CONFORTI.
Condivido pienamente l’opinione di coloro che ascrivono tra le più delicate soddisfazioni concesse all’uomo quella di poter alleviare le sofferenze degli altri uomini. È un privilegio quasi divino poichè se ne adorna la corona della Vergine:Consolatrice degli afflitti. Benissimo. Ma come si fa a consolare? a consolare veramente, in modo che l’afflitto ne provi un reale sollievo?
Col denaro si fa molto, si fa per modo di dire in grande e in visibile. Ai tempi nostri la forma di consolazione che si chiama beneficenza ha invaso il mondo, ma non è di ciò che intendo parlare.
Oltre che l’aiuto materiale non è alla portata di tutti, ci deve pur essere nelle risorse spirituali dell’uomo una sorgente di balsami segreti per le ulceri del fratello. Nell’ora suprema del dolore, quando le forze esterne si prodigano invano intorno a noi, non può forse chinarsi un’anima verso la nostra anima ansiosa, sulla nostra carne dolorante, a versarvi un prodigioso nettare d’oblio o la sacra esaltazione che spezzandole sue catene in un rapido volo d’aquila ci ponga dinanzi all’infinito?
Io ho cercato, oh quanto! la parola alta, la parola buona, che rispondesse a tale bisogno e confesso di non averla trovata. Ma poichè avviene di tutte le cose come di un quadro, che a ben giudicarlo occorre mettersi nel punto di vista opportuno, Dio stesso si è incaricato questa volta di portarmi tanto vicina al dolore, che sarà tutta colpa mia se perdo l’occasione di raccogliere documenti in proposito e se la lezione sarà di qualche profitto a me o ad altri non mi voglio dolere di averla pagata troppo cara.
Già nell’epistolario di Giuseppe Verdi avevo letto che il grand’uomo si irritava moltissimo tutte le volte che in occasione di sventura un amico gli diceva: coraggio!
È veramente questa la parola preferita a un certo grado di coltura. La visitatrice intellettuale entra nella camera dell’infermo (prendiamo questo esempio dell’infermo che è di una così dolorosa attualità) franca e spigliata; gode per suo conto ottima salute, ha compiuto allora la quotidiana passeggiata igienica che le ha disposto magnificamente lo stomaco alla colazione; tutte le sue energie vibrano e palpitano come una muta di levrieri tenuta al guinzaglio. «Dunque soffrite? molto? molto? Oh, ma passerà. Bisogna reagire contro il male, non farsene schiavi. Perchè non uscite? Come? Non potete? Oh, ma si può sempre quello che si vuole. Su, su, coraggio!»Pronuncia l’ultima parola ritta sulla soglia dell’uscio, con un movimento altero del capo che fa somigliare l’aspritdel suo cappello al pennacchio di un condottiero in marcia.
Coraggio! È come se uno aprisse un pacco di banconote sotto gli occhi di un poverello gridando: banconote, banconote! E poi chiudesse il pacco e se lo mettesse in tasca. Felice dono il coraggio, ma bisogna darlo, non dirlo.
C’è la donnina semplice, piena di cuore e di buone intenzioni, colei che sarebbe capace di addossarsi un po’ del vostro male se potesse. Ella ascolta la narrazione delle vostre sofferenze colla attitudine inquieta di un topolino costretto a passare da una fessura troppo stretta. Corre di qua e di là il topolino, corrono di qua e di là gli occhietti teneri e commossi in cerca della parola che dovrebbe essere all’infermo pari alsesamo apritidella grotta meravigliosa e finalmente, umile, stretta nelle spalle, mormora «Un po’ sarà questo tempo....» — Voi scattate: ma se sono giornate che non potrebbero essere più belle! — L’ultimo filo di voce della donnina conclude: «Già... anche il troppo bello... qualche volta....».
Ecco un’altra visitatrice, la visitatrice professionale che gira tutto il giorno da un ospedale all’altro e che si è fatta una specialità del genere. Il suo modo di consolare è questo: «Eh! di che cosa vi lagnate? Voi soffrite? Ma chi non soffre a questo mondo? E che è mai il vostromale di fronte a tanti disgraziati che si trovano negli ospedali? Vederli, gli ospedali, quante miserie, quanti dolori ben peggio dei vostri! Torno ora dal letto di un povero soldato al quale gli obici tedeschi hanno sfracellato le due gambe e tagliuzzata la faccia in modo che ciò che rimane sembra un mostruoso arabesco. Quelle sono miserie!». La voce della consolatrice si fa aspra, quasi volesse rimproverare all’infermo di non soffrire abbastanza, mentre egli, con quel po’ po’ di quadro che gli ha messo sotto gli occhi sente ora, oltre ai propri spasimi, le gambe che gli dolgono e un molesto verzicare di sensazioni nuove sulla pelle della faccia.
Ma chi è quella bofficciona dalle vesti di prefica? Al posto degli occhi ha due puntolini da capocchia di spillo che al pari di capocchia luccicano e brillano e par che ridano, ma afflitti nell’angolo da una lagrima perenne non lasciano mai sicuri se ella pianga o se rida. La sua compassione è elegiaca: «Oh, poveretto, oh, poveretto, quanto mi duole vederla soffrire! Potessi prendermi io un po’ del suo male lo farei volentieri, creda! Ma io non posso nulla, nessuno può nulla, Dio solo è il padrone, Lui sa quello che si fa e le vuol bene. Questa malattia ne è una prova perchè la mette in grado di farsi dei meriti, di salvarsi l’anima. Pensi all’anima, all’anima! Tutto il resto è nulla.»
L’ammalato è rispettosissimo di tutte le cose che concernono l’anima, ma i suoi nervi spasimanosotto le sofferenze e non si persuade che quello sia proprio un vantaggio per lui.
Gli uomini in genere sono cattivi consolatori. Più delle donne hanno paura del male e sfuggono ogni aspetto del dolore; la loro schiettezza un po’ rude li rende inabili alla menzogna pietosa. È ancora alle donne che bisogna ricorrere per trovare il conforto fatto istituzione. Le suore che si sono votate al pio ministero di vegliare gli ammalati per una ragione superiore a qualsiasi interesse umano, portano in sè un carattere di spiritualità che imprime ad ogni loro gesto una singolare forza di penetrazione. Esse entrano nella camera dell’infermo come un elemento nuovo ed egli sente che tra lui e il mondo e gli eventi quali li aveva considerati fino allora s’è rizzata una visione di incomparabile dolcezza, non più ristretta a facoltà personali, ma rivelata in una luce incorporea di fede.
Le nostre monache sono mal conosciute; si hanno notizie superficiali sui conventi e sulla vita che vi si conduce; la psicologia di queste giovani donne che hanno rinunciato a tutte le gioie dell’esistenza sfugge all’affrettata analisi moderna. Si propende a vedere in esse delle vittime o delle inconsapevoli, ma a conoscerle da vicino si va incontro a qualche sorpresa. LaMonaca di Cracoviae laSignora di Monzaavevano gettato un’ombra sinistra sulle antiche mura conventuali, ma la carità illuminata del secolo ventesimo spalancò le porte dei misteri paurosi. Ora lesuore della carità si muovono libere in qualsiasi tempo. Fra le penombre di queste nostre fosche sere si vedono rasente i muri impavide e sole recarsi dai loro ammalati; nell’alba livida il loro bianco soggolo sfiora sui crocivii le piume fantastiche dell’avventuriera che esce dai ritrovi notturni.
Non ignorano il male le piccole suore che disprezzando l’amore degli uomini a venticinque anni hanno già chiuso la loro vita in Dio. Io chiesi: «In queste vostre uscite non vi assalgono mai le tentazioni?». «Oh, certo, (rispose per tutte una fanciulla dai grandi occhi ridenti) il diavolo fa il suo mestiere. Ma noi non lo temiamo più». «Siete giovani (incalzai) molte di voi sono belle, ve lo devono dire».
«Oh, se lo dicono!! Dicono anche che il Signore pare faccia apposta a chiamare a sè le più belle. Oh, è ben naturale!! (Nei grandi occhi si accese una luce di astro). Deve forse scegliere le brutte Lui che è il Signore?».
Ebbene non è magnifico questo volontario e gaio e conscio olocausto dei due maggiori doni che allietino una vita di donna? Non vi è in esso il segreto del balsamo che queste donne versano al capezzale dell’infermo? Anche lo scettico quando la mano lieve della suora tesse intorno alle sue sofferenze una ininterrotta catena di bontà non chiede il nome di questa forza che egli ignora, ma la accetta benedicendola.
Ed è singolare la facoltà di trasformazioneche attende in queste giovani reclute del bene sempre nuove conquiste. Esse erano tutte prese dalle cure dei loro ammalati, il tempo mancava per altre occupazioni, ma ecco i bimbi dei profughi irredenti, ecco gli orfani dei soldati morti per la Patria e la casa del silenzio si apre e sotto le volte use ai passi misurati, al parlare sommesso, prorompe una schiera di bambine seminude affamate; hanno due, tre, quattro anni, non conoscono altra parola che mamma, molte di esse non camminano ancora, non sanno spiegarsi e quando vogliono qualche cosa piangono. Tutte le abitudini delle suore sono sconvolte; le anziane fra esse non ricordano di aver mai preso in braccio un bambino; le novizie guardano a quella vita nuova apportatrice di gioie alle quali esse hanno rinunciato per sempre. In pochi giorni il convento è trasformato; la regola cede alla necessità; le piccoline che non sanno ancora obbedire comandano. Le suore turbate, commosse, gareggiano nel fare ognuna qualche cosa per le ospiti improvvisate. All’ora del pranzo, senza aspettare nessun invito, guidate dall’istinto si avviano in cucina; la suora che sta ai fornelli se le trova avvinghiate alla sottana; una è riuscita a mettersele in collo, un’altra dà la scalata alle sue braccia. — Oh suor Cesarina, come può muoversi con quel grappolo di testine intorno? —
Suor Cesarina, confusa, sorridente, graziosamente impacciata, risponde; — Ma se non vogliono lasciarmi! —
Il sentimento della maternità sbocciato e maturato in un attimo nel cuore delle pie vergini suggerisce a ciascuna un gesto di affetto. Improvvisamente le piccole tiranne gridano: — Vogliamo andare dalla Madre Superiora! — E s’avviano tutte insieme, lungo il corridoio, incespicando ad ogni passo, appoggiandosi colle manine al muro. Sembrano una lunga teoria di formichette. Ma una cade, piange, ed è uno scompiglio generale. Le suore accorrono; oramai non fanno più altro; le piccoline hanno conquistato il convento; sono esse le padrone. E anche questa trasformazione dell’ascetismo in maternità è così femminile come il riconoscimento della propria bellezza offerta con gioia a Dio.Servite il Signore in letizia.
Il dolore, specie il dolore fisico, non si attenua con nessuna parola, anzi le parole come abbiamo visto guastano sovente l’intenzione irritando l’ammalato.
Oh! volto penetrato di vera compassione che tacito ti chini sui sofferente, oh! mano che stringe la sua colla intensità ardente di una trasfusione di sangue, oh! sguardo, finestra dell’anima che tutto dice e tutto dà, voi siete i consolatori! Poichè amare ed essere amato è la maggiore delle felicità la sventura serve a rivelarci chi ci ama davvero.
Vi sono poi i datori di felicità universale, le grandi anime dei pensatori e dei poeti aperte a tutti come le mistiche piscine che tengono raccoltenelle loro linfe la salute degli uomini. Ringraziamo questi immortali benefattori dell’umanità sofferente. Per essi Giordano Bruno non sente il morso dell’empio rogo che lo circonda, Heine canta nella sua tomba di sepolto vivo e l’ultimo martire dell’italianità tende stoicamente il fiero capo al boia. Non si passa impunemente in mezzo al fuoco. Sfiorando la vita degli eroi, entrando nella mente dei pensatori, qualche fiamma di quell’atmosfera ardente ci investe nelle meschine abitudini della nostra mente, ci scuote e ci sprona anche fra le strette del dolore. Trasportati in un vortice di luce e di purezza noi viviamo per alcuni istanti la vita degli esseri superiori. Sorpassandoci ci dimentichiamo e, fosse pure concentrato in una sola goccia, il balsamo dell’oblìo è pur divina cosa per colui che soffre.