Chapter 22

— Dov'è rimasta?

— L'è qui fuori colla Caterina che a forza di piagnistei s'è lasciata tirare ad accompagnarla. — E la Beppa usciva, ma indarno, che la Giannetta in quella sera non voleva proprio saperne del mare. Fosse la reminiscenza della paura durata nell'ultimo viaggio, o che abbattuta dalle tante lagrime versate si sentisse scorata e più del consueto uggiosa di quella compagnia, o che nel secreto dell'anima le parlasse un funesto presentimento, invece di lasciarsi persuadere, cominciò ella a pregare la Beppa che per l'amore di Dio non volesse fidarsi alla barca.

— O no! le diceva, non t'arrischiare Beppa: credi invece a me, e andiamo a piedi!

— Ma che fantasie! Guarda com'è bella la notte! C'è un lume di luna che consola! E poi ho promesso di tener compagnia alla Maddalena, oltre che conduce seco la bambina, è anche incinta, e non potrebbe camminare.

— Dì alla Maddalena che si fermi a Trieste. Andrà un'altra volta a casa. Alla bruma entrerò io a vedere di suo marito, e gli dirò che l'ho così consigliata pel suo meglio. Oh il pover uomo, dimani me ne ringrazierà!...

— Non capisci, che abbiamo già pagato?

— Sálvati Beppa, e che vadano i dieci carantani!...

— Che diacine di discorsi tenete voi altre costì? interrompeva la Mora che uscita dall'osteria stava da qualche minuto ascoltando, messa come in apprensione. Chi ti ha detto che questa notte s'ha proprio da fare un buco nell'acqua? E postasi in mezzo colle mani in fianco tirava in faccia alla Giannetta un paio di occhi spiritati.

— Il cuore me lo dice! —

— Ah! il cuore.... Anch'io ho pagato.... Peraltro per dieci carantani non vo' mica farmi mangiare dai pesci! Vengo io con te! — Si divisero; la Beppa rideva, ma la Giannetta l'abbracciò piangendo con una tenerezza abbandonata come se fosse stato l'ultimo addio. Non erano per anco giunte ad Opeina che cominciò a spirare la bora. Più andavano e più pigliava piede, di modo che nelle svoltate, quando si trovavano in bocca alle gole dei monti, per far ressa a quella furia che a guisa di cateratta aerea si precipitava sul mare, dovevano tenersi fortemente avvinghiate l'una con l'altre e camminare di conserva. Proseguirono così tutta la notte. Sul fare dell'alba spuntavano a Sistiana, laddove la montagna s'apre sul golfo e si presenta allo sguardo la fertile spianata del territorio e il littorale friulano fino alle rovine dell'antica Aquileia. Una confusione di voci lontane, un gridare indistinto, come lo stormire d'immensa boscaglia, o come il fragore di molte acque rompenti tra scogli pareva loro che salisse fino ad esse, or sì or no a seconda del vento; guardavano, e il sole che si faceva specchio nelle sinuosità della costa, e l'alito della terra già risvegliata rutilavano troppa luce perchè i loro occhi valessero da quell'altezza a discernere gli oggetti. Quando furono presso Duino s'incontrarono in alcuni viandanti che discorrevano di una grande disgrazia successa in quella notte sul mare. Pescatori usciti assai per tempo e a causa della bora dovuti ritornare in portoavevano narrato di un legno fuorviato; di una barca desolata, dicevano essi, che si vedeva fluttuare senza direzione in balía delle acque dirimpetto alla Madonna Marsigliana. A quell'annunzio, la gente spaventata era corsa alla spiaggia, e dal porto era partito un legno onde verificare l'accaduto; ma nulla di preciso sapevasi ancora; solo alcuni cadaveri che il mare aveva rigettato facevano purtroppo fede del disastro. Le donne allora incominciarono a piagnere e a pregare il Signore e la Vergine santissima che non fosse vero, e affrettavano il passo come se il loro accorrere avesse potuto impedire la disgrazia. Ai Bagni altra gente e altri particolari. La barca che aveva naufragato era quella di paron Gregorio, undici cadaveri erano già stati pescati, fra questi una donna di Monfalcone era stata riconosciuta. Dovevano avere sbagliato nell'imboccare il porto, od essersi impigliati nella punta di pietre che lo protegge, o forse troppo carichi, era stata cotesta la cagione della loro sventura. La Caterina e la Mora nella loro angoscia facevano sempre nuove interrogazioni, ma la Giannetta pallida, cangiata di fisonomia, cogli occhi impietriti ascoltava impassibile tutte queste congetture, come se neanche si avesse trattato dei suoi. Pareva che il dolore le avesse tolto ogni energia. Era come uno che dopo aver lungamente nuotato ed esaurito tutte le forze, si abbandona alla corrente e senza resistenza vede accavallarsi sul capo l'onda che deve strascinarlo nell'abisso, o come l'ammalato che perduta la speranza si sente già morto e più non cura che che gli facciano dintorno. Certa della sventura già prima che succedesse, ora non aveva più lagrime. Nella piaga del suo cuore potevano figgere e rifiggere il ferro; da lungo tempo squarciato ei non gettava più sangue. La strascinarono a Monfalcone come un cencio.


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