NOTE:

Der Kaffée in dem Kaffé GrecDen Katzenjammer jaget weg.

Der Kaffée in dem Kaffé Grec

Den Katzenjammer jaget weg.

Questi due versi che ci fan sapere come il caffè del Caffè Greco fosse allora ritenuto dagli artisti tedeschi un rimedio eccellente per far svanire i fumi delle sbornie, possono servire, io credo, anche a farci intendere come, in ogni caso, la loro lontananza dalla via Condotti non dovesse certamente prolungarsi al di là dello stretto necessario! Vi tornavano dunque; ma appena Luigi veniva a rivolger loro nuovi inviti, se ne allontanavano ancora per seguire il buon re nelle sue osterie predilette, ove egli amava di mangiare e di bere allegramente ammirando, se se ne presentava l'occasione, le belle popolane di Trastevere, cantando le dolci canzoni della patrialontana, e recitando fra un bicchiere e l'altro qualche epigramma composto nella giornata. Uno appunto di cotesti epigrammi del re Luigi ha per argomento la bottega di via Condotti; e lo Schiaparelli lo ha tradotto così:

D'alemanni ritrovo meglio tedesco chiamarte,Ma noi stringe coi greci l'affinità dell'arte.

D'alemanni ritrovo meglio tedesco chiamarte,

Ma noi stringe coi greci l'affinità dell'arte.

E fra gli artisti italiani quali furono quelli che più o meno assiduamente visitarono il Caffè? Tutti. O, almeno, quasi tutti; poichè si può dire, senza esagerare, che fino al 1870 il Circolo artistico internazionale di Roma fu il Caffè Greco.

Negli anni oramai lontani, quando incominciai a frequentare la bottega di via Condotti, al vecchio Frezza, che precedette nell'esercizio del locale l'attuale proprietario, io solevo chiedere spesso notizie sulla preistoria del negozio allora suo, e ricordo che dopo di avermele date egli mi diceva sempre di averle apprese sfogliando un grosso libro posseduto da un certo Raffaele, un vecchio cameriere da lui trovato nella bottega e conservato per qualche tempo al suo servizio. Il libro, a quanto affermava il Frezza, era «un museo», e conteneva firme, indirizzi, poesie, pezzi di musica, disegni, caricature e motti di coloro che avevano frequentato o visitato il Caffè.

Dove sarà andato a finire il cimelio prezioso? E chi lo sa!

Un giorno che il Frezza mi parlava lungamente del libro, dicendomi, fra l'altro, di averci vista una pagina scritta da un famoso romanziere russo, il quale abitava in via Sistina ed era assiduo frequentatore della bottega (doveva essere certamente il Gogol), io gli chiesi se ricordasse di averci vistoanche qualche cosa del Pinelli e del Leopardi; ma non mi seppe rispondere.

Il Leopardi durante la sua permanenza in Roma, ove corse il pericolo di vestirsi da prelato e di andare con l'abito paonazzo a governare una provincia, dimorò precisamente nella casa vicina a quella dove abitava, ed abita ancora, il Caffè Greco; dunque può darsi che il poeta della Ginestra, se non altro per rapporto di buon vicinato, almeno una visita alla bottega famosa gliel'abbia fatta; ma il Pinelli io credo che non vi sia mai andato. L'amaro e reo caffè al sor Meo piaceva poco. Al caffè di Portorico e di Moka egli preferiva il caffède li Castelli, e specialmente quello che matura e s'indora nell'autunno sui dolci colli tuscolani. Per ciò tutto, non si rischia di correr troppo pensando che se pure il bizzarro artista romanesco vi è entrato qualche volta, nelle stanze del Greco, vi sia entrato per sbaglio.

Al Frezza un'altra volta io ricordo di aver dimandato se fra i disegni conservati nel libro, di cui s'è discorso, rammentasse di averne visto qualcuno di Massimo d'Azeglio, ed ei mi rispose affermativamente e mi parlò di un «guerriero a cavallo». Del resto il buon uomo, quando io lo invitavo a darmi qualche notizia sugli artisti che avevano frequentata la bottega prima che questa fosse divenuta sua, dopo di avermene discorso brevemente a voce bassa e solenne, come se si trattasse dei suoi antenati, forse temendo di non ricordar bene, taceva; ma se invece io gli chiedevo quali persone illustri egli potesse dire di aver visto coi suoi occhi entrare e trattenersi nel suo Caffè, allora il caro vecchio si animava tutto, sorrideva, si accarezzava con la piccola mano aperta la bella barbetta argentea, alzava un pochetto lavoce e vinto da una commozione profonda in cui si sentiva un po' d'orgoglio mi nominava Wagner, Liszt, Gounod e Bizet, Gregorovius, Gibson e la sua allieva Enrichetta Hossmer, che, fuggita a sedici anni dalla famiglia, venne qui, sola, dall'America per studiare scultura; Barrias, Wurzinger, Harpignies, Hamon, Rosales e Mariano Fortuny, il Riedel, Regnault, Hébert, Celentano, Morelli, il Catel, il Mayer, che morì di un colpo apopletico proprio nella bottega, il Pollak, Carlo Coleman e Federigo Faruffini; poi, dopo di avermi indicato il posto ove alcuni di costoro erano soliti di mettersi a sedere, finiva quasi sempre col mostrarmi una vecchia fotografia di un quadro dipinto nel 1845 dal Passini: un quadro in cui è effigiata la prima stanza del Caffè, ove allora era il banco, che adesso invece sta nell'ultima, e mostrandomela mi faceva osservare fra le figure quella del cameriere che è appunto il ritratto di quel tal Raffaele, il proprietario del libro ove era, si può dire, la storia del Caffè Greco.

Ma dove sarà andato a finire il cimelio prezioso? E chi lo sa?!

***

Da quanto può vedersi nel quadro del Passini, parrebbe che quando ei lo dipinse nella bottega di Via Condotti di cameriere ve ne fosse uno solo; ora invece ve ne son due, i quali rispondono, ma non con troppa premura, ai nomi di Nunzio e Salvatore.

Nunzio e Salvatore pur essendo abbastanza vecchi vengono comunemente chiamati «i due giovani», e tanto l'uno quanto l'altro dal continuo contatto congli artisti hanno appreso un certo disprezzo per le forme esteriori, massime per ciò che riguarda il rispetto verso gli avventori, e un'aria di indipendenza indomabile che molto li onora. Ambedue servono, è vero; però quando vanno attorno per le stanze sorreggendo i vassoi scintillanti sui quali tintinnano e fumigano urtandosi insieme i bricchi, le tazze e i bicchieri, il loro passo, come direbbe la buon'anima di Francesco Domenico Guerrazzi, è quello di servi liberi in Caffè libero. Del resto tutti e due dalla lunga permanenza nella bottega e dal diuturno esercizio delle loro funzioni hanno imparata una certa tal qual filosofia, non senza una discreta dose di pessimismo bonario, che li porta a pigliare il mondo come viene e l'avventore come Dio lo manda. E questo di solito per i gusti e per le abitudini differisce assai dal maggior numero dei suoi simili i quali popolano ordinariamente tutti i Caffè dell'orbe terracqueo. Una delle sue caratteristiche, se non la prima, è quella di preferire l'acqua a tutte le bevande multicolori più o meno dolci ed amare. Difatti il numero dei bicchieri d'acqua che giornalmente e seralmente si consuma nelle pittoresche sale del Greco è inaudito. Chi di cotesti bicchieri volesse farne in capo all'anno un computo, anche approssimativo, dovrebbe, io credo, prima di mettersi al lavoro, inventare molti numeri nuovi! Ma a proposito di acqua mi torna a mente una graziosa storiella.

Un giovanotto, assiduo frequentatore del Caffè, oltre all'aver molto ingegno, aveva, cosa molto naturale, un picciol debito col padrone del negozio e, cosa più naturale ancora, cotesto debito non lo pagava mai.Rebus sic stantibusil suo nome, che più tardi doveva esser scritto a lettere d'oro nel libroglorioso dell'arte, per allora rimaneva, purtroppo, vergato col nero inchiostro in un vile scartafaccio ove erano annotati i nomi di coloro che dovevano denaro alla bottega.

Il giovanotto, ogni giorno, giuocava or con questo or con quello qualche partita a scacchi e, abilissimo com'era, vinceva quasi sempre la posta: il prezzo di una tazza di caffè. Una volta i suoi amici furono sorpresi di sentirgli chiedere al cameriere, invece dell'abituale «tazza nera», un bicchierino di un liquore bianco ferocissimo, fabbricato, Dio ce ne scampi e liberi tutti!, coi nòccioli delle ciliegie.

— Non pigli il caffè? — gli chiesero.

— No — rispose il giovanotto, vuotando in fretta il bicchierino — no. Il caffè m'urta troppo i nervi.

La risposta era persuasiva: gli amici non gli domandarono più nulla e lui seguitò ad annaffiare le sue vittorie con l'infernale mistura: non gli domandarono più nulla; ma ogni volta che veniva pronunciato il suo nome, non sapevano trattenersi dall'esclamare: — Che peccato! Buono, bravo, giovane... Rovinarsi così! — E se qualcuno chiedeva qual cosa facesse egli mai per rovinarsi così, gli rispondevano con voce accorata: — S'è dato ai liquori. — E soggiungevano: — Li beve come noi beviamo l'acqua.

Proprio vero!, poichè la bottiglia del famoso liquore bianco, fabbricato coi nòccioli delle ciliegie, conteneva soltanto acqua pura.

In conclusione egli beveva bicchierini di acqua; gli altri li pagavano come se fossero pieni di liquore, e il cameriere, che sapeva tutto, portava il danaro al suo padrone. E fu così che il bravo giovanotto si fece, è vero, la fama di un indurito ubriacone, ma pagò il suo debito fino all'ultimo centesimo.

Ma oltre al grande amore ch'ei nutre per l'acqua l'avventore del Caffè Greco si differenzia non di rado dai frequentatori degli altri Caffè per il conto in cui tiene la negra infusione arabica; poichè, mentre ovunque cotesta infusione si suol berla per digerire il desinare che s'è mangiato, nella bottega di via Condotti invece la si beve sovente per digerire il pranzo che non si mangerà. Gli artisti, è risaputo, più di ogni altra classe di persone, vanno soggetti a distrarsi, e perciò come talora si dimenticano di pagare la pigione dello studio, così qualche volta si scordano di desinare. Io di artisti afflitti da cotesti fastidiosi svagamenti dello spirito ne ho visti parecchi. Ne ricordo uno fra gli altri, che mi venne presentato da un mio conoscente, il quale, avendo con lui una certa affinità di temperamento si onorava di essergli discepolo.

Era un francese; parlava poco e male il nostro linguaggio; e benchè sapesse lavorare discretamente, un po' per colpa sua e un po' per colpa degli altri, quando arrivava alla fine della giornata gli ci mancavano sempre venti soldi a mettere insieme una lira. Poveretto! Aveva continuato per varii anni a combattere contro l'avversa fortuna, e dalla lotta terribile alfine era uscito così malconcio che, forse per consolarsi, s'era messo a studiare astronomia. Quando io ebbi il piacere di stringergli la mano, egli nella scienza degli astri aveva già fatto progressi spaventosi: tali, quali Ipparco, Tolomeo, Copernico, Keplero, Galileo, Newton e Laplace non glieli avrebbero sicuramente invidiati. La volta del cielo era, si può dire, per lui la volta della sua camera da letto. Le stelle le conosceva tutte e di ciascuna sapeva il nome, il cognome, la patria e lacondizione: nessuna delle loro abitudini gli era ignota, e poteva descrivere esattamente le più segrete caratteristiche della loro fisonomia.

Il suo discepolo, trovandosi senza dubbio in condizioni tali da poterlo affermare senza correr pericolo di essere smentito, una sera mi assicurò che il suo maestro se lo avesse voluto avrebbe potuto anche parlarci, con le stelle, perchè ne conosceva la lingua. Veramente di questo io ho sempre un po' dubitato; quello però di cui non sono mai stato dubbioso è che il francese spesso nelle notti serene s'inoltrava nella campagna con una lanternina e una cartella per andare a ritrattare una stella della quale s'era invaghito. Quando la trovava già alta nel cielo si metteva subito a disegnarla; se invece al cader della notte non era ancor sorta, l'aspettava; e appena la vedeva brillare fra le nebbie del lontano e sconsolato orizzonte accendeva la lanternina, vi accostava un foglio di carta e incominciava a lavorare; e al primo apparire del giorno spegneva il lumicino, e mentre intorno a lui si alzavano a volo trillando festosamente le allodole, se ne tornava a Roma, voltandosi di tanto in tanto per salutare la sua stella che vaniva tremolando nella luce fredda dell'alba.

Il discepolo io lo vedevo spesso, perchè, avendo saputo che io scrivevo nel «Capitan Fracassa», nella speranza di potermi indurre a stampare sui giornali qualche poesia in onore del suo maestro, godeva a intrattenersi con me per raccontarmene le gesta; e io a dire la verità godevo non poco a sentirlo parlare. Una volta gli chiesi se alle gite notturne, delle quali mi discorreva sovente, prendesse parte, e mi rispose, turbandosi, di sentirsi troppo piccoloper poter andare in campagna di notte con un uomo tanto grande. La risposta non mi parve molto chiara: gli rivolsi altre domande e mi riuscì di fargli confessare come una notte certi brutti cani, attirati dal chiarore della lanterna del maestro, lo avessero assalito e quasi divorato.

— Sicchè da quella notte...

— Non ci sono più andato. — mi rispose subito; e, dopo di aver fatto un gesto di terrore, alzò una gamba, si toccò il polpaccio e riprese con grande sincerità: — Non ci sono più andato perchè, sebbene la mia venerazione per il mio maestro e per la sua arte astronomica sia eccezionale, io la vita umana la ritengo una cosa troppo sacra per essere data in pasto ai cani. Dico male?

— Benissimo! Però il vostro maestro ci va sempre in campagna, di notte?

— Sempre. Del resto — aggiunse, crollando il capo — per tutto quello che riguarda la vita non abbiamo, purtroppo!, le stesse idee. Le nostre opinioni sono molto diverse.

— Cioè?

— Ma, per esempio: lui non porta mai la camicia perchè la crede inutile, io invece la trovo necessaria; lui dice che meno si mangia e meglio si sta, io invece questo non lo posso ammettere; lui mi raccomanda sempre nel caso trovassi uno che mi offrisse un milione, di buttarglielo in faccia, e io questa raccomandazione la trovo...

— Superflua?

— No, ingiusta. E per quale ragione io dovrei rispondere con una villania a chi mi vuol fare una gentilezza? Ma niente affatto! Se domani uno viene da me e mi dice: «Giovannino, eccovi un milione»,io lo ringrazio, mi piglio il milione, e me lo metto nel portafoglio. Ma non basta. Lui, per esempio, vorrebbe anche persuadermi che se mi abituassi a mangiare il carbon fossile io potrei correre e fischiare come una locomotiva, e questa sua idea, a dire la verità, io la credo molto discutibile. Insomma, se lui mi ragiona sull'arte astronomica, io, secondo le mie forze, sono sempre disposto ad andargli appresso con gli occhi chiusi; ma se invece mi parla delle cose che riguardano la vita, io non lo posso seguire.

— Ma l'andare in campagna, di notte, a disegnare le stelle mi pare che sia una cosa che riguarda l'arte.

— Ah! mille perdoni! È una cosa che riguarda l'arte, sì; ma anche la vita, perchè ci sono i cani. — mi rispose; e ripetendo quel gesto di terrore, già fatto poco prima, e tornando a toccarsi il polpaccio, seguitò: — Del resto lui è lui, e certe cose se le può permettere. E poi se non se le permettesse, non potrebbe fare quello che fa.

— Ma che cosa fa? — gli domandai: ed egli, felice di potersi allontanare dai cani, il cui ricordo gli faceva ancora vedere le stelle, s'aggrappò immediatamente alla mia domanda e incominciò a discorrere con grande enfasi cercando di spiegarmi quale e quanta fosse la grandezza fisica e morale dell'opera sublime del suo maestro incomparabile. Non ci potei capir nulla. Ma appunto per questo fui assillato dalla curiosità di vedere che diamine di roba il maestro incomparabile mettesse sulla carta nelle sue gite notturne; e qualche giorno dopo avendolo incontrato nel Caffè Greco, me gli avvicinai e gli chiesi se mi permetteva di visitare il suo studio.

—Impossibil!— mi rispose subito, e alzando lentamente l'indice della destra verso il soffitto della stanza,proseguì; — Il mioateliernon rimane sulla terra;maissi trova in cielo, e si apreseulement quand vous dormez.

Rimasi male. Allora egli, che in fondo era buono e gentile, avvistosi della impressione sgradevole cagionatami dalle sue parole, mi disse, sorridendo: —Mais pourtantnon vi dispiacete:si vousnon potetepas venirda me,j'aurais le plaisirdi venir io a cercare voichez vous. — Il giorno dopo, difatti, mantenne la promessa e mi portò a far vedere una cartella piena zeppa di fogli di carta di tutti i colori, sui quali tra un inferno di linee c'erano disegnate centinaia e centinaia di figure geometriche contornate da migliaia di punti, di virgole e di parole incomprensibili. Rimasi sbalordito; e non sapendo dir altro gli domandai a qual cosa avrebbe mai potuto servirgli tutta quella roba: e lui, dopo di avermi detto più volte, ridendo, che gli astronomi eranodes fous, absolument des fous, divenne istantaneamente serio, e, abbassando la voce, come se mi svelasse un gran secreto, mi disse che ne avrebbe ricavato una serie di disegni astronomici per riordinare da cima a fondo tutto il sistema planetario dell'universo.

Purtroppo l'impresa formidabile lo sciagurato non potè condurla a termine; poichè dopo qualche settimana ch'egli m'avea palesato il suo arcano, due caprari lo trovarono morto poco lungi dalle mura aureliane in un campo d'erbe selvatiche rilucenti di rugiada al primo bacio del sole.

Il suo discepolo inconsolabile ce ne portò l'annuncio al Caffè Greco dicendoci fra le altre cose come il poveretto dovesse certamente esser morto di fame perchè erano tre giorni che non mangiava.

— Tre giorni! — esclamò con voce incredula unbell'uomo panciuto; e avvicinata alle sue tumide labbra una tazza fumante colma di buon caffè la rimise in fretta sul piattino; vi gittò dentro due pezzetti di zucchero e dopo qualche istante di silenzio dimandò: — Ma come si fa a rimanere tre giorni senza mangiare? — Fissò con gli occhietti lustri il vuoto quasi per cercarvi la risposta, poi, rimescolò il caffè, guardò i suoi vicini e, facendo spallucce, soggiunse: — Eh, già! Sempre originali gli artisti.

Proprio vero! Sempre originali gli artisti. Ma del resto tale originalità nelle stanze del Greco è più comune di quanto si crede; poichè, come osservava giustamente il mio amico Angelo Conti, è scritto nel libro del Fato che i pazzi più strani, quelli che noi potremmo chiamare l'aristocrazia della demenza, siano essi romani, italiani o dei più remoti paesi, debbono lasciare un segno della loro esistenza nella bottega di via Condotti.

Una sera, rammento, entrò nel Caffè un vecchietto macro, rosso in volto e vestito di nero. Nessuno di noi l'aveva mai visto, ma egli ci strinse a tutti la mano; poi, dopo un inchino solenne, ci disse che egli era Donato Sacchetta, albergatore in Bomba, un piccolo paese dell'Abruzzo, ed ex professore di filologia comparata; e, con nostra grande meraviglia, ci comunicò di esser venuto apposta a Roma per esporre agli amici del Caffè Greco il suo sistema di cosmologia. Chiese un caffè, se lo bevve, e poi, mentre noi non ci eravamo ancora rimessi dalla sorpresa, incominciò a dire a voce alta: — Illustri signori! Il vero mezzo per scoprire la ragione delle cose è offerto dal linguaggio. Ogni parola racchiude la rivelazione di un mistero dell'esistenza universale. Inquesta maniera io ho potuto tuffarmi nel gran mare dell'Essere fra l'eterno flusso e l'eterno riflusso. Ora, se lo permettete, lo farò vedere a voi tutti. Io sono il mistico cignale che trionferà sul carro del possibile contro l'impossibile, io sostituirò alla matematica la filologia, io...

A questo punto, mentre tutti tacevano guardandolo esterrefatti, e qualcuno si allontanava prudentemente, si fece avanti il professore Spetrino, autore di un saggio critico e inedito, su Jean-Baptiste Racine e libero docente di lingue vive e morte nella nostra Università. Allora fra i due professori si accese una disputa furibonda, tanto furibonda che per farla cessare dovettero intervenire altri tre interlocutori: il barbuto e placido proprietario del Caffè e due guardie di pubblica sicurezza. E forse non fu il sistema di Donato Sacchetta che, pochi giorni dopo, spinse lo Spetrino ad entrare nella caserma dell'artiglieria al Macao ove prese a bastonare i cannoni, gridando che era giunta l'ora di distruggere tutte quelle orribili macchine da guerra? Povero Spetrino! Lo fermarono, lo legarono e, mentre egli urlava: — Portatemi nel tempio della Fratellanza e della Pace! — lo portarono al manicomio.

Un altro ne ricordo: un pittore milanese caduto rapidamente da una gloriosa giovinezza in una oscura e precoce vecchiaia. Lo riveggo ancora, vestito d'estate e d'inverno con un soprabitone di colore giallognolo non fatto certo per le sue spalle, entrare nella bottega, traversarla a piccoli passi e andarsi a mettere a sedere in un angolo quasi buio. Non parlava mai con nessuno. Il suo volto scarno aveva l'impassibilità di una maschera. Se mai qualcuno gli rivolgeva la parola, rispondeva con un lento movimento del capoe ritornava subito immobile. Un giorno lo trovarono insanguinato e morente sopra uno dei gradini dell'obelisco del Popolo. S'era tagliate con un pezzo di vetro le vene dei polsi, e dopo di avere scritto sul travertino col proprio sangue: «Siate onesti», era caduto. Il disgraziato, fra i commenti della folla, venne condotto all'ospedale, e le due parole formidabili furono cancellate subito con l'acqua di Trevi delle vicine fontane. Ma prima che le cancellassero, mentre illuminate dal sole spiccavano ancora fosche su la pietra gialla, un signore le lesse e domandò chi le avesse scritte. Tutti gli risposero: — Un pazzo.

Non sempre però il sanguigno e lugubre ammanto della tragedia ricopre le persone di coloro che nelle stanze del Greco rappresentano la follìa artistica internazionale. Fra cotesti illustri rappresentanti me ne torna alla memoria uno il quale sapeva travestire con tale sottile ironia e con tanta volgare buffoneria il suo nero pessimismo, inasprito continuamente dai disinganni e dalla fame, che al vederlo e all'udirlo non si poteva fare a meno di ridere. Di quanto gli era accaduto o gli accadeva realmente, non parlava quasi mai: lo lasciava raccontare alle rughe numerose e profonde del suo volto, al suo abito sbrandellato ove erano più asole che bottoni, ed a tutta la sua figura macra ed ossuta. I suoi discorsi, spesso illuminati da lampi inaspettati di comicità irresistibile e da stravaganze inaudite, si aggiravano ognora intorno a invenzioni meravigliose o sopra a visioni fantastiche di mondi strani e sconosciuti, e finivano quasi sempre con motti feroci che stroncavano una reputazione scroccata o frantumavano un'opera, così detta, d'arte, o frustavano a sangue un artista mediocre favorito dalla fortuna.

Un giorno entrò nel Caffè e ci disse di aver trovato finalmente dopo molte prove e riprove il modo di fare l'oro. Qualcuno sorrise; e un pittore, noto a tutti per i favori ottenuti umiliandosi dinanzi ai potenti, volendolo canzonare gli disse: — Fai l'oro? Ciò mi fa piacere, ma non mi sorprende. Io faccio l'argento. — Già! Come le lumache: strisciando. — gli rispose il pazzo; e per quel giorno di oro e di argento non si parlò più.

Un'altra volta ci fece un lungo discorso sul noto proverbio: Impara l'arte e mettila da parte; e, dopo di averci dimostrato come per lui fosse giunto il momento di mettere da parte l'arte e di darsi all'industria, ci comunicò di avere impiantato un opificio per fabbricare i pennelli con le code dei pesci. Ma l'industria non gli riuscì. Allora si diede a fabbricar colori, e ne inventò uno giallo che aveva la densità delle terre, e, sia detto senza malizia, la trasparenza delle lacche, e, non so perchè, gli diede il nome di «capitone». Era buono. Lo vendeva a una lira il tubetto e molti lo comperarono; ma adoperandolo, turbati da qualche sospetto, furono assillati dal desiderio di voler sapere con quali sostanze venisse fabbricato. Ohimè! un giorno strinsero il suo inventore con molte dimande, gli nominarono la materia prima con la quale essi temevano che il «capitone» fosse composto e si sentirono da lui rispondere: — Può essere!

La rivelazione del segreto rovinò interamente l'industria del «capitone»; quei che ne avevano ancora si affrettarono a buttarlo via, e il suo inventore per passare in più spirabil aere si mise a scrivere un «opuscolo di estetica» intitolato:Viaggio patologico nella clinica dell'arte moderna in Italia, nel quale dissertavasui premi di incoraggiamento istituiti dal Governo a vantaggio degli artisti. Egli ragionava così: — I premi per qual fine sono stati decretati? Per comprare col danaro del pubblico le opere degli artisti. Benissimo! Ma quando un'opera d'arte è veramente buona, chi la compera lo si trova sempre. Colui, dunque, che vende il suo lavoro non ha bisogno di essere incoraggiato da nessuno: si incoraggia da sè. Coloro i quali non vendono i loro quadri e le loro statue, coloro che producono pessime opere d'arte, questi debbono essere incoraggiati perchè, se a costoro non pensa il Governo ad aiutarli, chi mai ci penserà?

Dopo qualche mese che io avevo viaggiato patologicamente con lui in una stanza del Caffè Greco, mentre una luce tenue e dorata entrava dalla porta socchiusa e spargevasi dolcemente nelle camere silenziose, ove i camerieri dormicchiavano sdraiati su le panche vedove di avventori, lo incontrai per istrada, precisamente in via Nazionale, ove allora allora s'era chiusa una esposizione di belle arti. Appena egli mi vide da lontano, mi venne subito incontro agitando un giornale aperto e mi disse: — Ha visto? Ha inteso? Ha letto quali quadri sono stati comperati dalla Giunta Superiore per adornarne la Galleria di arte moderna? Si ricorda? Se la rammenta la mia lettura? Lo vede come la mia idea si fa strada? Lo capisce ora come il mio modo di pensare s'impone? — E, senza darmi il tempo di poter aprire la bocca, scoppiò in una risata fragorosa che fece fermare i passanti, mi voltò le spalle e agitando ripetutamente il giornale si allontanò.

***

Il pubblico del Caffè Greco non è più adesso simile a quello che io vi trovai quando incominciai a frequentarlo. Oggi molti di coloro che vi conobbi allora o son savi o son sepolti; tuttavia la massima parte di quanti vi si recano al presente è data dagli artisti; e nelle serate in cui la pioggia è vicina, mentre i barometri romani inclinano gl'indici verso il segno della tempesta, vi si accendono ancora discussioni furibonde su argomenti più o meno artistici, le quali non si spengono se non quando la pioggia principia a cadere fragorosamente sul soffitto di vetri dell'ultima stanza. Non sempre però la pioggia arriva in tempo a pacificare gli animi inacerbiti.

Una sera due giovinotti, dopo di aver sorbito i loro caffè e di averli trovati semplicemente borgiani, non avendo altro di meglio da fare, impresero ad esaminare quale delle due arti sorelle fosse più difficile ad essere esercitata, se la pittura o la scultura. I due contendevano già da un pezzo su l'arduo argomento quando un loro vicino, buttando via un mozzicone di sigaro, da lui dichiarato assolutamente infumabile, entrò buon terzo nella discussione: poco dopo, lagnandosi delle scarpe che glieli stringevano troppo, vi mise i piedi un altro; poi un altro ancora, e la controversia si ingigantì talmente che la stanza dove essa era nata non bastando più a contenerla, si sparse a poco a poco nelle altre camere della bottega. Allora tutto il Caffè si divise in due schiere di combattenti: una guidata dagli scultori e l'altra dai pittori. La lotta ardeva furiosa e gli urli, lecontumelie, le risate e gli applausi coprivano a volta a volta le voci squillanti degli oratori, quando un signore, senza riflettere a quanto avrebbe per avventura potuto capitargli fra capo e collo, ebbe il fegato di farsi avanti ad affermare che, secondo Spencer, la scultura era un'arte inferiore. All'udire il nome del filosofo gli scultori rimasero per qualche istante silenziosi, ma riavutisi subito dalla sorpresa chiusero la discussione con tali argomenti che il pover'uomo, se ancora campa, se li deve ancora ricordare.

Quietato il baccano, mentre le prime gocce di pioggia incominciavano a battere sui vetri del soffitto dell'ultima stanza, uno chiese: — E chi è questo Spencer?

— E chi vuoi che sia? — gli risposero in parecchi. — Sarà uno dei soliti giornalisti.

Perchè queste parole siano intese nel loro giusto valore, è bene avvertire che per la maggior parte dei frequentatori della bottega di via Condotti, il vocabolo giornalista, massime se viene pronunciato atteggiando le labbra a una smorfia di disprezzo, non serve mai a designare chi scrive in un giornale, ma colui che in un giornale scrive di 'cose d'arte' in genere e di quadri e di statue in specie. Del resto giornalisti veri e proprii io nel Caffè Greco non ce ne ho mai visti. Qualcuno forse può esserci capitato; ma se mai sarà stato un giornalista senza giornale, e allora sarà andato a confondersi fra quei frequentatori, dirò così, sporadici della bottega, fra i quali non è difficile di incontrare maestri di musica che non conoscono altre note all'infuori di quelle del trattore e del sarto, professori di pittura in qualche ospizio di ciechi, architetti senza archi e,quel ch'è peggio, senza tetto, ingegneri privi oltre a tante altre cose anche d'ingegno, medici che non esercitano più la professione, forse per filantropia, vecchi impiegati giubilati i quali non hanno altro giubilo tranne quello, come sogliono dire, di avere un'anima di artista, negozianti senza negozi, avvocati senza cause e quindi senza effetti, poeti in cerca di una lira, e talvolta qualche modello.

Fra questi, nei primi anni che io frequentai la bottega, ne conobbi uno che non ho mai più scordato.

Era un moro. Alcuni missionarii ritornando in Italia dall'Africa, dove avevano predicato la verità evangelica agli infedeli, se l'erano portato appresso, e lo avevano battezzato imponendogli il nome lietissimo di Natale: ma, purtroppo, il nostro buon Dio del povero Natale non si era curato tanto quanto forse, se l'avessero lasciato stare a casa sua, se ne sarebbe curato il suo Allah; difatti, quando io lo incontrai in un angolo del Caffè Greco, il povero africano moriva di fame peggio di un europeo, e passava le sue giornate cercando inutilmente un'ora di lavoro, masticando qualche pezzo di sigaro, tossendo di tanto in tanto convulsivamente e bevendo a sorsettini lentissimamente, se poteva procurarselo, qualche bicchierino di rum di cui era ghiottissimo. Non era bello, no; ma le forme caratteristiche della sua persona, le sue movenze svelte e sempre eleganti e il modo singolare con cui soleva manifestare i suoi pochi pensieri e le sue molte sensazioni me lo rendevano simpatico, e se entrando nel Caffè mi avveniva di vederlo da lontano, rannicchiato dietro il marmo bianco di un tavolino, me gli avvicinavo e dopo di avergli stretta la mano lunga,ossuta, scimmiesca, provando l'impressione di toccare un tessuto di seta, gli sedevo accanto.

Quasi sempre io gli offrivo un bicchierino di rum, ed egli avvicinandovi le labbra grosse e guardandomi di sotto in sù con gli occhietti socchiusi, mi ringraziava mandando fuori dalla gola un suono roco e tremolante simile a quello che fanno i gatti quando si accarezza loro la nuca. Parlava poco e alle mie domande rispondeva sempre con monosillabi; ma la povertà del suo dizionario sapeva compensare con gesti efficacissimi. I suoi discorsi li finiva sempre con le mani. Talvolta sorrideva mostrando i denti forti e bianchi, ma non rideva mai. Poveretto! Dove ei fosse nato non sapeva dirlo: quelli che lo avevano messo al mondo non li aveva conosciuti; e se gli chiedevo di raccontarmi qualche cosa della sua infanzia, alzava le spalle e le riabbassava dicendomi: — Non so. — Le sue rimembranze non andavano al di là della sua adolescenza, ed erano tutte assai più nere della sua epidermide. Quei tali che l'avevano lavato dal peccato originale, stimando forse con cotesta operazione idraulica di essersi liberati da qualsiasi altro obbligo verso di lui, lo avevano abbandonato, ed egli, discesi ad uno ad uno i gradini dolorosi della più obbrobriosa miseria aveva finito a trovarsi in mezzo a certi saltimbanchi girovaghi, i quali, dopo di averlo incatenato e rinchiuso in una gabbia di ferro, lo andavano mostrando come un ferocissimo antropofago vivente e proveniente dalle foreste vergini della Patagonia: e, come se questo non bastasse, ogni sera, affinchè il rispettabile pubblico potesse avere una piccola idea del modo col quale il povero Natale divorava il suo simile, gli gittavano nella gabbia una gallina, ed egli, urlandoe contorcendosi come un ossesso e scuotendo orribilmente le catene, la ghermiva, la spennava e la strangolava dinanzi agli spettatori inorriditi.

Dopo di averne fatte più di Carlo in Francia, capitato in Roma, senz'arte nè parte, si incontrò con un pittore il quale cercava un nero per effigiarlo, non so veramente con quanta esattezza storica, in un quadro rappresentante lo sbarco di Cristoforo Colombo in America, e da allora incominciò a frequentare gli studi ove trovò una certa Rosina, la figliuola di un ubriacone, che girava per le strade suonando un organetto a manovella, e se ne innamorò. Non la lasciava mai, e quando essa era a posare in qualche studio, se non poteva esserle vicino, l'aspettava in istrada pazientemente per poi accompagnarla fino all'uscio sgangherato di una casupola miserabile in un vicoletto nei pressi di Santa Maria Maggiore, ove ella abitava col padre e con l'organetto a manovella.

Un mio amico che li conobbe al tempo dei dolci sospiri, un giorno mi diceva sorridendo, come ogni volta che li aveva visti salire, tenendosi stretti per la mano, su per la scalinata della Trinità dei Monti, ove morivano i rintocchi dell'avemaria, e ogni volta che li aveva incontrati in via Sistina, mentre nella luce azzurra del crepuscolo tremolavano le fiamme gialle dei lampioni, non avesse mai potuto fare a meno di pensare allo Shakespeare. E, forse, chi sa? Chi sa se la povera Rosina non si fosse veramente innamorata dell'africano udendolo narrare le sue sventure? E chi sa se egli, il moro, non la ripagasse di amore per la pietà che n'ebbe?

Erano arrivati al punto di volersi sposare; ma questa volta Brabanzio giunse in tempo per impedirealla natura di cadere in tanto errore. Non valsero nè pianti, nè preghiere. Se la disgraziata osava di nominargli il suo Natale, la risposta del birbaccione era sempre una: —Nun vojo turchi a casa mia.— E se la poveretta, pur avendo di lui un terrore indicibile, gli faceva osservare che Natale era un cristiano, egli ribatteva prontamente: —Io a li cristiani neri nun ce credo.— Viveva alle spalle della sua figliuola e non voleva che gliela portassero via: ecco la verità. Non si sposarono dunque; ma seguitarono sempre a volersi bene, e si può dire che l'africano la sua Rosina non la lasciò se non quando, vinto da una tisi galoppante, fu obbligato di ritornarsene nel grembo del nostro Dio o forse in quello del suo Allah. La poveretta lo pianse con molte lacrime e poi passò ad altri amori meno neri, ma non meno disgraziati e, perduto il padre, cadde sotto le ugne di un brutto tipo: un formatore, il quale impadronitosi dell'organetto a manovella prese a suonarlo per le strade e più spesso sotto gli olmi, i ligustri e le acacie delle varie osterie suburbane; ma poi, annoiato dal dover sempre sentire la stessa musica, vi incollò sopra un foglio di carta con questa iscrizione: —Da vendersi o da affittare. Per le trattative diriggersi a me.— E quando in seguito atrattativelaboriosissime gli riescì di disfarsene, dopo di essersi mangiato, giocato, e bevuto quel poco che ne aveva ritratto, ritornò a sporcarsi le mani col gesso, e, cavate le impronte di quasi tutte le parti del corpo della misera Rosina, che egli soleva chiamare ghignando «la mia signora» le andava offrendo per pochi baiocchi ai signori pittori di via Margutta.

Tutti e due finirono male. Lui, dopo di averne fatte tante, una meno legale dell'altra, non sapendoche cosa fare di peggio, essendosi messo a riempire con un metallo bianco di sua invenzione, molto simile all'argento, le forme cave di certe monetine da due lire, un giorno fu visto in mezzo a due guardie di pubblica sicurezza e non se ne sentì più parlare; lei, povera figlia!, una sera uscendo da una bettola si trovò trascinata, senza volerlo, in una rissa e fu raccolta morente per una grave ferita di coltello. La portarono in un ospedale e colà, dopo qualche ora di tormenti atroci, quella pace che ella aveva cercato tante e tante volte invano nella vita la trovò nella morte.

***

Ed ora, giacchè è necessario di concludere, permettimi, o amico lettore, che io chiuda questo mio «Caffè» più o meno «Greco», il quale conclude questo volume, rivolgendoti una domanda.

Dimmi la verità, ti ho annoiato?

Senti: una sera io mi trovavo nella vecchia bottega fra le cui storiche pareti ho cercato di intrattenerti come meglio ho potuto, quando un signore venne a sedersi a un tavolino accanto a me; chiese un caffè e se lo bevve in fretta; poi torcendo le labbra in segno di disgusto, chiamò con voce alterata il cameriere, e, dopo di avergli accennato con un'occhiata bieca il vassojo, gli disse: — Non vi vergognate di avvelenare il prossimo con questi intrugli?... Non vi vergognate?...

Il cameriere lo lasciò sfogare; guardò la tazza ove di caffè non ce n'era rimasta neppure una goccia, e gli rispose: — Caro signore, che cosa vuol farci? Oramai l'ha bevuto!

NOTE:1.Venditore di colori e di manichini, conosciutissimo a Roma.

1.Venditore di colori e di manichini, conosciutissimo a Roma.

1.Venditore di colori e di manichini, conosciutissimo a Roma.

INDICEMemorie d'uno smemoratoPag.9Il modello39Il manichino53In Ciociaria:I.89II.101III.113IV.131V.147Il pianto delle zitelle161Monte Giano205Un congresso alpino(1887)225Gita sentimentale239Le «Capanne» di Ripetta255Il mio pellegrinaggio273Carciofolata287Il Caffè Greco301

Nota del TrascrittoreOrtografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.


Back to IndexNext