CAPITOLO II.
La natura in Sardegna. — I boschi d’aranci di Millis. — Lande e foreste. — Fauna. — Gli uomini della Sardegna. — Etnografia sarda e tipi più salienti. — Le donne sarde. — Mancanza del proletario. — Carattere e costume dei Sardi. — Aneddoti di vendette e d’amori. — Foggie di vestire. — Ospitalità splendidissima dei Sardi. — Pranzi e gastronomia.
La natura in Sardegna. — I boschi d’aranci di Millis. — Lande e foreste. — Fauna. — Gli uomini della Sardegna. — Etnografia sarda e tipi più salienti. — Le donne sarde. — Mancanza del proletario. — Carattere e costume dei Sardi. — Aneddoti di vendette e d’amori. — Foggie di vestire. — Ospitalità splendidissima dei Sardi. — Pranzi e gastronomia.
La Sardegna ha molte pianure vaste, deserte, malinconiche; ha lande che la ferrovia non ha ancora accorciate, che l’aratro non ha ancor rotte, e dove gli occhi stanchi e annoiati cercano invano un albero. Cisti dalle foglie rugose; lentischi troppo superbi per esser erbe, troppo nani per esser piante; asfodeli senza fine; qualche arbusto rachitico o spinoso, qualche oleastro bitorzoluto e coi rami contorti dalla lungatortura della bufera marina. Mi ricordo che, andando da Nuramini per Villasor ed Uras verso Oristano, salutai il primo pioppo come un amico e mi fermai ad ascoltare il lieto mormorìo della brezza che cinguettava fra i suoi rami, fra le sue mille e mille foglie. Dopo glistecchi con toscodelle lande deserte avevo finalmente dinanzi a me un albero grande, sano, che mi pareva un essere felice. In molte lande presso Porto Scuso e fra Seui e Cagliari vidi molti cespugli di ramerino selvatico che rallegravano gli occhi coi loro mille fiori violetti e ridestavano le narici a ricordi gastronomici. Io lo cimentai alla prova della casseruola e lo trovai assai più aromatico di quello che coltiviamo nei nostri orti.
Dove la pianura fu solcata dall’aratro, la landa è divenuta campo; ma le infinite siepi di opunzie del Campidano e la povertà degli alberi non fanno troppo lieti quei paesaggi della Sardegna. Anche i rari boschi di mandorli son piante troppo cinericcie e che sembrano accordarsi col glauco monotono e triste del cacto. A molte campagne sarde manca la prima allegrezza della casa colonica, dei centocampanili che alzano il capo petulante in mezzo ad una tavolozza tutta verde e tutta allegrezza. Di vivo per molte e molte miglia non vedete spesso che un branco di pecore, nere anch’esse per la maggior parte e che rodono silenziose le erbe fra le pietre sparse anch’esse qua e là come pugno di cenere sul capo di un penitente.
Il più bel paesaggio che la Sardegna deve all’industria umana è la foresta di aranci di Millis. Se visitate Oristano non dimenticate quel paradiso terrestre e scriverete nel vostro libro d’oro una giornata delle più care della vita: intendo sempre, se avete cuore d’artista, se sentite il santo amore della natura. Il villaggio è come molti altri della Sardegna; ma dovete visitarvi il palazzo del Marchese Boys di Putifigari coi suoi cento antenati; dovete gettare uno sguardo amoroso ad una chiesuola circondata da alberi altissimi; chiesuola dalle tinte grigie e dal simpatico rossiccio della terra cotta; tutta quanta coperta di edere, che come fiamme di razzi convergenti la abbracciano con strettissimo amplesso. E poi e poi convien gettarsi a corpo perduto, a cavallo oa piedi in quella foresta d’aranci, dove vi inebbriate d’un profumo orientale e vi trovate sul capo, fra i piedi, dapertutto, una pleiade di milioni d’arancie squisite, che si vendono fin 25 e 15 centesimi al centinajo, degne rivali per profumo e dolcezza delle sorelle di Palermo. Nel bosco d’aranci che apparteneva al capitolo della cattedrale d’Oristano e ch’io trovai in vendita vi sono alberi che danno più di 5000 frutti. È però nel bosco del Marchese Boys che trovate l’arancio più colossale, chiamato il re degli aranci; un uomo non lo può abbracciare, ha maestà e dignità dei maggiori fra i nestori del regno vegetale. Sotto quelle ombre deliziose crescono più modesti, ma più profumati gli alberetti delle mandarine, ch’io trovai ottime fra quante ho mangiate in Sicilia, in Africa e in America. Eppure quei preziosi alberetti si posson contar sulle dita; eppure a Millis imputridiscono ogni anno milioni d’aranci per mancanza di uomini, di strade, di un industria attiva e perspicace. La natura è feconda e impunemente prodiga; e l’uomo povero in mezzo alle ricchezze.
La vita agricola della Sardegna vi presentaun altro quadro interessante ed è quello degli oliveti, e abbiam già avuto occasione di ammirare quei di Bosa e quei di Sassari.
La Sardegna potrebbe far concorrenza coi suoi olii ai migliori del continente e già furon premiati quelli della deserta e sconosciuta regione dell’Ogliastra. Eppure abbiamo foreste di olivastri colossali che nessuno innesta e cadon le ulive sul suolo deserto, preda ai cinghiali e alle capre. Eppure in antichi tempi si comandò per legge che nella terra ferace d’oleastri se ne innestassero almen dieci per anno e si offerse perfino la nobiltà a chiunque allevasse certo numero d’olivi.
Ed ora che vi ho mostrato il brutto convien volgere lo sguardo alle bellezze della Sardegna, che son molte. Avete colli mollemente ondulati e coltivati dal capo ai piedi; avete ruscelletti e fiumi che serpeggiano limpidi e rumorosi fra cespugli di leandri silvestri, veri mazzi di rose nei mesi dell’estate; avete poche, ma belle foreste, ultimi avanzi di un manto imperiale che un tempo copriva splendidamente gran parte dell’isola e che fu strappato lembo a lembo con feroce vandalismo dagli avidi speculatori,ch’io vorrei chiamare i guastatori della Sardegna. Le cifre raccolte dalla Commissione d’inchiesta mostreranno agli Italiani l’estensione di quelle stragi barbariche; a me conviene mettere il dito sul peccato e sul peccatore; alzare il grido d’allarme dell’uccello che vede il falco, lo denunzia ai compagni e tira via nel suo aereo cammino. Milioni e milioni di lecci, di quercie, di sugheri furon convertiti in carbone; una mina d’oro fu distrutta dalla scure spietata e i nipoti, vagando per quelle terre deserte, fra i tronchi monconi degli alberi distrutti malediranno i loro padri, imprevidenti scialacquatori di tanta ricchezza.
A Taquisara fra Lanusey e Seui ho veduto vergini foreste di elci, sicuramente fra le più belle che abbia incontrato nei miei viaggi. Alberi alti così che l’occhio deve cercar posizioni nuove e faticose per trovarne la cima; così folti da doversi intrecciare gli uni cogli altri; e qua e là il cadavere maestoso di un colosso fulminato dal cielo e fraternamente accolto fra le braccia degli alberi vicini che vivono da secoli in confidente famigliarità, in regime di repubblica, primitivo, senza noja diregolamenti, nè balzelli di tasse, nè tirannia di leggi. E fra i lecci giganti un mezzo ceto di corbezzoli dalle foglie lucenti, di tassi dal fiero cipiglio; e più giù un popolo minuto di eriche, di clematidi, di arbusti, di arboscelli, di erbe. E cascatelle di acqua chiacchierina che si lascia cadere e fa capriole fra graniti coperti di muschio, dove le goccie d’acqua fermate dal loro velluto son perle e dove il sole filtrato attraverso quella volta di verdura spande una penombra mite e silenziosa.
La Gallura è la Svizzera della Sardegna, e i graniti son così dislocati in cento modi, e giù per quella china di monti si son fermati mille e mille ciottoloni arrotondati in tante guise che tu crederesti vedere il campo abbandonato dai Giganti che vollero scalare il cielo. La natura coi graniti della Gallura ha saputo fare uno dei quadri più fantastici e bizzarri, dove il tragico e il grottesco si accordano stupendamente, e le forme pigmee e gigantesche dell’estetica minerale si trovan vicine e coi loro contrasti ci danno sensazioni nuove e non aspettate. Duolmi che le nevi e l’insolita inclemenza della primaveradi quest’anno mi abbiano impedito di visitare il Gennargentu, il gigante dei monti sardi e che deve muovere colle sue foreste e i suoi macigni fortunata guerra alle bellezze per me carissime della Gallura.
Il cacciatore trova nella Sardegna il suo Eldorado, ed io coi miei occhi ho veduto tante allodole nei campi da poterne far bottino di un centinaio in una mattinata; e dalla mia carrozza ho seguito le pernici che correvan dinanzi ai miei cavalli; e a tiro di pistola ho veduto beccaccie e anitre e selvaggiume d’ogni maniera. Nei boschi poi e fra i cespugli hai tanti cignali, da poterne ammazzare quanti tu vuoi; e sugli alti monti puoi ancora, senz’esser principe, deliziarti della caccia principesca di cervi, di caprioli e di mufloni.
Quest’animale è interessante assai e in Italia non si trova che in Sardegna e in Corsica; ha figura di pecora ma col pelo del cervo, e ha corna che si attortigliano in modo molto pittoresco e che giungono a smisurata lunghezza. Io ne posseggo un pajo che mi fu regalato dai cortesissimi mieicolleghi di Nuoro, dottori Alberto e Luigi Calamina, e che per il loro peso impedivano ogni rapido movimento all’animale che le portava; caso strano di corno suicida! Il muflone vive a stormi, salta come il camoscio, e ha carne saporitissima; ed io la trovai ottima anche senza il soccorso di magisteri culinari, cotta coll’acqua e il sale. Il muflone s’addomestica facilmente e si accoppia colla pecora; e i meticci meritano di essere studiati in quest’epoca di idee darviniane. Ho veduto anche molti meticci di cignale e di porco, ma il porco della Sardegna è così poco diverso dal suo fratello selvaggio da potersi confondere facilmente con esso.
Gli animali domestici della Sardegna son celebri per la loro piccolezza, e quell’isola ha cavalli, asini e porci nani. Le razze cavalline sono con torto di tutti (governo e sardi) troppo trascurate. La resistenza alla fatica e la sicurezza del piede del cavallo sardo son davvero sorprendenti, quasi miracolose. Io ho viaggiato per ore ed ore per erti dirupi con un cavallo magro e stecchito, a digiuno da un giorno; e quel cavallo, in ciò superiore alla mogliedi Claudio imperatore, giungeva alla meta del viaggio, nè stanco nè sazio. Benchè abbia vissuto per quasi quattro anni sul dorso dei cavalli argentini quasi selvaggi, ho dovuto inorridire alla vista dei miei compagni di viaggio che dinanzi a me scendevano al trotto dalla ripida erta d’un monte d’argilla sdrucciolevole e sfatto dalla pioggia. Mi pareva veder quella gente e me stesso al suolo ad ogni momento; ma i cavalli sardi tiravan dritto e per misteri di un ignota meccanica spostavano ad ogni momento e ad ogni momento ritrovavano il loro centro di gravità. Il cavallo sardo ha tre grandi virtù cardinali: brio, sicurezza di piede, temperanza arabica; e conviene che l’arte, conservando queste virtù, le incarni in un tipo di forme eleganti e allora le razze cavalline sarde saranno fra le prime d’Europa.
I Sardi possono far molto per migliorare la loro razza di capre, animale che in pochi paesi d’Italia trova terreno più propizio che nella Sardegna. Essi devono incrociare le loro capre con quelle delle Isole Canarie; ed io coll’insistenza di un vecchio brontolone voglio ancora una volta ripetere che la capra delle Canarieè una vera specie darviniana, che per la straordinaria copia di latte squisitissimo che somministra deve essere introdotta fra noi. A Teneriffa molti stranieri trovano così squisito il latte e senz’ombra di sapore ircino o salato per cui portano al cielo le vacche di quel paese, ignorando che è invece latte caprino. Io ho veduto alcune capre con poppe così esuberanti da toccar quasi la terra e da rendere impossibile la corsa all’animale che le portava. Ai nostri moderni acclimatori e ai nostri ricchi oziosi possa questa pagina (che ristamperò colla insistenza di un apostolo ostinato e incorreggibile) fermare l’attenzione e far nascere l’idea di una gita amena e il proposito di un’opera buona. E chi può indovinare la squisitezza dei formaggi di latte di capre delle Canarie pascolanti sui monti della Sardegna?[4].
La Sardegna è ricca di pesci squisiti, ha tonni in tanta quantità da arricchire molti possessori di tonnare, ha sardelle, muggini, rombi, triglie e tutta una coorte di saporitissimiabitanti marini: mentre i torrenti di Patadas vi danno trote eccellenti. A Cabras fui testimonio di una pesca miracolosa, grazie alla squisita cortesia dei signori Carta, i quali mi condussero alla loro peschiera che vale più d’un milione.
Con sapiente malizia i Sardi hanno aperto ai pesci del mare ampli bacini d’acqua calda e tranquilla, dov’essi entrano confidenti e sicuri di trovare un nido ai loro fecondissimi amori. E là invece sono in un vasto carcere, dove possono dedicarsi alle delizie della famiglia, mangiare e ingrassarre; dove possono far tutto fuorchè fuggire. E là si aggirano per una lunga distesa di acque, passando d’uno in altro labirinto, finchè i più grossi e paffuti son spinti nella peschiera della morte. Io era sopra un piccolo argine che separava una peschiera dall’altra e guardavo sotto di me l’acqua torbida che appena mi lasciava vedere un profondo e oscuro brulichìo come di cosa viva che si movesse. Tre uomini giovani, belli e robusti ad un cenno del signor Carta si cambiarono in tanti Adami: si legarono intorno al corpo una lunga cordicella efra essa e la pelle si piantarono una spada di legno, che sembrava piuttosto la spatola tradizionale d’Arlecchino. Gettatisi a capofitto nella laguna con quel legno e quel filo si diedero alla loro pesca che aveva del prodigioso, del magico. Ognuno d’essi si tuffava sotto le acque, e dopo pochi secondi esciva con un grosso muggine nelle mani, che apriva convulsivamente le branchie scarlatte, tentando di sfuggire da quella robusta presa; ma in quell’istante la spada d’Arlecchino dava due o tre colpi sul suo capo, e il pesce era infilato nella cordicella attaccata al corpo del pescatore. Un nuovo tonfo, un nuovo pesce, una nuova martellata sul capo e via così di seguito senza posa. Così mentre andavano rosseggiando quelle torbide acque, quei tre carnefici allungavano le loro filze, e quando si rizzavan dall’acqua guizzava intorno ad essi, quasi un serpente d’argento, il trofeo dei grossi e molti pesci presi, uccisi ed infilati. Non vidi mai una volta sola tuffarsi il pescatore e venir fuori senza il pesce nella mano; talvolta ne aveva due. Dopo otto minuti escirono dall’acqua, gettando ai nostri piedi il frutto della pesca; ed eran più di cinquantachilogrammi di muggini. Qualche volta il pesce s’addensa in tali masse per quelle peschiere che convien far lapesca alla pala. S’entra allora nell’acqua, e con un gran cucchiajo di rete si getta sulla sponda una massa guizzante, fremente e scintillante di grossi pesci.
Gli operai della gran peschiera di Cabras lavorano assai, ma mangian moltissimo e tre volte al giorno. Son robusti e in mezzo alla malaria famosa di Oristano di raro soffron di febbri; ammogliati han molti figliuoli.
Quali uomini sono gli Italiani della Sardegna? son dessi bambini o decrepiti, sani o malati; s’hanno a scrivere nel bilancio attivo o nel bilancio passivo della nazione? A queste domande credo di poter rispondere subito; che i Sardi hanno dato fin qui poche pagine alla storia gloriosa della civiltà italiana per colpa dell’isolamento in cui son rimasti per secoli; per peccato del luogo più che per colpa degli uomini; essi sono un popolo giovinetto e nondecrepito, hanno un povero passato ma un ricco avvenire; al lavoro sociale, alla patria comune essi porteranno due tesori, uno più prezioso dell’altro; un’ottima costituzione non domata neppure dalla malaria e un fondo di morale rimasto intatto anche con tanti secoli di impunità.
Non si può intendere il popolo sardo senza ricordare il lungo, l’incredibile isolamento in cui visse per tanti e tanti anni. Chiudete ad una nazione le vene che le apportano da ogni parte il sangue di altri popoli e di altre civiltà e vedrete di qual vita atrofica e rachitica dovrà vivere; fosse pure la nazione di temperamento più gagliardo, di mente più operosa. Le isole molto lontane dai continenti son fuori della grande corrente della civiltà e ridotte a vivere soltanto dei proprii frutti, delle proprie idee, a cuocere nel proprio succo, hanno isterilita la sorgente più feconda del progresso civile. E parlo di isole molto lontane, dacchè quelle che come la Sicilia e l’Inghilterra son vicinissime a grandi continenti, godono in una volta sola dei vantaggi della terra ferma e dell’isola; e vivendo insieme agli altri popoli dellavita comune, difendono più facilmente degli altri, come in una fortezza naturale, i frutti della rapina o della conquista. Un popolo isolano gettato sopra una terra troppo lontana dai grandi centri civili non può salvarsi che a patto di farsi marinajo, e quando invece abborre dal mare e si accontenta di coltivare le zolle della propria isola, allora non può che intisichire e rimanere addietro nella gran corsa dei popoli verso l’excelsior. È davvero un problema che ha del logogrifo il non trovar in Sardegna marinaj, cantieri, navi; il non trovare metà di quel popolo divenuto anfibio; ma non è un fatto nuovo il vedere genti isolane nemiche del mare e ho discorso lungamente nei miei viaggi a Teneriffa di un popolo antico che non osava neppure attraversare un canale più stretto di uno dei nostri laghi.
L’isolamento e la ripugnanza all’onda salsa dei Sardi spiegan tutti i loro peccati e li assolvono. Leggete una pagina tacitiana di storia scritta dal Cattaneo:
«In quel secolo XI tutta l’Europa si sottraeva all’incubo dell’influenze barbariche. Le spedizioni trasmarine dei Toscani, dei Liguri,dei Veneti aprivano agli altri popoli il campo delle crociate. L’amore di un venturoso lucro, il genio militare e l’ardor religioso che si erano congiunti nell’impresa di Sardegna, si svolsero più vastamente nelle famose conquiste d’Inghilterra, di Sicilia e di Palestina. Le armi facevano strada al commercio, e questo rinnovava l’antica ricongiunzione dei popoli, operato primamente dalla sapienza romana. Il pontefice Ildebrando, lagnandosi cheli uomini della Sardegna fossero omai divenuti più stranieri a Roma che non li abitanti delli estremi confini della terra, scriveva un imperiosa esortazione ai quattro giudici sardi, Onroco di Cagliari, Orsocorre d’Arborea, Mariano di Logudoro e Costantino di Gallura; e commendando il proposito di Onroco di recarsi a Roma, lo ammoniva a sottomettersi alla prescritta riforma,essendochè molte richieste si facevano da varie genti alla sede romana per la concessione della provincia di Cagliari.»
Saltiamo quattro secoli e vediamo ancora l’isolamento della Sardegna.
«Nei primi anni delli Aragonesi l’isolaaveva commercio coi Pisani, Genovesi, Veneti, Anconitani, Napoletani, Marsigliesi, Greci e Israeliti di Barberia. Tutta quella gente sparì al cospetto del feudalismo aragonese. Nel 1479 si cacciarono dall’isola tutti i trafficanti corsi, nel 1492 si introdusse l’inquisizione; e furono espulse tutte le famiglie israelitiche, che omai da quindici secoli esercitavano l’oscura loro industria e noleggiavano il servizio dei loro risparmi ad un agricoltore a cui le usure stesse erano inestimabile beneficio. In breve nell’antico granaio del popolo romano mancò perfino la semente da spargere sugli ubertosi campi. Sassari, la seconda città del regno, si ridusse a meno di tremila abitanti; rimasero deserte molte ville che fiorivano nelli agitati tempi di Branca Doria e d’Ugolino; e furono abolite per mancanza di popolo dieci sedi vescovili. Fu troncato ogni vincolo colla madre Italia, quando appunto Colombo, Machiavello, Ariosto, Michelangelo vi rinnovellavano tutti i prodigi del pensiero. Il distacco dall’Italia fu tale, che li antichi statuti di Sassari, d’Iglesia, di Bosa venivano a preteso servizio della comune intelligenza, tradotti dallalinguastraniera, cioè dall’italica nella catalana....»
Facciamo un altro salto di due secoli.
«In mezzo a tanta esuberanza di derrate, in un’isola più ampia della Lombardia, tutte le merci esportate dal porto di Cagliari appena sommavano al valore di centomila scudi, e ad altrettanto quelle del porto d’Alghero. Nell’interno mancavano le poste, mancavano i corrieri delle lettere, non v’erano strade, e l’isolamento verso l’estero era tale che le carte del governo dirette alla Spagna si ricapitavano prima a Napoli, perchè viaggiassero a bell’agio con quelle delle altre provincie italiane.»
Per quanto la Sardegna sia stata occupata da Fenici, da Greci, da Romani, da Vandali, da Ostrogoti, da Mori e da Spagnuoli, benchè nelle vene dei Sardi scorra forse ancora qualche goccia del sangue dei fuggitivi di Troia o dei quattromila israeliti ed egizii che Tiberio aveva relegati in quell’isola in pena dell’avere essi tentato propagare in Roma l’osservanza dei loro culti, pure io credo fuor di dubbio che l’orditura del popolo sardo sia antichissima, anteriore ad ogni tradizione storicaben accertata, che l’elemento più potente ancor oggi dopo tante invasioni e tanti incrociamenti siaautoctono. Grazia alla cortesia squisitissima de’ miei colleghi di Sardegna ho fatto una preziosa raccolta di tipi dei cranii di quell’isola, e forse vi è in essi un germe di etnografia sarda; ma fin d’ora credo di poter affermare la potenza dell’elemento autoctono in quell’isola.
Esiste un sangue sardo anche dopo i Fenici e i Romani, anche dopo gli Spagnuoli e i Mori, anche coi due dialetti cagliaritano e logudorese; anche dopo le rivalità di Cagliari e di Sassari. Ve lo dice ad alta voce quella pagina di storia che un popolo antico lasciò scritto su tutta la faccia della Sardegna in quei monumenti ciclopici di pietre, che si chiamanonuraghi. Ve lo dice quell’amore tenace, irresistibile del popolo sardo alla sua terra; vera passione del suolo e dell’aratro che resiste alle invasioni di tanti popoli marini, di tante genti che vivevano in mare e del mare. Ve lo dice la lingua sarda che ha parole comuni in tutta l’isola; ve lo dicono alcuni costumi singolari, primitivi che nontrovate altrove e che ricordano usi di stirpi antichissime; ve lo dice la fiera resistenza che gli isolani opposero sempre ad ogni invasione; per cui essi combattevano e vincevano quasi sempre, o vinti si ritiravano nei loro monti, portando seco il palladio della loro lingua e dei loro costumi. E lo stesso Lamarmora vi dice che secondo ogni apparenza, i montanari dell’isola che conservarono più a lungo l’antico linguaggio furono anche gli ultimi a perder la lingua romana che avevano adottata, almeno in gran parte; ed è precisamente nel paese più abitato da questi popoli che la lingua latina è parlata, ancora ai nostri giorni, nella quasi sua purezza.
Sul mondo sardo antico preistorico e che attende ancora il suo Colombo, si impiantò una propaggine romana e il popolo sardo di quest’oggi è un innesto latino sull’antica pianta autoctona dell’isola. Elemento latino quasi puro nel nord; con colorito corso nella Gallura; con tinta catalana ad Alghero; con tinta risentita di moresco e di spagnuolo a Cagliari e nel Campidano.
Non saprei dire se più il sangue o più latradizione lasciasse di elemento spagnuolo a Cagliari; ma questo so di certo che chi ha vissuto, come io, alcuni anni in paesi spagnuoli, trova nella maggiore delle città sarde, ad ogni momento riscontri ed analogie. Il carattere serio, il culto della pompa esteriore e delle riverenze; certa maestà di portamento e simpatia per le rabescature, certa tranquilla inerzia che trovate a Cagliari son tutte cose spagnuole; e anche passeggiando per le vie mi son trovato sorpreso di veder fisonomie che mi richiamavano volti spagnuoli. A Sassari invece il brio chiassoso e il dolce far niente senza rimorsi, vi richiamano la Sicilia e li ultimi figli di Roma stanca.
Non è però nelle grandi città e nei porti di mare che convien cercare i tipi etnografici della Sardegna. Uno di questi fra i meglio definiti, ma anche dei meno studiati è quello dei Maurelli di Iglesias e dei paesi vicini. Studiando bene quegli abitanti t’accorgi subito che dovettero rimanere isolati a lungo, senza miscela d’altro sangue. Non parlo del ceto alto, dove incontri fisonomie italiane e spagnuole, ma parlo del popolo minuto emezzano che è tutto di uomini e donne più alti che bassi, asciutti, dai capelli neri e folti, e da un cranio così lungo e stretto che è difficile supporlo più dolicocefalo. Anche i meno osservatori rimangono stupiti dinanzi a quei cranii che non è qui il luogo di studiare, ma che devono scoprire un giorno la vera origine di quella gente. Le donne son sottili assai e di corpo elegante, e colla somma sottigliezza del corpo fa splendido contrasto l’ubertosità dei campi consacrati all’amore: hanno viso ovale e pallido, sopracciglia molto folte, occhi orizzontali, spesso grandi, naso diritto affilato, spesso lungo. Vedete lo stesso sangue in Gonesa, in Porto Scuso, ed è sicuramente fra i tipi sardi più singolari e più puri, e certamente nè latino, nè spagnuolo. Il costume del vestire e il culto al caffè vi rammentano insieme al cranio origini africane. Il dialetto è cagliaritano, meno piccole differenze, ed io vi ho potuto notare larpisana sostituita allal, ultima e forse unica memoria della dominazione pisana e che vi richiama lo scherzo con cui i Toscani rimproverano ai Pisani la durezza delle lorormesse proprioa sproposito in luogo di una dolcissima consonante:er giuoco der ponte e re cieche.
Lamarmora vi dice: «che gli abitanti del Sulcis e della provincia d’Iglesias sono appellati comunementeMaureddus(mauritani o mauri) che alcuni vogliono derivare dai Mori dell’Africa, che secondo Procopio sarebbero stati trasportati nell’isola, al tempo di Belisario. Io penso senza ingannarmi che quelli che hanno questo nome sono veramente discendenti di colonie africane stabilite nell’isola. Il dialetto infatti attuale deiMauredduspare aver conservato qualche traccia dell’idioma africano. Dentro la stessa città d’Iglesias vi è una fontana chiamata di Coradino che se non è una prova, è un argomento di più in favore dell’opinione che ricongiunge iMaureddusai Saraceni[5].»
Anche il barone di Maltzan non osa pronunziare un giudizio sicuro sull’origine dei Maureddi di Iglesias e confessa di non aver saputo trovare in essi che traccie fuggitive che potessero far sospettare una stirpe arabica.La parolaBoddeusesprime nel dialetto di quel paese un piccolo gruppo isolato di case, e ricorda ilbit(casa) degli arabi. Cosìfurriadroxus(case di campagna degli abitanti delle città) deriverebbe dalla parola sardafura(fuori) e dall’arabocharadscha(escire). Poveri argomenti davvero per assegnare la genealogia ad un popolo[6].
Ho voluto consultare l’eruditissimo professor Ascoli sull’etnografia deiMaureddused ecco le preziose notizie ch’egli mi ha gentilmente trasmesse:
«Si sono in vario modo confusi, da più scrittori, iBarbaricinied iMaurelli(Maureddi). I primi occupano leBarbagie(Sas Barbagias) nel Logudoro; e par sempre probabile, malgrado i dubbi del Cattaneo (Alcuni scritti, II, 190) ch’essi risalgono aiMauri Barbaridi Procopio, gettati nell’isola tra il quinto e il sesto secolo dell’êra volgare, comechè l’ubicazione delleBarbagienon bene risponda alle parole di questo autore[7]. Èmanifesto, del rimanente, che iMauri Barbaridi Procopio non potevano esserearabi, come stortamente fu asserito, ma ben piuttosto avranno a reputarsiberbéri, che è quanto dire di quella razza aborigena dell’Africa, a cui più tardi gli Arabi, riproducendo ilbarbarusromano, diedero il nome diBerber. — IMaurellisi trovano all’incontro nel Sulcis, a poca distanza da Iglesias, e manca ancora (1861) intorno ad essi ogni attendibile ragguaglio. Un indigeno, estraneo a simili studj, descrive il loro parlare a questo modo:idioma misto di genovese, campidanese e africano.Dall’Africa, secondo lo stesso isolano,ivi approderebbe e si stabilirebbe di continuo nuova gente.NelleBarbagie, all’incontro si parlerebbe il logudorese con insignificanti varietà.»
Anche in Oristano trovai fisonomie orientali. Martini dimostrò con tutta evidenza l’emigrazione in Oristano di cristiani d’Oriente e Maltzan volle anzi con questa spiegare il colore greco-orientale della gente di Cabras. Fu infatti nel 1295 edificata una chiesa in Oristano da Papa Bonifazio VIII onde potessero farvi le loro preghiere i cristiani di Tiro scacciati dall’Oriente dai Musulmani di Egitto.
Un altro tipo sardo è quello che si trova nell’Anglona, dove in alcuni villaggi gli abitanti schierati dinanzi a noi per accoglierci festosamente erano tutti di eguale altezza, e così rassomiglianti da sembrar tutti membri d’una stessa famiglia. Pur troppo a Laerru, ad Oschiri e in altre borgate della Sardegna i matrimoni fra parenti son frequentissimi e l’egregio dottor Paolo Manchia di Oschiri mi ha comunicata una preziosa statistica dei matrimoni avvenuti in quel paese dal 1858 al 1868, dove si leggono scritti a caratteri di fuoco i pessimi risultati delle unioni tra consanguinei. Nell’Anglona gli uomini hanno capelli e barba foltissimi,statura mezzana, corpo asciutto, naso aquilino, occhi grigi o neri ma sempre acuti.
La Gallura è paese corso e certe valli intorno a Tempio hanno tipi così latini che sembrano medaglie antiche. Gli ultimi figli dei Romani etnograficamente son forse a cercarsi in Sardegna.
Nel sud della Sardegna, meno i figli di stranieri o di italiani d’altre provincie, tu non trovi mai occhi azzurri e capelli biondi, e ti accorgi di essere nel nord, quando ti incontri in pupille azzurrine, che non di raro però si accordano con capelli neri; anche questo ricordo romano. Quasi dovunque vedi barbe foltissime e capelli che durano anche sui capi più venerandi[8]. Perciò mi fece sorpresa il vedere in Siniscola quattro consiglieri comunali, due dei quali portavan parrucca ed un terzo era calvo.
In Sardegna è rarissimo trovar uomini contraffatti: non pellagra, non rachitide: nell’interno è quasi sconosciuta la sifilide.
La donna ora è più bella, ed ora men bella dell’uomo, secondo che la razza adatta meglio la fisonomia al tipo virile o al femminile. Così a Nuoro quei montanari hanno sopracciglia nere e foltissime, occhi corvini, naso diritto e non aquilino, labbra dal piglio altero, e questa fisonomia riesce troppo dura per la donna; è invece nell’uomo simpatica fierezza. Le donne si distinguono in moltissimi paesi della Sardegna, ma specialmente a Cabras, a Patadas e nella Barbagia per ricchissimo seno, a cui com’è naturale si associano sempre anche le linee posteriori di Venere Callipigia. Gli eleganti e pittoreschi costumi rialzano poi la bellezza non sempre perfetta delle linee del volto o nascondono quella troppo massiccia e selvaggia del corpo.
La Sardegna non ha proletarii, ha il vanto di non contare fra i suoi abitanti quel gregge umano che noi con beffarda statistica numeriamo fra i cittadini; che brulica stupido e inerte sulle glebe delle campagne o s’addensa sucido e sudato nelle officine della città. In Sardegna avete molti poveri, ma son quasitutti proprietarii di campi o di greggi, di una capanna o di un albero; ma questa proprietà, che non li salva dalla fame, basta però per alzarli di cento gradini sul nostro colono che prima di nascere ha già dei debiti verso il padrone, e che fra la pallida minestra condita dal lardo e il pane duro e ammuffito in cui coll’alimento trova la pellagra, non ha altra poesia nella vita che quella che gli vende la superstizione. Il pastore sardo rimane più volte due o tre giorni senza cibo, ma è un uomo libero. Il contadino sardo vede spesso sotto i suoi occhi il suo pane divorato dalle cavallette; ma egli ha una zolla di terreno che può chiamar suo: In Sardegna, voi non trovate quei volti ebeti e poco umani dei nostri contadini, sui quali le rughe precoci non furono segnate che dalla fame o dalla stanchezza. Il sardo più povero ha un volto su cui le passioni hanno scritta la loro storia: ignorante, rozzo, spesso brutale, ha però una fibra ancor sana, ha una molla non ancor rotta che gli fa tener alto il capo: egli sente la dignità del possesso.
L’amor della terra è così appassionato neiSardi da divenire una vera manìa; esso ha rovinato in più luoghi l’agricoltura, sminuzzando, polverizzando quasi la proprietà fondiaria. Nel Campidano i figli si dividono il campo, la selva, la casa del padre in tanti frammenti, ed ognuno di essi vuol avere la sua parte di campo, di selva, di casa; talchè s’arriva a coprire le terre di siepi e a sminuzzare la proprietà in parti così lillipuziane da potersi mettere in tasca. Si vedono campi, dove la terra è di un proprietario e le piante son di un suo fratello, e si vide in Oristano una camera con tre padroni; esempio raro ma non unico[9].
Il pastore della Sardegna non è quello degli idilli di Teocrito e di Gessner, è un uomo risoluto, fiero, che ha sempre sulle spalle un fucile e che lo adopera troppo volentieri. Abbronzito dal sole, indurito alla fame, alla sete, è un vero arabo che spesso fa da beduino; non ha della proprietà altrui idee molto precise, spesso apre le siepi col coltello per farvi entrare le sue pecore; e difende il sopruso a fucilate. Talvolta non si accontenta di ingrassare il suo gregge coll’erba, coll’orzo, col frumento dei campi altrui, ma miete anche le spighe non seminate da lui, raccoglie il frutto innestato da altri. Il pastore errante, bellissimo tipo per l’antropologo e per il romanziere, è la rovina della Sardegna; spesso è sinonimo di ladro. Si son visti alcuni, che dopo aver messo insieme colla elemosina di incauti generosi un gregge di 10 o 12 pecore, battevano la campagna, vivendo di furti e di rapine. Fonni, piccola borgata delle montagne del nord, manda ogni anno fin 500 pastori nel Campidano, che coprono dall’inverno fino al maggio intiere pianure coi loro armenti; con quantofrutto dell’agricoltura è facile immaginare. E sì che a Fonni si spergiura senza molto scrupolo nel nome di Dio, ma non mai in quello di sant’Antonio! È vero che a sant’Antonio si affidano i ladri dei greggi e a lui consacrano con voto una parte del bottino, quando le rapine riescon fortunate.
Quando la cresciuta civiltà avrà cancellato dalla Sardegna il pastore errante, quell’isola sarà uno dei paesi più morali del mondo; perchè se la facile impunità rende così comune il furto campestre, nelle città e nei villaggi i ladri son pochi. Nello scorso anno Sassari e Cagliari erano invase da migliaja di cenciosi venuti dai campi a chiedere il pane che le cavallette avevano loro divorato; le case erano tutte aperte e non si avevano furti. Il senso del giusto è incarnato nel sangue dei Sardi; i testimoni affermano il vero anche quando riesce loro pericoloso il farlo, e minuto popolo e alto si associa con vero entusiasmo nelle vie per arrestare un ladro e consegnarlo alla questura. Le stesse impressioni crudeli che provaron tutti in Sardegna quando si seppe che una diligenza era stataaggredita, mostra quanto quel fatto fosse raro e inaspettato. Trent’anni or sono un corriere a cavallo portava lettere e denari da Sassari a Cagliari e impiegava otto giorni in quella corsa, guadando fiumi senza ponti, attraversando boschi deserti senz’altr’armi che un pistolone rugginoso e una lastra d’ottone colle armi del re di Sardegna. Giammai fu torto un pelo a quel corriere e da tutti si sapeva che nella sua bisaccia fulva di pelle che portava ad armacollo stavano molte carte relative ai processi dei banditi erranti per la campagna.
Un’altra virtù dei Sardi è il rispetto all’autorità. Nel 1848 si volevano in Cagliari ammazzare i Gesuiti; e già si sentiva nel popolo accalcato per le vie quel muggito indistinto che precede una procella. I padri pallidi e quasi svenuti dalla paura attraversavano quelle masse; già già si stava per metter loro le mani addosso, quando un impiegato inerme si presenta e con voce alta grida:Figliuoli, rispettateli; e la procella si calmò.
I carabinieri si presentano più d’una volta in capanne deserte sui monti più alti, nel foltodei boschi e la donna di casa corre incontro a baciar loro la falda dell’abito, dicendo:Vene lu re!...dacchè i Sardi del campo personificano ancora nel re ogni idea di autorità e di governo. In pochi paesi d’Italia le tasse son pagate con maggior scrupolo e con più serena rassegnazione. In Sardegna non si aveva la leva militare e il nuovo tributo di sangue non accrebbe di molto i banditi.
Il sardo si fa difficilmente operaio; è temperante, intelligente, ma come lo dicono i grossi intraprenditori di strade o di mine, lavora il trenta per cento meno dell’operaio del continente; mangia poco e sopratutto beve assai meno di questo. I fanciulli operai lascian spesso il pane per correr nei prati a cercarvi con istinto selvaggio erbe e radici e rosicchiarle con più selvaggia voluttà.
Nella classe media esser impiegato; aver il pane a giorno fisso e sicuro e lontana prospettiva di pensione e aver fissata l’ora e il lavoro da altro impiegato è l’ideale della vita; grossa e lurida magagna che i sardi hanno comune con molti italiani del continente; malattia cronica, scrofola vecchia che convien sanarecol ferro e col fuoco. E nel mezzo ceto, la donna esercita troppo piccola influenza, anzi quasi nessuna; relegata com’è alle voluttà del talamo e alle noie delle cure domestiche; per cui essa cerca la poesia per cui è nata, nelle volte delle chiese e porge ai figliuoli un’educazione quasi sempre bigotta, piena sempre di ubbie e di pregiudizi. La donna sarda, sensibile, sensuale, intelligente, fantastica, ma incolta e messa dall’uomo in troppo umile posizione, passa lunghe ore al confessionale, affida al prete gran parte della sua anima; divide coll’uomo una profonda apatia della vita politica.
A Cagliari ho veduto processioni fatte con molto entusiasmo, con vero culto dell’arte; con grande accompagnamento di confraternite gialle, rosse, verdi, con cappelli di raso; e signore prostrate dinanzi a quegli arlecchini policromi, e udii gravi discussioni sulla bellezza maggiore o minore dei verdi, in confronto dei gialli e degli azzurri. Anche a Sassari avete ancora gli avanzi di antiche corporazioni, conosciute sotto il nome digremii: avete quello degliortolani, che coltivano il tabacco, e chenelle processioni vestono alla Don Basilio; avete quella deiviandantiche una volta trasportavano lettere e merci e conservano un uniforme spagnuolo; avete il gremio deimuratoriche hanno il loro costume: avanzi del medio evo, con professioni che si trasmettono da padre in figlio senza diserzioni nè mutamenti.
I Sardi hanno un fondo di indomita e appassionata fierezza e in molti paesi ci troviamo ancora in pieno medio evo; dacchè ancora si preferisce rendersi giustizia sommaria da sè stessi e le rapine fatte alla luce del giorno e con molti combattenti hanno l’aria di conquiste più che di grassazioni.
Nuoro è paese terribile, dove il sangue corre ad ogni momento. Nel giugno dello scorso anno uomini a mano armata cambiarono il Municipio; e le truppe e i carabinieri non osarono combattere quei sollevati con forze troppo disuguali. Il rubare un paio di bovi, e l’esserne poi derubato di due paia e saldare i conti colle fucilate è cosa assai comune. Il sindaco di Posada fu ucciso a tradimento nell’ultimo gennaio, perchè aveva deposta la verità dinanzi al Tribunale. Il villaggio di Nulefu saccheggiato da venti o trenta armati; e il bottino fu diviso patriarcalmente dalle donne di quei disperati. Questi delitti sono i frutti di pianta antica; dacchè prima del 1830 si comperava l’impunità a pronti contanti.
A Nuoro si videro crescere le grassazioni dopo che fu introdotta la leva: ma i nuovi assassini non erano disertori, ma contadini che andavano a pigliare nelle saccoccie altrui il denaro per pagarsi il cambio. Avuta l’esenzione del tributo di sangue, il ladro ritornava all’aratro, alla vigna, all’amplesso della sua donna e de’ suoi bambini.
Dorgali, Orosei, Galteli, Irgoli, Loculi, Lula, Mamoiada, Saruli, Orali, Oroteli, Nules son tutti comuni, dove vi si racconta una storia di sangue, fresca di ieri: posdomani ve ne sarà una nuova. Anche qui l’assaltare, il rubare non costituiscono un mestiere, ma son cose d’occasione; e l’assassino, deposto il fucile omicida, ritorna pastore o contadino.
Ad Aggius avete ancora al dì d’oggi tre o quattro banditi: in tutta la Gallura gli odii di famiglia e le vendette corse durano ancora, benchè gran passo si sia fatto verso una vita piùcivile e più mite. Non son però rari gli incendi di foreste di sugheri fatti per vendetta (Tempio). A Lanusey anche al giorno d’oggi si hanno parecchi banditi, ma dopo esser stati condannati in contumacia, si tengono in buoni rapporti cogli abitanti del paese, onde non esser denunziati. Il bandito Manca Macco fu arrestato da poco tempo: era tra i più fieri ed è quello stesso che nel 1867 organizzò una banda armata che devastò il Campidano.
Anche Bono è paese di tremende memorie. Negli ultimi anni dello scorso secolo Bono si difese contro le truppe e a prenderlo convenne bombardarlo. Ora è poco, i bonesi attaccarono il villaggio di Nughedu per saccheggiarlo; ma respinti lasciarono sul terreno morti e feriti: scene di sangue comunissime in tutta Italia, or son pochi secoli, sopravissute ora e morenti in Sardegna.
Quando in Sardegna odio e amore si chiudono in petto dello stesso uomo; la vendettaè sicura, è pronta, è spesso feroce. Eccovi alcuni bozzetti dell’amore crudele: e anche dove v’è più tradizione che storia, leggerete spiccato il carattere di quelli abitanti.
Un giovane soldato fa la corte ad una bella sarda, le promette mano di sposa e ottiene sicure e precoci garanzie d’amore. Fatti i preliminari, l’ufficiale dimentica le promesse e di giorno in giorno differisce la ratifica del trattato. Riceve lettere anonime che dapprima cortesi e amichevoli lo consigliano a far il suo dovere; poi sempre più minacciose, promettono punizione alla colpa. Quel signorino non vuol diventar marito e dicendo d’imbarcarsi in un porto, attraversa tutta la Sardegna e si imbarca in un altro. È già nella barchetta con molti altri passaggeri che si dirigono al piroscafo postale; già sta per inviare l’ultimo saluto all’isola troppo esigente, quando s’ode un tiro di fucile e l’ufficiale cade morto nella barchetta.
Un giovane carrettiere si innamora di una giovane; la visita, le parla; vuol sedurla; ma essa resiste ad ogni seduzione: un giorno l’innamorato è più ardente, è più esigente, ma la virtù della bella sarda è sempre salda come rocca. Quegli le dà una pistola carica, dicendole:Se ti tradisco, se non ti faccio mia sposa, e tu con questa mi uccidi.La cittadella è caduta, ma la pistola è accettata. — Alcuni mesi dopo di pieno giorno quel galante era in una bottega. La tradita vi entra anch’essa, lo saluta, gli ricorda la promessa e l’uccide. Fu a costituirsi essa stessa al giudice e fu assolta dai giurati.
Non son molti anni che un ingegnere che aveva troppo promesso e poco mantenuto ad una graziosa vedovella; mentre galoppava verso Sassari, cadde morto per una fucilata; ed io coi miei occhi ho veduto i cespugli fra i quali giacque per alcuni giorni cadavere insepolto.
In una chiesa solitaria della Gallura sopra i monti entrava un giorno un giovane cacciatore, per riposarsi dalla lunga corsa e respirarvi un’aria fresca. Un lamento quasi soffocato ma straziante sembra uscire dall’altare; un altro lamento più crudele gli tien dietro; e la chiesa è solitaria e deserta. Il cacciatore rimane stupito, ricorda i pregiudizi dell’infanzia; è sgomento; ma la voce della compassione grida in lui più forte di tutto e per la cappella segue le grida del lamento e trova una giovane donna che partorisce sul nudo marmo, senza una mano che la soccorra. Il cacciatore divien levatrice, salva a quell’infelice, e colpevole madre la vita, il bambino, l’onore; con nuovo e paziente eroismo nasconde il frutto d’un amore tradito, nasconde la traccia insanguinata del sacrilegio; diventa prima il medico, poi amico, amante, marito di quella donna. Due anni dopo nella sua capanna si udivano nuovi lamenti; era un figliuolo del cacciatore che stava per nascere; ma il parto era più doloroso che mai e la donna gridava in modo da straziare le orecchie degli astanti. Il cacciatore era in quel giorno poco cortesee dinanzi a molti esclamò: Tu non gridavi tanto or son due anni, in quella chiesa, quando partorivi il figlio di un altr’uomo. Quella povera donna guarda il marito con uno sguardo senza nome, gli dirige una mano supplichevole e rimane morta di dolore.
Un artista trova in Sardegna ricca messe di osservazioni nei costumi degli uomini e delle donne che si conservano inalterati da tanti secoli con isolana tenacità. La migliore descrizione dei vestimenti svariati dei Sardi non varrebbe quanto uno sguardo gettato sopra una raccolta di fotografie o sopra un atlante.
Il vestito degli uomini in Sardegna varia assai meno di quello della donna e il suo carattere generale è severo e selvaggio. Nelcollettualcuni eruditi trovano ancora lamastrucadegli scrittori romani, ma è più probabile l’opinione che esso sia ilcolobium, ilthoraxdegli antichi. La gran pelliccia nera di pecorache portano i Sardi sulle spalle, fatta di quattro pelli di montone o di capra è uno degli abiti più antichi dell’uomo, e per cui ognuno può farsi sarto di sè stesso.
Col pelo all’infuori o all’indentro seconda le esigenze delle stagioni quest’abito è citato da Eliano: «La Sardegna per quel che ne dice Ninfodoro, è ricchissima di pecore e di capre, e le loro pelli servono al vestito degli indigeni; di maniera che l’uomo che le indossa può, mettendone il pelo all’indentro riscaldarsi in inverno e col pelo all’infuori difendersi dall’eccessivo calore dell’estate.»
Nel vestito dei Sardi predomina la lana, e a noi fa paura il vederli sudare sotto pelliccie e grossi tessuti anche nelle più calde stagioni, ma quell’uso è pienamente giustificato dalla malaria e dai rapidi cambiamenti di temperatura. Quando a San Luri vedete i contadini recarsi al lavoro col loro grosso grembiale di cuoio, che copre loro quasi tutto il corpo e che sembra meglio una corazza che un vestito, colla pelliccia, col cappuccio in capo, colle loro lunghe zappette appoggiate alle spalle, quasi fucili o lance, voi vi trovatesotto gli occhi una scena originale, che sa dell’Oriente e del medio evo in una volta sola.
Il sardo si copre sempre il capo; se lo copre con amore, quasi con caldo furore; or con berrettoni di lana, or col cappuccio del mantello; ora con berrettone e cappuccio in una volta sola. Eppure hanno folte e lunghe capigliature e gli uomini calvi vi sono rarissimi.
Il sardo brilla in tutta l’estetica della natura e dell’arte, quando è a cavallo. È allora che la sua asciutta e bruna figura s’accorda col suo vestito severo e pittoresco; è allora che brillano la sua agilità, la sua forza, il suo coraggio, la sua natura indipendente, selvaggia, avida d’aria e di libertà. Le sue virtù si maritano con quelle del suo destriero: son due creature fatte l’una per l’altra che sommano insieme in un sol quadro pieno di vita le loro bellezze, le loro forze, vorrei quasi dire i loro pensieri.
Nell’Anglona ogni villaggio ci mandava ad incontrarci una squadra di cittadini a cavallo, tutti muniti del loro fucile a due colpi, tutti pronti a caracollare intorno a noi, e a mostrarcila stupenda pieghevolezza della loro cavalcatura. Noi ce li vedevamo venire incontro di lontano; e il grido degli evviva che ci salutava s’andava facendo sempre più vicino; finchè il sindaco del villaggio coi più saputi consiglieri ci veniva incontro a stringerci la mano e a darci il benvenuto. E così scortati come principi s’andava innanzi, finchè un’altra squadra ci veniva incontro e si univa alla prima: e così noi ci siam veduti intorno centocinquanta cavalieri, che ci facevano ala e scorta, facendoci credere per un momento sultani dell’estremo Oriente o condottieri del medio evo. La nostra vanità non era però puerilmente solleticata da quel corteggio; ma in noi batteva il cuore per un sentimento più nobile e più caldo. Io guardava quegli uomini, che eran tutti individui, tutti padroni del loro bellissimo cavallo, tutti armati, tutti intelligenti, vivacissimi e diceva:sono italiani; e poi aggiungeva un’altra cosa:ecco un’armata, ecco l’armata dell’avvenire!
Quasi ogni villaggio della Sardegna veste le sue donne in diverso modo e la tavolozza più tizianesca del mondo basterebbe appena a tantiquadri ricchi di colorito e di fantastiche combinazioni. Ad Osilo ho veduto le donne vestite a festa con insolita pompa, con fascette rosse tutte adorne di merletti, con gonne scarlatte, e sul capo una pezzuola scarlatta di panno, orlata di seta di vivaci colori. A Dorgali vedete il rosso, il bianco, l’oro intrecciarsi intorno alle forme di Eva che sembra ornare le bellezze della natura d’un culto sacro, ieratico; sicuramente orientale. Ad Aritzo gonnelle orlate, pezzuole rosse sul capo, fascetta variopinta con nastri di colori diversi dalla gonna e dalla fascetta, e maniche candidissime che escono da stoffe di vivi colori e orlate anch’esse. A Lanusey un grazioso panno rosso orlato d’azzurro che nasconde il capo in un nido d’amore; e una catenella d’argento che fa prigioniero il mento e il collo. In alcuni villaggi la donna veste come l’uomo colori bruni e tristi, e sembrerebbe una monaca, se la nessuna ipocrisia del sesso e il lampeggiar degli occhi non portassero l’osservatore a tutt’altro ordine di idee.
Per quanto svariati siano gli acconciamenti femminili della Sardegna, hanno però quasitutti questi due caratteri essenziali: molta copertura del capo e una grazia infinita per lasciar indovinare il più che si può le bellissime bellezze del seno. Più d’una volta vedete intorno a quel nido d’amori un duplice, un triplice, un quadruplice sistema di baluardi, cortine, fossi, contrafforti e contraffossi: tutta una strategia di fascie, fascette, e camicie e merletti; un arsenale strategico che dovrebbe esser fatto alla difesa, ed è invece un’offesa continua, formidabile; tutto un labirinto di parapetti attraverso a cui gli occhi profani non dovrebbero neppure gettare uno sguardo; e dove invece e occhi e sguardi si ostinano ad entrare; tutto un’artificio di grazia che vuol molto nascondere e riesce invece a mostrare assai; tutto un sistema di graziosissima, castissima e provocantissima ipocrisia.
In molti paesi della Sardegna le donne si coprono oltre il capo anche la metà inferiore della faccia; od anche tutta la faccia meno gli occhi. Una volta fuggivano, quando giungeva un forestiere, lanciando dalle finestrelle dei loro occhi le freccie del Parto. Ora esse son divenute più umane o forse gli uomini si sonfatti meno gelosi; sicchè a Nulvi, a Martes, a Laerru, quando s’entrava nei villaggi, le donne ci si facevan vicine, ci salutavano e in coro gridavano festose:Bene sean bennidos!(Benvenuti).
La donna però in Sardegna, che va scoprendosi la faccia, man mano la civiltà toglie a lei un’ipocrisia e al marito una tirannide, rimane però ancora troppo segregata dal suo compagno. A Calangianus, dopo aver attraversato bellissimi boschi di sugheri e di lecci, le nostre carrozze furono circondate da cento cavalieri armati che ci venivano incontro. Entrati con essi nel villaggio, la guardia nazionale era sotto le armi, sventolavano per ogni parte bandiere tricolori, suonava il tamburo: e l’aria era rotta da proterve e capricciose fucilate. La festa era dedicata specialmente al Deputato Ferracciù, nato in quel paese. Un prete, maestro di scuola, con vero furore di entusiasmo, faceva sfilare a passo di carica innanzi e indietro di noi i suoi scolari, che al suono d’un tamburo tempestoso seguivano una bandiera tricolore che era presa anch’essa da tumultuoso entusiasmo: e quei ragazziad un cenno del prete gridavano a squarciagola.Evviva la Commissione, evviva Ferracciù, evviva l’Istruzione!E noi si prendeva caffè, vini, chicche; tutto ciò che quella buona gente ci aveva apprestato, e anche noi si gridava in coro, perchè l’atmosfera dell’entusiasmo ci avvolgeva tutti quanti. Ebbene fra tante grida, in tanta febbre di feste, le donne del paese stavano a parte tutte sopra un promontorio, e là col capo coperto e facendo della pezzuola che le copriva una visiera al volto non ci mandavan che i baleni dei loro occhi; e là dove i nostri si fermavano più a lungo, chiedendo una risposta, quelle pudiche pezzuole ci rispondevano, aprendosi rapidamente, quasi a mostrarci che alla bellezza degli occhi il resto rispondeva. Quel gruppo di donne su quella rupe di Calangianus, di quelle donne mute e isolate in mezzo alla festa mi pareva un quadro vivente della donna euperea, fatto senza studio d’artista, e senz’arte di filosofo moralista; ma che nel suo silenzio era pur eloquente!
Quante bellezze non ha isterilito la moda francese, obbligando le donne d’ogni nazioneche voglia chiamarsi civile a vestire nella stessa maniera, della stessa stoffa, degli stessi colori; curvando sotto lo stupido giogo d’un sarto parigino bionde e nere, alte e basse; tutto il variopinto e infinito stuolo delle donne d’ogni città, d’ogni borgata, d’ogni campagna. A questo io pensava più che mai, trovandomi la domenica delle Palme nella Cattedrale di Nuoro; dove stava ammirando un gruppo di ben cento donne colla gonna bruna e l’orlo rosso nel fondo; con una giacchetta scarlatta che copriva una fascietta azzurra quasi aperta e colle punte rivolte all’infuori, una camicia a merletti e una pezzuola o bianca o gialla sul capo. Com’eran più belle quelle donne che le poche signore vestite alla parigina! Com’eran graziosamente montanare! Com’era artistica quell’interpretazione dei monti! Il bruno maritato allo scarlatto; un bosco di pini con una chiesuola ornata di terra cotta: un castagno indorato dal rosso d’un tramonto alpino!
E questo basti per farvi venir la voglia di studiare cogli occhi vostri in Sardegna la bellezza degli acconciamenti femminili; a studiarla come pittore o come poeta; come etnografo o come un semplicecuriosus naturæ.
Molti fra i viaggiatori della Sardegna, più maligni indagatori del male che sapienti osservatori, si guardano bene dall’ammirare la larga, la generosa ospitalità dei Sardi; e se voi insistete per avere da essi una pallida lode, vi rispondono sogghignando:Questa non è virtù ma è dovere dei più elementari; è questa una virtù selvaggia e che non prova altro se non lo stato bambino della civiltà di quell’isola.— Io invece che ingenuamente ammiro il bene dovunque lo trovo, io che ho trovato inospiti molti paesi selvaggi, non finisco nè rifinirò mai di ammirare la calda, la franca cortesia di quelli isolani; e se non cito nomi e se non ricordo squisitissime prove dell’ospitalità dei Sardi, è perchè avrei paura, tacendo qualche nome o qualche villaggio, di voler pagare colla penna un debito di riconoscenza che sarebbe poi coll’involontario silenzio un offesa per molti. Il sardo che in molte delle sue borgate non può offrire al viaggiatore nè una locanda, nè un bugigattolo, non subisce il dovere dell’ospitalità, ma l’accetta con gioia; e quando stringe la mano al suo ospite, è orgoglioso di dividere con lui il meglio della suacasa, il meglio della sua mensa. Le sue insistenze son forse troppo ingenue, ma son sempre cordiali; i suoi pranzi troppo splendidi sono le feste della sua ospitalità; egli ha l’entusiasmo, la passione, quasi vorrei dire il furore dell’ospitalità.
Perfin nei paesi dove vive ancora il medio evo, dove le donne eccitano i mariti al saccheggio d’un villaggio vicino, là dove la giustizia si rende colle fucilate, ed è quasi sinonimo di vendetta; anche là il forestiere è rispettato, e si considera quasi come cosa sacra. Nessun dolore è per il sardo più grande di quello che gli arreca il suo ospite quando troppo breve è il soggiorno ch’egli fa nella sua casa; quando non accetta cordialmente ciò che cordialmente gli è offerto. E noi, che per la gravità della nostra missione politica, avevamo a render conto severo del nostro tempo e perfino delle nostre ore, dei nostri minuti, abbiamo dovuto esser cento volte scortesi; e attraversare fuggendo villaggi che ci avevano apprestato una festa; e combatter palmo a palmo contro l’ospitalità sarda che ci tendeva ad ogni passo lacciuoli per arrestarci, ad ognicasa apparecchiando un caffè che era un pranzo; una colazione che era convitto splendidissimo e pranzi che eran cene luculliane.
Possano quei cortesi e cari nostri isolani, leggendo queste pagine, perdonare il nostro peccato; possano essi intendere il grosso sagrifizio che ci costava. E noi, ricordando quelle lotte singolari di viaggiatori fuggenti, stringiamo la mano caldamente e fortemente a quelli ospiti generosi.
In alcuni villaggi della Sardegna l’abitudine di dare ad ogni uomo un soprannome si coltiva con innocente passione e piglia carattere di uso nazionale. Così a P... un onorevolissimo cittadino, un vero padre del popolo, si chiamavacalzone, perchè per il primo nella riforma della moda, osò affrontare il ridicolo universale, portando calzoni lunghi e neri; e quel brav’uomo aveva un figliuolo che si chiamavabuon appetito; ed altri si chiamavanotabarro,bancarota,pugnale,magangia(destrezza, astuzia),perra(gemello),mazzone(volpe).
I Sardi son quasi astemii, tanto son temperanti nel bere; ma sono invece ghiottoni. La loro cucina è ricca di succulenti vivande e i pranzi che offrono ai loro ospiti sono cene romane, dove molte volte il solo antipasto coi suoi pizzicanti e svariatissimi manicaretti può durare anche un’ora. L’intero pranzo poi dura tre o quattro ore e i piatti possono essere numerati più facilmente col metodo decimale che colle dita o coll’aiuto d’un abile memoria. È questo costume antico, dacchè fin dal tempo del dominio feudale spagnolesco, il barone Manno ci narra che in un convitto rusticale convennero 2500 persone, alle quali si imbandirono con rozza pompa 740 montoni, 22 vacche, 26 vitelli, 300 tra capretti, porcellini e agnelli, 600 galline, 3000 pesci, e si prodigarono nelli intingoli 50 libbre di pepe (Cattaneo).
Ilporceddu furria furria(porcellino di latte cotto sulla brace) è un cibo luculliano e a questa vivanda nazionale della Sardegna fan lieta ghirlanda i cignali, i cervi, i tordi lessaticol mirto, e le confettare squisite e gliamarettie cent’altri cibi uno più saporito dell’altro. Talvolta il pranzo sardo è tutto una poesia; dacchè, per esempio, in una delle più alte città montanare, a Tempio, in paese alpino fra i graniti della Gallura, senza sospettare che mare esista in quei paesi, voi vedete imbandire alla mensa accanto al lepre e alle beccaccie, triglie di scoglio, grosse come il pugno e che pur poche ore prima guizzavano nel mare; e ostriche di Terranova così grosse che voi potete fare succulenta colazione con due di esse.
I pastori sardi sogliono fare un arrosto singolare che potrebbesi chiamaresotterraneo. Scavano nel terreno una fossa, vi adagiano un pezzo di carne od anche un animale intiero; lo ricoprono di terra e di questa fanno focolare; dopo alcune ore si scava e vi si trova un arrosto eccellente. Più d’una volta nell’inverno il proprietario di una pecorella smarrita, andando in volta per cercarla, si riscaldò ad un allegro focherello della campagna, dove a sua insaputa stava cocendo nelle viscere della terra quel ch’egli andava cercando.
Tra i cibi nazionali ricordo ilmediolatu, che è latte coagulato e principal cibo dei pastori della Gallura, ilcocoche è pasta non fermentata cotta sulla cenere; e il pane d’orzo di Patadas, sottile come un cartoncino, largo come un lenzuolo; vero cibo di biblica origine e di biblica semplicità.
In Ozieri mangiai capellini fatti a mano; e ad uno ad uno; al certo una delle più straordinarie e stravaganti prostituzioni del tempo e del lavoro.
Le due cose più curiose della gastronomia sarda sono però ilmiele amaro e il pane di ghiande.
Il miele amaro si trova specialmente a Monti, ma è proprio anche di altri paesi della Sardegna. È fatto dall’ape comune, ma dall’ape che si ciba d’assenzio e d’altri fiori amari. A chi ripugna dal dolce soverchio, il miele amaro riesce cibo saporito, ed io posso farne fede per mia esperienza. In Sardegna è stimato come cibo tonico e buon amico dei ventricoli stracchi e bislacchi. Questo miele era conosciuto fin dai tempi di Dioscoride, perch’egli parla del miele comune, del mielesardo, del miele pontico e delMel saccharume ci dice che il miele sardo è amaro, perchè le api in quel paese succhiano l’assenzio. E davvero che anche al dì d’oggi, specialmente nel nord dell’isola, è questa erba comunissima. Anche Plinio ci racconta che in Corsica si aveva un miele amaro.
Il pane di ghiande è uno dei cibi più curiosi e che deve rannodarsi ad usi di popoli antichissimi; forse ai primi abitatori della Sardegna. Questo pane si prepara nell’Ogliastra, ma specialmente a Baunei, ad Urzulei e a Talana. Si fanno cuocere le ghiande della quercia comune o della quercia sughero per circa otto ore, aggiungendovi acqua in cui si è stemperata un’argilla rossa finissima. Così cotte si mangiano le ghiande sotto il nome dia perra(metà del frutto) ed hanno un colore bruno nero; oppure si impastano con acqua di ceneri di vite e si fanno asciugare i pezzetti sopra lastre di sughero, ravvolgendoli poi in foglie d’arancio o d’altra pianta aromatica; e son queste leghiande a fette. Tanto le ghiande cotte come il pane di ghiande hanno un sapore dipattonao polenta di castagne dellaToscana; certo che mangiandone io trovavo assai più ripugnante l’aspetto che il sapore di questa vivanda singolarissima. Pare che sia però cibo nutriente e salubre, dacchè specialmente a Baunei lo mangiano anche nelle annate d’abbondanza; nel resto dell’Ogliastra invece è cibo di riserva in tempo di carestia, e che ha salvato la vita in epoche diverse a migliaia di abitanti. Io m’ebbi di questo pane per la squisita cortesia del farmacista di Lanusey, signor Agostino Gaviano, abilissimo fabbricatore di vini; e ne ebbi anche dal cortese signor Giuseppe Zoccheddu, segretario comunale di Baunei, e qui li ringrazio del dono gentile e delle molte notizie che mi hanno dato sulla preparazione di questo pane.