VIOLONCELLO

VIOLONCELLOLa casa era nel fondo di una strada umida e buia, a cul di sacco: aveva tre piani e due finestre cogli scuri verdi ad un battente solo. Nè di giorno nè di notte la strada s'illuminava mai di un bel raggio; il sole vi passava al disopra, la luna vi si ratteneva sull'orlo dei tetti, come respinta dal tanfo grasso che ne saliva, mentre l'ombra addensata da tutti quegli sfondi sembrava piena di agguati e di abbandoni. Era d'estate. Le case purulente di quella muffa, che pare una malattia vergognosa dei muri, e non si trova quasi mai nelle campagne, dove il sole e l'aria mantengono in ogni miseria una certa quantità di salute, erano piuttosto alte. Le finestre, abbandonate penzoloni sui gangheri in attitudini patibolari, non si chiudevano nemmeno di notte, forse perchè l'aspetto esterno delle case tradiva fin troppo l'aspetto interno delle famiglie, e il pudore se n'era da gran tempo involato coll'anima di tante speranze morte e le visioni di tanti desiderii vivi. Dalle soglie logore dall'uso e calcinate dal fango un'ombra greve irrompeva fino al rigagnolo della strada, dando quasi quasi la medesima tinta scura ai sassi, sui quali passavano pur tuttavia i riverberi indeboliti del giorno e i passi di tutta la gente. Le case si rassomigliavanotutte; appena qualcuna di un piano solo e coll'impanata invece dei vetri, pareva un abituro campestre. Difatti in quel quartiere, egualmente separato dalla città e dalla campagna, v'era uno strano miscuglio di persone e di mestieri; un'agglomerazione di braccianti e di operai, che non dovevano nemmeno riconoscersi fra loro. La strada si vuotava rapidamente al mattino, e si riempiva lentamente la sera. Nel giorno qualche donna in ciabatte la traversava o la percorreva: qualche vecchio passava adagio e si allontanava come una miseria, che non sa più dove andare e vagola ancora per poco. Fiacchieri e biroccie non arrivavano mai sino in fondo al muraglione, che la chiudeva. La strada non aveva chiesa. Ma il rigagnolo, nel quale sovrannuotavano immondizie di ogni sorta, esalava fetidi vapori, specialmente se il tempo si mettesse alla pioggia, o il lungo sereno fosse arrivato al secco. Allora diventava una fila di pozzanghere, alimentate giornalmente dall'acqua delle finestre, che lasciavano nelle ineguaglianze del ciottolato una poltiglia nerastra, piena di bave e di fili, di insetti e di residui. E la notte, alla luce dei fanali, da quelle pozzanghere invisibili prorompevano bagliori metallici, mentre certe masse chimeriche, attirate e respinte dai lampioni, riempivano tratto tratto la strada. E su dai sassi della strada, fuori delle porte, giù dalle finestre, per tutta la tenebra della sua lunghezza venivano un tanfo umidiccio e viscoso, un silenzio morbido, nel quale s'affondavano le case coi loro abitatori ignoti, sino al muraglione, che la separava prudentemente da tutto il resto del mondo.Era già notte. Un ragazzo si arrestò un istante alla vetrina del caffè, dalla quale usciva un inquietorumorio di istrumenti; parve indeciso, si trattenne, e, come per sottrarsi ad una tentazione troppo forte, se ne spiccò con un salto. Sempre lungheggiando i muri arrivò senza incontrare anima viva alla penultima casa, ne infilò la porta aperta, bussò nell'uscio di faccia, all'ultimo piano. Una donna gli aperse.— Hai fatto tardi! — gli disse, guardandolo amorosamente con voce di strana dolcezza — dove ti sei fermato?Intanto egli si era cavato il berretto, avvicinandosi al tavolo, dove la donna cuciva a macchina. Il lume a petrolio riparato da un cappello bucherato, di carta verde, gli illuminava la faccia incorniciata da una magnifica capigliatura bionda, tutta a ricci. Egli stette così, come dubitando di dire qualche cosa, poi la donna gli alzò gli occhi in volto con muta interrogazione.— Hai fame?— Adesso poi: sono stato a teatro.La notizia parve così stravagante, che la donna si voltò di soprassalto.— A teatro — seguitò il ragazzo ridendo —; ecco, dietro il vicolo, ma si sentiva lo stesso. Non vi era nessuno: si sentiva come di dentro, l'orchestra, i cori, poi di quando in quando la voce della donna. Come dev'essere bello il teatro! facevano la Norma.E il ragazzo sospirò. Quindi la donna si alzò per servirgli da cena ripetendogli:— Hai fame?— Sì.Il ragazzo aveva forse tredici anni, era alto e magro. Benchè non ancora formato e vestito miseramente, la finezza della pelle e la delicatezza dei lineamenti lo rendevano già singolarmente bello. Dueocchi bianchi, ma enormi, colle palpebre molto lunghe, gli illuminavano la faccia tinta del più soave incarnato, con una bocca fresca e un mento piccino come quello di una donna. Nei capelli arruffati gli si riconosceva ancora la discriminatura, che forse quella donna gli faceva ogni mattina, ricacciandogli i ricci dietro le orecchie rosee dagli orli ribattuti. Era vestito di una giacca logora al bavero ed alle orlature, di un paio di calzoni più chiari della giacca, e di un corpetto a maglia, quantunque la stagione cominciasse già a farsi tiepida; ma il ragazzo era freddoloso, e si lasciava volentieri ovattare coll'egoismo minuscolo dei fanciulli troppo amati. A vederlo non si sarebbe creduto un popolano, o almeno non lo era che alle estremità; le mani troppo grosse per i polsi, colle dita schiacciate e le nocche salienti, e i piedi, che s'indovinavano male sotto la rozza calzatura. Ma la sua bocca aveva una dolcezza quasi ancora da bambino, mentre la parte superiore del viso era già di uomo. Qualche cosa gli dilatava gli occhi e la fronte alta, sporgendo sull'arco delle sopracciglia, ed era come una luce incalorita dai riverberi dei capelli, più fini della seta, e di un biondo così puro che avrebbero fatto invidia ad una polacca. Poi la donna lo chiamò nell'altra camera. La cena era già pronta sopra un tavolino, con un tovagliolo e pochi piatti; egli sedette, mangiò di buona voglia, rispondendo a monosillabi, mentre ella lo sorvegliava amorosamente assaporandogli sul volto la gioia sensuale di ogni boccone.D'improvviso egli scappò a dire:— Cosa siamo dunque noi al mondo?— Siamo i poveri.— Siamo gli ultimi!— Non si è mai l'ultimo, perchè dopo i poveri ci sono i malati, dopo i malati ci sono i morti.La donna era giovane. Un erpete rosso-cupo le deturpava il sorriso della bocca rischiarato da due grandi occhi pieni del lume placido di una lampada. Non aveva altro; il resto della fisonomia sarebbe stato ripugnante senza quella espressione di profonda tenerezza e di mite rassegnazione. I capelli pettinati con estrema cura e coronati da un vecchio nastro di velluto nero le lasciavano già trasparire la cute biancastra: le spalle le sporgevano in arco, mentre il petto le rientrava con una pietà malaticcia sotto quel corsetto di flanella a scacchi rossi e nerognoli. Era una povera figura colle mani rachitiche e il collo grinzoso, nel quale un buon osservatore avrebbe distinto il battito pericoloso di una vena: non aveva forse ventott'anni, era secca, scarna, cogli occhi troppo belli e la voce troppo dolce, sebbene appannata da un'invincibile reuma di petto, che era forse una bronchite. Aveva lo sguardo estatico e la parola lenta; ma ogni qualvolta egli le cacciava nelle pupille il razzo bianco dei propri occhi, o la ravvolgeva nel turbine caldo e romoroso di una scappata, lo sguardo le si velava come per resistere al penetrante prestigio di quel ragazzo, che oramai cominciava a non esserlo più. Allora il suo viso storto a sinistra si illuminava di un intimo sorriso; ella si rigettava adagio sulla spalliera bianca della sedia, una mano sul tavolo, la testa sopra una spalla, e sospirava.Ma la cena era finita; ella s'alzò, ripiegò il tovagliuolo, rimise i piatti nella madia, soffiò via le ultime briciole dal tavolino, mentre Giorgio si alzava stirandosi le membra come un gattino.— Tu hai sonno questa sera — ella disse guardandogli negli occhi —. Se domani mattina ti alzi mezz'ora prima a studiare, ti lascio andare a letto.Giorgio non se lo fece dire due volte. Il letto era nella cucina, in un angolo, un letticciuolo di legno con una coperta fiorata di percalle, e un piumino rosso sui piedi a fioretti trapunti. Aveva un comodino di fianco, una madonna coll'ulivo benedetto al disopra. Nell'altra parete la tafferia calata faceva da seconda tavola; c'era una piccola madia in un cantone, la scaffa nell'altro con sopra la rastrelliera dei piatti. Alcune casseruole di rame sospese alla cappa del focolare gli davano una qualche speranza di cucina; un tavolinetto esagono nel mezzo serviva a tutti gli usi. E con tutto ciò quella cucina era un modello di mondezza. Il ragazzo si spogliò in un batter d'occhio, gittando uno ad uno i panni sul letto, finchè rimase in camicia colle scarpe: se le trasse, lesto, senza usare le mani, e prima che la donna, occupata a comporre gli abiti sopra una sedia, avesse il tempo di fare la piega, era già sotto le lenzuola. Vi si agitò qualche minuto coi brividi del freddo, raggomitolandosi, la testa affondata nel cuscino, e chiuse gli occhi. La donna gli rimboccò la coperta sotto il materasso, gli accomodò e gli distese la piega del lenzuolo con compiacenza prolungata, senza che egli sembrasse nemmeno accorgersene; poi il ragazzo spalancò improvvisamente gli occhi, ed allungò le labbra. Ella si chinò, ricevette il suo bacio sulla fronte, glielo rese, lo contemplò un'ultima volta e: — Dormi — disse.Egli si strinse nelle spalle, e l'altra uscì tirandosi dietro la porta.Quell'altra camera piccola e bianca, con un lettino, un armadio, un tavolo per la macchina da cucire, era la sua: aveva una sola finestra colle tende, il pavimento rotto. Posò il lume sul tavolo, e si sedette guardando l'uscio della cucina per aspettare che Giorgio si addormentasse.Allora il suo volto perdette la dolcezza di poco dianzi, e una contrazione penosa le stirò gli occhi senza poterne trarre una lagrima. Forse una mezz'ora passò così, poi si levò col viso sempre egualmente triste, ed, aprendo adagio adagio l'uscio della cucina, ascoltò. Un raggio del lume, filtrando per la porta, le mostrò Giorgio nella stessa posizione, colla testa mezzo nascosta fra il cuscino ed il lenzuolo. Lo sentiva respirare. Allora s'inoltrò sulla punta dei piedi fino al capezzale, e stette contemplandolo nella tenebra. Ma lo vedeva come in un raggio di sole, coi capelli biondi pieni di sorrisi, gli occhi bianchi come due fiori animati, il viso dolce ed aristocratico, che faceva spesso soffermare i passanti la domenica quando uscivano insieme a spasso: un viso di fanciullo e di giovinetto, lucente di poesia e di avvenire; lo vedeva dormire sul lettino sotto i propri occhi, in una posa di uccellino, respirando un alito soave, riposando, sognando, calmo e felice sotto la sua protezione invisibile e senza sentirla.— Se morissi troppo presto — mormorò piangendo finalmente una lagrima, e piegandosi a sfiorargli i capelli: ma un pensiero anche più angoscioso gliela abbruciò istantaneamente, e stringendosi con una mano la fronte, mentre si rialzava quasi con un senso di ripugnanza sdegnosa:— Anche tu! anche tu! morirò magari troppo tardi... povera Anna!Quindi tornò al lavoro. Anna era una ragazza abbandonata nel mondo. Aveva appena conosciuta la madre, e il padre le era morto da molti anni lontano, a Nizza, dove suonava il violoncello nel teatro comunale. Ella aveva ricevuta la notizia quasi senza piangere, perchè il padre, o per la professione, o per abitudini malsane di vita, non si era mai occupato di lei: ella aveva imparato il mestiere della sarta, e ne viveva mediocremente. Cresciuta sola, coll'anima troppo bella, e il corpo troppo brutto, era diventata misantropa per eccessiva tenerezza; e poichè i rudi e immondi contatti della società la disgustavano, a poco a poco rinunciò a fare da sarta, prese la clientela di un grande magazzino da biancheria, e cucì a macchina. Così non usciva quasi mai di casa: andava a prendere il lavoro, e lo riportava, guadagnava poco e faceva dei risparmi. E perduta nel fondo della propria miseria fisica e sociale, senza guardarsi dintorno per non desiderare quello che non potrebbe avere, si era come rassegnata al proprio destino. Era così. Fuori il mondo aveva delle città e delle campagne, i monti ed il mare, i fiori e gli uccelli, l'amore ed il lusso: vi erano dei signori in carrozza e dei mendicanti senza scarpe, tutta la vita e tutta la natura; ma era fuori, lontano. Ella non guardava e non ascoltava, giacchè nelle sue poche intimità col mondo ne aveva preso fin troppo disgusto. Poi aveva poca salute, una sensibilità così tarda e squisita, che nel mondo non avrebbe potuto vivere; ma sola nella propria camera, colla macchina, senza un vaso sulla finestra, nè un uccellino in gabbia, lavorando tutto il giorno, e coricandosi stanca, era quasi contenta. Non aveva nè rammarichi nè speranze, non pensava nè agli uomininè a Dio, simile ad un fiore non sbocciato per alcuno in un angolo ignorato, con una tinta troppo pallida per essere mai scoperto, o un sapore troppo recondito per attirare gl'insetti vagabondi.Una volta si era ammalata, e non aveva chiamato il medico: la febbre le era durata molti giorni, e quindi più nulla.Nella casa non aveva relazioni, si faceva la propria cucina, e dava il resto del pranzo ad una vecchia, che veniva una mezz'ora tutte le mattine a tirarle l'acqua e a farle i più grossi servigi. La vecchia era golosa, e si ubbriacava spesso, ma Anna non se ne curava; e d'altronde le parlava pochissimo. I risparmi li portava ogni tre mesi alla cassa, e sommavano già a qualche centinaio di franchi. Quando non lavorava leggeva; ma invece di leggere dei romanzi come tutte le sue pari, preferiva i viaggi, come un'occhiata gettata distrattamente al di fuori, così da lontano, che lo spettacolo perdeva le tentazioni. E a forza di togliere ogni rapporto ed ogni ideale alla propria vita se la era resa più leggiera: infatti non aveva durata. I giorni potevano essere dieci come mille; essa non li guardava venire, giacchè non le avrebbero apportato nulla; non si voltava a vederli passare, perchè non le avevano portato via nulla. Abitava ad una finestra, dove il sole non veniva quasi mai, in una strada senza sfondo, in un quartiere dove nessuno la conosceva, e nessuno passava.E a poco a poco si era fatta pigra, si alzava più tardi la mattina, si coricava più presto la sera, viveva di latte e di erbaggi. Un giorno ebbe l'idea di comperarsi una macchina da caffè, ed ebbe un vizio: il caffè col latte a colazione, a pranzo, e a cena.Un altro giorno, tornando dal magazzino, la vita, che aveva evitato così bene fino allora, la investì e la sopraffece. Un giovane l'aveva guardata e l'aveva seguita: poi un'altra volta la fermò addirittura; era molto bello, abbastanza ben vestito. Allora in lei accadde un rivolgimento profondo e terribile: da tutte le fibre del cuore le irruppero i sentimenti dell'amore, in tutti i muscoli del corpo le palpitarono i fremiti della giovinezza; si sentì sollevata a tutte le altezze, gittata a tutti i venti, immersa in tutti i raggi; fu come se una goccia sopra un sassolino della spiaggia fosse ripresa dal mare, e partecipasse istantaneamente alla immensità della sua estensione, a tutte le vibrazioni della sua eterna mobilità.Poi lo sbalzo di un'onda ricacciò ancora la goccia sopra un sassolino della spiaggia. Il giovane l'aveva amata due mesi per mangiarle quei risparmi, e l'aveva bastonata prima di abbandonarla.E strano, ella riprese il proprio equilibrio. Ma un nuovo bisogno, che passandole attraverso come una tradizione le si prolungava davanti indefinitamente, la tolse alla solitudine di prima: il mondo afferrandola e ballottandola crudelmente per un attimo l'aveva buttata alla natura, la quale s'impossessa di tutto e non cede nulla. Anna aveva abortito dopo quattro mesi dall'abbandono; e la maternità, destandole l'amore nella coscienza, l'aveva come rimessa nel quadro della creazione. Allora invece di ritirarsi dal mondo, vi ritornò con un'altra necessità di parlare e di sentirsi rispondere, di essere buona ella che non era mai stata cattiva, di essere madre ella, che non poteva essere donna.Il suo amore si era dissipato come uno di quei temporali, che intristendo all'alba cielo e terra, sirisolvono in uno scoppio, dopo il quale il sole sfolgora e gli uccelli cantano. Finalmente viveva.Quell'uomo non lo vide più. Invece contrasse qualche amicizia, e il suo dramma essendo rimasto ignorato, il suo ingresso nel mondo potè essere senza scandalo.In quell'anno conobbe la mamma di Giorgio, giovane ancora, inferma, e sempre nei rimpianti del proprio passato di mezza signora, perduto dietro un uomo, che l'aveva amata tirandosela dietro nella miseria. Poi egli ne era morto, estenuato dal lavoro e dai rimbrotti. Giorgio, bello come un serafino, non bastava al cuore di quella donna ammalata di egoismo; la quale sentendosi peggiorare, volle essere portata al nuovo ospedale, dove la raccomandazione di una signora le aveva fatto sperare un'assistenza piena di distinzione. E là era morta. Anna aveva adottato Giorgio. Quindi cominciò per entrambi una nuova vita. Ella gli aveva fatto un letticciuolo nella cucina, ed un immenso posto nella propria anima. Tutti i rumori folli e le compiacenze chiacchierine della maternità invasero la casetta: due o tre vasi di fiori vennero sul davanzale della finestra, un canarino vi portò la propria gaiezza di bel forestiero, colle piume dorate da un sole più caldo, e il canto appreso da una primavera più bella della nostra: un gatto vi aggiunse un'altra fanciullezza coi giuochi acrobatici e le malvagità carezzevoli. Il deserto fu popolato, la famiglia composta. La domenica, quando uscivano a spasso, la gente si fermava ad ammirare quel bel bambino e quella buona donna, accompagnandoli con un sorriso pieno di benevolenza: fuori per la campagna la natura era una festa. Quell'immenso verde li accoglieva da ogni parte, il cieloaveva delle trepidazioni di lago, il vento delle ondate di profumi; poi, quando ritornavano a casa per la strada umida e buia, il canarino lanciava dei razzi scoppiettanti di note, e il gatto trovava delle parole rauche di gioia, mentre i fiori sulla finestra sembravano pieni di una curiosità affettuosa per i fratelli lontani lungo i margini dei fossi e fra gli spini delle siepi.I primi anni passarono così. Giorgio andava alla maestra, Anna lavorava più di prima, facendo egualmente qualche risparmio, perchè fra tutti quattro, col canarino e col gatto, un po' di riso e di latte, qualche frutto e qualche erba bastavano a nutrirli.Poi Giorgio si rivelò.Ella lo aveva collocato presso un sarto come garzone, dicendogli per incoraggiarlo che così potrebb'essere ben vestito; ma il ragazzo annoiato mortalmente della bottega, dove lo strapazzavano troppo spesso, perdeva le lunghe mezz'ore per istrada ascoltando gli organetti, o dietro un gruppo di suonatori ambulanti. Quindi guardava con ammirazione i loro vecchi istrumenti pieni di gobbe e di malattie: le trombe avevano delle raucedini da invalidi, i clarinetti delle gutturalità cavernose, i violini mettevano degli stridori spasmodici; ma da tutti quei corpi infermi prorompeva una musica chiassosa, una foga di ballo, nella quale la canzone dell'amore tradito metteva a quando a quando un sentimento di malinconia, una soavità sensuale di martirio. E le faccie riarse dei suonatori, sotto i capelli unti e scoloriti dal sole delle grandi strade, avevano un'indifferenza gioconda di chi non serve a nulla e non appartiene a nessuno; una esultanza di festa inesauribile, offerta a tutti, accettata da pochi e nullameno pagatacon una elemosina universale. Non erano quasi mai più di tre, qualche rara volta con una donna, più spesso con un ragazzo. Allora Giorgio stentava a frenarsi, e, mentre quegli andava in giro col cappello, invece di buttargli un soldo, che non aveva, si sentiva tentato di dirgli:— Vengo con te?Ma i ragazzi avevano tutti un'attitudine stanca, una fisonomia triste, che lo facevano pensare.E allora in casa cominciò a suonare.Il primo strumento fu un pettine dentro un foglio di carta, poichè gli organini di latta, a rucchette, costavano fino a dieci soldi, e lasciavano tutte le voci alzarsi insieme ronzando. Il pettine invece bastò per qualche tempo. Era una musica fra il suono ed il canto, che frantumandosi fra quei denti come fra le corde di un'arpa, si ripercuoteva nella carta dando già un suono metallico, una diffusione cristallina alla sua voce. Egli vi ripetè quanto udiva per strada con entusiasmo di fanciullo e di principiante; ma sopra tutto furono canzoni d'amore dalla cantilena dolce e le cadenze affaticate, nelle quali moriva qualche cosa che avrebbe dovuto vivere, sospirava qualche cosa che non aveva potuto respirare.La mattina presto e la sera dopo pranzo la musica non cessava mai; una ad una tutte le suonate della strada dovevano passare dentro quel pettine e svolazzare nella camera con uno starnazzo infernale, mentre la macchina seguitava a cucire col suo fracasso di telaio, e l'Anna, emaciata dal lavoro, si curvava sulla tela nell'ombra del paralume.Ma neanche questo durò. Il pettine, che l'accompagnava in tasca dappertutto, un bel giorno fu abbandonato per lo scacciapensieri, uno strumento, chepar fatto di uno scorpione, ed ha il ronzio di un'ape. Egli vi si perfezionò rapidamente, poi lo smise per la piva, e giunse non si sa come a possedere un organetto col mantice a pezze e le note raffreddate. Allora gli parve di entrare per davvero nell'arte. Non era più la sua voce incanalata o battuta in un arnese qualunque, una specie di soliloquio, nel quale prevedeva e sapeva già tutto; ma un dialogo vero, dove le risposte dell'organetto avevano una varietà piena di ribellioni e di misteri. Bisognava cercare le note una a una, raggrupparle sotto uno sforzo della volontà, nella forma di un pensiero. La lotta era accanita. L'orecchio, che aveva ritenuto e come contrassegnato tutti i suoni di una canzone, al primo accento di un tasto trovava la traccia della nota vera; e quindi principiava come una caccia. Le mani correvano febbrilmente sulla tastiera, le note vibravano inabissandosi dentro la cavità misteriosa del mantice, ma un dito le afferrava, l'orecchio le ormeggiava, il pensiero tagliava loro la strada, e le ricacciava su, in frotte, sotto i tasti, facendole passare per le feritoie, quasi nel dolore di una stretta, nella foga di una carica.Se non che le note erano poche, e la canzone, così aitante per strada, usciva storpia dall'organetto. E l'Anna cominciava a protestare. L'organetto con tutti quegli stridori di chiavistello diventava a volta a volta così straziante, che ci voleva tutto quell'affetto tiranno pei bambini e l'amabilità di Giorgio, perchè ella si frenasse nella voglia di scaraventarglielo fuori dalla finestra. Ma il ragazzo fingeva di non accorgersene, o se la irritazione di lei giungeva al colmo, si alzava, e, abbracciandole il collo, le dava un gran bacio negli occhi.— Ma vuoi dunque diventare un suonatore?— Sì — aveva risposto colla fronte aggrottata sul cattivo istrumento.Ma dopo alquanti giorni l'Anna si stizzì davvero. Giorgio era venuto a casa con un violoncello da contadino, comprato per quattro lire in una cocomeraia. Il ragazzo era talmente sudato, che ella ne tremò. Giorgio non rispondeva, posò per terra l'istrumento più grande di lui, e, appoggiando le spalle alla tastiera per sostenerlo, si volse finalmente. Aveva tutte le scarpe infangate, la giacca spaccata sotto le ascelle; ma una speranza indefinibile, un orgoglio di prima conquista gli raggiavano sulla fronte.Questa volta Anna fu violenta.— Chi ti ha dato i quattro franchi? — proruppe dopo un gran fracasso di parole e di minacce.— Beppe; ma gli ho detto che gli lascio le mie due settimane.— E tu come farai a mangiare?Giorgio, che aveva resistito fino allora, riparando il violoncello col proprio corpo, a questa ultima osservazione si sentì vacillare, ed abbassò la testa.— Non sai che bisogna guadagnarsi il pane? — ella ripetè coll'accento duro della povera gente.Ma il volto dianzi così animato di Giorgio esprimeva una tale angoscia di umiliazione, che ella fu presso a commoversi, e non osò seguitare.Ci fu un istante di silenzio. Due lagrime, grosse come gli occhi, gli rotolarono lentamente per le guancie: ma ad un tratto sollevò il volto, e scuotendone i ricci colla energia di un'ispirazione:— Quando avrò imparato, guadagnerò.— Morirai prima — fe' l'Anna ingrossando la voce: — a suonare quell'istrumento viene la tosse,e si sputa sangue. Anche l'altro giorno hanno portato al camposanto un bambino come te, e lo hanno seppellito dentro la cassa dell'istrumento.— Aveva imparato? — proruppe Giorgio.Ella titubò.— Io imparerò, io!...* * *Ma non imparò.Invece, poichè la vocazione gli si faceva ogni giorno più manifesta ella gli pagò una specie di maestro, vecchio suonatore di orchestra, già amico del padre, e col quale aveva conservato una certa relazione. Ma Giorgio dovette andare egualmente a bottega, perchè Anna col suo buon senso di massaia non voleva illudersi sulle voglie impetuose ed effimere della fanciullezza. Giorgio vi si acconciò di buon grado. Sulle prime non doveva prendere che due lezioni la settimana; ma colla seduzione della propria incantevole natura ebbe presto innamorato il vecchio celibe, che vivendo solo come un orso era naturalmente pazzo per i bambini. Gaspare, che abitava in un quartiere povero come quello dell'Anna, quantunque meno remoto, era pieno di piccole manie; adorava la musica, e non vi era mai riuscito a nulla. Roso da una invidia benevola per i veri suonatori, e dopo aver sognato per tutta la vita di entrare nell'orchestra del teatro comunale, per una di quelle arcane ferocie del destino era ancora a suonare nei teatri secondari, dove il direttore di orchestra si mutava tutti i giorni, e i cantanti recitavano male, come egli diceva da gran tempo col solito motto. Egli aveva dunque accettato quella proposta come un complimento; e rivoltosi al ragazzo,che lo guardava con ammirazione mista di terrore:— Ah! tu vuoi suonare? — aveva detto prendendogli un pezzo di guancia fra le dita ed aggrottando i sopracigli smisuratamente lunghi — ah! tu vuoi suonare il violoncello, vecchio brigante? Non sei di cattivo gusto per la tua età. Il violoncello è il primo istrumento del mondo, è tenore, baritono, soprano, contralto, tutti insieme con un petto solo: basta un petto solo, veh! per far tutto. Si fa anche tutto con una corda sola, ma allora si sa proprio suonare.— Sì?! — ripetè Giorgio, che beveva con avidità quelle parole incomprensibili.— Sì, eh! tu capisci, e va bene; ma bada che con una corda sola è più facile impiccarsi che suonare il violoncello. Basterà se impari con tutte. Studierai?— Sempre, voglio diventare come voi.— Ah! — esclamò il vecchio colpito da quest'elogio innocente, il primo di sua vita; e chinandosi da tutta l'altezza della propria statura di pertica, colle rughe che gli drizzavano tremolando i peli bianchi della barba, prese il bambino fra le braccia e lo baciò. Giorgio, punto atterrito da quel bacio, glielo rese con una stretta al collo. L'amicizia era fatta.Allora fu convenuto del prezzo, e il vecchio Gaspare si lasciò andare quasi volentieri fino alla miseria di cinque franchi il mese.— Mi direte poi se ha una vera disposizione — gli disse l'Anna all'orecchio, mentre il ragazzo era andato nell'angolo a guardare il violoncello dentro la cassa aperta.— Non dubitate, me ne intendo io.L'Anna aveva riaccompagnato Giorgio dal sarto, ammonendolo di essere più buono, adesso che percontentarlo ella dovrebbe lavorare due ore di più tutte le notti. E l'Anna, che era nella effusione sentimentale del benefizio, seguitò a parlargli del presente e del futuro, stringendogli la manina, che teneva fra le proprie, con tale emozione, che egli stesso ne fu preso, e si mise a piangere silenziosamente a testa bassa.— Andiamo, andiamo — borbottò tutta confusa di abbandonarsi così per strada, e di avergli fatto troppo sentire il peso della nuova grazia. Ma Giorgio rialzò la testa, e guardandola cogli occhi lagrimosi:— Imparerò io, non dubitare — le disse con accento vibrato.Quel giorno stesso il sarto avendolo licenziato mezz'ora prima, Giorgio si cacciò a corsa per strada, ed arrivò ansante alla porta di Gaspare: era socchiusa, la spinse, e si fermò nel mezzo della saletta male illuminata dalla luce sporca del cortile. La differenza di temperatura e di atmosfera lo destò da quel sogno, e stava già per sottrarsi non visto e vergognoso, quando l'uscio della cucina si aperse, e Gaspare gettò una forte esclamazione:— Cosa fai lì, brigante — gridò indovinando di già a mezzo, ed ingrossando la voce per ischerzo.E si avanzò verso di lui.Giorgio vedendolo avvicinarsi così minacciosamente, con una calotta nera sulla testa, dalla quale gli sfuggivano agli orecchi due ciuffi grigiastri di capelli, il collo avvoltolato in un fazzoletto nero, tutto il corpo dentro un antico soprabito, che gli si drappeggiava sinistramente su quella magrezza di spettro, ebbe un fremito nell'anima.Egli non capiva ancora la bontà di quella faccia grottesca coi baffi dritti a spazzola, e due occhi cilestri,già appannati dalla vecchiaia, che fra quelle sopracciglie parevano due viole nell'ombra e negli spini di una siepe.— È troppo presto: sarai già scappato di bottega, birichino?— No: il padrone mi ha mandato via prima.— E allora? — incalzò, levando la mano come per volerlo percuotere, ma con celia così evidente, che anche Giorgio se ne accorse.Giorgio abbassò gli occhi, e stringendosi dentro gli abiti colla moina adorabilmente imbarazzata dei fanciulli, che desiderano e tremano contemporaneamente, non rispose.— Va pur là, devi essere un buon capo.Un odore di soffritto, che veniva dall'uscio socchiuso della cucina con uno scoppiettio grillettato, attrasse involontariamente l'attenzione del fanciullo.— Sei dunque venuto a pranzo? — disse ironicamente il vecchio Gaspare, cogliendo a volo quel movimento, e voltandosi egli pure verso la cucina, dove stava forse per bruciarglisi qualche intingolo.— No, no — rispose vivamente il fanciullo col rossore della vergogna, e girando gli occhi verso il violoncello nell'ombra del cantone:— Volevo sentir suonare; — eppoi subito dopo congiungendo le mani ad una preghiera di grazia inimitabile:— Vada là, suoni, suoni.E gli tese le mani.Il vecchio vacillò.— Va via, va via — fe' attirandolo come per dargli un bacio, e resistendovi: — corri a casa, e di' che pranzi con me: questa sera avrai la prima lezione.Giorgio studiava con frenesia. Il suo orecchio eracosì fino, e le sue mani assecondavano così bene ogni atto del pensiero, che la musica pareva discendergli lungo il braccio e passare sul violoncello, piuttosto che salire dalle sue corde.Quando Gaspare, per meglio apprenderglielo, insisteva lungamente sull'alfabeto musicale, egli si sentiva come preso d'impazienza; ma appena l'altro toccava il violoncello, la sua attenzione arrivava ad una immobilità, che gli produceva sulla memoria gli effetti prodigiosi della fotografia. Si ricordava ogni scambio di dita, ogni movimento di braccia con tale precisione, che, diventato sordo di un tratto, avrebbe potuto integralmente riprodurre la lezione. Per lui tutto diventava ritmo. In preda ad una fissazione non cercava e non sentiva che la nota; per lui un'associazione di idee era un'associazione di suoni, nè più nè meno che per il pittore ogni oggetto è una sintesi di colori. Quindi colla freschezza sensistica del ragazzo distingueva tutta una scala dentro l'oscillazione di una nota, e decomponendola involontariamente come in un prisma cercava la quantità vera di ogni suono; ma tutto ciò piuttosto per un impeto d'istinto, che per una coscienza di pensiero. E come la fantasia imbarcandosi talora sopra una parola, ma lontano lontano attraverso regioni già scomparse dalla storia, egli si allontanava misteriosamente sulle oscillazioni di una nota, l'orecchio teso come una vela al vento e l'anima più bianca della vela addossata nella sua conca. La gente, non accortasi sulle prime del mutamento, prese quindi a risentirsene, quando le sue disattenzioni diventarono addirittura distrazioni, nelle quali si perdeva lunghissimi tratti. L'Anna taceva o si limitava a qualche amorevole rampogna, ma il padrone, un uomo sulla quarantina, di aspetto bilioso e di umoresempre nero, passava oltre, ed erano scappellotti, che gli rintronavano gli orecchi come colpi di piatti.Intanto viveva una vita stranamente operosa, giacchè l'Anna lo aveva persuaso a studiare molte altre cose per figurare un giorno decentemente nel gran mondo. Si alzava ogni mattina per tempo, faceva le lezioni, poi andava a bottega, e la sera da Gaspare prima del teatro: quindi tornava a casa, e fino alle dieci era musica. Giorgio non aveva nè compagni nè amici: viveva solo, non parlava quasi mai, ma quella precoce e sfrenata attività cerebrale gli aveva di già mutata la fisonomia. Gli occhi gli si erano fatti più grandi, la fronte più alta, le guancie più pallide, di un pallore quasi cereo, sotto al quale le vene azzurrine sembravano nervature di corolla. Il collo, forse troppo esile per sostenere il peso di quella testa, si era piegato leggermente a sinistra, le spalle gli si erano ingobbite, mentre i magnifici capelli biondi, troppo lunghi per la sua età, gli cadevano ancora in anella, e davano alla sua testa una rassomiglianza meravigliosa col suonatore di violino di Raffaello. E con quei panni poveri e trasandati, i calzoni a pillacchere, che gli battevano sulle scarpe spelate, la giacca più lunga da una parte, un cappello piccolo rigettato sulla nuca, quando passava per istrada cogli occhi inchiodati sui ciottoli, o in alto nella dilatazione di uno sguardo, che non vedeva già più, molte signore si voltavano ad esaminarlo con ammirazione pensosa.Egli non sapeva nemmeno di essere bello.Un desiderio lo corrodeva atrocemente senza che osasse aprirsene coll'Anna, della quale cominciava a comprendere gl'immensi sacrifici. Anzi talvolta pensava rabbrividendo a quella sua vita di ragno, semprecogli occhi sulla tela, il naso affilato dalla malattia, curva sul manubrio della macchina, le spalle negli orecchi e le mani scheletrali piantate sul tavolino come una branca di sparviero. Sempre che entrasse in casa, la trovava nella stessa posizione, ed ella si voltava sorridendo.Giorgio avrebbe voluto un violoncello, magari cattivo, su cui sfogare il tumulto, che gli intronava la testa. A volta a volta gli pigliava una smania di prove sopra qualche nota o un gruppo, che si torturava ad intrecciare mentalmente di cento guise, per fonderlo poscia in uno scoppio o diffonderlo in una lontananza: poi nella questua quotidiana per le strade raccoglieva troppi motivi, che Gaspare non gli permetteva mai nelle lezioni, giacchè il suonare a mente, diceva lui, guastava l'orecchio e la mano, il sentimento e la testa. Ma gli esercizi del vecchio metodo, col quale Gaspare era diventato suonatore di ultima fila, non bastavano più a Giorgio.La sua prodigiosa attitudine finiva talvolta per spaventarlo.— Chi ha inventato la musica? — gli chiese un giorno il ragazzo.Gaspare rimase sconcertato, e dopo lunga esitanza rispose con un sorriso:— Dio.— Bravo! — esclamò il ragazzo alludendo all'inventore.Adesso Giorgio aveva trovato un altro grande divertimento.La sera sulle otto, all'ora del teatro, andava dietro un vicolo, nel quale arrivavano a quando a quando dei brani di opera. Il vicolo era quasi buio e deserto: egli si appoggiava alla parete nell'ombra di unaporta, ed ascoltava colla fronte in alto, quasichè dai tetti del teatro s'involassero col soffio della musica le visioni fantastiche della scena. Così le ore gli passavano come minuti. Ma per quanto i suoi sensi fossero fini e l'anima li acuisse ancora, gli accadeva troppo spesso di precipitare nel silenzio dopo di essersi innalzato sulle ali di qualche nota, o di aver turbinato in un pieno tempestoso di orchestra. E allora il dramma, che si agitava lungi nelle profondità imperscrutabili di quei muri, pareva inabissarsi sinistramente nel buio di un sotterraneo. Quindi colla fantasia del ragazzo proclive alla fola, e i sensi sureccitati da quelle crisi violente di musica e di silenzio, si creava una fantasmagoria fosca di visioni: si sentiva il freddo del terrore sulla fronte, vedeva l'ultima luce di un velo bianco nelle tenebre, ascoltava la ressa spaventosa di un passo nell'ombra, un tintinnio lugubre di ferraglia, che discendeva nelle spirali del buio; e, trattenendo involontariamente il respiro, si stringeva al muro, mentre il vicolo gli si allungava davanti nella notte, e il fanale lontano del gas non illuminava alcuno col suo chiarore rossastro. Gli pareva di essere solo, perduto in una sciagura misteriosa: ma d'improvviso scoppiava un altro canto, l'orchestra si appressava colla sonorità trionfale di una banda, i cori arrivavano colla giocondità del loro accordo indebolito attraverso i muri come un rumore discreto di festa, nella quale la voce pura del soprano sparpagliava dei mazzi di note o si alzava in un inno luminoso come un razzo. Poi uno strepito copriva tutto come un ululato di bosco, un fracasso di uragano prigioniero entro una sala, e che stia quasi per sbalzarne la volta. Il pubblico applaudiva: le teste si agitavano, gli occhi balenavano, le manisi percotevano l'una l'altra con rabbia demente, mentre una donna vestita di bianco e d'oro, ritta sui lumi della ribalta come sopra i gradini di un altare, curvava lievemente la fronte raggiante di un vapore di gloria. Allora anch'egli vedeva attraverso i muri, come se si trovasse nella sala; i palchi erano pieni, le signore si sporgevano dai parapetti, metà della platea era in piedi: un'onda di teste rimbalzava e cadeva quasi giù dall'orlo del loggione pieno di urla, l'orchestra era muta, e i suonatori cogl'istrumenti in mano guardavano dentro il palcoscenico, illuminato come il palazzo di un sogno, ricco come la reggia di un imperatore immaginario. Poi una tenda calava su tutto quell'incanto e la reggia spariva. Ma il frastuono della sala cresceva, la tempesta diventava bufera, si udivano grida di trionfo e singulti di naufragio; i lumi roteavano, le teste della platea fluttuavano come la schiuma di un'onda, i veli delle signore tremolavano come altrettante alberelle fiorite che si sfrondino tra il profumo, i bastoni percossi sul pavimento imitavano le vibrazioni secche della gragnuola. L'uragano cresceva, aveva delle folate e delle raffiche, degli aneliti e dei vortici, finchè la tela s'involava ad un ultimo scoppio, e riapparivano la reggia e la regina. Allora era un trionfo, una demenza di evviva, una girandola di sguardi, una pioggia di sorrisi bianchi come i gelsomini; i cortigiani erano scomparsi e le musiche tacevano.E Giorgio ritto per aria, nel mezzo della sala, simile all'angelo del lampadario dorato, si sentiva spingere dal vento di tutti quegli applausi verso il palcoscenico, sul quale la regina si ritirava l'ultima volta nella maestà del suo paludamento bianco e oro, mentre le ovazioni stormivano ancora, e la telasi abbassava lentamente sugli ultimi fremiti della tempesta.— Ah! — ruggiva Giorgio scagliandosi sul palcoscenico, di cui non restavano più che il basamento della grande sala e i mobili, intanto che il pubblico, in piedi per andarsene, gli aveva già voltato le spalle.Ma il telone gli precipitava sul collo come il ferro di una ghigliottina.Il pubblico non era più quello.— Ah!Con quest'esclamazione Giorgio si toglieva quasi sempre dal vicolo, accorgendosi di aver fatto tardi. E nella notte quelle visioni di gloria lo inondavano di splendori. L'ideale della sua arte, così poco mondano per se stesso, si vestiva di quella decorazione, mentre col violoncello fra le ginocchia gli pareva di sospendere ai fili invisibili delle proprie note migliaia e migliaia di anime sconosciute. Allora una grande ascensione avveniva nel suo cuore, come se un altro spirito vi si alzasse nel rossore di un'alba polare, e le parole del violoncello diventassero il suo divino linguaggio.Ma ormai Giorgio ne sapeva quanto il maestro, che per quella assimilazione involontaria delle nature incompiute, le quali credono di svilupparsi nelle nature più ricche, assistendole, considerava come propri i suoi progressi. Infatti Giorgio aveva tutto ciò che mancava a lui e nelle proporzioni più giuste; la misura, il senso fine, il sentimento contenuto ed elevato, l'attitudine fisica, questa materialità tremenda ed incomprensibile, che fa uscire accenti sovrumani dal gozzo di un cantante imbecille, e toglie al più gran genio di poter esprimere, altrimenti che scrivendolo,il proprio canto. Perfino il difetto delle mani troppo grandi lo favoriva. Un giorno finalmente Gaspare gli permise di portarsi a casa il violoncello per far sentire all'Anna la romanza del tenore nel terzo atto delFaust. Giorgio avrebbe voluto che Gaspare assistesse all'esperimento, ma egli ricusò per una modestia, che era una grossa superbia. Anna strabiliò alla novità inaspettata, ma come intese quella musica di Giorgio, il cuore le sobbalzò. Giorgio aveva una fisonomia signorile, alla quale l'ispirazione di quel momento aggiungeva un significato romantico. Ella ascoltò colle lagrime agli occhi, e il cuore grosso di una gioia, che era quasi un dolore. Era strano, era impossibile, che Giorgio potesse suonare così, fosse così bello!Gli anni erano passati inavvertiti. E il loro spirito confuso cercava a tastoni le date nella memoria per misurare la strada percorsa e contare i giorni vissuti col povero orfanello, allevato da lei per carità di madre sterile. Ma quando Giorgio all'ultima nota della romanza le cacciò gli occhi negli occhi col raggio dell'artista, ella si sentì ferita, e si allentò sulla sedia. Una rivoluzione le scoppiava nell'anima, accumulatavi insensibilmente nei lunghi giorni solitarii col ragazzo, che le diventava uomo alle sottane, e le gettava negli orecchi le modulazioni di tutte le voci, le voci di tutte le passioni.— Dio! che cos'è? — esclamò Giorgio, correndo ad abbracciarla — non sei contenta?L'Anna trasalì, e lasciandosi cadere la testa sul petto soffocò un:— Oh!Giorgio tremava, ma ella si levò impetuosamente, lo respinse, e andò all'armadio. Giorgio non l'avevamai veduto aperto. Anna si cercò febbrilmente la chiave in tasca, e spalancandolo alla fine, gli mostrò dentro una cassa di violoncello: l'altro frenò appena un urlo. Con un forza nervosa, che non si sarebbe mai creduta nel suo corpicciattolo, essa l'afferrò, la trasse dall'angolo, la posò per terra con una mano sola, e girando convulsamente la chiavetta, che era ancora nella toppa d'ottone, scoperse un magnifico violoncello.La cassa era foderata in felpa verde, scolorita.Giorgio si era appressato.— Eccolo! — gli disse con un gesto quasi solenne.— Era di mio padre, bada! Sai che ti amo molto per dartelo... e tu... — ma un nodo di tosse, che pareva un singhiozzo, le soffocò la voce, squassandole il petto. Una vampa di rossore le salì dall'erpete delle guancie sino alla fronte; ella chiuse gli occhi, e con accento fioco, il volto annebbiato da un cordoglio inesprimibile, proseguì adagio:— Mio padre mi ha sempre detto che è un istrumento prezioso, è un Albani. Mio padre era primo suonatore nell'orchestra del teatro comunale, dava dei concerti, e avrebbe potuto diventare un signore: invece è morto lontano, nella miseria, lasciandomi questa sola eredità. Ho voluto tardare a dartelo, perchè volevo essere sicura che saresti un suonatore: ora ti credo. Tu sarai più bravo di lui, io non me ne intendo, ma lo sento nel cuore. Ecco la mia eredità, ti ho dato tutto.Giorgio ebbe un singulto.— Non piangere — ella proseguì con voce sorda; — forse verrà anche la tua volta, ma tu almeno potrai piangere sul tuo violoncello. Io no...nonposso... — esclamò agitando la testa, e dando in un grido, che tentò invano di nascondere sotto una risata.— Porta via — soggiunse allungandoglielo —: va di là in cucina, e suona quello che vuoi.Così dicendo tornò al lavoro. Giorgio rimasto coll'istrumento in mano, istupidito e commosso, non sentiva nè il fracasso procelloso della macchina, che pareva rompersi sotto le pedate, nè il soffio sibilante di quell'anelito, che la faceva quasi rassomigliare ad una locomotiva.Poi si distrasse, e, lasciando l'istrumento appoggiato ad una sedia, le venne dinanzi. Anna aveva il naso sulla tela; le mani le tremavano convulsamente.Ella non gli badò.— Anna — susurrò il ragazzo, allungando la mano sulla tela per pigliarle una mano; le strinse una palma fra le dita, e, curvandosi, aspettò che levasse il viso.La macchina proseguiva a corsa.— Anna! — replicò più forte, vibrando di tutto quel trasalimento.Ella rallentò il pedale.— Tu sei la mia mamma.— La tua mamma non ti amava.Ma come pentita fermò la macchina, e gli guardò in faccia. Tutti e due avevano le lagrime agli occhi.— Vuoi un bacio? — esclamò Giorgio colla grazia di un bambino, che non ha nulla di meglio da offrire.— Andiamo, sì, l'ultimo.Da quel giorno l'umore dell'Anna fu più ineguale. La mattina non andava più in cucina a farlo alzare, non lo aiutava più a vestirsi, non gli dirigeva più lesolite ammonizioni di portarsi bene a bottega e di non sprecare i pochi soldi delle mancie. Invece lo trattò da uomo, quasi col rispetto dovuto ad un dozzinante. Ma egli non se ne accorgeva, accettando quel miglioramento con un senso di egoismo soddisfatto; e a poco a poco fu meno diligente a bottega.Il padrone in fine di settimana gli trattenne due franchi. Giorgio, che ne aveva già fatti altri tre di debito per comprare della musica, rimase con pochi soldi in tasca, e non si arrischiò di consegnarli all'Anna, come faceva sempre: ma ella non mostrò di notarlo. D'allora tutto il danaro fu speso in musica; Gaspare gli prestò la propria, se ne fece prestare da altri per lui, che passò le notti intere a suonare col sordino, o accennando semplicemente le note coll'arco, ed ascoltandole nel pensiero. Non dormiva, non mangiava quasi più. Dal canto proprio l'Anna, che era sempre vissuta di un becchime da uccello, smise anch'essa di mangiare: l'erpete, allargatosi mano mano, le nascondeva un altro rossore più cupo nello scavo delle gote. E quel lavoro ostinato cresceva sempre. Adesso ella si alzava più presto e si coricava più tardi, cucendo dei monti di roba, curva sulla macchina, gli occhi appannati da quell'eterno riverbero della tela, sulla quale di notte il lume a petrolio stendeva la propria luce oscillante e veemente. E poichè la lunga abitudine la dispensava quasi da ogni attenzione, ella si lasciava come scorazzare da quel rotolio, che le toglieva di vedere o di sentire tutto il resto. Solamente nella estenuazione della fatica qualche volta abbandonava improvvisamente regolo e pedale; e allora la sua faccia, insensibile nel lavoro come quello di un automa, prendeva un'aria di rassegnazione mal doma,con una fiamma rossa negli occhi. Ma non parlava quasi mai, nemmeno seco stessa, come i solitarii, o tutt'al più con un gesto, un sorriso, che erano tutta una fisonomia, il riassunto sublime di un discorso desolante.Un giorno, portandosi alla bocca un pezzo di tela per trattenere un insulto di tosse, vi lasciò una bava sanguigna. Rimase un istante pensierosa, poi un sarcasmo le contrasse la bocca.— Ohi! — esclamò — la gioventù, l'amore e la morte hanno il medesimo segno.Ma, invece di riprendere il lavoro, si buttò sul letto.Giorgio arrivò a casa più presto, e, trovandola coricata, sbigottì.— Stai male?Ella saltò a sedere sul letto col volto infiammato.— Perchè? no.Poi Giorgio le narrò come Gaspare avesse tanto parlato di lui col direttore d'orchestra, che questi aveva promesso di venirlo a sentire, e quindi ci poteva essere la speranza di un concerto alla Società filarmonica. Pronunciando queste parole, il cuore di Giorgio batteva come un pendolo.— Sarà il principio della tua fortuna.— E anche della tua.Ella si era seduta sulla sponda del letto.— Fai ancora all'amore? — gli domandò improvvisamente — già i compagni ti avranno messo su.Giorgio ebbe una vampa di rossore, e si coprì di tale confusione, che l'Anna comprese la sua verginità, ed ebbe un brusco movimento.— Allora bisogna che tu sia ben vestito; con questi stracci non ci puoi andare al concerto. Domanimattina dirai al padrone che ti prenda la misura di tutto un abito nero: il nero ti farà parere un signore; perchè vedi, me ne intendo io, ho fatto la sarta. Colla tua pelle bianca e i capelli biondi... Saprai poi salutare, quando vieni fuori, a tutta la gente, che ti guarda negli occhi...? Figurati che la sala sarà piena, ci saranno delle signore e delle ragazze, che ti batteranno le mani.— Suonerò bene, non aver paura.— E quando tornerai in questa miseria, ti parrà di soffocare e penserai che tutte quelle belle signore, che ti guardavano, saranno nei loro appartamenti parlando forse di te. Sono sicura che incontrerai, ma poi ti sembrerà di star peggio, qui, solo con me.— Tornerò a suonare — rispose Giorgio coll'ingenuità dell'egoismo: — darò degli altri concerti.— Anderai a girare il mondo?— Sì, sì.— Allora guadagnerai dei quattrini; i signori ti faranno dei complimenti, e ti inviteranno a pranzo per sentirti suonare dopo.— Non ci andrò — ripetè con un impeto d'orgoglio.— Perchè?— La mia musica vale di più: non è già un divertimento.Anna si arrestò; poscia guardandolo con malinconia:— E quando sarai famoso?!— Presto — replicò Giorgio, che non comprese il significato della domanda.— Va a suonare, va.Era vero. Il direttore d'orchestra venne a casa di Gaspare, e si mostrò poco commosso. Incoraggiò ilragazzo a proseguire, ma notò subito molti difetti di scuola e di interpetrazione: i tempi non erano sempre giusti, le note affettavano una smanceria di linguaggio umano, i bassi avevano poca profondità. Solo gli acuti gli piacquero.— I vostri acuti sono perlati — disse finalmente; — avete superato una grande difficoltà.Quindi Gaspare gli si raccomandò per un concerto, dipingendo alla propria maniera la posizione di Giorgio, ed insistendo con tale servilità, che l'orgoglio del ragazzo cominciò a sanguinare.Il direttore promise così così, ingrandendo gli ostacoli, il pubblico che era svogliato, i concerti giù di moda, e sfruttati da tutti i grandi suonatori vaganti; nullameno procurerebbe, e disse al ragazzo di andare da lui per la risposta decisiva e per intendersi sulla musica. Egli aveva scritto un concerto per violoncello e pianoforte, ancora inedito, che potrebbe servire a meraviglia.— Anzi, anzi — esclamò Gaspare — sarà una magnificenza.Quando il direttore fu andato via:— Vuole che suoni la sua musica, ecco perchè!— Eppoi se non è bella, mi darà la colpa — ruppe improvvisamente Giorgio.— Come siamo superbi! — rispose Gaspare, che in fondo divideva il dispetto del ragazzo per la freddezza del direttore; ma fortunatamente tutto andò per la meglio. Giorgio accettò di suonare quel concerto, una povera imitazione di Vieuxtemps, aggiungendovi un'elegia di Fumagalli, e la sublime romanza delTannhauser. Per un ragazzo era fin troppo. Aveva un mese di tempo, Gaspare s'incaricava di tutto.— Tu studia e lascia fare.Fu convenuto che Giorgio per quel mese non andrebbe a bottega; Gaspare avviserebbe il padrone, e l'Anna non ne saprebbe nulla fino all'ultima sera.Giorgio doveva passare tutte le giornate in casa di Gaspare studiando.Allora tutta la sua espansione cessò. Colla precocità di tutti i grandi artisti egli intuiva di già la vita in ogni rapporto coll'arte: quel concerto doveva essere la sua prima e più importante affermazione. Bisognava stordire il mondo per regnarvi poscia. La musica era la più grande delle arti, il violoncello il migliore degli strumenti. Egli lo sapeva e tutti lo dicevano, ma, appunto per questo, guai se non arrivasse ad esprimersi come sentiva, a far piangere come aveva pianto tante altre volte suonando!Egli non sapeva ancora darsi la formula della perfezione, che sognava, e nella quale dovevano sparire scrittore e suonatore, partizione e strumento, la nota diventare una parola, e la parola un verbo. Allora solamente la musica era musica, quando diceva ciò che tutte le altre arti non possono, e parlando un linguaggio intelligibile a tutti, quantunque intraducibile per ognuno, ricordava alla coscienza ciò che essa non ha mai saputo, ma forse sempre presentito.Giorgio sentiva tutto questo in confuso e, se non misurava sempre l'altezza cui la passione dell'arte lo spingeva, ne aveva già le vertigini e il freddo. Più spesso lo sviluppo del linguaggio musicale lo preoccupava dolorosamente. Egli lo avrebbe voluto col rilievo della plastica e la luce dei colori: quindi il pianoforte, colle sue note già fatte, di una misura e di un accento immutabile, non era per lui nemmeno un istrumento. Invece il violoncello aveva tutti i fremiti della carne e le vibrazioni del pensiero: macome la parola parlata, la sua parola ritmica doveva dir tutto e mostrar tutto. Da qual cuore usciva dunque quell'elegia di Fumagalli? Era il primo singhiozzo, o l'ultimo rantolo del dolore? Quelle lagrime cadevano colla rugiada dell'alba, o con quella della sera? Gli occhi avevano la profondità del cielo o quella del mare, cerulei o neri? Cercavano in cielo, o scrutavano sotto terra? Quando egli suonava quell'elegia gli pareva di vederne la donna, conosceva il suo dramma, udiva la musica nel suo cuore, e la ripeteva sul violoncello senza sapere come o perchè.Ma la sera del concerto quella evocazione della sua anima doveva essere visibile a tutti, lì, presso lui, vestita come un angelo, colla veste troppo lunga, che le si ammassava ai piedi, e il corpo spossato.Quel fantasma era una ossessione, che non lo lasciava più.Gaspare gli andava dicendo:— Studii troppo, ti ingrosserai la mano e l'orecchio.Finalmente arrivò la vigilia del gran giorno.In quel mese l'Anna era talmente deperita, che quando Giorgio se ne accorse rimase sgomento. Nullameno ella gli aveva cucito sei camicie alla moda e due cravatte di raso nero, che lo fecero piangere di una tenerezza mista quasi di rimorso. L'Anna si era forse uccisa a lavorare per lui; infatti non le restavano più che la pelle e le ossa, con due grandi occhi azzurri giù nella profondità dell'orbita, brillanti di una luce intollerabile. La sera, quando Giorgio tornò di bottega coll'abito nuovo, ella pretese che se lo provasse, e gli accomodò con civetteria di donna il nodo della cravatta e i riccioli sulla fronte. Ma dopo un lungo esame concluse che il soprabito era mal fatto.— Quando sarai ricco, bada di vestir sempre bene — esclamò con un'ammirazione malinconica, che lo fece arrossire; quindi:— Adesso va di là in cucina; lascia qui il violoncello, ed entra come se questa fosse la sala. Io mi metto là in fondo; tu entri, fai l'inchino al pubblico, ti accomodi a sedere, e suoni. Ti voglio vedere.— Perchè non vieni al concerto?— Io, così! finiresti col vergognartene.Giorgio, che si sentì penetrato troppo, fin dove non voleva arrivare egli stesso, abbassò il volto; ma ella proseguì:— Devi entrare disinvolto, sai? Non t'impacciare, il mondo è senza simpatia per quelli che lo temono, senza pietà per quelli che lo fuggono. Vediamo, va.Giorgio andò: stette nella cucina due secondi, poi aprì l'uscio, e si avanzò superbamente fino alla sedia, presso alla quale aveva lasciato il violoncello; fece un piccolo cenno col capo, e si adattò l'istrumento fra le gambe, saggiandone l'accordatura.— Vuoi che suoni? — disse smettendo la posa teatrale, e rivolgendosele con un sorriso.— No — ella rispose trattenendo uno sbocco di sangue.Quindi aperse il comò; ne trasse uno scudo, e glielo offerse.— Divertiti, va a teatro.— Ma perchè mi fai tutto questo? — proruppe commosso ed umiliato da quella bontà inesauribile.— Dà mente a me, distraiti; domani sera suonerai meglio, altrimenti stanotte non dormirai.— Allora mi spoglio.— Mai; avvezzati l'abito addosso, se no domani sera parerai impacchettato.Giorgio uscì trionfante, e l'Anna si buttò sul letto piangendo.Si sentiva morire! Un gran bollore di sangue le montò dai polmoni con una nausea calda: potè appena nello spasimo afferrare il vaso da notte, e lo empiè mezzo. Un pallore cinereo le si diffuse sotto quel rosso ecchimosato dell'erpete, e le fe' una fronte di morta. Ricadde sull'origliere. In un mese la tisi, aiutata da quell'atroce lavoro della macchina, l'aveva uccisa senza uno scoppio di tosse. Anna lo sapeva. Era notte, il lume a petrolio ardeva sul tavolo: la camera era quieta, fuori la strada silenziosa. Allora le parve di non essere più nel mondo, e un pianto a goccioloni le cadde dagli occhi, mentre l'anima costernata le si sdraiava in fondo alla coscienza come dentro al sepolcro. Riassunse tutta la propria vita con uno sguardo, una vita grigia e taciturna, di lavoro automatico, in una stamberga, in fondo ad un quartiere abbandonato, dirimpetto ad un muraglione, che le toglieva ogni prospettiva. Ella non aveva vissuto, non aveva avuto nè mamma nè babbo, non aveva visto nulla, nè posseduto nulla. Era calata lungo la corrente dei propri giorni, come per uno di quei fossi metà ignoti e metà sotterranei: adesso il fosso era secco, e sovra i margini del suo pantano nemmeno un fiore agonizzava. Poichè non aveva avute speranze, non aveva rimpianti. Il sepolcro era per lei un'altra camera, in un quartiere abitato da gente ignota, perchè nessuno è più ignoto dei morti. Così il crepuscolo della sua giornata tramontava nella notte, e l'ombra dei suoi giorni si perdeva nella eternità. Tutto questo era giusto, ma era stato altresì inutile. Ella, che non aveva parenti, era senza santi. Però in quell'infinita oscurità dell'indomani, che lesi diffondeva già intorno, e in quell'ultimo dolore del corpo singhiozzava con tale passione, che quel dolore da solo non avrebbe potuto produrre. E, cercando spasmodicamente colla testa dove riposarla, girava gli occhi nella curiosità desolata dei moribondi!Anna aveva dunque vissuto?Poi nel fosco e freddo paesaggio del passato distinse qualche sprazzo di luce, qualche angolo fiorito: un uccello cantava da una siepe, un sorriso balenava da una pozzanghera. Poi arrivavano rumori di festa, e la gente cominciava a passare; uno si era fermato, mentre il sole irrompeva con tutta la potenza del proprio incendio. Quindi il sole impallidiva, e passava altra gente: erano donne e bambini, sorrisi e sarcasmi, grida e chiacchierii; una monotonia inesauribile di attività minute in una immensa società misteriosa.Anna aveva dunque vissuto?Bisognava morire. Ma perchè soffrir tanto? In ultimo la vita si divide; una metà guarda indietro: cosa faranno coloro, che lasciamo? Una metà guarda innanzi: dove andremo noi, che partiamo? Ella pianse, poscia il dolore le si calmò in una specie di sonnolenza. Non dormiva; il silenzio della camera le pesava sul respiro, la fiamma del lume a petrolio le bruciava nel petto. Le pareva impossibile di poter confessare: ho vissuto! e subito dopo morire. In quel momento ella sentiva come non mai prima la poesia irresistibile della vita e del moto. Voleva essere in due anche lei, perchè tutti sono in due nella vita, la sposa ed il marito, la madre ed il figlio. Ella invece, avendo dovuto esser sola, non era mai stata nulla. Quindi il mistero del mondo si complicava del suo piccolo destino, il dramma eterno della vitacolla sua effimera tragedia. Perchè dunque non aveva mai potuto amare ed essere amata? Tutte le forme dell'affetto le si erano perciò agglutinate mostruosamente nella coscienza: aveva ancora le tenerezze della bambina, le simpatie della giovinetta, le affezioni della ragazza, le passioni della donna; poi tutte le soavità dell'amicizia e gl'impeti dell'amore, le idolatrie della madre, e le bramosie della sposa, gli entusiasmi della vergine, e le gelosie della ganza. Ella, che aveva vissuto tanti anni così calma, credendosi quasi una donna dell'altro mondo, cominciava a comprendere di essere come tutte le altre. Perchè dunque morire? Perchè aveva dovuto suicidarsi con quel lavoro della macchina? Perchè le avevano fatto inghiottire tutte le amarezze, e adesso le facevano sputare tutto il sangue? Perchè dunque c'era Dio?Morire, abbandonare Giorgio nel mondo senza esperienza e senza aiuto!— Giorgio! — mormorò fiocamente spalancando gli occhi e avventando come un grido in faccia ad un invisibile interlocutore.Giorgio non venne a casa che tardi, ella lo sentì, ma finse di dormire. Il ragazzo rimase due minuti a guardarla con una tenerezza piena di apprensioni, e andò a coricarsi in cucina. L'indomani Giorgio era invitato da Gaspare; passò la giornata fuori.Benchè si sentisse molto male, l'Anna si era alzata per non scoraggiarlo: vegliò al suo abbigliamento, e, appena sola, tornò a letto. Contro tutte le istanze di Gaspare stesso aveva rifiutato di assistere al concerto, prestando per suprema ragione la mancanza di un vestito adatto. Fu l'ultimo giorno. Lo sfinimento di tutte le forze le dava la rassegnazionedell'impotenza. Quindi scrisse una lettera, che era il suo testamento, se la nascose sotto il capezzale, e ricoricandosi disse con un mesto sorriso le stesse parole di Byron:— Adesso dormiamo.La finestra era socchiusa: il gatto era scappato fin dal gennaio dietro una misteriosa avventura di amore, il canarino era morto coi primi freddi dell'anno.Ella se ne ricordò, e il malinconico destino di quel povero uccello, vissuto sempre in gabbia, che non aveva conosciuto nè la patria lontana, nè la nuova dove avevano trasportati prigionieri, chi sa da quanti secoli, i suoi avi, le parve pieno di triste affinità col proprio. Anche il canarino non aveva avuto nè nido nè figli: perchè dunque era vissuto?Dopo una lunga meditazione, nella quale si rimproverò di essere stata la sua carceriera, se ne distolse susurrando:— Beh! tanto è finito.Non ci pensava: tutto le moriva in cuore, anche il problema della vita. Allora ebbe un letargo, era già morta.Passarono molte ore, poi si destò come ad un richiamo.— Il concerto?!Erano circa le sei della sera.D'improvviso tutto quell'egoismo dell'agonia svanì, e rientrando precipitosamente nel mondo vi riconobbe tutti i viventi. Fu un tumulto. Il concerto, Giorgio, il suo trionfo, l'amore di madre e di donna, che gli portava e che sembrava già morto, tutto rifulse in quell'ultimo crepuscolo. Rivide Giorgio, e le parve di abbracciarlo stretto per portarselo nellaeternità. Ma in quell'abbraccio si sentì mancare il respiro: le mancava davvero.Allora colla ostinazione e l'avvedutezza dei moribondi si stese sul letto, e vi rimase cercando di raggranellare tutti gli atomi delle proprie forze; fece una provvista di aria e di pensiero, stette ancora chi sa quanto così; quindi lasciandosi scivolare dal letto con una circospezione indefinibile, adagio, a passi insensibili per consumare meno energia, arrivò al tavolino.Voleva scrivergli una lettera.Quando sentì di riuscirvi, mise un sospiro di gioia, la più intensa di tutta la sua vita. Era quasi felice nel sentimento poetico della propria morte: un chiarore di aureola le imbiancava il volto.Scrisse un pezzo, poi chiuse la lettera, e, sorridendo come una bambina, tornò a letto.— Ora è proprio finita.Ma poco dopo intese aprire violentemente la porta; Giorgio entrò rosso ed ansante.— Fra un'ora incomincia — esclamò —. Sono scappato, volevo vederti.Ella, che non capì quella curiosità affettuosa, le diede un significato tragico.— Non aver paura, morirò dopo — disse con voce quasi insensibile.— Vieni?— Sento di qui.In quel momento, animato dalla corsa e dall'emozione, Giorgio era bellissimo: non sapeva bene quello che si facesse: distingueva appena gli oggetti. La espressione morente dell'Anna gli sfuggì.Ella chiuse gli occhi abbacinata dalla sua visione.— Scappo.E scappò senza attendere la risposta.Era notte: un chiarore pallido, filtrando per la finestra, bagnava cinque o sei mattoni del pavimento, il grugno brunito della macchina e lo specchietto della parete avevano a quando a quando un raggio. Tutti gli altri mobili erano spariti, la piega del lenzuolo, prolungandosi verso terra, faceva una chiazza indecisa nell'ombra.Anna sonnecchiava: per un momento le parve di udir suonare, poi più nulla.Aveva freddo, ma non ebbe la forza di ravvoltolarsi addosso le coperte, e si tirò solo un lembo del lenzuolo sul volto. La notte e il freddo crescevano, il chiarore si appannò, poi si spense del tutto nella camera.Non si intese più nulla.Alle undici il rumore di un fiacchero, che si fermava alla porta, salì: poco dopo Giorgio rientrava col violoncello in una mano, e il fiammifero nell'altra. Era raggiante, si accostò premurosamente, ma udendo il suo piccolo respiro rantoloso, e vedendole gli occhi chiusi, non osò chiamarla. Anna si teneva con una mano il lenzuolo sulla bocca, l'altra le pendeva abbandonata lungo la sponda del letto.Stette così infra due di narrarle tutto, le sale, il pubblico, la propria paura, poi i primi applausi, applausi sempre, un trionfo, una demenza, i signori che gli stringevano la mano, le signore che lo guardavano cogli occhi inumiditi: e Gaspare, il suo padrone, il sarto che era venuto in camerino a dargli un bacio e a dirgli che gli regalava il vestito. Ma l'Anna aveva gli occhi chiusi, e il suo piccolo respiro rantolava insensibilmente fra le fila del lenzuolo.Giorgio guardava sempre col fiammifero, riparandolocoll'altra mano. Appoggiò il violoncello alla testiera del letto come per farle capire, se si destava, di essere tornato, e sulle punte dei piedi andò in cucina.Era così affaticato da tutte quelle emozioni, che si addormentò.Quando si svegliò la mattina, era solo.L'Anna era morta; non aveva più il lenzuolo sul volto, ma il lenzuolo era macchiato di sangue.* * *Gaspare aveva ospitato Giorgio.Sciaguratamente la lettera trovata sotto il capezzale dell'Anna non giovò a nulla; alcuni parenti lontani s'impossessarono dei pochi mobili, senza che si trovasse un avvocato per difendere la causa dell'orfanello. D'altronde nè Gaspare nè Giorgio insistevano; questi si portò via i panni, la musica, il violoncello, ed entrò con Gaspare nell'orchestra sotto il solito direttore; poi un impresario gli offerse di fare un viaggio per l'Italia e per l'estero dando concerti. Giorgio accettò con entusiasmo. Però i loro conti fallirono quasi interamente. Quindi da Venezia, la terza stazione del pellegrinaggio, entrarono in Germania già decaduti dalle prime pretensioni, fermandosi in tutte le città, e adattandosi alle esigenze della speculazione per fare quattrini. Se non che quella vita, tanto sognata, finì presto per mortificargli, colla passione della musica, la squisita sensualità artistica. Ogni giorno si faceva più malinconico, non parlava, ricusava tutte le sollecitudini dell'impresario, il quale per tenerlo allegro avrebbe voluto visitare i luoghi dove transitavano. Invece di passare come uno straniero poetico e fatale incantando la gente, e lasciandosidietro una lunga commozione di ricordi, si accorgeva di non essere che un povero ragazzo in mano ad un mercante, il quale lo faceva suonare negl'intervalli delle commedie in tutti i teatrucoli, e, urgendo il bisogno, gli avrebbe fors'anche imposto le birrerie. Fortunatamente l'impresario, una natura di boemo, metà speculatore e metà dilettante, che aveva vissuto la più strana vita di avventure, si compiaceva troppo nella mobilità di quel vagabondaggio per pensare molto a sfruttarlo. Quindi trattava Giorgio da camerata, dandogli volta per volta pressochè la metà vera dell'incasso; e mentre egli la spendeva il più presto possibile in bagordi, ai quali aveva la prudenza di non invitarlo, per non compromettergli la salute, Giorgio la riponeva quasi integralmente.

La casa era nel fondo di una strada umida e buia, a cul di sacco: aveva tre piani e due finestre cogli scuri verdi ad un battente solo. Nè di giorno nè di notte la strada s'illuminava mai di un bel raggio; il sole vi passava al disopra, la luna vi si ratteneva sull'orlo dei tetti, come respinta dal tanfo grasso che ne saliva, mentre l'ombra addensata da tutti quegli sfondi sembrava piena di agguati e di abbandoni. Era d'estate. Le case purulente di quella muffa, che pare una malattia vergognosa dei muri, e non si trova quasi mai nelle campagne, dove il sole e l'aria mantengono in ogni miseria una certa quantità di salute, erano piuttosto alte. Le finestre, abbandonate penzoloni sui gangheri in attitudini patibolari, non si chiudevano nemmeno di notte, forse perchè l'aspetto esterno delle case tradiva fin troppo l'aspetto interno delle famiglie, e il pudore se n'era da gran tempo involato coll'anima di tante speranze morte e le visioni di tanti desiderii vivi. Dalle soglie logore dall'uso e calcinate dal fango un'ombra greve irrompeva fino al rigagnolo della strada, dando quasi quasi la medesima tinta scura ai sassi, sui quali passavano pur tuttavia i riverberi indeboliti del giorno e i passi di tutta la gente. Le case si rassomigliavanotutte; appena qualcuna di un piano solo e coll'impanata invece dei vetri, pareva un abituro campestre. Difatti in quel quartiere, egualmente separato dalla città e dalla campagna, v'era uno strano miscuglio di persone e di mestieri; un'agglomerazione di braccianti e di operai, che non dovevano nemmeno riconoscersi fra loro. La strada si vuotava rapidamente al mattino, e si riempiva lentamente la sera. Nel giorno qualche donna in ciabatte la traversava o la percorreva: qualche vecchio passava adagio e si allontanava come una miseria, che non sa più dove andare e vagola ancora per poco. Fiacchieri e biroccie non arrivavano mai sino in fondo al muraglione, che la chiudeva. La strada non aveva chiesa. Ma il rigagnolo, nel quale sovrannuotavano immondizie di ogni sorta, esalava fetidi vapori, specialmente se il tempo si mettesse alla pioggia, o il lungo sereno fosse arrivato al secco. Allora diventava una fila di pozzanghere, alimentate giornalmente dall'acqua delle finestre, che lasciavano nelle ineguaglianze del ciottolato una poltiglia nerastra, piena di bave e di fili, di insetti e di residui. E la notte, alla luce dei fanali, da quelle pozzanghere invisibili prorompevano bagliori metallici, mentre certe masse chimeriche, attirate e respinte dai lampioni, riempivano tratto tratto la strada. E su dai sassi della strada, fuori delle porte, giù dalle finestre, per tutta la tenebra della sua lunghezza venivano un tanfo umidiccio e viscoso, un silenzio morbido, nel quale s'affondavano le case coi loro abitatori ignoti, sino al muraglione, che la separava prudentemente da tutto il resto del mondo.

Era già notte. Un ragazzo si arrestò un istante alla vetrina del caffè, dalla quale usciva un inquietorumorio di istrumenti; parve indeciso, si trattenne, e, come per sottrarsi ad una tentazione troppo forte, se ne spiccò con un salto. Sempre lungheggiando i muri arrivò senza incontrare anima viva alla penultima casa, ne infilò la porta aperta, bussò nell'uscio di faccia, all'ultimo piano. Una donna gli aperse.

— Hai fatto tardi! — gli disse, guardandolo amorosamente con voce di strana dolcezza — dove ti sei fermato?

Intanto egli si era cavato il berretto, avvicinandosi al tavolo, dove la donna cuciva a macchina. Il lume a petrolio riparato da un cappello bucherato, di carta verde, gli illuminava la faccia incorniciata da una magnifica capigliatura bionda, tutta a ricci. Egli stette così, come dubitando di dire qualche cosa, poi la donna gli alzò gli occhi in volto con muta interrogazione.

— Hai fame?

— Adesso poi: sono stato a teatro.

La notizia parve così stravagante, che la donna si voltò di soprassalto.

— A teatro — seguitò il ragazzo ridendo —; ecco, dietro il vicolo, ma si sentiva lo stesso. Non vi era nessuno: si sentiva come di dentro, l'orchestra, i cori, poi di quando in quando la voce della donna. Come dev'essere bello il teatro! facevano la Norma.

E il ragazzo sospirò. Quindi la donna si alzò per servirgli da cena ripetendogli:

— Hai fame?

— Sì.

Il ragazzo aveva forse tredici anni, era alto e magro. Benchè non ancora formato e vestito miseramente, la finezza della pelle e la delicatezza dei lineamenti lo rendevano già singolarmente bello. Dueocchi bianchi, ma enormi, colle palpebre molto lunghe, gli illuminavano la faccia tinta del più soave incarnato, con una bocca fresca e un mento piccino come quello di una donna. Nei capelli arruffati gli si riconosceva ancora la discriminatura, che forse quella donna gli faceva ogni mattina, ricacciandogli i ricci dietro le orecchie rosee dagli orli ribattuti. Era vestito di una giacca logora al bavero ed alle orlature, di un paio di calzoni più chiari della giacca, e di un corpetto a maglia, quantunque la stagione cominciasse già a farsi tiepida; ma il ragazzo era freddoloso, e si lasciava volentieri ovattare coll'egoismo minuscolo dei fanciulli troppo amati. A vederlo non si sarebbe creduto un popolano, o almeno non lo era che alle estremità; le mani troppo grosse per i polsi, colle dita schiacciate e le nocche salienti, e i piedi, che s'indovinavano male sotto la rozza calzatura. Ma la sua bocca aveva una dolcezza quasi ancora da bambino, mentre la parte superiore del viso era già di uomo. Qualche cosa gli dilatava gli occhi e la fronte alta, sporgendo sull'arco delle sopracciglia, ed era come una luce incalorita dai riverberi dei capelli, più fini della seta, e di un biondo così puro che avrebbero fatto invidia ad una polacca. Poi la donna lo chiamò nell'altra camera. La cena era già pronta sopra un tavolino, con un tovagliolo e pochi piatti; egli sedette, mangiò di buona voglia, rispondendo a monosillabi, mentre ella lo sorvegliava amorosamente assaporandogli sul volto la gioia sensuale di ogni boccone.

D'improvviso egli scappò a dire:

— Cosa siamo dunque noi al mondo?

— Siamo i poveri.

— Siamo gli ultimi!

— Non si è mai l'ultimo, perchè dopo i poveri ci sono i malati, dopo i malati ci sono i morti.

La donna era giovane. Un erpete rosso-cupo le deturpava il sorriso della bocca rischiarato da due grandi occhi pieni del lume placido di una lampada. Non aveva altro; il resto della fisonomia sarebbe stato ripugnante senza quella espressione di profonda tenerezza e di mite rassegnazione. I capelli pettinati con estrema cura e coronati da un vecchio nastro di velluto nero le lasciavano già trasparire la cute biancastra: le spalle le sporgevano in arco, mentre il petto le rientrava con una pietà malaticcia sotto quel corsetto di flanella a scacchi rossi e nerognoli. Era una povera figura colle mani rachitiche e il collo grinzoso, nel quale un buon osservatore avrebbe distinto il battito pericoloso di una vena: non aveva forse ventott'anni, era secca, scarna, cogli occhi troppo belli e la voce troppo dolce, sebbene appannata da un'invincibile reuma di petto, che era forse una bronchite. Aveva lo sguardo estatico e la parola lenta; ma ogni qualvolta egli le cacciava nelle pupille il razzo bianco dei propri occhi, o la ravvolgeva nel turbine caldo e romoroso di una scappata, lo sguardo le si velava come per resistere al penetrante prestigio di quel ragazzo, che oramai cominciava a non esserlo più. Allora il suo viso storto a sinistra si illuminava di un intimo sorriso; ella si rigettava adagio sulla spalliera bianca della sedia, una mano sul tavolo, la testa sopra una spalla, e sospirava.

Ma la cena era finita; ella s'alzò, ripiegò il tovagliuolo, rimise i piatti nella madia, soffiò via le ultime briciole dal tavolino, mentre Giorgio si alzava stirandosi le membra come un gattino.

— Tu hai sonno questa sera — ella disse guardandogli negli occhi —. Se domani mattina ti alzi mezz'ora prima a studiare, ti lascio andare a letto.

Giorgio non se lo fece dire due volte. Il letto era nella cucina, in un angolo, un letticciuolo di legno con una coperta fiorata di percalle, e un piumino rosso sui piedi a fioretti trapunti. Aveva un comodino di fianco, una madonna coll'ulivo benedetto al disopra. Nell'altra parete la tafferia calata faceva da seconda tavola; c'era una piccola madia in un cantone, la scaffa nell'altro con sopra la rastrelliera dei piatti. Alcune casseruole di rame sospese alla cappa del focolare gli davano una qualche speranza di cucina; un tavolinetto esagono nel mezzo serviva a tutti gli usi. E con tutto ciò quella cucina era un modello di mondezza. Il ragazzo si spogliò in un batter d'occhio, gittando uno ad uno i panni sul letto, finchè rimase in camicia colle scarpe: se le trasse, lesto, senza usare le mani, e prima che la donna, occupata a comporre gli abiti sopra una sedia, avesse il tempo di fare la piega, era già sotto le lenzuola. Vi si agitò qualche minuto coi brividi del freddo, raggomitolandosi, la testa affondata nel cuscino, e chiuse gli occhi. La donna gli rimboccò la coperta sotto il materasso, gli accomodò e gli distese la piega del lenzuolo con compiacenza prolungata, senza che egli sembrasse nemmeno accorgersene; poi il ragazzo spalancò improvvisamente gli occhi, ed allungò le labbra. Ella si chinò, ricevette il suo bacio sulla fronte, glielo rese, lo contemplò un'ultima volta e: — Dormi — disse.

Egli si strinse nelle spalle, e l'altra uscì tirandosi dietro la porta.

Quell'altra camera piccola e bianca, con un lettino, un armadio, un tavolo per la macchina da cucire, era la sua: aveva una sola finestra colle tende, il pavimento rotto. Posò il lume sul tavolo, e si sedette guardando l'uscio della cucina per aspettare che Giorgio si addormentasse.

Allora il suo volto perdette la dolcezza di poco dianzi, e una contrazione penosa le stirò gli occhi senza poterne trarre una lagrima. Forse una mezz'ora passò così, poi si levò col viso sempre egualmente triste, ed, aprendo adagio adagio l'uscio della cucina, ascoltò. Un raggio del lume, filtrando per la porta, le mostrò Giorgio nella stessa posizione, colla testa mezzo nascosta fra il cuscino ed il lenzuolo. Lo sentiva respirare. Allora s'inoltrò sulla punta dei piedi fino al capezzale, e stette contemplandolo nella tenebra. Ma lo vedeva come in un raggio di sole, coi capelli biondi pieni di sorrisi, gli occhi bianchi come due fiori animati, il viso dolce ed aristocratico, che faceva spesso soffermare i passanti la domenica quando uscivano insieme a spasso: un viso di fanciullo e di giovinetto, lucente di poesia e di avvenire; lo vedeva dormire sul lettino sotto i propri occhi, in una posa di uccellino, respirando un alito soave, riposando, sognando, calmo e felice sotto la sua protezione invisibile e senza sentirla.

— Se morissi troppo presto — mormorò piangendo finalmente una lagrima, e piegandosi a sfiorargli i capelli: ma un pensiero anche più angoscioso gliela abbruciò istantaneamente, e stringendosi con una mano la fronte, mentre si rialzava quasi con un senso di ripugnanza sdegnosa:

— Anche tu! anche tu! morirò magari troppo tardi... povera Anna!

Quindi tornò al lavoro. Anna era una ragazza abbandonata nel mondo. Aveva appena conosciuta la madre, e il padre le era morto da molti anni lontano, a Nizza, dove suonava il violoncello nel teatro comunale. Ella aveva ricevuta la notizia quasi senza piangere, perchè il padre, o per la professione, o per abitudini malsane di vita, non si era mai occupato di lei: ella aveva imparato il mestiere della sarta, e ne viveva mediocremente. Cresciuta sola, coll'anima troppo bella, e il corpo troppo brutto, era diventata misantropa per eccessiva tenerezza; e poichè i rudi e immondi contatti della società la disgustavano, a poco a poco rinunciò a fare da sarta, prese la clientela di un grande magazzino da biancheria, e cucì a macchina. Così non usciva quasi mai di casa: andava a prendere il lavoro, e lo riportava, guadagnava poco e faceva dei risparmi. E perduta nel fondo della propria miseria fisica e sociale, senza guardarsi dintorno per non desiderare quello che non potrebbe avere, si era come rassegnata al proprio destino. Era così. Fuori il mondo aveva delle città e delle campagne, i monti ed il mare, i fiori e gli uccelli, l'amore ed il lusso: vi erano dei signori in carrozza e dei mendicanti senza scarpe, tutta la vita e tutta la natura; ma era fuori, lontano. Ella non guardava e non ascoltava, giacchè nelle sue poche intimità col mondo ne aveva preso fin troppo disgusto. Poi aveva poca salute, una sensibilità così tarda e squisita, che nel mondo non avrebbe potuto vivere; ma sola nella propria camera, colla macchina, senza un vaso sulla finestra, nè un uccellino in gabbia, lavorando tutto il giorno, e coricandosi stanca, era quasi contenta. Non aveva nè rammarichi nè speranze, non pensava nè agli uomininè a Dio, simile ad un fiore non sbocciato per alcuno in un angolo ignorato, con una tinta troppo pallida per essere mai scoperto, o un sapore troppo recondito per attirare gl'insetti vagabondi.

Una volta si era ammalata, e non aveva chiamato il medico: la febbre le era durata molti giorni, e quindi più nulla.

Nella casa non aveva relazioni, si faceva la propria cucina, e dava il resto del pranzo ad una vecchia, che veniva una mezz'ora tutte le mattine a tirarle l'acqua e a farle i più grossi servigi. La vecchia era golosa, e si ubbriacava spesso, ma Anna non se ne curava; e d'altronde le parlava pochissimo. I risparmi li portava ogni tre mesi alla cassa, e sommavano già a qualche centinaio di franchi. Quando non lavorava leggeva; ma invece di leggere dei romanzi come tutte le sue pari, preferiva i viaggi, come un'occhiata gettata distrattamente al di fuori, così da lontano, che lo spettacolo perdeva le tentazioni. E a forza di togliere ogni rapporto ed ogni ideale alla propria vita se la era resa più leggiera: infatti non aveva durata. I giorni potevano essere dieci come mille; essa non li guardava venire, giacchè non le avrebbero apportato nulla; non si voltava a vederli passare, perchè non le avevano portato via nulla. Abitava ad una finestra, dove il sole non veniva quasi mai, in una strada senza sfondo, in un quartiere dove nessuno la conosceva, e nessuno passava.

E a poco a poco si era fatta pigra, si alzava più tardi la mattina, si coricava più presto la sera, viveva di latte e di erbaggi. Un giorno ebbe l'idea di comperarsi una macchina da caffè, ed ebbe un vizio: il caffè col latte a colazione, a pranzo, e a cena.

Un altro giorno, tornando dal magazzino, la vita, che aveva evitato così bene fino allora, la investì e la sopraffece. Un giovane l'aveva guardata e l'aveva seguita: poi un'altra volta la fermò addirittura; era molto bello, abbastanza ben vestito. Allora in lei accadde un rivolgimento profondo e terribile: da tutte le fibre del cuore le irruppero i sentimenti dell'amore, in tutti i muscoli del corpo le palpitarono i fremiti della giovinezza; si sentì sollevata a tutte le altezze, gittata a tutti i venti, immersa in tutti i raggi; fu come se una goccia sopra un sassolino della spiaggia fosse ripresa dal mare, e partecipasse istantaneamente alla immensità della sua estensione, a tutte le vibrazioni della sua eterna mobilità.

Poi lo sbalzo di un'onda ricacciò ancora la goccia sopra un sassolino della spiaggia. Il giovane l'aveva amata due mesi per mangiarle quei risparmi, e l'aveva bastonata prima di abbandonarla.

E strano, ella riprese il proprio equilibrio. Ma un nuovo bisogno, che passandole attraverso come una tradizione le si prolungava davanti indefinitamente, la tolse alla solitudine di prima: il mondo afferrandola e ballottandola crudelmente per un attimo l'aveva buttata alla natura, la quale s'impossessa di tutto e non cede nulla. Anna aveva abortito dopo quattro mesi dall'abbandono; e la maternità, destandole l'amore nella coscienza, l'aveva come rimessa nel quadro della creazione. Allora invece di ritirarsi dal mondo, vi ritornò con un'altra necessità di parlare e di sentirsi rispondere, di essere buona ella che non era mai stata cattiva, di essere madre ella, che non poteva essere donna.

Il suo amore si era dissipato come uno di quei temporali, che intristendo all'alba cielo e terra, sirisolvono in uno scoppio, dopo il quale il sole sfolgora e gli uccelli cantano. Finalmente viveva.

Quell'uomo non lo vide più. Invece contrasse qualche amicizia, e il suo dramma essendo rimasto ignorato, il suo ingresso nel mondo potè essere senza scandalo.

In quell'anno conobbe la mamma di Giorgio, giovane ancora, inferma, e sempre nei rimpianti del proprio passato di mezza signora, perduto dietro un uomo, che l'aveva amata tirandosela dietro nella miseria. Poi egli ne era morto, estenuato dal lavoro e dai rimbrotti. Giorgio, bello come un serafino, non bastava al cuore di quella donna ammalata di egoismo; la quale sentendosi peggiorare, volle essere portata al nuovo ospedale, dove la raccomandazione di una signora le aveva fatto sperare un'assistenza piena di distinzione. E là era morta. Anna aveva adottato Giorgio. Quindi cominciò per entrambi una nuova vita. Ella gli aveva fatto un letticciuolo nella cucina, ed un immenso posto nella propria anima. Tutti i rumori folli e le compiacenze chiacchierine della maternità invasero la casetta: due o tre vasi di fiori vennero sul davanzale della finestra, un canarino vi portò la propria gaiezza di bel forestiero, colle piume dorate da un sole più caldo, e il canto appreso da una primavera più bella della nostra: un gatto vi aggiunse un'altra fanciullezza coi giuochi acrobatici e le malvagità carezzevoli. Il deserto fu popolato, la famiglia composta. La domenica, quando uscivano a spasso, la gente si fermava ad ammirare quel bel bambino e quella buona donna, accompagnandoli con un sorriso pieno di benevolenza: fuori per la campagna la natura era una festa. Quell'immenso verde li accoglieva da ogni parte, il cieloaveva delle trepidazioni di lago, il vento delle ondate di profumi; poi, quando ritornavano a casa per la strada umida e buia, il canarino lanciava dei razzi scoppiettanti di note, e il gatto trovava delle parole rauche di gioia, mentre i fiori sulla finestra sembravano pieni di una curiosità affettuosa per i fratelli lontani lungo i margini dei fossi e fra gli spini delle siepi.

I primi anni passarono così. Giorgio andava alla maestra, Anna lavorava più di prima, facendo egualmente qualche risparmio, perchè fra tutti quattro, col canarino e col gatto, un po' di riso e di latte, qualche frutto e qualche erba bastavano a nutrirli.

Poi Giorgio si rivelò.

Ella lo aveva collocato presso un sarto come garzone, dicendogli per incoraggiarlo che così potrebb'essere ben vestito; ma il ragazzo annoiato mortalmente della bottega, dove lo strapazzavano troppo spesso, perdeva le lunghe mezz'ore per istrada ascoltando gli organetti, o dietro un gruppo di suonatori ambulanti. Quindi guardava con ammirazione i loro vecchi istrumenti pieni di gobbe e di malattie: le trombe avevano delle raucedini da invalidi, i clarinetti delle gutturalità cavernose, i violini mettevano degli stridori spasmodici; ma da tutti quei corpi infermi prorompeva una musica chiassosa, una foga di ballo, nella quale la canzone dell'amore tradito metteva a quando a quando un sentimento di malinconia, una soavità sensuale di martirio. E le faccie riarse dei suonatori, sotto i capelli unti e scoloriti dal sole delle grandi strade, avevano un'indifferenza gioconda di chi non serve a nulla e non appartiene a nessuno; una esultanza di festa inesauribile, offerta a tutti, accettata da pochi e nullameno pagatacon una elemosina universale. Non erano quasi mai più di tre, qualche rara volta con una donna, più spesso con un ragazzo. Allora Giorgio stentava a frenarsi, e, mentre quegli andava in giro col cappello, invece di buttargli un soldo, che non aveva, si sentiva tentato di dirgli:

— Vengo con te?

Ma i ragazzi avevano tutti un'attitudine stanca, una fisonomia triste, che lo facevano pensare.

E allora in casa cominciò a suonare.

Il primo strumento fu un pettine dentro un foglio di carta, poichè gli organini di latta, a rucchette, costavano fino a dieci soldi, e lasciavano tutte le voci alzarsi insieme ronzando. Il pettine invece bastò per qualche tempo. Era una musica fra il suono ed il canto, che frantumandosi fra quei denti come fra le corde di un'arpa, si ripercuoteva nella carta dando già un suono metallico, una diffusione cristallina alla sua voce. Egli vi ripetè quanto udiva per strada con entusiasmo di fanciullo e di principiante; ma sopra tutto furono canzoni d'amore dalla cantilena dolce e le cadenze affaticate, nelle quali moriva qualche cosa che avrebbe dovuto vivere, sospirava qualche cosa che non aveva potuto respirare.

La mattina presto e la sera dopo pranzo la musica non cessava mai; una ad una tutte le suonate della strada dovevano passare dentro quel pettine e svolazzare nella camera con uno starnazzo infernale, mentre la macchina seguitava a cucire col suo fracasso di telaio, e l'Anna, emaciata dal lavoro, si curvava sulla tela nell'ombra del paralume.

Ma neanche questo durò. Il pettine, che l'accompagnava in tasca dappertutto, un bel giorno fu abbandonato per lo scacciapensieri, uno strumento, chepar fatto di uno scorpione, ed ha il ronzio di un'ape. Egli vi si perfezionò rapidamente, poi lo smise per la piva, e giunse non si sa come a possedere un organetto col mantice a pezze e le note raffreddate. Allora gli parve di entrare per davvero nell'arte. Non era più la sua voce incanalata o battuta in un arnese qualunque, una specie di soliloquio, nel quale prevedeva e sapeva già tutto; ma un dialogo vero, dove le risposte dell'organetto avevano una varietà piena di ribellioni e di misteri. Bisognava cercare le note una a una, raggrupparle sotto uno sforzo della volontà, nella forma di un pensiero. La lotta era accanita. L'orecchio, che aveva ritenuto e come contrassegnato tutti i suoni di una canzone, al primo accento di un tasto trovava la traccia della nota vera; e quindi principiava come una caccia. Le mani correvano febbrilmente sulla tastiera, le note vibravano inabissandosi dentro la cavità misteriosa del mantice, ma un dito le afferrava, l'orecchio le ormeggiava, il pensiero tagliava loro la strada, e le ricacciava su, in frotte, sotto i tasti, facendole passare per le feritoie, quasi nel dolore di una stretta, nella foga di una carica.

Se non che le note erano poche, e la canzone, così aitante per strada, usciva storpia dall'organetto. E l'Anna cominciava a protestare. L'organetto con tutti quegli stridori di chiavistello diventava a volta a volta così straziante, che ci voleva tutto quell'affetto tiranno pei bambini e l'amabilità di Giorgio, perchè ella si frenasse nella voglia di scaraventarglielo fuori dalla finestra. Ma il ragazzo fingeva di non accorgersene, o se la irritazione di lei giungeva al colmo, si alzava, e, abbracciandole il collo, le dava un gran bacio negli occhi.

— Ma vuoi dunque diventare un suonatore?

— Sì — aveva risposto colla fronte aggrottata sul cattivo istrumento.

Ma dopo alquanti giorni l'Anna si stizzì davvero. Giorgio era venuto a casa con un violoncello da contadino, comprato per quattro lire in una cocomeraia. Il ragazzo era talmente sudato, che ella ne tremò. Giorgio non rispondeva, posò per terra l'istrumento più grande di lui, e, appoggiando le spalle alla tastiera per sostenerlo, si volse finalmente. Aveva tutte le scarpe infangate, la giacca spaccata sotto le ascelle; ma una speranza indefinibile, un orgoglio di prima conquista gli raggiavano sulla fronte.

Questa volta Anna fu violenta.

— Chi ti ha dato i quattro franchi? — proruppe dopo un gran fracasso di parole e di minacce.

— Beppe; ma gli ho detto che gli lascio le mie due settimane.

— E tu come farai a mangiare?

Giorgio, che aveva resistito fino allora, riparando il violoncello col proprio corpo, a questa ultima osservazione si sentì vacillare, ed abbassò la testa.

— Non sai che bisogna guadagnarsi il pane? — ella ripetè coll'accento duro della povera gente.

Ma il volto dianzi così animato di Giorgio esprimeva una tale angoscia di umiliazione, che ella fu presso a commoversi, e non osò seguitare.

Ci fu un istante di silenzio. Due lagrime, grosse come gli occhi, gli rotolarono lentamente per le guancie: ma ad un tratto sollevò il volto, e scuotendone i ricci colla energia di un'ispirazione:

— Quando avrò imparato, guadagnerò.

— Morirai prima — fe' l'Anna ingrossando la voce: — a suonare quell'istrumento viene la tosse,e si sputa sangue. Anche l'altro giorno hanno portato al camposanto un bambino come te, e lo hanno seppellito dentro la cassa dell'istrumento.

— Aveva imparato? — proruppe Giorgio.

Ella titubò.

— Io imparerò, io!...

* * *

Ma non imparò.

Invece, poichè la vocazione gli si faceva ogni giorno più manifesta ella gli pagò una specie di maestro, vecchio suonatore di orchestra, già amico del padre, e col quale aveva conservato una certa relazione. Ma Giorgio dovette andare egualmente a bottega, perchè Anna col suo buon senso di massaia non voleva illudersi sulle voglie impetuose ed effimere della fanciullezza. Giorgio vi si acconciò di buon grado. Sulle prime non doveva prendere che due lezioni la settimana; ma colla seduzione della propria incantevole natura ebbe presto innamorato il vecchio celibe, che vivendo solo come un orso era naturalmente pazzo per i bambini. Gaspare, che abitava in un quartiere povero come quello dell'Anna, quantunque meno remoto, era pieno di piccole manie; adorava la musica, e non vi era mai riuscito a nulla. Roso da una invidia benevola per i veri suonatori, e dopo aver sognato per tutta la vita di entrare nell'orchestra del teatro comunale, per una di quelle arcane ferocie del destino era ancora a suonare nei teatri secondari, dove il direttore di orchestra si mutava tutti i giorni, e i cantanti recitavano male, come egli diceva da gran tempo col solito motto. Egli aveva dunque accettato quella proposta come un complimento; e rivoltosi al ragazzo,che lo guardava con ammirazione mista di terrore:

— Ah! tu vuoi suonare? — aveva detto prendendogli un pezzo di guancia fra le dita ed aggrottando i sopracigli smisuratamente lunghi — ah! tu vuoi suonare il violoncello, vecchio brigante? Non sei di cattivo gusto per la tua età. Il violoncello è il primo istrumento del mondo, è tenore, baritono, soprano, contralto, tutti insieme con un petto solo: basta un petto solo, veh! per far tutto. Si fa anche tutto con una corda sola, ma allora si sa proprio suonare.

— Sì?! — ripetè Giorgio, che beveva con avidità quelle parole incomprensibili.

— Sì, eh! tu capisci, e va bene; ma bada che con una corda sola è più facile impiccarsi che suonare il violoncello. Basterà se impari con tutte. Studierai?

— Sempre, voglio diventare come voi.

— Ah! — esclamò il vecchio colpito da quest'elogio innocente, il primo di sua vita; e chinandosi da tutta l'altezza della propria statura di pertica, colle rughe che gli drizzavano tremolando i peli bianchi della barba, prese il bambino fra le braccia e lo baciò. Giorgio, punto atterrito da quel bacio, glielo rese con una stretta al collo. L'amicizia era fatta.

Allora fu convenuto del prezzo, e il vecchio Gaspare si lasciò andare quasi volentieri fino alla miseria di cinque franchi il mese.

— Mi direte poi se ha una vera disposizione — gli disse l'Anna all'orecchio, mentre il ragazzo era andato nell'angolo a guardare il violoncello dentro la cassa aperta.

— Non dubitate, me ne intendo io.

L'Anna aveva riaccompagnato Giorgio dal sarto, ammonendolo di essere più buono, adesso che percontentarlo ella dovrebbe lavorare due ore di più tutte le notti. E l'Anna, che era nella effusione sentimentale del benefizio, seguitò a parlargli del presente e del futuro, stringendogli la manina, che teneva fra le proprie, con tale emozione, che egli stesso ne fu preso, e si mise a piangere silenziosamente a testa bassa.

— Andiamo, andiamo — borbottò tutta confusa di abbandonarsi così per strada, e di avergli fatto troppo sentire il peso della nuova grazia. Ma Giorgio rialzò la testa, e guardandola cogli occhi lagrimosi:

— Imparerò io, non dubitare — le disse con accento vibrato.

Quel giorno stesso il sarto avendolo licenziato mezz'ora prima, Giorgio si cacciò a corsa per strada, ed arrivò ansante alla porta di Gaspare: era socchiusa, la spinse, e si fermò nel mezzo della saletta male illuminata dalla luce sporca del cortile. La differenza di temperatura e di atmosfera lo destò da quel sogno, e stava già per sottrarsi non visto e vergognoso, quando l'uscio della cucina si aperse, e Gaspare gettò una forte esclamazione:

— Cosa fai lì, brigante — gridò indovinando di già a mezzo, ed ingrossando la voce per ischerzo.

E si avanzò verso di lui.

Giorgio vedendolo avvicinarsi così minacciosamente, con una calotta nera sulla testa, dalla quale gli sfuggivano agli orecchi due ciuffi grigiastri di capelli, il collo avvoltolato in un fazzoletto nero, tutto il corpo dentro un antico soprabito, che gli si drappeggiava sinistramente su quella magrezza di spettro, ebbe un fremito nell'anima.

Egli non capiva ancora la bontà di quella faccia grottesca coi baffi dritti a spazzola, e due occhi cilestri,già appannati dalla vecchiaia, che fra quelle sopracciglie parevano due viole nell'ombra e negli spini di una siepe.

— È troppo presto: sarai già scappato di bottega, birichino?

— No: il padrone mi ha mandato via prima.

— E allora? — incalzò, levando la mano come per volerlo percuotere, ma con celia così evidente, che anche Giorgio se ne accorse.

Giorgio abbassò gli occhi, e stringendosi dentro gli abiti colla moina adorabilmente imbarazzata dei fanciulli, che desiderano e tremano contemporaneamente, non rispose.

— Va pur là, devi essere un buon capo.

Un odore di soffritto, che veniva dall'uscio socchiuso della cucina con uno scoppiettio grillettato, attrasse involontariamente l'attenzione del fanciullo.

— Sei dunque venuto a pranzo? — disse ironicamente il vecchio Gaspare, cogliendo a volo quel movimento, e voltandosi egli pure verso la cucina, dove stava forse per bruciarglisi qualche intingolo.

— No, no — rispose vivamente il fanciullo col rossore della vergogna, e girando gli occhi verso il violoncello nell'ombra del cantone:

— Volevo sentir suonare; — eppoi subito dopo congiungendo le mani ad una preghiera di grazia inimitabile:

— Vada là, suoni, suoni.

E gli tese le mani.

Il vecchio vacillò.

— Va via, va via — fe' attirandolo come per dargli un bacio, e resistendovi: — corri a casa, e di' che pranzi con me: questa sera avrai la prima lezione.

Giorgio studiava con frenesia. Il suo orecchio eracosì fino, e le sue mani assecondavano così bene ogni atto del pensiero, che la musica pareva discendergli lungo il braccio e passare sul violoncello, piuttosto che salire dalle sue corde.

Quando Gaspare, per meglio apprenderglielo, insisteva lungamente sull'alfabeto musicale, egli si sentiva come preso d'impazienza; ma appena l'altro toccava il violoncello, la sua attenzione arrivava ad una immobilità, che gli produceva sulla memoria gli effetti prodigiosi della fotografia. Si ricordava ogni scambio di dita, ogni movimento di braccia con tale precisione, che, diventato sordo di un tratto, avrebbe potuto integralmente riprodurre la lezione. Per lui tutto diventava ritmo. In preda ad una fissazione non cercava e non sentiva che la nota; per lui un'associazione di idee era un'associazione di suoni, nè più nè meno che per il pittore ogni oggetto è una sintesi di colori. Quindi colla freschezza sensistica del ragazzo distingueva tutta una scala dentro l'oscillazione di una nota, e decomponendola involontariamente come in un prisma cercava la quantità vera di ogni suono; ma tutto ciò piuttosto per un impeto d'istinto, che per una coscienza di pensiero. E come la fantasia imbarcandosi talora sopra una parola, ma lontano lontano attraverso regioni già scomparse dalla storia, egli si allontanava misteriosamente sulle oscillazioni di una nota, l'orecchio teso come una vela al vento e l'anima più bianca della vela addossata nella sua conca. La gente, non accortasi sulle prime del mutamento, prese quindi a risentirsene, quando le sue disattenzioni diventarono addirittura distrazioni, nelle quali si perdeva lunghissimi tratti. L'Anna taceva o si limitava a qualche amorevole rampogna, ma il padrone, un uomo sulla quarantina, di aspetto bilioso e di umoresempre nero, passava oltre, ed erano scappellotti, che gli rintronavano gli orecchi come colpi di piatti.

Intanto viveva una vita stranamente operosa, giacchè l'Anna lo aveva persuaso a studiare molte altre cose per figurare un giorno decentemente nel gran mondo. Si alzava ogni mattina per tempo, faceva le lezioni, poi andava a bottega, e la sera da Gaspare prima del teatro: quindi tornava a casa, e fino alle dieci era musica. Giorgio non aveva nè compagni nè amici: viveva solo, non parlava quasi mai, ma quella precoce e sfrenata attività cerebrale gli aveva di già mutata la fisonomia. Gli occhi gli si erano fatti più grandi, la fronte più alta, le guancie più pallide, di un pallore quasi cereo, sotto al quale le vene azzurrine sembravano nervature di corolla. Il collo, forse troppo esile per sostenere il peso di quella testa, si era piegato leggermente a sinistra, le spalle gli si erano ingobbite, mentre i magnifici capelli biondi, troppo lunghi per la sua età, gli cadevano ancora in anella, e davano alla sua testa una rassomiglianza meravigliosa col suonatore di violino di Raffaello. E con quei panni poveri e trasandati, i calzoni a pillacchere, che gli battevano sulle scarpe spelate, la giacca più lunga da una parte, un cappello piccolo rigettato sulla nuca, quando passava per istrada cogli occhi inchiodati sui ciottoli, o in alto nella dilatazione di uno sguardo, che non vedeva già più, molte signore si voltavano ad esaminarlo con ammirazione pensosa.

Egli non sapeva nemmeno di essere bello.

Un desiderio lo corrodeva atrocemente senza che osasse aprirsene coll'Anna, della quale cominciava a comprendere gl'immensi sacrifici. Anzi talvolta pensava rabbrividendo a quella sua vita di ragno, semprecogli occhi sulla tela, il naso affilato dalla malattia, curva sul manubrio della macchina, le spalle negli orecchi e le mani scheletrali piantate sul tavolino come una branca di sparviero. Sempre che entrasse in casa, la trovava nella stessa posizione, ed ella si voltava sorridendo.

Giorgio avrebbe voluto un violoncello, magari cattivo, su cui sfogare il tumulto, che gli intronava la testa. A volta a volta gli pigliava una smania di prove sopra qualche nota o un gruppo, che si torturava ad intrecciare mentalmente di cento guise, per fonderlo poscia in uno scoppio o diffonderlo in una lontananza: poi nella questua quotidiana per le strade raccoglieva troppi motivi, che Gaspare non gli permetteva mai nelle lezioni, giacchè il suonare a mente, diceva lui, guastava l'orecchio e la mano, il sentimento e la testa. Ma gli esercizi del vecchio metodo, col quale Gaspare era diventato suonatore di ultima fila, non bastavano più a Giorgio.

La sua prodigiosa attitudine finiva talvolta per spaventarlo.

— Chi ha inventato la musica? — gli chiese un giorno il ragazzo.

Gaspare rimase sconcertato, e dopo lunga esitanza rispose con un sorriso:

— Dio.

— Bravo! — esclamò il ragazzo alludendo all'inventore.

Adesso Giorgio aveva trovato un altro grande divertimento.

La sera sulle otto, all'ora del teatro, andava dietro un vicolo, nel quale arrivavano a quando a quando dei brani di opera. Il vicolo era quasi buio e deserto: egli si appoggiava alla parete nell'ombra di unaporta, ed ascoltava colla fronte in alto, quasichè dai tetti del teatro s'involassero col soffio della musica le visioni fantastiche della scena. Così le ore gli passavano come minuti. Ma per quanto i suoi sensi fossero fini e l'anima li acuisse ancora, gli accadeva troppo spesso di precipitare nel silenzio dopo di essersi innalzato sulle ali di qualche nota, o di aver turbinato in un pieno tempestoso di orchestra. E allora il dramma, che si agitava lungi nelle profondità imperscrutabili di quei muri, pareva inabissarsi sinistramente nel buio di un sotterraneo. Quindi colla fantasia del ragazzo proclive alla fola, e i sensi sureccitati da quelle crisi violente di musica e di silenzio, si creava una fantasmagoria fosca di visioni: si sentiva il freddo del terrore sulla fronte, vedeva l'ultima luce di un velo bianco nelle tenebre, ascoltava la ressa spaventosa di un passo nell'ombra, un tintinnio lugubre di ferraglia, che discendeva nelle spirali del buio; e, trattenendo involontariamente il respiro, si stringeva al muro, mentre il vicolo gli si allungava davanti nella notte, e il fanale lontano del gas non illuminava alcuno col suo chiarore rossastro. Gli pareva di essere solo, perduto in una sciagura misteriosa: ma d'improvviso scoppiava un altro canto, l'orchestra si appressava colla sonorità trionfale di una banda, i cori arrivavano colla giocondità del loro accordo indebolito attraverso i muri come un rumore discreto di festa, nella quale la voce pura del soprano sparpagliava dei mazzi di note o si alzava in un inno luminoso come un razzo. Poi uno strepito copriva tutto come un ululato di bosco, un fracasso di uragano prigioniero entro una sala, e che stia quasi per sbalzarne la volta. Il pubblico applaudiva: le teste si agitavano, gli occhi balenavano, le manisi percotevano l'una l'altra con rabbia demente, mentre una donna vestita di bianco e d'oro, ritta sui lumi della ribalta come sopra i gradini di un altare, curvava lievemente la fronte raggiante di un vapore di gloria. Allora anch'egli vedeva attraverso i muri, come se si trovasse nella sala; i palchi erano pieni, le signore si sporgevano dai parapetti, metà della platea era in piedi: un'onda di teste rimbalzava e cadeva quasi giù dall'orlo del loggione pieno di urla, l'orchestra era muta, e i suonatori cogl'istrumenti in mano guardavano dentro il palcoscenico, illuminato come il palazzo di un sogno, ricco come la reggia di un imperatore immaginario. Poi una tenda calava su tutto quell'incanto e la reggia spariva. Ma il frastuono della sala cresceva, la tempesta diventava bufera, si udivano grida di trionfo e singulti di naufragio; i lumi roteavano, le teste della platea fluttuavano come la schiuma di un'onda, i veli delle signore tremolavano come altrettante alberelle fiorite che si sfrondino tra il profumo, i bastoni percossi sul pavimento imitavano le vibrazioni secche della gragnuola. L'uragano cresceva, aveva delle folate e delle raffiche, degli aneliti e dei vortici, finchè la tela s'involava ad un ultimo scoppio, e riapparivano la reggia e la regina. Allora era un trionfo, una demenza di evviva, una girandola di sguardi, una pioggia di sorrisi bianchi come i gelsomini; i cortigiani erano scomparsi e le musiche tacevano.

E Giorgio ritto per aria, nel mezzo della sala, simile all'angelo del lampadario dorato, si sentiva spingere dal vento di tutti quegli applausi verso il palcoscenico, sul quale la regina si ritirava l'ultima volta nella maestà del suo paludamento bianco e oro, mentre le ovazioni stormivano ancora, e la telasi abbassava lentamente sugli ultimi fremiti della tempesta.

— Ah! — ruggiva Giorgio scagliandosi sul palcoscenico, di cui non restavano più che il basamento della grande sala e i mobili, intanto che il pubblico, in piedi per andarsene, gli aveva già voltato le spalle.

Ma il telone gli precipitava sul collo come il ferro di una ghigliottina.

Il pubblico non era più quello.

— Ah!

Con quest'esclamazione Giorgio si toglieva quasi sempre dal vicolo, accorgendosi di aver fatto tardi. E nella notte quelle visioni di gloria lo inondavano di splendori. L'ideale della sua arte, così poco mondano per se stesso, si vestiva di quella decorazione, mentre col violoncello fra le ginocchia gli pareva di sospendere ai fili invisibili delle proprie note migliaia e migliaia di anime sconosciute. Allora una grande ascensione avveniva nel suo cuore, come se un altro spirito vi si alzasse nel rossore di un'alba polare, e le parole del violoncello diventassero il suo divino linguaggio.

Ma ormai Giorgio ne sapeva quanto il maestro, che per quella assimilazione involontaria delle nature incompiute, le quali credono di svilupparsi nelle nature più ricche, assistendole, considerava come propri i suoi progressi. Infatti Giorgio aveva tutto ciò che mancava a lui e nelle proporzioni più giuste; la misura, il senso fine, il sentimento contenuto ed elevato, l'attitudine fisica, questa materialità tremenda ed incomprensibile, che fa uscire accenti sovrumani dal gozzo di un cantante imbecille, e toglie al più gran genio di poter esprimere, altrimenti che scrivendolo,il proprio canto. Perfino il difetto delle mani troppo grandi lo favoriva. Un giorno finalmente Gaspare gli permise di portarsi a casa il violoncello per far sentire all'Anna la romanza del tenore nel terzo atto delFaust. Giorgio avrebbe voluto che Gaspare assistesse all'esperimento, ma egli ricusò per una modestia, che era una grossa superbia. Anna strabiliò alla novità inaspettata, ma come intese quella musica di Giorgio, il cuore le sobbalzò. Giorgio aveva una fisonomia signorile, alla quale l'ispirazione di quel momento aggiungeva un significato romantico. Ella ascoltò colle lagrime agli occhi, e il cuore grosso di una gioia, che era quasi un dolore. Era strano, era impossibile, che Giorgio potesse suonare così, fosse così bello!

Gli anni erano passati inavvertiti. E il loro spirito confuso cercava a tastoni le date nella memoria per misurare la strada percorsa e contare i giorni vissuti col povero orfanello, allevato da lei per carità di madre sterile. Ma quando Giorgio all'ultima nota della romanza le cacciò gli occhi negli occhi col raggio dell'artista, ella si sentì ferita, e si allentò sulla sedia. Una rivoluzione le scoppiava nell'anima, accumulatavi insensibilmente nei lunghi giorni solitarii col ragazzo, che le diventava uomo alle sottane, e le gettava negli orecchi le modulazioni di tutte le voci, le voci di tutte le passioni.

— Dio! che cos'è? — esclamò Giorgio, correndo ad abbracciarla — non sei contenta?

L'Anna trasalì, e lasciandosi cadere la testa sul petto soffocò un:

— Oh!

Giorgio tremava, ma ella si levò impetuosamente, lo respinse, e andò all'armadio. Giorgio non l'avevamai veduto aperto. Anna si cercò febbrilmente la chiave in tasca, e spalancandolo alla fine, gli mostrò dentro una cassa di violoncello: l'altro frenò appena un urlo. Con un forza nervosa, che non si sarebbe mai creduta nel suo corpicciattolo, essa l'afferrò, la trasse dall'angolo, la posò per terra con una mano sola, e girando convulsamente la chiavetta, che era ancora nella toppa d'ottone, scoperse un magnifico violoncello.

La cassa era foderata in felpa verde, scolorita.

Giorgio si era appressato.

— Eccolo! — gli disse con un gesto quasi solenne.

— Era di mio padre, bada! Sai che ti amo molto per dartelo... e tu... — ma un nodo di tosse, che pareva un singhiozzo, le soffocò la voce, squassandole il petto. Una vampa di rossore le salì dall'erpete delle guancie sino alla fronte; ella chiuse gli occhi, e con accento fioco, il volto annebbiato da un cordoglio inesprimibile, proseguì adagio:

— Mio padre mi ha sempre detto che è un istrumento prezioso, è un Albani. Mio padre era primo suonatore nell'orchestra del teatro comunale, dava dei concerti, e avrebbe potuto diventare un signore: invece è morto lontano, nella miseria, lasciandomi questa sola eredità. Ho voluto tardare a dartelo, perchè volevo essere sicura che saresti un suonatore: ora ti credo. Tu sarai più bravo di lui, io non me ne intendo, ma lo sento nel cuore. Ecco la mia eredità, ti ho dato tutto.

Giorgio ebbe un singulto.

— Non piangere — ella proseguì con voce sorda; — forse verrà anche la tua volta, ma tu almeno potrai piangere sul tuo violoncello. Io no...nonposso... — esclamò agitando la testa, e dando in un grido, che tentò invano di nascondere sotto una risata.

— Porta via — soggiunse allungandoglielo —: va di là in cucina, e suona quello che vuoi.

Così dicendo tornò al lavoro. Giorgio rimasto coll'istrumento in mano, istupidito e commosso, non sentiva nè il fracasso procelloso della macchina, che pareva rompersi sotto le pedate, nè il soffio sibilante di quell'anelito, che la faceva quasi rassomigliare ad una locomotiva.

Poi si distrasse, e, lasciando l'istrumento appoggiato ad una sedia, le venne dinanzi. Anna aveva il naso sulla tela; le mani le tremavano convulsamente.

Ella non gli badò.

— Anna — susurrò il ragazzo, allungando la mano sulla tela per pigliarle una mano; le strinse una palma fra le dita, e, curvandosi, aspettò che levasse il viso.

La macchina proseguiva a corsa.

— Anna! — replicò più forte, vibrando di tutto quel trasalimento.

Ella rallentò il pedale.

— Tu sei la mia mamma.

— La tua mamma non ti amava.

Ma come pentita fermò la macchina, e gli guardò in faccia. Tutti e due avevano le lagrime agli occhi.

— Vuoi un bacio? — esclamò Giorgio colla grazia di un bambino, che non ha nulla di meglio da offrire.

— Andiamo, sì, l'ultimo.

Da quel giorno l'umore dell'Anna fu più ineguale. La mattina non andava più in cucina a farlo alzare, non lo aiutava più a vestirsi, non gli dirigeva più lesolite ammonizioni di portarsi bene a bottega e di non sprecare i pochi soldi delle mancie. Invece lo trattò da uomo, quasi col rispetto dovuto ad un dozzinante. Ma egli non se ne accorgeva, accettando quel miglioramento con un senso di egoismo soddisfatto; e a poco a poco fu meno diligente a bottega.

Il padrone in fine di settimana gli trattenne due franchi. Giorgio, che ne aveva già fatti altri tre di debito per comprare della musica, rimase con pochi soldi in tasca, e non si arrischiò di consegnarli all'Anna, come faceva sempre: ma ella non mostrò di notarlo. D'allora tutto il danaro fu speso in musica; Gaspare gli prestò la propria, se ne fece prestare da altri per lui, che passò le notti intere a suonare col sordino, o accennando semplicemente le note coll'arco, ed ascoltandole nel pensiero. Non dormiva, non mangiava quasi più. Dal canto proprio l'Anna, che era sempre vissuta di un becchime da uccello, smise anch'essa di mangiare: l'erpete, allargatosi mano mano, le nascondeva un altro rossore più cupo nello scavo delle gote. E quel lavoro ostinato cresceva sempre. Adesso ella si alzava più presto e si coricava più tardi, cucendo dei monti di roba, curva sulla macchina, gli occhi appannati da quell'eterno riverbero della tela, sulla quale di notte il lume a petrolio stendeva la propria luce oscillante e veemente. E poichè la lunga abitudine la dispensava quasi da ogni attenzione, ella si lasciava come scorazzare da quel rotolio, che le toglieva di vedere o di sentire tutto il resto. Solamente nella estenuazione della fatica qualche volta abbandonava improvvisamente regolo e pedale; e allora la sua faccia, insensibile nel lavoro come quello di un automa, prendeva un'aria di rassegnazione mal doma,con una fiamma rossa negli occhi. Ma non parlava quasi mai, nemmeno seco stessa, come i solitarii, o tutt'al più con un gesto, un sorriso, che erano tutta una fisonomia, il riassunto sublime di un discorso desolante.

Un giorno, portandosi alla bocca un pezzo di tela per trattenere un insulto di tosse, vi lasciò una bava sanguigna. Rimase un istante pensierosa, poi un sarcasmo le contrasse la bocca.

— Ohi! — esclamò — la gioventù, l'amore e la morte hanno il medesimo segno.

Ma, invece di riprendere il lavoro, si buttò sul letto.

Giorgio arrivò a casa più presto, e, trovandola coricata, sbigottì.

— Stai male?

Ella saltò a sedere sul letto col volto infiammato.

— Perchè? no.

Poi Giorgio le narrò come Gaspare avesse tanto parlato di lui col direttore d'orchestra, che questi aveva promesso di venirlo a sentire, e quindi ci poteva essere la speranza di un concerto alla Società filarmonica. Pronunciando queste parole, il cuore di Giorgio batteva come un pendolo.

— Sarà il principio della tua fortuna.

— E anche della tua.

Ella si era seduta sulla sponda del letto.

— Fai ancora all'amore? — gli domandò improvvisamente — già i compagni ti avranno messo su.

Giorgio ebbe una vampa di rossore, e si coprì di tale confusione, che l'Anna comprese la sua verginità, ed ebbe un brusco movimento.

— Allora bisogna che tu sia ben vestito; con questi stracci non ci puoi andare al concerto. Domanimattina dirai al padrone che ti prenda la misura di tutto un abito nero: il nero ti farà parere un signore; perchè vedi, me ne intendo io, ho fatto la sarta. Colla tua pelle bianca e i capelli biondi... Saprai poi salutare, quando vieni fuori, a tutta la gente, che ti guarda negli occhi...? Figurati che la sala sarà piena, ci saranno delle signore e delle ragazze, che ti batteranno le mani.

— Suonerò bene, non aver paura.

— E quando tornerai in questa miseria, ti parrà di soffocare e penserai che tutte quelle belle signore, che ti guardavano, saranno nei loro appartamenti parlando forse di te. Sono sicura che incontrerai, ma poi ti sembrerà di star peggio, qui, solo con me.

— Tornerò a suonare — rispose Giorgio coll'ingenuità dell'egoismo: — darò degli altri concerti.

— Anderai a girare il mondo?

— Sì, sì.

— Allora guadagnerai dei quattrini; i signori ti faranno dei complimenti, e ti inviteranno a pranzo per sentirti suonare dopo.

— Non ci andrò — ripetè con un impeto d'orgoglio.

— Perchè?

— La mia musica vale di più: non è già un divertimento.

Anna si arrestò; poscia guardandolo con malinconia:

— E quando sarai famoso?!

— Presto — replicò Giorgio, che non comprese il significato della domanda.

— Va a suonare, va.

Era vero. Il direttore d'orchestra venne a casa di Gaspare, e si mostrò poco commosso. Incoraggiò ilragazzo a proseguire, ma notò subito molti difetti di scuola e di interpetrazione: i tempi non erano sempre giusti, le note affettavano una smanceria di linguaggio umano, i bassi avevano poca profondità. Solo gli acuti gli piacquero.

— I vostri acuti sono perlati — disse finalmente; — avete superato una grande difficoltà.

Quindi Gaspare gli si raccomandò per un concerto, dipingendo alla propria maniera la posizione di Giorgio, ed insistendo con tale servilità, che l'orgoglio del ragazzo cominciò a sanguinare.

Il direttore promise così così, ingrandendo gli ostacoli, il pubblico che era svogliato, i concerti giù di moda, e sfruttati da tutti i grandi suonatori vaganti; nullameno procurerebbe, e disse al ragazzo di andare da lui per la risposta decisiva e per intendersi sulla musica. Egli aveva scritto un concerto per violoncello e pianoforte, ancora inedito, che potrebbe servire a meraviglia.

— Anzi, anzi — esclamò Gaspare — sarà una magnificenza.

Quando il direttore fu andato via:

— Vuole che suoni la sua musica, ecco perchè!

— Eppoi se non è bella, mi darà la colpa — ruppe improvvisamente Giorgio.

— Come siamo superbi! — rispose Gaspare, che in fondo divideva il dispetto del ragazzo per la freddezza del direttore; ma fortunatamente tutto andò per la meglio. Giorgio accettò di suonare quel concerto, una povera imitazione di Vieuxtemps, aggiungendovi un'elegia di Fumagalli, e la sublime romanza delTannhauser. Per un ragazzo era fin troppo. Aveva un mese di tempo, Gaspare s'incaricava di tutto.

— Tu studia e lascia fare.

Fu convenuto che Giorgio per quel mese non andrebbe a bottega; Gaspare avviserebbe il padrone, e l'Anna non ne saprebbe nulla fino all'ultima sera.

Giorgio doveva passare tutte le giornate in casa di Gaspare studiando.

Allora tutta la sua espansione cessò. Colla precocità di tutti i grandi artisti egli intuiva di già la vita in ogni rapporto coll'arte: quel concerto doveva essere la sua prima e più importante affermazione. Bisognava stordire il mondo per regnarvi poscia. La musica era la più grande delle arti, il violoncello il migliore degli strumenti. Egli lo sapeva e tutti lo dicevano, ma, appunto per questo, guai se non arrivasse ad esprimersi come sentiva, a far piangere come aveva pianto tante altre volte suonando!

Egli non sapeva ancora darsi la formula della perfezione, che sognava, e nella quale dovevano sparire scrittore e suonatore, partizione e strumento, la nota diventare una parola, e la parola un verbo. Allora solamente la musica era musica, quando diceva ciò che tutte le altre arti non possono, e parlando un linguaggio intelligibile a tutti, quantunque intraducibile per ognuno, ricordava alla coscienza ciò che essa non ha mai saputo, ma forse sempre presentito.

Giorgio sentiva tutto questo in confuso e, se non misurava sempre l'altezza cui la passione dell'arte lo spingeva, ne aveva già le vertigini e il freddo. Più spesso lo sviluppo del linguaggio musicale lo preoccupava dolorosamente. Egli lo avrebbe voluto col rilievo della plastica e la luce dei colori: quindi il pianoforte, colle sue note già fatte, di una misura e di un accento immutabile, non era per lui nemmeno un istrumento. Invece il violoncello aveva tutti i fremiti della carne e le vibrazioni del pensiero: macome la parola parlata, la sua parola ritmica doveva dir tutto e mostrar tutto. Da qual cuore usciva dunque quell'elegia di Fumagalli? Era il primo singhiozzo, o l'ultimo rantolo del dolore? Quelle lagrime cadevano colla rugiada dell'alba, o con quella della sera? Gli occhi avevano la profondità del cielo o quella del mare, cerulei o neri? Cercavano in cielo, o scrutavano sotto terra? Quando egli suonava quell'elegia gli pareva di vederne la donna, conosceva il suo dramma, udiva la musica nel suo cuore, e la ripeteva sul violoncello senza sapere come o perchè.

Ma la sera del concerto quella evocazione della sua anima doveva essere visibile a tutti, lì, presso lui, vestita come un angelo, colla veste troppo lunga, che le si ammassava ai piedi, e il corpo spossato.

Quel fantasma era una ossessione, che non lo lasciava più.

Gaspare gli andava dicendo:

— Studii troppo, ti ingrosserai la mano e l'orecchio.

Finalmente arrivò la vigilia del gran giorno.

In quel mese l'Anna era talmente deperita, che quando Giorgio se ne accorse rimase sgomento. Nullameno ella gli aveva cucito sei camicie alla moda e due cravatte di raso nero, che lo fecero piangere di una tenerezza mista quasi di rimorso. L'Anna si era forse uccisa a lavorare per lui; infatti non le restavano più che la pelle e le ossa, con due grandi occhi azzurri giù nella profondità dell'orbita, brillanti di una luce intollerabile. La sera, quando Giorgio tornò di bottega coll'abito nuovo, ella pretese che se lo provasse, e gli accomodò con civetteria di donna il nodo della cravatta e i riccioli sulla fronte. Ma dopo un lungo esame concluse che il soprabito era mal fatto.

— Quando sarai ricco, bada di vestir sempre bene — esclamò con un'ammirazione malinconica, che lo fece arrossire; quindi:

— Adesso va di là in cucina; lascia qui il violoncello, ed entra come se questa fosse la sala. Io mi metto là in fondo; tu entri, fai l'inchino al pubblico, ti accomodi a sedere, e suoni. Ti voglio vedere.

— Perchè non vieni al concerto?

— Io, così! finiresti col vergognartene.

Giorgio, che si sentì penetrato troppo, fin dove non voleva arrivare egli stesso, abbassò il volto; ma ella proseguì:

— Devi entrare disinvolto, sai? Non t'impacciare, il mondo è senza simpatia per quelli che lo temono, senza pietà per quelli che lo fuggono. Vediamo, va.

Giorgio andò: stette nella cucina due secondi, poi aprì l'uscio, e si avanzò superbamente fino alla sedia, presso alla quale aveva lasciato il violoncello; fece un piccolo cenno col capo, e si adattò l'istrumento fra le gambe, saggiandone l'accordatura.

— Vuoi che suoni? — disse smettendo la posa teatrale, e rivolgendosele con un sorriso.

— No — ella rispose trattenendo uno sbocco di sangue.

Quindi aperse il comò; ne trasse uno scudo, e glielo offerse.

— Divertiti, va a teatro.

— Ma perchè mi fai tutto questo? — proruppe commosso ed umiliato da quella bontà inesauribile.

— Dà mente a me, distraiti; domani sera suonerai meglio, altrimenti stanotte non dormirai.

— Allora mi spoglio.

— Mai; avvezzati l'abito addosso, se no domani sera parerai impacchettato.

Giorgio uscì trionfante, e l'Anna si buttò sul letto piangendo.

Si sentiva morire! Un gran bollore di sangue le montò dai polmoni con una nausea calda: potè appena nello spasimo afferrare il vaso da notte, e lo empiè mezzo. Un pallore cinereo le si diffuse sotto quel rosso ecchimosato dell'erpete, e le fe' una fronte di morta. Ricadde sull'origliere. In un mese la tisi, aiutata da quell'atroce lavoro della macchina, l'aveva uccisa senza uno scoppio di tosse. Anna lo sapeva. Era notte, il lume a petrolio ardeva sul tavolo: la camera era quieta, fuori la strada silenziosa. Allora le parve di non essere più nel mondo, e un pianto a goccioloni le cadde dagli occhi, mentre l'anima costernata le si sdraiava in fondo alla coscienza come dentro al sepolcro. Riassunse tutta la propria vita con uno sguardo, una vita grigia e taciturna, di lavoro automatico, in una stamberga, in fondo ad un quartiere abbandonato, dirimpetto ad un muraglione, che le toglieva ogni prospettiva. Ella non aveva vissuto, non aveva avuto nè mamma nè babbo, non aveva visto nulla, nè posseduto nulla. Era calata lungo la corrente dei propri giorni, come per uno di quei fossi metà ignoti e metà sotterranei: adesso il fosso era secco, e sovra i margini del suo pantano nemmeno un fiore agonizzava. Poichè non aveva avute speranze, non aveva rimpianti. Il sepolcro era per lei un'altra camera, in un quartiere abitato da gente ignota, perchè nessuno è più ignoto dei morti. Così il crepuscolo della sua giornata tramontava nella notte, e l'ombra dei suoi giorni si perdeva nella eternità. Tutto questo era giusto, ma era stato altresì inutile. Ella, che non aveva parenti, era senza santi. Però in quell'infinita oscurità dell'indomani, che lesi diffondeva già intorno, e in quell'ultimo dolore del corpo singhiozzava con tale passione, che quel dolore da solo non avrebbe potuto produrre. E, cercando spasmodicamente colla testa dove riposarla, girava gli occhi nella curiosità desolata dei moribondi!

Anna aveva dunque vissuto?

Poi nel fosco e freddo paesaggio del passato distinse qualche sprazzo di luce, qualche angolo fiorito: un uccello cantava da una siepe, un sorriso balenava da una pozzanghera. Poi arrivavano rumori di festa, e la gente cominciava a passare; uno si era fermato, mentre il sole irrompeva con tutta la potenza del proprio incendio. Quindi il sole impallidiva, e passava altra gente: erano donne e bambini, sorrisi e sarcasmi, grida e chiacchierii; una monotonia inesauribile di attività minute in una immensa società misteriosa.

Anna aveva dunque vissuto?

Bisognava morire. Ma perchè soffrir tanto? In ultimo la vita si divide; una metà guarda indietro: cosa faranno coloro, che lasciamo? Una metà guarda innanzi: dove andremo noi, che partiamo? Ella pianse, poscia il dolore le si calmò in una specie di sonnolenza. Non dormiva; il silenzio della camera le pesava sul respiro, la fiamma del lume a petrolio le bruciava nel petto. Le pareva impossibile di poter confessare: ho vissuto! e subito dopo morire. In quel momento ella sentiva come non mai prima la poesia irresistibile della vita e del moto. Voleva essere in due anche lei, perchè tutti sono in due nella vita, la sposa ed il marito, la madre ed il figlio. Ella invece, avendo dovuto esser sola, non era mai stata nulla. Quindi il mistero del mondo si complicava del suo piccolo destino, il dramma eterno della vitacolla sua effimera tragedia. Perchè dunque non aveva mai potuto amare ed essere amata? Tutte le forme dell'affetto le si erano perciò agglutinate mostruosamente nella coscienza: aveva ancora le tenerezze della bambina, le simpatie della giovinetta, le affezioni della ragazza, le passioni della donna; poi tutte le soavità dell'amicizia e gl'impeti dell'amore, le idolatrie della madre, e le bramosie della sposa, gli entusiasmi della vergine, e le gelosie della ganza. Ella, che aveva vissuto tanti anni così calma, credendosi quasi una donna dell'altro mondo, cominciava a comprendere di essere come tutte le altre. Perchè dunque morire? Perchè aveva dovuto suicidarsi con quel lavoro della macchina? Perchè le avevano fatto inghiottire tutte le amarezze, e adesso le facevano sputare tutto il sangue? Perchè dunque c'era Dio?

Morire, abbandonare Giorgio nel mondo senza esperienza e senza aiuto!

— Giorgio! — mormorò fiocamente spalancando gli occhi e avventando come un grido in faccia ad un invisibile interlocutore.

Giorgio non venne a casa che tardi, ella lo sentì, ma finse di dormire. Il ragazzo rimase due minuti a guardarla con una tenerezza piena di apprensioni, e andò a coricarsi in cucina. L'indomani Giorgio era invitato da Gaspare; passò la giornata fuori.

Benchè si sentisse molto male, l'Anna si era alzata per non scoraggiarlo: vegliò al suo abbigliamento, e, appena sola, tornò a letto. Contro tutte le istanze di Gaspare stesso aveva rifiutato di assistere al concerto, prestando per suprema ragione la mancanza di un vestito adatto. Fu l'ultimo giorno. Lo sfinimento di tutte le forze le dava la rassegnazionedell'impotenza. Quindi scrisse una lettera, che era il suo testamento, se la nascose sotto il capezzale, e ricoricandosi disse con un mesto sorriso le stesse parole di Byron:

— Adesso dormiamo.

La finestra era socchiusa: il gatto era scappato fin dal gennaio dietro una misteriosa avventura di amore, il canarino era morto coi primi freddi dell'anno.

Ella se ne ricordò, e il malinconico destino di quel povero uccello, vissuto sempre in gabbia, che non aveva conosciuto nè la patria lontana, nè la nuova dove avevano trasportati prigionieri, chi sa da quanti secoli, i suoi avi, le parve pieno di triste affinità col proprio. Anche il canarino non aveva avuto nè nido nè figli: perchè dunque era vissuto?

Dopo una lunga meditazione, nella quale si rimproverò di essere stata la sua carceriera, se ne distolse susurrando:

— Beh! tanto è finito.

Non ci pensava: tutto le moriva in cuore, anche il problema della vita. Allora ebbe un letargo, era già morta.

Passarono molte ore, poi si destò come ad un richiamo.

— Il concerto?!

Erano circa le sei della sera.

D'improvviso tutto quell'egoismo dell'agonia svanì, e rientrando precipitosamente nel mondo vi riconobbe tutti i viventi. Fu un tumulto. Il concerto, Giorgio, il suo trionfo, l'amore di madre e di donna, che gli portava e che sembrava già morto, tutto rifulse in quell'ultimo crepuscolo. Rivide Giorgio, e le parve di abbracciarlo stretto per portarselo nellaeternità. Ma in quell'abbraccio si sentì mancare il respiro: le mancava davvero.

Allora colla ostinazione e l'avvedutezza dei moribondi si stese sul letto, e vi rimase cercando di raggranellare tutti gli atomi delle proprie forze; fece una provvista di aria e di pensiero, stette ancora chi sa quanto così; quindi lasciandosi scivolare dal letto con una circospezione indefinibile, adagio, a passi insensibili per consumare meno energia, arrivò al tavolino.

Voleva scrivergli una lettera.

Quando sentì di riuscirvi, mise un sospiro di gioia, la più intensa di tutta la sua vita. Era quasi felice nel sentimento poetico della propria morte: un chiarore di aureola le imbiancava il volto.

Scrisse un pezzo, poi chiuse la lettera, e, sorridendo come una bambina, tornò a letto.

— Ora è proprio finita.

Ma poco dopo intese aprire violentemente la porta; Giorgio entrò rosso ed ansante.

— Fra un'ora incomincia — esclamò —. Sono scappato, volevo vederti.

Ella, che non capì quella curiosità affettuosa, le diede un significato tragico.

— Non aver paura, morirò dopo — disse con voce quasi insensibile.

— Vieni?

— Sento di qui.

In quel momento, animato dalla corsa e dall'emozione, Giorgio era bellissimo: non sapeva bene quello che si facesse: distingueva appena gli oggetti. La espressione morente dell'Anna gli sfuggì.

Ella chiuse gli occhi abbacinata dalla sua visione.

— Scappo.

E scappò senza attendere la risposta.

Era notte: un chiarore pallido, filtrando per la finestra, bagnava cinque o sei mattoni del pavimento, il grugno brunito della macchina e lo specchietto della parete avevano a quando a quando un raggio. Tutti gli altri mobili erano spariti, la piega del lenzuolo, prolungandosi verso terra, faceva una chiazza indecisa nell'ombra.

Anna sonnecchiava: per un momento le parve di udir suonare, poi più nulla.

Aveva freddo, ma non ebbe la forza di ravvoltolarsi addosso le coperte, e si tirò solo un lembo del lenzuolo sul volto. La notte e il freddo crescevano, il chiarore si appannò, poi si spense del tutto nella camera.

Non si intese più nulla.

Alle undici il rumore di un fiacchero, che si fermava alla porta, salì: poco dopo Giorgio rientrava col violoncello in una mano, e il fiammifero nell'altra. Era raggiante, si accostò premurosamente, ma udendo il suo piccolo respiro rantoloso, e vedendole gli occhi chiusi, non osò chiamarla. Anna si teneva con una mano il lenzuolo sulla bocca, l'altra le pendeva abbandonata lungo la sponda del letto.

Stette così infra due di narrarle tutto, le sale, il pubblico, la propria paura, poi i primi applausi, applausi sempre, un trionfo, una demenza, i signori che gli stringevano la mano, le signore che lo guardavano cogli occhi inumiditi: e Gaspare, il suo padrone, il sarto che era venuto in camerino a dargli un bacio e a dirgli che gli regalava il vestito. Ma l'Anna aveva gli occhi chiusi, e il suo piccolo respiro rantolava insensibilmente fra le fila del lenzuolo.

Giorgio guardava sempre col fiammifero, riparandolocoll'altra mano. Appoggiò il violoncello alla testiera del letto come per farle capire, se si destava, di essere tornato, e sulle punte dei piedi andò in cucina.

Era così affaticato da tutte quelle emozioni, che si addormentò.

Quando si svegliò la mattina, era solo.

L'Anna era morta; non aveva più il lenzuolo sul volto, ma il lenzuolo era macchiato di sangue.

* * *

Gaspare aveva ospitato Giorgio.

Sciaguratamente la lettera trovata sotto il capezzale dell'Anna non giovò a nulla; alcuni parenti lontani s'impossessarono dei pochi mobili, senza che si trovasse un avvocato per difendere la causa dell'orfanello. D'altronde nè Gaspare nè Giorgio insistevano; questi si portò via i panni, la musica, il violoncello, ed entrò con Gaspare nell'orchestra sotto il solito direttore; poi un impresario gli offerse di fare un viaggio per l'Italia e per l'estero dando concerti. Giorgio accettò con entusiasmo. Però i loro conti fallirono quasi interamente. Quindi da Venezia, la terza stazione del pellegrinaggio, entrarono in Germania già decaduti dalle prime pretensioni, fermandosi in tutte le città, e adattandosi alle esigenze della speculazione per fare quattrini. Se non che quella vita, tanto sognata, finì presto per mortificargli, colla passione della musica, la squisita sensualità artistica. Ogni giorno si faceva più malinconico, non parlava, ricusava tutte le sollecitudini dell'impresario, il quale per tenerlo allegro avrebbe voluto visitare i luoghi dove transitavano. Invece di passare come uno straniero poetico e fatale incantando la gente, e lasciandosidietro una lunga commozione di ricordi, si accorgeva di non essere che un povero ragazzo in mano ad un mercante, il quale lo faceva suonare negl'intervalli delle commedie in tutti i teatrucoli, e, urgendo il bisogno, gli avrebbe fors'anche imposto le birrerie. Fortunatamente l'impresario, una natura di boemo, metà speculatore e metà dilettante, che aveva vissuto la più strana vita di avventure, si compiaceva troppo nella mobilità di quel vagabondaggio per pensare molto a sfruttarlo. Quindi trattava Giorgio da camerata, dandogli volta per volta pressochè la metà vera dell'incasso; e mentre egli la spendeva il più presto possibile in bagordi, ai quali aveva la prudenza di non invitarlo, per non compromettergli la salute, Giorgio la riponeva quasi integralmente.


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