Così durò molti giorni. Siccome ella aveva smesso di farsi il caffè la mattina, Bartolomeo non vide più l'Adelaide. Sulle prime non indovinò, poi aprendo a caso la madia, gli cascò la mano sul vaso del caffè, e lo sentì vuoto: forse la povera donna non aveva denari per comprarne. Egli fremè ed uscì per riempirlo; ma per quanto vi si scervellasse quel contegno gli riesciva inesplicabile. Mise il caffè nella madia, e attese lungamente nella cucina, se la sentisse rientrare. Giorno per giorno l'Adelaide gli assumeva nella coscienza una grande dignità di carattere, e se al principio gli era stata simpatica per i modi aperti, adesso gli diventava rispettabile come una dama. Aveva maritato bene la figlia e non volendo esserle a carico, come diceva lei, s'ingegnava in mille lavori: non era più giovane, ma tuttavia abbastanza ben mantenuta per ispirare qualche cosa ad un uomo.Chi sa se non c'era molto cuore sotto quelle sue bruscherie, e dentro quella sua vita troppo spalancata. Alle volte il lepre sta dove meno si pensa. D'altronde in quei cinque o sei mesi egli non aveva avuto a lagnarsi di lei, nè come donna, nè come massaia. La vivacità dei suoi discorsi rendeva anche più saporiti i pranzetti, che sapeva fare con sì poca spesa; e qui Bartolomeo, guardando la fiamminga della minestraasciutta, si ricordava il proprio piatto prediletto, recato da lei all'ultima perfezione, un ricordo di Napoli, dove il grande Bottesini lo aveva una sera invitato a cena. Erano maccheroni all'acciugata, che a Bologna avevan dovuto diventare vermicelli senza troppo scapitarne. Si rammentava come l'Adelaide li riserbasse per il venerdì, giorno nel quale, malgrado tutte le bravate, voleva assolutamente mangiare di magro; e soleva farli seguire da alcune cotolette di tonno alla graticola, un tonno, che pareva a quel modo tutt'altra cosa.Ma l'Adelaide non si vide.La sera Bodoni al caffè aveva due magnifiche fotografie della Patti, in costume di Violetta all'ultimo atto; e rammentandogli la famosa occhiata nel «Gran Dio, morir sì giovane», gliene volle regalare una. Il suo cuore si commosse nuovamente a quella povera immagine bianca, abbandonata sulla spalliera della poltrona.— Sei ancora innamorato? — gli domandò Bodoni accarezzandosi la barbetta.— Matto!— Io incomincio ad innamorarmi adesso. La lontananza per i grandi artisti è come la morte per i grandi uomini: l'uomo scompare nel personaggio, i difetti sfumano e la fisonomia vigoreggia. La Patti! — seguitò con quell'entusiasmo, che faceva di lui una contraddizione così piena di sorprese — darei tutta la mia miserabile vita di suonatore per essere il suo amante solo una mezz'ora, e potermela stritolare sul petto come un istrumento, troppo buono per cederlo ad un altro. Guarda la bocca: t'immagini tu come debbano baciare queste labbra, che fanno delle note più dolci di tutti i baci?E cedendo all'impeto riprese dalle mani di Bartolomeo la fotografia per baciarla.— Bacia anche tu.Bartolomeo non se lo fece ripetere due volte.Poi Bodoni notò improvvisamente la sua tristezza e gliene chiese la causa con accento amichevole. Bartolomeo titubò, perchè da molti giorni soffriva un gran bisogno di sfogarsi, ma il carattere caustico dell'amico lo rattenne. Si fece più serio, intascò la fotografia, ravvoltolandola in un giornale, che Bodoni rubò tranquillamente al caffè, e cadde in un pesante silenzio. Quella vita cominciava a superare le sue forze. Poi, sentendoselo continuamente attribuire per malizia o per ischerzo, aveva finito col credersi davvero innamorato della Patti; e se non voleva convenirne, dipendeva dalla ripugnanza istintiva di ogni passione a mostrarsi apertamente. Ma questo culto ideale non bastava a sorreggerlo contro le difficoltà rinascenti delle giornate deserte e dei cattivi pranzi in trattoria. Invano nei momenti più difficili ricorreva all'occhiata del «Gran Dio, morir sì giovane», nella quale le loro anime, trasportate dalla medesima poesia, si erano sfiorate in un contatto fatale. Quello sguardo era stato per lui come una stretta di mano in un'ora di pericolo, una parola d'eguaglianza barattata in un momento d'ispirazione fuori delle differenze e delle contraddizioni del mondo.Bodoni gli aveva spiegato in modo molto oscuro il contatto secreto degli spiriti sotto la pressione di un medesimo sentimento, ma egli non vi aveva capito se non che Bartolomeo solo e la Patti avevano cantato quel pezzo.E gli bastava.Tornando a casa Bartolomeo si andava tastandoin tasca la fotografia. Non sapeva ancora dove nasconderla, e provava già le trafitture voluttuose di un secreto pieno di pericoli. Passò per la cucina senza fermarsi, e si chiuse a chiave nella propria camera. L'indomani invece di andare da Bodoni, che si scordò l'appuntamento, dovette gironzolare per Bologna, comperò l'Illustrazione Italiana, che rappresentava la Patti nellaTraviataalla scena della borsa. Il quadretto gli parve un capolavoro, l'articolo, datato da Roma, carico di ironie per Niccolini, una vera indecenza. In fondo all'articolo si annunziava che la Patti partirebbe l'indomani per Madrid; ma egli non se ne fece caso, perchè la loro distanza non cresceva così e non scemava.Invece passando dalBrunettiimparò che il teatro si sarebbe riaperto fra tre giorni, e questa notizia lo esilarò; fece la solita passeggiata ai giardini, vi si trattenne poco, rientrò in città sempre in preda alla solita inquietudine. A casa la cucina era vuota, il focolare freddo. Allora gli venne in mente il caffè, e andando alla madia guardò se l'Adelaide se ne fosse servita. Nulla: il vaso era intatto al posto dove l'aveva lasciato.— È dunque una scommessa! Ma perchè — seguitò ad alta voce — mi fa la camera se non vuole saperne? — Così dicendo spinse la porta per constatare rabbiosamente come tutto fosse assettato; senonchè, appoggiata sulla cimasa del letto, sotto l'immagine della madonna di San Luca, la fotografia della Patti, che egli aveva studiosamente nascosta fra cinque o sei quaderni di musica, gettava un baleno nerognolo.Bartolomeo cacciò un grido: era impossibile, l'Adelaide vinceva.Da quattro o cinque giorni non l'aveva veduta.Come potesse vivere da se stessa, lavorando poco o punto ed essendo senza risparmi, Bartolomeo non lo capiva; giacchè, vissuto sempre celibe e non avendo conosciuto le donne che in certi momenti e da certi punti di vista, ignorava la loro scienza minuscola della vita, come esse, che dissipano così facilmente i milioni, riescano a campare senza stento con pochi centesimi. Gli venne persino in mente di osservare nella cucina e negli armadi se l'Adelaide non gli rubasse qualche cosa; non lo credeva, ma il dispetto di sentirsele inferiore era tale, che se ne sarebbe quasi compiaciuto. Contò i rami, andò all'armadio; fra le biancherie cercò subito l'involto, nel quale teneva le quattro posate d'argento comprate a peso da un amico orefice; esaminò la bica dei lenzuoli, sommò ad occhio i mantili e le tovaglie, senza osare di spostarli. Tutto gli parve a posto, allora arrossì. Perchè dunque l'Adelaide gli teneva il broncio? Si mise a riflettere sulla natura di lei; benchè non vi trovasse a ridire, n'era poco contento. Era una donna onesta, nel senso popolano della parola, che lasciava la roba a posto e non tirava a far sacchetto, sapeva cucinare e mandare innanzi una famiglia con poca spesa, ma in fondo a tutte queste belle qualità, egli sentiva un difetto, una certa freddezza di animo, una soverchia maturità di ragione, che gli faceva paura. L'Adelaide non aveva mai torto, non si stupiva di nulla. Spesso chiacchierando dopo cena col bicchiere in mano, lo aveva fatto precipitare di sorpresa in sorpresa colle sue massime sulla vita, di uno scetticismo pratico ben più tremendo di quello che affettava Bodoni. L'Adelaide gli voleva dunque bene? Abbandonata dalla figlia, sola nel mondo colla vecchiaia e la miseria dinanzi, forse gli si era affezionata per unaconformità di gusti e di destini; però, essendo ancora donna, aveva le gelosie del proprio sesso. Fra tutti quei pensieri decise di volere un secondo discorso con lei, e uscì di casa colla fotografia della Patti in tasca per andare a pranzo.I vermicelli furono detestabili, le acciughe erano rancide, l'olio sapeva di muffa: perfino la pasta di Faenza, solita ad essere buona, non aveva retto alla cottura, e i vermicelli facevano, come suol dirsi, la colla. Nulla gli andava più per il verso: gli dettero delle seppie per calamaretti, ordinò un mezzetto di Chianti invece del solito vino romagnolo, e gli portarono del vino rosso bolognese, che è l'ultimo vino del mondo. A poco a poco la sua collera saliva. Nella sala molti mercanti di granaglie e di maiali facevano un chiasso indiavolato, bevendo e mangiando come tanti eroi di Omero; due orbini che vennero a suonare, e che essi accolsero colla vanteria crapulona dei mercanti, riempiendo loro il piattino di soldi ed offrendo loro da bere nei propri bicchieri, lo fecero quasi dare in escandescenza. Poi gli orbini non finivano più, le risa e le oscenità degli altri montavano di tono, quasi tutta quella gente aveva il cappello in testa e stava a tavola nelle più sguaiate attitudini, mentre egli per educazione, sebbene mezzo calvo, rimaneva a testa nuda. Non prese nemmeno la frutta e scappò. Gli era venuto un pensiero. Nella cucina, sotto la tavola, ci doveva essere un barilotto di vino di Castel San Pietro, ancora mezzo, da quando s'erano bisticciati coll'Adelaide: comprò una ciambella inzuccherata dal primo fornaio, e corse a casa per accendere il fuoco, e fumare nella pipa. Il barilotto era quasi vuoto: dunque l'Adelaide se n'era servita anche dopo? Questa debolezza lo rallegrò,ma nel cantone non c'era legna: si mise in veste da camera, si cavò le scarpe, accese la pipa e portando la bottiglia del vino sul focolare, si sedette sotto la cappa del camino come nell'inverno. Sulle prime tutte queste buone disposizioni non sortirono effetto, ma al quarto bicchiere la sua malinconia si rischiarò: fortunatamente la boccia di vetro bianco, dalla quale mesceva, era capace di due buoni litri. Egli si stese sul seggiolone di faggio, allungò i piedi sugli alari, e finita la ciambella che gli parve piccola, cominciò a soffiare nel fumo. A poco a poco diventava allegro. Le memorie della cucina gli calavano intorno dalle casseruole appese alle pareti, come da tanti quadri, dei quali la poca fiamma della candela non lasciasse distinguere le immagini: ed erano figure grasse, profumate di intingoli, con un riso giocondo sul volto, che tratto tratto si illuminava di un grande riverbero, quasi che il focolare fosse acceso. Di sotto alla tavola, dalla madia uscivano echi di vecchi discorsi, frammenti di scene casalinghe, quando collo stomaco pieno ed il cuore digiuno si era abbandonato alle piacenterie confidenziali della luna di miele coll'Adelaide. Dalla trave di mezzo penzolava ancora la canna, alla quale si erano dondolati tante volte i coteghini grassi, fra le ghirlande delle salciccie, mentre un prosciutto attaccato più in là, ad un gancio, aveva l'aria d'un violino. Egli stesso gli aveva trovata questa somiglianza e l'aveva mille volte ripetuta coll'Adelaide, quando giungendo a casa troppo presto se ne tagliava una fetta dicendo:— Suono, eh!E l'Adelaide sorrideva al suo bell'appetito di suonatore.Poi il fumo alcoolico della pipa, giacchè da fumatorearrabbiato vi fumava dei mozziconi di sigaro lavati nel rhum, avvolgeva quelle figure paffute e rossiccie in una nuvola aromatica. Mezzo coricato sul seggiolone, la pipa sul petto, respirava lentamente, operazione che aveva la voluttà di tutti i giuochi automatici e nella quale si sarebbe addormentato, se la necessità di tenere la cannuccia fra i denti non lo avesse tenuto desto; tornò a bere. Ma l'ebbrezza del vino, più calda di quella del fumo, gli accese i sensi già vellicati. Ad un tratto la cucina rischiarata a stento dalla candela di sego sopra la tavola, allargandosi in un incendio di luce, divenne un teatro gremito di spettatori; il focolare era il palcoscenico, lo sfondo giù ai lati l'apertura delle quinte dove formicolava la popolazione misteriosa dei teatri. Lo spettacolo era abbagliante. Un'oppressione voluttuosa pesava nell'aria facendo battere tutte le palpebre e aprire tutte le bocche. E una figura patetica di donna, moribonda bellezza di martire, alla quale la morte aggiungeva una bellezza di più, taceva in mezzo a quell'aureola, sopra a quel silenzio angosciato di tutti. Una storia indicibile di dolori era scritta sul suo volto, una memoria d'amore le impallidiva sulla fronte. Poi senza scomporsi, come se non ne avesse avuto la forza, cominciava a cantare, calando un lungo sguardo verso di lui.Ma in quella l'Adelaide, non sospettandolo in casa, rientrava per la porta della cucina. Aveva il solito impenetrabile di Casimiro grigio, il cappello scuro con una vecchia penna di struzzo colorata di rosso. La sua figura atticciata diventava tozza sotto l'ombra di quelle grandi ali. Sembrava aver fretta, ma vedendolo si arrestò. La candela del tavolo non illuminava abbastanza bene la scena, perchè ella potessevedere subito la boccia, ed il bicchiere sopra lo sgabello del focolare. Nullameno finì per accorgersene.— Oh! — esclamò Bartolomeo rimettendosi a sedere sul seggiolone.— Scusate se vi disturbo — rispose con accento secco, che finì di svegliarlo, andando verso la madia per accendervi una candela e ritirarsi. Bartolomeo accennò di scendere.— Non v'incomodate, ho già fatto: vi lascio in libertà — seguitò con intenzione evidente.— Non potete fermarvi un pochino!— A far che?Bartolomeo avrebbe voluto calar giù, ma temendo di farlo male per il vino, che cominciava a pesargli sullo stomaco, rimase sotto l'ombra del camino, che ingrossava singolarmente la sua figura già grossa. Tutti i proponimenti del giorno gli si affollarono nella memoria.— Aspettate: oh! ecco: sentite.— Cosa?— Ve l'ho pur detto, io non ci capisco nulla.— Nemmeno io.— Allora?— Cosa volete dire?Bartolomeo s'incagliò ancora: ella ripetè l'atto di andarsene.— Io sono sempre quello stesso — disse finalmente con un immenso sforzo, e un sospiro di soddisfazione.Ella finse di non comprendere.— Volete far la pace?— Sentiamo: condizioni e patti!— Ah! — fece Bartolomeo.— Scusate; questo nome vi dà fastidio?Egli s'imbrogliò nuovamente, ma per una di quelle scappate, che non vengono se non agl'ingenui in certi momenti:— Cosa avete fatto tutti questi giorni? — prosegui.La domanda era così imprevista che ella stessa titubò.— Ho lavorato.Bartolomeo comprese la portata di quella parola, e si arrestò. Malgrado tutta la buona volontà non trovava modo di venire ad una spiegazione, parendogli di aver egli tutti i torti e nel sentimento della vergogna sentendosi crescere ancora l'imbarazzo. Un sospiro leggiero, che l'altra colse benissimo, gli uscì dalla bocca.— Buona notte! — ella disse questa volta incamminandosi.— Ma è dunque molto tardi?— Non saranno nemmeno le nove.— È presto.— Buona notte!— Buona notte! — rispose Bartolomeo con voce, nella quale l'umiltà dell'accento faceva sentire la malinconia di una preghiera.Ella entrò nella propria stanza, e l'altro, appena scomparsa, fece un gesto violento contro se medesimo quasi per darsi un pugno.— Bamboccio!Quella fu la sua sera peggiore. Per uscire di casa avrebbe dovuto rivestirsi, rimettersi le scarpe, riannodarsi il fazzoletto, tutta una farragine d'incomodi, dei quali ognuno aveva in quel momento l'intensità di un supplizio. Poi non sapeva, una volta fuori, dovedare del capo. Ma rimanere in casa, solo in cucina, coll'Adelaide di là, che lo sentirebbe andarsi a letto così presto, era impossibile. Tentennò lungo tempo in preda ad una collera, che cresceva di minuto in minuto, coi ricordi di tutte le contrarietà toccategli nella giornata e le difficoltà di una soluzione altrettanto inevitabile che impossibile.Nei giorni seguenti cadde in una tetra malinconia, dalla quale non uscì nemmeno a teatro.L'oscurità, che l'aveva protetto contro i pericoli del mondo permettendogli di vegetare prosperamente all'ombra come una pianta grassa, gli diventava una tenebra di prigione, fuori della quale il paesaggio ardente della vita spiegava la pompa delle sue decorazioni. Tutti erano felici intorno a lui, il giorno si occupavano dei propri affari, la sera andavano a teatro per divertirsi, mentre egli, accasciato tutto il giorno sotto l'incubo di se medesimo, doveva venirvi per diventare parte inavvertita del loro divertimento. Almeno la Patti aveva diecimila franchi ogni sera senz'essere schiava del pubblico. AlBrunettidue settimane dopo ognuno parlava ancora di lei, che era in Ispagna e faceva delirare quel popolo, ancora abbastanza romano per preferire l'orgoglio a tutte le virtù e il sangue a tutti i piaceri.E allora si obliava nei sogni della Spagna, che non conosceva nemmeno per lettera, alla quale non attribuiva nè gli aranci, nè le palme, nè i costumi ancora medioevali, nè le architetture moresche capricciose come le sue colline e trasparenti come le sue nuvole. Però in fondo ad ogni sogno trovava sempre una tristezza più cupa, simile alla tenebra di una lanterna magica, che pare più densa quando l'apparizione è svanita. Il giorno non andava piùai giardini pubblici, che la esultanza di primavera gli rendeva odiosi, ma girellava per la città come tutti i vagabondi, che cercano d'ammazzare il tempo e invece soccombono sotto di lui. E poco a poco si scordava della Patti e dell'Adelaide, le due cause della sua infelicità, per non sentire che il proprio malessere, una stanchezza morale, che gli dava l'uggia di ogni persona, un esaurimento fisico, che gli dava la nausea di ogni cosa. Trascorse ancora una settimana. Il suo aspetto cominciava ad intristire, le borse sotto gli occhi gli si erano ingrossate, perfino il suo bell'appetito, l'amico fedele di tutta la vita, stava per abbandonarlo. Allora per disperazione cominciò ad alzarsi più tardi e a coricarsi più presto: aveva fatto una specie di raccolta di tutti i giornali, che parlavano della Patti, e li andava rileggendo. Qualche mattino mancò alla colazione del caffè, dove i soliti avventori si fecero caso della sua assenza; a pranzo non andò più alla trattoria, che aveva scelto dopo il disastro domestico, e si abbandonò alla ventura per l'izza di dover parlare col cameriere, o di incontrarsi con persone conosciute. Anche Bodoni, cui prediligeva sopra tutti, gli era divenuto insoffribile; mentre una delle sue ultime parole di quella sera alla bottiglieria gli era rimasta confitta nella memoria come un chiodo arroventato.— Ella ti avrà reso miserabile per sempre!Era un venerdì di primavera, era piovuto tutto il mattino, poi aveva soffiato un vento freddo senza spazzar via le nuvole. Il cielo era torbido, la città pareva bigia. Bartolomeo era uscito. Fosse il tempo o altro, si sentiva anche più triste; da due giorni non aveva quasi mangiato, aveva fatto un giro per il Pavaglione, era entrato macchinalmente in S. Petronio,poi era tornato a casa, sorpreso da un freddo, che in quello scoraggiamento prese per un sintomo di malattia. Si sdraiò sulla vecchia poltrona, affagottato dentro un paltò d'inverno, lasciando errare gli occhi sui tetti vicini, pei quali i passeri pigolavano lamentevolmente. Il sentimento della morte lo invadeva. La sua camera poco allegra per la qualità dell'arredo e il colore della luce gli ricordò quella dellaTraviataall'ultimo atto; proprio in quel momento tornava a piovere. Le percosse dell'acqua contro i vetri lo fecero fremere di terrore, poi abbassò la testa come un malato, e chiuse gli occhi. Il Bartolomeo di una volta era morto.Ma la porta della camera si aperse con fracasso, e l'Adelaide entrò rossa come un gambero. Aveva un giornale in mano.— Leggi — esclamò dandogli del tu per la prima volta dopo la rottura.Egli si destò di soprassalto, ma l'altra non badando alla prostrazione del suo aspetto, cogli occhi sfolgoranti di disprezzo:— Ah! tu non ne saresti capace. Te lo leggo io; sta attento, come tratta in Spagna la tua Patti; — e senza dargli tempo nè di rispondere, nè di capire, con voce concitata, che la passione di quel momento aguzzava come un pugnale, spuntandolo tratto tratto ad una frase, gli lesse un articolo riportato da un giornale di Madrid. Con stile vivace, pieno di reticenze insidiose e di approvazioni ironiche si narrava come re Alfonso si fosse invaghito della Diva e per non imbarazzarsi con Niccolini, diventato geloso fuori di tempo, gli avesse fatto bere d'accordo con lei un narcotico a cena. Niccolini si era addormentato, ma o la dose fosse troppo lieve, o essi profittandonesubito facessero troppo rumore, si era svegliato prima. Allora il re aveva sorriso e se ne era andato; Niccolini era rimasto e aveva bastonato la Diva. Forse questa era una storia di giornale, ma l'Adelaide lo credeva, e:— Tieni — fe' lanciandogli il giornale sul ventre — te lo diceva pure: è una... e si fermò meravigliata della faccia di Bartolomeo, che ella credeva allibito. Era quasi ilare.— Ma tu! — esclamò.Egli si levò in piedi. La pioggia scrosciava ancora nei vetri, il cielo si era fatto più buio, e nullameno egli riacquistava il bel colore d'una volta.— Non eri dunque innamorato tu, che hai fatto tanto?Bartolomeo ebbe un gesto di stupore, che voleva dire:— Puoi crederlo?!— Però confessalo, se non fosse stato così...— Sei tu, che lo hai detto.Rimasero incerti tutti e due, ella collo sguardo ardente, egli quasi curioso. Per un momento si studiarono.— Ma se è brutta!... — ella proseguì esaminandolo; Bartolomeo non si mosse.Allora Adelaide ebbe come un gesto di dispetto contro se stessa nello sforzo di cercare inutilmente una spiegazione, e ripetè più forte:— Che cos'era dunque? Tutti impazziscono per questa donna, che pare un'acciuga.Bartolomeo ebbe un lampo.— Oggi è venerdì.Ella comprese, egli titubò.— Se potessi credere...— Li faresti?... i vermicelli all'acciugata...— Forse...— Te lo dirò io — esclamò con un sorriso che gli morì nullameno in un sospiro: era, ecco...E non trovò altro.Tre mesi dopo Bodoni, incontrando Bartolomeo al caffè del Corso, gli correva incontro col suo riso sinistro sulle labbra.— È proprio vero che hai sposato la grossa Adelaide?Bartolomeo chinò la testa.Bodoni si arrestò, poi dardeggiandogli un'occhiata in faccia:— Ti piace la trippa?— No — rispose ingenuamente Bartolomeo.— Avrai una vecchiaia infelice.
Così durò molti giorni. Siccome ella aveva smesso di farsi il caffè la mattina, Bartolomeo non vide più l'Adelaide. Sulle prime non indovinò, poi aprendo a caso la madia, gli cascò la mano sul vaso del caffè, e lo sentì vuoto: forse la povera donna non aveva denari per comprarne. Egli fremè ed uscì per riempirlo; ma per quanto vi si scervellasse quel contegno gli riesciva inesplicabile. Mise il caffè nella madia, e attese lungamente nella cucina, se la sentisse rientrare. Giorno per giorno l'Adelaide gli assumeva nella coscienza una grande dignità di carattere, e se al principio gli era stata simpatica per i modi aperti, adesso gli diventava rispettabile come una dama. Aveva maritato bene la figlia e non volendo esserle a carico, come diceva lei, s'ingegnava in mille lavori: non era più giovane, ma tuttavia abbastanza ben mantenuta per ispirare qualche cosa ad un uomo.
Chi sa se non c'era molto cuore sotto quelle sue bruscherie, e dentro quella sua vita troppo spalancata. Alle volte il lepre sta dove meno si pensa. D'altronde in quei cinque o sei mesi egli non aveva avuto a lagnarsi di lei, nè come donna, nè come massaia. La vivacità dei suoi discorsi rendeva anche più saporiti i pranzetti, che sapeva fare con sì poca spesa; e qui Bartolomeo, guardando la fiamminga della minestraasciutta, si ricordava il proprio piatto prediletto, recato da lei all'ultima perfezione, un ricordo di Napoli, dove il grande Bottesini lo aveva una sera invitato a cena. Erano maccheroni all'acciugata, che a Bologna avevan dovuto diventare vermicelli senza troppo scapitarne. Si rammentava come l'Adelaide li riserbasse per il venerdì, giorno nel quale, malgrado tutte le bravate, voleva assolutamente mangiare di magro; e soleva farli seguire da alcune cotolette di tonno alla graticola, un tonno, che pareva a quel modo tutt'altra cosa.
Ma l'Adelaide non si vide.
La sera Bodoni al caffè aveva due magnifiche fotografie della Patti, in costume di Violetta all'ultimo atto; e rammentandogli la famosa occhiata nel «Gran Dio, morir sì giovane», gliene volle regalare una. Il suo cuore si commosse nuovamente a quella povera immagine bianca, abbandonata sulla spalliera della poltrona.
— Sei ancora innamorato? — gli domandò Bodoni accarezzandosi la barbetta.
— Matto!
— Io incomincio ad innamorarmi adesso. La lontananza per i grandi artisti è come la morte per i grandi uomini: l'uomo scompare nel personaggio, i difetti sfumano e la fisonomia vigoreggia. La Patti! — seguitò con quell'entusiasmo, che faceva di lui una contraddizione così piena di sorprese — darei tutta la mia miserabile vita di suonatore per essere il suo amante solo una mezz'ora, e potermela stritolare sul petto come un istrumento, troppo buono per cederlo ad un altro. Guarda la bocca: t'immagini tu come debbano baciare queste labbra, che fanno delle note più dolci di tutti i baci?
E cedendo all'impeto riprese dalle mani di Bartolomeo la fotografia per baciarla.
— Bacia anche tu.
Bartolomeo non se lo fece ripetere due volte.
Poi Bodoni notò improvvisamente la sua tristezza e gliene chiese la causa con accento amichevole. Bartolomeo titubò, perchè da molti giorni soffriva un gran bisogno di sfogarsi, ma il carattere caustico dell'amico lo rattenne. Si fece più serio, intascò la fotografia, ravvoltolandola in un giornale, che Bodoni rubò tranquillamente al caffè, e cadde in un pesante silenzio. Quella vita cominciava a superare le sue forze. Poi, sentendoselo continuamente attribuire per malizia o per ischerzo, aveva finito col credersi davvero innamorato della Patti; e se non voleva convenirne, dipendeva dalla ripugnanza istintiva di ogni passione a mostrarsi apertamente. Ma questo culto ideale non bastava a sorreggerlo contro le difficoltà rinascenti delle giornate deserte e dei cattivi pranzi in trattoria. Invano nei momenti più difficili ricorreva all'occhiata del «Gran Dio, morir sì giovane», nella quale le loro anime, trasportate dalla medesima poesia, si erano sfiorate in un contatto fatale. Quello sguardo era stato per lui come una stretta di mano in un'ora di pericolo, una parola d'eguaglianza barattata in un momento d'ispirazione fuori delle differenze e delle contraddizioni del mondo.
Bodoni gli aveva spiegato in modo molto oscuro il contatto secreto degli spiriti sotto la pressione di un medesimo sentimento, ma egli non vi aveva capito se non che Bartolomeo solo e la Patti avevano cantato quel pezzo.
E gli bastava.
Tornando a casa Bartolomeo si andava tastandoin tasca la fotografia. Non sapeva ancora dove nasconderla, e provava già le trafitture voluttuose di un secreto pieno di pericoli. Passò per la cucina senza fermarsi, e si chiuse a chiave nella propria camera. L'indomani invece di andare da Bodoni, che si scordò l'appuntamento, dovette gironzolare per Bologna, comperò l'Illustrazione Italiana, che rappresentava la Patti nellaTraviataalla scena della borsa. Il quadretto gli parve un capolavoro, l'articolo, datato da Roma, carico di ironie per Niccolini, una vera indecenza. In fondo all'articolo si annunziava che la Patti partirebbe l'indomani per Madrid; ma egli non se ne fece caso, perchè la loro distanza non cresceva così e non scemava.
Invece passando dalBrunettiimparò che il teatro si sarebbe riaperto fra tre giorni, e questa notizia lo esilarò; fece la solita passeggiata ai giardini, vi si trattenne poco, rientrò in città sempre in preda alla solita inquietudine. A casa la cucina era vuota, il focolare freddo. Allora gli venne in mente il caffè, e andando alla madia guardò se l'Adelaide se ne fosse servita. Nulla: il vaso era intatto al posto dove l'aveva lasciato.
— È dunque una scommessa! Ma perchè — seguitò ad alta voce — mi fa la camera se non vuole saperne? — Così dicendo spinse la porta per constatare rabbiosamente come tutto fosse assettato; senonchè, appoggiata sulla cimasa del letto, sotto l'immagine della madonna di San Luca, la fotografia della Patti, che egli aveva studiosamente nascosta fra cinque o sei quaderni di musica, gettava un baleno nerognolo.
Bartolomeo cacciò un grido: era impossibile, l'Adelaide vinceva.
Da quattro o cinque giorni non l'aveva veduta.Come potesse vivere da se stessa, lavorando poco o punto ed essendo senza risparmi, Bartolomeo non lo capiva; giacchè, vissuto sempre celibe e non avendo conosciuto le donne che in certi momenti e da certi punti di vista, ignorava la loro scienza minuscola della vita, come esse, che dissipano così facilmente i milioni, riescano a campare senza stento con pochi centesimi. Gli venne persino in mente di osservare nella cucina e negli armadi se l'Adelaide non gli rubasse qualche cosa; non lo credeva, ma il dispetto di sentirsele inferiore era tale, che se ne sarebbe quasi compiaciuto. Contò i rami, andò all'armadio; fra le biancherie cercò subito l'involto, nel quale teneva le quattro posate d'argento comprate a peso da un amico orefice; esaminò la bica dei lenzuoli, sommò ad occhio i mantili e le tovaglie, senza osare di spostarli. Tutto gli parve a posto, allora arrossì. Perchè dunque l'Adelaide gli teneva il broncio? Si mise a riflettere sulla natura di lei; benchè non vi trovasse a ridire, n'era poco contento. Era una donna onesta, nel senso popolano della parola, che lasciava la roba a posto e non tirava a far sacchetto, sapeva cucinare e mandare innanzi una famiglia con poca spesa, ma in fondo a tutte queste belle qualità, egli sentiva un difetto, una certa freddezza di animo, una soverchia maturità di ragione, che gli faceva paura. L'Adelaide non aveva mai torto, non si stupiva di nulla. Spesso chiacchierando dopo cena col bicchiere in mano, lo aveva fatto precipitare di sorpresa in sorpresa colle sue massime sulla vita, di uno scetticismo pratico ben più tremendo di quello che affettava Bodoni. L'Adelaide gli voleva dunque bene? Abbandonata dalla figlia, sola nel mondo colla vecchiaia e la miseria dinanzi, forse gli si era affezionata per unaconformità di gusti e di destini; però, essendo ancora donna, aveva le gelosie del proprio sesso. Fra tutti quei pensieri decise di volere un secondo discorso con lei, e uscì di casa colla fotografia della Patti in tasca per andare a pranzo.
I vermicelli furono detestabili, le acciughe erano rancide, l'olio sapeva di muffa: perfino la pasta di Faenza, solita ad essere buona, non aveva retto alla cottura, e i vermicelli facevano, come suol dirsi, la colla. Nulla gli andava più per il verso: gli dettero delle seppie per calamaretti, ordinò un mezzetto di Chianti invece del solito vino romagnolo, e gli portarono del vino rosso bolognese, che è l'ultimo vino del mondo. A poco a poco la sua collera saliva. Nella sala molti mercanti di granaglie e di maiali facevano un chiasso indiavolato, bevendo e mangiando come tanti eroi di Omero; due orbini che vennero a suonare, e che essi accolsero colla vanteria crapulona dei mercanti, riempiendo loro il piattino di soldi ed offrendo loro da bere nei propri bicchieri, lo fecero quasi dare in escandescenza. Poi gli orbini non finivano più, le risa e le oscenità degli altri montavano di tono, quasi tutta quella gente aveva il cappello in testa e stava a tavola nelle più sguaiate attitudini, mentre egli per educazione, sebbene mezzo calvo, rimaneva a testa nuda. Non prese nemmeno la frutta e scappò. Gli era venuto un pensiero. Nella cucina, sotto la tavola, ci doveva essere un barilotto di vino di Castel San Pietro, ancora mezzo, da quando s'erano bisticciati coll'Adelaide: comprò una ciambella inzuccherata dal primo fornaio, e corse a casa per accendere il fuoco, e fumare nella pipa. Il barilotto era quasi vuoto: dunque l'Adelaide se n'era servita anche dopo? Questa debolezza lo rallegrò,ma nel cantone non c'era legna: si mise in veste da camera, si cavò le scarpe, accese la pipa e portando la bottiglia del vino sul focolare, si sedette sotto la cappa del camino come nell'inverno. Sulle prime tutte queste buone disposizioni non sortirono effetto, ma al quarto bicchiere la sua malinconia si rischiarò: fortunatamente la boccia di vetro bianco, dalla quale mesceva, era capace di due buoni litri. Egli si stese sul seggiolone di faggio, allungò i piedi sugli alari, e finita la ciambella che gli parve piccola, cominciò a soffiare nel fumo. A poco a poco diventava allegro. Le memorie della cucina gli calavano intorno dalle casseruole appese alle pareti, come da tanti quadri, dei quali la poca fiamma della candela non lasciasse distinguere le immagini: ed erano figure grasse, profumate di intingoli, con un riso giocondo sul volto, che tratto tratto si illuminava di un grande riverbero, quasi che il focolare fosse acceso. Di sotto alla tavola, dalla madia uscivano echi di vecchi discorsi, frammenti di scene casalinghe, quando collo stomaco pieno ed il cuore digiuno si era abbandonato alle piacenterie confidenziali della luna di miele coll'Adelaide. Dalla trave di mezzo penzolava ancora la canna, alla quale si erano dondolati tante volte i coteghini grassi, fra le ghirlande delle salciccie, mentre un prosciutto attaccato più in là, ad un gancio, aveva l'aria d'un violino. Egli stesso gli aveva trovata questa somiglianza e l'aveva mille volte ripetuta coll'Adelaide, quando giungendo a casa troppo presto se ne tagliava una fetta dicendo:
— Suono, eh!
E l'Adelaide sorrideva al suo bell'appetito di suonatore.
Poi il fumo alcoolico della pipa, giacchè da fumatorearrabbiato vi fumava dei mozziconi di sigaro lavati nel rhum, avvolgeva quelle figure paffute e rossiccie in una nuvola aromatica. Mezzo coricato sul seggiolone, la pipa sul petto, respirava lentamente, operazione che aveva la voluttà di tutti i giuochi automatici e nella quale si sarebbe addormentato, se la necessità di tenere la cannuccia fra i denti non lo avesse tenuto desto; tornò a bere. Ma l'ebbrezza del vino, più calda di quella del fumo, gli accese i sensi già vellicati. Ad un tratto la cucina rischiarata a stento dalla candela di sego sopra la tavola, allargandosi in un incendio di luce, divenne un teatro gremito di spettatori; il focolare era il palcoscenico, lo sfondo giù ai lati l'apertura delle quinte dove formicolava la popolazione misteriosa dei teatri. Lo spettacolo era abbagliante. Un'oppressione voluttuosa pesava nell'aria facendo battere tutte le palpebre e aprire tutte le bocche. E una figura patetica di donna, moribonda bellezza di martire, alla quale la morte aggiungeva una bellezza di più, taceva in mezzo a quell'aureola, sopra a quel silenzio angosciato di tutti. Una storia indicibile di dolori era scritta sul suo volto, una memoria d'amore le impallidiva sulla fronte. Poi senza scomporsi, come se non ne avesse avuto la forza, cominciava a cantare, calando un lungo sguardo verso di lui.
Ma in quella l'Adelaide, non sospettandolo in casa, rientrava per la porta della cucina. Aveva il solito impenetrabile di Casimiro grigio, il cappello scuro con una vecchia penna di struzzo colorata di rosso. La sua figura atticciata diventava tozza sotto l'ombra di quelle grandi ali. Sembrava aver fretta, ma vedendolo si arrestò. La candela del tavolo non illuminava abbastanza bene la scena, perchè ella potessevedere subito la boccia, ed il bicchiere sopra lo sgabello del focolare. Nullameno finì per accorgersene.
— Oh! — esclamò Bartolomeo rimettendosi a sedere sul seggiolone.
— Scusate se vi disturbo — rispose con accento secco, che finì di svegliarlo, andando verso la madia per accendervi una candela e ritirarsi. Bartolomeo accennò di scendere.
— Non v'incomodate, ho già fatto: vi lascio in libertà — seguitò con intenzione evidente.
— Non potete fermarvi un pochino!
— A far che?
Bartolomeo avrebbe voluto calar giù, ma temendo di farlo male per il vino, che cominciava a pesargli sullo stomaco, rimase sotto l'ombra del camino, che ingrossava singolarmente la sua figura già grossa. Tutti i proponimenti del giorno gli si affollarono nella memoria.
— Aspettate: oh! ecco: sentite.
— Cosa?
— Ve l'ho pur detto, io non ci capisco nulla.
— Nemmeno io.
— Allora?
— Cosa volete dire?
Bartolomeo s'incagliò ancora: ella ripetè l'atto di andarsene.
— Io sono sempre quello stesso — disse finalmente con un immenso sforzo, e un sospiro di soddisfazione.
Ella finse di non comprendere.
— Volete far la pace?
— Sentiamo: condizioni e patti!
— Ah! — fece Bartolomeo.
— Scusate; questo nome vi dà fastidio?
Egli s'imbrogliò nuovamente, ma per una di quelle scappate, che non vengono se non agl'ingenui in certi momenti:
— Cosa avete fatto tutti questi giorni? — prosegui.
La domanda era così imprevista che ella stessa titubò.
— Ho lavorato.
Bartolomeo comprese la portata di quella parola, e si arrestò. Malgrado tutta la buona volontà non trovava modo di venire ad una spiegazione, parendogli di aver egli tutti i torti e nel sentimento della vergogna sentendosi crescere ancora l'imbarazzo. Un sospiro leggiero, che l'altra colse benissimo, gli uscì dalla bocca.
— Buona notte! — ella disse questa volta incamminandosi.
— Ma è dunque molto tardi?
— Non saranno nemmeno le nove.
— È presto.
— Buona notte!
— Buona notte! — rispose Bartolomeo con voce, nella quale l'umiltà dell'accento faceva sentire la malinconia di una preghiera.
Ella entrò nella propria stanza, e l'altro, appena scomparsa, fece un gesto violento contro se medesimo quasi per darsi un pugno.
— Bamboccio!
Quella fu la sua sera peggiore. Per uscire di casa avrebbe dovuto rivestirsi, rimettersi le scarpe, riannodarsi il fazzoletto, tutta una farragine d'incomodi, dei quali ognuno aveva in quel momento l'intensità di un supplizio. Poi non sapeva, una volta fuori, dovedare del capo. Ma rimanere in casa, solo in cucina, coll'Adelaide di là, che lo sentirebbe andarsi a letto così presto, era impossibile. Tentennò lungo tempo in preda ad una collera, che cresceva di minuto in minuto, coi ricordi di tutte le contrarietà toccategli nella giornata e le difficoltà di una soluzione altrettanto inevitabile che impossibile.
Nei giorni seguenti cadde in una tetra malinconia, dalla quale non uscì nemmeno a teatro.
L'oscurità, che l'aveva protetto contro i pericoli del mondo permettendogli di vegetare prosperamente all'ombra come una pianta grassa, gli diventava una tenebra di prigione, fuori della quale il paesaggio ardente della vita spiegava la pompa delle sue decorazioni. Tutti erano felici intorno a lui, il giorno si occupavano dei propri affari, la sera andavano a teatro per divertirsi, mentre egli, accasciato tutto il giorno sotto l'incubo di se medesimo, doveva venirvi per diventare parte inavvertita del loro divertimento. Almeno la Patti aveva diecimila franchi ogni sera senz'essere schiava del pubblico. AlBrunettidue settimane dopo ognuno parlava ancora di lei, che era in Ispagna e faceva delirare quel popolo, ancora abbastanza romano per preferire l'orgoglio a tutte le virtù e il sangue a tutti i piaceri.
E allora si obliava nei sogni della Spagna, che non conosceva nemmeno per lettera, alla quale non attribuiva nè gli aranci, nè le palme, nè i costumi ancora medioevali, nè le architetture moresche capricciose come le sue colline e trasparenti come le sue nuvole. Però in fondo ad ogni sogno trovava sempre una tristezza più cupa, simile alla tenebra di una lanterna magica, che pare più densa quando l'apparizione è svanita. Il giorno non andava piùai giardini pubblici, che la esultanza di primavera gli rendeva odiosi, ma girellava per la città come tutti i vagabondi, che cercano d'ammazzare il tempo e invece soccombono sotto di lui. E poco a poco si scordava della Patti e dell'Adelaide, le due cause della sua infelicità, per non sentire che il proprio malessere, una stanchezza morale, che gli dava l'uggia di ogni persona, un esaurimento fisico, che gli dava la nausea di ogni cosa. Trascorse ancora una settimana. Il suo aspetto cominciava ad intristire, le borse sotto gli occhi gli si erano ingrossate, perfino il suo bell'appetito, l'amico fedele di tutta la vita, stava per abbandonarlo. Allora per disperazione cominciò ad alzarsi più tardi e a coricarsi più presto: aveva fatto una specie di raccolta di tutti i giornali, che parlavano della Patti, e li andava rileggendo. Qualche mattino mancò alla colazione del caffè, dove i soliti avventori si fecero caso della sua assenza; a pranzo non andò più alla trattoria, che aveva scelto dopo il disastro domestico, e si abbandonò alla ventura per l'izza di dover parlare col cameriere, o di incontrarsi con persone conosciute. Anche Bodoni, cui prediligeva sopra tutti, gli era divenuto insoffribile; mentre una delle sue ultime parole di quella sera alla bottiglieria gli era rimasta confitta nella memoria come un chiodo arroventato.
— Ella ti avrà reso miserabile per sempre!
Era un venerdì di primavera, era piovuto tutto il mattino, poi aveva soffiato un vento freddo senza spazzar via le nuvole. Il cielo era torbido, la città pareva bigia. Bartolomeo era uscito. Fosse il tempo o altro, si sentiva anche più triste; da due giorni non aveva quasi mangiato, aveva fatto un giro per il Pavaglione, era entrato macchinalmente in S. Petronio,poi era tornato a casa, sorpreso da un freddo, che in quello scoraggiamento prese per un sintomo di malattia. Si sdraiò sulla vecchia poltrona, affagottato dentro un paltò d'inverno, lasciando errare gli occhi sui tetti vicini, pei quali i passeri pigolavano lamentevolmente. Il sentimento della morte lo invadeva. La sua camera poco allegra per la qualità dell'arredo e il colore della luce gli ricordò quella dellaTraviataall'ultimo atto; proprio in quel momento tornava a piovere. Le percosse dell'acqua contro i vetri lo fecero fremere di terrore, poi abbassò la testa come un malato, e chiuse gli occhi. Il Bartolomeo di una volta era morto.
Ma la porta della camera si aperse con fracasso, e l'Adelaide entrò rossa come un gambero. Aveva un giornale in mano.
— Leggi — esclamò dandogli del tu per la prima volta dopo la rottura.
Egli si destò di soprassalto, ma l'altra non badando alla prostrazione del suo aspetto, cogli occhi sfolgoranti di disprezzo:
— Ah! tu non ne saresti capace. Te lo leggo io; sta attento, come tratta in Spagna la tua Patti; — e senza dargli tempo nè di rispondere, nè di capire, con voce concitata, che la passione di quel momento aguzzava come un pugnale, spuntandolo tratto tratto ad una frase, gli lesse un articolo riportato da un giornale di Madrid. Con stile vivace, pieno di reticenze insidiose e di approvazioni ironiche si narrava come re Alfonso si fosse invaghito della Diva e per non imbarazzarsi con Niccolini, diventato geloso fuori di tempo, gli avesse fatto bere d'accordo con lei un narcotico a cena. Niccolini si era addormentato, ma o la dose fosse troppo lieve, o essi profittandonesubito facessero troppo rumore, si era svegliato prima. Allora il re aveva sorriso e se ne era andato; Niccolini era rimasto e aveva bastonato la Diva. Forse questa era una storia di giornale, ma l'Adelaide lo credeva, e:
— Tieni — fe' lanciandogli il giornale sul ventre — te lo diceva pure: è una... e si fermò meravigliata della faccia di Bartolomeo, che ella credeva allibito. Era quasi ilare.
— Ma tu! — esclamò.
Egli si levò in piedi. La pioggia scrosciava ancora nei vetri, il cielo si era fatto più buio, e nullameno egli riacquistava il bel colore d'una volta.
— Non eri dunque innamorato tu, che hai fatto tanto?
Bartolomeo ebbe un gesto di stupore, che voleva dire:
— Puoi crederlo?!
— Però confessalo, se non fosse stato così...
— Sei tu, che lo hai detto.
Rimasero incerti tutti e due, ella collo sguardo ardente, egli quasi curioso. Per un momento si studiarono.
— Ma se è brutta!... — ella proseguì esaminandolo; Bartolomeo non si mosse.
Allora Adelaide ebbe come un gesto di dispetto contro se stessa nello sforzo di cercare inutilmente una spiegazione, e ripetè più forte:
— Che cos'era dunque? Tutti impazziscono per questa donna, che pare un'acciuga.
Bartolomeo ebbe un lampo.
— Oggi è venerdì.
Ella comprese, egli titubò.
— Se potessi credere...
— Li faresti?... i vermicelli all'acciugata...
— Forse...
— Te lo dirò io — esclamò con un sorriso che gli morì nullameno in un sospiro: era, ecco...
E non trovò altro.
Tre mesi dopo Bodoni, incontrando Bartolomeo al caffè del Corso, gli correva incontro col suo riso sinistro sulle labbra.
— È proprio vero che hai sposato la grossa Adelaide?
Bartolomeo chinò la testa.
Bodoni si arrestò, poi dardeggiandogli un'occhiata in faccia:
— Ti piace la trippa?
— No — rispose ingenuamente Bartolomeo.
— Avrai una vecchiaia infelice.