[pg!127]«S. E. CrispiRoma.Vienna, 27 luglio 1890,Signor Presidente,Mi pregio di segnar ricevimento della lettera che V. E. mi fece l'onore di dirigermi il 24 corr. relativamente allo scioglimento della SocietàPro Patriala quale fa seguito al telegramma ch'Ella mi diresse il 22 corrente, ricevuto il 23, e redatto nel medesimo senso; nonchè della copia di lettera annessa, diretta a V. E. dal Consiglio Centrale della SocietàDante Alighieri.Al suo telegramma ebbi l'onore di rispondere col mio telegramma del 25 corrente che mi pregio di confermare e di qui trascrivere:(Riservato). «Ringrazio V. E. della informazione che mi dà rispetto alla Soc.Dante Alighieri. Essa sa che il Governo Austro-Ungarico non ammette alcuna ingerenza estera per ciò che riguarda i sudditi italiani dell'Austria. Io non posso perciò parlare della soluzione della SocietàPro Patriaa Kálnoky, tanto meno dopo che un telegramma da Roma inserito nellaNeue Freie Presseannunzia che io fui incaricato di far passi in proposito. Ora mi permetta di rilevare un'espressione del suo telegramma. Ella sembra credere che la dissoluzione sia stata fatta per sentimenti clericali del Ministero. La quistione non è clericale, giacchè nella società disciolta vi erano parecchi preti e d'altra parte fra quelli che applaudirono alla dissoluzione vi è la stampa liberale tedesca dell'Austria. Il fatto è che la dissoluzione è dovuta a certe imprudenze della detta società, a proposito delle quali il Governo Austro-Ungarico non ammette che noi siamo meglio informati di lui, trattandosi di società esistente in Austria».V. E. mi rispondeva col telegramma seguente:«Roma, 26 luglio 1890.(Riservato). Non ebbi mai in mente ch'Ella reclamasse presso codesto Governo contro il DecretoPro Patriaed i giornali che lo scrissero fantasticarono. Nella mia lettera del 24 che non tarderà a ricevere, le ho dichiarato [pg!128] che ogni Governo entro i confini dello Stato ha pienissimo diritto e nessuno può ingerirsi negli atti della sua interna amministrazione. Lo scopo per il quale a V. E. mi diressi col telegramma e con la lettera fu d'informarla delle impressioni sentite in Italia dal decreto per lo scioglimento delPro Patriae del contegno e degli scopi dell'associazione italianaDante Alighieri, che non mira alle provincie italiane dell'Austria, ma estende la sua azione in tutti i paesi nei quali sono italiani, questa istituzione completa l'opera iniziata dal Governo coll'istituzione delle scuole italiane all'Estero».Confermandole che io non posso fare dello scioglimento della SocietàPro Patriae delle circostanze in cui si produsse, l'oggetto di una conversazione col conte Kálnoky, mi riservo però la prima volta che avrò occasione di vedere il conte Taaffe, senza entrare nel merito della questione, di fargli notare l'errore di fatto in cui cadde nelle considerazioni che precedono il decreto relativamente alle comunicazioni della SocietàPro Patriacon quella dellaDante Alighieridi Roma, e intorno agli scopi di quest'ultima. Ma quest'errore è già stato rilevato da una parte della stampa, ed il miglior modo di metterlo in rilievo è quello di dare la maggior pubblicità possibile alla lettera che in proposito fu diretta all'E. V. dal Consiglio Centrale della SocietàDante Alighieriin Roma.Per quanto mi risulta da ogni fonte il Vaticano ha potuto bensì compiacersi dell'accaduto come di cosa che possa nuocere alle buone relazioni tra i due paesi, ma non ebbe nessuna parte nella determinazione di cui si tratta. La questione, ripeto, non è clericale, ma essenzialmente politica ed irredentista. L'E. V. tocca, nella sua lettera, una questione assai grave, quella della continuazione dell'alleanza dell'Italia all'Austria-Ungheria, che sarebbe, a di lei giudizio, resa più difficile dalla cattiva impressione che l'atto di cui si tratta fece in Italia e si può aggiungere dall'impressione non meno cattiva che produssero in Austria-Ungheria alcuni atti della SocietàPro Patria. Non è certo intenzione di V. E. come non è la mia, di trattare una simile questione per incidenza. Mi limito soltanto a ricordare qui ciò che a Lei è ben noto, cioè, che tale alleanza, la quale del resto non fu fatta da Lei nè da me, fu consigliata all'Italia da circostanze imperiose che ignoro se siano modificate, [pg!129] che fu chiesta dall'Italia, non dall'Austria-Ungheria; che fu mantenuta con lealtà da ambe le parti, e suppongo con reciproco vantaggio. Spetterà alla saviezza dei Governi che presiederanno più tardi alla direzione politica dei due Stati lo esaminare se convenga rinnovarla nel 1892.Gradisca, signor presidente, i sensi della mia alta considerazione.Nigra.»«S. E. Conte NigraVienna.Roma, 31 luglio 1890.Signor Conte,(Personale). Ho la sua del 27.Nulla ho da aggiungere alla mia lettera del 24 ed ai telegrammi del 22 e del 26. Sento quanto ella mi scrive nella sua del 27, e sul decreto per lo scioglimento delPro Patriaritengo inutile per ora ogni ulteriore discussione.Mi permetta, però, che io spenda poche parole sovra un argomento che scivolò quasi per incidente nella nostra corrispondenza e che è della massima importanza.Io non voglio riandare le origini del trattato d'alleanza. Ammetto che se ne deve all'Italia l'iniziativa. Posso però giudicare la situazione quale essa è, ed in questo giova alle due parti parlarne senza preconcetti e con vero disinteresse.Io sono di parere che l'alleanza sia utile all'Italia ed all'Austria.L'Italia deve aver sicure le sue frontiere. Non potendo pel momento aver amica la Francia, ed è una sventura, deve ad ogni costo tenersi stretta all'Austria, e non comprometterne l'amicizia.Se l'Austria ci sfuggisse, si alleerebbe subito alla Francia in difesa del Papa. Le conseguenze sarebbero incalcolabili.L'Austria alla sua volta ha bisogno dell'Italia, la quale, in certe occasioni, potrebbe renderle segnalati servizii. L'Austria, sicura alle Alpi e nell'Adriatico, avrebbe piena libertà d'azione verso l'Oriente, dove sono i suoi [pg!130] veri interessi e donde può essere assalita dai suoi veri nemici.L'Austria è quella che è, e se volesse modificarsi correrebbe il rischio di andare in rovina. Per vivere però è obbligata a rispettare tutte le nazionalità racchiuse entro i confini dell'Impero.Dalla parte nostra dirò che l'Italia è interessata perchè l'Austria non si sfasci. Per noi essa è una grande barricata di fronte ad eventuali e più pericolosi avversarli, che giova tener lontani dalle nostre frontiere.Posto ciò, tra l'Italia e l'Austria non ci dovrebbero essere quistioni. Quella dei confini sarà, un giorno o l'altro, risoluta amichevolmente.Vuolsi intanto osservare che in Italia l'alleanza coll'Austria non è simpatica, essendo pur troppo recenti i ricordi delle lotte nazionali e del mal governo imperiale.Necessario, quindi, che l'Austria faccia dimenticare il suo passato, e che negli atti di governo eviti di ferire il sentimento di nazionalità, che è ancora vivo negli italiani.Queste considerazioni, signor Conte, le proveranno che le mie opinioni sono abbastanza concilianti, e che quando io chiedo qualche cosa da cotesto Governo, lo fo sempre nell'interesse dei due paesi.Dev.mo suoF. Crispi.»«S. E. CrispiRoma.Vienna, 7 agosto 1890.Signor Presidente,(Personale). Ho il suo autografo del 31 luglio e ne La ringrazio. Il suo linguaggio è da uomo di Stato, e la sua lettera dalla prima all'ultima sillaba è oro di coppella. Ella stima l'alleanza utile all'Italia e all'Austria. Posso assicurarla che tale è pure l'opinione di Kálnoky e di tutto il Ministero austriaco. Questi Ministri si rendono perfettamente ragione della cattiva impressione che produce in Italia la dissoluzione della SocietàPro Patria. Ma fra i due mali essi preferiscono quello che credono il minore per loro. Preferiscono, cioè, che la cattiva [pg!131] impressione si produca in Italia, anzichè in Austria. Vogliono l'alleanza e sono pronti a eseguirne fedelmente gli obblighi, ma a condizione che non si voglia imporre l'irredentismo in casa loro. La situazione è tale; e nessun Ambasciatore o Ministro può cambiarla.Certo, sarebbe desiderabile che ai sudditi Italiani dell'Austria fosse concessa una posizione eguale nel fatto a quella accordata alle altre nazionalità dell'Impero. Ma per ottener ciò converrebbe che gl'Italiani sudditi dell'Austria si mettessero dal loro canto nella situazione delle altre nazionalità, ciò che non fanno. Bisognerebbe, cioè, che rinunciassero all'irredentismo.Invece non lasciano passare occasione senza affermarlo; e la SocietàPro Patriaspinse il suo zelo fino ad una dimostrazione contro la bandiera austriaca. Io non mi arbitro di giudicarli. Accenno il fatto. E constato, una volta di più, che ogni indizio d'un'immistione da parte del Governo italiano in questi affari, peggiora, invece di migliorarla, la situazione degl'Italiani sudditi dell'Austria. E viceversa, ogni atto di questi che miri all'Italia, rende più difficile la situazione del Governo italiano verso l'Austria-Ungheria.E qui potrei terminare la mia lettera, attesochè in sostanza Ella comprende perfettamente la situazione, e sa che non c'è da insisterci.Ma non posso dispensarmi dal ripeterle qualche altra considerazione, già toccata in precedente corrispondenza. Ella sembra credere che le disposizioni contro ilPro Patriasi debbano in parte al clericalismo del Conte Taaffe. Ora mi preme il levarla da questo errore. Anzitutto in questo paese sono tutti, più o meno, clericali. Ma nel caso presente il clericalismo non ha nulla che fare. Se invece del Conte Taaffe, il Ministro dell'Interno fosse il più liberale degli Ebrei di Vienna, la situazione non cambierebbe d'un punto solo intorno a questo affare. Ella ha visto gli applausi con cui la dissoluzione fu accolta dalla stampa liberale viennese. Non è dunque questione di clericalismo. Ma bensì questione politica irredentista. Per carità. La supplico di non vedere i Gesuiti là dove proprio non ci sono.Mi preme inoltre di ben constatare un altro punto. Io non vorrei ch'Ella credesse che io rifugga dal fare a Kálnoky o agli altri Ministri imperiali comunicazioni [pg!132] sgradevoli. Abbia la bontà di persuadersi che io da questi signori non ho nulla, ma proprio nulla, da sperare, nè da chiedere, nè da temere; e che non tengo punto a restar qui. Nella posizione mia posso dire molto liberamente a loro, come a Lei, come ad ognuno, quello che penso, anche quando ciò che penso possa tornar sgradevole. Ma non amo dar colpi di spada nell'acqua e far passi non solo inutili, ma dannosi, tali, cioè, da raffreddare senza profitto le relazioni fra i due Stati.Ancora una parola sull'alleanza coll'Austria, ch'Ella mi scrive non esser popolare in Italia. Anzitutto io penso ch'Ella renderà a Kálnoky la debita giustizia. In ogni questione che finora si presentò, il concorso dell'Austria-Ungheria non ci fece mai difetto, e fu talora più pronto e più largo di quello della Germania.Deploro che quest'alleanza non sia popolare presso di noi, e che non se ne comprenda la necessità. Le mie simpatie per la Francia datano da un pezzo e non le ho mai celate; e, certo, se avessi visto la possibilità di un'alleanza tra la Francia e l'Italia, io non sarei ora qui. Ma anche quando la direzione delle relazioni fra l'Italia e la Francia era in mano d'uomini notoriamente amici alla Francia, come Cairoli e Cialdini, non solo non fu possibile un'intesa fra i due Governi, ma ci fu lo schiaffo di Tunisi.Se, ciò non ostante, non vi è simpatia fra noi per l'alleanza Austro-Italica, questo prova che il nostro povero paese non è ancora stato abbastanza miserabile, e che ha bisogno di altre lezioni più disastrose e più umilianti. Si scosti dall'alleanza attuale, e le avrà. All'Italia nella situazione presente dell'Europa si presentano tre alternative:O l'alleanza attuale, con tutti i suoi pesi, ma con la sicurtà; o in ginocchio dinanzi alla Francia; o diventare un grande Belgio, senza l'industria. E ancora, non è ben certo che il grande Belgio, mercè le divisioni e le amputazioni, non diventasse piccolo.Mi creda, signor PresidenteSuo devotissimoNigra.»[pg!133]«Il R. Console Generale d'Italia a Trieste a CrispiRoma.Trieste, 3 agosto 1890.Signor Ministro,Anzichè riferire e necessariamente ripetere le notizie già pubblicate e diffuse dalla stampa, mi sembra di dover piuttosto riassumere e considerare i fatti di maggior rilievo e d'interesse per il R. Governo.L'ordinanza ministeriale che pronunciò la dissoluzione delPro Patriaè stata dappertutto e con estremo rigore applicata ed eseguita.Chiuse le scuole e gli asili d'infanzia dipendenti dalla Società, il Governo con una lunga serie di provvedimenti che i più giudicano errori, se ne appropriò i documenti ed i fondi: vietò le collette, proibì ogni pubblica adunanza e manifestazione e tutti quasi sequestrò i giornali del Regno.Ma queste severe misure non fecero che accrescere i malumori nazionali ed inasprire una situazione già per se stessa difficile, nè scevra di pericoli: offesero ma non sgominarono gli italiani; dispiacquero ai tedeschi, inquieti della parte d'influenza che lo Stato concede agli Slavi; nè i Croati e Sloveni contentarono, perchè parvero miti troppo e insufficienti.Impensierisce per vero il loro contegno e l'aggressivo linguaggio della stampa slava la quale fin d'ora proclama il proprio trionfo e la rovina di nostra nazionalità.Rassicura invece il calmo e dignitoso atteggiamento degli italiani regnicoli e non regnicoli.I cittadini del Regno, infatti, provano tuttodì d'intendere non solo le esigenze della politica internazionale, ma di sentire quanto importi, nell'interesse dei connazionali soggetti all'Austria, di starsene assolutamente da parte; i non regnicoli hanno saputo resistere al partito che tentò trascinarli più in là del dovere, e non colle dimostrazioni nè con clamorose proteste, ma servendosi dei mezzi legali forniti dalla costituzione, seriamente rivendicano l'uso dei diritti, che la stessa costituzione loro consente. [pg!134]A Trieste frattanto di giorno in giorno si aspettano le decisioni del supremo Tribunale dell'Impero, e tali si sperano da permettere che il soppresso sodalizio su altre basi risorga.Nell'Istria, dove sono più numerose che altrove le scuole italiane, l'agitazione è maggiore: e le fiere parole pronunciate dal Podestà di Rovigno nell'ultimo recente Congresso della Società Politica Istriana (V. E. potrà leggerne il testo nell'accluso foglio) tutta ne rilevano la gravità e l'importanza.In Dalmazia, e secondo risulta dal pur qui compiegato rapporto, gli Slavi danno quasi per finita la lotta, e dettano a dirittura patti e condizioni.Malmusi.»L'atto del governo del conte Taaffe suscitò in Italia un vivo malumore, del quale naturalmente profittarono i radicali. L'agitazione irredentista divampò, e l'on. Crispi dovette adoperare tutta la sua autorità ed energia per frenarla.Ecco un saggio delle istruzioni ch'egli dava ai prefetti:«Commendator Basile PrefettoMilano.26-7.(Riservato). Ripeto a lei quel che telegrafai al suo collega di Bari:Il decreto per lo scioglimento delPro Patriaè un atto di politica interna di un governo straniero, contro il quale non abbiamo il diritto di agire.Rispettiamo l'indipendenza degli altri Stati, se vogliamo rispettata la nostra.La dimostrazione popolare che si minaccia di fare costà sarebbe un reato ai termini dell'articolo 113 del codice penale, il quale punisce con la detenzione da tre a trenta mesi ogni atto che possa turbare le relazioni amichevoli del Governo italiano con un Governo straniero.Faccia modo di persuadere i promotori della dimostrazione a starsi tranquilli. Qualora i consigli non giovino, esegua la legge.Crispi.»[pg!135]«Commendatore Basile PrefettoMilano.31 luglio 1890.(Personale). I comizi e le dimostrazioni contro il decreto di scioglimento delPro Patriasarebbero atti antipatriotici che darebbero ragione al Governo austriaco del preso provvedimento.I soci delPro Patriaaffermavano che il loro era un sodalizio che aveva solo per iscopo la cultura nazionale e la diffusione della lingua patria nelle provincie nelle quali si parla l'italiano.Le dimostrazioni ed i comizi indicherebbero che ilPro Patriaera realmente un'associazione irredentista, siccome la disse la luogotenenza di Trento. Ne verrebbe danno ai soci, ai quali sarebbe tolta anche la possibilità di ricostituirsi sotto altro nome.Veda Missori, Antongini ed altri patrioti e tenti di valersi dell'opera loro per dare sani consigli a coloro che con un preteso patriottismo turberebbero l'ordine in Italia e nuocerebbero a quelle popolazioni che dicono di voler redimere.Invoco da tutti che sentano i doveri di patria e li adoperino.Crispi.»Nella seconda metà di agosto Crispi fu costretto ad adottare un provvedimento che diremo dimostrativo della sua ferma volontà di troncare l'agitazione irredentista: sciolse (decreto 22 agosto) le Associazioni, i Comitati, i Circoli e i Nuclei (denominazioni diverse di enti che si proponevano scopi identici) intitolati a Guglielmo Oberdank e a Pietro Barsanti.Non vi furono contumelie che i radicali non lanciassero a Crispi, pel suo «servilismo austriaco». Ma egli, in verità, compiva un dovere penoso, e dei suoi sentimenti fanno testimonianza i telegrammi scambiati col Re Umberto, il quale era in grado di apprezzare il patriottismo del suo primo ministro: [pg!136]«A S. M. il ReMontechiari.25 agosto 1890.Oggi contemporaneamente in tutte le città nelle quali esistevano, furono sciolti i sodalizii intitolatiBarsantiedOberdank.I funzionari della pubblica sicurezza fecero il loro dovere e però le operazioni riuscirono.In Roma furon trovate delle bombe.Gli atti furono mandati all'autorità giudiziaria.Sempre agli ordini di V. M.Il devotissimo servoF. Crispi.»«S. E. Cav. Crispi Pres. Cons. MinistriMontechiari, 28 agosto 1890.Ho ricevuto il suo telegramma di avant'ieri sera.I provvedimenti presi per lo scioglimento dei CircoliOberdankeBarsantisono ottimi, essendo tali da far cessare una equivoca tolleranza indegna di paese reputato civile e liberale. La schietta energia di lei varrà a persuadere i facinorosi che hanno da fare con un Governo deciso a farsi rispettare e lo rispetteranno. Spero che d'altra parte un Governo alleato non renderà più difficile il patriottico compito di lei con atti eccessivi ed inutili.Ad ogni modo di tutto la ringrazio di cuore.Qui procede ogni cosa bene. Sono molto soddisfatto dello spirito delle truppe, come pure dell'accoglienza che dovunque ricevo dalle popolazioni.Con sentimenti di viva amiciziaaff.moUmberto.»[pg!137]«A S. M. il ReMontechiari.28 agosto 1890.L'Austria faccia la sua via. La deploro, ma non devo inquietarmene.Facendo il nostro dovere e governando fortemente l'Italia, potremo a suo tempo aver ragione di dichiarare che non fu nostra la colpa se le sorti dell'impero vicino precipiteranno.Sempre agli ordini di V. M.Il devotissimo servoF. Crispi.»Nel settembre un incidente del quale un suo collega del Ministero fu piuttosto vittima che responsabile, contrariò vivamente Crispi e rese inevitabile un provvedimento che lo addolorò molto.In un banchetto offerto in Udine all'on. Seismit-Doda, ministro delle Finanze, uno dei commensali, l'avv. Feder, brindando al Doda e ricordando che nel 1848«udita la rivoluzione di Vienna che fece scappare S. M. Cattolica Apostolica Romana» da Trieste si recò a Venezia per «partecipare a quell'Assemblea gloriosa che votò la resistenza ad ogni costo», augurò che «Sua Eccellenza chiudesse la sua laboriosa carriera.... con il viaggio inverso, su nave italiana, col tricolore italico spiegato vittoriosamente al vento.»L'on. Seismit-Doda sentì l'augurio e tacque; ma la stampa s'impossessò dell'avvenimento e gli attribuì il valore che aveva, quello cioè di una manifestazione irredentista, presente e presunto consenziente un ministro del Re.Crispi telegrafò subito al Doda meravigliandosi del suo contegno, e rimproverandolo perchè lui e il prefetto non avevano abbandonato la sala del banchetto.«Rimanendo indifferenti — soggiungeva — avete implicitamente aderito agli oratori e agli applausi. Capo del Governo, non devo permettere che si dubiti della lealtà [pg!138] con la quale vengono eseguiti i patti internazionali, nè far sospettare che uno solo dei miei colleghi sia contrario alla mia politica.»L'on. Seismit-Doda non poteva più rimanere ministro. Ma invece di persuadersene s'irritò, fece comunicazioni ai giornali d'opposizione e non si arrese all'invito amichevole di dar le dimissioni; cosicchè Crispi fu costretto a proporre al Re un decreto di esonerazione dall'ufficio.La questione fu portata alla Camera e discussa nella tornata del 19 dicembre. Crispi reclamò un voto e la Camera, su di una mozione presentata dall'on. Angelo Muratori, approvò la condotta di Crispi con 271sì, contro 10noe 16 astenuti.La sentenza della Corte suprema dell'Impero sullo scioglimento delPro Patriafu pronunziata il 28 ottobre. Essa dette un colpo al cerchio e l'altro alla botte: approvò l'ordinanza governativa, ma permise che la Società disciolta si ricostituisse sotto la denominazione diLega Nazionale. In conclusione al decreto del 16 luglio si volle dare il valore di un monito: che la Società italiana non si occupasse di politica.L'ultima fase dell'azione diplomatica di Crispi è rappresentata dai seguenti telegrammi:«Ambasciata Italiana,Vienna.Roma, 26 ottobre 1890.(Riservato). Le parole dell'avvocato del governo imperiale regio riferentisi societàDante Alighieriinnanzi al supremo tribunale dell'Impero ed il giudizio dato sul signor Bonghi non avrebbero grande importanza se fossero stati pronunciati da chi non avesse avuto l'obbligo di conoscere le cose italiane. Dette a Vienna producono fra noi impressione così strana da costringerci a chiedere che almeno non ne resti traccia nella sentenza che emanerà il 28 corrente il Tribunale contro ilPro Patria. Il nostro onesto desiderio dovrebbe essere assecondato poichè, altrimenti, il falso concetto ove si ripetesse in un atto officiale, farebbe pessimo senso in Italia, specialmente in questo momento. Del resto, lo stesso conte Kálnoky, parlando al conte Nigra, avrebbe già riconosciuto l'errore di avere nella questione delPro Patria[pg!139] citato laDante Alighieri. Nell'intrattenere d'urgenza su quanto precede il signor Szögyeny, Ella vorrà inoltre adoperarsi perchè ilFremdenblattnon continui co' suoi comunicati intorno la corrispondenza vaticana col Nunzio Galimberti, poichè diversamente ci troveremmo obbligati a pubblicare i documenti pontifici nella loro integrità, il che nuocerebbe a tutti, salvochè a noi.Crispi.»«S. E. Crispi,Roma.Vienna, 26 ottobre 1890.(Riservato). Ho comunicato a Szögyeny telegramma di V. E. di iersera relativo notaFremdenblatt. Szögyeny mi ha detto che detta Nota era stata pubblicata soltanto per rispondere alle domande che da varie parti erano state dirette al Ministero a tale riguardo, e che essa non aveva altro scopo che di constatare che qui non si aveva notizia alcuna della corrispondenza scambiata tra il Vaticano e Monsignore Galimberti. Szögyeny aggiunse che sarebbe stato dolentissimo se si attribuisse un'intenzione qualsiasi sfavorevole verso l'Italia al governo austro-ungarico, il quale non desiderava punto ingerirsi in questione siffatta. Szögyeny mi pregò di assicurare l'E. V. che, per quanto era in suo potere, avrebbe provveduto a che pubblicazioni ufficiose in tal senso non avessero luogo in avvenire.Avarna.»«S. E. Crispi.Vienna, 27 ottobre 1890.(Confidenziale). Szögyeny è partito stamane di buon mattino per la caccia e non sarà di ritorno che sul tardi nella sera.La comunicazione, di cui Ella m'incarica, non potrà quindi essergli fatta che domani.Profitto occasione per sottometterle alcune considerazioni.Il principale capo di accusa contro ilPro Patriaè.....(?) di essa con laDante Alighieri. [pg!140]Questa accusa fu ribattuta dall'avvocato Lovisoni che difese vittoriosamente laDante Alighierie l'on. Bonghi, dimostrando i loro scopi leali. Contro ciò il rappresentante del Governo mantenne l'accusa con parole ch'Ella desidera non ne resti traccia nella sentenza.I passi di cui Ella m'incarica, ove fossero bene accolti, metterebbero questo Governo in contradizione e giustificherebbero la domanda sporta dalPro Patriadi essere riabilitato, ciò che il Governo austro-ungarico non sembra disposto a fare.Qualora l'E. V. giudicasse che, malgrado ciò, io faccia a Szögyeny la comunicazione in discorso, io non mancherò di eseguire col maggior impegno e premura le di Lei istruzioni. In tal caso io la pregherei di telegrafarmi di urgenza i suoi ordini.Avarna.»«Ambasciata Italiana,Vienna.Roma, 27 ottobre 1890.(Urgente). Il fatto d'avere noi lasciato sussistere laDante Alighieri, dovrebbe bastare di prova a codesto Governo che quella società non ha scopi politici, ma solamente letterari. Altrimenti sarebbe stata sciolta come sciogliemmo altri sodalizi. Voglia quindi dar corso alle mie istruzioni facendo conoscere anche quanto precede al signor Szögyeny.Crispi.»«S. E. Crispi,Roma.Vienna, 28 ottobre 1890.Ho comunicato a Szögyeny i due telegrammi di V. E. relativi allaDante Alighieri, esponendogli le varie considerazioni in essi svolte. Szögyeny mi ha detto che Kálnoky non aveva mancato di far conoscere a Taaffe il colloquio da esso avuto col R. Ambasciatore relativamente ai falsi apprezzamenti qui portati sopra laDante Alighierie sopra l'onorevole Bonghi. Szögyeny ha aggiunto che, siccome il Ministero degli Affari Esteri non [pg!141] aveva alcuna azione diretta sul Presidente della Corte Suprema, egli si sarebbe oggi stesso recato d'urgenza dal Conte Taaffe per parlargli nel senso dei due telegrammi di V. E. da me comunicatigli, manifestandogli il desiderio di lei. Szögyeny mi ha detto che, a parer suo, la sentenza non conterrebbe alcuna cosa che potesse essere spiacevole al governo del Re e alla E. V.Avarna.»Le elezioni generali del dicembre 1890 venendo dopo un lungo periodo di agitazioni promosse dal partito radicale, furono per questo una grande sconfitta. Tra le felicitazioni giunte d'ogni parte a Crispi non mancarono quelle austriache. Il conte Nigra in un telegramma dell'11 gennaio 1891, interessante anche perchè toccava altro argomento spinoso, si faceva eco delle felicitazioni di Francesco Giuseppe:«Ieri essendo a pranzo dall'Imperatore, S. M. si congratulò con me delle ultime elezioni in Italia e rese in termini calorosi testimonianza della fermezza e abilità con cui è condotta la politica interna ed esterna dell'Italia. Le ripeto le stesse frasi perchè l'Imperatore è in generale molto sobrio di apprezzamenti. Aggiunse che la Triplice alleanza costava sacrifici, ma che era riuscita ad ottenere il fine di preservare la pace in Europa. Passato il discorso alla questione economica spiegai a S. M. la vera ragione della prorogata facoltà di denunciare il Trattato vigente, che è di dare ai due Governi la possibilità di esaminare la nuova situazione quale uscirà dai negoziati in corso fra l'Austria-Ungheria e la Germania allo scopo di migliorare possibilmente il Trattato per ambo le parti.L'Imperatore s'informò poi con interesse del Re e della Regina. L'Imperatrice mi disse che era dolente di non avere avuto occasione nel suo viaggio in Italia di far visita alla Regina, della quale parlò nei termini i più lusinghieri e mi domandò se le sarebbe possibile visitarla altrove che a Roma.Io risposi che credevo che la Regina sarebbe stata per parte sua sempre felice d'incontrarsi coll'Imperatrice in qualunque luogo, ma che vi era qualche cosa più potente [pg!142] che la volontà dei Re e delle Regine, e questa era la pubblica opinione del paese, la quale non avrebbe approvato la visita altrove che a Roma.»E quando pel voto di dispetto del 31 gennaio 1891 Crispi fu lasciato andar via da chi avrebbe avuto dovere e interesse di mantenerlo al governo, il Cancelliere d'Austria-Ungheria telegrafava al suo ambasciatore a Roma, barone de Bruck, come segue:«5 febbraio 1891.Je prie V. E. de chercher sans tarder une occasion pour exprimer à Mr. de Crispi mes plus vifs regrets sur sa decision de se retirer et de lui dire que pendant tout le temps qu'il était au pouvoir, la manière loyale et caracteristique d'un homme d'état superieur avec laquelle il a su conduire d'une main énergique les affaires politiques, était d'un avantage inappreciable pour la cause de la paix européenne et pour les rapports entre nous et l'Italie.Je doute que l'Italie possède un autre homme d'état qui sache juger et mener les affaires intérieures et extérieures de son pays d'une façon aussi éminente que Mr. de Crispi, ce qui me porte à admettre qu'il ne se retirera pas de la scène politique sur laquelle il occupe un rôle aussi prépondérant.Kálnoky.»E l'organo della Cancelleria, ilFremdenblatt, dedicava all'avvenimento un articolo di fondo (4 febbraio) di cui riferiamo solamente le prime righe:«Con Francesco Crispi è caduto un grande ministro. Crispi è uno dei più eminenti fra i personaggi che nell'odierna Europa rappresentano una parte politica; è una figura sorprendente, caratteristica, superiore. Egli portò seco nella vita pubblica il temperamento del siciliano; uno spirito vivace e bollente, ma insieme avveduto, calcolatore, che in lui si accoppia a sommi talenti e ad una indomabile energia. È in questi ultimi anni che il mondo imparò a conoscere in quest'uomo, che fin'allora aveva sostenuta una parte soltanto nel ristretto cerchio della politica interna italiana, un personaggio singolare ed importante.»[pg!143]In dicembre 1893 Crispi riassunse il governo del paese nelle note gravi condizioni, e il barone de Bruck, tuttavia ambasciatore a Roma, fu tra i primi a recargli, coi suoi, i saluti del Cancelliere Kálnoky e i migliori augurii «pour la grande tâche» che si era addossata. E il conte Nigra, ancora da Vienna con le «sincere congratulazioni per il suo ritorno al potere» gli telegrafava:«Vostra Eccellenza avrà visto che la di Lei presenza al Governo è salutata con fiducia dall'opinione pubblica di questo paese, conforme a quello del Governo imperiale.»L'opera di Crispi per ristabilire l'ordine pubblico, turbato specialmente in Sicilia e in Lunigiana, era seguìta con simpatia anche in Austria; e quando in giugno 1894 l'energico ministro fu oggetto di un secondo attentato, quello di Paolo Lega che gli sparò contro a bruciapelo, fortunatamente senza colpirlo, il conte Nigra scrivendo al Ministro degli affari esteri attestava che il fatto aveva suscitato «l'indignazione contro l'assassino e la calorosa simpatia verso l'illustre patriotta italiano».Ma in ottobre di quell'anno, Crispi ebbe motivo di forte lagnanza contro il governo imperiale per un'ordinanza che imponeva agl'italiani dell'Istria l'uso delle iscrizioni e diciture anche in lingua croata, facendo nascere una grande agitazione in tutti i paesi austriaci di lingua italiana, la quale si ripercuoteva in Italia. Le difficoltà contro le quali Crispi lottava allora strenuamente erano così gravi, che la nuova vessazione austriaca l'irritò. Al conte Nigra egli scriveva in lettera privata:«Procediamo con difficoltà nel governo del paese, ma procediamo.... Giunge intanto inopportuno il movimento dell'Istria. Esso è argomento di agitazione per gli avversari del Governo.... L'Austria intanto avrebbe potuto essere più prudente. Impero poliglotta, la sua potenza verrebbe dal rispetto di tutte le nazionalità, delle quali si compone lo Stato. E poi parmi che mal cotesto Governo si fidi degli Slavi, i quali tengon fissi gli sguardi a Pietroburgo. Aggiungasi, che l'opera di annullare la lingua italiana nelle opposte sponde adriatiche è difficile, [pg!144] e con la violenza diviene impossibile. È più facile italianizzare gli Slavi, che slavizzare gl'Italiani.Cotesta politica, praticata prima del 1848, aveva la sua ragione d'essere. Oggi manca di scopo, perchè il Governo italiano mantiene lealmente l'amicizia col vicino Impero.Io non oso far proposte, ma se Ella potesse dire una buona parola a Kálnoky, farebbe opera saggia. Accordino agl'Italiani gli stessi diritti accordati alle altre nazionalità e conserveranno la pace all'Impero, e l'eco dei disordini non si ripercuoterà nella penisola nostra.»Come in passato, dopo aver fatto direttamente al governo austriaco le sue rimostranze, sul successo delle quali non poteva avere una fiducia assoluta per lo spirito tenacemente sospettoso di quell'ambiente governativo, Crispi chiese l'intervento a Vienna della potenza ch'era interessata alle buone relazioni italo-austriache, e si rivolse all'imperatore Guglielmo:«Conte Lanza Ambasciatore d'Italia,Berlino.Roma, 5 novembre 1894.La condotta del Governo austriaco nella Istria manca di ogni buon senso.L'Impero essendo poliglotta, è necessità di vita per esso rispettare tutte le nazionalità e specialmente l'italiana e la tedesca che sono le sole civili.La preferenza per gli slavi è a danno suo e a danno di tutti. Non devo nascondere che quella agitazione mette il Governo italiano in una difficile situazione e rende nel popolo sempre più antipatica la nostra alleanza con l'Austria, che non è punto amata nel paese.Io farò il mio dovere, ma non mi si ponga in condizione da essere obbligato a dimettermi.Vegga subito l'Imperatore e lo scongiuri ad interporsi perchè cessi cotesta questione delle lingue e si rispetti l'italiana come la slava.Crispi.»[pg!145]L'ambasciatore forse non indovinò l'animo di Crispi e gli parve che l'incarico che gli veniva dato non potesse eseguirsi con la rapidità richiestagli; certo, rispose in maniera che a Crispi parve accusasse tepidezza:«Non posso, naturalmente, vedere Imperatore quando voglio, ma devo aspettare propizia occasione, oppure chiedere udienza, cosa troppo insolita e lunga non essendo S. M. mai ferma.In tutti i modi, se non direttamente almeno per mezzo Cancelliere farò oggi pervenire orecchio S. M. Imperiale condizioni in cui politica Austria-Ungheria in Istria mette Italia.Non dubito S. M. Imperiale farà, come meglio potrà, pervenire consigli a Vienna.»Crispi replicò:«Dopo ventisette mesi che ella, generale del nostro esercito e ambasciatore, è di residenza a Berlino, mi stupisce che non abbia ottenuto il benefizio di vedere l'Imperatore tutte le volte che l'esigenza della politica internazionale possa richiederlo.Non posso nasconderle che il di lei telegramma è molto sconsolante.»A questo brusco rimprovero l'ambasciatore inviò telegraficamente le sue dimissioni. Crispi non le accettò: «Faccia il dover suo innanzi tutto e poscia vedrò come convenga provvedere». Ma nel mentre si svolgeva questa concitata corrispondenza, l'imperatore, informato, ordinava al conte Eulenburg, ambasciatore germanico a Vienna che si trovava in quei giorni a Berlino, di raggiungere subito la propria residenza e di dar consigli nel senso desiderato da Crispi e nell'interesse della saldezza dell'alleanza.Il 7 novembre l'ambasciatore di Germania a Roma, de Bülow, si recava a visitare Crispi per assicurarlo che l'imperatore aveva esaudito il di lui desiderio. Lo pregava altresì a nome del suo Sovrano di non accettare le dimissioni del Lanza. Il generale Lanza era molto stimato a Berlino e l'imperatore ne apprezzava il tatto e le qualità di perfetto gentiluomo. L'incidente fu risoluto come risulta dai seguenti telegrammi: [pg!146]«S. E. Lanza,Berlino.Stassera è venuto il signor De Bülow e mi ha pregato di non accettare le di lei dimissioni. Ha soggiunto che lasciando lei a Berlino avrei fatto un favore all'Imperatore. Ho risposto che giammai ebbi in mente di fare cosa sgradita all'augusto sovrano della Germania ed or dichiaro a lei che ciò mi è tanto più grato inquantochè il fatto mi assicura ch'ella potrà essere utile al nostro paese presso S. M. I. R.Crispi.»«S. E. Crispi,Roma.Berlino, 8 novembre 1894.Ringrazio l'E. V. telegramma di questa notte, in seguito al quale metto naturalmente ogni decisione nelle sue mani.Segue lettera particolare.Lanza.»«Generale Lanza Ambasciatore Italiano,Berlino.Roma, 8 novembre 1894.Quello che a me preme è soltanto questo, ch'ella mi faccia conoscere i risultati delle sue pratiche di cui la incaricai col mio telegramma del giorno 5.Crispi.»«S. E. Crispi,Roma.Berlino, 11 novembre 1894.(Riservato). Avendo fatto esprimere a S. M. l'Imperatore mio desiderio di parlargli, Egli, che oggi era a Potsdam, mi mandò invito recarmi colà, e, cosa insolita, [pg!147] in giornata di festa. Mi trattenne varie ore nel circolo di famiglia. Gli ripetei le cose fattegli esporre dal Cancelliere. S. M. mi ha tenuto presso a poco seguente discorso:«Dite a Crispi che ammiro energia che spiega in servizio del Re e della Patria rispetto patti internazionali. Deploro vivamente difficoltà che gli suscita condotta Governo austro-ungarico in Istria, come ne suscitò a me nelle provincie polacche. Vi ho fatto già comunicare ordine che ho personalmente dato mio ambasciatore a Vienna. Insisterò in quel senso, dolente non potere, come vorrei, agire direttamente verso l'Imperatore Austria, dal quale non soffrirei menomo accenno a mie cose interne e al quale, quindi, non posso toccare argomento sua politica interna. Continuerò, però, a fare quanto sta in me per mettere Governo austro-ungarico in guardia contro pericoli che la sua condotta verso nazionali italiani può fare correre saldezza alleanza.Lanza»«Conte Lanza Ambasciata Italiana,Berlino.Roma, 12 novembre 1894.La ringrazio del telegramma di stanotte, il quale mi prova che io non avevo torto quando la spinsi a vedere l'Imperatore. Ella, soldato e patriotta, mi comprende e spero che sempre andremo di accordo.Faccia arrivare allo Imperatore l'espressione dei miei sentimenti di gratitudine e vedendolo o scrivendogli manifesti a S. M. I. R. che la tranquillità delle provincie italiane dello Impero austriaco è necessaria alla sicurezza dell'alleanza.Crispi.»È fuori di dubbio che facendo una politica interna severa e leale, Crispi potè ottenere dall'Austria tutto quello che era possibile, costringendo la stessa Cancelleria dell'Impero a temperare prevenzioni e sistemi di polizia inveterati del governo austriaco. Quando il conte Kálnoky giunse alla fine della sua [pg!148] carriera, abbandonando l'eminente posizione tenuta durante i due periodi del governo di Crispi, espresse al conte Nigra il giudizio ch'è riferito qui appresso:«S. E. Crispi,Roma.Vienna, 18 maggio 1895.Caro signor Presidente,Il conte Kálnoky, nel prendere oggi congedo da me, mi incaricò espressamente di farle sapere come esso porti il migliore ricordo delle relazioni ufficiali e personali che ebbe con Lei. Egli rese in termini commossi testimonianza della lealtà di procedere del Governo da Lei diretto verso Austria-Ungheria, e degli eminenti servizii che Ella rese e rende alla causa della Triplice Alleanza, e a quella, che ne dipende, della pacificazione europea, mediante la sua autorevole e ferma azione all'interno e all'estero. «L'Imperatore, mi disse egli, divide con me questo modo di vedere e posso assicurarvi che il mio successore, interprete della volontà del suo sovrano, seguirà verso l'Italia le tradizioni di amicizia sincera e di fiducia reciproca, che formano uno dei principali legati della mia successione».Compio l'incarico affidatomi scrivendole queste proprie parole del conte Kálnoky, e aggiungendo soltanto che esse hanno tanto maggior valore, quanto più grande è, per indole, la riserva in chi le pronunziò nell'abbondare in dimostrazioni di tal natura.Voglia credermi, come le sono di cuore,Dev.moamicoNigra.»[pg!149]
[pg!127]«S. E. CrispiRoma.Vienna, 27 luglio 1890,Signor Presidente,Mi pregio di segnar ricevimento della lettera che V. E. mi fece l'onore di dirigermi il 24 corr. relativamente allo scioglimento della SocietàPro Patriala quale fa seguito al telegramma ch'Ella mi diresse il 22 corrente, ricevuto il 23, e redatto nel medesimo senso; nonchè della copia di lettera annessa, diretta a V. E. dal Consiglio Centrale della SocietàDante Alighieri.Al suo telegramma ebbi l'onore di rispondere col mio telegramma del 25 corrente che mi pregio di confermare e di qui trascrivere:(Riservato). «Ringrazio V. E. della informazione che mi dà rispetto alla Soc.Dante Alighieri. Essa sa che il Governo Austro-Ungarico non ammette alcuna ingerenza estera per ciò che riguarda i sudditi italiani dell'Austria. Io non posso perciò parlare della soluzione della SocietàPro Patriaa Kálnoky, tanto meno dopo che un telegramma da Roma inserito nellaNeue Freie Presseannunzia che io fui incaricato di far passi in proposito. Ora mi permetta di rilevare un'espressione del suo telegramma. Ella sembra credere che la dissoluzione sia stata fatta per sentimenti clericali del Ministero. La quistione non è clericale, giacchè nella società disciolta vi erano parecchi preti e d'altra parte fra quelli che applaudirono alla dissoluzione vi è la stampa liberale tedesca dell'Austria. Il fatto è che la dissoluzione è dovuta a certe imprudenze della detta società, a proposito delle quali il Governo Austro-Ungarico non ammette che noi siamo meglio informati di lui, trattandosi di società esistente in Austria».V. E. mi rispondeva col telegramma seguente:«Roma, 26 luglio 1890.(Riservato). Non ebbi mai in mente ch'Ella reclamasse presso codesto Governo contro il DecretoPro Patriaed i giornali che lo scrissero fantasticarono. Nella mia lettera del 24 che non tarderà a ricevere, le ho dichiarato [pg!128] che ogni Governo entro i confini dello Stato ha pienissimo diritto e nessuno può ingerirsi negli atti della sua interna amministrazione. Lo scopo per il quale a V. E. mi diressi col telegramma e con la lettera fu d'informarla delle impressioni sentite in Italia dal decreto per lo scioglimento delPro Patriae del contegno e degli scopi dell'associazione italianaDante Alighieri, che non mira alle provincie italiane dell'Austria, ma estende la sua azione in tutti i paesi nei quali sono italiani, questa istituzione completa l'opera iniziata dal Governo coll'istituzione delle scuole italiane all'Estero».Confermandole che io non posso fare dello scioglimento della SocietàPro Patriae delle circostanze in cui si produsse, l'oggetto di una conversazione col conte Kálnoky, mi riservo però la prima volta che avrò occasione di vedere il conte Taaffe, senza entrare nel merito della questione, di fargli notare l'errore di fatto in cui cadde nelle considerazioni che precedono il decreto relativamente alle comunicazioni della SocietàPro Patriacon quella dellaDante Alighieridi Roma, e intorno agli scopi di quest'ultima. Ma quest'errore è già stato rilevato da una parte della stampa, ed il miglior modo di metterlo in rilievo è quello di dare la maggior pubblicità possibile alla lettera che in proposito fu diretta all'E. V. dal Consiglio Centrale della SocietàDante Alighieriin Roma.Per quanto mi risulta da ogni fonte il Vaticano ha potuto bensì compiacersi dell'accaduto come di cosa che possa nuocere alle buone relazioni tra i due paesi, ma non ebbe nessuna parte nella determinazione di cui si tratta. La questione, ripeto, non è clericale, ma essenzialmente politica ed irredentista. L'E. V. tocca, nella sua lettera, una questione assai grave, quella della continuazione dell'alleanza dell'Italia all'Austria-Ungheria, che sarebbe, a di lei giudizio, resa più difficile dalla cattiva impressione che l'atto di cui si tratta fece in Italia e si può aggiungere dall'impressione non meno cattiva che produssero in Austria-Ungheria alcuni atti della SocietàPro Patria. Non è certo intenzione di V. E. come non è la mia, di trattare una simile questione per incidenza. Mi limito soltanto a ricordare qui ciò che a Lei è ben noto, cioè, che tale alleanza, la quale del resto non fu fatta da Lei nè da me, fu consigliata all'Italia da circostanze imperiose che ignoro se siano modificate, [pg!129] che fu chiesta dall'Italia, non dall'Austria-Ungheria; che fu mantenuta con lealtà da ambe le parti, e suppongo con reciproco vantaggio. Spetterà alla saviezza dei Governi che presiederanno più tardi alla direzione politica dei due Stati lo esaminare se convenga rinnovarla nel 1892.Gradisca, signor presidente, i sensi della mia alta considerazione.Nigra.»«S. E. Conte NigraVienna.Roma, 31 luglio 1890.Signor Conte,(Personale). Ho la sua del 27.Nulla ho da aggiungere alla mia lettera del 24 ed ai telegrammi del 22 e del 26. Sento quanto ella mi scrive nella sua del 27, e sul decreto per lo scioglimento delPro Patriaritengo inutile per ora ogni ulteriore discussione.Mi permetta, però, che io spenda poche parole sovra un argomento che scivolò quasi per incidente nella nostra corrispondenza e che è della massima importanza.Io non voglio riandare le origini del trattato d'alleanza. Ammetto che se ne deve all'Italia l'iniziativa. Posso però giudicare la situazione quale essa è, ed in questo giova alle due parti parlarne senza preconcetti e con vero disinteresse.Io sono di parere che l'alleanza sia utile all'Italia ed all'Austria.L'Italia deve aver sicure le sue frontiere. Non potendo pel momento aver amica la Francia, ed è una sventura, deve ad ogni costo tenersi stretta all'Austria, e non comprometterne l'amicizia.Se l'Austria ci sfuggisse, si alleerebbe subito alla Francia in difesa del Papa. Le conseguenze sarebbero incalcolabili.L'Austria alla sua volta ha bisogno dell'Italia, la quale, in certe occasioni, potrebbe renderle segnalati servizii. L'Austria, sicura alle Alpi e nell'Adriatico, avrebbe piena libertà d'azione verso l'Oriente, dove sono i suoi [pg!130] veri interessi e donde può essere assalita dai suoi veri nemici.L'Austria è quella che è, e se volesse modificarsi correrebbe il rischio di andare in rovina. Per vivere però è obbligata a rispettare tutte le nazionalità racchiuse entro i confini dell'Impero.Dalla parte nostra dirò che l'Italia è interessata perchè l'Austria non si sfasci. Per noi essa è una grande barricata di fronte ad eventuali e più pericolosi avversarli, che giova tener lontani dalle nostre frontiere.Posto ciò, tra l'Italia e l'Austria non ci dovrebbero essere quistioni. Quella dei confini sarà, un giorno o l'altro, risoluta amichevolmente.Vuolsi intanto osservare che in Italia l'alleanza coll'Austria non è simpatica, essendo pur troppo recenti i ricordi delle lotte nazionali e del mal governo imperiale.Necessario, quindi, che l'Austria faccia dimenticare il suo passato, e che negli atti di governo eviti di ferire il sentimento di nazionalità, che è ancora vivo negli italiani.Queste considerazioni, signor Conte, le proveranno che le mie opinioni sono abbastanza concilianti, e che quando io chiedo qualche cosa da cotesto Governo, lo fo sempre nell'interesse dei due paesi.Dev.mo suoF. Crispi.»«S. E. CrispiRoma.Vienna, 7 agosto 1890.Signor Presidente,(Personale). Ho il suo autografo del 31 luglio e ne La ringrazio. Il suo linguaggio è da uomo di Stato, e la sua lettera dalla prima all'ultima sillaba è oro di coppella. Ella stima l'alleanza utile all'Italia e all'Austria. Posso assicurarla che tale è pure l'opinione di Kálnoky e di tutto il Ministero austriaco. Questi Ministri si rendono perfettamente ragione della cattiva impressione che produce in Italia la dissoluzione della SocietàPro Patria. Ma fra i due mali essi preferiscono quello che credono il minore per loro. Preferiscono, cioè, che la cattiva [pg!131] impressione si produca in Italia, anzichè in Austria. Vogliono l'alleanza e sono pronti a eseguirne fedelmente gli obblighi, ma a condizione che non si voglia imporre l'irredentismo in casa loro. La situazione è tale; e nessun Ambasciatore o Ministro può cambiarla.Certo, sarebbe desiderabile che ai sudditi Italiani dell'Austria fosse concessa una posizione eguale nel fatto a quella accordata alle altre nazionalità dell'Impero. Ma per ottener ciò converrebbe che gl'Italiani sudditi dell'Austria si mettessero dal loro canto nella situazione delle altre nazionalità, ciò che non fanno. Bisognerebbe, cioè, che rinunciassero all'irredentismo.Invece non lasciano passare occasione senza affermarlo; e la SocietàPro Patriaspinse il suo zelo fino ad una dimostrazione contro la bandiera austriaca. Io non mi arbitro di giudicarli. Accenno il fatto. E constato, una volta di più, che ogni indizio d'un'immistione da parte del Governo italiano in questi affari, peggiora, invece di migliorarla, la situazione degl'Italiani sudditi dell'Austria. E viceversa, ogni atto di questi che miri all'Italia, rende più difficile la situazione del Governo italiano verso l'Austria-Ungheria.E qui potrei terminare la mia lettera, attesochè in sostanza Ella comprende perfettamente la situazione, e sa che non c'è da insisterci.Ma non posso dispensarmi dal ripeterle qualche altra considerazione, già toccata in precedente corrispondenza. Ella sembra credere che le disposizioni contro ilPro Patriasi debbano in parte al clericalismo del Conte Taaffe. Ora mi preme il levarla da questo errore. Anzitutto in questo paese sono tutti, più o meno, clericali. Ma nel caso presente il clericalismo non ha nulla che fare. Se invece del Conte Taaffe, il Ministro dell'Interno fosse il più liberale degli Ebrei di Vienna, la situazione non cambierebbe d'un punto solo intorno a questo affare. Ella ha visto gli applausi con cui la dissoluzione fu accolta dalla stampa liberale viennese. Non è dunque questione di clericalismo. Ma bensì questione politica irredentista. Per carità. La supplico di non vedere i Gesuiti là dove proprio non ci sono.Mi preme inoltre di ben constatare un altro punto. Io non vorrei ch'Ella credesse che io rifugga dal fare a Kálnoky o agli altri Ministri imperiali comunicazioni [pg!132] sgradevoli. Abbia la bontà di persuadersi che io da questi signori non ho nulla, ma proprio nulla, da sperare, nè da chiedere, nè da temere; e che non tengo punto a restar qui. Nella posizione mia posso dire molto liberamente a loro, come a Lei, come ad ognuno, quello che penso, anche quando ciò che penso possa tornar sgradevole. Ma non amo dar colpi di spada nell'acqua e far passi non solo inutili, ma dannosi, tali, cioè, da raffreddare senza profitto le relazioni fra i due Stati.Ancora una parola sull'alleanza coll'Austria, ch'Ella mi scrive non esser popolare in Italia. Anzitutto io penso ch'Ella renderà a Kálnoky la debita giustizia. In ogni questione che finora si presentò, il concorso dell'Austria-Ungheria non ci fece mai difetto, e fu talora più pronto e più largo di quello della Germania.Deploro che quest'alleanza non sia popolare presso di noi, e che non se ne comprenda la necessità. Le mie simpatie per la Francia datano da un pezzo e non le ho mai celate; e, certo, se avessi visto la possibilità di un'alleanza tra la Francia e l'Italia, io non sarei ora qui. Ma anche quando la direzione delle relazioni fra l'Italia e la Francia era in mano d'uomini notoriamente amici alla Francia, come Cairoli e Cialdini, non solo non fu possibile un'intesa fra i due Governi, ma ci fu lo schiaffo di Tunisi.Se, ciò non ostante, non vi è simpatia fra noi per l'alleanza Austro-Italica, questo prova che il nostro povero paese non è ancora stato abbastanza miserabile, e che ha bisogno di altre lezioni più disastrose e più umilianti. Si scosti dall'alleanza attuale, e le avrà. All'Italia nella situazione presente dell'Europa si presentano tre alternative:O l'alleanza attuale, con tutti i suoi pesi, ma con la sicurtà; o in ginocchio dinanzi alla Francia; o diventare un grande Belgio, senza l'industria. E ancora, non è ben certo che il grande Belgio, mercè le divisioni e le amputazioni, non diventasse piccolo.Mi creda, signor PresidenteSuo devotissimoNigra.»[pg!133]«Il R. Console Generale d'Italia a Trieste a CrispiRoma.Trieste, 3 agosto 1890.Signor Ministro,Anzichè riferire e necessariamente ripetere le notizie già pubblicate e diffuse dalla stampa, mi sembra di dover piuttosto riassumere e considerare i fatti di maggior rilievo e d'interesse per il R. Governo.L'ordinanza ministeriale che pronunciò la dissoluzione delPro Patriaè stata dappertutto e con estremo rigore applicata ed eseguita.Chiuse le scuole e gli asili d'infanzia dipendenti dalla Società, il Governo con una lunga serie di provvedimenti che i più giudicano errori, se ne appropriò i documenti ed i fondi: vietò le collette, proibì ogni pubblica adunanza e manifestazione e tutti quasi sequestrò i giornali del Regno.Ma queste severe misure non fecero che accrescere i malumori nazionali ed inasprire una situazione già per se stessa difficile, nè scevra di pericoli: offesero ma non sgominarono gli italiani; dispiacquero ai tedeschi, inquieti della parte d'influenza che lo Stato concede agli Slavi; nè i Croati e Sloveni contentarono, perchè parvero miti troppo e insufficienti.Impensierisce per vero il loro contegno e l'aggressivo linguaggio della stampa slava la quale fin d'ora proclama il proprio trionfo e la rovina di nostra nazionalità.Rassicura invece il calmo e dignitoso atteggiamento degli italiani regnicoli e non regnicoli.I cittadini del Regno, infatti, provano tuttodì d'intendere non solo le esigenze della politica internazionale, ma di sentire quanto importi, nell'interesse dei connazionali soggetti all'Austria, di starsene assolutamente da parte; i non regnicoli hanno saputo resistere al partito che tentò trascinarli più in là del dovere, e non colle dimostrazioni nè con clamorose proteste, ma servendosi dei mezzi legali forniti dalla costituzione, seriamente rivendicano l'uso dei diritti, che la stessa costituzione loro consente. [pg!134]A Trieste frattanto di giorno in giorno si aspettano le decisioni del supremo Tribunale dell'Impero, e tali si sperano da permettere che il soppresso sodalizio su altre basi risorga.Nell'Istria, dove sono più numerose che altrove le scuole italiane, l'agitazione è maggiore: e le fiere parole pronunciate dal Podestà di Rovigno nell'ultimo recente Congresso della Società Politica Istriana (V. E. potrà leggerne il testo nell'accluso foglio) tutta ne rilevano la gravità e l'importanza.In Dalmazia, e secondo risulta dal pur qui compiegato rapporto, gli Slavi danno quasi per finita la lotta, e dettano a dirittura patti e condizioni.Malmusi.»L'atto del governo del conte Taaffe suscitò in Italia un vivo malumore, del quale naturalmente profittarono i radicali. L'agitazione irredentista divampò, e l'on. Crispi dovette adoperare tutta la sua autorità ed energia per frenarla.Ecco un saggio delle istruzioni ch'egli dava ai prefetti:«Commendator Basile PrefettoMilano.26-7.(Riservato). Ripeto a lei quel che telegrafai al suo collega di Bari:Il decreto per lo scioglimento delPro Patriaè un atto di politica interna di un governo straniero, contro il quale non abbiamo il diritto di agire.Rispettiamo l'indipendenza degli altri Stati, se vogliamo rispettata la nostra.La dimostrazione popolare che si minaccia di fare costà sarebbe un reato ai termini dell'articolo 113 del codice penale, il quale punisce con la detenzione da tre a trenta mesi ogni atto che possa turbare le relazioni amichevoli del Governo italiano con un Governo straniero.Faccia modo di persuadere i promotori della dimostrazione a starsi tranquilli. Qualora i consigli non giovino, esegua la legge.Crispi.»[pg!135]«Commendatore Basile PrefettoMilano.31 luglio 1890.(Personale). I comizi e le dimostrazioni contro il decreto di scioglimento delPro Patriasarebbero atti antipatriotici che darebbero ragione al Governo austriaco del preso provvedimento.I soci delPro Patriaaffermavano che il loro era un sodalizio che aveva solo per iscopo la cultura nazionale e la diffusione della lingua patria nelle provincie nelle quali si parla l'italiano.Le dimostrazioni ed i comizi indicherebbero che ilPro Patriaera realmente un'associazione irredentista, siccome la disse la luogotenenza di Trento. Ne verrebbe danno ai soci, ai quali sarebbe tolta anche la possibilità di ricostituirsi sotto altro nome.Veda Missori, Antongini ed altri patrioti e tenti di valersi dell'opera loro per dare sani consigli a coloro che con un preteso patriottismo turberebbero l'ordine in Italia e nuocerebbero a quelle popolazioni che dicono di voler redimere.Invoco da tutti che sentano i doveri di patria e li adoperino.Crispi.»Nella seconda metà di agosto Crispi fu costretto ad adottare un provvedimento che diremo dimostrativo della sua ferma volontà di troncare l'agitazione irredentista: sciolse (decreto 22 agosto) le Associazioni, i Comitati, i Circoli e i Nuclei (denominazioni diverse di enti che si proponevano scopi identici) intitolati a Guglielmo Oberdank e a Pietro Barsanti.Non vi furono contumelie che i radicali non lanciassero a Crispi, pel suo «servilismo austriaco». Ma egli, in verità, compiva un dovere penoso, e dei suoi sentimenti fanno testimonianza i telegrammi scambiati col Re Umberto, il quale era in grado di apprezzare il patriottismo del suo primo ministro: [pg!136]«A S. M. il ReMontechiari.25 agosto 1890.Oggi contemporaneamente in tutte le città nelle quali esistevano, furono sciolti i sodalizii intitolatiBarsantiedOberdank.I funzionari della pubblica sicurezza fecero il loro dovere e però le operazioni riuscirono.In Roma furon trovate delle bombe.Gli atti furono mandati all'autorità giudiziaria.Sempre agli ordini di V. M.Il devotissimo servoF. Crispi.»«S. E. Cav. Crispi Pres. Cons. MinistriMontechiari, 28 agosto 1890.Ho ricevuto il suo telegramma di avant'ieri sera.I provvedimenti presi per lo scioglimento dei CircoliOberdankeBarsantisono ottimi, essendo tali da far cessare una equivoca tolleranza indegna di paese reputato civile e liberale. La schietta energia di lei varrà a persuadere i facinorosi che hanno da fare con un Governo deciso a farsi rispettare e lo rispetteranno. Spero che d'altra parte un Governo alleato non renderà più difficile il patriottico compito di lei con atti eccessivi ed inutili.Ad ogni modo di tutto la ringrazio di cuore.Qui procede ogni cosa bene. Sono molto soddisfatto dello spirito delle truppe, come pure dell'accoglienza che dovunque ricevo dalle popolazioni.Con sentimenti di viva amiciziaaff.moUmberto.»[pg!137]«A S. M. il ReMontechiari.28 agosto 1890.L'Austria faccia la sua via. La deploro, ma non devo inquietarmene.Facendo il nostro dovere e governando fortemente l'Italia, potremo a suo tempo aver ragione di dichiarare che non fu nostra la colpa se le sorti dell'impero vicino precipiteranno.Sempre agli ordini di V. M.Il devotissimo servoF. Crispi.»Nel settembre un incidente del quale un suo collega del Ministero fu piuttosto vittima che responsabile, contrariò vivamente Crispi e rese inevitabile un provvedimento che lo addolorò molto.In un banchetto offerto in Udine all'on. Seismit-Doda, ministro delle Finanze, uno dei commensali, l'avv. Feder, brindando al Doda e ricordando che nel 1848«udita la rivoluzione di Vienna che fece scappare S. M. Cattolica Apostolica Romana» da Trieste si recò a Venezia per «partecipare a quell'Assemblea gloriosa che votò la resistenza ad ogni costo», augurò che «Sua Eccellenza chiudesse la sua laboriosa carriera.... con il viaggio inverso, su nave italiana, col tricolore italico spiegato vittoriosamente al vento.»L'on. Seismit-Doda sentì l'augurio e tacque; ma la stampa s'impossessò dell'avvenimento e gli attribuì il valore che aveva, quello cioè di una manifestazione irredentista, presente e presunto consenziente un ministro del Re.Crispi telegrafò subito al Doda meravigliandosi del suo contegno, e rimproverandolo perchè lui e il prefetto non avevano abbandonato la sala del banchetto.«Rimanendo indifferenti — soggiungeva — avete implicitamente aderito agli oratori e agli applausi. Capo del Governo, non devo permettere che si dubiti della lealtà [pg!138] con la quale vengono eseguiti i patti internazionali, nè far sospettare che uno solo dei miei colleghi sia contrario alla mia politica.»L'on. Seismit-Doda non poteva più rimanere ministro. Ma invece di persuadersene s'irritò, fece comunicazioni ai giornali d'opposizione e non si arrese all'invito amichevole di dar le dimissioni; cosicchè Crispi fu costretto a proporre al Re un decreto di esonerazione dall'ufficio.La questione fu portata alla Camera e discussa nella tornata del 19 dicembre. Crispi reclamò un voto e la Camera, su di una mozione presentata dall'on. Angelo Muratori, approvò la condotta di Crispi con 271sì, contro 10noe 16 astenuti.La sentenza della Corte suprema dell'Impero sullo scioglimento delPro Patriafu pronunziata il 28 ottobre. Essa dette un colpo al cerchio e l'altro alla botte: approvò l'ordinanza governativa, ma permise che la Società disciolta si ricostituisse sotto la denominazione diLega Nazionale. In conclusione al decreto del 16 luglio si volle dare il valore di un monito: che la Società italiana non si occupasse di politica.L'ultima fase dell'azione diplomatica di Crispi è rappresentata dai seguenti telegrammi:«Ambasciata Italiana,Vienna.Roma, 26 ottobre 1890.(Riservato). Le parole dell'avvocato del governo imperiale regio riferentisi societàDante Alighieriinnanzi al supremo tribunale dell'Impero ed il giudizio dato sul signor Bonghi non avrebbero grande importanza se fossero stati pronunciati da chi non avesse avuto l'obbligo di conoscere le cose italiane. Dette a Vienna producono fra noi impressione così strana da costringerci a chiedere che almeno non ne resti traccia nella sentenza che emanerà il 28 corrente il Tribunale contro ilPro Patria. Il nostro onesto desiderio dovrebbe essere assecondato poichè, altrimenti, il falso concetto ove si ripetesse in un atto officiale, farebbe pessimo senso in Italia, specialmente in questo momento. Del resto, lo stesso conte Kálnoky, parlando al conte Nigra, avrebbe già riconosciuto l'errore di avere nella questione delPro Patria[pg!139] citato laDante Alighieri. Nell'intrattenere d'urgenza su quanto precede il signor Szögyeny, Ella vorrà inoltre adoperarsi perchè ilFremdenblattnon continui co' suoi comunicati intorno la corrispondenza vaticana col Nunzio Galimberti, poichè diversamente ci troveremmo obbligati a pubblicare i documenti pontifici nella loro integrità, il che nuocerebbe a tutti, salvochè a noi.Crispi.»«S. E. Crispi,Roma.Vienna, 26 ottobre 1890.(Riservato). Ho comunicato a Szögyeny telegramma di V. E. di iersera relativo notaFremdenblatt. Szögyeny mi ha detto che detta Nota era stata pubblicata soltanto per rispondere alle domande che da varie parti erano state dirette al Ministero a tale riguardo, e che essa non aveva altro scopo che di constatare che qui non si aveva notizia alcuna della corrispondenza scambiata tra il Vaticano e Monsignore Galimberti. Szögyeny aggiunse che sarebbe stato dolentissimo se si attribuisse un'intenzione qualsiasi sfavorevole verso l'Italia al governo austro-ungarico, il quale non desiderava punto ingerirsi in questione siffatta. Szögyeny mi pregò di assicurare l'E. V. che, per quanto era in suo potere, avrebbe provveduto a che pubblicazioni ufficiose in tal senso non avessero luogo in avvenire.Avarna.»«S. E. Crispi.Vienna, 27 ottobre 1890.(Confidenziale). Szögyeny è partito stamane di buon mattino per la caccia e non sarà di ritorno che sul tardi nella sera.La comunicazione, di cui Ella m'incarica, non potrà quindi essergli fatta che domani.Profitto occasione per sottometterle alcune considerazioni.Il principale capo di accusa contro ilPro Patriaè.....(?) di essa con laDante Alighieri. [pg!140]Questa accusa fu ribattuta dall'avvocato Lovisoni che difese vittoriosamente laDante Alighierie l'on. Bonghi, dimostrando i loro scopi leali. Contro ciò il rappresentante del Governo mantenne l'accusa con parole ch'Ella desidera non ne resti traccia nella sentenza.I passi di cui Ella m'incarica, ove fossero bene accolti, metterebbero questo Governo in contradizione e giustificherebbero la domanda sporta dalPro Patriadi essere riabilitato, ciò che il Governo austro-ungarico non sembra disposto a fare.Qualora l'E. V. giudicasse che, malgrado ciò, io faccia a Szögyeny la comunicazione in discorso, io non mancherò di eseguire col maggior impegno e premura le di Lei istruzioni. In tal caso io la pregherei di telegrafarmi di urgenza i suoi ordini.Avarna.»«Ambasciata Italiana,Vienna.Roma, 27 ottobre 1890.(Urgente). Il fatto d'avere noi lasciato sussistere laDante Alighieri, dovrebbe bastare di prova a codesto Governo che quella società non ha scopi politici, ma solamente letterari. Altrimenti sarebbe stata sciolta come sciogliemmo altri sodalizi. Voglia quindi dar corso alle mie istruzioni facendo conoscere anche quanto precede al signor Szögyeny.Crispi.»«S. E. Crispi,Roma.Vienna, 28 ottobre 1890.Ho comunicato a Szögyeny i due telegrammi di V. E. relativi allaDante Alighieri, esponendogli le varie considerazioni in essi svolte. Szögyeny mi ha detto che Kálnoky non aveva mancato di far conoscere a Taaffe il colloquio da esso avuto col R. Ambasciatore relativamente ai falsi apprezzamenti qui portati sopra laDante Alighierie sopra l'onorevole Bonghi. Szögyeny ha aggiunto che, siccome il Ministero degli Affari Esteri non [pg!141] aveva alcuna azione diretta sul Presidente della Corte Suprema, egli si sarebbe oggi stesso recato d'urgenza dal Conte Taaffe per parlargli nel senso dei due telegrammi di V. E. da me comunicatigli, manifestandogli il desiderio di lei. Szögyeny mi ha detto che, a parer suo, la sentenza non conterrebbe alcuna cosa che potesse essere spiacevole al governo del Re e alla E. V.Avarna.»Le elezioni generali del dicembre 1890 venendo dopo un lungo periodo di agitazioni promosse dal partito radicale, furono per questo una grande sconfitta. Tra le felicitazioni giunte d'ogni parte a Crispi non mancarono quelle austriache. Il conte Nigra in un telegramma dell'11 gennaio 1891, interessante anche perchè toccava altro argomento spinoso, si faceva eco delle felicitazioni di Francesco Giuseppe:«Ieri essendo a pranzo dall'Imperatore, S. M. si congratulò con me delle ultime elezioni in Italia e rese in termini calorosi testimonianza della fermezza e abilità con cui è condotta la politica interna ed esterna dell'Italia. Le ripeto le stesse frasi perchè l'Imperatore è in generale molto sobrio di apprezzamenti. Aggiunse che la Triplice alleanza costava sacrifici, ma che era riuscita ad ottenere il fine di preservare la pace in Europa. Passato il discorso alla questione economica spiegai a S. M. la vera ragione della prorogata facoltà di denunciare il Trattato vigente, che è di dare ai due Governi la possibilità di esaminare la nuova situazione quale uscirà dai negoziati in corso fra l'Austria-Ungheria e la Germania allo scopo di migliorare possibilmente il Trattato per ambo le parti.L'Imperatore s'informò poi con interesse del Re e della Regina. L'Imperatrice mi disse che era dolente di non avere avuto occasione nel suo viaggio in Italia di far visita alla Regina, della quale parlò nei termini i più lusinghieri e mi domandò se le sarebbe possibile visitarla altrove che a Roma.Io risposi che credevo che la Regina sarebbe stata per parte sua sempre felice d'incontrarsi coll'Imperatrice in qualunque luogo, ma che vi era qualche cosa più potente [pg!142] che la volontà dei Re e delle Regine, e questa era la pubblica opinione del paese, la quale non avrebbe approvato la visita altrove che a Roma.»E quando pel voto di dispetto del 31 gennaio 1891 Crispi fu lasciato andar via da chi avrebbe avuto dovere e interesse di mantenerlo al governo, il Cancelliere d'Austria-Ungheria telegrafava al suo ambasciatore a Roma, barone de Bruck, come segue:«5 febbraio 1891.Je prie V. E. de chercher sans tarder une occasion pour exprimer à Mr. de Crispi mes plus vifs regrets sur sa decision de se retirer et de lui dire que pendant tout le temps qu'il était au pouvoir, la manière loyale et caracteristique d'un homme d'état superieur avec laquelle il a su conduire d'une main énergique les affaires politiques, était d'un avantage inappreciable pour la cause de la paix européenne et pour les rapports entre nous et l'Italie.Je doute que l'Italie possède un autre homme d'état qui sache juger et mener les affaires intérieures et extérieures de son pays d'une façon aussi éminente que Mr. de Crispi, ce qui me porte à admettre qu'il ne se retirera pas de la scène politique sur laquelle il occupe un rôle aussi prépondérant.Kálnoky.»E l'organo della Cancelleria, ilFremdenblatt, dedicava all'avvenimento un articolo di fondo (4 febbraio) di cui riferiamo solamente le prime righe:«Con Francesco Crispi è caduto un grande ministro. Crispi è uno dei più eminenti fra i personaggi che nell'odierna Europa rappresentano una parte politica; è una figura sorprendente, caratteristica, superiore. Egli portò seco nella vita pubblica il temperamento del siciliano; uno spirito vivace e bollente, ma insieme avveduto, calcolatore, che in lui si accoppia a sommi talenti e ad una indomabile energia. È in questi ultimi anni che il mondo imparò a conoscere in quest'uomo, che fin'allora aveva sostenuta una parte soltanto nel ristretto cerchio della politica interna italiana, un personaggio singolare ed importante.»[pg!143]In dicembre 1893 Crispi riassunse il governo del paese nelle note gravi condizioni, e il barone de Bruck, tuttavia ambasciatore a Roma, fu tra i primi a recargli, coi suoi, i saluti del Cancelliere Kálnoky e i migliori augurii «pour la grande tâche» che si era addossata. E il conte Nigra, ancora da Vienna con le «sincere congratulazioni per il suo ritorno al potere» gli telegrafava:«Vostra Eccellenza avrà visto che la di Lei presenza al Governo è salutata con fiducia dall'opinione pubblica di questo paese, conforme a quello del Governo imperiale.»L'opera di Crispi per ristabilire l'ordine pubblico, turbato specialmente in Sicilia e in Lunigiana, era seguìta con simpatia anche in Austria; e quando in giugno 1894 l'energico ministro fu oggetto di un secondo attentato, quello di Paolo Lega che gli sparò contro a bruciapelo, fortunatamente senza colpirlo, il conte Nigra scrivendo al Ministro degli affari esteri attestava che il fatto aveva suscitato «l'indignazione contro l'assassino e la calorosa simpatia verso l'illustre patriotta italiano».Ma in ottobre di quell'anno, Crispi ebbe motivo di forte lagnanza contro il governo imperiale per un'ordinanza che imponeva agl'italiani dell'Istria l'uso delle iscrizioni e diciture anche in lingua croata, facendo nascere una grande agitazione in tutti i paesi austriaci di lingua italiana, la quale si ripercuoteva in Italia. Le difficoltà contro le quali Crispi lottava allora strenuamente erano così gravi, che la nuova vessazione austriaca l'irritò. Al conte Nigra egli scriveva in lettera privata:«Procediamo con difficoltà nel governo del paese, ma procediamo.... Giunge intanto inopportuno il movimento dell'Istria. Esso è argomento di agitazione per gli avversari del Governo.... L'Austria intanto avrebbe potuto essere più prudente. Impero poliglotta, la sua potenza verrebbe dal rispetto di tutte le nazionalità, delle quali si compone lo Stato. E poi parmi che mal cotesto Governo si fidi degli Slavi, i quali tengon fissi gli sguardi a Pietroburgo. Aggiungasi, che l'opera di annullare la lingua italiana nelle opposte sponde adriatiche è difficile, [pg!144] e con la violenza diviene impossibile. È più facile italianizzare gli Slavi, che slavizzare gl'Italiani.Cotesta politica, praticata prima del 1848, aveva la sua ragione d'essere. Oggi manca di scopo, perchè il Governo italiano mantiene lealmente l'amicizia col vicino Impero.Io non oso far proposte, ma se Ella potesse dire una buona parola a Kálnoky, farebbe opera saggia. Accordino agl'Italiani gli stessi diritti accordati alle altre nazionalità e conserveranno la pace all'Impero, e l'eco dei disordini non si ripercuoterà nella penisola nostra.»Come in passato, dopo aver fatto direttamente al governo austriaco le sue rimostranze, sul successo delle quali non poteva avere una fiducia assoluta per lo spirito tenacemente sospettoso di quell'ambiente governativo, Crispi chiese l'intervento a Vienna della potenza ch'era interessata alle buone relazioni italo-austriache, e si rivolse all'imperatore Guglielmo:«Conte Lanza Ambasciatore d'Italia,Berlino.Roma, 5 novembre 1894.La condotta del Governo austriaco nella Istria manca di ogni buon senso.L'Impero essendo poliglotta, è necessità di vita per esso rispettare tutte le nazionalità e specialmente l'italiana e la tedesca che sono le sole civili.La preferenza per gli slavi è a danno suo e a danno di tutti. Non devo nascondere che quella agitazione mette il Governo italiano in una difficile situazione e rende nel popolo sempre più antipatica la nostra alleanza con l'Austria, che non è punto amata nel paese.Io farò il mio dovere, ma non mi si ponga in condizione da essere obbligato a dimettermi.Vegga subito l'Imperatore e lo scongiuri ad interporsi perchè cessi cotesta questione delle lingue e si rispetti l'italiana come la slava.Crispi.»[pg!145]L'ambasciatore forse non indovinò l'animo di Crispi e gli parve che l'incarico che gli veniva dato non potesse eseguirsi con la rapidità richiestagli; certo, rispose in maniera che a Crispi parve accusasse tepidezza:«Non posso, naturalmente, vedere Imperatore quando voglio, ma devo aspettare propizia occasione, oppure chiedere udienza, cosa troppo insolita e lunga non essendo S. M. mai ferma.In tutti i modi, se non direttamente almeno per mezzo Cancelliere farò oggi pervenire orecchio S. M. Imperiale condizioni in cui politica Austria-Ungheria in Istria mette Italia.Non dubito S. M. Imperiale farà, come meglio potrà, pervenire consigli a Vienna.»Crispi replicò:«Dopo ventisette mesi che ella, generale del nostro esercito e ambasciatore, è di residenza a Berlino, mi stupisce che non abbia ottenuto il benefizio di vedere l'Imperatore tutte le volte che l'esigenza della politica internazionale possa richiederlo.Non posso nasconderle che il di lei telegramma è molto sconsolante.»A questo brusco rimprovero l'ambasciatore inviò telegraficamente le sue dimissioni. Crispi non le accettò: «Faccia il dover suo innanzi tutto e poscia vedrò come convenga provvedere». Ma nel mentre si svolgeva questa concitata corrispondenza, l'imperatore, informato, ordinava al conte Eulenburg, ambasciatore germanico a Vienna che si trovava in quei giorni a Berlino, di raggiungere subito la propria residenza e di dar consigli nel senso desiderato da Crispi e nell'interesse della saldezza dell'alleanza.Il 7 novembre l'ambasciatore di Germania a Roma, de Bülow, si recava a visitare Crispi per assicurarlo che l'imperatore aveva esaudito il di lui desiderio. Lo pregava altresì a nome del suo Sovrano di non accettare le dimissioni del Lanza. Il generale Lanza era molto stimato a Berlino e l'imperatore ne apprezzava il tatto e le qualità di perfetto gentiluomo. L'incidente fu risoluto come risulta dai seguenti telegrammi: [pg!146]«S. E. Lanza,Berlino.Stassera è venuto il signor De Bülow e mi ha pregato di non accettare le di lei dimissioni. Ha soggiunto che lasciando lei a Berlino avrei fatto un favore all'Imperatore. Ho risposto che giammai ebbi in mente di fare cosa sgradita all'augusto sovrano della Germania ed or dichiaro a lei che ciò mi è tanto più grato inquantochè il fatto mi assicura ch'ella potrà essere utile al nostro paese presso S. M. I. R.Crispi.»«S. E. Crispi,Roma.Berlino, 8 novembre 1894.Ringrazio l'E. V. telegramma di questa notte, in seguito al quale metto naturalmente ogni decisione nelle sue mani.Segue lettera particolare.Lanza.»«Generale Lanza Ambasciatore Italiano,Berlino.Roma, 8 novembre 1894.Quello che a me preme è soltanto questo, ch'ella mi faccia conoscere i risultati delle sue pratiche di cui la incaricai col mio telegramma del giorno 5.Crispi.»«S. E. Crispi,Roma.Berlino, 11 novembre 1894.(Riservato). Avendo fatto esprimere a S. M. l'Imperatore mio desiderio di parlargli, Egli, che oggi era a Potsdam, mi mandò invito recarmi colà, e, cosa insolita, [pg!147] in giornata di festa. Mi trattenne varie ore nel circolo di famiglia. Gli ripetei le cose fattegli esporre dal Cancelliere. S. M. mi ha tenuto presso a poco seguente discorso:«Dite a Crispi che ammiro energia che spiega in servizio del Re e della Patria rispetto patti internazionali. Deploro vivamente difficoltà che gli suscita condotta Governo austro-ungarico in Istria, come ne suscitò a me nelle provincie polacche. Vi ho fatto già comunicare ordine che ho personalmente dato mio ambasciatore a Vienna. Insisterò in quel senso, dolente non potere, come vorrei, agire direttamente verso l'Imperatore Austria, dal quale non soffrirei menomo accenno a mie cose interne e al quale, quindi, non posso toccare argomento sua politica interna. Continuerò, però, a fare quanto sta in me per mettere Governo austro-ungarico in guardia contro pericoli che la sua condotta verso nazionali italiani può fare correre saldezza alleanza.Lanza»«Conte Lanza Ambasciata Italiana,Berlino.Roma, 12 novembre 1894.La ringrazio del telegramma di stanotte, il quale mi prova che io non avevo torto quando la spinsi a vedere l'Imperatore. Ella, soldato e patriotta, mi comprende e spero che sempre andremo di accordo.Faccia arrivare allo Imperatore l'espressione dei miei sentimenti di gratitudine e vedendolo o scrivendogli manifesti a S. M. I. R. che la tranquillità delle provincie italiane dello Impero austriaco è necessaria alla sicurezza dell'alleanza.Crispi.»È fuori di dubbio che facendo una politica interna severa e leale, Crispi potè ottenere dall'Austria tutto quello che era possibile, costringendo la stessa Cancelleria dell'Impero a temperare prevenzioni e sistemi di polizia inveterati del governo austriaco. Quando il conte Kálnoky giunse alla fine della sua [pg!148] carriera, abbandonando l'eminente posizione tenuta durante i due periodi del governo di Crispi, espresse al conte Nigra il giudizio ch'è riferito qui appresso:«S. E. Crispi,Roma.Vienna, 18 maggio 1895.Caro signor Presidente,Il conte Kálnoky, nel prendere oggi congedo da me, mi incaricò espressamente di farle sapere come esso porti il migliore ricordo delle relazioni ufficiali e personali che ebbe con Lei. Egli rese in termini commossi testimonianza della lealtà di procedere del Governo da Lei diretto verso Austria-Ungheria, e degli eminenti servizii che Ella rese e rende alla causa della Triplice Alleanza, e a quella, che ne dipende, della pacificazione europea, mediante la sua autorevole e ferma azione all'interno e all'estero. «L'Imperatore, mi disse egli, divide con me questo modo di vedere e posso assicurarvi che il mio successore, interprete della volontà del suo sovrano, seguirà verso l'Italia le tradizioni di amicizia sincera e di fiducia reciproca, che formano uno dei principali legati della mia successione».Compio l'incarico affidatomi scrivendole queste proprie parole del conte Kálnoky, e aggiungendo soltanto che esse hanno tanto maggior valore, quanto più grande è, per indole, la riserva in chi le pronunziò nell'abbondare in dimostrazioni di tal natura.Voglia credermi, come le sono di cuore,Dev.moamicoNigra.»[pg!149]
[pg!127]
«S. E. CrispiRoma.Vienna, 27 luglio 1890,Signor Presidente,Mi pregio di segnar ricevimento della lettera che V. E. mi fece l'onore di dirigermi il 24 corr. relativamente allo scioglimento della SocietàPro Patriala quale fa seguito al telegramma ch'Ella mi diresse il 22 corrente, ricevuto il 23, e redatto nel medesimo senso; nonchè della copia di lettera annessa, diretta a V. E. dal Consiglio Centrale della SocietàDante Alighieri.Al suo telegramma ebbi l'onore di rispondere col mio telegramma del 25 corrente che mi pregio di confermare e di qui trascrivere:(Riservato). «Ringrazio V. E. della informazione che mi dà rispetto alla Soc.Dante Alighieri. Essa sa che il Governo Austro-Ungarico non ammette alcuna ingerenza estera per ciò che riguarda i sudditi italiani dell'Austria. Io non posso perciò parlare della soluzione della SocietàPro Patriaa Kálnoky, tanto meno dopo che un telegramma da Roma inserito nellaNeue Freie Presseannunzia che io fui incaricato di far passi in proposito. Ora mi permetta di rilevare un'espressione del suo telegramma. Ella sembra credere che la dissoluzione sia stata fatta per sentimenti clericali del Ministero. La quistione non è clericale, giacchè nella società disciolta vi erano parecchi preti e d'altra parte fra quelli che applaudirono alla dissoluzione vi è la stampa liberale tedesca dell'Austria. Il fatto è che la dissoluzione è dovuta a certe imprudenze della detta società, a proposito delle quali il Governo Austro-Ungarico non ammette che noi siamo meglio informati di lui, trattandosi di società esistente in Austria».V. E. mi rispondeva col telegramma seguente:«Roma, 26 luglio 1890.(Riservato). Non ebbi mai in mente ch'Ella reclamasse presso codesto Governo contro il DecretoPro Patriaed i giornali che lo scrissero fantasticarono. Nella mia lettera del 24 che non tarderà a ricevere, le ho dichiarato [pg!128] che ogni Governo entro i confini dello Stato ha pienissimo diritto e nessuno può ingerirsi negli atti della sua interna amministrazione. Lo scopo per il quale a V. E. mi diressi col telegramma e con la lettera fu d'informarla delle impressioni sentite in Italia dal decreto per lo scioglimento delPro Patriae del contegno e degli scopi dell'associazione italianaDante Alighieri, che non mira alle provincie italiane dell'Austria, ma estende la sua azione in tutti i paesi nei quali sono italiani, questa istituzione completa l'opera iniziata dal Governo coll'istituzione delle scuole italiane all'Estero».Confermandole che io non posso fare dello scioglimento della SocietàPro Patriae delle circostanze in cui si produsse, l'oggetto di una conversazione col conte Kálnoky, mi riservo però la prima volta che avrò occasione di vedere il conte Taaffe, senza entrare nel merito della questione, di fargli notare l'errore di fatto in cui cadde nelle considerazioni che precedono il decreto relativamente alle comunicazioni della SocietàPro Patriacon quella dellaDante Alighieridi Roma, e intorno agli scopi di quest'ultima. Ma quest'errore è già stato rilevato da una parte della stampa, ed il miglior modo di metterlo in rilievo è quello di dare la maggior pubblicità possibile alla lettera che in proposito fu diretta all'E. V. dal Consiglio Centrale della SocietàDante Alighieriin Roma.Per quanto mi risulta da ogni fonte il Vaticano ha potuto bensì compiacersi dell'accaduto come di cosa che possa nuocere alle buone relazioni tra i due paesi, ma non ebbe nessuna parte nella determinazione di cui si tratta. La questione, ripeto, non è clericale, ma essenzialmente politica ed irredentista. L'E. V. tocca, nella sua lettera, una questione assai grave, quella della continuazione dell'alleanza dell'Italia all'Austria-Ungheria, che sarebbe, a di lei giudizio, resa più difficile dalla cattiva impressione che l'atto di cui si tratta fece in Italia e si può aggiungere dall'impressione non meno cattiva che produssero in Austria-Ungheria alcuni atti della SocietàPro Patria. Non è certo intenzione di V. E. come non è la mia, di trattare una simile questione per incidenza. Mi limito soltanto a ricordare qui ciò che a Lei è ben noto, cioè, che tale alleanza, la quale del resto non fu fatta da Lei nè da me, fu consigliata all'Italia da circostanze imperiose che ignoro se siano modificate, [pg!129] che fu chiesta dall'Italia, non dall'Austria-Ungheria; che fu mantenuta con lealtà da ambe le parti, e suppongo con reciproco vantaggio. Spetterà alla saviezza dei Governi che presiederanno più tardi alla direzione politica dei due Stati lo esaminare se convenga rinnovarla nel 1892.Gradisca, signor presidente, i sensi della mia alta considerazione.Nigra.»
«S. E. CrispiRoma.
«S. E. CrispiRoma.
«S. E. Crispi
Roma.
Roma.
Vienna, 27 luglio 1890,
Signor Presidente,
Signor Presidente,
Signor Presidente,
Mi pregio di segnar ricevimento della lettera che V. E. mi fece l'onore di dirigermi il 24 corr. relativamente allo scioglimento della SocietàPro Patriala quale fa seguito al telegramma ch'Ella mi diresse il 22 corrente, ricevuto il 23, e redatto nel medesimo senso; nonchè della copia di lettera annessa, diretta a V. E. dal Consiglio Centrale della SocietàDante Alighieri.
Al suo telegramma ebbi l'onore di rispondere col mio telegramma del 25 corrente che mi pregio di confermare e di qui trascrivere:
(Riservato). «Ringrazio V. E. della informazione che mi dà rispetto alla Soc.Dante Alighieri. Essa sa che il Governo Austro-Ungarico non ammette alcuna ingerenza estera per ciò che riguarda i sudditi italiani dell'Austria. Io non posso perciò parlare della soluzione della SocietàPro Patriaa Kálnoky, tanto meno dopo che un telegramma da Roma inserito nellaNeue Freie Presseannunzia che io fui incaricato di far passi in proposito. Ora mi permetta di rilevare un'espressione del suo telegramma. Ella sembra credere che la dissoluzione sia stata fatta per sentimenti clericali del Ministero. La quistione non è clericale, giacchè nella società disciolta vi erano parecchi preti e d'altra parte fra quelli che applaudirono alla dissoluzione vi è la stampa liberale tedesca dell'Austria. Il fatto è che la dissoluzione è dovuta a certe imprudenze della detta società, a proposito delle quali il Governo Austro-Ungarico non ammette che noi siamo meglio informati di lui, trattandosi di società esistente in Austria».
V. E. mi rispondeva col telegramma seguente:
«Roma, 26 luglio 1890.
(Riservato). Non ebbi mai in mente ch'Ella reclamasse presso codesto Governo contro il DecretoPro Patriaed i giornali che lo scrissero fantasticarono. Nella mia lettera del 24 che non tarderà a ricevere, le ho dichiarato [pg!128] che ogni Governo entro i confini dello Stato ha pienissimo diritto e nessuno può ingerirsi negli atti della sua interna amministrazione. Lo scopo per il quale a V. E. mi diressi col telegramma e con la lettera fu d'informarla delle impressioni sentite in Italia dal decreto per lo scioglimento delPro Patriae del contegno e degli scopi dell'associazione italianaDante Alighieri, che non mira alle provincie italiane dell'Austria, ma estende la sua azione in tutti i paesi nei quali sono italiani, questa istituzione completa l'opera iniziata dal Governo coll'istituzione delle scuole italiane all'Estero».
Confermandole che io non posso fare dello scioglimento della SocietàPro Patriae delle circostanze in cui si produsse, l'oggetto di una conversazione col conte Kálnoky, mi riservo però la prima volta che avrò occasione di vedere il conte Taaffe, senza entrare nel merito della questione, di fargli notare l'errore di fatto in cui cadde nelle considerazioni che precedono il decreto relativamente alle comunicazioni della SocietàPro Patriacon quella dellaDante Alighieridi Roma, e intorno agli scopi di quest'ultima. Ma quest'errore è già stato rilevato da una parte della stampa, ed il miglior modo di metterlo in rilievo è quello di dare la maggior pubblicità possibile alla lettera che in proposito fu diretta all'E. V. dal Consiglio Centrale della SocietàDante Alighieriin Roma.
Per quanto mi risulta da ogni fonte il Vaticano ha potuto bensì compiacersi dell'accaduto come di cosa che possa nuocere alle buone relazioni tra i due paesi, ma non ebbe nessuna parte nella determinazione di cui si tratta. La questione, ripeto, non è clericale, ma essenzialmente politica ed irredentista. L'E. V. tocca, nella sua lettera, una questione assai grave, quella della continuazione dell'alleanza dell'Italia all'Austria-Ungheria, che sarebbe, a di lei giudizio, resa più difficile dalla cattiva impressione che l'atto di cui si tratta fece in Italia e si può aggiungere dall'impressione non meno cattiva che produssero in Austria-Ungheria alcuni atti della SocietàPro Patria. Non è certo intenzione di V. E. come non è la mia, di trattare una simile questione per incidenza. Mi limito soltanto a ricordare qui ciò che a Lei è ben noto, cioè, che tale alleanza, la quale del resto non fu fatta da Lei nè da me, fu consigliata all'Italia da circostanze imperiose che ignoro se siano modificate, [pg!129] che fu chiesta dall'Italia, non dall'Austria-Ungheria; che fu mantenuta con lealtà da ambe le parti, e suppongo con reciproco vantaggio. Spetterà alla saviezza dei Governi che presiederanno più tardi alla direzione politica dei due Stati lo esaminare se convenga rinnovarla nel 1892.
Gradisca, signor presidente, i sensi della mia alta considerazione.
Nigra.»
«S. E. Conte NigraVienna.Roma, 31 luglio 1890.Signor Conte,(Personale). Ho la sua del 27.Nulla ho da aggiungere alla mia lettera del 24 ed ai telegrammi del 22 e del 26. Sento quanto ella mi scrive nella sua del 27, e sul decreto per lo scioglimento delPro Patriaritengo inutile per ora ogni ulteriore discussione.Mi permetta, però, che io spenda poche parole sovra un argomento che scivolò quasi per incidente nella nostra corrispondenza e che è della massima importanza.Io non voglio riandare le origini del trattato d'alleanza. Ammetto che se ne deve all'Italia l'iniziativa. Posso però giudicare la situazione quale essa è, ed in questo giova alle due parti parlarne senza preconcetti e con vero disinteresse.Io sono di parere che l'alleanza sia utile all'Italia ed all'Austria.L'Italia deve aver sicure le sue frontiere. Non potendo pel momento aver amica la Francia, ed è una sventura, deve ad ogni costo tenersi stretta all'Austria, e non comprometterne l'amicizia.Se l'Austria ci sfuggisse, si alleerebbe subito alla Francia in difesa del Papa. Le conseguenze sarebbero incalcolabili.L'Austria alla sua volta ha bisogno dell'Italia, la quale, in certe occasioni, potrebbe renderle segnalati servizii. L'Austria, sicura alle Alpi e nell'Adriatico, avrebbe piena libertà d'azione verso l'Oriente, dove sono i suoi [pg!130] veri interessi e donde può essere assalita dai suoi veri nemici.L'Austria è quella che è, e se volesse modificarsi correrebbe il rischio di andare in rovina. Per vivere però è obbligata a rispettare tutte le nazionalità racchiuse entro i confini dell'Impero.Dalla parte nostra dirò che l'Italia è interessata perchè l'Austria non si sfasci. Per noi essa è una grande barricata di fronte ad eventuali e più pericolosi avversarli, che giova tener lontani dalle nostre frontiere.Posto ciò, tra l'Italia e l'Austria non ci dovrebbero essere quistioni. Quella dei confini sarà, un giorno o l'altro, risoluta amichevolmente.Vuolsi intanto osservare che in Italia l'alleanza coll'Austria non è simpatica, essendo pur troppo recenti i ricordi delle lotte nazionali e del mal governo imperiale.Necessario, quindi, che l'Austria faccia dimenticare il suo passato, e che negli atti di governo eviti di ferire il sentimento di nazionalità, che è ancora vivo negli italiani.Queste considerazioni, signor Conte, le proveranno che le mie opinioni sono abbastanza concilianti, e che quando io chiedo qualche cosa da cotesto Governo, lo fo sempre nell'interesse dei due paesi.Dev.mo suoF. Crispi.»
«S. E. Conte NigraVienna.
«S. E. Conte NigraVienna.
«S. E. Conte Nigra
Vienna.
Vienna.
Roma, 31 luglio 1890.
Signor Conte,
Signor Conte,
Signor Conte,
(Personale). Ho la sua del 27.
Nulla ho da aggiungere alla mia lettera del 24 ed ai telegrammi del 22 e del 26. Sento quanto ella mi scrive nella sua del 27, e sul decreto per lo scioglimento delPro Patriaritengo inutile per ora ogni ulteriore discussione.
Mi permetta, però, che io spenda poche parole sovra un argomento che scivolò quasi per incidente nella nostra corrispondenza e che è della massima importanza.
Io non voglio riandare le origini del trattato d'alleanza. Ammetto che se ne deve all'Italia l'iniziativa. Posso però giudicare la situazione quale essa è, ed in questo giova alle due parti parlarne senza preconcetti e con vero disinteresse.
Io sono di parere che l'alleanza sia utile all'Italia ed all'Austria.
L'Italia deve aver sicure le sue frontiere. Non potendo pel momento aver amica la Francia, ed è una sventura, deve ad ogni costo tenersi stretta all'Austria, e non comprometterne l'amicizia.
Se l'Austria ci sfuggisse, si alleerebbe subito alla Francia in difesa del Papa. Le conseguenze sarebbero incalcolabili.
L'Austria alla sua volta ha bisogno dell'Italia, la quale, in certe occasioni, potrebbe renderle segnalati servizii. L'Austria, sicura alle Alpi e nell'Adriatico, avrebbe piena libertà d'azione verso l'Oriente, dove sono i suoi [pg!130] veri interessi e donde può essere assalita dai suoi veri nemici.
L'Austria è quella che è, e se volesse modificarsi correrebbe il rischio di andare in rovina. Per vivere però è obbligata a rispettare tutte le nazionalità racchiuse entro i confini dell'Impero.
Dalla parte nostra dirò che l'Italia è interessata perchè l'Austria non si sfasci. Per noi essa è una grande barricata di fronte ad eventuali e più pericolosi avversarli, che giova tener lontani dalle nostre frontiere.
Posto ciò, tra l'Italia e l'Austria non ci dovrebbero essere quistioni. Quella dei confini sarà, un giorno o l'altro, risoluta amichevolmente.
Vuolsi intanto osservare che in Italia l'alleanza coll'Austria non è simpatica, essendo pur troppo recenti i ricordi delle lotte nazionali e del mal governo imperiale.
Necessario, quindi, che l'Austria faccia dimenticare il suo passato, e che negli atti di governo eviti di ferire il sentimento di nazionalità, che è ancora vivo negli italiani.
Queste considerazioni, signor Conte, le proveranno che le mie opinioni sono abbastanza concilianti, e che quando io chiedo qualche cosa da cotesto Governo, lo fo sempre nell'interesse dei due paesi.
Dev.mo suoF. Crispi.»
«S. E. CrispiRoma.Vienna, 7 agosto 1890.Signor Presidente,(Personale). Ho il suo autografo del 31 luglio e ne La ringrazio. Il suo linguaggio è da uomo di Stato, e la sua lettera dalla prima all'ultima sillaba è oro di coppella. Ella stima l'alleanza utile all'Italia e all'Austria. Posso assicurarla che tale è pure l'opinione di Kálnoky e di tutto il Ministero austriaco. Questi Ministri si rendono perfettamente ragione della cattiva impressione che produce in Italia la dissoluzione della SocietàPro Patria. Ma fra i due mali essi preferiscono quello che credono il minore per loro. Preferiscono, cioè, che la cattiva [pg!131] impressione si produca in Italia, anzichè in Austria. Vogliono l'alleanza e sono pronti a eseguirne fedelmente gli obblighi, ma a condizione che non si voglia imporre l'irredentismo in casa loro. La situazione è tale; e nessun Ambasciatore o Ministro può cambiarla.Certo, sarebbe desiderabile che ai sudditi Italiani dell'Austria fosse concessa una posizione eguale nel fatto a quella accordata alle altre nazionalità dell'Impero. Ma per ottener ciò converrebbe che gl'Italiani sudditi dell'Austria si mettessero dal loro canto nella situazione delle altre nazionalità, ciò che non fanno. Bisognerebbe, cioè, che rinunciassero all'irredentismo.Invece non lasciano passare occasione senza affermarlo; e la SocietàPro Patriaspinse il suo zelo fino ad una dimostrazione contro la bandiera austriaca. Io non mi arbitro di giudicarli. Accenno il fatto. E constato, una volta di più, che ogni indizio d'un'immistione da parte del Governo italiano in questi affari, peggiora, invece di migliorarla, la situazione degl'Italiani sudditi dell'Austria. E viceversa, ogni atto di questi che miri all'Italia, rende più difficile la situazione del Governo italiano verso l'Austria-Ungheria.E qui potrei terminare la mia lettera, attesochè in sostanza Ella comprende perfettamente la situazione, e sa che non c'è da insisterci.Ma non posso dispensarmi dal ripeterle qualche altra considerazione, già toccata in precedente corrispondenza. Ella sembra credere che le disposizioni contro ilPro Patriasi debbano in parte al clericalismo del Conte Taaffe. Ora mi preme il levarla da questo errore. Anzitutto in questo paese sono tutti, più o meno, clericali. Ma nel caso presente il clericalismo non ha nulla che fare. Se invece del Conte Taaffe, il Ministro dell'Interno fosse il più liberale degli Ebrei di Vienna, la situazione non cambierebbe d'un punto solo intorno a questo affare. Ella ha visto gli applausi con cui la dissoluzione fu accolta dalla stampa liberale viennese. Non è dunque questione di clericalismo. Ma bensì questione politica irredentista. Per carità. La supplico di non vedere i Gesuiti là dove proprio non ci sono.Mi preme inoltre di ben constatare un altro punto. Io non vorrei ch'Ella credesse che io rifugga dal fare a Kálnoky o agli altri Ministri imperiali comunicazioni [pg!132] sgradevoli. Abbia la bontà di persuadersi che io da questi signori non ho nulla, ma proprio nulla, da sperare, nè da chiedere, nè da temere; e che non tengo punto a restar qui. Nella posizione mia posso dire molto liberamente a loro, come a Lei, come ad ognuno, quello che penso, anche quando ciò che penso possa tornar sgradevole. Ma non amo dar colpi di spada nell'acqua e far passi non solo inutili, ma dannosi, tali, cioè, da raffreddare senza profitto le relazioni fra i due Stati.Ancora una parola sull'alleanza coll'Austria, ch'Ella mi scrive non esser popolare in Italia. Anzitutto io penso ch'Ella renderà a Kálnoky la debita giustizia. In ogni questione che finora si presentò, il concorso dell'Austria-Ungheria non ci fece mai difetto, e fu talora più pronto e più largo di quello della Germania.Deploro che quest'alleanza non sia popolare presso di noi, e che non se ne comprenda la necessità. Le mie simpatie per la Francia datano da un pezzo e non le ho mai celate; e, certo, se avessi visto la possibilità di un'alleanza tra la Francia e l'Italia, io non sarei ora qui. Ma anche quando la direzione delle relazioni fra l'Italia e la Francia era in mano d'uomini notoriamente amici alla Francia, come Cairoli e Cialdini, non solo non fu possibile un'intesa fra i due Governi, ma ci fu lo schiaffo di Tunisi.Se, ciò non ostante, non vi è simpatia fra noi per l'alleanza Austro-Italica, questo prova che il nostro povero paese non è ancora stato abbastanza miserabile, e che ha bisogno di altre lezioni più disastrose e più umilianti. Si scosti dall'alleanza attuale, e le avrà. All'Italia nella situazione presente dell'Europa si presentano tre alternative:O l'alleanza attuale, con tutti i suoi pesi, ma con la sicurtà; o in ginocchio dinanzi alla Francia; o diventare un grande Belgio, senza l'industria. E ancora, non è ben certo che il grande Belgio, mercè le divisioni e le amputazioni, non diventasse piccolo.Mi creda, signor PresidenteSuo devotissimoNigra.»
«S. E. CrispiRoma.
«S. E. CrispiRoma.
«S. E. Crispi
Roma.
Roma.
Vienna, 7 agosto 1890.
Signor Presidente,
Signor Presidente,
Signor Presidente,
(Personale). Ho il suo autografo del 31 luglio e ne La ringrazio. Il suo linguaggio è da uomo di Stato, e la sua lettera dalla prima all'ultima sillaba è oro di coppella. Ella stima l'alleanza utile all'Italia e all'Austria. Posso assicurarla che tale è pure l'opinione di Kálnoky e di tutto il Ministero austriaco. Questi Ministri si rendono perfettamente ragione della cattiva impressione che produce in Italia la dissoluzione della SocietàPro Patria. Ma fra i due mali essi preferiscono quello che credono il minore per loro. Preferiscono, cioè, che la cattiva [pg!131] impressione si produca in Italia, anzichè in Austria. Vogliono l'alleanza e sono pronti a eseguirne fedelmente gli obblighi, ma a condizione che non si voglia imporre l'irredentismo in casa loro. La situazione è tale; e nessun Ambasciatore o Ministro può cambiarla.
Certo, sarebbe desiderabile che ai sudditi Italiani dell'Austria fosse concessa una posizione eguale nel fatto a quella accordata alle altre nazionalità dell'Impero. Ma per ottener ciò converrebbe che gl'Italiani sudditi dell'Austria si mettessero dal loro canto nella situazione delle altre nazionalità, ciò che non fanno. Bisognerebbe, cioè, che rinunciassero all'irredentismo.
Invece non lasciano passare occasione senza affermarlo; e la SocietàPro Patriaspinse il suo zelo fino ad una dimostrazione contro la bandiera austriaca. Io non mi arbitro di giudicarli. Accenno il fatto. E constato, una volta di più, che ogni indizio d'un'immistione da parte del Governo italiano in questi affari, peggiora, invece di migliorarla, la situazione degl'Italiani sudditi dell'Austria. E viceversa, ogni atto di questi che miri all'Italia, rende più difficile la situazione del Governo italiano verso l'Austria-Ungheria.
E qui potrei terminare la mia lettera, attesochè in sostanza Ella comprende perfettamente la situazione, e sa che non c'è da insisterci.
Ma non posso dispensarmi dal ripeterle qualche altra considerazione, già toccata in precedente corrispondenza. Ella sembra credere che le disposizioni contro ilPro Patriasi debbano in parte al clericalismo del Conte Taaffe. Ora mi preme il levarla da questo errore. Anzitutto in questo paese sono tutti, più o meno, clericali. Ma nel caso presente il clericalismo non ha nulla che fare. Se invece del Conte Taaffe, il Ministro dell'Interno fosse il più liberale degli Ebrei di Vienna, la situazione non cambierebbe d'un punto solo intorno a questo affare. Ella ha visto gli applausi con cui la dissoluzione fu accolta dalla stampa liberale viennese. Non è dunque questione di clericalismo. Ma bensì questione politica irredentista. Per carità. La supplico di non vedere i Gesuiti là dove proprio non ci sono.
Mi preme inoltre di ben constatare un altro punto. Io non vorrei ch'Ella credesse che io rifugga dal fare a Kálnoky o agli altri Ministri imperiali comunicazioni [pg!132] sgradevoli. Abbia la bontà di persuadersi che io da questi signori non ho nulla, ma proprio nulla, da sperare, nè da chiedere, nè da temere; e che non tengo punto a restar qui. Nella posizione mia posso dire molto liberamente a loro, come a Lei, come ad ognuno, quello che penso, anche quando ciò che penso possa tornar sgradevole. Ma non amo dar colpi di spada nell'acqua e far passi non solo inutili, ma dannosi, tali, cioè, da raffreddare senza profitto le relazioni fra i due Stati.
Ancora una parola sull'alleanza coll'Austria, ch'Ella mi scrive non esser popolare in Italia. Anzitutto io penso ch'Ella renderà a Kálnoky la debita giustizia. In ogni questione che finora si presentò, il concorso dell'Austria-Ungheria non ci fece mai difetto, e fu talora più pronto e più largo di quello della Germania.
Deploro che quest'alleanza non sia popolare presso di noi, e che non se ne comprenda la necessità. Le mie simpatie per la Francia datano da un pezzo e non le ho mai celate; e, certo, se avessi visto la possibilità di un'alleanza tra la Francia e l'Italia, io non sarei ora qui. Ma anche quando la direzione delle relazioni fra l'Italia e la Francia era in mano d'uomini notoriamente amici alla Francia, come Cairoli e Cialdini, non solo non fu possibile un'intesa fra i due Governi, ma ci fu lo schiaffo di Tunisi.
Se, ciò non ostante, non vi è simpatia fra noi per l'alleanza Austro-Italica, questo prova che il nostro povero paese non è ancora stato abbastanza miserabile, e che ha bisogno di altre lezioni più disastrose e più umilianti. Si scosti dall'alleanza attuale, e le avrà. All'Italia nella situazione presente dell'Europa si presentano tre alternative:
O l'alleanza attuale, con tutti i suoi pesi, ma con la sicurtà; o in ginocchio dinanzi alla Francia; o diventare un grande Belgio, senza l'industria. E ancora, non è ben certo che il grande Belgio, mercè le divisioni e le amputazioni, non diventasse piccolo.
Mi creda, signor Presidente
Suo devotissimoNigra.»
[pg!133]
«Il R. Console Generale d'Italia a Trieste a CrispiRoma.Trieste, 3 agosto 1890.Signor Ministro,Anzichè riferire e necessariamente ripetere le notizie già pubblicate e diffuse dalla stampa, mi sembra di dover piuttosto riassumere e considerare i fatti di maggior rilievo e d'interesse per il R. Governo.L'ordinanza ministeriale che pronunciò la dissoluzione delPro Patriaè stata dappertutto e con estremo rigore applicata ed eseguita.Chiuse le scuole e gli asili d'infanzia dipendenti dalla Società, il Governo con una lunga serie di provvedimenti che i più giudicano errori, se ne appropriò i documenti ed i fondi: vietò le collette, proibì ogni pubblica adunanza e manifestazione e tutti quasi sequestrò i giornali del Regno.Ma queste severe misure non fecero che accrescere i malumori nazionali ed inasprire una situazione già per se stessa difficile, nè scevra di pericoli: offesero ma non sgominarono gli italiani; dispiacquero ai tedeschi, inquieti della parte d'influenza che lo Stato concede agli Slavi; nè i Croati e Sloveni contentarono, perchè parvero miti troppo e insufficienti.Impensierisce per vero il loro contegno e l'aggressivo linguaggio della stampa slava la quale fin d'ora proclama il proprio trionfo e la rovina di nostra nazionalità.Rassicura invece il calmo e dignitoso atteggiamento degli italiani regnicoli e non regnicoli.I cittadini del Regno, infatti, provano tuttodì d'intendere non solo le esigenze della politica internazionale, ma di sentire quanto importi, nell'interesse dei connazionali soggetti all'Austria, di starsene assolutamente da parte; i non regnicoli hanno saputo resistere al partito che tentò trascinarli più in là del dovere, e non colle dimostrazioni nè con clamorose proteste, ma servendosi dei mezzi legali forniti dalla costituzione, seriamente rivendicano l'uso dei diritti, che la stessa costituzione loro consente. [pg!134]A Trieste frattanto di giorno in giorno si aspettano le decisioni del supremo Tribunale dell'Impero, e tali si sperano da permettere che il soppresso sodalizio su altre basi risorga.Nell'Istria, dove sono più numerose che altrove le scuole italiane, l'agitazione è maggiore: e le fiere parole pronunciate dal Podestà di Rovigno nell'ultimo recente Congresso della Società Politica Istriana (V. E. potrà leggerne il testo nell'accluso foglio) tutta ne rilevano la gravità e l'importanza.In Dalmazia, e secondo risulta dal pur qui compiegato rapporto, gli Slavi danno quasi per finita la lotta, e dettano a dirittura patti e condizioni.Malmusi.»
«Il R. Console Generale d'Italia a Trieste a Crispi
«Il R. Console Generale d'Italia a Trieste a Crispi
«Il R. Console Generale d'Italia a Trieste a Crispi
Roma.
Trieste, 3 agosto 1890.
Signor Ministro,
Signor Ministro,
Signor Ministro,
Anzichè riferire e necessariamente ripetere le notizie già pubblicate e diffuse dalla stampa, mi sembra di dover piuttosto riassumere e considerare i fatti di maggior rilievo e d'interesse per il R. Governo.
L'ordinanza ministeriale che pronunciò la dissoluzione delPro Patriaè stata dappertutto e con estremo rigore applicata ed eseguita.
Chiuse le scuole e gli asili d'infanzia dipendenti dalla Società, il Governo con una lunga serie di provvedimenti che i più giudicano errori, se ne appropriò i documenti ed i fondi: vietò le collette, proibì ogni pubblica adunanza e manifestazione e tutti quasi sequestrò i giornali del Regno.
Ma queste severe misure non fecero che accrescere i malumori nazionali ed inasprire una situazione già per se stessa difficile, nè scevra di pericoli: offesero ma non sgominarono gli italiani; dispiacquero ai tedeschi, inquieti della parte d'influenza che lo Stato concede agli Slavi; nè i Croati e Sloveni contentarono, perchè parvero miti troppo e insufficienti.
Impensierisce per vero il loro contegno e l'aggressivo linguaggio della stampa slava la quale fin d'ora proclama il proprio trionfo e la rovina di nostra nazionalità.
Rassicura invece il calmo e dignitoso atteggiamento degli italiani regnicoli e non regnicoli.
I cittadini del Regno, infatti, provano tuttodì d'intendere non solo le esigenze della politica internazionale, ma di sentire quanto importi, nell'interesse dei connazionali soggetti all'Austria, di starsene assolutamente da parte; i non regnicoli hanno saputo resistere al partito che tentò trascinarli più in là del dovere, e non colle dimostrazioni nè con clamorose proteste, ma servendosi dei mezzi legali forniti dalla costituzione, seriamente rivendicano l'uso dei diritti, che la stessa costituzione loro consente. [pg!134]
A Trieste frattanto di giorno in giorno si aspettano le decisioni del supremo Tribunale dell'Impero, e tali si sperano da permettere che il soppresso sodalizio su altre basi risorga.
Nell'Istria, dove sono più numerose che altrove le scuole italiane, l'agitazione è maggiore: e le fiere parole pronunciate dal Podestà di Rovigno nell'ultimo recente Congresso della Società Politica Istriana (V. E. potrà leggerne il testo nell'accluso foglio) tutta ne rilevano la gravità e l'importanza.
In Dalmazia, e secondo risulta dal pur qui compiegato rapporto, gli Slavi danno quasi per finita la lotta, e dettano a dirittura patti e condizioni.
Malmusi.»
L'atto del governo del conte Taaffe suscitò in Italia un vivo malumore, del quale naturalmente profittarono i radicali. L'agitazione irredentista divampò, e l'on. Crispi dovette adoperare tutta la sua autorità ed energia per frenarla.
Ecco un saggio delle istruzioni ch'egli dava ai prefetti:
«Commendator Basile PrefettoMilano.26-7.(Riservato). Ripeto a lei quel che telegrafai al suo collega di Bari:Il decreto per lo scioglimento delPro Patriaè un atto di politica interna di un governo straniero, contro il quale non abbiamo il diritto di agire.Rispettiamo l'indipendenza degli altri Stati, se vogliamo rispettata la nostra.La dimostrazione popolare che si minaccia di fare costà sarebbe un reato ai termini dell'articolo 113 del codice penale, il quale punisce con la detenzione da tre a trenta mesi ogni atto che possa turbare le relazioni amichevoli del Governo italiano con un Governo straniero.Faccia modo di persuadere i promotori della dimostrazione a starsi tranquilli. Qualora i consigli non giovino, esegua la legge.Crispi.»
«Commendator Basile PrefettoMilano.
«Commendator Basile PrefettoMilano.
«Commendator Basile Prefetto
Milano.
Milano.
26-7.
(Riservato). Ripeto a lei quel che telegrafai al suo collega di Bari:
Il decreto per lo scioglimento delPro Patriaè un atto di politica interna di un governo straniero, contro il quale non abbiamo il diritto di agire.
Rispettiamo l'indipendenza degli altri Stati, se vogliamo rispettata la nostra.
La dimostrazione popolare che si minaccia di fare costà sarebbe un reato ai termini dell'articolo 113 del codice penale, il quale punisce con la detenzione da tre a trenta mesi ogni atto che possa turbare le relazioni amichevoli del Governo italiano con un Governo straniero.
Faccia modo di persuadere i promotori della dimostrazione a starsi tranquilli. Qualora i consigli non giovino, esegua la legge.
Crispi.»
[pg!135]
«Commendatore Basile PrefettoMilano.31 luglio 1890.(Personale). I comizi e le dimostrazioni contro il decreto di scioglimento delPro Patriasarebbero atti antipatriotici che darebbero ragione al Governo austriaco del preso provvedimento.I soci delPro Patriaaffermavano che il loro era un sodalizio che aveva solo per iscopo la cultura nazionale e la diffusione della lingua patria nelle provincie nelle quali si parla l'italiano.Le dimostrazioni ed i comizi indicherebbero che ilPro Patriaera realmente un'associazione irredentista, siccome la disse la luogotenenza di Trento. Ne verrebbe danno ai soci, ai quali sarebbe tolta anche la possibilità di ricostituirsi sotto altro nome.Veda Missori, Antongini ed altri patrioti e tenti di valersi dell'opera loro per dare sani consigli a coloro che con un preteso patriottismo turberebbero l'ordine in Italia e nuocerebbero a quelle popolazioni che dicono di voler redimere.Invoco da tutti che sentano i doveri di patria e li adoperino.Crispi.»
«Commendatore Basile PrefettoMilano.
«Commendatore Basile PrefettoMilano.
«Commendatore Basile Prefetto
Milano.
Milano.
31 luglio 1890.
(Personale). I comizi e le dimostrazioni contro il decreto di scioglimento delPro Patriasarebbero atti antipatriotici che darebbero ragione al Governo austriaco del preso provvedimento.
I soci delPro Patriaaffermavano che il loro era un sodalizio che aveva solo per iscopo la cultura nazionale e la diffusione della lingua patria nelle provincie nelle quali si parla l'italiano.
Le dimostrazioni ed i comizi indicherebbero che ilPro Patriaera realmente un'associazione irredentista, siccome la disse la luogotenenza di Trento. Ne verrebbe danno ai soci, ai quali sarebbe tolta anche la possibilità di ricostituirsi sotto altro nome.
Veda Missori, Antongini ed altri patrioti e tenti di valersi dell'opera loro per dare sani consigli a coloro che con un preteso patriottismo turberebbero l'ordine in Italia e nuocerebbero a quelle popolazioni che dicono di voler redimere.
Invoco da tutti che sentano i doveri di patria e li adoperino.
Crispi.»
Nella seconda metà di agosto Crispi fu costretto ad adottare un provvedimento che diremo dimostrativo della sua ferma volontà di troncare l'agitazione irredentista: sciolse (decreto 22 agosto) le Associazioni, i Comitati, i Circoli e i Nuclei (denominazioni diverse di enti che si proponevano scopi identici) intitolati a Guglielmo Oberdank e a Pietro Barsanti.
Non vi furono contumelie che i radicali non lanciassero a Crispi, pel suo «servilismo austriaco». Ma egli, in verità, compiva un dovere penoso, e dei suoi sentimenti fanno testimonianza i telegrammi scambiati col Re Umberto, il quale era in grado di apprezzare il patriottismo del suo primo ministro: [pg!136]
«A S. M. il ReMontechiari.25 agosto 1890.Oggi contemporaneamente in tutte le città nelle quali esistevano, furono sciolti i sodalizii intitolatiBarsantiedOberdank.I funzionari della pubblica sicurezza fecero il loro dovere e però le operazioni riuscirono.In Roma furon trovate delle bombe.Gli atti furono mandati all'autorità giudiziaria.Sempre agli ordini di V. M.Il devotissimo servoF. Crispi.»
«A S. M. il ReMontechiari.
«A S. M. il ReMontechiari.
«A S. M. il Re
Montechiari.
Montechiari.
25 agosto 1890.
Oggi contemporaneamente in tutte le città nelle quali esistevano, furono sciolti i sodalizii intitolatiBarsantiedOberdank.
I funzionari della pubblica sicurezza fecero il loro dovere e però le operazioni riuscirono.
In Roma furon trovate delle bombe.
Gli atti furono mandati all'autorità giudiziaria.
Sempre agli ordini di V. M.
Il devotissimo servoF. Crispi.»
«S. E. Cav. Crispi Pres. Cons. MinistriMontechiari, 28 agosto 1890.Ho ricevuto il suo telegramma di avant'ieri sera.I provvedimenti presi per lo scioglimento dei CircoliOberdankeBarsantisono ottimi, essendo tali da far cessare una equivoca tolleranza indegna di paese reputato civile e liberale. La schietta energia di lei varrà a persuadere i facinorosi che hanno da fare con un Governo deciso a farsi rispettare e lo rispetteranno. Spero che d'altra parte un Governo alleato non renderà più difficile il patriottico compito di lei con atti eccessivi ed inutili.Ad ogni modo di tutto la ringrazio di cuore.Qui procede ogni cosa bene. Sono molto soddisfatto dello spirito delle truppe, come pure dell'accoglienza che dovunque ricevo dalle popolazioni.Con sentimenti di viva amiciziaaff.moUmberto.»
«S. E. Cav. Crispi Pres. Cons. Ministri
«S. E. Cav. Crispi Pres. Cons. Ministri
«S. E. Cav. Crispi Pres. Cons. Ministri
Montechiari, 28 agosto 1890.
Ho ricevuto il suo telegramma di avant'ieri sera.
I provvedimenti presi per lo scioglimento dei CircoliOberdankeBarsantisono ottimi, essendo tali da far cessare una equivoca tolleranza indegna di paese reputato civile e liberale. La schietta energia di lei varrà a persuadere i facinorosi che hanno da fare con un Governo deciso a farsi rispettare e lo rispetteranno. Spero che d'altra parte un Governo alleato non renderà più difficile il patriottico compito di lei con atti eccessivi ed inutili.
Ad ogni modo di tutto la ringrazio di cuore.
Qui procede ogni cosa bene. Sono molto soddisfatto dello spirito delle truppe, come pure dell'accoglienza che dovunque ricevo dalle popolazioni.
Con sentimenti di viva amicizia
aff.moUmberto.»
[pg!137]
«A S. M. il ReMontechiari.28 agosto 1890.L'Austria faccia la sua via. La deploro, ma non devo inquietarmene.Facendo il nostro dovere e governando fortemente l'Italia, potremo a suo tempo aver ragione di dichiarare che non fu nostra la colpa se le sorti dell'impero vicino precipiteranno.Sempre agli ordini di V. M.Il devotissimo servoF. Crispi.»
«A S. M. il ReMontechiari.
«A S. M. il ReMontechiari.
«A S. M. il Re
Montechiari.
Montechiari.
28 agosto 1890.
L'Austria faccia la sua via. La deploro, ma non devo inquietarmene.
Facendo il nostro dovere e governando fortemente l'Italia, potremo a suo tempo aver ragione di dichiarare che non fu nostra la colpa se le sorti dell'impero vicino precipiteranno.
Sempre agli ordini di V. M.
Il devotissimo servoF. Crispi.»
Nel settembre un incidente del quale un suo collega del Ministero fu piuttosto vittima che responsabile, contrariò vivamente Crispi e rese inevitabile un provvedimento che lo addolorò molto.
In un banchetto offerto in Udine all'on. Seismit-Doda, ministro delle Finanze, uno dei commensali, l'avv. Feder, brindando al Doda e ricordando che nel 1848
«udita la rivoluzione di Vienna che fece scappare S. M. Cattolica Apostolica Romana» da Trieste si recò a Venezia per «partecipare a quell'Assemblea gloriosa che votò la resistenza ad ogni costo», augurò che «Sua Eccellenza chiudesse la sua laboriosa carriera.... con il viaggio inverso, su nave italiana, col tricolore italico spiegato vittoriosamente al vento.»
«udita la rivoluzione di Vienna che fece scappare S. M. Cattolica Apostolica Romana» da Trieste si recò a Venezia per «partecipare a quell'Assemblea gloriosa che votò la resistenza ad ogni costo», augurò che «Sua Eccellenza chiudesse la sua laboriosa carriera.... con il viaggio inverso, su nave italiana, col tricolore italico spiegato vittoriosamente al vento.»
L'on. Seismit-Doda sentì l'augurio e tacque; ma la stampa s'impossessò dell'avvenimento e gli attribuì il valore che aveva, quello cioè di una manifestazione irredentista, presente e presunto consenziente un ministro del Re.
Crispi telegrafò subito al Doda meravigliandosi del suo contegno, e rimproverandolo perchè lui e il prefetto non avevano abbandonato la sala del banchetto.
«Rimanendo indifferenti — soggiungeva — avete implicitamente aderito agli oratori e agli applausi. Capo del Governo, non devo permettere che si dubiti della lealtà [pg!138] con la quale vengono eseguiti i patti internazionali, nè far sospettare che uno solo dei miei colleghi sia contrario alla mia politica.»
«Rimanendo indifferenti — soggiungeva — avete implicitamente aderito agli oratori e agli applausi. Capo del Governo, non devo permettere che si dubiti della lealtà [pg!138] con la quale vengono eseguiti i patti internazionali, nè far sospettare che uno solo dei miei colleghi sia contrario alla mia politica.»
L'on. Seismit-Doda non poteva più rimanere ministro. Ma invece di persuadersene s'irritò, fece comunicazioni ai giornali d'opposizione e non si arrese all'invito amichevole di dar le dimissioni; cosicchè Crispi fu costretto a proporre al Re un decreto di esonerazione dall'ufficio.
La questione fu portata alla Camera e discussa nella tornata del 19 dicembre. Crispi reclamò un voto e la Camera, su di una mozione presentata dall'on. Angelo Muratori, approvò la condotta di Crispi con 271sì, contro 10noe 16 astenuti.
La sentenza della Corte suprema dell'Impero sullo scioglimento delPro Patriafu pronunziata il 28 ottobre. Essa dette un colpo al cerchio e l'altro alla botte: approvò l'ordinanza governativa, ma permise che la Società disciolta si ricostituisse sotto la denominazione diLega Nazionale. In conclusione al decreto del 16 luglio si volle dare il valore di un monito: che la Società italiana non si occupasse di politica.
L'ultima fase dell'azione diplomatica di Crispi è rappresentata dai seguenti telegrammi:
«Ambasciata Italiana,Vienna.Roma, 26 ottobre 1890.(Riservato). Le parole dell'avvocato del governo imperiale regio riferentisi societàDante Alighieriinnanzi al supremo tribunale dell'Impero ed il giudizio dato sul signor Bonghi non avrebbero grande importanza se fossero stati pronunciati da chi non avesse avuto l'obbligo di conoscere le cose italiane. Dette a Vienna producono fra noi impressione così strana da costringerci a chiedere che almeno non ne resti traccia nella sentenza che emanerà il 28 corrente il Tribunale contro ilPro Patria. Il nostro onesto desiderio dovrebbe essere assecondato poichè, altrimenti, il falso concetto ove si ripetesse in un atto officiale, farebbe pessimo senso in Italia, specialmente in questo momento. Del resto, lo stesso conte Kálnoky, parlando al conte Nigra, avrebbe già riconosciuto l'errore di avere nella questione delPro Patria[pg!139] citato laDante Alighieri. Nell'intrattenere d'urgenza su quanto precede il signor Szögyeny, Ella vorrà inoltre adoperarsi perchè ilFremdenblattnon continui co' suoi comunicati intorno la corrispondenza vaticana col Nunzio Galimberti, poichè diversamente ci troveremmo obbligati a pubblicare i documenti pontifici nella loro integrità, il che nuocerebbe a tutti, salvochè a noi.Crispi.»
«Ambasciata Italiana,Vienna.
«Ambasciata Italiana,Vienna.
«Ambasciata Italiana,
Vienna.
Vienna.
Roma, 26 ottobre 1890.
(Riservato). Le parole dell'avvocato del governo imperiale regio riferentisi societàDante Alighieriinnanzi al supremo tribunale dell'Impero ed il giudizio dato sul signor Bonghi non avrebbero grande importanza se fossero stati pronunciati da chi non avesse avuto l'obbligo di conoscere le cose italiane. Dette a Vienna producono fra noi impressione così strana da costringerci a chiedere che almeno non ne resti traccia nella sentenza che emanerà il 28 corrente il Tribunale contro ilPro Patria. Il nostro onesto desiderio dovrebbe essere assecondato poichè, altrimenti, il falso concetto ove si ripetesse in un atto officiale, farebbe pessimo senso in Italia, specialmente in questo momento. Del resto, lo stesso conte Kálnoky, parlando al conte Nigra, avrebbe già riconosciuto l'errore di avere nella questione delPro Patria[pg!139] citato laDante Alighieri. Nell'intrattenere d'urgenza su quanto precede il signor Szögyeny, Ella vorrà inoltre adoperarsi perchè ilFremdenblattnon continui co' suoi comunicati intorno la corrispondenza vaticana col Nunzio Galimberti, poichè diversamente ci troveremmo obbligati a pubblicare i documenti pontifici nella loro integrità, il che nuocerebbe a tutti, salvochè a noi.
Crispi.»
«S. E. Crispi,Roma.Vienna, 26 ottobre 1890.(Riservato). Ho comunicato a Szögyeny telegramma di V. E. di iersera relativo notaFremdenblatt. Szögyeny mi ha detto che detta Nota era stata pubblicata soltanto per rispondere alle domande che da varie parti erano state dirette al Ministero a tale riguardo, e che essa non aveva altro scopo che di constatare che qui non si aveva notizia alcuna della corrispondenza scambiata tra il Vaticano e Monsignore Galimberti. Szögyeny aggiunse che sarebbe stato dolentissimo se si attribuisse un'intenzione qualsiasi sfavorevole verso l'Italia al governo austro-ungarico, il quale non desiderava punto ingerirsi in questione siffatta. Szögyeny mi pregò di assicurare l'E. V. che, per quanto era in suo potere, avrebbe provveduto a che pubblicazioni ufficiose in tal senso non avessero luogo in avvenire.Avarna.»
«S. E. Crispi,Roma.
«S. E. Crispi,Roma.
«S. E. Crispi,
Roma.
Roma.
Vienna, 26 ottobre 1890.
(Riservato). Ho comunicato a Szögyeny telegramma di V. E. di iersera relativo notaFremdenblatt. Szögyeny mi ha detto che detta Nota era stata pubblicata soltanto per rispondere alle domande che da varie parti erano state dirette al Ministero a tale riguardo, e che essa non aveva altro scopo che di constatare che qui non si aveva notizia alcuna della corrispondenza scambiata tra il Vaticano e Monsignore Galimberti. Szögyeny aggiunse che sarebbe stato dolentissimo se si attribuisse un'intenzione qualsiasi sfavorevole verso l'Italia al governo austro-ungarico, il quale non desiderava punto ingerirsi in questione siffatta. Szögyeny mi pregò di assicurare l'E. V. che, per quanto era in suo potere, avrebbe provveduto a che pubblicazioni ufficiose in tal senso non avessero luogo in avvenire.
Avarna.»
«S. E. Crispi.Vienna, 27 ottobre 1890.(Confidenziale). Szögyeny è partito stamane di buon mattino per la caccia e non sarà di ritorno che sul tardi nella sera.La comunicazione, di cui Ella m'incarica, non potrà quindi essergli fatta che domani.Profitto occasione per sottometterle alcune considerazioni.Il principale capo di accusa contro ilPro Patriaè.....(?) di essa con laDante Alighieri. [pg!140]Questa accusa fu ribattuta dall'avvocato Lovisoni che difese vittoriosamente laDante Alighierie l'on. Bonghi, dimostrando i loro scopi leali. Contro ciò il rappresentante del Governo mantenne l'accusa con parole ch'Ella desidera non ne resti traccia nella sentenza.I passi di cui Ella m'incarica, ove fossero bene accolti, metterebbero questo Governo in contradizione e giustificherebbero la domanda sporta dalPro Patriadi essere riabilitato, ciò che il Governo austro-ungarico non sembra disposto a fare.Qualora l'E. V. giudicasse che, malgrado ciò, io faccia a Szögyeny la comunicazione in discorso, io non mancherò di eseguire col maggior impegno e premura le di Lei istruzioni. In tal caso io la pregherei di telegrafarmi di urgenza i suoi ordini.Avarna.»
«S. E. Crispi.
«S. E. Crispi.
«S. E. Crispi.
Vienna, 27 ottobre 1890.
(Confidenziale). Szögyeny è partito stamane di buon mattino per la caccia e non sarà di ritorno che sul tardi nella sera.
La comunicazione, di cui Ella m'incarica, non potrà quindi essergli fatta che domani.
Profitto occasione per sottometterle alcune considerazioni.
Il principale capo di accusa contro ilPro Patriaè.....(?) di essa con laDante Alighieri. [pg!140]
Questa accusa fu ribattuta dall'avvocato Lovisoni che difese vittoriosamente laDante Alighierie l'on. Bonghi, dimostrando i loro scopi leali. Contro ciò il rappresentante del Governo mantenne l'accusa con parole ch'Ella desidera non ne resti traccia nella sentenza.
I passi di cui Ella m'incarica, ove fossero bene accolti, metterebbero questo Governo in contradizione e giustificherebbero la domanda sporta dalPro Patriadi essere riabilitato, ciò che il Governo austro-ungarico non sembra disposto a fare.
Qualora l'E. V. giudicasse che, malgrado ciò, io faccia a Szögyeny la comunicazione in discorso, io non mancherò di eseguire col maggior impegno e premura le di Lei istruzioni. In tal caso io la pregherei di telegrafarmi di urgenza i suoi ordini.
Avarna.»
«Ambasciata Italiana,Vienna.Roma, 27 ottobre 1890.(Urgente). Il fatto d'avere noi lasciato sussistere laDante Alighieri, dovrebbe bastare di prova a codesto Governo che quella società non ha scopi politici, ma solamente letterari. Altrimenti sarebbe stata sciolta come sciogliemmo altri sodalizi. Voglia quindi dar corso alle mie istruzioni facendo conoscere anche quanto precede al signor Szögyeny.Crispi.»
«Ambasciata Italiana,Vienna.
«Ambasciata Italiana,Vienna.
«Ambasciata Italiana,
Vienna.
Vienna.
Roma, 27 ottobre 1890.
(Urgente). Il fatto d'avere noi lasciato sussistere laDante Alighieri, dovrebbe bastare di prova a codesto Governo che quella società non ha scopi politici, ma solamente letterari. Altrimenti sarebbe stata sciolta come sciogliemmo altri sodalizi. Voglia quindi dar corso alle mie istruzioni facendo conoscere anche quanto precede al signor Szögyeny.
Crispi.»
«S. E. Crispi,Roma.Vienna, 28 ottobre 1890.Ho comunicato a Szögyeny i due telegrammi di V. E. relativi allaDante Alighieri, esponendogli le varie considerazioni in essi svolte. Szögyeny mi ha detto che Kálnoky non aveva mancato di far conoscere a Taaffe il colloquio da esso avuto col R. Ambasciatore relativamente ai falsi apprezzamenti qui portati sopra laDante Alighierie sopra l'onorevole Bonghi. Szögyeny ha aggiunto che, siccome il Ministero degli Affari Esteri non [pg!141] aveva alcuna azione diretta sul Presidente della Corte Suprema, egli si sarebbe oggi stesso recato d'urgenza dal Conte Taaffe per parlargli nel senso dei due telegrammi di V. E. da me comunicatigli, manifestandogli il desiderio di lei. Szögyeny mi ha detto che, a parer suo, la sentenza non conterrebbe alcuna cosa che potesse essere spiacevole al governo del Re e alla E. V.Avarna.»
«S. E. Crispi,Roma.
«S. E. Crispi,Roma.
«S. E. Crispi,
Roma.
Roma.
Vienna, 28 ottobre 1890.
Ho comunicato a Szögyeny i due telegrammi di V. E. relativi allaDante Alighieri, esponendogli le varie considerazioni in essi svolte. Szögyeny mi ha detto che Kálnoky non aveva mancato di far conoscere a Taaffe il colloquio da esso avuto col R. Ambasciatore relativamente ai falsi apprezzamenti qui portati sopra laDante Alighierie sopra l'onorevole Bonghi. Szögyeny ha aggiunto che, siccome il Ministero degli Affari Esteri non [pg!141] aveva alcuna azione diretta sul Presidente della Corte Suprema, egli si sarebbe oggi stesso recato d'urgenza dal Conte Taaffe per parlargli nel senso dei due telegrammi di V. E. da me comunicatigli, manifestandogli il desiderio di lei. Szögyeny mi ha detto che, a parer suo, la sentenza non conterrebbe alcuna cosa che potesse essere spiacevole al governo del Re e alla E. V.
Avarna.»
Le elezioni generali del dicembre 1890 venendo dopo un lungo periodo di agitazioni promosse dal partito radicale, furono per questo una grande sconfitta. Tra le felicitazioni giunte d'ogni parte a Crispi non mancarono quelle austriache. Il conte Nigra in un telegramma dell'11 gennaio 1891, interessante anche perchè toccava altro argomento spinoso, si faceva eco delle felicitazioni di Francesco Giuseppe:
«Ieri essendo a pranzo dall'Imperatore, S. M. si congratulò con me delle ultime elezioni in Italia e rese in termini calorosi testimonianza della fermezza e abilità con cui è condotta la politica interna ed esterna dell'Italia. Le ripeto le stesse frasi perchè l'Imperatore è in generale molto sobrio di apprezzamenti. Aggiunse che la Triplice alleanza costava sacrifici, ma che era riuscita ad ottenere il fine di preservare la pace in Europa. Passato il discorso alla questione economica spiegai a S. M. la vera ragione della prorogata facoltà di denunciare il Trattato vigente, che è di dare ai due Governi la possibilità di esaminare la nuova situazione quale uscirà dai negoziati in corso fra l'Austria-Ungheria e la Germania allo scopo di migliorare possibilmente il Trattato per ambo le parti.L'Imperatore s'informò poi con interesse del Re e della Regina. L'Imperatrice mi disse che era dolente di non avere avuto occasione nel suo viaggio in Italia di far visita alla Regina, della quale parlò nei termini i più lusinghieri e mi domandò se le sarebbe possibile visitarla altrove che a Roma.Io risposi che credevo che la Regina sarebbe stata per parte sua sempre felice d'incontrarsi coll'Imperatrice in qualunque luogo, ma che vi era qualche cosa più potente [pg!142] che la volontà dei Re e delle Regine, e questa era la pubblica opinione del paese, la quale non avrebbe approvato la visita altrove che a Roma.»
«Ieri essendo a pranzo dall'Imperatore, S. M. si congratulò con me delle ultime elezioni in Italia e rese in termini calorosi testimonianza della fermezza e abilità con cui è condotta la politica interna ed esterna dell'Italia. Le ripeto le stesse frasi perchè l'Imperatore è in generale molto sobrio di apprezzamenti. Aggiunse che la Triplice alleanza costava sacrifici, ma che era riuscita ad ottenere il fine di preservare la pace in Europa. Passato il discorso alla questione economica spiegai a S. M. la vera ragione della prorogata facoltà di denunciare il Trattato vigente, che è di dare ai due Governi la possibilità di esaminare la nuova situazione quale uscirà dai negoziati in corso fra l'Austria-Ungheria e la Germania allo scopo di migliorare possibilmente il Trattato per ambo le parti.
L'Imperatore s'informò poi con interesse del Re e della Regina. L'Imperatrice mi disse che era dolente di non avere avuto occasione nel suo viaggio in Italia di far visita alla Regina, della quale parlò nei termini i più lusinghieri e mi domandò se le sarebbe possibile visitarla altrove che a Roma.
Io risposi che credevo che la Regina sarebbe stata per parte sua sempre felice d'incontrarsi coll'Imperatrice in qualunque luogo, ma che vi era qualche cosa più potente [pg!142] che la volontà dei Re e delle Regine, e questa era la pubblica opinione del paese, la quale non avrebbe approvato la visita altrove che a Roma.»
E quando pel voto di dispetto del 31 gennaio 1891 Crispi fu lasciato andar via da chi avrebbe avuto dovere e interesse di mantenerlo al governo, il Cancelliere d'Austria-Ungheria telegrafava al suo ambasciatore a Roma, barone de Bruck, come segue:
«5 febbraio 1891.Je prie V. E. de chercher sans tarder une occasion pour exprimer à Mr. de Crispi mes plus vifs regrets sur sa decision de se retirer et de lui dire que pendant tout le temps qu'il était au pouvoir, la manière loyale et caracteristique d'un homme d'état superieur avec laquelle il a su conduire d'une main énergique les affaires politiques, était d'un avantage inappreciable pour la cause de la paix européenne et pour les rapports entre nous et l'Italie.Je doute que l'Italie possède un autre homme d'état qui sache juger et mener les affaires intérieures et extérieures de son pays d'une façon aussi éminente que Mr. de Crispi, ce qui me porte à admettre qu'il ne se retirera pas de la scène politique sur laquelle il occupe un rôle aussi prépondérant.Kálnoky.»
«5 febbraio 1891.
Je prie V. E. de chercher sans tarder une occasion pour exprimer à Mr. de Crispi mes plus vifs regrets sur sa decision de se retirer et de lui dire que pendant tout le temps qu'il était au pouvoir, la manière loyale et caracteristique d'un homme d'état superieur avec laquelle il a su conduire d'une main énergique les affaires politiques, était d'un avantage inappreciable pour la cause de la paix européenne et pour les rapports entre nous et l'Italie.
Je doute que l'Italie possède un autre homme d'état qui sache juger et mener les affaires intérieures et extérieures de son pays d'une façon aussi éminente que Mr. de Crispi, ce qui me porte à admettre qu'il ne se retirera pas de la scène politique sur laquelle il occupe un rôle aussi prépondérant.
Kálnoky.»
E l'organo della Cancelleria, ilFremdenblatt, dedicava all'avvenimento un articolo di fondo (4 febbraio) di cui riferiamo solamente le prime righe:
«Con Francesco Crispi è caduto un grande ministro. Crispi è uno dei più eminenti fra i personaggi che nell'odierna Europa rappresentano una parte politica; è una figura sorprendente, caratteristica, superiore. Egli portò seco nella vita pubblica il temperamento del siciliano; uno spirito vivace e bollente, ma insieme avveduto, calcolatore, che in lui si accoppia a sommi talenti e ad una indomabile energia. È in questi ultimi anni che il mondo imparò a conoscere in quest'uomo, che fin'allora aveva sostenuta una parte soltanto nel ristretto cerchio della politica interna italiana, un personaggio singolare ed importante.»
[pg!143]
In dicembre 1893 Crispi riassunse il governo del paese nelle note gravi condizioni, e il barone de Bruck, tuttavia ambasciatore a Roma, fu tra i primi a recargli, coi suoi, i saluti del Cancelliere Kálnoky e i migliori augurii «pour la grande tâche» che si era addossata. E il conte Nigra, ancora da Vienna con le «sincere congratulazioni per il suo ritorno al potere» gli telegrafava:
«Vostra Eccellenza avrà visto che la di Lei presenza al Governo è salutata con fiducia dall'opinione pubblica di questo paese, conforme a quello del Governo imperiale.»
«Vostra Eccellenza avrà visto che la di Lei presenza al Governo è salutata con fiducia dall'opinione pubblica di questo paese, conforme a quello del Governo imperiale.»
L'opera di Crispi per ristabilire l'ordine pubblico, turbato specialmente in Sicilia e in Lunigiana, era seguìta con simpatia anche in Austria; e quando in giugno 1894 l'energico ministro fu oggetto di un secondo attentato, quello di Paolo Lega che gli sparò contro a bruciapelo, fortunatamente senza colpirlo, il conte Nigra scrivendo al Ministro degli affari esteri attestava che il fatto aveva suscitato «l'indignazione contro l'assassino e la calorosa simpatia verso l'illustre patriotta italiano».
Ma in ottobre di quell'anno, Crispi ebbe motivo di forte lagnanza contro il governo imperiale per un'ordinanza che imponeva agl'italiani dell'Istria l'uso delle iscrizioni e diciture anche in lingua croata, facendo nascere una grande agitazione in tutti i paesi austriaci di lingua italiana, la quale si ripercuoteva in Italia. Le difficoltà contro le quali Crispi lottava allora strenuamente erano così gravi, che la nuova vessazione austriaca l'irritò. Al conte Nigra egli scriveva in lettera privata:
«Procediamo con difficoltà nel governo del paese, ma procediamo.... Giunge intanto inopportuno il movimento dell'Istria. Esso è argomento di agitazione per gli avversari del Governo.... L'Austria intanto avrebbe potuto essere più prudente. Impero poliglotta, la sua potenza verrebbe dal rispetto di tutte le nazionalità, delle quali si compone lo Stato. E poi parmi che mal cotesto Governo si fidi degli Slavi, i quali tengon fissi gli sguardi a Pietroburgo. Aggiungasi, che l'opera di annullare la lingua italiana nelle opposte sponde adriatiche è difficile, [pg!144] e con la violenza diviene impossibile. È più facile italianizzare gli Slavi, che slavizzare gl'Italiani.Cotesta politica, praticata prima del 1848, aveva la sua ragione d'essere. Oggi manca di scopo, perchè il Governo italiano mantiene lealmente l'amicizia col vicino Impero.Io non oso far proposte, ma se Ella potesse dire una buona parola a Kálnoky, farebbe opera saggia. Accordino agl'Italiani gli stessi diritti accordati alle altre nazionalità e conserveranno la pace all'Impero, e l'eco dei disordini non si ripercuoterà nella penisola nostra.»
«Procediamo con difficoltà nel governo del paese, ma procediamo.... Giunge intanto inopportuno il movimento dell'Istria. Esso è argomento di agitazione per gli avversari del Governo.... L'Austria intanto avrebbe potuto essere più prudente. Impero poliglotta, la sua potenza verrebbe dal rispetto di tutte le nazionalità, delle quali si compone lo Stato. E poi parmi che mal cotesto Governo si fidi degli Slavi, i quali tengon fissi gli sguardi a Pietroburgo. Aggiungasi, che l'opera di annullare la lingua italiana nelle opposte sponde adriatiche è difficile, [pg!144] e con la violenza diviene impossibile. È più facile italianizzare gli Slavi, che slavizzare gl'Italiani.
Cotesta politica, praticata prima del 1848, aveva la sua ragione d'essere. Oggi manca di scopo, perchè il Governo italiano mantiene lealmente l'amicizia col vicino Impero.
Io non oso far proposte, ma se Ella potesse dire una buona parola a Kálnoky, farebbe opera saggia. Accordino agl'Italiani gli stessi diritti accordati alle altre nazionalità e conserveranno la pace all'Impero, e l'eco dei disordini non si ripercuoterà nella penisola nostra.»
Come in passato, dopo aver fatto direttamente al governo austriaco le sue rimostranze, sul successo delle quali non poteva avere una fiducia assoluta per lo spirito tenacemente sospettoso di quell'ambiente governativo, Crispi chiese l'intervento a Vienna della potenza ch'era interessata alle buone relazioni italo-austriache, e si rivolse all'imperatore Guglielmo:
«Conte Lanza Ambasciatore d'Italia,Berlino.Roma, 5 novembre 1894.La condotta del Governo austriaco nella Istria manca di ogni buon senso.L'Impero essendo poliglotta, è necessità di vita per esso rispettare tutte le nazionalità e specialmente l'italiana e la tedesca che sono le sole civili.La preferenza per gli slavi è a danno suo e a danno di tutti. Non devo nascondere che quella agitazione mette il Governo italiano in una difficile situazione e rende nel popolo sempre più antipatica la nostra alleanza con l'Austria, che non è punto amata nel paese.Io farò il mio dovere, ma non mi si ponga in condizione da essere obbligato a dimettermi.Vegga subito l'Imperatore e lo scongiuri ad interporsi perchè cessi cotesta questione delle lingue e si rispetti l'italiana come la slava.Crispi.»
«Conte Lanza Ambasciatore d'Italia,Berlino.
«Conte Lanza Ambasciatore d'Italia,Berlino.
«Conte Lanza Ambasciatore d'Italia,
Berlino.
Berlino.
Roma, 5 novembre 1894.
La condotta del Governo austriaco nella Istria manca di ogni buon senso.
L'Impero essendo poliglotta, è necessità di vita per esso rispettare tutte le nazionalità e specialmente l'italiana e la tedesca che sono le sole civili.
La preferenza per gli slavi è a danno suo e a danno di tutti. Non devo nascondere che quella agitazione mette il Governo italiano in una difficile situazione e rende nel popolo sempre più antipatica la nostra alleanza con l'Austria, che non è punto amata nel paese.
Io farò il mio dovere, ma non mi si ponga in condizione da essere obbligato a dimettermi.
Vegga subito l'Imperatore e lo scongiuri ad interporsi perchè cessi cotesta questione delle lingue e si rispetti l'italiana come la slava.
Crispi.»
[pg!145]
L'ambasciatore forse non indovinò l'animo di Crispi e gli parve che l'incarico che gli veniva dato non potesse eseguirsi con la rapidità richiestagli; certo, rispose in maniera che a Crispi parve accusasse tepidezza:
«Non posso, naturalmente, vedere Imperatore quando voglio, ma devo aspettare propizia occasione, oppure chiedere udienza, cosa troppo insolita e lunga non essendo S. M. mai ferma.In tutti i modi, se non direttamente almeno per mezzo Cancelliere farò oggi pervenire orecchio S. M. Imperiale condizioni in cui politica Austria-Ungheria in Istria mette Italia.Non dubito S. M. Imperiale farà, come meglio potrà, pervenire consigli a Vienna.»
«Non posso, naturalmente, vedere Imperatore quando voglio, ma devo aspettare propizia occasione, oppure chiedere udienza, cosa troppo insolita e lunga non essendo S. M. mai ferma.
In tutti i modi, se non direttamente almeno per mezzo Cancelliere farò oggi pervenire orecchio S. M. Imperiale condizioni in cui politica Austria-Ungheria in Istria mette Italia.
Non dubito S. M. Imperiale farà, come meglio potrà, pervenire consigli a Vienna.»
Crispi replicò:
«Dopo ventisette mesi che ella, generale del nostro esercito e ambasciatore, è di residenza a Berlino, mi stupisce che non abbia ottenuto il benefizio di vedere l'Imperatore tutte le volte che l'esigenza della politica internazionale possa richiederlo.Non posso nasconderle che il di lei telegramma è molto sconsolante.»
«Dopo ventisette mesi che ella, generale del nostro esercito e ambasciatore, è di residenza a Berlino, mi stupisce che non abbia ottenuto il benefizio di vedere l'Imperatore tutte le volte che l'esigenza della politica internazionale possa richiederlo.
Non posso nasconderle che il di lei telegramma è molto sconsolante.»
A questo brusco rimprovero l'ambasciatore inviò telegraficamente le sue dimissioni. Crispi non le accettò: «Faccia il dover suo innanzi tutto e poscia vedrò come convenga provvedere». Ma nel mentre si svolgeva questa concitata corrispondenza, l'imperatore, informato, ordinava al conte Eulenburg, ambasciatore germanico a Vienna che si trovava in quei giorni a Berlino, di raggiungere subito la propria residenza e di dar consigli nel senso desiderato da Crispi e nell'interesse della saldezza dell'alleanza.
Il 7 novembre l'ambasciatore di Germania a Roma, de Bülow, si recava a visitare Crispi per assicurarlo che l'imperatore aveva esaudito il di lui desiderio. Lo pregava altresì a nome del suo Sovrano di non accettare le dimissioni del Lanza. Il generale Lanza era molto stimato a Berlino e l'imperatore ne apprezzava il tatto e le qualità di perfetto gentiluomo. L'incidente fu risoluto come risulta dai seguenti telegrammi: [pg!146]
«S. E. Lanza,Berlino.Stassera è venuto il signor De Bülow e mi ha pregato di non accettare le di lei dimissioni. Ha soggiunto che lasciando lei a Berlino avrei fatto un favore all'Imperatore. Ho risposto che giammai ebbi in mente di fare cosa sgradita all'augusto sovrano della Germania ed or dichiaro a lei che ciò mi è tanto più grato inquantochè il fatto mi assicura ch'ella potrà essere utile al nostro paese presso S. M. I. R.Crispi.»
«S. E. Lanza,Berlino.
«S. E. Lanza,Berlino.
«S. E. Lanza,
Berlino.
Berlino.
Stassera è venuto il signor De Bülow e mi ha pregato di non accettare le di lei dimissioni. Ha soggiunto che lasciando lei a Berlino avrei fatto un favore all'Imperatore. Ho risposto che giammai ebbi in mente di fare cosa sgradita all'augusto sovrano della Germania ed or dichiaro a lei che ciò mi è tanto più grato inquantochè il fatto mi assicura ch'ella potrà essere utile al nostro paese presso S. M. I. R.
Crispi.»
«S. E. Crispi,Roma.Berlino, 8 novembre 1894.Ringrazio l'E. V. telegramma di questa notte, in seguito al quale metto naturalmente ogni decisione nelle sue mani.Segue lettera particolare.Lanza.»
«S. E. Crispi,Roma.
«S. E. Crispi,Roma.
«S. E. Crispi,
Roma.
Roma.
Berlino, 8 novembre 1894.
Ringrazio l'E. V. telegramma di questa notte, in seguito al quale metto naturalmente ogni decisione nelle sue mani.
Segue lettera particolare.
Lanza.»
«Generale Lanza Ambasciatore Italiano,Berlino.Roma, 8 novembre 1894.Quello che a me preme è soltanto questo, ch'ella mi faccia conoscere i risultati delle sue pratiche di cui la incaricai col mio telegramma del giorno 5.Crispi.»
«Generale Lanza Ambasciatore Italiano,Berlino.
«Generale Lanza Ambasciatore Italiano,Berlino.
«Generale Lanza Ambasciatore Italiano,
Berlino.
Berlino.
Roma, 8 novembre 1894.
Quello che a me preme è soltanto questo, ch'ella mi faccia conoscere i risultati delle sue pratiche di cui la incaricai col mio telegramma del giorno 5.
Crispi.»
«S. E. Crispi,Roma.Berlino, 11 novembre 1894.(Riservato). Avendo fatto esprimere a S. M. l'Imperatore mio desiderio di parlargli, Egli, che oggi era a Potsdam, mi mandò invito recarmi colà, e, cosa insolita, [pg!147] in giornata di festa. Mi trattenne varie ore nel circolo di famiglia. Gli ripetei le cose fattegli esporre dal Cancelliere. S. M. mi ha tenuto presso a poco seguente discorso:«Dite a Crispi che ammiro energia che spiega in servizio del Re e della Patria rispetto patti internazionali. Deploro vivamente difficoltà che gli suscita condotta Governo austro-ungarico in Istria, come ne suscitò a me nelle provincie polacche. Vi ho fatto già comunicare ordine che ho personalmente dato mio ambasciatore a Vienna. Insisterò in quel senso, dolente non potere, come vorrei, agire direttamente verso l'Imperatore Austria, dal quale non soffrirei menomo accenno a mie cose interne e al quale, quindi, non posso toccare argomento sua politica interna. Continuerò, però, a fare quanto sta in me per mettere Governo austro-ungarico in guardia contro pericoli che la sua condotta verso nazionali italiani può fare correre saldezza alleanza.Lanza»
«S. E. Crispi,Roma.
«S. E. Crispi,Roma.
«S. E. Crispi,
Roma.
Roma.
Berlino, 11 novembre 1894.
(Riservato). Avendo fatto esprimere a S. M. l'Imperatore mio desiderio di parlargli, Egli, che oggi era a Potsdam, mi mandò invito recarmi colà, e, cosa insolita, [pg!147] in giornata di festa. Mi trattenne varie ore nel circolo di famiglia. Gli ripetei le cose fattegli esporre dal Cancelliere. S. M. mi ha tenuto presso a poco seguente discorso:
«Dite a Crispi che ammiro energia che spiega in servizio del Re e della Patria rispetto patti internazionali. Deploro vivamente difficoltà che gli suscita condotta Governo austro-ungarico in Istria, come ne suscitò a me nelle provincie polacche. Vi ho fatto già comunicare ordine che ho personalmente dato mio ambasciatore a Vienna. Insisterò in quel senso, dolente non potere, come vorrei, agire direttamente verso l'Imperatore Austria, dal quale non soffrirei menomo accenno a mie cose interne e al quale, quindi, non posso toccare argomento sua politica interna. Continuerò, però, a fare quanto sta in me per mettere Governo austro-ungarico in guardia contro pericoli che la sua condotta verso nazionali italiani può fare correre saldezza alleanza.
Lanza»
«Conte Lanza Ambasciata Italiana,Berlino.Roma, 12 novembre 1894.La ringrazio del telegramma di stanotte, il quale mi prova che io non avevo torto quando la spinsi a vedere l'Imperatore. Ella, soldato e patriotta, mi comprende e spero che sempre andremo di accordo.Faccia arrivare allo Imperatore l'espressione dei miei sentimenti di gratitudine e vedendolo o scrivendogli manifesti a S. M. I. R. che la tranquillità delle provincie italiane dello Impero austriaco è necessaria alla sicurezza dell'alleanza.Crispi.»
«Conte Lanza Ambasciata Italiana,Berlino.
«Conte Lanza Ambasciata Italiana,Berlino.
«Conte Lanza Ambasciata Italiana,
Berlino.
Berlino.
Roma, 12 novembre 1894.
La ringrazio del telegramma di stanotte, il quale mi prova che io non avevo torto quando la spinsi a vedere l'Imperatore. Ella, soldato e patriotta, mi comprende e spero che sempre andremo di accordo.
Faccia arrivare allo Imperatore l'espressione dei miei sentimenti di gratitudine e vedendolo o scrivendogli manifesti a S. M. I. R. che la tranquillità delle provincie italiane dello Impero austriaco è necessaria alla sicurezza dell'alleanza.
Crispi.»
È fuori di dubbio che facendo una politica interna severa e leale, Crispi potè ottenere dall'Austria tutto quello che era possibile, costringendo la stessa Cancelleria dell'Impero a temperare prevenzioni e sistemi di polizia inveterati del governo austriaco. Quando il conte Kálnoky giunse alla fine della sua [pg!148] carriera, abbandonando l'eminente posizione tenuta durante i due periodi del governo di Crispi, espresse al conte Nigra il giudizio ch'è riferito qui appresso:
«S. E. Crispi,Roma.Vienna, 18 maggio 1895.Caro signor Presidente,Il conte Kálnoky, nel prendere oggi congedo da me, mi incaricò espressamente di farle sapere come esso porti il migliore ricordo delle relazioni ufficiali e personali che ebbe con Lei. Egli rese in termini commossi testimonianza della lealtà di procedere del Governo da Lei diretto verso Austria-Ungheria, e degli eminenti servizii che Ella rese e rende alla causa della Triplice Alleanza, e a quella, che ne dipende, della pacificazione europea, mediante la sua autorevole e ferma azione all'interno e all'estero. «L'Imperatore, mi disse egli, divide con me questo modo di vedere e posso assicurarvi che il mio successore, interprete della volontà del suo sovrano, seguirà verso l'Italia le tradizioni di amicizia sincera e di fiducia reciproca, che formano uno dei principali legati della mia successione».Compio l'incarico affidatomi scrivendole queste proprie parole del conte Kálnoky, e aggiungendo soltanto che esse hanno tanto maggior valore, quanto più grande è, per indole, la riserva in chi le pronunziò nell'abbondare in dimostrazioni di tal natura.Voglia credermi, come le sono di cuore,Dev.moamicoNigra.»
«S. E. Crispi,Roma.
«S. E. Crispi,Roma.
«S. E. Crispi,
Roma.
Roma.
Vienna, 18 maggio 1895.
Caro signor Presidente,
Caro signor Presidente,
Caro signor Presidente,
Il conte Kálnoky, nel prendere oggi congedo da me, mi incaricò espressamente di farle sapere come esso porti il migliore ricordo delle relazioni ufficiali e personali che ebbe con Lei. Egli rese in termini commossi testimonianza della lealtà di procedere del Governo da Lei diretto verso Austria-Ungheria, e degli eminenti servizii che Ella rese e rende alla causa della Triplice Alleanza, e a quella, che ne dipende, della pacificazione europea, mediante la sua autorevole e ferma azione all'interno e all'estero. «L'Imperatore, mi disse egli, divide con me questo modo di vedere e posso assicurarvi che il mio successore, interprete della volontà del suo sovrano, seguirà verso l'Italia le tradizioni di amicizia sincera e di fiducia reciproca, che formano uno dei principali legati della mia successione».
Compio l'incarico affidatomi scrivendole queste proprie parole del conte Kálnoky, e aggiungendo soltanto che esse hanno tanto maggior valore, quanto più grande è, per indole, la riserva in chi le pronunziò nell'abbondare in dimostrazioni di tal natura.
Voglia credermi, come le sono di cuore,
Dev.moamicoNigra.»
[pg!149]