COLMAR.

COLMAR.

Le gazzette di questi giorni annunciarono che in Alsazia si sta in una grande attesa dei prossimi avvenimenti guerreschi e in questa attesa, non priva di serie preoccupazioni, si provvede a mettere al sicuro nell’interno della Germania gli oggetti d’arte, principalmente le celebri tele dei quattrocentisti raccolte nel museo di Colmar.

Colmar, nome grazioso di una piccola città della quale ignoravo completamente l’esistenza fino a quattro anni or sono. Mi trovavo a Strasburgo, ed al pari di ogni straniero che visita la capitale dell’Alsazia, facevo colazione una volta tanto alla casa Kammerzel che si addita come il modello più puro dell’antica architettura tedesca. A rendere più vivo il colore locale sedeva alla mia tavola stessa una brigata di tedeschi autentici, così grossi e tozzi e rumorosi e maleducati che mi sentii subito invasa da quel malessere speciale che devono provare, io penso, i pesci fuor d’acqua e che io avvertii sempre inpresenza di questa razza che sento profondamente diversa dalla mia, sopratutto nel suo esemplare ultimo; perchè io giungo, non dico a simpatizzare ma ad accostarmi alla piccola Germania di una volta dalle casuccie di legno sul cui tetto nidificano le cicogne e nell’interno si conduceva una vita semplice e parca, tutta intessuta di minute economie borghesi che non impedivano di essere felici perchè i gusti erano primitivi e i cuori contenti. Ma questa generazione venuta su dopo il settanta, imbevuta di orgoglio filosofico e di smania di godere, questi tedeschi tanto lontani dal mugnaioSans Soucie dalla sua candida fede nella giustizia, queste Gretchen che hanno trovato una soluzione tanto più comoda dell’infanticidio per aggiustare le loro marachelle, questi Faust che non vegliano più fra i dibattiti dell’anima perchè l’anima già da un pezzo l’hanno data al diavolo, questa gente prepotente e volgare, sudicia e boriosa non ha nulla di comune con noi.

Tale convincimento mi venne più forte che mai intorno a quella tavola del Kammerzel, fra quegli uomini sazi di cibo che si scompisciavano dalle risa al racconto di un compagno e le loro donne che si frenavano appena, facendo saltellare sui grossi petti, le grosse catene d’oro, agitando le braccia dense e corte con uno sbatacchiamento di anitra che voglia uscir dal fosso. Ero la sola rappresentante della latinità, taciturna in mezzo a quel rumoroso dilagare di ilaritàteutonica, e siccome nessuno della comitiva parlava nè l’italiano nè il francese, mi rivolsi a un cameriere per conoscere il soggetto di tanta allegria. Trattavasi dell’avventura di uno di quei signori che nell’attesa del primo bimbo aveva almanaccato nove mesi colla moglie sul nome da imporgli e quando fu trovato con piena soddisfazione di entrambi nacque una bimba. Come? — esclamai — è tutto qui? — Tutto qui! — mi rispose l’alsaziano con una ironia nell’accento e tale lampo di malizia negli occhi che mi furono chiosa e compenso, e pensai: «Ecco un suddito poco rispettoso della strapotente Germania».

Fu da quel casuale incontro che di parola in parola (non era egli un irredento?) venni a sapere l’esistenza della città di Colmar, del museo d’arte antica e di antiche abitazioni in vecchio stile curiose a vedersi. Non ci volle di più per decidermi nel mio ritorno in Italia a farvi una sosta fra una corsa e l’altra.

Pochi giorni dopo facevo la mia entrata a Colmar, unica viaggiatrice in un modestissimo tram che mi portò attraverso vie monotone e piatte, senza espressione, senza colore, senza vita. Non uno sfondo di verde, non un movimento di acque, nulla, nulla. E neppure una casa antica! Passai bensì dinanzi alla chiesa di S. Martino, ma era in riparazione e cinta di assi che non me la lasciavano vedere.

Questo disinganno della mia prima corsanell’ignoto dal quale mi ripromettevo le più gradite sorprese mi consigliò meglio a cercare subito il museo che sapevo collocato nell’ex-chiostro degli Underlinden e qui finalmente la mia curiosità fu paga.

Il custode che stava pranzando colla sua famiglia non si scomodò più che tanto al mio apparire. Avendogli detto che non potevo aspettare in causa del treno da riprendere mi accompagnò oltre l’andito e accennando con un gesto cortese: «Quatre pas à peine, la porte de l’église est à gauche, entrez, il n’y a personne.»

Visitare una raccolta d’arte insieme a una persona competente che ne addita e spiega i pregi è senza dubbio piacere più perfetto e lezione più preziosa; ma anche queste visitine di contrabbando fatte senza il Baedeker, senza il cicerone, senza l’amico compiacente, hanno un loro sapore aspretto di frutto acerbo che non è da disprezzarsi e riesce specialmente gradito alle fantasie vagabonde le quali sogliono domandare alle cose, più della forma concreta, l’imprecisione del sogno che da esse si svolge. Così io mi sprofondai subito nel silenzio delizioso del portico che recinge il cortile del chiostro con quelle arcate di un gotico leggero come una trina, con quei pilastri eleganti sotto la frastagliata ombra dei tigli. Io volli cogliere nei cantucci remoti i sospiri delle cento vergini che vi passarono la vita, sospiri di rimpianto e di malinconici ricordi, sospiri eziandio di mistico amore;aneliti di cuor ardenti verso l’inafferabile bene, verso l’amante immortale.

Non è a credere quanto su questa via galoppasse la mia immaginazione fino a vedere materialmente i veli bianchi delle suore apparire e sparire tra gli arabeschi delle magnifiche arcate e le loro voci argentine salire al cielo tra il profumo dei tigli. In buon punto mi sovvenni le parole della guida: «Quatre pas à peine, la porte de l’église est à gauche, entrez, il n’y a personne.»

Nella chiesa, abbastanza vasta, ad una sola navata, le tele dei primitivi sono disposte su panche e cavalletti ricevendo dalle alte finestre una luce grigia uniforme, quasi opaca, che congiunta al silenzio ed alla austerità delle nude pareti dà l’immediata impressione di ciò che è veramente quel singolarissimo museo. Dubito che esista un’altra raccolta di quadri di una ispirazione così uniforme e posta in una più omogenea cornice. È tutta l’arte incerta della fine del Medio Evo che si affaccia da questi dipinti dal disegno infantile, dal colore smorzato, come si temesse di dare troppa gioia all’occhio. Erano tempi, quelli, di macerazione della carne e i corpi appaiono stecchiti, le membra rigide, i volti contratti dallo spasimo. Giovanni Huss non aveva agitato invano sulle turbe spaurite i campanelluzzi della sua follia ascetica, egli che imponeva alle donne di stringersi sul petto una tavoletta di legno per soffocare l’esuberanza chepoteva dare scandalo e indurre in tentazione. Il crudele dissidio fra spirito e materia, che tormentò gli uomini durante quei tetri crepuscoli della coscienza, ha lasciato parte delle sue inquietudini su queste tele dolorose, dolore fisico, dolore di anime e non, come nei nostri primitivi, la soavità penetrante di frate Angelico o l’ingenuità sorridente di Giotto, sanno carpire al segreto della bellezza femminile il fascino delle loro madonne.

Nei pittori tedeschi la rozzezza dei tempi è duplicata dalla rozzezza propria alla razza. Sulla pala d’altare di Mattia Grunewald, che rappresenta la deposizione dalla croce, (già posta in salvo fra le migliori opere della raccolta) la più attempata delle tre Marie, quella che sta accanto al feretro dove porranno Gesù, è un tipo così prettamente e volgarmente tedesco che noi potremmo giurare di averla incontrata nel retro fondo di uno dei tanti negozi che il popolo invasore per eccellenza aveva aperti nelle nostre città.

Intanto il pallido raggio di sole che illuminava le finestre era scomparso, un grigiore sempre più malinconico avviluppava tutte quelle imagini del dolore, quei crocifissi, quei martiri, quei santi. Per un improvviso richiamo all’antitesi rammentai la vendita. Doucet che, proprio in quei giorni, metteva a soqquadro Parigi, Doucet, il sarto delle più raffinate eleganze parigine, essendo anche uomo di gusto, aveva per trent’annidella sua vita inseguito con ricerche intelligenti tutto ciò che potè mettere insieme dell’arte del secolo XVIII, che per i soli quadri e statue venne valutata per dieci milioni di franchi; valutata e pagata perchè l’asta raggiunse prezzi favolosi. Ricordo alcune cifre: 360.000 franchi un quadro di FragonardSacrificio a Minotauro, uno del genere di Chardin 300.500, il ritratto della moglie di Talleyrand 400.000. Bellissima donna, d’accordo, ma 400.000 lire appese ad un chiodo!....

L’occasione era propizia per alcune riflessioni morali sullo squallido deserto che circondava l’arte che avevo sotto gli occhi e la folla tumultuante a Parigi intorno alle opere grassocce di Chardin e di Fragonard, alle voluttuose eleganze di Latour e della Vigée-Lebrun; ma l’ora incalzava e dovetti pensare al ritorno. Entrava in quel mentre il custode forbendosi la bocca e nell’istante medesimo io rimasi impietrita dinanzi a ciò che, nel fermento delle mie idee sull’arte, mi parve una straordinaria visione. Era un ritratto di donna sospeso fuori della raccolta d’arte antica, in alto, fino a toccare il soffitto, tanto che balzai sopra alcuni gradini posticci che si trovano lì presso per vederlo meglio: — Ma quella è l’imperatrice Eugenia — dissi. Il custode me lo confermò aggiungendo: — È di Wintheralter. —

Due meraviglie: la donna e l’artista. L’imperatrice nel pieno fulgore dell’età, della bellezza,del dominio esce dal quadro viva per opera di un pittore rotto nell’esercizio intelligente dell’arte sua, maestro in tutte le seduzioni della femminilità aristocratica. Il volto di colei che salì al trono in virtù della sua bellezza, somigliantissimo nell’espressione, dolce e severa ad un tempo, corona di luce il busto che la stoffa di colori svariati, vivacissimi eppure armoniosissimi, veste da vera sovrana nella moda di un tempo in cui le donne sapevano vestirsi.

Chiesi al custode come mai quella reliquia di una fortuna trapassata fosse venuta a smarrirsi in un luogo così estraneo alla destinazione che certamente doveva avere; ma egli non lo sapeva. Scrivendo oggi questi ricordi a quattro anni di distanza penso: — Maestà, non voi di sicuro interneranno nelle città della Germania, aspettate. Presto verranno i soldati di Francia a liberarvi e, poichè sono cavalieri, vi perdoneranno. —

Rimanevano da vedersi le cose arcaiche; avevo ancora nella memoria le costruzioni di questo genere ammirate a Bruges e a Gand, la mia curiosità era viva. Vidi la casa Pfister, corretta e regolare nella sua esatta riproduzione delle antiche case tedesche, e il Rathaus e la casa denominatadelle teste, con una bella porta; ma più ancora mi piacque quella deiCavalieri di S. Giovanniche negli eleganti loggiati e nel traforo aereo del parapetto di mezzo ricorda i migliori esempi di certi palazzi veneziani. Bellissimipoi il cortile e il pozzo dellatribù dei sarti; principalmente il pozzo che nel disegno ardito, di una signorilità rara in queste regioni, si accosta all’architettura del nostro Rinascimento.

Ma il treno stava per partire. Addio Colmar. Sul punto di accommiatarmi dalla mia guida una profonda scappellata, alla quale la guida risponde con ossequioso rispetto, mi mostra un signore dall’aria distinta, dall’abito mezzo borghese e mezzo prelatizio. — Monsignore — mormora piano la guida — la prima autorità di Colmar! —

Caspita! Salutai anch’io. Che cosa potevo pretendere di più?

1914.


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