MONTE GIANO

MONTE GIANO

Nel vagone di terza classe viaggiano con noi un buttero dalla barba folta, che sonnecchia avvolto nel suo cappotto nero foderato di lana verde, una donna con un bambino sulle ginocchia, e un bel pretone il quale passa il tempo pigliando tabacco, starnutando e recitando il breviario. Quando sui colli della riva sinistra del Tevere incominciano ad apparire i vigneti già dispogliati del loro frutto succoso, la donna ci dice chea Arbano c'è ancora da fa' quindici giorni a la mózza, e il buttero sentenzia cheda quelle parte de monno l'arie so' assai più frigide de queste.

S'ode gridare il nome di una stazione. Il prete si affaccia al finestrino della vettura e chiede a un inserviente di aprire; ma questi gli risponde: — Non si muova, reverendo, la macchina fa manovra e si parte subito.

Nelle stazioni seguenti il prete torna ad affacciarsi e ad implorare qualche minuto di fermata; ma il treno continua vertiginosamente la sua corsa inesorabile. Finalmente rallenta un poco il suo moto veloce, lo rallenta ancora e si arresta dinanzi ad unacisterna perchè la macchina deve far acqua. Il prete scende e fa altrettanto.

Quando torniamo a muoverci, il paesaggio principia a diventar montuoso. Narni, la patria di Coccejo Nerva, di Giovanni decimoterzo e del Gattamelata, non avendo niente altro da fare, sdraiata sur un colle, fra gli ulivi, guarda un fiume verdastro dalle cui acque schiumose emergono gli avanzi di un ponte romano e di una torre medioevale. Lo guardo anch'io, e dimando al buttero: — Come si chiama questo fiume?

— La Nera. — mi risponde subito il buon uomo, ammirando la mia ignoranza, e prosegue, quasi cantando:

Il Tevere nun sarebbe Tevere,Si la Nera nun je dasse da bevere.

Il Tevere nun sarebbe Tevere,

Si la Nera nun je dasse da bevere.

A Terni scendiamo dal treno di Ancona e montiamo su quello di Aquila, accomodandoci alla meglio in una vettura, ove abbiamo la fortuna di trovare un signore il quale, appena arriviamo a Papigno, un paesello dietro a cui si vede un pezzetto di Cascata delle Marmore, ci dice con voce commossa che la linea Terni-Aquila non solo è la più bella linea ferroviaria della penisola, ma anche la più ardita, perchè in alcuni punti raggiunge una pendenza fra i trentacinque e trentasette gradi.

Lungo la via tutte le stazioni son piene di gente che ci saluta battendo le mani: in quella di Rieti oltre alla gente ed agli applausi ci troviamo anche dieci minuti di fermata, e noi ne approfittiamo volentieri per sorbire un caffè e per riverire la culla dei Flavii. Non appena ci rimettiamo in cammino il signore delle pendenze china a poco a poco latesta sul petto, chiude gli occhi e comincia a ronfare come un contrabbasso: lo lascio stare, ma quando arriviamo a Cittaducale, una città che nel mille e trecento fu messa da Roberto d'Angiò, duca di Calabria, su la groppa di un colle, ove sta ancora, io, infastidito dal suo russare, lo risveglio e gli chieggo premurosamente: — Scusi, che pendenza abbiamo?

— Le cinque meno venti. — mi risponde subito lui, guardando con gli occhi velati dal sonno l'orologio, e dopo un lungo sospiro se ne ritorna fra le braccia di Morfeo.

Il treno intanto attraversa in gran fretta una vasta pianura e s'arresta davanti ai Casali di Paterno. Un acuto odore di zolfo, due laghetti, in uno dei quali, secondo Dionigi d'Alicarnasso, c'era una volta un'isola galleggiante dedicata dai Sabini alla dea Vacuna, e alcuni ruderi informi ci informano che siamo nel luogo ove un tempo fiorì l'antica città di Cutilia, tenuta da Marco Terenzio Varrone come l'ombelico d'Italia, e famosa per le sue acque ferruginose e sulfuree, buone, anzi buonissime per guarire da qualunque malanno: tant'è vero che Vespasiano essendosene servito per curarsi di non so quale sua malattia finì col lasciarci imperialmente la pelle.

Oltre i Casali di Paterno il treno varca più volte su ponti di ferro il Velino, s'indugia in vallette amene e solitarie, passa dinanzi a casolari fumanti, penetra fischiando in gallerie nere di fuligine, ne esce fra nuvole di vapore, e, dopo qualche istante di riposo, incomincia a inerpicarsi, brontolando, sui fianchi dirupati di un monte dietro a cui sorgono altri monti coi fianchi coperti di faggi e con le cime risplendenti di neve. Il signore delle pendenze, che s'è risvegliato definitivamente, s'avvicina al finestrinodella vettura; guarda tutto estatico i monti, gli alberi, la neve e il cielo; apre le braccia in atto di maraviglia ed esclama: — Questa è la Svizzera dell'Italia!

— È vero — soggiungo io. — Ma però, signor mio, se lei conoscesse l'Italia della Svizzera....

— In Svizzera non ci sono mai stato. — mi risponde lui.

— E io nemmeno. — gli rispondo io; e appena ho finito di dirglielo il treno manda una salva di fischi e si ferma. Siamo a Antrodoco.

***

Antrodoco giace in riva al Velino; e accerchiata com'è da gole profonde, ha la fortuna inestimabile di trovarsi ai piedi del monte Giano, in una posizione strategica di prim'ordine; la quale posizione le ha procurato il grandissimo piacere di essere stata distrutta e riedificata non so più quante volte e di essere stata sempre il teatro sanguinoso di orrende carneficine. Per tali ragioni essa, pur vantandosi di poter leggere il suo nome nel quinto libro della geografia di Strabone, non possiede nessuna reliquia illustre della grandezza passata. Difatti, quando vi andai, di cose e di case le quali mi rammentassero i tempi dell'insigne geografo greco, io non vi trovai se non l'albergo dell'Europa e il suo desinare. Però se alla piccola città abruzzese non è dato di poter mostrare ai visitatori nè mura, nè archi, nè terme, nè templi, nè castelli, nè torri, li può sempre rallegrare e confortare con la salubre abbondanza delle sue acque sane, limpide e sonanti, con la frescuradelle sue valli ombrose, verdi e fiorite, e con la vista dei monti che le sono d'intorno e la proteggono, levando sul cielo immacolato, quando non è nuvolo, i loro capi venerandi canuti di neve.

Dopo il desinare i miei compagni aprirono una carta geografica e si misero a cercarvi il modo per salire sulla vetta del monte Giano; ed io, lasciandoli alla geografia, me ne andai a far quattro passi nelle vie solitarie della cittaduccia, illuminata senza risparmio dal plenilunio sereno, nella speranza di incontrarmi in qualche cosa degna di ammirazione.

Fui fortunato. In una strada che saliva dolcemente verso la campagna e vi si perdeva, m'imbattei in alcuni contadini che facevano una serenata. Un vecchio, soffiando nel cannello di una cornamusa e stringendosene al petto l'otre rigonfio ne traeva suoni gravi e solenni come quelli che talvolta s'odono echeggiare sotto le volte delle chiese: accanto a lui un giovinetto, alzando di tanto in tanto un braccio verso una finestrella illuminata da un modesto chiarore rossiccio, cantava con voce fresca, giusta, piana e soave: gli altri nell'ombra, avvolti in ampii mantelli scuri, con le spalle appoggiate al muro, fumavano, e, pestando coi piedi il terreno, accennavano il movimento e le divisioni del canto. Le parole appassionate del cantore salivano soavissimamente nell'albore lunare, quando dalla parte della via, ove sopra alle ultime case appariva un ceruleo ondeggiare di monti, venne il rintoccare di un campanaccio. Il vecchio staccò le labbra dal cannello del suo strumento, e, mentre l'otre gli si sgonfiava fra le braccia, disse ridendo: — Le pecore!

— Le pecore! — replicò il giovinetto.

E l'uno e l'altro si avvicinarono ai loro compagni,e tutti insieme, ridendo, sparirono nel vano oscuro di un angiporto.

I rintocchi del campanaccio si fecero più vicini; divennero più forti e una pecorella bianca uscì dall'ombra azzurra, che velava il fondo della strada, si guardò intorno sospettosa e si fermò, belando. Un'altra pecorella la seguì subito e le si strinse accanto. Ne vennero altre e poi altre, e poi altre ancora, e si fermarono tutte formando una massa compatta, biancastra ed immota. S'udì un fischio rapido e acuto, e due grossi cani neri saltarono innanzi, abbaiando. Le pecorelle ondeggiarono un poco e ritornarono immobili. Allora un pastore ne afferrò una per il collo, se la trascinò appresso per qualche passo e tutte le altre la seguirono. Quante ne passarono? Migliaia! Scaturivano dall'ombra come l'acqua da una sorgente, percorrevano un tratto di strada inargentato dalla luna, alzando ed abbassando la testa con moto uniforme, e scomparivano nell'ombra. Talora si fermavano tutte istantaneamente; ma un grido ed un sibilo bastavano a farle camminare di nuovo. Quante ne passarono? Migliaia! Non finivano mai! Quando finirono, dietro un vergaio, incominciarono a passare le capre. A branchi. Ogni branco era preceduto da qualche uomo intabarrato, che se allungava il passo mostrava di aver le gambe ricoperte da pelli villose, ed era seguìto da alcuni caproni barbuti i quali di tratto in tratto si alzavano sulle zampe posteriori e davano spettacolo, urtandosi fra di loro con le corna poderose. Appresso alle capre sfilarono asini e muli stracarichi di attrezzi pastorali, parecchie pecore azzoppate e diversi grossi cani con la gola coperta da collari di ferro irti di punte per salvargliela dai morsi dei lupi. Ultimo in fondo allavia, annunciato da un allegro tintinnìo di campanelli e sonagli, apparve un carretto. Venne innanzi trascinato da tre cavalli, adagio adagio, scricchiolando, e quando mi fu vicino si fermò. Sui carretto fra una confusione indescrivibile di arnesi di legno, di seggiole, di panche, di casse, d'imbasti, di fiscelle, di fagotti, di secchie, di caldaie e di canestre, insieme con una donna, c'erano tre vecchi, tutti inviluppati in ruvide coperte di lana bianca: tre patriarchi! Uno di costoro, con le spalle addossate a una cesta intessuta di salci, da cui uscivano belati argentini e tremolanti, cavò un braccio fuori dalla coperta e me lo stese chiedendomi qualche fiammifero.

— Da dove venite? — gli chiesi, dandogli la scatola dei cerini.

—Dalla montagna.

— E dove andate?

—Allo piano.

Il carretto riprese a camminare lentamente, sgretolando con le ruote cigolanti i sassi che incontrava sul terreno, e si allontanò barcollando fra un pittoresco alternarsi di ombre azzurre e di luci argentee, alle quali si unì per due o tre volte anche il chiarore rosso dei miei cerini; raggiunse l'estremo lembo della strada da dove veniva ancora qualche belato, e si dileguò nella notte.

Avevo già incominciato a dileguarmi anch'io e scendevo piano piano la via silenziosa, tutta piena dì polvere e di un grave lezzo caprino, ripensando alle emigrazioni delle genti ariane sui pingui altipiani dell'Asia bagnati dall'Indo, nonchè ai miei compagni, i quali forse mi aspettavano con impazienza sui non pingui altipiani dell'albergo dell'Europa bagnati dal Velino, quando dietro a me udii risuonare di nuovogli accordi della cornamusa. Mi voltai. I contadini erano tornati ai loro posti e ripigliavano la serenata.

Il giovinetto con la voce resa più chiara dal breve riposo cantava:

Gliu tempo a darme freddo e io tremare,L'amore a darme pena e io suffrire.

Gliu tempo a darme freddo e io tremare,

L'amore a darme pena e io suffrire.

La luna piena, immobile sulle nevi del monte Giano, dopo di avere illuminata la strada ai pastori, pareva che si fosse fermata in mezzo al cielo per ascoltare il giovinetto innamorato.

Fra i non molti piaceri, elevati e profondi, dei quali un alpinista può godere nella sua breve permanenza in questa misera valle di lagrime io credo che non ve ne sia uno superiore a quello di trovarsi nel cuore della notte, su un monte, dinanzi a due sentieri, e non sapere quale scegliere. Prima di decidersi a mettere i piedi stanchi nell'uno o nell'altro, bisogna consultare la carta geografica; ma per poterla consultare è necessario di accendere la lanterna, e dieci volte su nove, quando dopo molto cercare s'è trovata la lanterna, non si trova la candela; e se si trova la candela, non si trova la lanterna.

E allora? Eh, allora si tenta di illuminare la geografia coi cerini. Il vento gelido ve li spegne fra le dita. Intanto da lontano vengono lunghi abbaiamenti. Son cani di guardia in qualche addiaccio i quali vi lasciano interamente liberi nella scelta del sentiero, ma vi avvertono di non accostarvi nemmeno per burla alle reti ove riposano le pecorelle, perchè se no, saranno guai! Insomma, dopo una lunga sosta davanti ai due sentieri, non potendo pigliarli tutti e due, si finisce per pigliarne uno, e dopo qualche ora di cammino faticoso si finisce anche, ohimè, con l'accorgersi che se si voleva andare diritti bisognavapigliare l'altro, quello che s'è lasciato! Qualche cosa di simile, su per giù, accadde a noi la notte che lasciammo Antrodoco per salire sulla vetta di monte Giano. Dal fondo della valle eravamo già arrivati felicemente a metà del monte quando, per nostra disgrazia, sperando di risparmiarci un tratto di salita, entrammo nella gola di un fosso, del più perverso e malvagio dei fossi, il quale ci seppe così bene ingannare che noi, dopo qualche ora di aspro e disagioso cammino, invece di trovarci in cima a un monte, ci trovammo in cima a un piano, sotto Rocca di Corno, senza poter vedere nè la Rocca nè il Corno; perchè la luna se ne era andata per i fatti suoi, lasciandoci al buio.

— E ora che cosa si fa qua in mezzo? — dimandò uno di noi. Per fortuna la risposta gliela diede subito un lumicino che incominciò a brillare da lontano nelle tenebre. Quel lumicino fu per noi il più bel giorno di quella notte! Difatti guidati dai suoi deboli raggi, dopo di esserci perduti e ritrovati un'altra volta, potemmo finalmente entrare in una umile capanna, ove, oltre a uno stizzo verde ardente da l'un dei capi e gemente e cigolante dantescamente dall'altro per il vento che andava via, vi trovammo una bottiglia d'acquavite, tre contadini, una donna addormentata sur una sedia, e un vecchio seduto sopra una madia il quale si infilava un paio di brache rattoppate. I miei compagni, appena ebbero saputo dal vecchio il nome e cognome del luogo ove eravamo, ripresero subito a studiar geografia, umettandola con qualche sorsatina di acquavite; io non potendo più reggere al supplizio del fumo uscii dalla capanna con gli occhi lagrimosi e mi trovai davanti a un porco grasso e grosso il quale levando il grifoverso l'oriente, ove apparivano già i primi bagliori antelucani, mi diede fraternamente e fragorosamente il buon giorno. Ohimè! Quale delusione! Sapete? Se qualcuno vi viene a dire che i porci abruzzesi sono violetti guardatevi bene dal crederlo; se no, capitando una volta o l'altra quassù, voi dovrete subire, come è avvenuto a me, la più atroce delle delusioni. No! I porci abruzzesi non sono violetti, ma sono dello stesso colore di quelli romani, nè più nè meno. Tutto il mondo è paese. Ma a proposito di delusioni. Quando io e i miei compagni ci radunammo in una stanza del Club Alpino per mettere insieme il programma della nostra escursione a monte Giano, qualcuno, come avviene sempre in simili circostanze, prese ad enumerare le molte maraviglie e d'arte e di natura che avremmo incontrate per via. Lo lasciai dire; ma appena egli finì di parlare delle cose mirabili, io a mia volta incominciai a favellare di quelle incredibili di cui, secondo alcuni, si gloria questa Terra Vergine, forte e gentile.

— Vedrete, vedrete! — dicevo ai miei amici. — Vedrete quale straordinario paese è l'Abruzzo. — E mentre qualcuno per principiare a vedere s'aggiustava sul naso gli occhiali, io seguitavo: — Figuratevi! Una quercia nei nostri paesi da qualunque parte uno la guarda è sempre una quercia, non è vero? Ebbene in Abruzzo invece una quercia non è mai una quercia, ma è sempre un atleta che leva le braccia al cielo. E i pioppi? Qui da noi i pioppi sono di legno; nel paesaggio abruzzese invece sono di metallo come i soldatini da quarantotto centesimi la scatola. Ridete? Ma laggiù non solo troveremo di metallo gli alberi, ma anche le persone, perchè gli uomini e le donne colà sono o di rame o di bronzo:da questi due metalli non s'esce. E fra gli uomini ne troveremo certamente anche qualcuno fuso in bronzo antico; e quando lo avremo trovato, lo sentiremo vibrare, perchè nelle contrade abruzzesi tutte le cose vibrano in modo così sonoro da sembrare perfino impossibile.

— Ma tu ci dài a bere frottole alquanto madornali! — esclamavano in coro i miei amici, ridendo.

— Frottole? — ribattevo io. — Frottole? Ma verità sacrosante, scritte e stampate — e seguitavo: — Vedete, da per tutto la luna, quando c'è è d'argento; in Abruzzo invece è di platino ed ha il vantaggio inestimabile di non essere mai attaccata dall'ossido dell'aria; colà il cielo per lo più è di cobalto e le nubi son quasi sempre di madreperla come i bottoni delle mie mutande; gli alberi or sì e or no sono consapevoli, ma le loro radiche son tutte fatte di vipere morte; i fiumi sono ognora fedeli ed hanno la superficie piena di piastre d'oro e di lamine d'argento: e quando gli uomini vi nuotano dentro cotesti uomini diventano immediatamente tutti cefali bianchi; difatti ai pescatori di canna avviene spessissimo di dover sbrogliare l'amo dalla bocca di qualche nuotatore e di doverlo ributtare nell'acqua dicendogli: — Scusi tanto, sa, l'avevo preso per un cefalo. — Ma tutto questo poi è nulla in confronto di quanto vi farò vedere io che conosco i luoghi.

— Come? Conosci i luoghi? Ma se tu in Abruzzo non ci sei mai stato.

— E che vuol dire? Se non ci sono mai stato ne ho lette, viste e sentite tante descrizioni in prosa e in poesia, in pittura e in musica che è come se ci fossi nato. Ed è proprio per questo che io, quando saremo laggiù, vi potrò far vedere certe cose nonsolo incredibili, ma incredibilissime. In Abruzzo noi ci resteremo per qualche giorno. Ebbene, in una sera di uno di cotesti giorni, non appena i velami insensibili del crepuscolo saranno discesi a poco a poco sulle cime del pioppi discreti, io vi condurrò sulla riva di un fiumicello e colà, mentre le cose dormiranno in un letargo vegetale nella mansuetudine della luna, io vi mostrerò....

— Che cosa?

— La Venere d'acqua dolce.

— Cioè?

— La Venere d'acqua dolce.

— Ma sei matto? — mi chiedevano gli amici, sbarrando tanto d'occhi.

— Matto? — ripigliavo io. — Matto? Ma più savio di tutti e sette i savi messi insieme. — e continuavo: — Del resto la vostra sorpresa non mi sorprende. Voi ignorate che la Venere d'acqua dolce....

— Ma, insomma, questa Venere d'acqua dolce che cos'è?

— La Venere d'acqua dolce è il più maraviglioso fenomeno che mente umana possa immaginare. Esso avviene in Abruzzo, e si svolge, tempo permettendolo, in parte sulle rive e in parte nelle acque dei suoi fiumicelli. E quando uno lo vuol vedere, non ha da far altro che scendere sulle sponde di uno di cotesti fiumicelli, mettersi a sedere su l'erba, fra il rabbrividire delle canne tendenti a rifiorire, e aspettare: il resto viene da sè. E questo resto non solo viene da sè, ma, tranne qualche piccola variante, viene sempre nello stesso modo. Tu, per esempio, sei seduto e aspetti? Ebbene, quando meno te lo aspetti, all'improvviso, il vento ti reca un sentore di carne. Tu ti volti dalla parte del sentore, e vediscendere verso il fiume una donna dalla pelle bronzina di mulatta, florida e bionda non che seminuda. È la Venere fluviale! Tu la lasci scendere e rimani fermo a vedere che cosa succede. Una cosa semplicissima! Ella appena è arrivata sulla sponda della riviera prima, per necessità della rima, si mette a fiutare il vento come una levriera, e poi si gitta nel fiume e vi si immerge, fra un gregge di foglie, fino all'ombelico. Tu la lasci fare, ma quando ti sembra arrivato il momento opportuno incominci a bramire come un cervo in disio. Allora la donna dalla pelle bronzina si volta e, invece di scappar via o di pigliarti per matto, si mette a imitare anche lei il bramito del cervo, e di bramito in bramito ti viene accanto. Tu allora, senza tanti complimenti, la pigli per le braccia e irrigidisci come forse non ti sei mai irrigidito e come certamente non t'irrigidirai mai più. E questo è tutto! Però qualche volta ci potrebbe essere anche dell'altro, perchè se mai l'irrigidimento accadesse nel plenilunio di calendimaggio allora nel momento più culminante dell'irrigidimento suddetto i pioppi che sono consapevoli incomincerebbero a cantare in coro e il letargo vegetale sarebbe rotto da un fragoroso scampanìo. Ma del resto anche se ciò avvenisse non ci si dovrebbe badare, prima perchè i pioppi se sono consapevoli sono anche discreti, e poi perchè lo scampanìo non verrebbe da nessun campanile vicino, ma dal peccato d'Eva squillante a gran martello nelle giovini carni come sopra sonore lamine di metallo.

Ohimè! Come ve la potrei descrivere la sorpresa dalla quale io fui fulminato, quando appena messo il piede in Abruzzo io mi avvidi che di tutte quante le cose mirabili ed incredibili delle quali avevo parlatoai miei amici, qui, in questa Terra Vergine non ne esisteva neppure l'ombra?

Ohimè! Le querce e i pioppi? Ma che metalli d'Egitto! Sono proprio di legno come gli alberelli della nostra Via Nazionale. Gli uomini e le donne? Ho picchiato con le nocca sulle loro carni, perchè talvolta l'apparenza inganna, e invece di trovarli di bronzo e di rame, li ho trovati tutti di carne e d'ossa come noi. La luna di platino, il cielo di cobalto, le nubi di madreperla, le foreste di ametista, le radiche degli alberi fatte di vipere morte, i pioppi consapevoli e discreti, i fiumi fedeli, i cefali bianchi e le altre mille cose straordinarie, che io avevo lette tante volte in poesia, ed ero certo di trovare qui in prosa, le ho ancora da vedere. Son rimasto seduto non so più quanto su le rive di un fiumicello in attesa della Venere fluviale: è venuta una contadina: le ho fatto il bramito del cervo in disio, e se non scappavo presto m'accoppava! Ho seguito per lunghe e lunghe ore la gente delle città e delle campagne nella speranza di udire qualche vibrazione: tempo buttato! Le nari non le ho sentite vibrare altro che quando questo popolo forte e gentile si soffia il naso, magari con le dita; le terga.... Ah! le vibrazioni delle terga le ho intese una volta e m'auguro di non sentirle mai più.

Eppure anche senza vibrazioni poetiche di alcun suono e senza cose e persone provenienti da preziose fonderie letterarie questa degli Abruzzi è certamente la bellissima fra le più belle regioni d'Italia. Ricordo ancora le parole di maraviglia che fiorirono sulle labbra dei miei amici allorchè essi, usciti dalla capanna miserabile, ove ci aveva portati l'inganno tenebroso del fosso maledetto, videro il sole sorgere trionfalmente dalla cima candida del monte Gianoe percuotere coi suoi raggi d'oro un rincorrersi glorioso e infinito di montagne azzurre e violacee rivestite di castagni e di querce, di faggi e di carpini, e sfavillanti di neve.

Era una di quelle mattine limpide ed abbaglianti d'autunno nelle quali talvolta il cielo e la terra, i monti e le acque, gli alberi e le piante, prima di inoltrarsi nella tristezza invernale, par che vogliano ancora una volta allietare il viandante con gli incanti innumerevoli delle loro forme e dei loro colori. Dovunque volgevamo gli sguardi, fra l'erbetta verde, e rilucente di rugiada, migliaia e migliaia di piccoli fiori gialli, rossi, bianchi e turchini tremolavano e risplendevano nell'aria vitrea e profumata sotto al sonoro ronzio delle api. Intorno a noi, via via che il sole s'innalzava sui monti, tutto pareva ingrandirsi a poco a poco e farsi più bello, più lucente, più vivo: e un venticello frizzante, ma piacevole ci invogliava a camminare.

Per isfuggire alle insidie di altri fossi prendemmo con noi un contadino esperto conoscitore dei luoghi, e mentre dalle macchie basse e vicine veniva un festoso zirlare di tordi, lasciammo la strada bianca che porta a Rocca di Corno, e per sentieri umidi di brina, fra le cui siepi vive svolazzavano i pettirossi e gli scriccioli, salimmo alle Vignòle, ove alcuni pochi filari di viti avean già coperto il terreno con le loro foglie gialle e cineree; entrammo nel letto ghiaioso di un torrente e incominciammo la salita del monte. All'improvviso la terra ci tremò sotto ai piedi e dietro a noi scoppiò un fragore infernale. Un treno uscì dalla bocca nera di una galleria, traversò fischiando come un rettile enorme un breve spazio di roccia, entrò in un'altra bocca nera diun'altra galleria, che sembrò inghiottirlo, e disparve. Figlio d'un cane! Gli bastarono pochi istanti per insudiciare col fumo del carbone il cielo sereno e per impuzzolire l'aria pura con un nauseoso fetore di olio rancido e di grasso abbruciacchiato.

A liberarci dal fetore ferroviario ripigliamo subito il cammino, e quando, dopo una non piccola fatica, ci riesce di levare i piedi dal letto del torrente ci troviamo dinanzi a macigni colossali: strisciandovi addosso con molta pazienza li giriamo, e allora, fra le giogaie vicine del monte Terminillo e quelle lontane del Gran Sasso appare ai nostri occhi una immensa pianura ondulata e verde, solcata da fiumi e seminata di paesi, digradante nell'azzurro fino all'Adriatico. Alla vista del maraviglioso spettacolo noi ci sentiamo conquistare da una letizia indicibile; ma il contadino che ci accompagna, serio e taciturno, la nostra letizia non la divide per niente affatto.

Il superbo panorama di cui noi godiamo ei non lo degna neppure del più modesto dei suoi sguardi, e tutta l'attenzione della quale egli può disporre la concentra sulle nostre umili persone e rimane a guardarci a bocca aperta. Insomma per lui il suo panorama siamo noi! Ciascuno ha il panorama che si merita.

Dopo un breve riposo proseguiamo la salita: traversiamo a gran fatica vasti campi di neve molle, affondandovi fino a mezza gamba; torniamo ad arrampicarci su rocce aspre, e dopo di aver pestata ancora neve e superate altre rocce, finalmente arriviamo sulla cima. Un vento che ci porta via ci costringe ad accovacciarci subito fra alcuni scogli; e quivi al riparo della formidabile borea confortiamo i nostri occhi con la vista di un panorama magnifico.e il nostro stomaco con una modestissima colazione. Ma appena finisce la colazione finisce anche il vento, e col vento finisce, ahimè, anche il panorama; poichè gruppi numerosi di nuvole grige, salendo a poco a poco da tutti i lati del monte, ci avvolgono, piovigginando, in una nebbia fitta fitta, e ci consigliano di incominciare la discesa.

Poco prima di rientrare in Antrodoco incontriamo l'ombra umida della sera, che, uscita appena dalle gole del Velino, incomincia a salire adagio adagio sul monte da cui noi discendiamo. Le auguriamo il buon viaggio, e, dopo una breve sosta nell'albergo dell'Europa, ci rechiamo alla stazione. Colà un vecchio contadino mi si avvicina, guarda con molta attenzione le mie scarpe, e mi dice a voce bassa, come se volesse rubarmi un gran segreto:

—Che sei stato a fa' lassù in cima?

— Dove?

—Lassù in cima!— ripete il contadino, indicandomi il monte Giano su la cui vetta si spengono gli ultimi chiarori del crepuscolo.

— Niente! — gli rispondo — Lassù in cima ci sono stato per divertimento.

—Per divertimento?— esclama il vecchio con voce incredula. —Per divertimento?— e rimane per qualche istante in silenzio: poi guardandomi con gli occhietti arguti, soggiunge tentennando il capo: —Ma scusa, lei non tieni niente de meglio da fare a casa tua per venirete a scapiccollà' fra 'sti sassi?

Fortunatamente il treno arriva in buon punto per liberarmi dal contadino e dalla risposta che pur troppo, dovrei rispondergli.


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