UN BARDO DEL 1830.
Fu precisamente otto mesi dopo la data tempestosa del venticinque febbraio 1830 — rimasta celebre negli annali della «Comèdie Française» per la battaglia d’arte combattuta alla prima rappresentazione diHernani— che nasceva a Friburgo dal maestro di cappella di S. Nicola, all’ombra della vecchia cattedrale svizzera, un bambino. Forse i genii e le bizzarre fate del romanticismo che avevano assistito colle capigliature spioventi e coi larghi cappelli pittoreschi al dramma focoso di Vittor Hugo, reduci da Parigi si erano raccolte intorno alla culla del neonato quando egli aprì sulla vita le profonde pupille piene di mistero. Certo egli doveva incarnare quel tipo dibohèmienche Murger prima e tanti altri dopo di lui si incaricarono di rendere popolare.
Étienne Eggis (tale era il nome del neonato) crebbe sotto i gotici pilastri della cattedrale, nell’onda delle armonie che l’abile mano paterna sapeva trarre dall’organo famoso, imbevendo l’anima di sogni; e nel silenzio delle arcate, nellenuvole di incenso che egli stesso agitava coi turiboli d’argento nelle feste solenni, le prime visioni poetiche gli sorrisero. La musica, per la quale aveva una grandissima attitudine, lo attraeva; ma studiando latino presso i Gesuiti si sviluppò in lui il gusto delle lettere; così rimase per lungo tempo incerto sulla carriera da prendere. Friburgo che è città tedesca, ma cattolica e vicina alla Francia, coltivò nel giovine Eggis le caratteristiche delle due nazioni tanto che egli scriveva indifferentemente il tedesco o il francese e nelle due lingue pensava. Aveva anche dei parenti in Francia che lo sollecitavano a formarsi uno stato indipendente e proficuo lasciando andare le fisime poetiche che non dànno da vivere.
Intanto gli anni passavano. Eggis uscito dall’adolescenza si era fatto alto alto, con lunghi e folti capelli neri, una carnagione delicata e bellissimi occhi. Mentre suo padre pensava ancora con inquietudine che cosa ne avrebbe fatto, gli venne offerto un posto di precettore in una casa principesca, a Monaco di Baviera, e il giovinetto partì. È in questo modo che molti scrittori avevano già esordito: Grimm, Rousseau.... Parini forse egli non lo conosceva.
Ma il padre e i parenti di Francia (la madre era morta consunta quando Étienne Eggis aveva appena sei anni) si rallegrarono per poco della fortuna avuta. Eggis si stancò della vita regolare e subordinata, della disciplina che al suo orgogliosembrava umiliante, sentendosi a disagio fra i principi padroni, troppo lontani da lui, e la turba dei domestici che lo premeva da vicino. Lasciò la casa e si inscrisse alla Facoltà di legge. Il padre allora si mette in moto per procacciargli una borsa che gli permetta di vivere a Monaco fino a studi completi e questa decisione, appunto per la sua praticità, irrita il futurobohèmienche volge subito le spalle al diritto e si dà a stampare versi per i giornali di Monaco. Da quel punto la sua vocazione è decisa. Egli scrive a un amico: «Una voce in fondo al cuore mi dice che il mio nome sarà conosciuto dai posteri, che berrò alla coppa della gloria; e la gloria che voglio non è di quelle che vanno a morire fra i muri di una piccola città. Se non potrò conquistarla, allora morirò giovane.» È la seconda profezia che doveva avverarsi.
La fantasia sbrigliata di Eggis, una volta rotto il freno, non si arresta più. Ripugnante ad ogni regola e ad ogni vincolo, eccolo, vagabondo, ebbro di giovinezza e di illusioni, a percorrere le città e le campagne tedesche, riposando sotto gli alberi, dissetandosi alle fontane, vivendo di musica e di canzoni, cogliendo sul ciglio delle strade nella aureola del sole o nella furia del vento le impressioni fuggevoli del viatore. Nessuno potrebbe dire meglio di quanto narrò egli stesso l’ebbrezza di quei primi anni di libertà:
En cousant une rime aux deux coins d’une idéeJe m’en allais, rêveur, le bâton à la main,La tête de soleil ou de vent inondée,En laissant au hasard le soin du lendemain.Je dérobais mon lit aux mousses des clairières,Ma harpe me donnait la bière et le pain noirEt je dormais paisible aux marges des carrieresSous le ciel qu’empourpraient les nuages du soir.Je n’avais pour tous biens qu’une pipe allemande,Les deux Faust du grand Goëthe, un pantalon l’été,Deux pistolets rayés non sujets à l’amende,Une harpe légère et puis... la liberté!Je lisais, en passant, des vieilles cathédralesLes lieds marmoréens par les siècles écrits.. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .Mais malgré tout, parfois, une vague souffranceAssombrissait mon coeur et voilait ma gaitéUne sécréte voix m’appelait vers la FranceEt me parlait de gloire et de célébrité.
En cousant une rime aux deux coins d’une idéeJe m’en allais, rêveur, le bâton à la main,La tête de soleil ou de vent inondée,En laissant au hasard le soin du lendemain.Je dérobais mon lit aux mousses des clairières,Ma harpe me donnait la bière et le pain noirEt je dormais paisible aux marges des carrieresSous le ciel qu’empourpraient les nuages du soir.
En cousant une rime aux deux coins d’une idée
Je m’en allais, rêveur, le bâton à la main,
La tête de soleil ou de vent inondée,
En laissant au hasard le soin du lendemain.
Je dérobais mon lit aux mousses des clairières,
Ma harpe me donnait la bière et le pain noir
Et je dormais paisible aux marges des carrieres
Sous le ciel qu’empourpraient les nuages du soir.
Je n’avais pour tous biens qu’une pipe allemande,Les deux Faust du grand Goëthe, un pantalon l’été,Deux pistolets rayés non sujets à l’amende,Une harpe légère et puis... la liberté!Je lisais, en passant, des vieilles cathédralesLes lieds marmoréens par les siècles écrits.. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .Mais malgré tout, parfois, une vague souffranceAssombrissait mon coeur et voilait ma gaitéUne sécréte voix m’appelait vers la FranceEt me parlait de gloire et de célébrité.
Je n’avais pour tous biens qu’une pipe allemande,
Les deux Faust du grand Goëthe, un pantalon l’été,
Deux pistolets rayés non sujets à l’amende,
Une harpe légère et puis... la liberté!
Je lisais, en passant, des vieilles cathédrales
Les lieds marmoréens par les siècles écrits.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Mais malgré tout, parfois, une vague souffrance
Assombrissait mon coeur et voilait ma gaité
Une sécréte voix m’appelait vers la France
Et me parlait de gloire et de célébrité.
La sua seconda patria, la Francia, lo attirava irresistibilmente. Egli aveva scritto dei versi mirifici per Vittor Hugo; il grande poeta aveva risposto, e questa risposta non lasciò più tregua al giovane entusiasta:
Grisant mon jeune coeur d’illusions candidesSeul, et toujours à pied, je m’en vins vers Paris.
Grisant mon jeune coeur d’illusions candidesSeul, et toujours à pied, je m’en vins vers Paris.
Grisant mon jeune coeur d’illusions candides
Seul, et toujours à pied, je m’en vins vers Paris.
Come un colpo di fulmine la notizia che Étienne era partito per Parigi piombò a Friburgo nella modesta casa del maestro di cappella che non sapeva più su quale orientazione dirigere oramai l’avvenire di suo figlio. Étienne intanto scriveva a un parente: «Perdonatemi di essere partito senza salutarvi; non ho salutato nemmeno mio padre. La vita della nostra piccola città mi è diventata insopportabile. Ho nel cuore unaattività orribile che mi divora e che mancando di sfogo rende i miei giorni tristi e le mie notti senza riposo.»
Che cosa intendeva Étienne Eggis per attività? È lecito domandarlo. La sua attività, non v’ha dubbio, era tutta nella fantasia. Dichiarandosi incapace di attendere alle umili cose della vita, sciupava l’ingegno a correr dietro alle chimere. Madamigella di Sénancour, una buona cugina che gli dava spesso de’ saggi consigli lo ammonisce: «Tu non hai voluto ascoltarmi, povero Étienne. Senza alcuna idea di come vanno le cose in questa baraonda di Parigi non hai consultato altro che la tua passione e contro la volontà di tutti coloro che si interessano a te sei venuto a sommergerti nel vortice. Ahimè! tu non sarai la prima farfalla che si brucia le ali a questa fiamma più divoratrice che vivificante! Balzac con tutto il suo ingegno ha scritto trenta volumi prima di essere conosciuto.» Parole d’oro.
Tuttavia Étienne Eggis pubblicò proprio allora il suo primo lavoro in versi:En causant avec la lune, il quale ebbe un mediocre successo, dovuto per la sua parte migliore a un articolo di Jules Janin a cui non era dispiaciuta l’originalità fresca ed energica del bardo gallo-tedesco.
Arsène Houssaye fu pure fra i protettori del giovane friburghese. Lo scrittore alla moda abitava allora un castello di gran lusso ai CampiElisi ed aveva un padiglione dove accolse l’Eggis offrendogli tutto quanto può dare 1 ospitalità amica, compreso la mensa, i sigari ed il piano di cui Eggis non poteva fare a meno, e sul quale, tra un articolo è l’altro per i giornali parigini, improvvisava con tanta genialità che i vicini ne erano rapiti. Questa bella vita durò tre mesi, poi Eggis non si vide più. Aspetta e aspetta, Arsène Houssaye, inquieto, fa abbattere la porla del padiglione e lo trova completamente vuoto; nè Eggis, nè piano, nè mobili. Tutto era sparito!
Qualche giorno dopo arriva una lettera di scusa abbastanza singolare firmata «il vostro affezionato ladro Étienne Eggis.» Houssaye prese l’avventura da uomo di spirito; rise, perdonò e restarono amici. Ma l’augello non tornò più in gabbia.
La vita randagia ricomincia e con essa i tentativi, le ripulse agli uffici dei giornali, le lunghe attese dagli editori. Lo si vede in Italia e in Germania; pubblica un secondo volume di versi:Voyages aux pays du coeure quattro altri ne annuncia. Maxime du Camp lo raccomanda agli amici, Emile Girardin gli predice che riuscirà, Théophile Gautier gli fa l’onore di appropriarsi un vocabolo inventato da lui, l’aggettivoensoleillé, che prima dell’Eggis non esisteva nella lingua francese. Il vecchio Béranger lo saluta «Buona sera, poeta Eggis!» ma la gloria non viene. Privo di una regolare occupazione egli è obbligato a ricorrere continuamenteall’aiuto della famiglia che alla fine è stanca. La buona cugina di Sénancour si lagna della eccessiva instabilità del giovane: «Egli ha abbandonato le persone colle quali lo avevo messo in rapporto.» E così sempre, dovunque, sferzato alle spalle dal suo istinto vagabondo, dalla mancanza d’ordine e di metodo.
I disinganni si accumulavano; ad ogni tratto, stanco, ferito, riposava a Friburgo dove, ad onta di tutto era ancora amato. Ma bisognava vivere. Gli si cercarono impieghi diversi, nessuno riuscì. Tornò in Italia, tornò in Germania. Scrisse romanzi, articoli, poemi, satire, bizzarrie. Insegnò musica, ne compose, ne eseguì egli stesso giorno per giorno, all’avventura, come nei primi tempi della giovinezza quando percorreva le strade della vecchia Alemagna coi due volumi delFaustsotto il braccio e una canzone sempre pronta sulle corde della sua chitarra. Ma i baldi sogni già svanivano lontano, impallidiva l’illusione, l’entusiasmo si spegneva a poco a poco. A trentadue anni vagheggia il suicidio.
Parmi interessante l’osservazione che nella molteplice opera di Étienne Eggis l’amore e la donna tengono pochissimo posto. Non una di quelle passioni che sembrano prediligere i poeti attraversa la sua vita. Se qualche fanciulla gli sorrise lungo gli interminabili sentieri del suo vagabondaggio egli non si fermò a raccogliere quel sorriso. Una delle sue poesie incomincia:
Je n’aimerai jamais, je n’ai jamais aimé
Je n’aimerai jamais, je n’ai jamais aimé
Je n’aimerai jamais, je n’ai jamais aimé
e quantunque dopo si ravveda e quasi terrorizzato dalla sinistra profezia soggiunga:
Je n’ai que vingt-un ans, je veux croire à l’amor
Je n’ai que vingt-un ans, je veux croire à l’amor
Je n’ai que vingt-un ans, je veux croire à l’amor
resta nel lettore l’impressione che l’Amore al pari della Gloria gli apparve solo nel miraggio della fantasia. Ben più sanguinanti di vera ferita sono questi altri due versi:
Comme deux fiancés que l’amour vient d’unirLa souffrance et mon coeur ont marché dans la vie.
Comme deux fiancés que l’amour vient d’unirLa souffrance et mon coeur ont marché dans la vie.
Comme deux fiancés que l’amour vient d’unir
La souffrance et mon coeur ont marché dans la vie.
La sofferenza! Ecco la fida compagna di Étienne Eggis. Di tutto egli doveva soffrire, e più che tutto del suo carattere in disaccordo colle realtà dell’esistenza che faceva di lui uno spostato, un ribelle. Nei versiAspirations insensées, egli interroga tutto il creato, dalle cupe immensità dell’oceano agli abissi inesplorati dove guizza appena il bagliore tortuoso del fulmine e dice che vorrebbe arrivare a stringere tutti gli esseri che piangono e
Tout ce que sous les cieuxEn soi porte une ulcère,Qui’ incessamment lacèreQuelque deuil anxieux;Tout coeur qui se retirePour pleurer en secretEt dont nul ne connaîtL’invisible martyre.
Tout ce que sous les cieuxEn soi porte une ulcère,Qui’ incessamment lacèreQuelque deuil anxieux;Tout coeur qui se retirePour pleurer en secretEt dont nul ne connaîtL’invisible martyre.
Tout ce que sous les cieux
En soi porte une ulcère,
Qui’ incessamment lacère
Quelque deuil anxieux;
Tout coeur qui se retire
Pour pleurer en secret
Et dont nul ne connaît
L’invisible martyre.
Credendo di cantare i dolori dell’universo è il grido del suo proprio dolore che egli lancia al vento ed alle selve. Sostando per un momento nella sua corsa errabonda ritorna col pensiero ai giorni dell’infanzia, alla vecchia cattedrale diS. Nicola; dove egli era così dolce raccogliersi nell’ombra di un altare quando l’organo suonava le divine melodie di Beethoven, e restarci anche quando l’ultima eco dei suoni aveva cessato di ripercuotersi sotto le ampie arcate, restarvi colla fronte china nelle mani bagnate di lagrime...
Non è mia intenzione di fare qui una disanima delle opere poetiche di Étienne Eggis. Altri vi ha già pensato e da lungo tempo. L’eminente scrittore svizzero Philippe Godet, fin dal mille ottocento sessantasei, raccolse in un volume le migliori poesie delle due raccolte:En causant avec la luneeVoyages aux pays du coeurpubblicandolo a proprie spese (con magnanimo altruismo di confratello) presso il libraio Berthoud a Neuchâtel. L’opera è preceduta da uno studio biografico-letterario fatto con acume e premiato al Concorso di Storia letteraria dall’Istituto nazionale ginevrino. Chi vuole conoscere direttamente i versi del disgraziato bardo cerchi questo volume che porta il titolo:Poésies d’Étienne Eggis.
Io mi accontenterò di chiudere il breve cenno colle ultime notizie sulla sua fine. Verso il 1865 alcuni svizzeri che studiavano a Berlino vi incontrarono l’Eggis e così lo descrivono:
«Un giovine molto alto, pallido, magro, con lunghi capelli, l’occhio sognatore... Si capiva subito che eraqualcuno, benchè vivesse nella più profonda miseria, suonando nelle birrerie sotterranee della grande città. Improvvisava perore ed ore dicendo che quando era seduto davanti al piano dimenticava di aver fame. Buon ragazzo del resto, dolce, quasi timido, generoso. Se per caso aveva del denaro lo divideva subito con altri più poveri di lui. Tutti lo amavano e lo compiangevano».
Egli era in quel tempo già attaccato dalla tisi che aveva consunta la sua povera madre a ventisei anni, la madre che gli era sempre presente, la quale cantò in dolcissimi versi più volte, sopratutto nelSouvenir d’enfance:
C’était une nuit froide et sombre....
C’était une nuit froide et sombre....
C’était une nuit froide et sombre....
Ma non posso citare tutto il volume. Basta. Venne il giorno in cui Étienne Eggis non potè più abbandonare la squallida stanzetta che gli serviva di alloggio — squallida e triste colla finestra che dava sopra un cortile tetro privo d’aria e di luce — a lui, povero Eggis, a lui che sospirava i ghiacciai e le foreste della patria, la canzone dei pastori sui monti, il bel cielo azzurro così vicino a Dio!... Morì nella notte dal 12 al 13 febbraio 1867. Chi lo assistè negli ultimi momenti lo udì ripetere:
«Vi è qualcuno che sia più da compiangere di me?»