I TRAVESTIMENTINEL SECOLO XVIII
Molti anni or sono s’avrebbe potuto incominciare questo articolo così: «Ora che si avvicina il carnevale non è forse fuori di proposito parlare di travestimenti», ma a quest’alba del millenovecentoundici l’argomento è già passato nel dominio della storia e a voler trarnelo fuori occorre far opera di esumazione coi suoi bravi documenti alla mano.
Il travestimento carnevalesco fu l’ultimo guizzo di una consuetudine che nei tempi andati non aspettava il carnevale per manifestarsi. Non era forse un travestimento l’abito maschile che una fra le più belle eroine di Walter Scott si imponeva per scorrere inosservata sui montuosi sentieri della Scozia? E nemmeno sola, perchè leggendo le avventure di tempi anche più lontani ci incontriamo sovente in donne che dovendo affrontare i pericoli di strade mal sicure e di alloggi problematici si mettevano al coperto delle insidie sotto apparenze virili. Con un mantello sulle spalle e un cappellaccio calcato sugli occhi si sentivano protette. L’ombra del maschiole difendeva. Una donna sola in quelle età remote non avrebbe potuto percorrere cinque miglia senza incappare in qualche spiacevole avventura. Come devono riderne le emancipatemissamericane che attraversano mezzo mondo in gonnella corta, nevvero?
Nata da un vero bisogno nei secoli più rozzi questa moda, diremo così, di vestire abiti maschili appena le circostanze potevano offrirne il pretesto rimase a lungo nei costumi delle donne e prese vaste proporzioni nel periodo del romanticismo.
Ma prima ancora che il paggio di Lara e il patetico Jocelyn facessero versare tante lagrime alle belle svelando il mistero del loro sesso, il grande, l’olimpico Goethe che nessuno di noi saprebbe immaginare in attitudine scherzosa, aveva pure attraversato i verdi sentieri di Sesenheim travestito da oste, con un fardello di pasticcini in mano, per sorprendere in incognito la dolce Federica seguendo una logica di seduzione che sfugge al nostro moderno criterio.
Pochi anni dopo lord Byron, meditando Lara, compiva dei viaggetti di piacere da Londra a Southwell con un’amica in costume maschile che egli spacciava per suo fratello.
La contessa d’Houdetot, che vuolsi abbia ispirato laNuova Eloisa, attraversava a cavallo, vestita da uomo, la foresta di Montmorency per andare a trovare Gian Giacomo Rousseau all’Eremitaggio. Ella chiamava queste scappate: sorprendere l’orso nella sua tana.
Il cardinale di Rohan, uno dei quattro cardinali di Rohan che tennero seggio a Strasburgo, ma il solo di cui si occupò tanto la cronaca, non temeva mostrarsi in carrozza colla marchesa di Marigny sotto le spoglie di un elegante abate.
Nel 1792 le due sorelle Fernig, travestite cogli abiti dei fratelli, si batterono valorosamente insieme alla guardia nazionale comandata dal loro padre contro scorrerie nemiche che minacciavano il confine tra la Francia e il Belgio.
Avvicinandoci ai nostri tempi, troviamo ancora la contessa d’Agoult vestita spesso da uomo ne’ suoi viaggi con Liszt; Balzac, il quale fece pure un viaggio in Italia accompagnato da una donna sotto le spoglie dell’altro sesso; il generale Massena che intraprese la guerra di Spagna portandosi insieme la sua amante celata sotto la divisa di ufficiale dei dragoni; Dumas, a testimonianza di Ernesto Rossi, si traeva dietro le quinte dei teatri parigini una fanciulla in abiti virili.
Questi esempi, che cito a memoria, chiunque abbia letto corrispondenze e ricordi dell’epoca potrà moltiplicare all’infinito. Certo, la lettura di tali documenti dovette sembrare troppo frivola agli illustri scienziati i quali volendo provare la degenerazione di Giorgio Sand citarono in prova l’abito maschile che la grande romanziera indossava in alcune circostanze speciali e precisamente quando, giunta a Parigi sola, sconosciuta, decisa a lanciarsi nella lotta per la vitasi mescolava alla folla degli studenti e protetta dall’abito maschile frequentava liberamente i teatri e le taverne del quartiere latino. Ella non faceva proprio atto di eccentricità nè di degenerazione poichè tante donne prima di lei e contemporaneamente a lei non esitavano a portarlo allorchè per un verso o per l’altro ne avevano la convenienza. Ma purtroppo gli scienziati qualche volta si appassionano tanto intorno alle loro teorie che quando credono di aver afferrato un principio (rimati o ti accoppo) tutto deve convergere alla loro dimostrazione, anche i fatti che meno vi si prestano. Guardiamo un po’ in casa nostra; che cosa era il settecento veneziano sotto il rapporto del costume se non una continua mascherata, un travestimento diurno e notturno, un vivere sempre colla baùta in tasca e il domino sul braccio? Amori, piaceri, vendette, congiure, tutto si compiva sotto la maschera. Nessun divertimento sembrava piccante se non si alteravano i propri connotati. Al riparo di un palmo di stoffa sul viso le mogli gelose inseguivano i mariti, gli amanti si davano convegno, i rivali si sfidavano, i motti salaci uscivano dalle labbra senza che le guancie arrossissero. Uno spirito particolare, lo spirito della maschera, dava ardire ai più timidi.
Fino alla metà del secolo decimonono tali costumanze ebbero uno strascico in tutta Italia. Ai veglioni dei principali teatri accorrevano le signore della più scelta società e della più irreprensibilecondotta. Convien dire che erano molto diversi dai veglioni attuali, dove le donne vanno per svestirsi, mentre nel concetto di allora vi si andava per nascondersi, per divertirsi in incognito, e nulla era più ambito che far ammattire mezzo teatro col fuoco di fila della scherma motteggiatrice e partirsene poi senza essere riconosciuti. Sotto i larghichauve-sourische giustificavano pienamente il loro nome stendendo a guisa di ali le maniche voluminose e gli impenetrabili cappucci, il galante (vi erano allora dei galanti) doveva indovinare la signora al tocco leggiero della manina inguantata, a un profumo impercettibile, a un riso represso.
In provincia, nelle famiglie, nei piccoli crocchi, il primo pensiero che veniva al giungere del carnevale era quello del travestimento; e chi non aveva a propria disposizione un costume da turco, da diavolo, da negromante, da zingara ricorreva ancora allo scambio dei sessi. Gli uomini cingevano la gonnella, le donne infilavano i calzoni, i bambini mettevano la cuffia della nonna e il pastrano del nonno cogli occhiali sul nasino camuso.
Se la storia del travestimento, nata da necessità temporanee, prese il suo più brillante sviluppo sotto l’influenza del romanticismo e contò ne’ suoi fasti la gaia leggerezza di una società sul tramonto, si deve pur dire che negli ultimi giorni di vita diede guizzi più alti e raggiunse quasi i fastigi dell’eroismo quando, sotto la dominazioneaustriaca che ogni pensiero di libertà comprimeva con ferreo giogo, l’amore di patria dava le prime scosse al pauroso colosso celato sotto travestimenti satirici che gli permettevano di circolare in mezzo alla folla, inteso da chi doveva intendere. A Milano il carnevale era aspettato con impazienza da alcuni spiriti inquieti di patriota cui giovava la maschera con allusioni, motteggi e caricature a tener vivo negli animi il pensiero della riscossa. La maschera politica chiuse gloriosamente da noi il ciclo del travestimento.
Ora bisogna andar fino a Oberammergau per incontrarvi sotto la forma di funzione religiosa ciò che rimane ancora di questa passione antica.
Non si potrebbe tacere, poichè ho accennato principalmente al secolo XVIII, colui che vi tenne un posto singolarissimo per questo, che avendo portato durante quarant’anni le insegne d’uomo ed essere stato capitano dei dragoni, dottore in diritto civile e diritto economico, avvocato, ambasciatore, ministro plenipotenziario, si confessò improvvisamente donna, vestì da donna e donna morì. Ma questa bizzarra istoria mi porterebbe troppo lontano. Dirò come la sultana Scheherazade al suo signore «Se permettete, sarà per un’altra volta».
Per labonne bouchetuttavia voglio tracciare alle mie lettrici il breve schizzo di una donna vestita da uomo che ebbi occasione di conoscerea Parigi nella scorsa primavera. È russa. Chi sia veramente non si sa. Si fa chiamareNiktoe questo nome di guerra appariva appunto in quei giorni sui manifesti di un concerto — il concerto Nikto. Coi suoi capelli bianchi foltissimi, corti e ben pettinati, vestita con inappuntabile eleganza maschile, il piccolo piede imprigionato in due stivaloni che le salivano fin presso il ginocchio, la piccola mano nervosa e ferma, il volto intelligente, fine, un po’ beffardo, senza rughe, di una freschezza sana fra la tinta sobria della cravatta e il candore dello sparato, ella era unmonsieurmolto interessante e mi trovavo sempre imbarazzata quando dovevo rivolgerle la parola.Monsieur?.... Madame?...
—Appelez-moi Nikto— mi disse colla sua voce sicura benchè bassa e un poco velata.
Ultima traccia del romanticismo in quella città medesima che del romanticismo vide le più ardenti battaglie, o pioniera delle nuove aspirazioni femministe?....
Chi lo sa!