LA NIPOTE DEL COLONNELLO.
Battista, già ordinanza e adesso cameriere del colonnello Annibale Bedeschi, accese il lume, chiuse le imposte, tirò le tende, e poi, mettendosi in posizione militare dinanzi al padrone, gli domandò se doveva aggiungere dell’altra legna nella stufa.
— No, — rispose il colonnello, — non fa freddo. Andate pure.
Ma prima che l’altro richiudesse l’uscio dietro a sè gli fece una interrogazione. — La signorina?
Battista tentennò il capo con aria grave. — Oh, signor colonnello, la signorina è in gran faccende per quel dolce.... sa, quel dolce di cui trovò la ricetta nel libro.... Anzi ho paura che oggi il desinare non sarà pronto per l’ora solita.
— In causa del dolce?
— Appunto, signor colonnello.
— Che razza d’idea è saltata in mente alla Bice d’occuparsi di cucina? — esclamò Bedeschi. — Ditele che appena può venga da me.
— Appena può, appena può? — brontolò il colonnello quando Battista fu uscito. — Avrei soggezione di mia nipote? Mi sarei preso in casa un tiranno domestico?... Io che fui sempre uso a comandare a bacchetta, io che conducevo la mia famiglia come il mio reggimento?
Ebbe la tentazione di richiamare Battista e di mandare per suo mezzo un ordine perentorio alla ragazza, ma se ne pentì. In fin dei conti se la Bice faceva un dolce, questo non era un delitto, e se facendolo ella portava un piccolo ritardo nel pranzo, questa non era una sventura.... Era poi innegabile che la ragazza era un tirannosui generis, pieno di grazia, di dolcezza e di buon umore, incapace di dire una parola sgarbata e di commettere una prepotenza. Senza di lei il colonnello sarebbe stato ben solo, ed egli avrebbe avuto torto marcio a lagnarsi d’averla accolta presso di sè quando all’uscir di collegio ella s’era trovata orfana di padre e di madre.... E in fondo non se ne lagnava, quantunque gli paresse di non esser sotto certi rispetti più quello d’una volta, dacchè c’era la Bice.
Le mani sprofondate nell’ampie saccoccie della vestaglia, la testa coperta da un berretto di seta nera sotto a cui spuntava qualche ciuffo di capelli che avevano acquistato da poco il coraggio del loro candore, il vecchio militare si mise a camminare su e giù per la stanza, trascinando alquanto la gamba sinistra ferita nel 1866 a Custoza. Era un uomo sulla sessantina, alto, con le spalle larghe, i baffi folti elunghi, lo sguardo franco e leale, ma un po’ duro e imperioso.
Dopo tre o quattro giri egli si riavvicinò alla tavola, e inforcate le lenti rilesse due telegrammi arrivati quel giorno stesso da’ suoi figliuoli Vittorio ed Augusto, militari tutti e due, il primo nell’esercito, il secondo nella marina. I telegrammi con gli auguri pel Natale venivano l’uno da Massaua, l’altro da Nuova York. Nientemeno.
Antico soldato dell’indipendenza italiana, non ritiratosi dal servizio che per motivi di salute, il colonnello Bedeschi aveva favorito, accarezzato la vocazione del suo primo e del suo secondogenito, e allorchè Vittorio aveva chiesto e ottenuto di andare in Africa e Augusto s’era imbarcato per un viaggio di circumnavigazione di circa tre anni, egli li aveva accommiatati con ciglio asciutto, dicendo loro soltanto: — Fate il vostro dovere, ragazzi.
Tuttavia quella sera, nel rileggere i due dispacci arrivati da due sì lontane e diverse parti del mondo, anch’egli, l’uomo forte ed austero, sentiva spuntarsi una lacrima. Non poteva a meno di rievocare il tempo in cui que’ suoi cari rallegravano il tetto domestico e scherzavano sulle ginocchia materne. Ahimè, ormai la madre era morta da un pezzo.... Involontariamente l’occhio del colonnello si posava sulla parete ove sotto i ritratti di Vittorio Emanuele, di Umberto, di Garibaldi, di Lamarmora, di Napoleone III, ecc., ecc., c’era un gruppo di fotografie di famiglia. La più antica e sbiadita era appunto quella di sua moglie, una donna esile, dall’aria stanca e sofferente. A fianco di lei Bedeschi in persona, in uniforme, con la sua medaglia al valor militare sulpetto, con la sua mano bravamente piantata sull’elsa della sciabola. Qualche linea più sotto l’effigie di tre giovinotti, Vittorio, Augusto, ed un terzo, minore di tutti.
Sicuro, c’era un terzo figliuolo, Federico, ed egli solo non s’era fatto vivo in quel giorno, e da Londra, dove si trovava, non aveva spedito nè una lettera, nè un dispaccio. Quando Bedeschi pensava a questo ragazzo ch’era stato il suo preferito egli si doleva di aver ceduto una volta tanto alle preghiere di sua moglie, la quale, impuntatasi nell’idea che Federico fosse di salute cagionevole, aveva, tra gemiti e singhiozzi, scongiurato il marito di non fargli abbracciar la carriera militare come i fratelli, e strappatagliene un giorno a malincuore la promessa, se l’era fatta rinnovare solennemente al letto di morte. Federico era quindi rimasto in casa, aveva frequentate le scuole pubbliche, ed era giunto senza gloria fino all’università. Non gli mancava nè cuore nè ingegno, ma aveva uno spirito indisciplinato, ripugnante a studi regolari, turbato piuttosto da vaghe inquietudini d’artista. Onde nel bel mezzo del corso di legge gli era saltato il ghiribizzo di darsi alla pittura, con grande sdegno del colonnello, il quale nè amava l’arte, nè credeva a questa vocazione improvvisa. N’eran seguite scene violente, per merito delle quali Federico aveva finito col non studiar nè pittura nè legge e col menare una vita oziosa e dissipata. Allora il padre gli aveva posto un dilemma. O mettersi in grado di prendere la laurea entro un anno, o partire subito per Londra, ove un antico compagno di cospirazioni del colonnello, arricchitosi nel commercio, impiegava volentieri dei giovani italianiper mandarli, dopo un tirocinio più o meno lungo, presso le sue case filiali di San Francisco o di Sidney. Federico che della laurea non voleva saperne accettò la seconda proposta; meglio far il minatore in California o il pastore in Australia che incretinirsi su una scranna di giudice o assottigliare il cervello nei cavilli avvocateschi.
E partì con una cert’aria spavalda che il colonnello, cattivo psicologo, attribuì a perversità d’animo, mentre Federico, dal canto suo, risentiva profondamente l’affettata indifferenza del padre. Come avviene quando c’è un equivoco che non si chiarisce subito, la freddezza reciproca andò a mano a mano crescendo; padre e figliuolo si accusavano in silenzio di poco cuore e non si scambiavano che lettere brevi, fredde e insignificanti.
Frattanto entrò in casa la Bice portando nella dimora solitaria un nuovo alito di giovinezza, togliendole quell’aspetto triste e desolato ch’essa aveva nelle prime settimane dell’assenza di Federico. Senza volerlo, senza saperlo, la fanciulla nuoceva al cugino. Una frase dello zio lo mise in guardia. — Non parliamo di quello scapato. — egli le disse. — Ora sei tu che ne tieni il posto.
Tenere il posto di Federico? No, ciò non poteva, non doveva essere. Ed ella dichiarò allo zio che prima che accadesse una cosa simile sarebbe tornata in collegio, sicura di farvisi accettare dalla direttrice come assistente.
Alla lunga si calmò, ma fermando il proposito di esercitar tutta la propria influenza per sopire quel dissidio domestico. Pur non tardò ad accorgersi che l’impresa era ardua ed esigeva infinite cautele.
Non le fu difficile mettersi in relazione con Federico, avendola lo zio stesso incaricata talora di scrivergli in vece sua. E Federico le rispose in principio diffidente e guardingo, poi, via via, più sciolto ed espansivo. A lei rivelava la tristezza del suo esilio, l’acuta nostalgia da cui era sovente assalito, la sua ripugnanza ad allontanarsi ancora di più dall’Italia, la sua sfiducia assoluta di far buona prova nella mercatura. Ma soprattutto le discorreva dell’arte, ch’egli aveva ripreso ad amar con passione, che coltivava in segreto, e nella quale avrebbe potuto forse non esser degli ultimi se gli fosse stato permesso di dedicarvisi intero.
Il colonnello Bedeschi aveva tempra di despota, non d’inquisitore, e avrebbe stimato inferiore alla sua dignità lo spiar le corrispondenze della nipote. Delle lettere ch’ella riceveva da Federico egli sapeva quel tanto che a lei piaceva di dirgliene, ed è naturale ch’ella gliene presentasse un’edizione riveduta e corretta. Accennava alla condotta regolare del giovine, al desiderio ch’egli manifestava di riacquistare l’affetto e la stima del padre.... soggiungendo timidamente che a parer suo non c’era ragione di tenerlo più oltre in castigo a Londra, e meno che mai di spedirlo in capo al mondo.
La prima volta che la Bice toccò questo tasto, Bedeschi montò su tutte le furie. — O ch’ella pretendeva di dargli lezioni? Ella, una bambina, con quell’esperienza che aveva? Badasse ai casi suoi e non s’impicciasse di ciò che non la riguardava. Se Federico le scriveva delle sciocchezze, padrone; e padrona lei di rispondergliene altrettante, ma non venisse a far la saccente. Aveva capito?
La fanciulla non si smarrì d’animo per questo rabbuffo nè perdette di vista la sua meta. A ogni occasione opportuna ella tornava alla carica, sopportando in santa pace le sfuriate dello zio, il quale, in cuor suo, non si rammaricava troppo ch’ella difendesse il cugino. Ma il colonnello aveva riputazione d’uomo forte, d’uomo inflessibile, e certe riputazioni sono come un patrimonio da conservare. Bedeschi non voleva che si dicesse ch’egli s’infemminiva cogli anni. Accadeva poi un fatto curioso. Quantunque egli non osasse confessarlo a sè stesso, la Bice gli diventava più cara per la sua generosità nel prender le parti di Federico, e appunto col diventargli più cara gli rendeva meno sensibile la mancanza del figlio.
S’era sbagliata strada. La Bice lo riconobbe e mutò tattica. Da due o tre mesi ella non parlava di Federico che quand’era strettamente necessario il parlarne, pareva rassegnata non solo alla relegazione del cugino a Londra, ma anche alla sua partenza per Sidney o San Francisco.
— È frivola e obliosa come tutte le donne, — pensava il vecchio soldato. — Que’ suoi grandi ardori battaglieri sono sbolliti.
E non le sapeva grado della sua docilità. Era meno sicuro di aver ragione dacchè nessuno gli dava torto.
Ella intanto ne pesava le parole, ne scrutava i silenzi, i gesti, l’espressione della fisonomia, arrischiando di tratto in tratto con finta ingenuità una frase, una domanda, come un generale che spinge innanzi i suoi esploratori per esaminare il terreno.
— Se Federico deve lasciar l’Europa, — elladisse una mattina, — suppongo che verrà prima a salutarci.
Bedeschi levò il capo con un movimento brusco. — Non so.... Forse.... Vedremo.... — E sentendo lo sguardo della nipote fisso sopra di lui, si alzò da sedere e uscì dalla stanza.
La corrispondenza fra i due cugini durava non interrotta e non vigilata. Federico tradiva spesso la sua impazienza, accusava la Bice di non spiegar sufficiente energia per agevolargli il ritorno in patria, dichiarava che assolutamente a Londra non ci poteva stare e che avrebbe finito col fare un colpo di testa.... Poi, nella medesima lettera, chiedeva scusa della sua petulanza e prometteva di seguire a occhi chiusi i consigli della sua savia cuginetta, ch’egli si ricordava in vestito da collegiale e che aveva giudizio da vendere a lui e a molti altri meglio di lui.
E la savia cuginetta gli aveva scritto un giorno con gravità di esperta diplomatica: — Un colpo di testa può anche esser necessario, ma bisogna saper scegliere il momento di farlo. Il momento lo sceglierò io.
— Eccomi, — disse la Bice comparendo nel salotto ove si trovava lo zio.
Egli gettò via il giornaleL’Esercitoche stava leggendo e si preparò a darle una risciacquata di capo pel suo lungo ritardo. Ma l’aspetto singolare in cuiella gli si presentava gli strappò invece un sorriso dal labbro. E disse soltanto: — Finalmente!... E in quale arnese!
La ragazza aveva un lungo grembiale bianco che le scendeva dalle ascelle ai piedi, le maniche del vestito rimboccate fino ai gomiti, le mani e i polsi impiastricciati di farina, e teneva appunto le mani aperte e le braccia larghe, discoste dai fianchi, per non insudiciarsi di più. Aveva un po’ di farina anche sul viso e nei capelli.
— Eh, non ho terminato che adesso — ella rispose. — Sono in tenuta di fatica.
— Vada a mutarsi dunque.... presto.
— Vado.... ma che cosa voleva, zio, che mi ha fatto chiamare?
È vero. Che cosa voleva? Non se lo rammentava neppur lui.... Ah sì, voleva rimproverarla. E riprese: — Perder la giornata per fare un dolce. Vergogna!
— Fare e rifare, caro zio.... Senza dubbio, la ricetta era sbagliata.... Si figuri che se non ci mettevo un bicchier di latte di più veniva fuori qualcosa di duro come una palla di cannone....
— E ce l’hai aggiunto di tuo capo?
— Già.... La cuoca non vuole responsabilità. È un’impertinente. Sa quel che ha detto? “Mi perdoni, ma io non intendo immischiarmi ne’ suoi pasticci.„
— Ha ragione.... Ma non forzerai neanche me a mangiarloil tuo pasticcio.
— Oh lo assaggerà almeno.... per poter suggerirmi le correzioni da farsi domani.
— Domani?
— Ma scusi, non eravamo d’accordo? Quella d’oggiè una prova.... Domani poi che ci sono i veterani a pranzo.
La Bice chiamava così tre ufficiali in pensione, antichi commilitoni dello zio, il quale li invitava a desinare un paio di volte all’anno.
— Per i veterani — interruppe il colonnello — manderemo a prendere dall’offelliere un dolce che non sia duro come una palla di cannone.
La ragazza fece un segno di protesta.
— E a proposito — ripigliò Bedeschi — che ghiribizzo è stato quello di voler che invitassi i miei amici per domani e non per oggi?
— Volere? — disse la Bice con accento sommesso. — Ho pregato.... Mi pareva che la vigilia di Natale fosse meglio passarla in famiglia.
La fronte del colonnello si annuvolò. — Famiglia numerosa in verità — egli borbottò fra i denti.
— Ma! — sospirò la Bice.
— Vatti a vestire, va, — soggiunse lo zio.
Ella non si moveva.
— Che c’è adesso?
— Nulla.... Pensavo.
— A che cosa?
— Pensavo a tanti anni fa.... l’anno prima ch’io andassi in collegio, quando il Natale si festeggiò qui tutti uniti.... Che tavola allegra! C’erano il mio babbo e la mia mamma, c’era la zia, e Vittorio e Augusto, venuti in vacanza per una quindicina di giorni, e Federico.... Noi due eravamo i più giovani.... Egli faceva mille biricchinate e mi legò con la treccia alla spalliera della seggiola.... Oh mi par ieri.... E ora gli uni son morti, gli altri dispersi pel mondo.
Si voltò commossa, con le pupille umide.
Lo zio, infastidito, le diede sulla voce. — Per carità, non mi far piagnistei. I morti lasciamoli in pace, e quanto a quelli che sono dispersi, due calcolo che siano con noi; il terzo, il tuo carissimo Federico, è meglio dimenticarlo com’egli dimentica.
Ella fu in procinto di mettergli la mano sulla bocca per farlo tacere. Ma si ricordò ch’era tutta infarinata e si trattenne in tempo, sorridendo in mezzo alle lacrime: — Non le dica neanche per ischerzo queste cose. Se Federico non ha ancora scritto, questo non significa che abbia dimenticato.... Giurerei che la lettera è in viaggio.
Il colonnello fece una spallucciata. — Del resto, peggio per lui. A me non importa proprio niente.
Balzò in piedi e ripetè alla nipote: — Vatti a vestire. A meno che oggi non si debba rinunziare al pranzo....
La ragazza guardò l’orologio. — Pel pranzo ci vorrà un’oretta.... o un’oretta e un quarto.... secondo il punto in cui sarà il dolce.
— Insomma, Bice, — saltò su lo zio aggrottando le ciglia, — ogni bel gioco dura poco.... Vada e torni vestita entro venti minuti, e quando torna, a qualunque punto sia il dolce, disponga perchè portino subito in tavola.... Marsch.
— Oh, — esclamò il colonnello appena rimasto solo. — È indispensabile di por ordine a questa faccenda. Colei con le sue smorfiette ottiene sempre quello che vuole.
Il peggio si è ch’ella lo faceva diventar patetico, sentimentale, lui, il colonnello Bedeschi! Non aveva dovuto rasciugarsi gli occhi, quella sera stessa, nel guardare le fotografie di famiglia? Non era statolì lì per commoversi quando la Bice aveva evocato la memoria di quel Natale lontano? Non si crucciava fuori di luogo e di modo perchè quel caposcarico del figliuolo minore tardava a mandare gli auguri per le feste? Non soffriva all’assenza di questo ragazzo più assai che non volesse ammettere di soffrire? Non vedeva con un certo sgomento avvicinarsi il tempo nel quale Federico avrebbe dovuto andare di là dall’oceano? Non c’erano dei momenti in cui gli sarebbe venuta una gran tentazione di richiamarlo?
No, così non poteva durare. Il colonnello aveva bisogno di ricuperar la stoica impassibilità d’una volta, anche a costo di allontanar da sè la nipote. Ell’aveva diciott’anni, era piacente, graziosa, possedeva un quarantamila lire di suo, altre ventimila gliene avrebbe date lui, non doveva esser difficile di trovarle un marito.... Trovarle marito, e poi rimaner solo, con Battista, l’ordinanza, e coi veterani per commensali nelle grandi solennità.... Che bella prospettiva! Tanto bella che il colonnello, nell’eccesso della gioia, diede sulla tavola un pugno così formidabile da far quasi cadere il lume. Indi se la prese col giornaleL’Esercitoche gli parve indegno di avere nemmeno un associato; stracciò in due pezzi il numero che aveva fra le mani e ne fece due pallottole che scagliò a due angoli della stanza. Dopo le quali gesta tirò fuori il suo cronometro per vedere se fossero trascorsi i venti minuti ch’egli aveva assegnati alla Bice per la suatoilette.
— Venti minuti giusti, nè uno di più nè uno di meno, — disse la giovinetta entrando proprio in quel punto. Ella vestiva un abito di lana celeste con guarnizioni dipeluche, portava al collo un filo dicorallo, e buccole pur di corallo agli orecchi. Nei folti e lucidi capelli aveva intrecciato un nastrino di velluto rosso che ne faceva meglio spiccare il colore castano scuro e dava risalto ai suoi occhi bruni e vivaci. Del resto non aveva lineamenti regolarissimi, nè poteva dirsi bella nello stretto senso della parola, ma la persona agile e svelta e l’espressione della fisonomia dolce ed arguta ad un tempo la rendevano preferibile a molte vantate bellezze.
— Sfido un’altra a far così presto, — ella continuò avanzandosi verso lo zio, che, suo malgrado, era rimasto colpito dalla geniale apparizione. Ma egli era armato contro le seduzioni e rispose in tuono burbero: — Bene, bene.... E che necessità c’era di mettersi in fronzoli?... Tutte civette, le donne....
— Oh zio, mi son messa il vestito buono e i coralli che mi ha regalato lei il mese passato.... Dovevo lasciarli sempre chiusi in cassetto?
— Non dico questo.... Se ci fosse qualcheduno a pranzo.... Domani, per esempio....
— Oh, pegli estranei.... Se però esige che vada a mutarmi di nuovo...?
— Sì, per non finirla più.... Hai dato gli ordini in cucina?
— No, veramente.... Volevo darli adesso....
Bedeschi mise un’esclamazione poco parlamentare e tirò con violenza il campanello.
Si presentò Battista.
— Il pranzo è pronto? — chiese il colonnello con voce tuonante.
Il servo guardò la signorina.
— Non guardate la signorina, guardate me, e rispondete.
— Ma, — balbettò Battista. — Dev’esser pronto tutto.... tranne il dolce.... che la cuoca dice che non sarà pronto mai....
— Gelosia di mestiere, — rimbeccò la Bice.
— Se tutto è pronto, tranne quello che non sarà pronto mai, — ripigliò il colonnello, — scodellate la minestra immediatamente.
Battista voleva soggiungere qualcosa, ma la padroncina con un gesto di rassegnazione lo pregò di tacere.
Di lì a poco, nel salotto da pranzo bene riscaldato ed illuminato, zio e nipote sedevano a tavola l’uno di fronte all’altra e parevano entrambi in poco felici disposizioni d’umore. Lo zio trovava da ridire su tutte le pietanze, la nipote, d’ordinario chiacchierina e vivace, s’era ammutolita ad un tratto, e in preda a una singolare inquietudine s’agitava sulla sedia, tendeva l’orecchio ai più lievi rumori, e alzava ogni tanto gli occhi verso la mostra d’un orologio.
La Bice arrossì come uno scolaro colto in fallo, e disse: — Osservavo ch’è molto tardi.
— Bella scoperta! Di chi la colpa?
In quel momento si sentì una scampanellata alla porta di strada; la Bice balzò fuori della stanza, e Battista, che quella sera serviva peggio del solito, rovesciò una bottiglia di vino sulla tovaglia.
— Imbecille! — urlò il padrone. E avrebbe aggiunto chi sa quali altri epiteti se non fosse stata la curiosità di saper chi era venuto.
— Andate di là, — egli ordinò al domestico che non se lo fece ripetere due volte, — e tornate subito a dirmi chi è.
Ma Battista non tornò subito. Tornò invece la Bice con una strana espressione nella fisonomia, e si fermò sulla soglia.
— Ebbene? Che cos’è successo? Siamo in un ospedale di pazzi? — chiese il colonnello.
— Oh zio, — rispose la ragazza. — Se mi fa quei visacci non ho coraggio....
— Finiamola.... Chi è venuto?
— È venuto.... un forastiero....
— Un forastiero.... Chi?....
La Bice esitava.
— Chi, in nome del cielo?
— Oh sa, faccio come nelle commedie, io.... Avanti, Federico.
E tirò a sè il battente dell’uscio, dietro a cui si trovava Federico in persona.
Si ha un bell’esser corazzati contro le debolezze umane, si ha un bel voler foggiarsi sul tipo inflessibile di Bruto primo e di Manlio, allorchè un figliuolo che si credeva di non rivedere per un gran pezzo vi compare dinanzi all’improvviso, e con uno sguardo più eloquente d’ogni parola vi chiede perdono de’ suoi trascorsi e ridomanda la sua parte di affetto e il suo posto al focolare domestico, è impossibile non cedere al bisogno di spalancargli le braccia. Il tempo delle riflessioni verrà, verrà forse il tempo di pentirsi dell’aver ceduto a questo primo movimento; intanto il cuore, sia pur di sorpresa, riporta una vittoria che non è mai senza conseguenze per l’avvenire.
Tutto ciò accadde al colonnello Bedeschi, il quale faceva inutili sforzi per nascondere la propria emozione, e girando intorno a questo figlio piovutoglidall’Inghilterra e divorandolo con gli occhi, tradiva la sua sollecitudine con una sequela di domande: — Non sei mica malato, eh? — Non hai mica patito freddo per viaggio? — Sei stanco? — Hai ancora da pranzare?
E mentre Federico ch’era un florido giovinetto sui ventitrè anni gli rispondeva che stava benissimo, che s’era rifocillato a Verona, ma che nondimeno avrebbe preso volentieri una tazza di brodo, il colonnello scoteva il braccio della Bice.... — Via, perchè non ti muovi?... E dov’è quello stupido di Battista? O non c’è del brodo caldo in cucina?
— Ce n’è, ce n’è.... Ecco Battista con la zuppiera. È provvisto alla cena, alla camera, a tutto....
— Tu sapevi dunque?
— Naturalmente.
— E anche la servitù?
Battista evitava lo sguardo del padrone. Federico non alzava il naso dal piatto. La Bice sola, imperterrita, affrontava il fuoco.
— Anche la servitù. Da questa mattina.... L’avevo detto io.
— Ma perchè tanti sotterfugi?
— Ecco.... — principiò Federico al quale sembrava poco cavalleresco il non accorrere in aiuto a sua cugina.
Ma il padre lo interruppe. — Tu bada a mangiare. La Bice ha la lingua sciolta.
— Oh, — ripigliò questa, — mi spiccio in due parole. Se Federico scriveva a lei che non ne poteva più delle nebbie di Londra, che provava un bisogno imperioso di riscaldarsi al sole d’Italia, di rivedere la casa, la famiglia, insomma se le chiedevail permesso, lei non glielo avrebbe dato, e allora come si faceva a disubbidire?... Invece di scrivere a lei, Federico scriveva a me.... Non era un segreto la nostra corrispondenza....
— No, certo; però non mi sarei immaginato che ne usaste per cospirare. Alle corte, quel permesso che forse non avrei dato io, l’hai dato tu.
— Al momento opportuno ho incoraggiato Federico a perorar la sua causa in persona. Lo assicuravo che suo padre era un uomo severo, ma un cuore come ve ne son pochi....
— Basta, basta, — disse il colonnello. — È inutile dorare la pillola. — Indi rivolgendosi al figliuolo: — E il mio amico Giraldi, il tuo principale, è anche lui della congiura? Son sei o sette mesi che non mi manda una riga.
Federico estrasse del taccuino una lettera e la porse al padre.
— Oh! — disse questo. — Son due lettere, una dentro dell’altra.
— Leggi e vedrai.
Giraldi scriveva ad Annibale Bedeschi lodandosi della condotta e della intelligenza di Federico, ma soggiungendo che non gli pareva uomo nato pel commercio, e che, secondo lui, era molto meglio lasciargli studiar l’arte per la quale mostrava disposizioni singolari. In prova di che inchiudeva un biglietto del celebre Whitty, uno dei primi pittori di Londra, che aveva visto i disegni del giovine e ne traeva i più lieti pronostici per l’avvenire.
Il colonnello diede un’occhiata al biglietto in questione. — È in inglese! — egli esclamò. — O che che cosa devo capirci io?
Federico si offerse di tradurlo. Ma la Bice propose di rimetter le spiegazioni al domani. Erano tutti stanchi, e Federico in particolare cascava dal sonno.
— È vero, — assentì il colonnello. — Federico dovrebbe andarsene a letto.
A questo punto la Bice si picchiò la fronte con la mano. — E il mio dolce? Battista, fate il piacere di domandarne conto alla cuoca.
Il cugino mise un’esclamazione ammirativa. — Anche di pasticceria te ne intendi?
— Un poco.
— Uhm! — fece il colonnello.
Battista rientrò in salotto con aria contrita, e depose davanti al padrone un piatto che conteneva un oggetto informe.
— È questo il tuo dolce? — chiese ironicamente lo zio dopo alcuni vani tentativi di fenderne la crosta col coltello.
La Bice, mortificata, non riconosceva più l’opera sua. — Così me lo hanno ridotto?
Federico non potè trattenere una sonora risata.
— Hai torto di ridere, — disse la giovinetta. — Quella, vedi, è tutta malizia della cuoca, invidiosa de’ miei trionfi. Un’altra volta....
— Non c’è altra volta che tenga, — protestò il colonnello. — Basta una, ce n’è d’avanzo.
La Bice si strinse nelle spalle. — Il mio dolce avrà servito a ogni modo a far ritardare il pranzo. Se la corsa fosse arrivata in orario, Federico avrebbe desinato con noi, anzichè trovarci alle frutta.... E adesso....
— O che c’è ancora?... Non volevi che tuo cugino andasse a riposarsi?
— Sì, ma poichè rimane un sorso di vino nei bicchieri faccio un brindisi ai due assenti Vittorio e Augusto.
— Con tutto il cuore, — risposero a una voce padre e figliuolo.
— Agli assenti e al reduce, — ella soggiunse.
— Sia pure.... Anche al reduce, — ripetè il colonnello avvicinando il suo bicchiere a quello di Federico. — Abbiamo però sempre dei conti da regolare.
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Quando Federico si mosse per salire nella sua camera, la Bice lo accompagnò fino sul pianerottolo. Egli non aveva parole abbastanza per ringraziarla, per esaltare il suo spirito, la sua bravura.
— Non facciamoci illusioni — ella disse. — Non cantiamo vittoria troppo presto.
— Con te, mia cara, si vinceranno tutte le battaglie, — replicò il cugino. E dopo una breve pausa, abbassando la voce e avvolgendola d’uno sguardo ch’esprimeva il più sincero entusiasmo: — Sai che ho fatto un’altra grande scoperta?
La Bice abbassò involontariamente gli occhi. — Quale?
— Che sei diventata proprio bella.... ma proprio.... non è già un complimento.
— Pazzo che sei! — disse la ragazza imporporandosi in viso. — Buona notte, buona notte. — El o piantò lì col lume in mano, incantato a guardarla.
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Come si accomodassero le faccende il dì appresso, che conseguenze avesse nell’avvenire lagrande scopertadi Federico, a che risultato approdasse la visibile simpatia de’ due cugini, son tutte cose che non si possono saper subito.... Al Natale prossimo.... forse.