Chapter 3

L’Augusta mi mostrò il ritratto del suo sposo. È un bell’uomo dalla fisonomia aperta, intelligente.

— E quando le nozze? — io chiesi.

— Di qui a sei mesi disse l’Augusta. — Avreipreferito compier l’anno di lutto, ma Umberto desidera spicciarsi e mio fratello gli dà ragione.... Che peccato che tu non debba essere qui!

— Ti manderò i miei auguri da Tiflis — soggiunsi nell’accommiatarmi.

Ah, la vita è un mistero, ma il cuore umano è mistero ancora più grande. Mi staccai dall’Augusta con l’animo riboccante di simpatia, lieta della sorte che l’era toccata; eppure di mano in mano che rifacevo la strada sentiva dentro di me qualcosa d’acre, d’amaro che modificava le mie impressioni. Mi pareva chetante altremeritassero d’esser felici come l’Augusta e più dell’Augusta, non capivo perchè ella dovesse essere una preferita della fortuna. E sebbene arrossissi d’un sentimento a cui non volevo dar nome d’invidia e a cui non avrei saputo quale altro nome dare, non mi riuscì disperdere le nuvole che s’erano addensate sul mio spirito.

A pranzo fui sgarbata, irritabile, pronta a interpretar tutto sfavorevolmente. M’ero fitta in capo che l’annunzio positivo della mia partenza dovesse recare una gran soddisfazione alla Giulia Sereni, e guardandola con questa idea preconcetta credevo realmente di scorgerle sulle labbra un risolino di trionfo. Non ch’io fossi una rivale; ero un testimonio incomodo delle arti con cui ella tentava accalappiare l’ottimo professore. E lui? Oh gli uomini! Anche i migliori son vanitosi, e a forza di lodarlo, di lisciarlo, di corteggiarlo, la Giulia raggiungerà il suo intento.... A me oggi egli rivolse alcune parole cortesi di rammarico; poi nulla più. Invece la signora Celeste non la finiva con le sue lamentazioni, e lasciò perfino cader due grosse lacrime nella minestra.

Dio buono! Quante pagine ho riempiuto! E sono già le tre del mattino. Bisogna smettere.

Martedì, 15 giugno.

Nè ieri, nè ier l’altro non ho potuto metter penna in carta, tanto fui occupata tra visite, spese e brighe d’ogni maniera. Vidi domenica anche la Lucia Mazzuola, quella di cui la Norini dice che partorisce due volte all’anno. È innegabile che il suo esempio non invoglia al matrimonio. La trovai in mezzo a cinque marmocchi e incinta per giunta. E com’è mutata! Era tanto bellina, e adesso ha perduto gran parte dei suoi capelli, ha gli occhi smorti, le carni flosce e il colorito terreo. Ha pei suoi bimbi una tenerezza rabbiosa che si sfoga sgridandoli, sculacciandoli, urlando come un’ossessa a ogni birichinata che fanno, a ogni pericolo che corrono. — Non ne posso più — ella mi disse — non ho un’ora di pace, nè di giorno nè di notte.... E si stenta a vivere, sai, co’ bei guadagni che ci sono.... Pensare che ci son di quelli che han paura del colèra.... Per me, se mi capitasse, sarebbe una gran liberazione.... Quieto Mino;... Maria, non toccare quella sedia;... no, Tullio, non arrampicarti sul canapè;... ho detto di no.... e quell’altro che tira il cordone della tenda.... no, no.... ah Vergine Santissima, voi non ne avete avuti cinque figliuoli.... avete già tribolato abbastanza con uno solo.

E queste esclamazioni erano intermezzate dapif pufa destra e a sinistra con l’inevitabile accompagnamento di pianti e singhiozzi infantili.

— La festa è peggio che mai — notò la Lucia — perchè non posso mandarne a scuola nessuno.

Non rimasi dalla mia amica che un quarto d’ora, quel tanto che bastava per informarla della mia partenza e congedarmi da lei. Ella non deve neanche aver capito ch’io vado così lontano. — Buon viaggio — mi disse. — Quando vieni a Venezia, se ti ricordi di me mi farai piacere.... Ma che sia di giorno di lavoro. Arrivederci.... E non ti maritare.

Iersera, dopo parecchi giorni piovigginosi, faceva bel tempo, e la signora Celeste mi propose di fare una passeggiata. Accompagnammo la Giulia Sereni a casa sua, e poi andammo noi due sole solette sul Molo. Imboccando la Piazzetta si vedeva attraverso l’arcata d’angolo del Palazzo Ducale il solco tremulo e argenteo segnato dalla luna sull’acqua; e la mole ardita e leggiadra dello stupendo Palazzo, e le colonne di Marco e Todero, e la biblioteca di Sansovino spiccavano maravigliosamente sull’azzurro limpidissimo del cielo. L’isola di San Giorgio, in fondo, chiudeva il quadro.... Ma dal Molo lo sguardo correva senza ostacoli fino alla punta dei Giardini e alla striscia sottile del Lido, abbracciando tutto il bacino della Laguna e tutta la Riva degli Schiavoni, nuotanti, per così dire, nel mite chiarore lunare. Era un silenzio, una quiete di città abbandonata; non un fischio di vapori, non un movimento di remi. Con le braccia incrociate sul davanti ai loropontilii barcaiuoli gridavano macchinalmente:Gondola, gondola. E nessuno rispondeva. Lontano, lontano, una barca dalfelzebasso e chiuso, dall’aspetto sinistro, la barca che conduce i colerosi all’Ospitale di San Cosmo, s’avviava verso la Giudecca.

Dopo aver girato alquanto su e giù, sedemmo con la signora Celeste su una delle panchine dimarmo vicine al ponticello che congiunge il Molo al Giardinetto. Non passava quasi anima viva; il caffè in capo al viale era muto, buio e deserto e metteva tristezza a vederlo, specialmente chi se lo ricordava negli anni addietro, in questa stagione, affollato, pieno di luce e di musica.

Comunque sia, anche nello squallore presente, la mia Venezia esercitava sopra di me un fascino irresistibile. Non mi sarei più mossa di lì; aspiravo per tutti i pori la voluttà segreta che dà lo spettacolo delle cose belle.

La signora Celeste rispettò per un poco il mio raccoglimento, facendomi il gran sacrifizio di serbare il silenzio; ma quando i Mori della Loggetta batterono le dieci, ella mi toccò la spalla e mi disse che era tardi e che bisognava rincasare. Mi alzai come un automa, girando gli occhi intorno ancora una volta, quasi per imprimermi nella pupilla la tinta del cielo e dell’acqua, la linea dei monumenti, e ogni particolare della scena incantevole che forse non avrei più riveduta.

In Merceria fummo raggiunti dal professore Verdani che rincasava anch’egli e che ci si pose al fianco. Era inquieto per l’inquietudine della sua mamma, la quale non voleva persuadersi che il colèra fosse in diminuzione, e insisteva per venire a Venezia presso il figliuolo.

— Questo non posso permetterlo — egli disse — ma capisco che mi toccherà domandare una licenza di due o tre giorni e fare una corsa a Bologna.

— Va via?... Quando? — esclamai, dolorosamente colpita dalla notizia.

— Oh! — rispose il professore. — Forse alla finedella settimana.... Lunedì sera al più tardi sarei di ritorno.... Ella non sarà mica partita?

— Io?... No.... non credo — balbettai confusa.

— No certo — egli soggiunse. — Basta che parta il giovedì.... Mi dorrebbe troppo ch’ella partisse senz’averla risalutata.

La signora Celeste affermò energicamente ch’io non dovevo partire che all’ultimo momento.... seppur partivo. È inutile; la signora Celeste non vuol rinunziare alla speranza ch’io rimanga a Venezia.

Fra una chiacchiera e l’altra si giunse a casa e ci scambiammo la buona notte. Il professore mi diede mia stretta di mano all’inglese.

Non avevo sonno e cominciai a fare il mio baule nel quale posi anche dieci o dodici libri che desidero portar meco; un piccolo Dante, un’edizione completa del Manzoni, laGerusalemme, leOdi barbaredel Carducci, un volumetto di poesie dello Schiller tradotte da! Maffei, ecc., ecc. Il resto della mia minuscola biblioteca lo regalerò alla Norini, la lettrice infaticabile. È vero ch’ella mi rivolse un giorno questa singolare domanda: — Avresti da prestarmi un libro immorale? — E poichè io inarcavo le ciglia, ella insistè: — Sì, uno di quei libri che non si mettono in mano alle ragazze.... Non ti scandalizzare. Noi maestre siamo inzuppate fradicie di moralità.... I nostri manuali scolastici sono così noiosamente virtuosi.... I discorsi che facciamo alle nostre allieve, quelli che sentiamo farci dalle autorità competenti sono uno stillato di così sante massime, che qualche volta, per amor dei contrasti.... capisci....

Non so che dire; i libri che lascerò alla Norininon sono immorali.... S’ella non vorrà leggerli, pazienza.... Li serberà per memoria.

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Una futile ragione mi tenne alzata iersera più tardi del consueto. Sul punto di coricarmi mi parve che la mia camera avesse bisogno d’aria e spalancai le imposte. Naturalmente la luce interna si riflettè sulla muraglia sgretolata della casa dirimpetto, di là dalla calle ch’è larga forse un paio di metri, e vi segnò sul fondo scurissimo la sagoma rettangolare della finestra in mezzo alla quale spiccava la mia ombra. Nè ciò avrebbe fermato la mia attenzione; ma a sinistra, poco più in là, sulla stessa muraglia di fronte vidi un altro rettangolo luminoso e in mezzo ad esso un’altra ombra, come il busto di un uomo seduto e assorto in qualche grave occupazione. Sulle prime restai perplessa. O di dove veniva quella luce? E che corpo proiettava quell’ombra? Però non tardai a raccapezzarmi. Proprio alla sinistra, due stanze dopo la mia, c’era la camera del professor Verdani. È chiaro ch’egli era alzato com’ero io, e che aveva, come me, voluto prendere una boccata d’aria prima di mettersi a letto. L’ombra mutò posizione e anzichè d’una persona seduta parve quella d’una persona affacciata al davanzale. Noi non potevamo vederci, il professore ed io, chè ce lo avrebbe impedito anche di giorno la cappa d’un camino posta fra le due finestre; tuttavia giurerei che a due riprese egli abbia proteso la testa dalla mia parte. Del resto, io feci lo stesso. Di nuovo l’ombra si mosse e ora s’ingrandiva ora s’impiccioliva sul muro, come avviene d’un corpo che ora s’avvicini ora si discosti da un punto luminoso. Certo il professore camminava su e giù per lastanza. Tendendo l’orecchio nel silenzio profondo avrei giurato di sentire il suono de’ suoi passi. Due volte ebbi la tentazione di gridare: — Buona sera, professore; — due volte il saluto mi morì sulle labbra. Alle undici e tre quarti richiusi le imposte.

Mercoledì sera, 16 giugno.

Spese e visite, visite e spese; ecco il bilancio della giornata. Ho qui schierati sul mio tavolino cinque o sei gingilli che regalerò alle mie amiche; roba, s’intende, di poco valore, quale può essere donata da una povera diavola come sono io. In tempi ordinari i bottegai mi avrebbero servita con la massima flemma del mondo; oggi invece gareggiavano di zelo e di sollecitudine. È un piagnisteo generale.... Il paese è deserto; si apre e si chiude il negozio senza veder anima viva.... E tutti hanno bisogno di prendersela con qualcheduno; coi cittadini che partono o coi forestieri che non vengono, col Municipio, col Governo, coi bollettini sanitari, con le quarantene, coi medici e persino con gli ammalati. E, a rigore, gli ammalati sono i più colpevoli.... Se non ci fossero, loro!...

Oggi, a pranzo, il professore entrò in salotto ch’eravamo già sedute a tavola. Nel darmi la mano e nel prendere il suo posto fra la Giulia e me, egli arrossì visibilmente e son certa d’aver arrossito anch’io. Perchè? Ci vergognavamo forse d’esserci spiati a vicenda? Ero in procinto di dirgliene qualche cosa; ma la Sereni ci aveva piantato gli occhi addosso, e preferii di tacere.

Gran pedante quella Giulia Sereni! Da un paio digiorni, senza dubbio per farsi bella col professore il quale dichiarò sere addietro di non aver perduto ogni gusto per la poesia nemmeno dopo essersi consacrato agli studi scientifici, ella infarcisce i suoi discorsi di citazioni di versi. Se la zia non la fermava in tempo, oggi ci avrebbe data una vera accademia di declamazione. Per fortuna quand’ella intuonò il celebre sonetto del Carducci:T’amo, o pio bove, la signora Celeste, che non ne poteva più gridò: — Auff! Anche il manzo adesso.... Mangialo il manzo, e non ci romper le scatole!...

Quest’uscita molto prosaica e plebea tarpò l’ali della nostra Saffo.

È inutile ch’io lo nasconda, la Sereni mi va diventando proprio antipatica. Forse non le perdono l’effetto disastroso ch’ella produce sulle mie facoltà intellettuali. Non fui mai una ragazza prodigio, e tante disgrazie, e tante incertezze dell’avvenire e più di tutto quest’incubo di dover lasciar per sempre il mio paese son fatti apposta per smorzare in me ogni vivacità ed ogni brio; a ogni modo, non sono una stupida; ma in presenza della Sereni il mio spirito s’intorpidisce e la mia lingua s’inceppa. La sua gran parlantina mi rende muta. Peggio poi quand’ella colma Verdani di moine e d’elogi, quando approva clamorosamente ogni opinione ch’egli esprime. Allora il dispetto mi vince, ed è molto se si riesce a cavarmi di bocca unsìo unno. Pur troppo m’accorgo che ho un pessimo carattere, cosa della quale non m’ero accorta sino a questo momento. È ben vero che il conoscere a fondo se stessi è tanto difficile quanto il conoscere a fondo gli altri.

Per esempio, il difetto della curiosità non credevod’averlo. Eppure, solo una persona curiosa può fare ciò ch’io feci iersera.

Sulla mezzanotte, senz’accendere il lume, scesi dal letto, infilai la vestaglia, e dopo aver aperto delicatamente un’imposta insinuai pian pianino la testa fra i due battenti. Volevo vedere se il professore era desto, se aveva la finestra chiusa o spalancata, se lavorava.... E vidi infatti la luce che veniva dalla sua camera brillar sulla muraglia dirimpetto, e in quella luce muoversi l’ombra del mio vicino.... Su e giù, su e giù come la sera prima.... Curioso modo di studiare che ha il professor Verdoni!... E, come la sera prima, vi fu un momento in cui egli si affacciò al davanzale.... Istintivamente raccolsi intorno al petto le pieghe della mia vestaglia e trattenni il respiro finch’egli non si fu allontanato....

Giovedì sera, 17.

Se fossi stato Lear, avrei preferito Cordelia.Queste parole dette qualche ora fa da Verdani non mi possono uscir dalla mente. Le provocò la Giulia Sereni con la sua nullità e con la sua pedanteria. Oggi ella volle darci un altro saggio della sua erudizione di frontispizi citando lo Shakespeare.... Oh Shakespeare!... Il divino Shakespeare.... Pareva che fosse stato un suo amico d’infanzia.... E io sarei pronta a scommettere ch’è molto s’ella ha sentito il monologo dell’Amletorecitato da un dilettante d’una delle nostre società filodrammatiche.

Il professore fece del suo meglio per lasciar cadere il discorso mostrando invece d’interessarsi grandementealle spiegazioni date dalla signora Celeste sui diversi modi di preparar la salsa di pomidoro; ma l’insistenza della Sereni lo costrinse a uscire dal suo riserbo. E parlò dello Shakespeare come sa parlar lui; breve, chiaro, efficace. Io stavo a sentirlo incantata, ammirando sempre più quella sua cultura così varia e così ricca e nello stesso tempo così aliena da ogni ostentazione. Verdani non è soltanto un matematico; è anche un letterato e un artista. E quando s’accalora in un argomento, come l’ingegno gli brilla negli occhi, come la sua fisonomia non regolare diventa bella ed espressiva! Figuriamoci se la Giulia non andò in brodo di giuggiole! Ah che fortuna per una giovine desiderosa d’istruirsi il poter gustare di quando in quando la conversazione del professore! Ci s’imparava più che in tutte le scuole, più che da tutti i libri. Non c’era un dubbio ch’egli non sapesse risolvere, non c’era un soggetto su cui egli non gettasse un raggio di luce.

In fin dei conti quella disgraziata della Giulia non diceva nulla in cui io non convenissi con lei, ma, al solito, la sua enfasi da prima attrice chiudeva la bocca a me e m’impediva perfino di fare un moto d’assenso col capo. Me ne crucciavo in cuor mio inutilmente; c’era qualcosa che paralizzava la mia volontà.

La Sereni ebbe un sorrisetto da donna superiore. — Io compiango quelli che non sono accessibili all’entusiasmo.

All’allusione manifesta mi scossi, deliberata a difendermi; ma non n’ebbi il tempo; chè Verdani, senza rilevare, almeno apparentemente, la frase della sua interlocutrice, tornò a discorrere di Shakespeare.

— E ilRe Lear! — egli chiese alla Sereni. — Conosce ilRe Lear?

La Giulia non ebbe il coraggio che avrei avuto io di rispondere che non l’aveva neanche sentito a nominare, e disse che lo conosceva.... già.... un magnifico lavoro.... era però tanto tempo che l’aveva letto!

—Lear!— ripigliò Verdani. — Una concezione superba.... Se ne ricorda?... Il vecchio re, sazio d’anni e di gloria, vuol liberarsi dalle cure di Stato e dividere i suoi domini fra le tre figliuole, Gonerilla, Regana e Cordelia. Senonchè egli desidera prima udir dalle loro labbra fino a qual punto esse l’amino. Gonerilla e Regana non hanno limiti nelle loro manifestazioni di tenerezza; esse protestano di amar l’autore dei loro giorni più della luce degli occhi, più della libertà, più della vita. Ma l’amore di Cordelia ha la verecondia degli affetti sinceri e sdegna queste iperboli bugiarde; ond’ella, la prediletta del padre, non sa che abbassare il capo e tacere. E Lear, accecato dalla vanità e dall’orgoglio, la priva del suo retaggio, la maledice, la scaccia da sè....

Verdani s’arrestò per pochi secondi; quindi soggiunse lentamente e quasi scandendo le sillabe: — Se fossi stato Lear, avrei preferito Cordelia.

Nel dir così, egli fissò il suo sguardo penetrante prima sulla Giulia e poscia su me. Ella si morse il labbro; io sentii un’ondata calda di sangue salirmi dal cuore alla faccia; sentii una dolcezza ineffabile corrermi per le vene. Non pronunziai parola, ma Verdani deve aver letto certo ne’ miei occhi la mia infinita riconoscenza.

Per oggi il vecchio Lear fu rimesso a dormire, e ignoro quali altre vicende gli siano toccate. Più chedi lui mi premerebbe saper di Cordelia.... Le fu resa giustizia?

Venerdì, 18 giugno.

Verdani doveva partir questa sera alle 11; invece partì questa mattina per tempo lasciando alla Gegia un biglietto per me. — Il professore mi raccomandò caldamente di consegnarglielo in proprie mani — mi disse la Gegia con quell’aria misteriosa che sogliono assumer le serve nel fare un’ambasciata.

In quanto al biglietto esso non conteneva che poche righe: “Cara signorina Elena. Anticipo la partenza per poter anticipare il ritorno. Le comunicherò allora i motivi della mia improvvisa deliberazione. Pensi qualche volta a me in questi giorni, e mi creda suo affezionatissimoGustavo Verdani.„

Perchè Verdani mi scrive? Perchè mi offre degli schiarimenti ch’io non ho alcun diritto di chiedere? E quel suo invito a pensare a lui è una pura formalità o è qualcosa di più? E che motivi saranno quelli a cui egli accenna?

Ecco le domande ch’io rivolgo a me stessa da questa mattina in poi e alle quali non mi vien fatto di rispondere. Il meglio sarebbe non curarsene più che tanto, e aspettar dalla bocca di Verdani la chiave dell’enigma. No, meglio ancora sarebbe non aspettar nulla, sfuggire delle spiegazioni inutili.... Dio buono! Io avrei bisogno di calma, avrei bisogno di chiamare a raccolta le mie forze per dare un addio triste, ma dignitoso alla patria e agli amici, e invece noto in me i segni precursori della tempesta.... Ma è possibile?...Io proverei per Verdani un sentimento diverso dalla semplice amicizia? Alla vigilia di partire per sempre io lascerei divampar quest’incendio nel mio cuore? Eppur fino a un paio di giorni fa io non lo consideravo che come un amico, un amico leale il cui ricordo pieno di soavità mi avrebbe accompagnata nell’esilio.... Mercoledì soltanto le sue parole, i suoi sguardi mi turbarono profondamente.... Oh s’egli lo sapesse, come se ne dorrebbe!... Egli è un onest’uomo, non può volere il male di nessuno.... Ma allora, perchè quel biglietto, perchè quella frase:pensi qualche volta a me?... Ch’io mi fossi ingannata sul conto suo, ch’egli fosse uno dei soliti libertini ai quali piace scherzare col fuoco, certi ch’esso abbrucia gli altri e non loro?... Ma io, io non sono forse la prima colpevole? Non dovevo accorgermi del pericolo che mi sovrastava? Non dovevo sapere, a venticinqu’anni compiuti, che questo povero cuore di donna è debole contro le insidie, è facile alle illusioni, e che, solo chiudendosi alteramente in sè stesso, può evitare di essere insidiato ed illuso? Non dovevo a ogni modo arrestarmi a tempo in una via senza uscita? Dalle mie inquietudini, dai miei dispetti, dalla mia avversione esagerata per la Giulia Sereni non dovevo capire che camminavo sopra un vulcano?

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Sono una sciocca. Ho riletto or ora il bigliettino del professore. Certo fu in lui un atto cortese lo scriverlo, ma egli ha riparato a questa esuberante gentilezza scrivendolo così asciutto, così conciso che ci vuol proprio uno sforzo di fantasia a supporvi un significato recondito.... Tanto meglio dunque.... O tanto peggio?... Dio mio, Dio mio.... Sono giunta al puntodi non saper più ciò che devo desiderare e ciò che devo temere?

Mezzanotte.

Per distrarmi acconsentii ad andar in Piazza stasera con la signora Celeste per aspettarvi il ritorno dei bersaglieri dal Lido. Al Lido s’è festeggiato, come si festeggiava oggi in ogni distretto militare della penisola, il cinquantesimo anniversario della istituzione di questo Corpo divenuto così popolare in Italia.

Piovigginava e non c’era gran folla. I bersaglieri, approdati sul Molo, percorsero la Piazza con fiaccole accese fra gli applausi e i fuochi di bengala. Fu un divertimento che durò dieci minuti.

A ben altro spettacolo avevo assistito, di ben altro entusiasmo gli stessi bersaglieri avevano fatto palpitare il mio cuore di bimba il 19 ottobre 1866, all’ingresso delle truppe italiane a Venezia. È una delle memorie più vivaci della mia infanzia.

Mi par d’essere all’angolo delle Procuratie Nuove, in fianco del campanile, con la mamma e col babbo, in mezzo a una calca di gente ch’io vedevo muoversi e ondeggiare sotto di me, perchè il babbo, alto di statura, m’aveva presa in collo e messa a sedere sulla sua spalla. Io guardavo incantata i battaglioni che mi sfilavano dinanzi, guardavo le bandiere tricolori che gonfiate dal vento si svolgevano dalle antenne di San Marco in magnifici panneggiamenti, e le signore che dalle finestre agitavano i fazzoletti, e gridavo anch’io come gli altri:Viva, viva!A untratto s’udirono degli squilli di tromba e tutta quella moltitudine si agitò, muggì come un mare in burrasca e una voce corse per tutte le bocche:I bersaglieri, i bersaglieri. Fummo travolti dalla folla, sospinti di qua e di là, fin che ci trovammo, non so come, pigiati contro una colonna. Intesi dopo che s’era corso un gran pericolo; il babbo aveva temuto di non poter tenermi in equilibrio e la mamma che gli si aggrappava alle falde del vestito era stata sul punto di esser separata da noi e rovesciata a terra. Ma allora chi ci badava? Una vispa schiera di piccoli demoni (li ho sempre davanti agli occhi) dalla faccia abbronzita, dalle uniformi turchine, dai grandi cappelli piumati, si precipitava dal Molo in Piazzetta sollevando sul suo passaggio un urlo frenetico:Viva, viva i bersaglieri!E io battevo le mie manine e ripetevo:Viva, viva i bersaglieri!... Ah chi direbbe che da quel tempo son passati quasi venti anni?... Povero babbo e povera mamma mia, voi non siete più adesso al mio fianco, e io sono alla vigilia di abbandonare le vostre tombe!

Questi pensieri mi si affollavano nella mente durante la pallida festa di questa sera. E pensavo anche: Quelli che vent’anni fa furono applauditi su questa piazza dove sono adesso? Quanti ne sopravvivono? E ove sono i plaudenti d’allora?... Gli edifizi sono rimasti immutati; forse persino le pietre del selciato sono le stesse; le cose morte sono quelle che cangiano meno.... Ma negli uomini è un continuo trasformarsi, un continuo sparire.

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Un capriccio. Ho qui sul tavolino, aperte tutt’e due, la lettera di mio fratello e quella del professoreVerdani, e ho voluto confrontarle tra loro. La lettera di Odoardo con la sua calligrafia inglese, commerciale, nitidissima, mi dà un senso di freddo...; l’altra.... ho un bel dire ch’essa non significa nulla; l’altra con le sue frasi rotte, con la sua scrittura ineguale tradisce un’emozione che si comunica a me....

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A proposito: oggi la Giulia non ha desinato con noi. Era invitata da un’amica.

Sabato, 19 giugno.

Non credevo in verità che la prima persona dalla quale mi sarei congedata con tutte le regole sarebbe stato il colonnello Struzzi, il mio turbolento vicino. Avevo smesso d’occuparmi di lui; le sue sfuriate giornaliere con la Gegia, i suoi monologhi a voce alta non mi facevano più nessun effetto, come a chi abita presso una cascata finisce col non far nessun effetto lo scroscio dell’acqua. Figuriamoci se mi sarei curata di cercarlo prima di partire.... Ma questa mattina, proprio nel momento ch’io uscivo dalla mia camera, egli usciva dalla sua, e sfido io, bisognò salutarsi per forza. Benchè irritatissimo per la nappa del campanello che gli era rimasta in mano e ch’egli portava, come corpo del delitto, a mostrare alla signora Celeste o alla Gegia, il colonnello era, relativamente al solito, di umore mansueto.

— Signorina Giralda, — egli mi disse; — ho piacere d’incontrarla. Mi assenterò per un paio di settimane, e poichè al mio ritorno non la troverò più.... ho sentito ch’ella va a stabilirsi lontano.... le do oggi il buon viaggio.

Egli mi tese bruscamente la destra, e soggiunse: — Fa bene a lasciar Venezia.... Se potessi anch’io, anzichè per quindici giorni, andarmene per sempre!... Questa non è una città.... sarà forse un museo!... Qui non si mangia, qui non si digerisce, qui non si dorme;... insomma qui non si vive.... Beata lei, signorina.... Buon viaggio, buon viaggio.... e buona fortuna.... Passi, passi pure.... io vedròquelle femminepiù tardi.

Chinò leggermente il capo, fece un mezzo giro con precisione militare e rientrò nella sua camera, tenendo sempre in mano la nappa del campanello.

Non lo vedrò più, ma la sua figura allampanata, i suoi modi strani, la sua voce rugginosa non mi fuggiranno così presto dalla memoria.

Nel pomeriggio capitarono visite. Vennero le Giglietti, madre e figlia, la figlia che al primo del mese farà gli esami di telegrafista, e non sa darsi pace che i regolamenti abbiano voluto proibire il matrimonio alle ragazze impiegate nei telegrafi; venne quell’originale della Norini; venne infine l’Augusta Dalla Riva in lutto strettissimo, ma trasfigurata dal suo amore felice. Mi parlò un poco della sua mamma defunta, mi parlò molto del suo Umberto, delle cure delicate ch’egli le prodiga, del quartierino ch’egli sta allestendo per lei.

Ah — esclamò l’Augusta al momento di prender commiato — io non meritavo questa fortuna.... Possibile che non tocchi nulla di simile a te che meriti tanto di più?... Se fossi un uomo, io!...

— Se tu fossi un uomo — risposi io sorridendo — non sposeresti il tuo Umberto.

L’argomento non ammetteva replica, ed ella dovette darmi ragione.

Ci vedremo ancora una volta, martedì, e mi riservo a consegnarle in quel giorno il ricordo che le ho destinato e che servirà per regalo di nozze.

Tutte le mie amiche mi promettono di scrivermi; tutte vogliono un’uguale promessa da me. Che corrispondenza avrebbe ad essere!...

Undici di sera.

Che cosa farà Verdani in questo momento?... —Pensi a me qualche volta— egli mi scrisse.... Ecco, io ci penso. Egli è accanto alla sua mamma, in un salottino modesto, illuminato da una lampada a petrolio.... la sua mamma lavora (so ch’ella ha l’abitudine di lavorare);... egli le parla de’ suoi studi, della sua vita di Venezia;... se le parlasse anche di me?... Stupida che non son altro!... Il più probabile si è che a quest’ora egli sia già a letto e dorma profondamente.

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Oggi a otto sarò in alto mare, sola in una cabina di bastimento, slanciata contro all’ignoto.... Penserò alla patria, penserò alle persone care, penserò alui.... È una pazzia, ma lo amo.

Domenica mattina, 20 giugno.

Lo amo.Furono l’ultime parole che scrissi iersera, sono le prime che scrivo stamane. Lo amo, provo una singolare dolcezza a ripeterlo. Fino a quando durerà questo stato dell’animo, questo delirioche mi fa trovare un’illusione di felicità in un sentimento che finirà forse coll’essere il cruccio della mia vita?... Mi accorgo di sognare, eppur la vaga coscienza della realtà non mi toglie la gioia del sogno. Sogno a volte l’ebbrezza dell’amore ricambiato, a volte m’esalto nell’idea del sacrifizio, nell’orgoglio d’una passione che si alimenta da sè, che non spera, che non chiede, che non vuole compensi.

È strano. Quand’ero più giovine, non ancora sbalestrata dalle sventure nel mondo senza mezzi di fortuna e senz’appoggi, ronzavano intorno a me pure i galanti. Ho sentito susurrarmi all’orecchio delle dolci paroline, ho visto degli occhi languidi fissarsi nei miei, ho ricevuto dei bigliettini teneri.... Ma ne ho riso: ho sempre indovinato ciò che v’era di poco serio in quelle calde proteste; non amai nessuno di quelli che dicevano di amarmi.... E oggi amo chi non mi disse nulla... o quasi nulla! È proprio vero che non si sa nè come si ama, nè perchè si ama.

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Egli potrebbe tornare oggi stesso.... Non mi scrisse di avere anticipato la partenza per anticipare il ritorno?... Io non uscirò dal mio riserbo; lo ringrazierò del suo biglietto senz’aggiungere una sillaba, senza domandargli le spiegazioni ch’egli mi promise. S’egli tacesse, tacerò anch’io.... Il diretto da Bologna arriva alle quattro e mezzo.

Tre ore.

Ho pregato la signora Celeste di lasciarmi sola nella mia camera, ho avvertito la Gegia che oggi non desideravo ricever nessuno, e dopo mezzogiornomi son gettata sul canapè sperando di dormire.... Chiusi gli occhi, ma non dormii.

Tra la veglia e il sonno mi venivano all’orecchio tutti i rumori dellacalle; le grida e il rincorrersi dei monelli, il chiaccherio delle comari che disputavano di lotto e di colèra, il borbottar noioso d’una mendicante ferma sulla cantonata. Poi, per la prima volta nell’anno, mi ferì la voce nota e triste d’una persona sconosciuta, la voce d’una venditrice di more, che fin dalla mia infanzia, in qualunque parte della città io abitassi, sentivo offrir la sua merce con le identiche parole e con l’identica cantilena, lenta, strascicata, patetica: —More, bele more da morero e da giardin. More, chi vol more?... — Non so dire e meno ancora saprei spiegare la malinconia che quella voce e quella cantilena mi han sempre messa nell’anima. Ma non avevo mai vista la venditrice di cui dimenticavo l’esistenza per nove mesi dell’anno. Ho voluto vederla oggi. È una contadina di mezza età, tozza della persona, con un cappellaccio nero a cencio, con un goffo vestito di tralicciobleusu cui spicca una pettorina di tela che dovrebbe esser bianca, ma che il sugo delle more ha insudiciato di macchie tra il rosso cupo e il violetto; in somma, tutto ciò di più prosaico che si possa immaginare.... Valeva la pena d’alzarsi dal canapè per ammirare questo bel tipo. E nondimeno quando il ritornello ripreseMore, bele more, ecc.; e più ancora quando la voce andò via via allontanandosi, ebbi il solito stringimento di cuore, la solita voglia di piangere.

Era il vespero. Le campane di San Marco suonavano a distesa. Due colombi appollaiati sul tetto della casa di fronte spiccarono il volo verso la piazza.

Mezzanotte.

Il professore non è arrivato. Se non arrivasse neppur domani, neppur doman l’altro; se, invece di anticipare il suo ritorno come aveva promesso, lo differisse fin dopo la mia partenza; se fosse trattenuto da sua madre; se insomma io dovessi abbandonare Venezia senz’averlo più visto?... Perchè, ormai non c’è rimedio, bisogna ben ch’io m’imbarchi a Trieste il 25.... Con quale pretesto potrei tardare di più?... Per aspettar lui che non si cura di me?... Per rivelargli il mio amore?... Per mendicare il suo?... Ah no, no, sono troppo altera; piuttosto morrei.

Del resto, se pur Verdani non viene, è impossibile ch’egli non scriva. Non è soltanto un debito di cortesia, è un debito di lealtà. Mi scriverà per mandarmi un saluto, per chiedermi scusa.... e questa lettera fredda, cerimoniosa dovrà essere il mio conforto nelle amarezze dell’esilio!... Sciocca, sciocca, che questa mattina credevo possibile la felicità nella passione solitaria, ignorata da chi ne è l’oggetto.... Sarà il tarlo nelle viscere, sarà l’inferno nell’anima, sarà l’amore che si tramuta in odio....

La Giulia seguita a non comparire. Sembra che le amiche (tenere amiche) se la disputino per averla a pranzo con loro.... Oh, ma ricomparirà alla nostra tavola, ricomparirà certo appena torni Verdani.... Ella non deve mica essersi data per vinta.... E forse ha ragione a persistere, forse le sue grazie trionferanno delle ritrosie del professore, forse, nel Caucaso, mi giungerà l’annunzio di quelle auspicatissime nozze....

Che desinare allegro fu quello d’oggi! La signora Celeste voleva discorrere, ma io la scongiurai d’aver pietà della mia emicrania. Allora ella divenne grave, misteriosa, e disse con piglio solenne:

— L’emicrania.... Uhm!... Domani sarà passata.

Domenica, 4 luglio.

Riprendo la penna dopo quindici giorni per compiacere adun’altra persona. Io avrei preferito attendere fin che avessi l’animo più calmo, più riposato, maquella personami sollecita a romper gl’indugi, e i desideri di lei sono ormai legge per me.

Quando penso alle disposizioni d’animo con le quali cominciai questo diario e alle disposizioni con cui lo finisco, non posso non domandare a me stessa se io, io che ne scrivo l’ultime pagine, sono l’identica Elena Giralda che ne scrisse le prime e se la vita serba realmente di queste sorprese, onde chi ieri ne invocò il termine come beneficio supremo possa oggi augurarsela eterna.

Ma non voglio perdermi in divagazioni inutili.

— Sa, il professore è venuto — mi disse la Gegia, entrando in camera col caffè la mattina di lunedì, il lunedì 21 giugno.... oh non c’è dubbio che mi scappi di mente la data. — È venuto con la prima corsa....

Avevo le palpebre gravi, l’ossa peste dalla notte insonne. Mi posi a sedere sul letto e dissimulando la mia agitazione quanto meglio potevo: — Ah! — replicai macchinalmente — è venuto?... E sta bene?

— Bene.... bene.... E non pareva punto stanco....Avrà riposato un’ora al più.... poi, quando meno si credeva, si affacciò alla soglia della cucina e chiamò la padrona con la quale ebbe un colloquio lunghetto, e adesso è lì in salottino che aspetta....

— Aspetta?... Che cosa?...

La Gegia prese la chicchera del caffè dalle mie mani che tremavano, e rispose: — Ma!... sembra che aspetti lei....

— Perchè dovrebbe aspettarmi? — soggiunsi, sforzandomi di far l’indifferente.

— Questo poi non lo so.... Non ho inteso ciò che si dicessero con la signora; ho inteso soltanto le ultime parole del professore:La vedrò appena alzata.... Di chi altri poteva parlare?

Licenziai la Gegia e saltai giù dal letto. Avrei voluto esser vestita in un attimo, e invece la miatoilettemi occupò una mezza oretta abbondante, sia che istintivamente vi ponessi più cura, sia che la smania di far presto riuscisse, come suole, all’effetto contrario. Rammento un nodo dovuto rinnovare tre volte, un bottone passato e ripassato in un occhiello che non era il suo, un riccio che s’ostinava a cadermi sulla fronte e mi tenne davanti allo specchio per un paio di minuti.

Quando fui pronta, esitai ad uscir dalla stanza; perchè, sebbene avessi una gran voglia di salutare Verdani, non volevo aver l’aria di cercarlo. D’altra parte però non era giusto ch’io rimanessi, contro le mie abitudini, chiusa in camera fino al momento della colazione. Uscii quindi in cappellino e mantiglia, deliberata ad andar fuori di casa per alcune spese dopo aver dato il solito buon giorno alla signora Celeste. Chi sa, del resto, che confusione s’era fatta la Gegianella sua zucca vuota? Chi sa se Verdani si sognava neanche di attendermi?

Ma la Gegia aveva colto nel segno, e il professore mi attendeva davvero. Anzi egli doveva essere alle vedette, perchè appena sentì i miei passi mi venne incontro tendendomi tutt’e due le mani.

— Desideravo — egli principiò alquanto impacciato, e guardando il mio cappellino — desideravo dirle qualche cosa.... Ha urgenza di uscire? — E poichè io tardavo a rispondere, egli insistè: — Avrei urgenza io.

— Quand’è così — susurrai con un filo di voce.

Egli m’introdusse nel salottino ove la signora Celeste stava una parte del giorno a lavorar di calze o a leggere l’Adriaticoe ilPettegolo, e ove io venivo di tratto in tratto a farle compagnia con un ricamo o con un libro. Adesso la signora Celeste non c’era; eravamo soli, il professore ed io.

Verdani mi pregò di sedere. Egli si mise a camminare in su e in giù, come aveva camminato nella propria stanza quelle sere in cui io vedevo la sua ombra sul muro della casa dirimpetto. Dopo un paio di giri si fermò, s’appoggiò alla spalliera d’una seggiola e mi chiese senza preamboli: — Quando parte, signorina Elena?

— Quando parto?... Ma.... lo sa bene.... Non più tardi di giovedì mattina.... Se devo imbarcarmi venerdì....

— Ed è necessario, assolutamente necessario che s’imbarchi questa settimana?

— Mio fratello mi scrisse di prendere il vapore del 18 o del 25.... Quello del 18 non l’ho preso; dunque....

— E se domandasse una proroga?...

— Al punto in cui siamo?... Dopo aver fatto tutti i preparativi, dopo essermi accommiatata da quasi tutti i miei conoscenti?... No, no, nemmen per sogno....

— Se poi ha tanta premura di lasciarci! — egli interruppe con amarezza.

— O professore — esclamai, e sentivo un nodo alla gola — non sia ingiusto.... Crede che me ne vada fino al Caucaso per un capriccio?... Avrò avuto torto ad accettar con tanta precipitazione l’offerta di mio fratello, ma si metta al mio posto.... al posto d’una ragazza che non è coraggiosa, che non è forte, che non ha spirito d’iniziativa.... Vedevo non lontana la miseria, l’umiliazione di ricorrere alla carità degli estranei, e afferrai la prima tavola di salute che mi fu gettata.... Ormai....

— E non c’è nulla, nulla che potrebbe trattenerla? — seguitò Verdani con calore.

Mi sforzai a dissimulare con una facezia la mia crescente emozione. — Vuol che speri in una lotteria guadagnata senza biglietti, in un impiego ottenuto senza le cognizioni occorrenti per esercitarlo?

La fisonomia di Verdani ebbe una contrazione dolorosa. — Non c’è altro, non c’è proprio altro?

Dio mio! Che cos’è questo riserbo che c’impone di reprimere i nostri slanci, di nascondere i nostri sentimenti? È una virtù o è un vizio? Iolovedevo soffrire; potevo forse con una parola dissipar le sue sofferenze, infranger l’ultima tenue barriera che si ergeva fra noi e la felicità, e non osavo dir quella parola, non osavo neanche guardarlo in viso.

— Ebbene — ripigliò Verdani mutando posizione e venendo a sedermisi accanto — scriverò a mia madre che m’ero ingannato.

— Sua madre? Come c’entra la sua mamma?

— Oh se c’entra!... Avevo affrettato la mia gita a Bologna per questo. Volevo consultarla, lei che è tanto savia e buona; volevo comunicarle un mio disegno.... S’ella lo disapprovava avrei chinato il capo in silenzio, perchè non oserei far cosa di cui mia madre avesse a dolersi.... Ma ell’approvò tutto; ella mi disse con la sua solita, cieca fede in me: Ciò che tu fai è ben fatto; le persone che tu ami io le amo; c’è sempre posto per esse nel mio cuore e nella mia casa....

Io tremavo come una foglia.

— Professore.... — balbettai confusa.

— Non mi chiami così — egli proruppe con impeto abbandonando la mano ch’io avevo lasciata nella sua. E seguitò con voce raddolcita: — I miei amici mi chiamano Verdani, mi chiamano Gustavo. — Egli scosse tristamente il capo e soggiunse: — È vero ch’ella mi conosce appena. Le son vissuto accanto parecchie settimane senza occuparmi di lei, sfuggendola quasi.... Però, quando il caso ci avvicinò, quando ci scambiammo le prime confidenze, quando la seppi sul punto di prendere la via dell’esilio, provai dentro di me qualche cosa che non avevo provato mai.... La mia scuola, i miei studi aridi e gelati non mi bastavano più; sospiravo il momento d’incontrarla, sospiravo l’ora del pranzo.... Mi pareva che ci fosse una certa analogia fra i nostri caratteri; anch’ella era timida, era riservata come sono timido e riservato io, e la semplicità de’ suoi modi spiccava maggiormente per l’affettazione di altri.... sa bene a chi alludo.... di altri che s’era pur fitto in capo di piacermi.... O signorina, se fossi stato ricco, avrei ben vinto prima la mia ritrosia.... Ma come non esitare se non potevooffrirle, per ora almeno, che un nome oscuro, una vita modesta, fatta di privazioni e di sacrifizio? Ciò non ostante, lo vede, il coraggio lo avevo trovato; ma capisco ch’era un sogno.... un bel sogno....

Ah, in quell’istante trovai io pure il coraggio di dire a Verdani che il suo sogno era stato il mio sogno, che quello ch’egli mi offriva superava di molto ciò ch’io avessi osato chiedere alla fortuna, che lo amavo....

Egli mi strinse sul petto bisbigliando con accento ineffabile: — Elena, anima mia....

Allorchè mi sciolsi dalle sue braccia, mi sovvenne di Odoardo. — E mio fratello che m’aspetta, che mi ha mandato il denaro pel viaggio?

— Tuo fratello? — disse Gustavo. — Gli telegraferai che non puoi partire. Il resto glielo spiegheremo per lettera.... Ha vissuto tanti anni senza di te; si adatterà a vivere ancora.... In quanto al danaro, se non vorrà lasciarlo alla sorella come regalo di nozze, ho qualche risparmio, glielo restituirò io.... Sarà il dono che farò alla mia fidanzata.

Gustavo mi presentò come tale alla signora Celeste, la quale mi abbracciò con trasporto, vantandosi d’aver contribuito a questo lieto avvenimento.... Mai, mai le passò pel capo di far sposare ad un uomo come il professore quella caricatura della Giulia.... Sarà....

Quel giorno stesso, dopo pranzo, mi parve che una nuvola oscurasse la fronte di Gustavo, e gliene chiesi la ragione.

Egli mi rispose con un’altra domanda: — Sei ben sicura di non pentirti?

— O Gustavo....

— Fosti colta così di sorpresa!... Talvolta il cuoreumano inganna sè medesimo.... Amandomi oggi, t’è parso d’avermi amato anche prima.... Se fosse un’illusione?

Non gli risposi; gli feci segno d’attendere, entrai nella mia camera e ne presi questo libro, che deposi sul tavolino davanti a lui.

Egli m’interrogò con lo sguardo.

— È un libro — io spiegai — da leggere questa notte.... in quiete.... Non subito.... no.

A malgrado del mio divieto. Gustavo aveva sollevato la coperta dell’album, e ne andava sfogliando le pagine.

— Una specie di diario?

— Appunto.

— Di tuo pugno?

— Di mio pugno.... Ma leggerai dopo... te ne prego.

Gustavo ubbidì a malincuore.

La mattina seguente lo vidi raggiante di contentezza. — O cara, cara — egli mi disse. — Ora non dubito più.... Non puoi immaginarti che gioia sia il sapere d’essere stati amati quando non s’era detto ancora che si amava.

Io sorrisi. — Sì che me l’immagino, poichè è quello che è toccato a me.

— Hai ragione — egli soggiunse abbracciandomi teneramente. — Adesso però convien scrivere l’epilogo.

Mi strinsi nelle spalle.

— Che importa? Questi sfoghi dell’anima s’addicono più ai giorni tristi che ai lieti.

— No, no — insistè Gustavo. — È una storia intima che non può rimanere incompiuta. Devi promettermi di finirla.

Glielo promisi. Ma non trovavo mai il verso di accingermiall’opera. Ieri egli me ne rimproverò con dolcezza. — Se tardi troppo scriverai di maniera. Scommetto che a quest’ora hai dimenticato molti particolari del colloquio che decise della nostra sorte.

— Non scommettere — replicai. — Perderesti.

Fra poco darò da leggere queste pagine a Gustavo, ed egli, leale com’è, sarà costretto a riconoscere che avrebbe perduto. Sono certa di non aver nulla dimenticato e nulla inventato; dalla prima all’ultima pagina la mia semplice cronaca non ha che un pregio, la sincerità.


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