VII.IL LICOF.

VII.IL LICOF.

Possedere ad un tempo avvenenza, ricchezza e gioventù, dovrebb'essere quel tanto di paradiso terrestre che può la sorte concedere ai mortali. La contessa Ardemia della Rovere aveva ricevuto dalla mano di Dio questi tre bei doni della fortuna, e inoltre un cuore capace di affetto, uno spirito abbastanza svegliato, una cospicua nobiltà di natali; con tuttociò ell'era tutt'altro che felice. Per obbedire ai parenti e per altre convenienze di famiglia, ella aveva contratto assai giovane un matrimonio contro genio, a' pesi del quale non aveva poi saputo rassegnarsi. — Ella non era di quelle donne, che purchè godano d'una brillante posizione in società, sanno inghiottire le pillole più amare. Una collana preziosa, un cascemire delle Indie, un qualunque presente per ricco ed elegante che fosse, non valevano a rabbonirla quand'era stata offesa nel suo amor proprio, o credeva mancato ai riguardi che le si dovevano. Aggiungi ch'ella era d'un carattere assai vivo, e un po' altera e capricciosetta, cosicchè in capo a pochi anni si trovò nella necessità di dividersi dal marito. Una donna giovane e bella che viva isolata in mezzo ad una città, è presto scopo alla maldicenza, e ben anche alla calunnia. Ella aveva compreso tutta la difficoltà della sua posizione, e per sottrarsene viveva la maggior parte dell'anno in una sua villetta, contentandosi di fare qualche allegra giterella, or in una or in altra delle città circonvicine, e di sbizzarrirein oggetti di lusso e di moda, in ricchezza di equipaggi, in bellissimi cavalli ed altre leggiadrie, che unite alla sua rara bellezza le valevano l'ammirazione e l'applauso della folla, dappertutto dove le piaceva mostrarsi. Più tardi s'accorse che questi frivoli piaceri erano troppo scarso compenso all'amarezza del suo povero cuore ferito, e che chi ha la disgrazia d'aver perduto la famiglia che il Signore le aveva destinata, se può trovare qualche conforto nelle cose di quaggiù, gli è solo nel procurare d'essere utile agli altri. D'altronde, col genere di vita allegra e quasi spensierata a cui nei primi momenti della sua crisi si aveva appigliata, il suo sacrificio non era abbastanza completo per imporre silenzio al mondo. Avrebbe bisognato che a vent'anni avesse menato la vita d'una donna di cinquanta, che si fosse contentata di seppellirsi nella sua solitudine, od almeno di non comparire nella società con quegli ornamenti che davano tanto risalto alla sua bella persona, e che movevano l'invidia delle sue rivali. Se l'avessero veduta priva di tutti i piaceri, con un vestito fuori di moda, trasandata, vecchia prima dell'ora, le avrebbero perdonato la sua avvenenza, la sua ricchezza; avrebbero fors'anco compatito il suo passato, e si sarebbero compiaciuti di riguardarla come una vittima infelice e tradita. Ma se v'era chi per lei nutriva simili sentimenti, la maggior parte invece facevano sul suo conto ben altri commenti. Per cotesti ell'era una donna bizzarra e capricciosa, e che non voleva rassegnarsi agli obblighi del suo stato — era una bisbetica, che non aveva saputo perdonare al marito le colpe ch'ella stessa, second'essi, colla sua mala condotta aveva occasionate — una civettina, che trovava il suo conto a viver fuori di ogni soggezione; e non mancavano di scrutare tutti i suoi passi, ed anche di lacerare la sua riputazione colle più maligne interpretazioni. Queste chiacchere,unite ai rimproveri che di quando in quando riceveva dalla madre, che, lei bamboletta ancora, era passata a seconde nozze, e le aveva regalato una sorella e due fratelli uterini, invidiosi del suo assai più ricco patrimonio, spargevano d'assenzio molti de' suoi giorni. Fortunatamente che il suo cervello era un terreno fertile di fiori che ad ogni strappata di dolore ne produceva tosto di altri e più ridenti e più vivamente coloriti. Ora le veniva il capriccio di cavalcare, e vestita all'amazzone e accompagnata dagli amici scorazzava su d'un brioso ginnetto per tutti i contorni della sua villeggiatura, finchè una predichina della madre o di qualcuno dei parenti non l'obbligava a smettere. Le saltava allora di provare il valore delle sue gambe; e fattasi amica la moglie dello speziale, o la nipote del curato, esciva ogni giorno in abito succinto e con un largo cappello di paglia a far delle lunghe passeggiate, fumando qualche sigaro, e compromettendo il decoro della nobilissima sua stirpe, e di quella del marito, col degnarsi di entrare in qualche povera osteria dei villaggi che percorreva. Alzavano allora il naso i parenti offesi da queste sue pedestri scampagnate, e a forza di rimbrotti giugnevano a persuadergliene l'inconvenienza. Ma il peggio si era l'autunno, quando recavansi a villeggiare nei paesi circonvicini le sue amiche di un tempo, una sua zia gran Dama della croce stellata, e il marchese del Verde marito della madre, che aveva la sua casa di campagna a poche miglia di distanza da lei. Venivano a farle visita, e sempre restavano malcontenti di qualche novità che trovavano, o nel palazzino, o nelle persone che la frequentavano, o nella sua maniera di vivere. Un anno, fra gli altri, fu un gran chiasso, e poco mancò non finisse di disgustarsi per sempre con tutta la sua nobile parentela. Si pensò di farsi piantare in una vasta prateria, a piedi delle colline,un capannuccio di frasche, e provvistasi della sua brava licenza, ogni mattina innanzi che albeggiasse usciva ad uccellare. Prima ad accorgersi dello scandalo fu la zia gran Dama della croce stellata. Era essa venuta a farle visita, e non trovatala in casa, ne chiese alla cameriera, un po' per premura di sapere della nipote, e un po' per curiosità de' suoi fatti. Questa le raccontò il nuovo gusto della padroncina; e madama indignata di simili bassezze, propose di ricattarsi della visita fatta invano, coll'accusarla ai parenti; il che fece la sera istessa alla conversazione del marchese del Verde, dove convenivano a far la partita la maggior parte dei signori dei contorni. Parve la cosa tanto strana, che non le fu prestata piena fede: che una contessa della Rovere, discendente da antichissima famiglia, imparentata colla prima nobiltà del paese, andasse ad uccellare alle mattoline, non combinavasi nè colle loro idee, nè col carattere orgoglioso ed altero che credevano d'averle sempre conosciuto. È vero che dopoil passo falso, così essi chiamavano quello del divorzio, l'Ardemia n'aveva commessa più d'una delle storditaggini; ma questa pareva troppo grossa, e si limitarono a crederlo uno scherzo malizioso della signora zia. Due giorni più tardi dovettero peraltro persuadersi che non era stata aggiunta sillaba al fatto. Il marchese del Verde con alcuni amici e col curato, verso mezzogiorno trovavasi per caso nella spezieria, quando la vide che ritornava a casa, seguíta dall'uccellatore che portava sulle spalle a cavalcioni d'una lunga asta le gabbie dei richiami, i zimbelli, le paniuzze e gli altri attrezzi dell'uccellanda. Ella era in borsacchini di cuoio, in un vestitino verde, svelto e succinto che le stava a meraviglia. Aveva appiattati i ricci in un grazioso turbante di velluto dello stesso colore, sotto il quale quel suo bel visino fresco sorridente, e allora un po' arrossatoper il sole e per la lunga camminata, pareva una fragola rugiadosa mezzo nascosta tra le foglie. Portava ella stessa la preda consistente in un bel mazzo di mattoline e di cutrettole, e sul petto a guisa di decorazione le usciva da un occhiello un cordoncino a cui erano appesi diversi zirli e fischierelli d'argento. Questo era più di quanto occorreva per suscitarle contro la guerra. Il marchese particolarmente non poteva perdonarle l'idea di passar per il villaggio in quell'arnese, mentre per andarsene a casa aveva altra via ed anco più breve. Ciò a' suoi occhi era un voler proprio attirarsi l'indignazione del pubblico, e prostituire il decoro della famiglia. La sera alla conversazione non si fece altro che parlare dello scandalo; e fu risolto che nel domani la marchesa, aiutata dalla zia, avrebbe fatte le sue rimostranze in lettera, non volendo più nessuno esporsi ad un contatto che avrebbe potuto riuscire burrascoso, e perchè il mal umore era tanto grande da rendere difficile, per non dire impossibile, il mantenersi a sangue freddo. Nel domani, mentre le dame davano forma al sermone, i due fratelli, in compagnia d'un altro giovinotto lor compagno di scuola e ospite in casa, pensarono di fare una scappata all'uccellanda. Faceva una di quelle bellissime giornate d'autunno, che sogliono fiorire in fondo alla buona stagione, come s'ella volesse prima di cedere il campo all'inverno darci ancora un ultimo addio. I tre giovinotti s'erano messi per un viottolo tortuoso che riesciva ad un'acquicella, e attraverso le siepi ancora verdi la vedevano passare luccicando, e ne udivano il lieve susurro che faceva armonia con un lontano coro di voci che parevano discendere da uno dei colli vicini. Era gente che terminava di raccogliere le uve, e così vendemmiando cantavano le loro villotte. Un'allegria infinita si spandeva per tutto il creato coi raggi del sole,che spogliati del loro calore, ma splendidi e limpidi come nel più forte della state, piovevano in grembo al verde dei campi e quasi accarezzavano le membra. L'atmosfera placida e senza nubi era commossa da un solo filo d'aria, ma così tenue, che non giugneva a scuoter le frondi, tranne quelle della tremerella e del pioppo, che sulle più alte cime apparivano or bianche ed or verdi a seconda che le inargentava la luce. A qualche passo di distanza scoprivano di quando in quando alcuni fili di tenuissima seta attraversare lievemente ondulanti la via. Vollero discoprire l'insetto che ardiva lanciarli così pel vano, e fermatisi, dove un punto lucido del filo aveva fermata la loro attenzione, viddero il ragno navigatore dell'aria che, adagiatosi tra le vele dell'elegante barchetto ch'egli s'ha filato, si abbandona al venticello e passa quasi volando da un albero all'altro, svogliendo come da gomitolo la seta che la natura gli ha posta nel seno. — Così chiacchierando ed osservando giunsero al rivoletto. Lo guadarono coll'aiuto d'alcuni sassi gettati attraverso la corrente, e furono sulla vasta prateria che si stende a piè delle colline di Buttrio a Rosazzo. Camminavano veloci per l'erba, cercando discoprire coll'occhio dove fosse il capannucolo della sorella. In fondo, quasi sotto alle colline vedevano un punto nero, e si diressero a quella volta. Quando le erano distanti non più d'un tiro di fucile, la viddero che era sulla porta del capannuccio nascosta tra le frasche, e guardava in alto ed aveva il fischietto alle labbra. Si soffermarono in silenzio. Cinque o sei mattoline giù dai colli dalla parte di levante venivano a piccioli spruzzi volando per l'aria; giunte a portata dei pali, e veduto giuocare nell'erba il zimbello, si lasciarono cadere ad ali abbandonate sulle paniuzze. Presto la contessa e l'uccellatore uscirono a raccoglierle, ed anch'essi come per un moto involontario corsero ad aiutarli.Alcune, piegato col loro peso la debole verghetta, penzolavano insieme con essa dalle corna del palo; una o due erano cadute sull'erba e svolazzando cercavano di spaniarsi. Lieti le portarono nel capannuccio, e non avevano ancora terminato di salutarsi, che l'uccellatore avvisò che ne passavano di altre. Tosto fu dato mano ai fischietti e zimbelli, ma queste, immaliziate, quando furono a fior de' pali rialzarono il volo e andarono a posarsi più lungi sul prato. Allora alcuni fanciulli ch'erano al pascolo dalla parte di ponente andarono a prender loro la volta e procuravano farle rivolare alla pania; le vedevano saltellare per l'erba, e con esse erano alcune cuttrettole che discernevansi al tremolare della bianca e lunga lor coda. Finalmente ripigliarono il volo, e la maggior parte come le prime si buttarono sulle paniuzze. I giovani cominciavano a prender gusto al divertimento; e più ancora lo trovarono perdonabile, quando l'Ardemia, mostrando in una lunga filza la preda abbondante di quella mattina, lor propose una colazione sul prato. Accettarono allegri, e si misero ad ammannire gli uccelletti. Ella mandò a raccoglier le legna alcuni di que' pastori e ad uno di essi ordinò che andasse alla sua colonia, che era quella che si vedeva alla radice del più vicino dei colli, e dicesse alla Betta di venir subito giù e di portare con sè un buon fiasco direbola, l'occorrente per gli uccelli e per la polenta. Intanto l'uccellatore d'una lunga bacchetta s'ingegnava di costruire una specie di spiedo, e poi, conficcati due pali in terra, dava loro forma di alari, e traversalmente a forza di vimini assicurava un terzo che facesse da catena da fuoco. Erano ancora in questi preparativi, quando di mezzo al verde viddero spuntare una vispa contadinella che portava in mano un paiuolo e sulle spalle appesi all'arconcello due cesti coperti da due polite tovagliuole. Le corsero incontro, e deposti i cestisull'erba cominciarono a cavarne fuori la farina, il sale, l'olio, i ciccioli, la salvia; la Betta s'era ricordata di tutto, e inoltre aveva aggiunto un bel piatto d'uva fresca e delle frutta, che col loro vago colore, e col profumo che spandevano, solleticavano dolcemente l'appetito. Accesero il fuoco, la Betta s'accinse a far la polenta, e in un momento il frugale banchetto fu pronto. Allora s'assisero in cerchio sull'erba che lor serviva di mensa, di tappeto e di sedia, e allegri cominciarono ad assaporare la preda. La contessa diede d'occhio alla Betta che un po' indietro, tutta rossa pel sole e per la fatica della polenta, s'asciugava il volto coi lembi del suo fazzoletto da testa, e la invitò a sedersi con essi e a prender parte alla colazione; ma la buona fanciulla ricusava, parendole inconveniente mettersi con quei signori.

— Via, da brava, le disse Ardemia, qui siamo tutti eguali; e sarebbe bella che dopo averci aiutati sin adesso, ora volessi andartene a bocca asciutta! — Le forme avvenenti e le aggraziate risposte della forosetta fecero trovar giusta l'osservazione ai ragazzi, che anch'essi si unirono a persuaderla, e tanto fecero finchè l'obbligarono a prender parte al banchetto. Ma quando videro che l'Ardemia non si limitava alla sola giovinetta, e che volle far sedere in compagnia anche l'uccellatore, l'avvisarono che ciò era un lasciarsi andare un po' troppo, e pensavano, quasi arrossendo, ai commenti che ne avrebbe tirati la zia Gran Croce stellata. Oramai non si poteva più ritirarsi, e si accomodarono alla meglio a cotesto capriccetto della sorella, tanto più che l'ultimarebolae gli uccelletti saporitissimi e cotti al vero punto quietarono loro nelle vene il sangue nobile che incominciava a intorbidarsi, e il misero all'unisono dell'allegra compagnia che li circondava. Un poco alla volta il chiacchierare si faceva sempre più disinvolto, e sulla fine, senza piùdistinzioni di nascita, parlavano come se fossero stati eguali. Gran parte dei discorsi caddero sull'uccellata, sulle mattoline, sul modo di conservare i richiami. La contessa voleva sapere da dove venissero, e perchè su quella stagione passassero così metodicamente. L'uccellatore pretendeva saperlo ed essere anche stato nel loro paese.

— Nel paese delle mattoline! ripigliò uno dei giovani, e che paese è cotesto?

— Gli è una montagna posta a confine del Friuli, due buone giornate sopra Cividale. Ecco là — quel cucuzzolo che spunta sul ronco del signor ***.

— Quel bianco più alto di tutti? —

— No, disse l'uccellatore. Quella è una delle vette del Monte Canino. Siamo troppo sotto alle colline; ma se guardano più giù verso Manzano, vedranno quel becco che pare la punta di un campanile. E lì è Monte Maggiore.

— E là stanno di casa le mattoline? —

— Gnor sì, e i fringuelli, e le beccacce, e le starne, e le coturnici, e una quantità di selvaggiume che è proprio una gloria. Là vanno in primavera a fare i loro nidi, perchè quel monte, signori miei, è ricco di boscaglie immense, c'è una prateria dove pascolano bellissimi puledri; vi sono grotte da cui sgorgano sorgenti d'acqua, che mantengono per l'estate una freschezza deliziosa e un verde sempre morbido e perenne. Gli è dietro di quelle giogaie che nasce da una parte il Nadisone e vien giù fra' grebbani a Cividale, e dall'altra più in dentro l'Isonzo, che corre a Gorizia segnando come un gran ferro di cavallo tra montagne che toccano il cielo colla cima....

— E che cosa sei stato a fare tu in quei paesi?

— A provvedere uccelli di richiamo, rispose l'uccellatore.Ci andai con alcuni compagni, e di quella strada ci siamo spassati un poco a cacciare. Che siti di delizia! le beccacce ci davano ne' piedi ad ogni minuto. E tra que' pometi a piè di quei poggi, in quei praterelli irrigati da tante acquerelle, ci si levavano intorno storme di oche e di anitre selvaggie.

— Ma se là fanno il nido....

— Ed è da di là che ci vengono quelle belle bionde Marinze dagli occhi piccoli e vivi, bianche e rosse come un bel pomo di Carnia, a cui la natura ha fatto appositamente la testa piatta affinchè possano portarvi sopra con facilità quelle immani ceste....

— Eh di' piuttosto che un tal costume è la cagione per cui sono così conformate! ma già fa lo stesso. Tira, tira innanzi.

— Signor no! diss'egli, la è proprio una particolarità del paese che loro vale un mondo per i trasporti delle derrate tra quei dirupi dove non ci sono strade. Eh! anch'io guardando le giovinotte che passano qui la state colle frutta, pensava che fosse il peso che a forza di comprimere il cranio avesse lor ridotta la fronte a sole due dita di dimensione, e fatti riuscire in fuori gli zigomi delle guance. Ma non è vero. Sono stato lassù, e ho dovuto convincermi che proprio nascono così, e che è stata la mano di Dio che ha loro dato una così fatta schiacciatina. — E alla carlona continua a dar loro lezioni di storia naturale, Dio lo sa quanto esatte, ma che condite col racconto del suo viaggio e dell'impressione che gli aveva lasciata nell'anima la vista di quel lembo del nostro Friuli che confina colle genti slave, li divertivano, e lor facevano trovare amena la conversazione di quell'uomo che consideravano non più di un rozzo bifolco.

Finita la colezione, i giovinotti si accommiatarono, e tornavano a casa meno avversi alla sorella, i cui capricciin buona coscienza non trovavano poi tanto di cattivo genere. In tale disposizione d'animo, durante il pranzo, a cui in quel giorno assisteva anche la zia, al solito riaccamparsi delle accuse e dei lamenti contro l'Ardemia, osarono avventurare qualche parola in di lei favore, ma fu un versar olio nel fuoco. Avevano mal calcolato la forza del partito contrario. Oltre le due dame, che collo scrivere la lettera della mattina, e col rammemorare a tal uopo e ponderare insieme tutte le avventataggini della giovine avevano finito col sempre più disgustarsi, c'era il marchese anch'egli all'ultimo segno malcontento, e per fino la sorella, ad onta del bene che le voleva, in quel dì si univa a darle biasimo. Da un pezzo ella soffriva a malincuore quelle tante chiacchiere; le pareva che in qualche maniera si riversassero sopra di lei, e che unite al passo clamoroso del divorzio e alla cattiva fama che si aveva acquistata nella società accrescessero sempre più per lei le difficoltà di un buon collocamento. Cosicchè la narrazione che i giovani fecero del piacere goduto, non fu che un nuovo capo d'accusa. Simili sollazzi, oltrechè inusitati per una donna, non avevano secondo essi per niente il merito di mostrare un cuore umano e ben fatto. Poi si trovò affatto volgare e plebeo il mettersi in compagnia d'un uccellatore che non era altro che un rozzo contadino, il sedersi a far merenda su di un prato, il mescolarsi con persone tanto al di sotto e per nascita e per educazione; e qui indignati tutti d'accordo si scatenarono contro a cotesto nuovo delitto di lesa nobiltà. La zia Gran Dama della croce stellata mostravasi particolarmente offesa, e nell'impeto della sua eloquenza arrivò perfino a conchiudere, che questi cattivi gusti, e la propensione che si vedeva nei giovani a dimenticare così facilmente il proprio grado, doveva nascere dalla pratica oramai così fatalmente diffusa del vaccino, percui le stirpi le più nobili e più gentili si trovavano al terribile contatto di vedersi inoculare il sangue d'un marcio bifolco. Quantunque quest'acuta osservazione avesse avuto il vantaggio di far sorridere un cotal pochino le labbra sottili ed ironiche del marchese, pure si risolvette di punire l'Ardemia col troncare con essa per intanto ogni relazione d'amicizia, e ai giovani si giunse fino a dar ordine di ricordarsi bene di non metter più piede in casa di lei.

A prima vista la giovane contessa, quando lesse la lettera della madre, rimase dolente d'avere involontariamente recato un così grave disgusto, ed era quasi per andar subito da lei a promettere di rinunciare all'uccellata; ma poi, riflettendo, che se faceva questo passo per mantenere la buona armonia, le sarebbe stato d'uopo sacrificare anche un altro piacere ch'ella aveva proposto, e che certo non era di loro approvazione, pensò di tirar innanzi. Ormai l'autunno era per terminare, si trattava solo di pochi giorni, e in suo pensiero, giacchè si erano corrucciati per le mattoline, tanto valeva che durassero in quel corruccio e le lasciassero così più libertà all'adempimento del suo progetto, dopo il quale si sarebbe accomodata a tutti i loro desidèri, e un solo perdono e una sola pace avrebbero fatte le spese del necessario rappattumarsi.

In molti luoghi del Friuli esiste un'antica costumanza, per cui, sul finire dell'autunno, dopo terminata la raccolta e fatto i conti ai coloni, il padrone invita a pranzo ogni capo di famiglia a lui soggetta, e questo banchetto si chiama ilLicof. Ora l'Ardemia aveva pensato di dare in quell'anno questoLicofcon tutta la solennità possibile; e poichè ella era una donna aveva invitato non solamente tutti i capi di famiglia tra i suoi affittaiuoli, ma anche tutte le padrone di casa. Nella sua bizzarra testolinaaveva divisato di dare con ciò un esempio, per cui tra i contadini sparisse quel brutto costume che vuole escluse le donne dalla mensa de' loro mariti, e le condanna a mangiare in disparte o in un cantuccio del focolare, perfino nei giorni solenni di nozze o di battesimo. Aveva fatto apparecchiare dei regalucci che intendeva dispensare sul fine del pranzo a tutti gli invitati, e particolarmente a quelli e a quelle che avevano meglio acquistata la sua approvazione, distinguendosi o in qualche utile industria agricola, o nell'economia domestica, o nell'allevare il bestiame, o infine con una esemplare condotta o con qualche bell'azione di cui ella si faceva render conto dal suo fattore, uomo integerrimo e grandemente amato in paese.

E a questo banchetto, che per solito s'imbandisce nelle cucine dei signori, e che ella aveva divisato di trasportare in un salotto a pian terreno che dava sul suo giardinetto, e che aveva a tal fine appositamente fatto allestire, si proponeva di sedere anch'essa attorniata da' suoi buoni affittaiuoli, e di prenderne parte, che che ne dovessero poi dire i suoi illustri parenti. Per lo passato, in mezzo ai capricci e alle bizzarrie con cui spesso aveva dato motivo di disgusto alla famiglia, s'era peraltro sempre mostrata affettuosa e per lo più docile ai loro rimarchi; sicchè, ora vedendola non far caso dei ricevuti rimproveri e continuare l'uccellata, parve questo suo procedere una muta protesta con cui avesse in animo di sfidarli, e s'accrebbe il mal umore, che poi giunse al suo colmo quando riseppero del divisato banchetto. Tanto più, che, come in tutte le occasioni, non mancarono neanche in questa le ciance esagerate e i soliti mali uffici indiretti, che dipinsero la cosa come un baccano per ogni lato disdicevole alla sua condizione e alla sua nascita. Fu narrato come erano già accaparrati i sonatori per lamusica durante il pranzo; ciò che faceva temere non si terminasse con una festa da ballo, a cui essa si sarebbe forse anche degnata di prender parte. Erano stati visti portare alla sua casa diversi cofani di provviste, e ognuno voleva dire la sua su ciò che potevano contenere. Si era saputo d'una visita fatta al Parroco ad oggetto di ottenere il permesso per una messa solenne, a cui dicevasi ch'ella voleva intervenire la mattina in gran treno accompagnata dal fattore e seguíta da tutti i suoi dipendenti. La malignità poi non si risparmiava di vociferare sulla bizzarria dell'abito ch'ella avrebbe in quel giorno indossato, e che si diceva già ordinato alla sarta. Questo dava gran materia di discorso, particolarmente alle signore dei contorni sue conoscenti ed amiche, che al toccarsi di una tal corda non mancavano di rammemorare tutte le volte che s'era mostrata in un abbigliamento alquanto capriccioso; e tanto più si scatenavano contro la sua mania d'inventar nuove fogge e farsi originale, quanto gli uomini per difenderla che anche in onta a tutte le regole della moda e del buon gusto, ella sapeva benissimo scegliere quei vestiti che meglio le tornavano alla persona e facevano più spiccare la sua incontrastabile bellezza. Allora il vespaio era stuzzicato: si mettevano in campo tutti i suoi casi passati, si recriminavano tutte le sue azioni, le si leggeva la vita, si sentenziava, si condannava; e invece di placare, soffiavano nel fuoco; e sempre più s'ingigantiva il malcontento dei parenti già di troppo esacerbati. Or egli avvenne, che proprio la vigilia di questo pranzo che faceva tanto chiasso, capitò in casa del marchese il cavalier di F***, allora nominato governatore a N***. All'università di Bologna egli aveva conosciuto il padre dell'Ardemia, e s'erano legati in una di quelle intime amicizie, che la giovanile vigoria degli affetti persuade dover durare eternamente; ma che poi troppospesso dileguano al variare della vita. In fatti, i due giovani dopo quell'epoca disgiunti e sobbalzati in assai diversa carriera, non avevano mantenuto che una rara corrispondenza ed anche questa col tempo venne meno. Nel cuore del cavaliere.... era rimasta però una viva e gratissima memoria dell'amico; ed ora nel suo viaggio da Vienna a N*** passava per le terre di lui, e sentiva ad ogni passo declinare il nome de' villaggi ch'egli mille volte li aveva ripetuti, volle rivederne la vedovella e conoscerne la figlia, de' cui casi aveva udito qualche cosa nella città di R*** dove ne aveva chiesto, e dove s'era fermato alcuni giorni ad oggetto di esaminare un istituto ivi eretto di recente.

Il cavaliere di F*** aveva sortito dalla natura un'assai bella mente e un cuore caldo per tutto ciò che stimava tornar utile alla società. Possedeva la rara prerogativa di far adottare agli altri quasi all'insaputa le proprie opinioni e tendenze. Il suo guardo acuto e scrutatore discerneva, a primo slancio, anche di mezzo alle debolezze ed alle follie, quella scintilla di bene che la provida natura ha collocato in ogni cervello umano, e che spesso quanto è più ingombra e nascosta nella cenere, posta in attività, altrettanto è più efficace. Per lui non era uomo, per rotto e malvagio che fosse, che non possedesse qualche secreta virtù, capace di redimerlo, e sapeva valutarla, e trarne profitto fin in coloro che gli erano nemici ed oppositori. In somma, era uno di quei rari uomini, che in qualunque posizione sanno farsi centro di movimento e di vita; ma che se la sorte fa salire al potere e pone a capo delle cose, sono benedizione al paese che li possiede, e segnano un'epoca certa di progresso e di ben essere universale. Salito rapidamente in carriera, ed in grazia del suo merito e dei servigi prestati onorato di un impiego importante, egli tornava nella provincia affidataal suo governo; dove la sua attività, cresciuta in proporzione del suo grado, poteva paragonarsi al perno che fa girare la ruota, o alla possente locomotiva che trascina il convoglio d'una strada ferrata. Il marchese fu sensibile all'onore che gli recava questa visita inaspettata, e in sua casa fu posta in opera ogni possibile diligenza, perchè ei ne trovasse splendida l'ospitalità. Alla conversazione della sera comparvero invitate tutte le più gentili signore dei contorni, nè mancarono a rallegrare la brigata i dolci accordi del piano e dell'arpa, quest'ultima particolarmente toccata con molta grazia dalla giovane marchesina. Il cavaliere, ch'era seduto presso la madre, nel fargliene complimento domandò dell'altra sorella, della figlia del suo amico. Alla succinta risposta che ne ricevette e al pronto cangiar d'argomento, s'avvide ch'egli aveva toccato una corda ingrata. Richiamando allora quanto pochi giorni prima nella città di R*** aveva udito vagamente narrarsi intorno al suo mal avventurato matrimonio, sospettò che fosse infelice e fors'anco colpevole, e si sentì stringere il cuore per la memoria dell'antica amicizia. Nel dimani poi, quando furono soli, volle esserne meglio chiarito. Alle risposte evasive con cui la contessa procurava di schermirsi, egli oppose il desiderio di far una visita innanzi di partire a questa figlia del suo amico, che aveva veduto una sola volta quand'era ancora bambina prima della morte del padre. Allora mortificati gli dissero della sua condotta, delle sue stravaganze, gli narrarono assai dolenti i dispiaceri che avevano di fresco ricevuti; nè gli tacquero del plebeo convito che proprio in quel giorno doveva consumarsi. Il cavaliere ascoltò in silenzio tutte queste lagnanze, fece alcune inchieste relative alla sua vita passata e al carattere del marito che le avevano dato, poi conchiuse pregando il marchese a volerlo accompagnare dopo pranzo alla villetta dov'elladimorava. Non era possibile più oltre rifiutarsi, e appena pranzato, attaccati i cavalli, partirono.

Nell'attraversare il giardinetto che dava ingresso alla casa, furono percossi l'udito da un lieto cicaleccio che si univa al tramestio di molte persone, all'armeggiare dei piatti, al tintinnire delle tazze, delle posate, al suono dei violini; e tutti questi rumori all'aprirsi della porta, insieme colla luce dei doppieri, uscirono come l'ondata d'un fiume raddoppiati e fusi in un solo, atto ad intronare la testa ad un sordo. Il primo oggetto che si presentò ai loro sguardi fu la giovane contessa, che, assisa in capo alla mensa, e proprio dirimpetto all'uscio, aveva ai fianchi in due lunghe file i suoi numerosi convitati. Il suo abito nero molto accollato, sul quale arrovesciavasi una piccola cornicetta liscia annodata ad un nastro a mo' di cravatta, i suoi capegli divisi sulla fronte e lasciati cader giù semplicemente alla nazzarena, le davano un tal quale aspetto maschile, che, congiunto alla sua grande rassomiglianza col padre, fece colpo al cavaliere e lo commosse quasi alle lacrime. E li parve di vedere redivivo l'amico suo, gli parve di essere ancora a quegli anni giovanili così pieni di energico affetto, quando tante speranze sorridevano ad entrambi; ed il suo cuore già correva a quella bella creatura, che gli mosse incontro un po' confusa, un po' arrossita, ma che, sentendolo un amico di suo padre, rincuorata, se lo fece sedere dappresso e con infantile fiducia lo mise a parte dell'innocente piacere che godeva. Intanto diversi di que' contadini, messi in confusione per quella visita, s'erano alzati e tirandosi indietro lasciavano spazio al marchese, il quale, non sapendo come orizzontarsi, cambiava alcune parole col vecchio fattore. E gli diede d'occhio la contessa, e fattagli accostare una sedia lo pregò d'accomodarsi; poi rivolta ai contadini:

— Via, da bravi, disse, riprendete senza soggezione il vostro posto, che questi signori ci permettono di continuare la nostra allegria. Non è vero, soggiunse ella volgendosi al cavaliere, che non ve lo avrete a male, se, invece di condurvi subito in camera da ricevervi trattengo qui con questa buona gente; perchè.... abbiamo ancora una piccola solennità da compire?...

— Anzi ve ne ringraziamo, rispose il cavaliere. L'esser venuti qui, ad onta che vi sapevamo occupata, è stata un'indiscretezza.... chè non voleva partire senza vedervi, e voi mi perdonerete per l'amicizia che mi legava al padre vostro.... E fissò lo sguardo intenerito negli occhi di lei, che all'udire di nuovo il nome di suo padre, fatta più confidente, come all'aspetto d'una persona già da lungo tempo conosciuta ed amata, gli porse la mano, e senza altri complimenti così si mise a discorrere con lui.

— Questo pranzo autunnale è un'antica costumanza che mio padre non preteriva in disgrazia, e io ho voluto quest'anno ripristinarla. Ci ho poi fatto le mie aggiunte un po' di mio capo, che si sa, e un po' secondo i consigli del mio fattore, che è un ottimo galantuomo, e che qualche volta si pensa di approfittare, figuratevi, per fino de' miei capricci. Signor Giovanni! gridò ella, si parla di voi, capite?

— Comandi, contessina! rispose il vecchio che a quell'appellazione si alzò tosto da sedere, e venne ad ascoltare i suoi ordini.

— State, state! Io non voleva che accusarvi qui a questo signore; ma poichè vi vedo in piedi, aggiunse abbassando la voce, fate pure portare i cofani ed apparecchiatevi a compiere la cerimonia. Abbiamo, continuò ella verso il cavaliere, provveduto alcuni regalucci da dispensare a questa buona gente sul finire del pranzo, così in attestato della mia gratitudine per la loro attivitànel coltivare i miei campi, per la loro buona condotta.... Il signor Giovanni poi, pretende con questo mezzo d'incoraggiare l'agricoltura, l'industria — che so io? Lasceremo che si tragga d'impiccio a suo modo, e che metta in orologio, o in cappello nuovo, o in stivali chi meglio crede. Io per me mi son riserbata di regalare due soli fra gli uomini: Pappà Gregorio, che è quel vecchio all'antica in giubba di lana bianca,bianchella, dicon essi, panciotto scarlatto.... e il giovinetto che vedete quarto laggiù in fondo da quella stessa banda.

— Quel biondo, quasi imberbe, coi capelli troncati quasi a metà della guancia e tutti da un lato?

— Sì, diss'ella, è un po' birichino, e ha mancato poco ch'io la trovassi col signor Giovanni perchè non lo voleva nel numero degl'invitati. Oh, ma il signor Giovanni! se sapeste! voleva limitarmi ai soli capi di famiglia, ai soli miei coloni; le donne poi, la non gli poteva entrare! Gli pareva una novità formidabile, quasi un sacrilegio; e mi ha tirato fuori una farraggine di ragioni, secondo lui, convincentissime. Ma dite la verità, caro signore, non fa piacere a vederle qui frammischiate ai loro mariti, ai loro figli? E dove sarebbe stata l'allegria, se in questa casa, in cui la padrona è una donna, fossero state escluse tutte quelle buone comari? Guardate la Menica come è contenta! come le brillano gli occhietti! È quella bruna colla pezzuola color di rosa colaggiù a sinistra. Povera Menica! Oh se sapeste che ottima creatura! se non temessi di annoiarvi, vorrei dirvi un bel tratto di lei.

— Io vi ascolto anzi con gran piacere, disse il cavaliere; ma giacchè vi mostrate così compiacente, vorrei prima che mi diceste, perchè, ad onta dell'opinione del signor Giovanni, avete voluto tra i vostri invitati il giovinetto che mi avete accennato!

— Perchè, diss'ella, in mezzo alle sue bizzarrie, iogli ho scoperto un bel cuore; e ora che mi son fatta del tutto campagnuola, lo voglio tra' miei amici, certa che farà giudizio e diverrà un giovine perbene. Il signor Giovanni, col suo occhio di lince e colla sua pretesa di saperle tutte, non faceva altro che dirmene continuamenteplagas; ch'egli era il primo nei chiassi alle sagre, che la domenica si faceva vedere sulla piazza colla pipa in bocca, in collarino, che frequentava l'osteria, ch'era un po' baruffante, un po' manesco.... Ma io ho anche io la mia polizia; e qualche volta è una commedia, soggiunse ella sorridendo, a vedere come il signor Giovanni resta di sasso al trovarmi istrutta al pari di lui ed anche meglio; e il buon uomo non sa capire come diacine io faccia a sapere tanti pettegolezzi.

— Ci scommetto, le sussurrò il cavaliere, che il vostro capriccio di quest'anno dell'uccellata non era senza il suo perchè....

— Il fatto sta, conchiuse la contessa ridendo, che il mio fattore non ha tanta malizia.... e che io senza di lui ho saputo scoprire un tratto gentile di Ermagora che gli tengo a conto, e che a' miei occhi lo redime di molte delle sue piccole bricconate. Nell'inverno dell'anno scorso, egli ed altri nove giovinotti qui del villaggio ottennero dal fattore di far sopra di sè, ad ore perdute, un fosso in un mio podere, che era circondato da una siepe di rovi, e ch'egli ha voluto cambiare in tanti gelsi a basso fusto, e ogni sera, dopo terminati i lavori della giornata, invece di starsene al fuoco, andavano laggiù a scaldarsi lavorando tre e quattro ore a lume di luna. Intendevano con quei soldi di godersela nel carnevale, facendo una mascherata, e andando attorno coi sonatori prima per il paese, poi per i molini, e terminando, già si sa, con una bella cena. Ermagora n'era il capo: avevano già apparecchiato i vestiti, e Dio lo sa in che gloria aspettavanoquel giorno! Ora suo padre nel salire una scala a mano per trar giù dal fenile non so che masserizie, cadde e si slogò un piede. Indovinate mò'! Ermagora andò subito dai compagni a dispensarsi della mascherata; e per quanto essi procurassero d'impegnarlo ad intervenire, facendogli osservare che il male non era di conseguenza, ch'essi stessi gli avrebbero ottenuto dalla famiglia il permesso, non ci fu caso. Il buon giovinotto a tutte le loro sollecitazioni rispondeva, che sapendo suo padre addolorato in letto, il cuore non gli dava di divertirsi a ballare; e poichè essi non vollero tenere la sua parte di guadagno, Ermagora la impiegò a provvedere l'occorrente per il malato. — Il Cavaliere guardò per alcuni minuti in silenzio quel giovine, poi rivolto alla Contessa:

— E la Menica? le chiese, non volevate voi narrarmi anche di lei...?

— Oh la Menica pure è una donna di cuore! sclamò la Contessa cogli occhi innumiditi. Una donna che ce ne vorrebbe per ogni famiglia l'eguale! Oltre ch'essa è una brava massaia, economa, avveduta, buona poi come un angelo, sa compatire agli altri, e nel suo poco ella ha viscere di misericordia per tutti. Quattr'anni fa, capitò qui nel paese un vagabondo, ed aveva seco la moglie vicina al parto. Chi lo mandava all'ospitale, chi si schermiva, mostrando l'impossibilità di ricoverarlo con una donna in quello stato. La Menica l'accolse, e con una carità che noi altri signori non conosciamo, cesse alla disgraziata il proprio letto, e la trattò come se fosse stata una sua sorella. Ella a questuare per la puerpera, ella a provvedere pannilini pel bambino. Filava la notte più del solito, e tante ne disse a quell'uomo, e tante ne fece, che lo persuase a rinunciare al suo brutto mestiere, e a mettersi una volta a guadagnar il pane coi propri sudori. Quando la donna fu in istato di faticare, se l'associònelle domestiche faccende, e seppe colle sue belle maniere così adoperare col marito e coi cognati, che accondiscesero a tenerli in casa, finchè potessero altrimenti provvedersi: il signor Giovanni ha poi loro dato in affitto alcuni campi e una casuccia, ed ora, in grazia di quella buona creatura, se la campano anch'essi onoratamente colle loro fatiche.

Povera Menica! Oh se sapeste il bene ch'io le voglio! e anch'ella mi ama.... Oh sì! ad onta della differenza di condizione, di quest'ostacolo insormontabile che la sorte ha posto tra il ricco ed il povero, il suo cuore è uno dei pochi che mi han sempre e sinceramente amata.

Nei primi momenti della mia disgrazia, continuò la Contessa, lasciandosi andare ad una di quelle effusioni dell'anima, che al toccar di certe corde e alla presenza di certe persone sfuggono tanto spontanee che sono quasi inavvertite, nei primi momenti della mia disgrazia, quando, non volendo più lottare contro la guerra accanita che mi aveva rotto un mondo infame, io venni qui a rifugiarmi in questa solitudine, costretta a vedermi innanzi il volto infinto di tanti falsi amici che venivano a compassionarmi per trar materia di accrescere i miei falli.... mal compresa, denigrata, l'amore disinteressato e sincero di questa povera contadina m'era conforto! Oh se sapeste le volte le volte, che sotto il pretesto di portarmi dei fiori, o di vendermi delle uova, ella spiava che fossi sola, e veniva a guardarmi con quell'occhio pietoso con cui una madre guarda al suo povero figlioletto malato!... Ella stette un momento in silenzio, poi ripigliò:

Ho una crocetta d'oro che le voglio regalare; ma non crediate mica ch'io pretenda di premiare con ciò la bell'azione che vi ho raccontato! Questa la può compensare solo Iddio e la coscienza di averla fatta! epoi a rammemorargliela sarebbe un farla soffrire. Voglio solamente darle un ricordo di amicizia, che, per quanto ella lo possa aggradire, certo non lo porterà al collo con più affetto di quello ch'io mi poso sul cuore le prime violette dell'anno e le margheritine dei prati che la mi va talvolta regalando. — Il libero sfogo che s'era permesso, l'aveva alquanto commossa, e per ricomporsi rivolse lo sguardo ai convitati, che, finito il banchetto, stavano chiacchierando divisi in diversi gruppi: la percosse il suono di replicati — Illustrissimo sì, illustrissimo no, — di due o tre contadini, in mezzo ai quali s'era situato il Marchese, che, partito il fattore, procurava del suo meglio d'equilibrarsi in quella per lui difficile atmosfera, movendo di quando in quando alcune signorili inchieste a quelli che gli erano più dappresso. L'Ardemia, per fare un diversivo e rimettere in comune l'allegria della parola, che s'era fatta oramai troppo parziale: — Pappà Gregorio! — gridò a quel vecchio venerando ch'ella aveva dapprima indicato al Cavaliere, e sporgendo verso di lui il suo bicchiere, — via da bravo, — disse, — facciamo io e voi un brindisi a quel signore, amico di mio padre, che ha voluto colla sua visita farci più lieta questa bella giornata; e poi voglio che voi colla vostra solita schiettezza mi diciate una verità. Come ve la siete passata quest'oggi?

— Corponone! rispose il contadino, serviti e trattati come principi in compagnia della nostra padrona....

— No, no, diss'ella, io so che la mia idea di far venire al Licof anche le donne non vi garbava nè punto nè poco....

— Ah briccone di pappà Gregorio! esclamarono alcune comari. Dunque egli non ci voleva al Licof?

— E che non avete voluto a nessun patto condurre la vostra donna Lucia, continuò la contessa.

— Ma gli è fatto che le donne devono starsene a casa, mormorò il vecchio. Per altro le prometto che se un altr'anno saremo vivi, anche madonna Lucia sarà della partita, e per bacco! che se quest'anno è stato un sussurro da perdere le orecchie, colla giunta della lingua di mia moglie.... particolarmente se la è un poco brilla.... Qui fu interrotto da molti scoppi di risa: chè il facile naturale di donna Lucia era universalmente conosciuto.

— Senta, Contessa! sclamò il vecchio in modo da superare il baccano. Come al suo solito, ella ha fatto una novità, alla quale noi altri al nostro solito eravamo ritrosi, ed è finita come sempre, cioè, coll'essere più contenti di prima.

— Dunque, buon uomo, interrogò il Cavaliere, la vostra padroncina vi fa spesso delle novità?

— Ella piccioletta e giovanina, come la vede, le so dir io che ha rimestato l'intero paese, e la ce ne ha fatte di belle. Una veh! in particolare la mi ha crucciato per un pezzo! e se non fosse stato ch'ella è la figlia del mio buon padroncino, che Dio abbia in gloria! e che la gli somiglia come un pomo partito, ogni poco mi risolveva ad uscire dai suoi ceppi, e.... e faceva una grossa capponeria! Si figuri, signore, il primo anno che è venuta a star qui, ella e il signor Giovanni si sono pensati di ridur tutte le coloníe a soli venti campi dell'una! Una famiglia come la mia, che si può dire da più secoli lavora sempre lo stesso terreno, vederselo tolto quasi per metà....!

— E poi? chiese la Contessa ridendo.

— E poi.... e poi, già si sa, adesso siamo contenti! ci pareva di dover morir dalla fame, ci pareva di non aver più dove seminare le biade.... e invece quei venti campi ci danno adesso più dell'antico terreno, paghiamo il nostro affitto, e si è meno oppressi dalla fatica. In somma....è stato bene! e quella piccola testolina lì, vale per tutte le nostre. — Intanto il signor Giovanni aveva fatto portare nel salotto una lunga tavola coperta, e ritiratosi all'uno dei capi, cogli occhiali sul naso percorreva in gran confusione uno scartafaccio di memorie, preparandosi a compiere la cerimonia secondo gli ordini ricevuti dalla Contessa. Ella lo vide, capì l'imbarazzo che gli cagionava la presenza di quei due signori, e per liberarnelo: Ecco, disse, il fattore che aspettava i miei ordini per distribuire i regali. Ma come la faccenda vuol riuscire un po' lunghetta, perchè egli ha le sue predichine e le sue raccomandazioni da fare, io darò principio, e poi, se vi piace, noi ci ritireremo nella stanza contigua. —

Il Cavaliere le prese la mano in aria affettuosa: — Io, disse, vorrei pregarvi d'una grazia. In casa N*** mi aspettano, ed ho fatto anche troppo tardi. Diman mattina assai per tempo io deggio partire, e facilmente le mie occupazioni non mi permetteranno più di rivedere cotesto paese. Mi dorrebbe le ultime ore che mi rimangono di consumarle lontano da voi.... Facciamo una cosa. Montate in carrozza, e terminiamo insieme in seno alla vostra famiglia questa bella giornata!... — Ella rimase un istante indecisa, si morse leggermente il labbro inferiore, e gettò uno sguardo involontario dalla parte del Marchese.... Il Cavaliere allora, fatto accorto, si rivolse al Marchese, e con la disinvoltura che gli era naturale, dando al discorso l'aria d'una frase di amabile galanteria, lo pregò a voler egli patrocinare la sua causa. L'altro, che da un pezzo era sulle spine, e che pensava che a casa sua non si sarebbero trovati meglio, non vedendoli ancora capitare alla conversazione, ch'ei sapeva in quella sera dover essere numerosa, e già adunata per far corte al suo ospite, non gli parve vero di potersela cavare così a buon mercato, ed insistette perchè l'Ardemia senza altre dilazioniaccettasse tosto l'invito. Allora la contessa capì che non bisognava trascurare questa facile occasione di rappattumarsi co' suoi; e nel mentre che si attaccavano i cavalli, disse rapidamente alcune parole al signor Giovanni, perchè egli sostenesse le sue veci, e incominciò la distribuzione col presentare pappà Gregorio di un comodo pastrano col suo cappuccio, e colle sue maniche. — A me! disse il vecchio meravigliato.

— A voi sicuro, rispose la Contessa. Siete il più anziano de' miei dipendenti, il patriarca del villaggio, un galantuomo, e un bravo padrone di casa, che mi preme di conservare in salute per molti anni, onde gli altri imitino il vostro esempio.

E adesso, buon pappà, che i carnovali pesano, bisogna procurare di star bene riparati dal freddo. Questo pastrano, aggiunse ella battendo leggermente colla sua piccola mano sulla spalla del vecchio, state certo che vi terrà più caldo della vostrabianchetta, e quantunque nè vostro nonno nè vostro padre non lo abbiano a loro giorni costumato, voi farete a mio modo, e lo porterete particolarmente quando si va ai mercati, o in viaggio, e si sta fuori le notti. — Il vecchio dopo averlo esaminato per tutti i lati, se lo gittò sulle spalle pavoneggiandosi, e baciando con espansione di affetto la mano alla sua padroncina. — Pappà Gregorio in pastrano! esclamò. Affè che la è una grossa novità, ma alla quale sarei pure il gran babbeo se non sapessi adattarmi! — Tutti gli fecero evviva, e la Contessa infilato il suo palettò, e allacciatosi il cappellino, disse un addio cordiale ai convitati, scusandosi di non poter ella terminar la cerimonia, e in compagnia dei due ospiti montò in carrozza fra le liete acclamazioni di tutta quella gente che s'era mossa ad accompagnarla, e continuavano a benedirla anche dopo partita.

In casa V***, come il Marchese aveva preveduto, era già buona pezza che aspettavano. Trovarono la maggior parte delle signore del paese, che a guisa di tanti bei fiori primaverili già adornavano la stanza. Le loro acconciature più del solito ricercate, gli abiti sfoggiati di alcune di esse, e i loro abbigliamenti tutti alquanto pretenziosi, davano a divedere che non si erano dimenticate del forestiero.

Da principio vi fu qualche occhiatina maliziosa alla toelette della Contessa, che lor pareva, ed era veramente, assai semplice, nè sarebbe mancato un tantino di critica, se le continue distinzioni e la preferenza che le accordava il Cavaliere non avesse loro imposto una spezie di soggezione. Vedendola trattata con tutto quel rispetto da un cotal uomo, presero invece il partito di farle la corte, e gareggiavano a chi meglio poteva mostrarsele amica. Anche la madre e la sorella, dimenticato di tenerle broncio, furono con lei assai affabili, e perfino la zia Gran Dama della croce stellata si avvisò di rivolgerle parecchie volte la parola. Cosicchè la serata passò lietissima, e l'Ardemia, senza bisogno di altri mezzi, si trovò, in grazia del Cavaliere, almeno per allora, pienamente riconciliata colla sua nobile famiglia.


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