. . . . . . .in cerula gonnella,E adorna il crin della normanna cuffia,E le orecchie dei tremuli pendentiChe, recati di Francia ai vecchi giorni,Furon trasmessi poi di madre in figlia....
. . . . . . .in cerula gonnella,E adorna il crin della normanna cuffia,E le orecchie dei tremuli pendentiChe, recati di Francia ai vecchi giorni,Furon trasmessi poi di madre in figlia....
. . . . . . .in cerula gonnella,
E adorna il crin della normanna cuffia,
E le orecchie dei tremuli pendenti
Che, recati di Francia ai vecchi giorni,
Furon trasmessi poi di madre in figlia....
Più in là una Margherita biondissima, dimentica in quel momento di Fausto, s’appoggiava con un certo abbandono a un mandarino chinese, precedendo di pochi passi una Maria Antonietta, che improvvida dell’avvenire, discorreva animatamente con un Enrico IV. Nel vano di una finestra, un’altra tragica regina, Maria Stuarda, civettava in lingua tedesca con un arabo dall’ampio e pittoresco turbante, e un maresciallo Turenna, ritto davanti a una figlia di Madama Angot, stava aspettando ch’ella avesse bevuto una limonata per riprender dalle sue mani il bicchiere. E trovatori e castellane del Medio Evo, e donne e cavalieri d’ogni età e d’ogni paese, e bizzarre personificazioni di fiori e di piante, e albe rosee, e notti stellate passavano e ripassavano, mentre dall’alto una musica invisibile dava il segnale delle danze. Non si ballava però, o appena cominciato aballare si smetteva, tant’era la ressa della gente, tanta la curiosità che tutti avevano di esaminarsi a vicenda.
Sulla mezzanotte, quasi contemporaneamente, arrivarono tre gruppi, ciascuno di otto persone che furono ricevuti con grandi applausi. L’uno di mugnai e mugnaie, era tutto composto di ragazze o di giovinetti la cui avvenenza fresca e vivace poteva sfidare quel costume semplicissimo e primitivo. Il secondo ed il terzo ci trasportavano in pieno secolo decimottavo, all’epoca di Luigi XV. Otto fra pastori e pastorelle scesi dai quadri del Watteau, e otto fra gentildonne e gentiluomini della Corte frivola, arguta, elegante. In quest’ultimo gruppo era la Serlati, da marchesa di Pompadour, e al fianco di lei, lindo, attillato, con la mano sinistra sull’elsa dello spadino, il suo Montalto. Che fascino c’era nella Serlati! E come i suoi occhi sfavillavano sotto la parrucca incipriata! Ecco, ell’era appena giunta che già tutti quanti gli sguardi si rivolgevano a lei e i travestimenti meglio riusciti impallidivano al confronto del suo, e le più superbe bellezze si vedevano per sua cagione disertate da una parte dei loro adoratori! Ell’attraversava le sale senza imbarazzo e senza spavalderia, non turbata, non esaltata dal fremito d’ammirazione e di desideri che sollevava intorno a sè, ma con la sicurezza calma e serena, ma con la facile indulgenza di chi non teme rivali.
Quale ella paresse a Teofoli non c’è bisogno di dirlo. Tutti i superlativi del vocabolario gli salivano al labbro ed egli susurrava fra sè: — Stupenda, celeste, divina! — Però, quanto maggiore era il suo entusiasmo, tanto più egli sentiva la follia della suapassione, tanto più si maravigliava seco medesimo delle parole temerarie che aveva poco innanzi masticato fra i denti, quasi per rispondere alla tacita canzonatura di Monsieur de la Rue Blanche. Egli esser l’amante della contessa Giorgina Serlati! Era possibile? Non era un segno d’aberrazione il solo averlo supposto? Eppure.... eppure egli l’amava, su questo punto non c’era dubbio, e l’amore, nato in lui così tardi, aveva tutta la violenza degli amori giovanili.... Sarebbe stato tanto felice di morire per lei. Anzi, poichè questa, ragionevolmente, era la sola felicità a cui egli potesse aspirare, il suo pensiero vi si riposava con una specie di voluttà dolorosa.... Morire.... morire....
Intanto egli era combattuto fra il desiderio di salutar la Giorgina e quello di dileguarsi inavvertito, di fuggir mille miglia lontano da un luogo ov’egli appariva assurdo, ridicolo agli occhi propri.
Ma ella che lo aveva scorto in mezzo alla gente e che non voleva perdere i suoi omaggi (a lei premeva di raccogliere persino le briciole) gli si avvicinò con quella affabilità che le accattivava gli animi. — O Teofoli, bisogna dunque che vi venga incontro io.... E avete voluto far a modo vostro.... venire infrac. V’era così facile indossare una toga di professore.... Avete visto il vostro amico de la Rue Blanche?.... Quei quindici o ventifrac(non saranno mica di più) sono ipunti neridella festa e son quasi pentita d’aver interceduto io per ottenere questa concessione dai padroni di casa.... Non importa, mi accompagnerete ugualmente albuffet.... quando sarà l’ora della cena.... Speravate forse di esimervi dal vostro impegno? Vi leggo in viso io il vostro tradimento....
— Oh contessa....
— Sì, sì, mi negherete che avevate una mezza intenzione d’andarvene?
— Ma.... — balbettò Teofoli, come uno scolaro côlto in fallo.
— Eh, — interpose con un sorrisetto il marchese di Montalto che faceva da cavaliere alla contessa, — il signor professore non ha l’abitudine di far così tardi....
— In quanto a questo, — replicò l’altro punto sul vivo, — non si dia pensiero.... All’ora della cena sarò al mio posto.
— Bravo Teofoli, — esclamò la Serlati. — Ogni promessa è debito.... verrete a cercarmi nella sala da ballo.... Arrivederci.
E si confuse nella folla.
Era destino. Qualunque atto d’indipendenza egli volesse fare, ella era pronta ad accorgersene, pronta a risaldar la catena che lo avvinceva a lei.
S’era finalmente incominciato a ballare, e per quella selezione naturale che avviene in queste occasioni gli uomini gravi e maturi si trovavan separati dalla parte più giovine e vivace della società.
Il dottor Luini si riaccostò a Teofoli e lo prese pel braccio. — Venga con me, professore, venga a bevere una tazza di tè; chè questo è il vero momento di trovar la sala delbuffetquasi vuota.
Teofoli si lasciò condurre, più che per la tazza di tè di cui non gli premeva punto, perriconoscere la situazione. Non era qui infatti ch’egli doveva accompagnare la contessa Giorgina?
Senza esser quasi vuota, come il dottor Luini aveva previsto, la sala delbuffetnon era nemmeno affollata.La divideva nel senso della sua larghezza una gran tavola ad arco dietro la parte rientrante della quale stavano dodici camerieri in livrea; sulla tovaglia bianca di neve erano disposti in bell’ordine vasi di fiori, trionfi di dolci, piramidi di frutta, vassoi con ogni sorta di pasticceria, servizi di tè e di caffè, ciotole da guazzi, gruppi di bottiglie, calici da sciampagna, bicchieri e bicchierini di tutte le forme e misure. E pensare che il meglio sarebbe venuto poi, quando dopo una mezz’oretta di preparazione, ilbuffetdolce si sarebbe trasformato inbuffetsolido e i conoscitori sarebbero stati chiamati a giudicar l’opera collettiva di tre cuochi rivali pacificatisi per poco dinanzi alle medesime casseruole!
Nell’attesa delbuffetsolido, il professore Arnaldi, maestro d’italiano di Miss Gilbert, faceva onore albuffetdolce, ed egli s’affrettò ad illuminare il dottor Luini e il professor Teofoli sui meriti rispettivi delle varie paste, delle frutta, dei vini ch’egli aveva assaggiati. Già aveva assaggiato di tutto e poteva parlare con cognizione di causa. — Tutto è eccellente, ma provino di questo, ma provino di quello. — E li incoraggiava con l’esempio.
I camerieri sorridevano.
— Per mia moglie e per i miei figliuoli, — diceva il buon professore, prendendo a manate le confetture e riempiendosene le tasche. — È vero che si rischia di rimetterci ilfrac.... unfrac.... quasi nuovo.... ma come si fa?... la famiglia porta degli obblighi.
— Adesso poi per me.
E accennava a uno dei servi di mescergli ancora un bicchiere dichampagne frappé, un nettare. Era il decimo ch’egli beveva.
Luini e Teofoli, per sottrarsi a questa pericolosa vicinanza, si tirarono al capo opposto della tavola, ove cinque o sei persone posate dei due sessi sorseggiavano tranquillamente la loro tazza di tè e discorrevano della festa. In fondo, in un angolo, un paggio toscano del quattrocento sbucciava un mandarino per unawalkiriapallida, bionda, fantastica.
— Ecco l’età buona per questi divertimenti, — disse a voce bassa il dottor Luini alludendo a quei due che parevano mangiarsi cogli occhi. E soggiunse deponendo la chicchera sulla credenza: — Per me ne ho d’avanzo.... Capisco che lei rimane, Teofoli.... È diventato un discolo lei.... Buona notte.
— Vengo di là anch’io a dare una capatina nella sala da ballo.
— Non vuol perderne una, non vuole....
Il professore Arnaldi, un po’ allegro per lo sciampagna, gridò dietro a Luini e a Teofoli: — Torneranno pelbuffetsolido, spero.... Ho saputo delle cose, delle cose.... Ci sarà del salmone fresco.... E dei tartufi.... E del pasticcio di Strasburgo.... proprio genuino.... arrivato da Strasburgo direttamente.
— Ma! — notò il dottore mentre usciva dalla sala in compagnia del nostro Teofoli. — Quell’uomo lì, un galantuomo, un brav’uomo, ha trovato un mezzo infallibile per farsi ridicolo.
Teofoli non rispose. Egli aveva il vago presentimento che ci fossero altri mezzi non meno sicuri per raggiungere il medesimo fine.
La sala da ballo, assai ampia e di forma regolare, pressochè quadrata, era per tre delle sue pareti rivestita di grandi specchi che moltiplicavano all’infinito le immagini, onde l’occhio si smarriva in quello scintillìo di fiammelle, in quell’intrecciarsi turbinoso di coppie che apparivano, si dileguavano, ricomparivano subitamente, ora di qua ora di là, ora in forma concreta, e palpabile, ora come visioni lontane e fantastiche. Del resto, con tanta folla, non si ballava che dai più pertinaci, urtandosi di continuo coi gomiti, pestandosi i piedi ad ogni momento, fra scuse e risatine brevi, e agitarsi di ventagli, ed esclamazioni involontarie, e fruscìo di vesti, tutte cose che unite insieme davano un rumore simile a quello dell’api che sciamano. Si sarebbe detto che gli specchi rimandassero, oltre che le immagini, il suono.
Il professore Teofoli aveva finito coll’appoggiarsi allo stipite d’un uscio, adattandosi a ricever spintoni da quelli che s’ammontavano dietro a lui per vedere, da quelli che uscivano, da quelli ch’entravano e perfino dai servitori che portavano in giro i rinfreschi. Anzi uno d’essi, dopo esser stato in procinto di rovesciare un vassoio per colpa sua, brontolò con mala grazia: — Vogliamo star lì duri, impalati. — Era singolare come quella sera tutti gli mancassero di riguardo. Teofoli non aveva vanità, non aveva superbia, ma Dio buono, egli aveva pure il convincimentodi valer meglio di quattro quinti della gente ch’era raccolta da Gilbert, era avvezzo a esser trattato con rispetto, con deferenza. Quella sera invece non c’era un bellimbusto che non lo squadrasse d’alto in basso con piglio di superiorità. Anche i suoi conoscenti, gli stessi che usavano largheggiar seco in dimostrazioni di stima, appena gli rivolgevano la parola. Passi per la Ermansi che aveva ragioni plausibili di tenergli il broncio e che aveva risposto con estremo sussiego al suo saluto. Ma c’era alla festa una ventina di studenti universitari camuffati in varie foggie, giovinotti che a scuola pendevano dalle sue labbra, volevano essere illuminati da’ suoi consigli e dei quali non uno si degnava adesso di fermarsi a fare un po’ di conversazione con lui. Il meno villano, un paggio Fernando dellaPartita a scacchi, aveva buttato lì distrattamente un — buona sera, professore, come sta? — E detto ciò per incarico di coscienza l’aveva piantato in asso per correr dietro a un’Ofelia con la quale aveva impegnato la seconda quadriglia.
Il modo di barattar quattro chiacchiere il nostro professore l’avrebbe trovato sicuramente nella stanza da fumare, rifugio ordinario dei vecchi scapoli che hanno rinunziato alla galanteria, e dei mariti filosofi rassegnati ai decreti della Provvidenza; senonchè, egli era inchiodato a quel posto di dove gli era concesso di veder ogni tanto la bella Serlati. La vedeva ora a braccio dell’uno, ora a braccio dell’altro, ballando un giro con questo e con quello, ma nei balli figurati avendo sempre per cavaliere quell’antipatico di Montalto. Poi, fra un ballo e l’altro ella usciva per una delle quattro porte della sala, passava talvolta rasente a lui, accompagnata, ben s’intende, da qualche spasimante,lo salutava con un cenno, con un sorriso, e si perdeva via nella folla che invadeva le stanze vicine. Egli esprimeva la tentazione di seguirla, rattenuto dal timore di farsi scorgere, di recarle noia, e soprattutto dalla certezza di non coglierla mai sola, di non poter mai discorrerle con libertà. E quand’ella rientrava alle prime battute dell’orchestra, e con essa entrava un’onda di gente, una vampata di caldo, egli era ancora appoggiato a quello stipite di marmo, immobile come una cariatide, solo rasciugandosi macchinalmente il sudore col fazzoletto.
Seduta presso di lui a un capo del divano che girava intorno alla sala, e ansante e sbuffante al pari di lui, una signora forestiera di mezza età, molto grassa, lo guardava di tratto in tratto con un’espressione mite e benevola di donna altrettanto disposta a raccontare i propri dolori quanto a intendere e a compatire i dolori altrui. Ella non conosceva Teofoli che non l’era stato presentato, ma parendole ch’egli fosse lì suo malgrado, vittima di qualche dovere domestico, cedette a un bisogno irresistibile di sfogarsi, e lasciando da parte le cerimonie gli disse con una cattiva pronunzia francese: —Ah si ce n’était pour nos enfants!
—Plait-il, Madame?— domandò il professore che non aveva capito.
Allora ella gli spiegò ch’era venuta a quella festa unicamente per accompagnarvi le sue due ragazze e che supponeva vi fosse anche lui per un motivo simile....Sans cela, mon Dieu!...
Teofoli divenne rosso e balbettò una frase evasiva. Per fortuna la degna signora era alquanto sorda e non voleva esser creduta tale, ciò che la induceva ad appagarsi di qualunque risposta.
—Ah, oui, naturellement, — ella soggiunse. E saltando ad altro argomento fece notare al suo vicino che in quella temperatura tropicale sudavano persino i muri e ch’egli s’era bagnata la manica del vestito a forza di stare appoggiato allo stipite.... Se si contentava del po’ di posto che c’era vicino a lei.... E lealmente, coscienziosamente, ella si ristrinse più che potè, mentr’egli per non commettere una troppo grossa villania approfittava del non ambito favore.
Egli sedette così per alcuni minuti, rattrappito sul divano, soffocando peggio di prima e non abbracciando più come prima con lo sguardo l’insieme della sala. Anzi, davanti a sè, non vedeva che un gran turbinio di veli, uno svolgersi serpentino di code, un ondeggiar di capigliature nei ritmici movimenti del ballo. Vedeva invece alla sua destra sullo stesso divano una serie di faccie sonnolenti e ingrugnate: mamme sospiranti il letto e combattute fra la speranza che le loro figliuole potessero trovare un marito e il timore ch’esse tornassero a casa con nuovi grilli in capo; vecchie zitelle furibonde d’esser lasciate in disparte; vecchie eleganti schiacciate dall’umiliazione dell’insolito abbandono; fanciulle anche non goffe, non brutte, ma smarrite in una società ove non conoscevano quasi nessuno e aventi l’aria di naufraghi in cerca di una tavola di salvezza. Quante, quante delusioni! E per pochi trionfi quante disfatte!
La facoltà di assurgere dalla considerazione dei fatti particolari alle idee generali offre, per quel che dicono, qualche conforto. Essa offre almeno un modo di distrarsi, e il nostro professore, nello studiare il dietro scena d’una festa, sviava per un istante il pensiero dalle sue tribolazioni e non s’accorgeva, nonfoss’altro che dal movimento vertiginoso dell’orchestra, che i secondilancierstoccavano al loro termine e che si avvicinava per lui il gran momento di porgere il braccio alla contessa Giorgina Serlati. Poichè si sapeva che dopo i secondi lanciers si sarebbe aperto ilbuffet.
L’improvviso cessar della musica e la confusione, che ne seguì richiamarono Teofoli al senso della realtà. Egli si alzò di scatto, dominando con uno sforzo della volontà un inesplicabile malessere, stupito di non provare nessun entusiasmo, di sentirsi piuttosto simile a chi ubbidisce a una consegna che a chi è posseduto dal fuoco sacro delle battaglie. Durante il tempo che era stato seduto aveva perso di vista la contessa; la scorse adesso in fondo alla sala, appoggiata tuttavia al braccio di Montalto e cinta dalle altre coppie che avevano ballato nel medesimocarrée che parevano, uomini e donne, inchinarla come regina. Era una dedizione universale;bella, dicevano con entusiasmo gli sguardi accesi degli uomini;bella, dicevano con manifesto dispetto i sorrisi forzati delle signore.
Il professore esitò. L’idea d’appressarsi al crocchio dove si trovava la Giorgina lo atterriva addirittura. Ah se avesse potuto sguisciar via inosservato! Probabilmente ella non lo aspettava, non si ricordava nemmeno di lui, della promessa che gli aveva fatta; e quando pur se ne fosse ricordata, gli sarebbe stata riconoscente di dimenticarsene in vece sua.... E in ogni modo, non avrebb’egli sempre potuto addurre la scusa d’un’indisposizione subitanea?
Ma non gli rimase agio di pesare il pro e il contro di questa fuga. La contessa aveva notato la suapresenza, e rispondendo con una scrollatina di spalle alle rimostranze e alle preghiere di Montalto lo aveva chiamato a sè con un cenno.
Non c’era più via di scampo e Teofoli fendette la folla per avvicinarsi alla sua tiranna.
— Ebbene, — ella gli disse staccandosi bruscamente dal suo cavaliere e passando sotto il braccio di lui il suo braccio nudo fino all’ascella, — perchè non eravate pronto?...
Ella si voltò a Montalto che non si risolveva ad allontanarsi, e gli tese la mano con un — A più tardi.
Una signora in costume daDirettoriosusurrò dietro il ventaglio al suo cavaliere: — Pagherei sapere che gusto ci trovi la Serlati a mettere alla berlina quel povero professore Teofoli.
— Eh, — replicò l’interrogato; — il gusto che le donne ci trovano sempre a far disperare gli uomini.
— La più bella della festa in compagnia del più brutto, — sghignazzò qualcheduno.
— Sì, — soggiunse un altro, — ma la figura ridicola la fa lui.
— Montalto inghiotte tanto veleno, — notò con compiacenza una Caterina de’ Medici che non poteva soffrire il marchesino.
— Non credere, — disse un’amica. — Se non ha rivali più formidabili di così....
Tutta questa gente usciva in processione dalla sala da ballo, attraversava altre quattro stanze fra cui la stanza da giuoco, e si dirigeva albuffetch’era rimasto chiuso per una mezz’ora e adesso si riapriva trasformato interamente d’aspetto con una ventina di tavolini da quattro posti per ciascheduno, apparecchiatidi qua dal banco ove gl’intenditori avrebbero potuto ammirare una vera esposizione gastronomica. Quello però non era il momento di contemplazioni platoniche.
Come accade sempre, ilbuffetfu preso d’assalto. S’era bensì fatta correr la parola d’ordine che i posti a sedere, anche per le sole signore, eran pochi, che la stanza era d’una capacità limitata e che sarebbe stato opportuno di non venirci tutti quanti in una volta. La grande maggioranza non s’era arresa a queste ragioni. In un attimo i tavolini furono occupati, e dinanzi al banco si vide la scena edificante d’una massa d’uomini urlanti, dimenantisi a guisa d’ossessi, intenti a soverchiarsi a vicenda, quali per saziar presto le loro dame, quali per saziar sè medesimi.
— Qua, Giorgina.... Qua, contessa, — gridarono ad una voce tre signore chiamando alla loro tavola la bella Serlati. — C’è un posto.... Ed è Teofoli che ti serve?
— Ma sì.
— Come vuoi che faccia? È proprio roba per lui....
— Vedremo.... Da bravo, Teofoli, procuratemi intanto una tazza diconsommé.
Col dire che non eraroba per lui, quella signora che Teofoli conosceva superficialmente aveva detto una gran verità, e il povero professore nell’ubbidire all’ordine della contessa somigliava a chi si getta a capofitto nell’acqua senza saper nuotare. Più basso di statura, meno largo di spalle, meno forte di gomiti, meno robusto di polmoni della maggior parte di quelli che s’addensavano intorno al banco, egli non riesciva nè a cacciarsi innanzi nè a far sentire il suo disperato appello. — Unconsommé! Unconsommé! — Nè s’avvedeva intanto che Montalto il quale s’era impuntato a servir lui la contessa, stendendo le suo lunghe braccia al disopra delle spalle d’un amico indulgente, otteneva la desiderata tazza di brodo e la portava come trofeo alla donna del suo cuore.
Sulle prime la Giorgina lo rimproverò. — Che insistenza è la vostra, Montalto? Sapete che ho dato l’incarico al professore.
Le sue compagne si misero a ridere. — Sei matta ad aver questi scrupoli?... Chi primo arriva primo alloggia.... E poi stai fresca se aspetti il tuo professore....
— Voi altre però, — riprese la contessa, — avete più pazienza coi vostri cavalieri.
— Eh.... se indugiassero troppo ricorreremmo anche noi a Montalto.... Non è vero, Montalto, che servirebbeanche noi.... s’intende dopo la contessa Serlati?
— Si figurino.... Con tutto il piacere.
Queste eccellenti ragioni vinsero la perplessità della contessa. Montalto, raggiante, le susurrò una parola di tenero ringraziamento e si slanciò di nuovo nel fitto della mischia.
Uno a uno gli eleganti giovinotti si presentavano alle loro dame chi con un piatto, chi con una bottiglia, ultimo comparve il professore con la sua tazza diconsommé.
— Tardi, tardi, Teofoli — disse l’adorabile marchesa di Pompadour con accento di sincero rammarico. — Avevo proprio bisogno d’una goccia di brodo, me l’hanno offerto e l’ho preso.
— Ha fatto bene, — rispose il professore a denti stretti. — A ogni modo potrebbe prendere anche questa tazza....
— Ah no, grazie.... Mi basta.... Piuttosto cercate d’aver qualcos’altro.... della lingua, del salmone, del pasticcio di Strasburgo.... quello che vi si dà insomma.
— Sì, sì, professore, — gridò la Del Viale, una leggiadra brunetta in costume di maga che sedeva a sinistra della Serlati, — ci porti del pasticcio di Strasburgo.
— E del salmone in abbondanza, — soggiunse la Binasco, una madama Recamier che pareva in camicia.
— Badi a me sola, — ripigliò la Serlati, — se no, non ne viene più a capo.
E quando Teofoli si fu allontanato per ritentar la difficile impresa, ella si rivolse alle amiche: — Nonci mancavate che voi per fargli perdere la bussola.
— Vorresti aver tu questo privilegio? — dissero le altre. — Li accaparri tutti gli uomini, di tutte le specie, di tutte l’età.... nobili e borghesi, dotti e ignoranti, giovani e vecchi;... non ti vergogni?... Ecco, noi ti ruberemo il tuo professore.
Era chiaro che in quei cervelli leggeri era entrata l’idea di burlarsi del disgraziato Teofoli. La Serlati resisteva ancora, ma resisteva fiaccamente. Non poteva permettere che le si attribuisse una inclinazione seria pel professore. E poi il caldo ed il vino cominciavano a salirle alla testa.
Al banco crescevano la confusione e lo strepito, e i camerieri non sapevano più da che parte voltarsi, sconcertati dallo spettacolo di quelle cento braccia che s’agitavano in aria, quali per consegnare, quali per ricevere un piatto, storditi dal frastuono di quei cento ordini che si accavallavano, per così dire, l’uno sull’altro, nelle diverse lingue europee, con le diverse inflessioni di voci, imperiose, persuasive, supplichevoli.
— Del salmone....
— Prego, del pasticcio di Strasburgo.
— E questo prosciutto viene o non viene?
— Fate il piacere, del fagiano, per due signore....
— Una bottiglia di Bordeaux, presto.
I vari postulanti si guardavano in cagnesco, frenando a stento la voglia di scambiarsi dei vituperi, di cacciarsi a calci fuori della sala. Bastava sentire in che modo secco, rabbioso fossero pronunciati queipardon, pardon, che per un resto d’educazione accompagnavano gli spintoni e le gomitate. Ma i piùirritanti erano quattro o cinque signori infracche giunti alla prima fila vi si mantenevano imperterriti riempiendosi l’epa di tutti i cibi e di tutti i vini, e opponendo una resistenza passiva alle preghiere, alle sollecitazioni, ai sarcasmi, agli urti.
Quando il professore Teofoli, dopo immani fatiche, arrivò presso al banco per riconsegnarvi la tazza di brodo che la contessa Serlati non aveva voluto, e per farsi dare del salmone, o della lingua, o del pasticcio di Strasburgo, egli trovò dinanzi a sè, ultimo ma non facilmente superabile ostacolo, uno di questi pilastri mangianti e beventi. Ed egli aveva un bel dire, nella lingua internazionale dei salotti: —Pardon, monsieur—permettez, monsieur, un petit moment. —Monsieur, che era rimasto sordo a tante esortazioni, sarebbe rimasto sordo anche a questa, se non avesse riconosciuto, a malgrado dell’idioma straniero, la voce dell’illustre Teofoli. Ciò lo indusse a fare un quarto di giro e a presentare a Teofoli il suo profilo. Era il professore Arnaldi.
— Caro collega, — esclamò costui reso tenero ed espansivo dal vino, — dica a me, io la faccio servir subito.... Ma ha una tazza di brodo ancora piena.... Perchè non la beve?... Vuol riconsegnarla?... Poteva darla a un servo qualunque o metterla su una mensola.... A ogni modo dia qui.... Ecco.... E adesso parli, che cosa desidera?... Io la consiglierei a provar di tutto.... Non c’è niente da buttar via, l’assicuro.... Cominci dalla lingua affumicata.
— Ma no, — interruppe Teofoli, — non si tratta di me.... si tratta di alcune signore....
—Alcunesignore?... Corbezzoli.... Si piglia di questi impicci, caro collega?... Non la invidio davvero....Però vada pure per le signore.... Che cosa devo procurare per le signore?
La qualità dell’alleato non piaceva troppo a Teofoli, nè gli piaceva, nella sua aristocrazia di professore universitario, quel titolo di collega datogli così da un maestrucolo; tuttavia egli non si sentiva forte abbastanza da rispinger la mano pietosa che veniva in suo soccorso, e disse: — Poichè è tanto gentile, cerchi d’aver del salmone.... E del pasticcio.... in due piatti.... Già più di due piatti non si possono mica portare.
In quel momento, come per dargli una solenne smentita, il marchese Montalto gli passava accanto portando a ignota destinazione, con la disinvoltura d’un cameriere di trattoria, non due piatti ma quattro. Per fortuna Teofoli non se ne accorse.
— Del salmone! Del pasticcio! — gridava Arnaldi. E sentiva il bisogno di soggiungere a sua giustificazione: — Non per me, per delle signore.
I camerieri ubbidivano in silenzio. Solo nel guardarsi sorridevano a fior di labbro, di quel sorriso fine, diplomatico, che riavvicina un credenziere a un ministro plenipotenziario.
Fra i presenti corse un fremito d’indignazione.
— È un’enormità.
— Non s’è mai visto una cosa simile.
— Quelli non son uomini, son lupi, pesci cani....
— Questa volta agisce per procura, — bisbigliò qualcuno che aveva côlto una parte del dialogo tra i due professori.
— Sarà un pretesto, — rimbeccò uno scettico.
Ma convenne arrendersi all’evidenza. Allora un bello spirito slanciò un epigramma. — Società di mutuo soccorso fra i docenti.
Troppo occupato a tener in equilibrio i suoi due piatti, Teofoli non badò ai sarcasmi. Se arrivava sano e salvo era un miracolo.
Egli attraversò senza peripezie la barricata umana che divideva il banco dal resto della sala, navigò felicemente tra gli scogli dei tavolini, delle sedie smosse, dei lunghi strascichi di velluto e di seta, e pervenne al termine del suo viaggio, cioè al tavolino della Serlati. Ivi però lo aspettava una dolorosa sorpresa.
Intorno a quel tavolino s’addensava un nugolo di galanti. Ne avevano, com’è giusto, anche le tre compagne della Giorgina, ma i più erano per lei. E, ciò ch’è peggio, fra questi c’era Montalto che appoggiato alla spalliera della seggiola della contessa le susurrava chi sa quali freddure, mentr’ella alzando gli occhi dal piatto e volgendo alquanto la testa lo ascoltava con deferenza e gli offriva un frutto con la sua bianca manina. Insomma un idillio commovente. Il tavolino, si può immaginarsi, era pieno d’ogni ben di Dio, da sfamare non quattro delicate signore ma una dozzina d’uomini digiuni da una settimana; poichè tutti quei giovinotti, confidando di giungere al cuore delle loro belle per la via del palato e dello stomaco, erano andati a gara per recar loro le proprie offerte.
Era naturale quindi che la comparsa del professore fosse accolta con uno scoppiettìo di frizzi mordaci.
— È il soccorso di Pisa.
— La vettura del Negri.
— Il leggendario burchiello di Padova.
— Caro amico, — disse la Giorgina, — è una fatalità,ma siete sempre in ritardo.... Vedete quanta roba hanno già portato questi signori.
Teofoli, pallidissimo, si morse il labbro. — Però.... Io ho fatto quanto più presto m’era possibile.... e speravo....
— Che avessi pazienza, non è vero?... Dio buono.... non conviene poi prender le cose sulla punta della spada.... Son sere eccezionali.... Mi dispiace che abbiate avuto tante seccature per nulla.
Ritto in mezzo a quella gioventù canzonatrice co’ suoi due piatti in mano che non sapeva dove posare, il professore faceva una ben grama figura.
— Mangi lei, — gli suggerì la Binasco.
— Guardi, — soggiunse la Fiorenzi, una bionda slavata che fino allora aveva parlato pochissimo; — laggiù è rimasta libera una sedia.... La pigli e s’accomodi vicino a me.
— O come vuoi che pigli la sedia se ha tutte le due mani impegnate? — le chiese piano la Del Viale.
— Zitto, — rispose la Fiorenzi nello stesso tuono di voce. — Ho detto apposta.... per confonderlo peggio.... Non vedi com’è grottesco? Giurerei che fa qualche malanno.
La Fiorenzi aveva una reputazione bene assodata d’istinti profetici. Ella aveva appena finito di confidare le sue previsioni alla Del Viale che il professore con un movimento falso urtava una contessa Marziani la quale s’era alzata allora da una tavola vicina e stava raccogliendo la coda prolissa del suo vestito da gentildonna veneziana del secolo scorso. Nell’urto uno dei due piatti si piegò alquanto da un lato, e parte della gelatina che guarniva il pasticcioandò a cader sopra l’abito della dama. Ella ebbe un ruggito da leonessa ferita e il suo cavaliere, un alcade spagnuolo, slanciò a Teofoli insieme con uno sguardo fulmineo unmonsieurche per sè non voleva dir nulla, ma che, pel modo in cui era pronunciato, appariva gravido di minaccie e poteva contenere anche un cartello di sfida. Guai se il professore avesse reagito! Egli però riconosceva il suo torto e biascicò alcune parole di scusa. Il cavaliere interrogò con gli occhi la sua dama, pronto, non se ne dubita neanche, a lavar col sangue dell’offensore la macchia fatta dalla gelatina al vestito di lei. Per fortuna la dama gli accennò di smettere e la cosa terminò lì. La gentildonna veneziana e il suo belligero campione si allontanarono maestosamente; il professore Teofoli consegnò il suo carico malaugurato al primo domestico che gli si parò innanzi, e si lasciò cader sfinito sopra una sedia.
Alla tavola della Serlati questa scenetta destò un’ilarità irrefrenabile. Era quel riso che somiglia a una convulsione, che s’alimenta da sè stesso, che fa dire a chi ne ignora la causa: — O che son diventati matti?
Ma Teofoli non ne ignorava la causa. Egli capiva perfettamente che quelle donnine frivole e quei zerbinotti melensi ridevano di lui. E degli altri non gli sarebbe importato. Era il riso della Giorgina che lo feriva al cuore, era il veder che la Giorgina si faceva mescer lo sciampagna da Montalto, e accostava il suo calice a quello dell’elegante marchese e gli permetteva di chinarsele addosso sguajatamente fino quasi a sfiorarle con la bocca le spalle nude. A un certo punto non ne potè più; ebbe uno scatto d’energia,si rizzò in piedi d’un colpo e si mosse per andarsene da un luogo ove non raccoglieva che umiliazioni.
— Professore, professore, — gridarono dal crocchio della contessa Serlati. — Ma dove va? Ma venga qui.... Vogliamo fare un brindisi alla sua salute.
— Teofoli.... via.... che furia avete? Bevete un bicchiere di sciampagna con noi.
Era la voce della Giorgina. Ma anche quella voce rimase inascoltata. Essa gli pareva rauca, aspra, stridula come se lo stromento si fosse guasto, come se qualche corda se ne fosse infranta.
Uno di quei giovani gli corse dietro. In nome della contessa Serlati e dell’altro signore, in nome di tutti lo si pregava di trattenersi ancora un pochino, di sedere alla loro tavola.
Il professore fece un segno negativo col capo e affrettò il passo. Non era più una partenza, era una fuga.
Ormai tutti quelli che non avevano intenzione di assistere alcotillonlasciavano la festa.
Ai nomi sonori slanciati nella strada a voce alta dal guardaportone, le carrozze signorili entravano a una a una nell’atrio, si fermavano ai piedi della scala, accoglievano fra i morbidi guanciali e le soffici coperte di lana i padroni imbacuccati nelle loropelliccie, e da quell’ambiente di luce e di tepore uscivano fuori nella burrasca invernale.
Quando toccò il turno del professore, il guardaportone gli chiese il suo nome.
— Chiamate il numero del fiacre, 174. È più sicuro, — disse il professore.
Il maestoso personaggio aggrottò alquanto le ciglia, e come se lo sue labbra si rifiutassero a così umile ufficio confidò quel miserabile numero a un suo dipendente che andò a gridarlo di malavoglia. — Il fiacre numero 174.
A compenso delle orecchie delicate offese da questo suono, il guardaportone in persona fece, subito dopo, echeggiar l’aria di alcune note superbe: — La carrozza del duca Ferrando della Torre Merlata.
Lo stuolo dei lacchè tirò un sospiro di soddisfazione. Questi son nomi!
Sebbene il fiacre numero 174 dovesse aver la precedenza sulla carrozza del duca Ferrando della Torre Merlata, accadde tutto l’opposto, essendo troppo giusto che il signor duca e la signora duchessa non pigliassero freddo nemmeno per un minuto secondo. Il fiaccheraio, vedendosi passato in seconda linea, si permise due o tre frasi poco parlamentari che scandalizzarono il nobile servidorame. — È gente che non ha educazione — notò con gravità uno della marmaglia.
— In queste case bisognerebbe venire per lo meno con legni di rimessa, — soggiunse un altro.
E un terzo, più aristocratico, sentenziò: — Il meglio sarebbe non invitare chi non ha equipaggio proprio.
Checchè ne sia, il professor Teofoli fu alla fine, bene o male, insaccato nella sua vettura.
— Avanti, — disse uno dei domestici dei Gilbert chiudendo rumorosamente lo sportello.
Avanti nella neve, avanti nel freddo e nel buio. Nella neve che picchiava con un suono metallico sui vetri dei finestrini, nel freddo che penetrava attraverso tutte le commessure, nel buio rotto appena dal raggio fioco e tremolante dei due lampioni del fiacre. La città dormiva avvolta nel suo lenzuolo bianco; non un’imposta, non un negozio aperto, non un pedone nella via o sotto i portici; solo di tratto in tratto qualche carrozza a due cavalli, proveniente anch’essa dal palazzo Gilbert, oltrepassava in silenzio il modesto veicolo del professore.
Il valentuomo era in preda a una sonnolenza affannosa che gli faceva appoggiar la testa ora da un lato ora dall’altro della vettura senza quietarsi mai interamente, ma che aveva il vantaggio inestimabile di smorzar in lui le impressioni di quella notte sciagurata. Delle cose viste ed udite gli restava come una fantasmagoria confusa, come una risonanza lontana; gli restava un vago ricordo, non troppo acerbo però, di qualche torto patito, di qualche pena sofferta. E provava insieme una gran maraviglia d’essersi trovato in mezzo a quel frastuono, a quel chiasso, un desiderio intenso di solitudine e di raccoglimento, un’impazienza vivissima d’esser di nuovo nel suo studio, in mezzo a’ suoi manoscritti e a’ suoi libri.
Allorchè il fiacre si fermò dinanzi alla porta della sua casa il professore uscì bruscamente da quello stato di dormiveglia e sentì per un momento ridestarsi nell’animo la rabbia, la mortificazione, l’angoscia che lo avevano straziato a gara durante la festa. Ma non fu che un momento. Una sofferenza fisicaacuta distrasse la sua attenzione dalle sofferenze morali. Appena sceso di carrozza s’accorse che durava fatica a tenersi ritto; una puntura assidua alla parte sinistra del petto gli toglieva il respiro; aveva un cerchio alla testa, un’arsura alla gola, una gravezza fastidiosa a tutte le membra. Nondimeno, senza chiamare la signora Pasqua che non lo aspettava mai alzata la notte, egli potè accendere il lume, salir il breve tratto di scala che conduceva al suo quartierino, entrar nella sua camera e mettersi a letto. Ma invece di averne sollievo si sentì peggio. Gli cresceva l’ambascia, il dolor di capo, la sete inappagata, rabbiosa. La coltrice gli pareva irta di spine, le coperte gli pesavano come se avesse addosso una montagna: aveva negli occhi, anche dopo spenta la candela, un barbaglio molesto, aveva negli orecchi un ronzìo come di qualche insetto che vi fosse prigioniero.
Era giunto a casa verso le quattro; alle sei non ne potè più e suonò il campanello.
Al vederlo col petto ansante, col volto acceso, con le pupille stralunate, la signora Pasqua congiunse le mani ed esclamò: — Vergine santissima, che cos’ha?
— Sto poco bene; credo d’aver la febbre, — rispose il professore con voce fioca.
La signora Pasqua che pretendeva d’intendersene gli tastò il polso. — Altro che febbre! Un febbrone.
Poi, pentita della sua franchezza brutale, soggiunse: — Non sarà nulla.... Sarà un’effimera.... Avrà preso del freddo uscendo da quella festa.... Là, figuriamoci, sarà stata una fornace. E quando non si è usi a certi strapazzi.... Se avesse dato retta a me....
— Sì, sì, avrei fatto molto meglio.... Non mi ci vedono mai più in quei posti.... mai più.
La docilità insolita del professore sconcertò la signora Pasqua. — O pover’uomo! — ella pensò. — Dev’essere proprio a mal partito se mi dà ragione così....
E poichè era preparata a discutere rimase per qualche istante senza parola, accomodando i guanciali sotto il capo dell’ammalato.
— Perchè non suonar subito? — ella disse finalmente.
— Speravo d’addormentarmi.... Ma non c’è stato verso.... Fatemi aver del ghiaccio.... E appena vien Fedele mandatelo dal professore Astigiano, il mio medico.... Dev’essere in città.... E se non c’è lui, da Barelli, l’altro mio collega, che sta in piazza Vittorio Emanuele a fianco del Caffè d’Italia.
Teofoli parlava a stento, interrotto da frequenti colpi di tosse.
— È un raffreddore, un gran raffreddore, — ripigliò la signora Pasqua. — Non si sforzi a discorrere. Cerchi di sudare piuttosto. Dal professore Astigiano andrò io in persona. Fedele non sarà qui che dopo le otto.... Ma non si dia pensiero, non lo lascerò mica solo. Pregherò la portinaia di salire per una mezz’ora. E se le occorre qualcosa, tiri il campanello....
— Va bene.... Ma del ghiaccio, mi raccomando.
— Prenderò anche del ghiaccio.... quantunque, secondo me, un sudorifero farebbe più al caso.... Basta, verrà il medico.
Di medici, anzichè uno, ne vennero due, prima il Barelli e poi l’Astigiano che non era a casa quando la signora Pasqua andò a chiamarlo, ma che tornò nella mattina stessa da un consulto in provincia e corse subito dall’amico e cliente. I due luminari delladiagnosi e della terapeutica furono d’accordo nel riconoscere la gravità della malattia ch’era una pleuropneumonite con complicazione cardiaca, la qual cosa dava maggior pensiero del resto e portava seco il pericolo di soffocazione improvvisa, per sincope. E siccome la clinica universitaria vantava nel professore Ravanetti uno specialista per le affezioni di cuore, anche il Ravanetti fu pregato di esaminare l’infermo, ciò ch’egli fece nella sera stessa, pronunciando un responso identico a quello dei due onorandi colleghi.
Intanto la notizia del male violento che aveva colpito l’insigne professore Teofoli s’era diffusa nella città e vi aveva destato una dolorosa maraviglia. — Come? — si diceva: — Se poche ore fa era alla festa dei Gilbert?
Allora qualcheduno notava che il professore da un pezzo non era più lui, ch’era pallido, ch’era magro, ch’era di cattivo umore. E altri accennavano in aria di mistero a quella sua disgraziata passione per la Serlati, la prima origine di tutti quanti i suoi guai.
— Sarà un travaso di bile per chi sa che brutto tiro di quella civetta, — borbottavano Frusti e Dalla Volpe.
E nel loro scetticismo non vollero, il primo giorno, nemmeno passare a casa Teofoli ad assumervi informazioni precise.
La seconda mattina però, dopo un colloquio con l’Astigiano e col Barelli, i due arcigni e ringhiosi personaggi si piegarono a più miti consigli e si recarono in persona da colui che pochi mesi addietro essi seguivano come due cani fedeli.
Teofoli mostrò di vederli con piacere, discorse loro,per quanto glielo consentiva il respiro corto e affannoso, delle faccende dell’Università, li invitò a tornar presto, ed espresse l’intenzione, appena ristabilito, di riprender la vita d’un tempo, i suoi pranzetti nell’intimità, le sue passeggiate, le sedutine in birreria.
In complesso i due professori non furono scontenti della loro visita.
— Il diavolo non sarà così brutto come si voleva farci credere, — essi dissero alla signora Pasqua che li riaccompagnava. — E sembra almeno che d’una delle sue malattie, della peggiore, egli sia guarito.... Quella femmina....
— Quella femmina, — proruppe con impeto la signora Pasqua, — lo ha assassinato.... Guarito di quella malattia?... È vero, sembrerebbe che fosse guarito. Ma non c’è da fidarsene.... E scommetterei che uscendo di casa egli correrebbe subito dalla signora contessa.... Pur troppo, — ella soggiunse rasciugandosi gli occhi col lembo del grembiale, — non esce di casa, no, per adesso.... E voglia il cielo....
— Eh via....
— E pensare che se non ci fosse stata quella femmina....! — ripigliò la signora Pasqua sfogando la sua acrimonia contro la Serlati. — Brutta pettegola!... Lusingare un uomo come il professor Teofoli e poi prendersi gioco di lui.... Perchè è andata così, giurerei ch’è andata così.
— Donne, cara signora Pasqua, donne! — esclamò Frusti.
— Per questo è vero, — ella rispose. — Donne, e s’è detto molto.... Ma che non ci sian proprio eccezioni?... Io, per poco donna che mi senta, se avessi dato delle speranze a un uomo....
La signora Pasqua capì ch’era in procinto di dir qualche cosa di contrario alla pudicizia e lasciò che i suoi interlocutori tirassero la conclusione delle sue premesse.
— Già, signora Pasqua, già, — biascicarono i due professori, alquanto stupiti che la fiera virago venisse ad ammettere implicitamente di avere un sesso. E con questo innocuo monosillabo si accomiatarono.
Cammin facendo, l’ombroso Frusti manifestò al compagno il sospetto che la signora Pasqua mirasse ad offrirsi al padrone come succedaneo della contessa Serlati.
Dalla Volpe si strinse nelle spalle. — Sei pazzo? Un mostro simile? Credi che Teofoli se ne contenterebbe?
— Eh, quando a uno si caccia nell’ossa il prurito amoroso, — replicò Frusti, — non c’è mostro che tenga. Si comincia col cercar la bellezza, si finisce coll’adattarsi a quel che si trova.... Beati quegli organismi che son maschio e femmina a un tempo.... Per loro almeno la questione è risolta.
— Sì, — rimbeccò Dalla Volpe, — sarebbe come s’io avessi mia moglie sempre attaccata. Non ci mancherebbe altro.
E in quel giorno e nei giorni successivi ci fu a tutte l’ore un gran viavai a casa Teofoli. Venivano i colleghi e i discepoli; venivano gli amici e i semplici conoscenti; venivano, o mandavano, anche gli estranei che tenevano in pregio l’ingegno e la dottrina del professore. Alcuni privilegiati, o intimi realmente, o creduti tali dalla signora Pasqua, erano lasciati salir le scale e fatti passar nella camera da studio ch’era attigua alla camera da letto, e di dove potevano, essendo aperto dì e notte l’uscio di comunicazione tra le due stanze, scambiare con l’infermo uno sguardo, un gesto, una parola. Così, nonostante il divieto dei dottori, egli vedeva spesso qualcheduno, o colleghi, o studenti, o il rettore dell’Università, o il conservatore dell’Archivio, o il prefetto della Biblioteca, ecc., ecc. E quand’essi s’affacciavano alla soglia, egli, senz’alzar la testa dai guanciali, chiamava a sè ora questo, ora quello, mormorava un ringraziamento, chiedeva un’informazione. Una sera notò la presenza del conte Ermansi, gli fece segno di avvicinarsi, lo pregò di salutar la contessa e di assicurarla che la sua prima visita, quando uscisse di casa, sarebbe per lei. Era manifesto che o non credeva o simulava di non credere alla gravità del suo stato. Si sarebbe detto piuttosto ch’egli riteneva di attraversare una crisi benefica dopo la quale il vecchio uomo sarebbe risorto. Ech’egli aiutasse questa risurrezione con uno sforzo della volontà si capiva anche dallo studio con cui schivava di alludere ai casi e alle persone che avevano avuto una parte prominente negli ultimi mesi della sua esistenza. Un’unica volta domandò alla signora Pasqua se i Serlati si fossero fatti vivi.
— Sì, sì, mandano il servitore, — borbottò la donna con mala grazia. — Avrebbero dovuto venir loro, mi sembra.
E la signora Pasqua si mostrava disposta a continuare su questo tuono, ma Teofoli si voltò sul fianco per tentar di dormire, ciò che non gli riusciva da quando s’era messo a letto, tormentato com’era da un’ambascia ribelle a tutte le cure.
A ogni modo chi non badava che alle apparenze, chi lo vedeva conservar la sua mente lucidissima, chi lo sentiva far mille disegni per l’avvenire non sapeva capacitarsi ch’egli fosse in gran burrasca.
I medici invece tentennavano il capo sfiduciati. E alla fine della settimana uno di loro, il professore Astigiano, accennò all’opportunità di avvertir la sola parente stretta che Teofoli avesse, la sorella maritata a Roma.
La signora Pasqua che, nonostante le sue molte singolarità, era uno spirito equanime, propendeva pel sì; Frusti e Dalla Volpe, i due amici più assidui al letto dell’ammalato, propendevano pel no. — Una donna?.... — essi brontolavano. — Che cosa può far di bene una donna?... Una sorella della quale Teofoli non parla mai?... Se l’avesse desiderata l’avrebbe chiesta.
— E perchè non interrogare in proposito lui stesso?... — notò giudiziosamente qualcuno.
Qui sorsero in gran copia ima, ise, iforse.... Ma era poi savio consiglio l’interrogarlo?... Se il toccar questo tasto lo mettesse in apprensione?...Forsesi faceva peggio.
Mentre si discuteva, il maggior foglio locale,La Specula,annunziava nella sua cronaca con accento contrito che da circa una settimana l’illustre professore Clemente Teofoli, decoro della Università cittadina, decoro degli studi italiani,guardava il letto per non lieve malore. Naturalmente al triste annunzio tenevano dietro i più fervidi auguri di sollecita guarigione. L’articoletto di cronaca aveva un poscritto del seguente tenore: — “Al momento di porre in macchina veniamo assicurati esservi un sensibile miglioramento nelle condizioni dell’insigne uomo. Aumenta quindi la speranza di salvare una vita preziosa agli studi e alla patria.„
In seguito a questo articolo, riprodotto subito dai giornali più diffusi della penisola, capitarono il domani a casa Teofoli parecchi dispacci da varie parti d’Italia, e uno fra gli altri da Roma, della sorella, che domandava pronte e particolareggiate notizie.
Il telegramma arrivò appunto quando i due medici, Astigiani e Barelli, uscivano insieme dalla camera del paziente, e la risposta da inviarsi a Roma fu combinata da Frusti e Dalla Volpe d’accordo con loro. Essa era tale da lasciar ben poche illusioni a chi sapesse legger fra le righe.
In fatti ilsensibile miglioramentoindicato dallaSpeculanon esisteva che nella fantasia del cronista. Anzichè migliorare, le cose precipitavano al peggio. La paralisi polmonare accennava ad estendersi dal lato sinistro al destro, gli attacchi al cuore divenivanopiù frequenti, le forze scemavano, s’offuscava l’intelligenza. C’erano momenti in cui l’ammalato non riusciva nè a connetter le idee, nè a riconoscere le persone.
Nella notte successiva la febbre si esacerbò e cominciò il delirio. Teofoli parlava della sua opera sulla origine delle religioni, dei materiali che aveva raccolti e che gli permettevano di consegnare all’editore il primo volume entro un mese e il secondo entro l’anno. Poi, come se il libro fosse già stampato, passava in rassegna i probabili giudizi dei critici, discuteva con dialettica maravigliosa le obbiezioni di un avversario ipotetico. Sulle sue labbra si avvicendavano date, nomi d’autori, citazioni in lingue diverse; pareva di assistere allo scoppio d’un magazzino di fuochi d’artifizio. Ma di tratto in tratto la sua fisonomia si contraeva spasmodicamente; un pensiero che non si riferiva a’ suoi studi gli attraversava lo spirito, un nome che non aveva nulla da far co’ suoi libri e co’ suoi autori gli saliva alla bocca: —Giorgina, Giorgina.— Non l’aveva dunque dimenticata? E quando, dopo uno sforzo per alzar la testa dai guanciali, ricadeva esausto, e le sue pupille vitree, sbarrate si volgevano ostinatamente verso l’uscio aperto della sua camera da studio, guardava forse soltanto alla sua biblioteca di cui non avrebbe più toccato i volumi, alla sua tavola da lavoro di cui non avrebbe più mosso le carte? O non c’era ne’ suoi occhi l’ansietà dolorosa di chi aspetta qualcheduno che non verrà?
No, la Giorgina, s’è lei ch’egli aspetta, non verrà. Forse il suo primo impulso sarebbe stato di venire, perchè di cuore non è cattiva, perchè nutre una certa amicizia per Teofoli, quantunque gli abbiafatto tanto male (cosa ch’ella non sospetta nemmeno), ma in risposta a una sua allusione in proposito il conte Ercole le disse: — Non conviene che tu vada sola, specialmente dopo quella tua bambinata che diede da discorrere oltre al bisogno. T’accompagnerò io al primo momento di libertà. — Ed ella replicò con inusata mansuetudine: — Come vuoi. — Per disgrazia il conte era occupatissimo a cercare una nuova pariglia pel suolandaue non aveva in quei giorni un minuto disponibile. Anche la contessa era tanto tanto occupata.... a riposarsi dalle fatiche del carnovale e a prepararsi alle penitenze della quaresima.... Però ell’aveva dato ordine espresso a uno dei servi di passare ogni mattina dal professore, e, quel che più importa, quando il servo tornava dalla sua spedizione, ell’aveva l’abitudine non troppo comune di star a sentire ciò ch’egli le riferiva. Anzi un paio di volte ella esclamò: — Povero Teofoli! Quanto mi dispiace!
Il bello si è che pel solo dubbio d’incontrar la Serlati non si recava da Teofoli nemmeno la Ermansi, la quale avrebbe pur voluto portare il suo perdono inextremisall’amico che l’aveva offesa, ferita nel suo amor proprio, posposta ad una civetta. Le due donne erano ormai nemiche mortali, e la Ermansi parlando della Giorgina, diceva: — In società devo subirla; se la trovassi in casa del professore temo che mi dimenticherei d’essere una dama. — Ora, a essere una dama la contessa ci teneva troppo per non sfuggir tutte le occasioni che potevano farla discendere al grado di pedina. Rinunciò quindi al suo magnanimo proposito affidando al conte marito l’ufficio di sostituirla.
In luogo della Serlati e della Ermansi, all’ultimo momento e quando l’infermo aveva già perduto i sensi e non ravvisava nessuno, giunse la sorella Teofoli da Roma. Era una signora magra, stecchita, dalla fisonomia impassibile, d’un’età che non si sarebbe potuta determinare a prima vista. In realtà aveva dieci o dodici anni meno del fratello che studiava all’estero mentr’ella era fanciulla, che, per le necessità della sua carriera, era rimasto lontano anche dopo, e col quale ella non aveva nè analogia di gusti, nè consuetudine di vita, nè frequenza di relazioni epistolari. L’imminente catastrofe la lasciava fredda; mostrava appena quel tanto di dolore ch’era voluto dalle convenienze; aveva piuttosto l’aria dell’erede che volgendo in giro lo sguardo valuta, così a un dipresso, gli oggetti destinati a divenire in breve sua proprietà. In fondo, di tutte le persone che in quell’ora suprema s’affollavano nella casa, ell’era la meno afflitta, la meno commossa; e verso quelle persone ella provava un sentimento difficile a definirsi, un misto di stizza e di soggezione; le parevano intrusi, e nel medesimo tempo una voce le diceva che l’intrusa era lei, lei che del fratello non aveva curato la gloria, lei che ne ignorava i trionfi e le debolezze. Pure, intrusa o no, poichè la parentela le dava una larva di padronanza, ella si affrettò a far prevalere la sua volontà in un soggetto delicatissimo. Tepida credente, ma ligia alle forme, ma convinta della santità d’una massima che il suo consorte, impiegato superiore al Demanio, amava spesso ripetere:bisogna far sempre quello che fa la maggioranza; ella si scandalizzò altamente che Teofoli si fosse ridotto a quel punto senz’adempiere alle pratiche dibuon cattolico. Che poi egli fosse vissuto sempre fuori d’ogni religione positiva, che avesse ne’ suoi scritti e ne’ suoi discorsi sostenuto dottrine razionaliste erano piccolezze che alla brava signora non importavano affatto; le importava soltanto ch’egli uscisse dal mondo, per dir così,con le sue carte in regola. Mandò quindi lì per lì a chiamare un prete. Costui, un po’ per sincero zelo religioso, un po’ per il vanto di ricondurre in grembo alla Chiesa l’illustre professore Teofoli, accorse subito, e non fu colpa sua se mentr’egli saliva le scale l’illustre professore Teofoli esalava l’estremo sospiro. Però la Curia fu di manica larga, tenne conto al morto del buon volere manifestato da chi rappresentava la famiglia e si mostrò ben lieta di accompagnarlo con le sue preghiere e di avvolgerlo nello sue pompe. Alcuni arricciavano il naso, protestavano contro questa specie di violenza postuma usata ad un uomo di cui erano notissime le opinioni, e Dalla Volpe in particolare schizzava veleno pensando che la cosaavrebbe fatto piacere a sua moglie. Ma già conveniva piegare il capo, perchè in mancanza di qualsiasi disposizione del defunto non c’era chi avesse diritto di opporsi all’autorità della sorella. Del resto, anche molti indifferenti, molti scettici davano ragione a lei; dicevano ch’ell’aveva fatto benissimo, che non c’è il prezzo dell’opera a singolarizzarsi per questioni di forma, e che i funerali religiosi sono più belli dei funerali civili.
Un pallido sole d’inverno illumina lo studio del professore Teofoli, ove s’affollano, in quella fredda mattina di febbraio, i colleghi, gli amici, i discepoli, tutti vestiti a bruno, tutti tristi e compunti, alcuni con le lacrime agli occhi. Gl’intimissimi, quelli che si sentono abbastanza sicuri de’ propri nervi, entrano un istante nella camera attigua, danno un silenzioso saluto al defunto, composto nella bara non ancora chiusa, irrigidito, non sformato però dalla morte, anzi con un’espressione calma, serena, tranquillamente meditativa che la sua fisonomia aveva perduto già da gran tempo. Forse egli aveva finito col vincere la sua battaglia, con lo scacciar da sè le immagini lusinghiere, le illusioni fallaci, forse, com’egli voleva, il vecchio uomo era risorto.... Ma non c’era risorto che per morire.
Nello studio regna il disordine pieno di vita delle stanze abitate fino a ieri; libri dappertutto; negli scaffali, sulla tavola, sulle sedie; giornali sparsi qua e là alla rinfusa; quaderni ammonticchiati; fogli manoscritti interrotti a metà di una linea, a metà di una parola come per una chiamata urgente, improvvisa. E il tagliacarte d’avorio fra una pagina e l’altra d’un nuovo volume, e il calamaio aperto con gli orli ancora gocciolanti d’inchiostro, e la penna gettata negligentemente sul calamaio e aspettante d’esser ripresa dalla mano che l’ha deposta. Pendono dallaparete le solite fotografie di celebri italiani e stranieri. Pendono e guardano. Videro per anni e anni, dall’alba a notte inoltrata, il professore Teofoli intento nei suoi lavori, ora esaltato dalla febbre della creazione, ora assorto nelle minuzie dell’indagine, ora lieto, ora mesto, di quella gioia vereconda, di quella mestizia pacata ch’è propria di chi ha un unico amore, la scienza. E per anni e anni videro, soltanto in nome della scienza, aprirsi le porte del santuario, e udirono suonar solo di dispute scientifiche il luogo quieto e raccolto. Ma videro anche più tardi sulla fronte pensosa del filosofo scender l’ombra di una cura nuova e diversa, lo videro meno assiduo all’opera, meno paziente nella ricerca, meno sollecito verso coloro che venivano ad attingere alla ricca fonte della sua dottrina. Sin che un giorno, in quel fido asilo di studi, irruppe un gaio folletto in cappellino color marrone, pelliccia e manicotto, scompigliò i libri e le carte, spargendo intorno a sè profumi acuti e sorrisi inebbrianti e promesse inadempiute di arcane dolcezze. Sorrisero forse anch’essi gli illustri uomini pendenti in effigie dalla parete, ma il professore Teofoli non sorrise più, non trovò più conforto, non ebbe più pace. E adesso gl’illustri uomini guardano s’egli esca dalla sua camera ov’entrò una mattina livido e sfatto, se riprenda con animo sereno le sue occupazioni.
Sì certo ch’egli escirà dalla sua camera. N’esce chiuso fra quattr’assi, sulle spalle di otto giovani della facoltà di lettere che non vollero cedere a mani mercenarie l’onore di portare almeno fino alla chiesa il loro diletto maestro. Attraversa un’ultima volta lo studio, attraversa l’andito ove la signora Pasqua sistempera in pianto, fa una breve sosta giù nel vestibolo terreno per lasciare che si formi il corteo. A un dato segnale, la musica cittadina apre la marcia intuonando funebri salmodie; subito dopo, la scolaresca coi bidelli in gran tenuta e il gonfalone dell’Università velato a bruno, e varie Associazioni con le rispettive bandiere. Poi viene il clero della parrocchia, poi il feretro ch’è coperto di ghirlande e i cui cordoni sono tenuti dal rettore dell’Università, dal sindaco, dal consigliere delegato di Prefettura, dal presidente dell’Istituto di scienze e da quattro professori tra i quali Frusti e Dalla Volpe. Seguono in massa gli altri colleghi del corpo insegnante, compresi quelli che non costumano di far lezione, e dietro a loro rappresentanze d’ogni specie e cittadini d’ogni ordine, senza contare i semplici curiosi, senza contare lo stuolo delle vanità che assistono ai funerali nella speranza di veder citati i loro nomi dai fogli. Il corteggio passa in mezzo a una doppia fila di popolo rispettoso; si parla del morto, se ne ricordano le abitudini semplici, se ne lodano i modi gentili. — Un così brav’uomo, e così privo di boria, — dice qualcuno. Indi corre per le bocche la leggenda della contessa. — Era vero che una donna, unacontessagli aveva fatto girar la testa? Era vero che per seguirla di qua e di là egli s’era rovinato la salute? — Ma sì, ma sì, era vero, verissimo. E la contessa era quella Serlati ch’era venuta ad abitar la città nell’inverno, e che si vedeva dappertutto. — Una bellezza! — Questo sì.... Ma che civetta! — E poi così giovine!... Come mai il professore Teofoli non ha capito che quello non era pane per i suoi denti?
In chiesa c’è già una cinquantina di persone, nominie signore, che aspettano. Fra gli uomini il marchese di Montalto, mister Gilbert che s’è fatto male a un piede e cammina a fatica, Monsieur de la Rue Blanche ch’è appena tornato da una gita a Firenze; fra le signore, oltre a parecchie mogli di professori, la Ermansi, la Roncagli, le due Gilbert, zia e nipote, la tanto nominata Serlati. La Ermansi, sinceramente afflitta per la perdita dell’antico frequentatore del suo salotto, slancia occhiate velenose alla Serlati alla quale ella attribuisce la colpa della catastrofe; dal canto suo, la bella Giorgina, le mille miglia lontana dal sentirsi rea del delitto di cui la si accusa, rimane impassibile sotto i fulmini della matura contessa ed esamina attentamente miss Gilbert, la sola donna che potrebbe rivaleggiare con lei. Ella conchiude però di non aver nulla da temere nemmeno da miss Gilbert, ch’è troppo magra e non sa vestirsi, mentr’ella, la Serlati, ha anche oggi unatoiletteda lutto che le sta a pennello.
Queste considerazioni sono interrotte dall’arrivo del funerale. E durante tutta la cerimonia il contegno della Serlati è ammirabile. Ella non sbadiglia, non chiacchiera con le vicine, non consulta troppo spesso l’orologio; bensì, a un certo punto, non potendone più dal caldo prodotto dalla gente e dai lumi, alza il velo che le nascondeva la faccia. Nessuno ha l’obbligo di morir soffocato. Allora, non c’è che dire, quegli uomini, giovani e vecchi, si turbano, si distraggono; una fiamma passa nei loro occhi, un fremito agita le loro membra, una parola si forma loro sulle labbra, una parola non pronunziata ma che la Giorgina sente lo stesso: — Bella, bella! — Soltanto Frusti e Volpe conservano un atteggiamento di fiera protesta.E quando il feretro è portato fuori di chiesa, issato sul carro funebre che lo condurrà al cimitero, passando per l’Università ove si pronunzieranno i discorsi, Frusti arringa con piglio iracondo un gruppo di scolari intenti a guardare estatici la Serlati che monta in carrozza. — Non vi curate delle femmine, disgraziati che siete. La migliore di esse, e quella lì è una delle peggio, non merita da noi il sacrifizio d’un’ora, d’un pensiero.... Ogni minuto che diamo alla donna è tolto alla nostra pace, alla nostra salute, a quelle pure e schiette gioie intellettuali che valgono più di tutti i baci d’una sirena.
Mediocremente persuasi di questa sentenza, gli studenti sorridono sotto i baffi.
Ma il Rettore, ch’è un uomo di molto buon senso, posa la mano sulla spalla del focoso collega. — Via, via, Frusti, lasciate che i giovani sian giovani.... In certe materie, credetelo, gli studenti hanno maggior competenza dei professori....
— Bravo, — replica ironico lo storico di Carlo V e Francesco I, — difendete anche voi il cosidetto sesso debole.... Mi sembra che l’esempio del povero Teofoli....
— L’esempio del povero Teofoli non calza, — interrompe il Rettore. — Teofoli ha avuto il torto, o la disgrazia, d’innamorarsi a cinquant’anni passati; e d’innamorarsi d’una persona che non gli conveniva sotto nessun rapporto. Era una cosa fatta fuori di tempo e fuori di posto, e le cose fatte fuori di tempo e fuori di posto non possono andare che male.
Forse queste semplici e savie parole riassumono tutta la filosofia del nostro racconto.