IMPRESSIONI
LA COSCIENZA DEL FANCIULLO
Un giorno, sulle rive d’uno dei nostri laghi, lungo la spiaggia incantevole che tutti gli stranieri ammirano quale sintesi della poesia e compendio della bellezza, ascoltavo il dolce e confuso chiacchierio di un bambino nascosto nelle alte erbe che chiamava ad ogni tratto: mamma! mamma! senza che alcuno rispondesse.
Finalmente da un piano superiore dove la madre stava falciando giunse la risposta, dura, aspra, formulata in una sola parola che passò sibilando fra l’ondeggiamento delle alte erbe; ed era, questa risposta della madre al pargoletto, la stessa famosa che diede Cambronne all’esercito nemico...! Ricordo che ne provai acuto dolore, quasi di schiaffo che mi avesse arrossata la guancia. Qualche cosa attraverso l’innocenza di quel bambino era stata brutalmente offesa in me, e proprio ciò che ognuno ha di più sacro: la dignità umana.
Quante volte da allora la molla profonda dell’anima mia scattò e lagrime invisibili mibruciarono gli occhi davanti allo scempio che giornalmente si fa delle anime tenerelle, questo prezioso deposito che i secoli si trasmettono d’uomo in uomo, che dovrebbe farci tremare di commozione e piegare i ginocchi come dinanzi al più grande miracolo della Divinità.
Pensate a un bambino appena nato, a questo mistero che viene a noi da lontani, ignoti, atavici germi, che passa per un istante nelle nostre mani per poi continuare la sua strada verso un futuro ancora più ignoto, ancora più lontano; anello che ribadito ieri si slancia ad agganciare il domani; parte viva della lunga catena che l’umanità ha trascinato in sua corsa vertiginosa salendo alle vette più eccelse e toccando i più miserevoli abissi. Un bambino ha in sè la grazia ingenua del fiore, la poesia sconfinata dei cieli, il mistero profondo del mare. Non conosco nulla di più bello e di più sacro.
È sopratutto sopra questo secondo aggettivo «sacro» che vorrei arrestare le mie considerazioni, essendo il primo già largamente accettato per consenso quasi unanime. Difatti non sono le carezze, i complimenti, le esterne compiacenze che mancano ai nostri bambini, ai nostri fanciulli.
Nella concezione affatto materialista che si ha ora della felicità tutto ciò che è dote fisica o che può condurre ad una tangibile conquista attrae principalmente l’attenzione e le cure dei genitori; e il florido aspetto, le belle vesti, l’istruzioneprecoce, i dilettevoli passatempi che ognuno di essi secondo la propria condizione ed anche fuori di essa si sforza di non lesinare li persuade di compiere tutta intera la loro missione verso la prole; ma in grande maggioranza amano i propri figli e non li rispettano.
Non occorre discendere fra la gente rozza e male educata per trovare la conferma di quello che dico. Il motto di Cambronne o qualche altro dei molti equivalenti esce anche da una bocca abituata a parlare elegantemente in società se la persona che la possiede non ha dominio su sè stessa e interrotta nelle sue occupazioni dalla querula voce di un bambino più che alle ragioni di questo ubbidisce allo scatto incomposto dei propri nervi. Amare un fanciullo non basta se si dimentica un solo istante che nelle tenebre della sua coscienza ignara noi rappresentiamo il Faro. Guai se brancicando al buio il fragile l’inesperto schifo vede oscillare la luce che deve essere la sua guida! A ben considerare occorre all’educatore una cosa sola, ma è la più difficile: l’esempio.
Nelle famiglie odierne il fanciullo ode sempre a parlare anzitutto di denaro. Il tale è ricco; oppure non è ricco. Ci vogliono molti denari per vivere bene. Uno è bravo se guadagna molti denari. Le ragazze si maritano se hanno la dote. Nella scelta di una professione bisogna guardare la più lucrosa. Oh! che bella cosa essere ricchi! Oh! se vincessi un terno al lotto!Si tratta di un testamento? Oh! se avesse lasciato a me! C’è una tombola? Tutti prendono un biglietto e per dei mesi non si discorre d’altro. Il denaro! Il denaro! Questo mostro dai mille tentacoli, ignorato dai fanciulli di una volta, afferra i nostri piccini appena abbiano l’uso della ragione e ne piega subito la fresca impressionabilità verso un concetto della vita così volgare che raramente vi trova posto in seguito per agire la molla delle idealità superiori.
Secondo argomento: la maldicenza. Il fanciullo impara presto che l’amicizia è una menzogna, la virtù una ipocrisia, l’idealismo una sciocchezza, i maestri tutti ignoranti, i ministri tutti birboni, le donne tutte civette, gli uomini tutti imbecilli. Prima ancora che egli vi si possa affacciare, lo specchio delle sue illusioni è contaminato. L’ironia precede l’esperienza; lo scetticismo, frutto amaro del dolore, sforza i teneri virgulti e li costringe ad essere nòcciolo secco e cattiva sementa assai prima che essi diventino bòcciolo e fiore. E ciò è male. Tutto nella natura procede a gradi. Noi non siamo diversi in ciò dall’albero e dobbiamo rispettare nelle fibre giovinette la necessaria gioia dell’illusione che solo il vento e le tempeste hanno il crudele diritto di abbattere e di ferire.
La pornografia infine, se non in tutte le famiglie certamente, in molte però anche delle più oneste si introduce col frizzo, coll’aneddoto, coll’allusione. È difficile rinunciare al piaceredi far ridere i commensali con un fatterello grassoccio, o di colpire una rivale con una rivelazione scandalosa. Qualche volta non è pornografia proprio, ma è un fattaccio di cronaca cittadina, grossolano, ripugnante, volgare; è un furto, è un omicidio, una vendetta, una crudeltà; oppure è la descrizione minuta di una operazione chirurgica, di un parto... tutte ombre nere che sulla pellicola delicata della coscienza infantile lasciano una macchia.
Si dice: il fanciullo non capisce. E non è vero. Il fanciullo capisce sempre, capisce tutto, qualche volta capisce a rovescio ed è peggio. Se anche non capisce chiaramente il fatto, gli resta indelebile l’impressione che il babbo e la mamma hanno parlato di cose brutte che si sono interessati o hanno riso o hanno confabulato sopra argomenti che gli vogliono nascondere e la fiducia nel babbo e nella mamma se ne va. Il faro invece di dar luce boccheggia sconciamente e fa fumo.
Altra volta il padre o la madre sconcertati e seccati dalla attenzione che leggono nei chiari occhi aperti del fanciullo gli gridano aspramente: «Perchè stai qui ad ascoltare? Vattene!» e il fanciullo se ne va sentendo confusamente il peso di una ingiustizia, poichè chi guarderà, chi ascolterà, da chi dovrà egli imparare se non dal padre e dalla madre?
Il fanciullo è terribile giudice. La sua coscienza pura va diritta al bene ed al male, nonconosco mezzi termini nè attenuazioni. Quando un superiore nervoso e stizzoso lo sgrida fortemente per una lieve mancanza egli vede subito il difetto di chi vorrebbe correggerlo, distingue lo sfogo iracondo dalla equa riprovazione, constata la deficenza dell’educatore e diffida. Quando castigato per un atto scomposto o per un impeto di collera vede l’educatore che si atteggia scompostamente e che si abbandona esso pure alla collera le sue nozioni sul bene e sul male, sulla giustizia, sul rispetto, sulla verità si alterano in modo deplorevole. La giovane coscienza si ripiega su sè stessa, si interroga, discute, e fin da allora incominciano quelle deviazioni che più tardi si manifesteranno con grandi falle nel carattere.
Non sono pochi i genitori i quali pensano che il fanciullo abbia solo dei doveri. Il fanciullo ha anche dei diritti; i diritti sacrosanti della sua innocenza, della sua credulità, della sua debolezza. Egli non deve essere in mano nostra la cera molle del nostro capriccio, lo zimbello dei nostri nervi, il bersaglio dei nostri malumori, il balocco che si palleggia, si getta, si alza, si depone colla semplice norma del nostro beneplacito. Noi dobbiamo pensare che i nostri figli ci valuteranno un giorno atto per atto, parola per parola, e ben fortunato fra essi sarà colui che ripassando colla memoria la propria infanzia potrà rivedere la figura del padre in una linea inalterata di dignità e di giustizia, quelladella madre in una continua ma illuminata e saggia dedizione d’amore.
Infine — dirà qualcuno — è una costrizione regolare della nostra libertà. Certamente. Noi ci prendiamo pure e spesso con molta leggerezza la libertà di mettere al mondo una creatura. Ora ogni libertà si paga come qualsiasi altra cosa e una persona onesta deve far fronte ai propri impegni. Procreare è di tutti gli animali, educare è dell’uomo, ma non si educa nè si dirige alcuno se non si sa educare e dirigere sè stessi. Il disastroso concetto dell’eguaglianza che il nostro secolo vorrebbe applicare a tutta quanta la disuguagliantissima mole delle cose create induce pure nell’errore che si debba parlare ed agire in presenza dei nostri figli nello stesso modo che parliamo ed agiamo coi nostri simili d’età, chiamando ciò schiettezza ed amore del vero; mentre la verità è che la mente del bambino non può giudicare un fatto se non dal suo punto di vista infantile e quindi è necessario preparare i piani a norma della sua visuale mostrandogli solo, come in un cibo ben combinato, ciò che il suo incompleto organismo può assimilare. Questa non è ipocrisia: è rispetto, è dovere.
Il bimbo d’oggi sarà domani cittadino, sarà popolo, sarà folla. Dovrà pur conoscere che la libertà degli uomini non può essere simile alla libertà degli asini i quali sferrano calci nell’aria e chi li piglia son suoi. Anche troppo abbiamoallentato quei freni morali che soli traendo l’umanità dalle selvaggie forme primitive l’avevano condotta ai più alti fastigi della gloria e del progresso. Inebbriati dalle nostre vittorie credemmo di poter fare getto del bagaglio importuno dei nostri doveri, ma le crudeli esperienze dovrebbero oramai averci aperto gli occhi. Il dovere, o l’obbligo, o la legge, comunque a seconda dei casi si chiami il concetto fondamentale dell’ordine, è la ragione prima dell’essere e della vita.
Che ne sarebbe del mondo se una sola volta il sole mancasse di ubbidire al supremo potere che gli impone di versarci tutti i giorni il suo calore e la sua luce? E noi che rappresentiamo verso i nostri bambini la parte gloriosa del faro e del sole teniamo a mente che essi devono imparare da noi, non dalle nostre parole, ma dalla nostra condotta, la dura disciplina di sè stessi, altrimenti ne faremo degli impulsivi e dei nevrastenici.
Del resto l’uomo orgoglioso di un successo oratorio o di quello di un romanzo, la signora che si pavoneggia sotto lo sfolgorio dei brillanti appesi alle sue orecchie, perchè non dovrebbero sentirsi molto più fieri di un bel gesto tracciato dinanzi ai loro figli? Non effimero, non vano nella superficialità di un trionfo momentaneo, sarebbe questo un successo vero e profondo che andrebbe a perpetuarsi come di onda in onda una fresca linfa giù per i raminovelli. Si ambisce tanto di vedere il nostro nome illustrato nelle colonne di un giornale, si sogna di immortalarlo nel bronzo di una epigrafe e non pensiamo che sta in noi scolpirlo nella carne viva dei nostri discendenti, renderlo immortale nel trionfo di una razza più pura, più nobile, più bella.
L’ereditarietà e l’imitazione sono i due temi che i genitori dovrebbero meditare sopra ogni altro; dunque correggere sè stessi per educare gli altri; presentarsi in forma di esempio il più possibilmente perfetto in vista delle copie che ne verranno fuori. Un genitore irascibile che punisce l’irascibilità del figlio commette una atroce ingiustizia e un delitto di lesa educazione. Egli dovrebbe prima castigare sè stesso e poi dire al figlio: Vediamo chi di noi due vincerà meglio il nostro difetto. E ad ogni sforzo da lui fatto per dominarsi risponderà allora un risultato educativo veramente efficace. Solo a questo modo si può agire direttamente sulla coscienza del fanciullo e se non si risveglia la sua coscienza ogni altra opera è vana.
Sono quasi diciassette secoli che un grande conoscitore degli uomini lasciò scritto: «A quell’età (era fanciullo) mi dilettavo di giuocare e ciò castigavasi in me da coloro che facevano lo stesso; ma le leggerezze degli uomini vengono chiamate negozi e quelle dei fanciulli sono dai medesimi uomini punite. Solitamente chi educa la gioventù non perdona nulla ad essa etutto a sè». Purtroppo in diciassette secoli non abbiamo cambiato di molto.
Se poi dalla famiglia passiamo alla scuola le osservazioni che si possono fare non sono per nulla consolanti. Il livello morale delle scuole è molto basso, mancando in quasi tutte il soffio ideale, quanto dire il fuoco che trasforma la pasta indigesta del sapere nel pane meraviglioso che nutre l’anima. Diamo pure all’anima quel significato che meglio risponde al nostro sentimento, ma dobbiamo riconoscere che solamente in esso sta riposto il nucleo delle migliori energie nostre.
L’intelligenza che non si appoggia sulla coscienza non arriva mai a grandi risultati e lo scopo principale dell’educazione non è tanto la cultura quanto l’allenamento dato alle giovani sensibilità che si tendono verso il sapere colle loro cento bocche assetate ed affamate.
L’otto luglio 1904 veniva promulgata dal Parlamento una legge sulla morale civile da impartirsi nelle scuole per opera dei maestri e il ministro relatore conchiudeva la sua arringa dicendo che la morale deve vivificare e penetrare ogni atto, ogni sentimento. Benissimo e facilissimo se la morale fosse una derrata ammucchiata nelle aule della scuola e gli scolari altrettanti sacchi da riempire, se l’essenziale nella educazione fosse la dottrina insegnata e non, come à realmente, una fiamma sacra che l’educatore deve agitare con fede e con entusiasmo. DiceMaeterlink ammirevolmente: «Non bisogna che la saggezza abbia una forma; bisogna che la sua bellezza sia così varia come la bellezza della fiamma». È appunto questa fiamma che manca nelle nostre scuole.
Incominciando dai libri di lettura che corrono per le mani dei nostri figlietti, a parte pochissime eccezioni, quale miseria di contenuto educativo! quali fra gli strazi della grammatica e del buon senso errori grossolani di psicologia infantile e di concetto morale! Per commuovere non sanno far altro che mostrare il solito poverello vestito di cenci, per far ridere non trovano che trivialità da Bertoldino e da Cacasenno. Oh! Andersen, quale grande anima aveva il tuo cigno perduto fra gli anitroccoli in confronto a questi piccoli eroi volgari di una età che non comprende più nulla della vera grandezza umana!
Bisogna anche dire che i racconti di Andersen nascevano dalla sua anima profonda per un irresistibile slancio d’amore verso la bellezza e i libri invece che vediamo troppo spesso nelle mani dei nostri fanciulli, furono scritti quasi tutti a scopo di lucro, perchè se un libro scolastico viene approvato l’utile dell’autore è certo. Vi è anzi un modulo speciale per conformarsi al comune livello di mediocrità e tutto fa credere che se un libro come quello di Andersen si permettesse di concorrere per le nostre scuole sarebbe respinto senz’altro.
I maestri? Ma che cosa volete pretendere dai maestri? Chi si è mai sognato di chiedere a un maestro la prova della sua vocazione, della sua moralità, della sua elevatezza? Il maestro è un povero diavolo che fa il maestro come avrebbe fatto il ragioniere o l’impiegato, per mettersi a posto senza grande fatica e assicurarsi un pane per la vecchiaia. Tolta la prospettiva della pensione metà dei concorrenti diserterebbero la cattedra.
E poi non viene anche lui, il maestro, da una famiglia? Se non ha avuto in casa esempi di nobiltà, se non fu cresciuto in una atmosfera sana, se i vizi, le male passioni, l’organismo squilibrato lo avvinsero con una completa indipendenza del suo diploma didattico, come farà a dare agli altri ciò che è sempre mancato a lui stesso? Come potrà educare se non fu educato? È un circolo vizioso che ci riconduce inesorabilmente alla fonte prima di qualsiasi coscienza d’uomo: la famiglia.
Osserviamo di grazia questo fatto, che i nostri fanciulli allevati in un ambiente puro e gentile, quando abbiano presa dimestichezza colla scuola, si trasformano sotto i nostri occhi meravigliati ed inquieti in turbolenti monelli e udiamo dalle loro labbra innocenti parole che ci disgustano e assistiamo ad atti, a gesti, a pensieri che mai avremmo voluto riscontrare in essi. Noi sentiamo allora che una folla di nemici invisibili sta assediando queste nostre creaturee stringendocele al seno ci domandiamo con profonda pietà delle vittime quanti colpevoli vi sono fra i padri e fra le madri!
È dunque vano chiedere aiuto alla scuola, poichè la scuola è il lido sul quale si riversa la marea ognor crescente del popolo che travolge insieme pagliuzze d’oro e scorie impure; e non dalla scuola ci è lecito attendere la formazione della coscienza dei nostri figli, bensì noi dobbiamo armarli d’ogni miglior schermo affinchè possano resistere all’onda corrompitrice che nelle scuole dilaga, principio inevitabile e fatale di quella che incontreranno poi nel mondo. Solo quando dalle famiglie più illuminate usciranno uomini puri, avremo la scuola educatrice. Solo allora.