Asinio Pollione.
Tutto ilSatyricondi Petronio ha per eroi cinedi e per soggetto i loro laidi amori, e Marziale osa perfino giustificarsi colla moglie, perchè divida egli pure col cinedo i proprii abbracciamenti.
E come no, se a fianco di Giove, la loro religione aveva posto il leggiadro Ganimede?
Sclamiam noi pure coll’Oratore Romano:O tempora! o mores!
In Pompei, recenti scavi, mettendo in luce, nella Regione IX, Isola II, la casa che si designò col n. 18 all’entrata sul vicolo che forma il prolungamento di quello d’Augusto, offrì, dopo l’androne d’ingresso, la seguente iscrizione graffita sulla parete:
CRESCENSPVBLICUSCINÆDVS
oltraggiosa iscrizione, che attesta nondimeno dell’esistenza della oscena piaga in codesta città, come attesta infame lussuria l’iscrizione graffita nella casa di Gavio Rufo scoperta nel 1868 e che così è ripetuta
TYRIA PERKISATYRIA PERCISA
lo che valepedicata, per non dir l’altre molte congeneri sconcezze[209].
Tanto personale della prostituzione completavasi coi lenoni, uomini e donne ch’erano mediatori dilascivie. Esercitavasi il lenocinio eziandio dalle schiave, dalle veneree, ch’erano assai spesso liberte, dalle fantesche e dalle prostitute vecchie, che avevan perduta la clientela per conto proprio.
Publio Vittore conta quarantasei lupanari in Roma, senza tener conto che il meretricio si esercitasse nei bagni, nelle terme, nei pistrini o botteghe da fornaj, nelle tonstrine o botteghe da barbieri, negli enopolj o botteghe da vinaj, nelleganeæo taverne sotterranee, e nellecellæefornices, intorno ai circhi e durante i ludi.
Ma a che numerare i lupanari, quando Giovenale ci dice nella sua implacabileSatirache fosse per così dire Roma intera un solo lupanare; che nobili o plebee fossero tutte depravate del pari, che colei che calcava la polvere non valesse più della matrona portata sulle teste de’ suoi grandi soriani; questa poi peggiore della vile e scalza baldracca?
Nec melior silicem pedibus qua conterit atrum,Quam quæ longorum vehitur cervice Syrorum[210].
Nec melior silicem pedibus qua conterit atrum,Quam quæ longorum vehitur cervice Syrorum[210].
Nec melior silicem pedibus qua conterit atrum,
Quam quæ longorum vehitur cervice Syrorum[210].
La disposizione dell’interno d’un lupanare era stato dapprima un soggetto di controversia e cercavasi coll’aiuto degli scrittori antichi e massime di Giovenale,che ne disse alcuni particolari nell’episodio della imperiale prostituta che sotto il mentito nome di Licisca lo bazzicava, di ricostruirli fantasticamente, ma oramai gli scavi di Pompei hanno risoluta la questione. — Costituivasi di molte cellette o cubiculi angustissimi che aprivansi in un cortile od atrio, aventi appena lo spazio d’un letto formato di materia laterizia su cui si saran posti materazzi o stuoje. A sera una lampada itifallica accesa sull’esterno della porta, annunziava il luogo impuro, il cui ingresso era difeso da una coltrina. Sugli usci deicubiculistava sospeso il cartello recante il nome della prostituta che vi operava dentro, il quale spesso era nome di battaglia,meretricium nomen, come quello di Licisca era di Messalina, e quando il cubiculo veniva occupato si voltava il cartello. Allora la camera, al dir di Marziale, si chiamavanuda. Camere e cortile avevano poi sporche le pareti di figure e di iscrizioni oscene. In uno de’ lupanari pompejani, in quello detto nuovo, lessi fra le altre inverecondie la seguente graffita:Phosforus hic f....
Vedremo più avanti come, oltre le camere terrene ad uso delle più abbiette, vi potessero essere anche quelle di un piano superiore pei lussuriosi disposti a maggiore spesa.
Le meretrici avevano poi un proprio abbigliamento, distinte principalmente dalla parrucca bionda, avendo presso che tutte le romane nera la capellatura,vietato poi loro di portare la benda alla fronte e la stola o tunica che scendeva al tallone, come portavano le matrone. Petronio nel suoSatyricon, che è il quadro, come sappiamo già, de’ cattivi costumi di Roma imperiale, ce le presenta nel lupanare nude affatto e perfino in questa guisa sulla porta di esso. Avrebbesi tutto un trattato a scrivere per dire di tutti gli artifici per destare la lussuria, e procacciarsi amori: de’ filtri afrodisiaci, degli unguenti, de’ fascini, che Ovidio nelRemedium Amorisaffermò nuocere alle fanciulle grandemente, contenendo i germi della pazzia furiosa, non che degli ausiliari della prostituzione nellemedicæ juratæo levatrici, nellesagæ, nelle profumatrici e nelle cosmete. Ci son rimasti i nomi di alcuni fra i più usitati filtri afrodisiaci: Orazio menzionò ilpoculum desideriiche preparava Canidia, Marziale leaquæ amatrices, Giovenale l’hippomanein quel verso:
Hippomanes carmenque loquar colcumque venenum[211].
Hippomanes carmenque loquar colcumque venenum[211].
Hippomanes carmenque loquar colcumque venenum[211].
Voglion taluni fosse l’ippomane un liquore virulento, che eccitava gli ardori amorosi; altri invece che fosse un’escrescenza di carne nera che talvolta si forma sulla fronte d’un puledro appena nato eche gli antichi credevano materia a filtro potente. Teofrasto dice essere una composizione immaginata dagli Arabi; Esiodo e Teocrito che fosse invece una pianta che produce il furore ne’ cavalli, ed altri pel contrario vi almanaccarono su altre supposizioni. Buffon ne parla nel vol. IV dell’edizione in quarto dell’opera sua e riferisce tutte queste diverse opinioni.
La plebaglia poi rinveniva eziandio lo sfogo a’ propri sensuali appetiti in altri peggiori e più schifosi luoghi, come nelletabulæsullo strame, nelcasauriumo baracca per lo più fuori di città, nellustrumo ritrovo isolato, e vie via altri nomi immaginati dalla depravazione.
Diversi furono i lupanari che gli scavi pompejani misero alla luce, e siccome la parte scoperta di questa città, come già dissi più volte, doveva essere la più nobile perchè prossima alla marina e perchè ricca di pubblici edifizi e templi e delle case dei maggiorenti, così è dato arguire che altri e più se ne scopriranno negli scavi venturi, come che siffatti infami ritrovi fossero più frequentati dalle classi infime della società, ciò rivelando eziandio la nessuna eleganza od agiatezza loro. Non è augurio, nè importa, da che quanto fu a quest’ora trovato può sopperire alle indagini nell’argomento.
Una casetta che fu detta deiCinque scheletri, per gli avanzi di cinque infelici colti dalla catastrofe nel punto che cercavano involarsene col loro piccolotesoro che si rinvenne ad essi vicino, consistente in armille, anelli d’oro e monete, scoperti nel 1872, in novembre, permise che nel successivo mese si trovasse la comunicazione con una taverna e unito lupanare, forse quella località che i latini denominavanoganeum, e già al lettore ho detto comeganeumoganæafosse appunto una taverna sotterranea, ove commettevansi oscenità, ed anche bottega che si prestava alla prostituzione. Il proprietario allora della casetta de’ Cinque scheletri non sarebbe stato anche il proprietario o conduttore di quell’infame ritrovo? È permesso trarne l’induzione. La taverna si apre nella via di Mercurio, ha un davanzale rivestito di marmi con una lastra di porfido verde, sventuratamente spezzata in due. Sono incastrate in esso tre urne di terra cotta, ed uno scalino di marmo che doveva servire alla mostra de’ comestibili e de’ vasi. A destra della stanza è un fornello per cuocervi le vivande e nel profondo s’aprono due porte, conducenti l’una in una specie d’anticamera, che doveva essere stata dipinta grossolanamente, ma che di presente nulla lascia intravedere che mai vi potesse essere un dì rappresentato, dove eran due usci, che davan accesso questo alla casetta de’ cinque scheletri suddetta, e quello ad un salotto pei bevitori; l’altra porta ad una camera che dava sul vicolo di Mercurio e che serba tutte le apparenze di uno sconcio postribolo. Pitture da imbianchino esporche eran distribuite sulle sue pareti: sopra di una raffigurante un garzoncello d’osteria che versa a bere ad un soldato, si lessero queste parole scritte con qualche arnese a punta:
DA FRIDAM PUSILLVM[212]
Nel Vicolo degli Scienziati, che è in continuazione con quello che si noma Vico Storto, nel tempo che i Dotti erano riuniti pel settimo congresso in Napoli, e sotto i loro occhi, veniva sterrata quella casa, dai particolari della quale fu concesso imporle il tristo nome di Grande Lupanare. Le più oscene iscrizioni confermano la giustezza della denominazione: il possibile riserbo che mi sono proposto mi toglie di riferirle. Taluna tuttavia ho già desunto infra quelle che son leggibili anche da occhi pudici e riferite altrove di quest’opera, come la seguente che suona: