Colui che dorme qui forse fu grande:Ei lo credette. Forse si sbagliò.Il verbo suo nel mondo non s’espande,del genio sue vestigie non restò.Ora tace per sempre il suo pensiero;neppur la sua superbia esiste più;ogni cosa di lui nel fondo nerodel nulla e dell’oblio travolta fu.Morì giovane o vecchio? ah, cosa importa?che importa il nome suo, la sua città?È tutta roba intieramente morta;nè per lui, nè per voi, senso non ha.Amò? sognò? soffrì? Vano è cercareil segreto de’ suoi finiti dì.La sola cosa ch’ei volea lasciaredopo di sè, nel nulla lo seguì.Tutto ciò che di grande egli ha pensatoinsieme a lui è morto intieramenteIl mondo suo con lui si è inabissato;era tutto per lui; ora è niente,Questa tomba di un Grande senza glorianon offre nome o data al passeggier,nulla che possa servire alla storiadi un mondo che del tutto gli è stranier.Passate. Questa tomba alta e severanon domanda nè lagrime, nè fior.Assoluta è la sua morte ed intiera,senza sdegni, senz’odio e senza amor.
Colui che dorme qui forse fu grande:Ei lo credette. Forse si sbagliò.Il verbo suo nel mondo non s’espande,del genio sue vestigie non restò.
Colui che dorme qui forse fu grande:
Ei lo credette. Forse si sbagliò.
Il verbo suo nel mondo non s’espande,
del genio sue vestigie non restò.
Ora tace per sempre il suo pensiero;neppur la sua superbia esiste più;ogni cosa di lui nel fondo nerodel nulla e dell’oblio travolta fu.
Ora tace per sempre il suo pensiero;
neppur la sua superbia esiste più;
ogni cosa di lui nel fondo nero
del nulla e dell’oblio travolta fu.
Morì giovane o vecchio? ah, cosa importa?che importa il nome suo, la sua città?È tutta roba intieramente morta;nè per lui, nè per voi, senso non ha.
Morì giovane o vecchio? ah, cosa importa?
che importa il nome suo, la sua città?
È tutta roba intieramente morta;
nè per lui, nè per voi, senso non ha.
Amò? sognò? soffrì? Vano è cercareil segreto de’ suoi finiti dì.La sola cosa ch’ei volea lasciaredopo di sè, nel nulla lo seguì.
Amò? sognò? soffrì? Vano è cercare
il segreto de’ suoi finiti dì.
La sola cosa ch’ei volea lasciare
dopo di sè, nel nulla lo seguì.
Tutto ciò che di grande egli ha pensatoinsieme a lui è morto intieramenteIl mondo suo con lui si è inabissato;era tutto per lui; ora è niente,
Tutto ciò che di grande egli ha pensato
insieme a lui è morto intieramente
Il mondo suo con lui si è inabissato;
era tutto per lui; ora è niente,
Questa tomba di un Grande senza glorianon offre nome o data al passeggier,nulla che possa servire alla storiadi un mondo che del tutto gli è stranier.
Questa tomba di un Grande senza gloria
non offre nome o data al passeggier,
nulla che possa servire alla storia
di un mondo che del tutto gli è stranier.
Passate. Questa tomba alta e severanon domanda nè lagrime, nè fior.Assoluta è la sua morte ed intiera,senza sdegni, senz’odio e senza amor.
Passate. Questa tomba alta e severa
non domanda nè lagrime, nè fior.
Assoluta è la sua morte ed intiera,
senza sdegni, senz’odio e senza amor.
Osservo che nella terza strofa Egli pone in dubbio se la morte lo côrrà giovine o vecchio, ma nella quinta esprime sicurezza che tutto ciò che era di grande in lui non avrebbe potuto esplicarsi nè sopravvivergli. Un po’ di maniera èl’ultima, dove il terzo verso suona fiero e schietto, ma che termina con una specie di negazione di ciò che Egli fu e resterà nella memoria di tutti; un ardente amatore, un implacabile odiatore.
Ma la passionalità intensa del suo temperamento si dimostra anche meglio in questa pagina delle sue ultime lettere:
«Sento una grande malinconia a pensare alla mia morte... Veramente la morte è quasi l’unico ostacolo vero che mi vedo davanti per riuscire a fare quello che vorrei. La morte o la pazzia. Alla pazzia non penso perchè è inestetica e repugnante. Ma se morissi giovane, ecco che di me non resterebbe assolutamente nulla. Porterei via tutto con me nella mia testa. Tanto pensiero, tanto amore non rifiorirebbero più!... di ciò che ho pubblicato non conta neppure parlare. ForseSperanzapotrebbe cadere sotto gli occhi di qualche anima gentile e profonda che resterebbe un po’ commossa e si domanderebbe cosa sia successo del mio nome ignoto. Nulla più. Di utile per il mondo non ci sarebbe una frase, una parola. Come è doloroso questo pensiero! Quando avrò prodotto, quando avrò dato il frutto mio, mi parrà di respirare. Sarò sicuro di qualche cosa che non potrò perdere più.E poi c’è l’altro modo di rivivere dopo morto; se non nell’opera per sempre, almeno nell’affetto e nel cuore per qualche tempo.«Vorrei qualcuno che pensasse a me, spesso e molto, chesapessechi ero io e che venisse sulla mia tomba a darmi lagrime e fiori. Mi pare che le mie ossa fremerebbero di gioia!»
«Sento una grande malinconia a pensare alla mia morte... Veramente la morte è quasi l’unico ostacolo vero che mi vedo davanti per riuscire a fare quello che vorrei. La morte o la pazzia. Alla pazzia non penso perchè è inestetica e repugnante. Ma se morissi giovane, ecco che di me non resterebbe assolutamente nulla. Porterei via tutto con me nella mia testa. Tanto pensiero, tanto amore non rifiorirebbero più!... di ciò che ho pubblicato non conta neppure parlare. ForseSperanzapotrebbe cadere sotto gli occhi di qualche anima gentile e profonda che resterebbe un po’ commossa e si domanderebbe cosa sia successo del mio nome ignoto. Nulla più. Di utile per il mondo non ci sarebbe una frase, una parola. Come è doloroso questo pensiero! Quando avrò prodotto, quando avrò dato il frutto mio, mi parrà di respirare. Sarò sicuro di qualche cosa che non potrò perdere più.
E poi c’è l’altro modo di rivivere dopo morto; se non nell’opera per sempre, almeno nell’affetto e nel cuore per qualche tempo.
«Vorrei qualcuno che pensasse a me, spesso e molto, chesapessechi ero io e che venisse sulla mia tomba a darmi lagrime e fiori. Mi pare che le mie ossa fremerebbero di gioia!»
O amico, ecco le lagrime, ecco i fiori! Perchè l’immortalità è concessa solo al genio e non è dato all’affetto di rendere immortale l’affetto? Ho invidiato la rosa vermiglia che spuntava dopo poche settimane sulla sua zolla, al disopra del suo cuore, e che potrà dare sempre rose vermiglie alla sua tomba!
Riposa, la sua tomba, nel piccolo cimitero di Inverigo, a destra, appena varcato il cancello; riposa nella terra nativa che gli era tanto cara. E ancora gli danno ombra gli alti cipressi dalla chioma severa, ancora fremono intorno alla sua spoglia le brezze aleggianti dalla Grigna e dall’Albenza, ancora il Lambro mormora a’ suoi piedi la canzone eterna dell’amore e del dolore, la canzone della vita.
L’affetto per la Brianza, per Inverigo, e principalmente per la vecchia casa che sorge fuori del paese, sopra una piccola altura circondata di rosai e di olea fragrans, era vivissimo in Alberto Sormani, ed era quasi atavistico, unito a memorie vicine e lontane, compenetrato nei muri e direi nell’aria e nel cielo dell’antica terra feudale.
Da Missaglia, dove il conte Paolo Sormani moveva nel 1635 conducendo quattromila brianzuolia sostenere l’assalto del duca di Rohan, venne poi la famiglia a stabilirsi nel territorio di Inverigo, ivi continuando le tradizioni patriarcali e di stretta vita intima che avevano da tempo surrogate le fiere gesta di Paolo Sormani.
Ma qualche cosa di ferreo e di severo restava ancora nel sangue dei Sormani della penultima generazione quando venne a portarvi una corrente di dolcezza nuova e quasi una forma più mite e più gentile degli antichi ideali, quell’angelo che fu la madre di Alberto Sormani. Nessuna penna è abbastanza delicata per descrivere il puro idillio che precedette la nascita di Lui; ma è con uno slancio di irresistibile simpatia, quasi di riconoscenza, che una penna di donna deve portare il suo tributo umile e modesto ma pieno di calore alla donna ammirabile della quale, morendo, tutti dissero: È salita al cielo una santa.
A dipingerla basterebbe una frase, una frase breve e sublime pronunciata una sera in cui per dedicarsi tutta al marito abbreviò le solite orazioni e si scusava con sè stessa e con Dio pensando che forse «Amarsi così equivale a pregare». Da parte di un’anima profondamente religiosa non conosco niente di più elevato, più umano, più squisitamente femminile di tale pensiero, ed è pure essa la donna che nell’attesa della maternità vi si iniziava con un fervore intimo e raccolto penetrata dal mistero altissimo, dellamissione di «preparare un’anima» come ella stessa diceva.
Per trovare nella storia una creatura che le assomiglia dobbiamo pensare alla madre di Lamartine, quale il grande poeta ce la descrisse nelle sue memorie dall’infanzia.
Come si intende che il figlio di una tale creatura debba essere Egli stesso un uomo eccezionale! Ho osservato molte volte che la maggior parte degli uomini grandi ebbero per madre una donna di speciale sensibilità.
Non ho tempo ora, nè sarebbe mio compito, il raccogliere dati in proposito; è però facile scorgere anche da un rapido esame che quasi mai il genio passa direttamente da uomo a uomo; sembra che la sua condizione di vita sia quella di maturare in un caldo e appassionato cuore di donna.
È questa pure la ragione più intima della mancanza di genio nella donna; ella può avere la diatesi del genio, cioè quegli elementi misteriosi e profondi che la destinano ad essere madre dell’uomo superiore, a cui il sesso darà i mezzi opportuni per esplicare la lunga ed occulta preparazione del grembo materno. Ed ecco pure una ragione per frenare le donne nella loro smania di produrre opere di mente; ogni conquista da esse fatta in questo campo è un furto all’uomo futuro.
L’eccezionalità benefica che aveva preparato la culla di Alberto Sormani in quel dolce nidodi rose e di olea fragrans, che lo fece nascere da una famiglia distinta per ingegno e per virtù, in un ambiente di assoluta purezza e di moralità severa, lo accompagnò poi per tutta la vita. Morta appena trentenne l’angelica madre, Egli trovò nella seconda madre la continuazione delle stesse virtù; così che nel suo cuore l’adorazione per l’estinta si mesceva al più caldo, al più riconoscente affetto per la nobilissima donna che ne tenne le veci con tanta intellettualità amorosa, e che lo comprendeva, che sapeva seguirlo negli alti voli della mente, che — degna del doloroso compito — ne raccolse l’ultimo respiro.
Ma perchè la natura che aveva profusi nel formarlo i suoi elementi migliori, lo ritolse così presto alla sua gioia ed all’altrui aspettativa?.... Ah! l’ipocrita domanda del Fariseo, il commento volgare del poema altissimo. Ben sta a noi il piangerlo perchè siamo deboli e piccini, e perchè avendolo amato, non ci riesce di strapparci dagli occhi la sua immagine; ma che cosa deve rimpiangere la natura? Essa lo fermò a scopo ideale, non per lui, nè per noi, ma per tutti.
Che importa l’essere? Egli fu. Possiamo noi immaginarci il raggiante amico passato come una meteora nei nostri sogni, passato nella intatta bellezza dei vent’anni, possiamo immaginarlo invecchiare poco a poco, ingrassare, divenire padre di famiglia, consigliere municipale, deputato, ministro, «raccogliere il frutto delleonorate fatiche» e morire coperto di decorazioni e perpetuarsi nell’oltraggio di un monumento mal riuscito?
Ridi, Sfinge, ridi. Anche noi rizziamo il capo già curvo dai singhiozzi e teniamo alto il cuore davanti alla luce del suo ideale, che è la sola cosa che Egli amasse in terra, quella che non morrà.
Così non fiori tristi io reco sulla tomba dell’Amico, ma fiori di gloria, fiori olezzanti che ne recingano degnamente la fronte altera.
E rivivo dolcemente con Lui sui sentieri di Brianza che Egli percorse passo a passo, la mente piena di sogni.
Lo rivedo nella prima infanzia tanto giuliva, quando apriva gli occhi al mattino con quell’appassionato destarsiche la madre con una delle sue frasi felici descriveva così bene in una sua lettera; quando, primogenito adorato, era il sorriso della vecchia casa; quando la sua mente così attenta, così seria, veniva aprendosi via via a tutte le bellezze. Saluto i suoi primi, forse i suoi soli dolori, che non dovevano lasciare lunga traccia nell’animo infantile: la morte di un fratellino e la morte della mamma. Egli ha narrato questi episodî della sua puerizia in due bozzetti «Gita triste» e «Morticino» che sono un gioiello di spontaneità, di grazia, ma più ancora di quella sua dote specialissima che era la sincerità. — Poi le memorie della scuola, il collegio, il ginnasio, il liceo. Egli notava tutto. Poil’Università a Torino, dove si era iscritto al corso di medicina, a dove era sempre mischiato ai crocchi nei quali c’era un’idea da discutere, gridando sempre più di tutti, esaltandosi, proclamando il trionfo di tutto ciò che è alto, tenendo conferenze, discorsi, arringhe, facendo anche delle stravaganze, ebbro della sua forte gioventù e del suo indomito idealismo, esercitandosi a quella potenza di attrazione e di dominio che lo designavano irresistibilmente al comando.
Le sue lettere da Torino spesso scritte a matita portano le date le più eccentriche:dalla Biblioteca — dalla sala di Clinica — dalla lezione di Anatomia — dai boschetti lungo il Po — dal Monte dei Cappuccini in una sera di luna. Ampia, ricca, esuberante esistenza la sua, dove la noia non trovava mai posto e di dove erano bandite tutte le occupazioni, tutti i pensieri volgari.
De’ suoi professori, di qualcuno de’ suoi amici di Università, serbava un ricordo appassionato e profondo.
Tornò a Milano nel 1891, affrontando il difficile problema di sapere come avrebbe meglio potuto dirigere le sue facoltà a servizio dello scopo umanitario che si era prefisso: aveva allora ventiquattro anni e gliene restavano due di vita....
Un sottile conoscitore degli uomini disse che la natura degli ingegni, la loro luce naturalee non il grado di forza, variabile come la salute, forma il loro vero pregio e la loro eccellenza. Vi sono cervelli luminosi atti a ricevere e a trasmettere la luce. Essi irradiano e rischiarano; la loro azione finisce qui. È necessario unire all’opera loro quella di agenti secondarî per darle efficacia. Così anche il sole fa sbocciare ma non coltiva. La tendenza verso il bene, la prontezza nell’afferrarlo e la costanza nel volerlo; l’intensità, la pieghevolezza dell’impulso, la vivacità e la giustezza degli slanci verso lo scopo indicato sono gli elementi che formano combinandosi la tassa intrinseca dell’uomo e che determinano il suo valore.
Tale era Alberto Sormani; un ingegno irradiatore e rischiaratore; una volontà pronta, elastica, tutta di slancio. Se si tien conto degli uomini nulli che l’occasione trasforma in eroi, è pur giusto valutare alla loro stregua ideale gli uomini a cui l’occasione manca, che non hanno la fortuna di poter lanciare una pietra o una parola nel momento opportuno, ma che lanciano continuamente dal fondo delle loro anime superiori ininterrotte scintille di luce, che sono quasi polle aperte nella mediocrità umana perchè i migliori possano dissetarsi e ritemprarvi le loro aspirazioni.
E però negli ultimi due anni, Egli trovò modo di impiegare anche le facoltà dell’azione e datosi con quella foga entusiastica che gli era propria alla fondazione del giornale l’Idea Liberalevi trasfuse tanta parte della sua mente e con tanta genialità di forma, giovanile arditezza e calore di persuasione che non solo gli crebbero intorno gli ammiratori e gli amici, ma gli stessi avversarî tenne in rispetto. Originale, audace, paradossale qualche volta, elevato sempre e largo nel volo, affrontò gli argomenti i più disparati, forte di una dialettica seducente e di uno stile limpido e sicuro.
Le questioni morali e sociali lo interessavano in prima linea, ma Egli sapeva con pari fortuna svolgere un tema d’arte, dotato come era di un gusto squisito che non lo ingannava quasi mai. Mostrò pure di possedere in un grado sorprendente la finzione poetica con quell’articolo sopra un Wirdtel immaginario che sbalordì tutti i suoi amici e più ancora coloro che, avvezzi a conoscerlo sotto il punto di vista di un positivismo pratico, non potevano supporgli uno sfondo di dilettantismo. Ma egli possedeva, l’ho già detto, un temperamento ricco fino all’esuberanza, complicato di innumerevoli filoni dove la vena aurifera predominava senza escludere le altre.
L’Idea Liberalepromulgata da una piccola schiera di giovani intelligenti, nata a lottare sopra un terreno aspro e impreparato, contro un nemico forte dell’ora propizia e del numero, con scarsi mezzi, senza esperienza e pochi aiuti, rappresentando la battaglia dei meno contro i più, doveva necessariamente tentare il suo ingegnoardimentoso; ed Egli vi si slanciò con incredibile entusiasmo, con quella dedizione eroica e febbrile che nessuno può immaginare di coloro che non lo hanno intimamente conosciuto: perchè non prendere nè cibo, nè sonno e non riposarsi mai, sono frasi di cui parecchi fanno uso per accentuare una piccolissima attività; ma Egli veramente era riuscito ad eliminare dalla sua vita ogni cura materiale, tutto prono al suo ideale di spiritualismo ardente, di propaganda del pensiero.
La morte lo colse sulla breccia, a tradimento. Non sogliono morire così gli eroi?
Molte volte, trovandolo sordo ai consigli dell’amicizia, confidai in qualche saggio ammonimento della natura per frenare l’eccesso del suo zelo. Pensavo nella mia lunga e malinconica esperienza:vivrà, saprà!Invece non visse e non seppe; scese nel mistero della tomba tutto intero, senza avere lasciato ai rovi del cammino un lembo solo del suo ideale, senza menomarsi, senza concedere senza piegare.Non flectarpotrà dire la sua ombra grandiosa affacciandosi sulla soglia dei regni bui.
Ed ora che cosa spero io da queste pagine? Gloria per Lui? Fama per me? No. Non spero, non desidero che amore per tutte le alte idealità che Egli ha amate, perchè esse continuino invisibili e sparse ad alimentare la grande anima umana. Mi sembra di interpretare in tal modo il più profondo de’ suoi desideri, quelloche deve essergli rimasto prima di spegnersi nell’ultimo raggio della intelligenza, quello a cui pensava forse scrivendomi in uno di quei lampi presaghi che ora non posso rammentare senza una commozione che rasenta il terrore: «Qualche volta la morte può rendere eterno ciò che la vita avrebbe consunto ed ucciso.»
Così, in queste pagine dedicate all’opera di pace che Egli sempre promulgò e sostenne[1], risuoni ancora una volta la voce di Alberto Sormani, ad altre lotte ad altre guerre eccitando che non sieno le stragi fratricide del passato; risuoni nel cuore dei forti, memento e stimolo alla unione superiore che Egli vagheggiava fra gli uomini di buona volontà; risuoni eziandio per coloro che temono e paventano.
Alberto Sormani, il prode caduto nelle battaglie dell’ideale, solleva dal sepolcro la bellissima testa e dice a costoro:
«Non è la terra una valle di lagrime«Ma un monte luminoso da salir.«Si cade. Non importa. Altri rimangono«E ascendon l’erta con novello ardir.
«Non è la terra una valle di lagrime«Ma un monte luminoso da salir.«Si cade. Non importa. Altri rimangono«E ascendon l’erta con novello ardir.
«Non è la terra una valle di lagrime
«Ma un monte luminoso da salir.
«Si cade. Non importa. Altri rimangono
«E ascendon l’erta con novello ardir.