VIII.GUSTI DELLA CAMPAGNA.

Non andò guari che la fraile Cati cominciò a risentire il benefico influsso dell'aria libera dei campi, ch'ella aveva tanto desiderato. Appena partito il barone, ella s'era messa a godere con tutta pienezza di quella vita campestre, e rinunziato ad ogni etichetta pranzava in compagnia della gastalda e di suo marito, usciva a far delle lunghe passeggiate colla Rosina loro figlia, una ragazzetta di quindici anni che le si affezionò ben presto come se le fosse nata sorella; vestiva semplice, e trovava un gran piacere a conversare così alla buona con essi e colle comari del paese facendo uso del suo nativo dialetto, le cui frasi erano sopravvissute nella memoria ad onta della straniera educazione, ed ora nel riudirle e nel tornarle a proferire le pareva di rivivere negli anni beati dell'infanzia.

Alzarsi ogni dì mattutina per respirare l'aura balsamica dell'alba e ricrearsi dello spettacolo del sole nascente, del canto degli uccelli, delle danze fantastiche delle variopinte farfalle; vederlo tramontare assisa in rivaal torrente, le cui onde illuminate dagli ultimi raggi le passavano dinanzi in rapidi volumi di oro e di porpora; bevere gli effluvi dei tanti fiori che su quell'ora malinconica prima di chiudere al riposo i vaghi lor calici sogliono esalarli più dilicati come un addio alla luce moribonda; contemplare nei notturni silenzi l'immenso stellato dei cieli e la mite vaghezza dei raggi lunari, quando si diffondono come piove d'argento sul vaporoso creato; coteste erano delizie ch'ella preferiva a tutti gli spettacoli che l'arte più raffinata avesse potuto offerirle nella società in cui aveva fino allora vissuto. Ma un'altra sorte di piaceri assai più cari al suo cuore ella sapeva procurarsi in quella solitudine. La sua ricca condizione e la liberalità dello zio la ponevano in istato di poter soccorrere molti disgraziati, ed ella come angelo di consolazione volava dappertutto dove sapeva di poter tergere una lacrima. In breve si sparse la fama della sua beneficenza, e in que' contorni ell'era conosciuta ed amata come la madre dei poveri. Un dì, sul finire dell'autunno, sedeva al solito su d'una pietra dirimpetto al pozzo col cestellino al fianco, e agucchiava lesta lesta ricambiando ogni qual tratto gli affettuosi saluti delle contadine che s'avviavano ad attignere. In fondo al villaggio vedevasi aperta la porta della Chiesa; alcuni fanciulli s'andavano aggruppando là intorno, come se avessero aspettato qualche novità, e il concorso delle donne all'acque era in quella sera più dell'usato numeroso.

— Che abbiano proprio da battezzarlo nella nostra chiesa? interrogava una di esse.

— Ma sì! almeno questa mane sono stati ad avvisarne il curato; e poi non vedete il sagrestano che aspetta?

— Se fosse vero dovrebbero venir innanzi....

— Mi par grossa, diceva un'altra, che una creatura di quei di là s'abbia da battezzare in chiesa di cristiani!

— Oh bella! quand'è nata sul fenile di messer Valentino, vorresti che la portassero fuor di paese?

— Il fatto sta, ch'egli è un bel pezzo ch'io sono ad attignere e ancora non si vede anima viva.

— Non la battezzano, no, comare, state certa. I ribelli sono tutti dannati, e non è mica un'oca il nostro curato per impacciarsi con simile genía.

— Ecco mo che vengono! sclamava una giovinetta; e tutte a guardare a quella volta.

— Ah mio Dio, non c'è che la levatrice!...

— E la creatura?...

— Eh perdinci! Trattandosi di roba sua, il diavolo se l'avrà sul fatto inghiottita.

— Oppure, soggiugneva una vecchia, la madre che dev'essere una strega maledetta, poichè dicono che in quello stato ha potuto scappare di mezzo alle fiamme, l'avrà partorita con un piedino di porco, e si saranno accorti, ed ora non la si potrà battezzare.

— Vedete la Menica che parla colla levatrice!... Ella saprà com'è questa faccenda.... — E tutte lasciato l'attignere si fecero curiose intorno alla nuova venuta.

— Non ponno trovare in tutto il paese chi voglia tenerla al battesimo, disse quest'ultima, poichè si tratta di ribelli, capite!

A queste parole la fraile si alzò dal sedile, e fatto segno alla Menica d'accostarsele, — Buona donna, le disse, vi prego, avvisate subito il curato che sarò io la santola di quella povera creatura. — E s'avviò a casa; indi di lì a pochi minuti era in chiesa tra una folla di curiosi, e con devoto raccoglimento teneva al sacro fonte una fragile creaturina i cui pianti prolungati pareva che implorassero la compassione degli astanti. Finita la cerimonia, le campane sonarono a festa, e furono forse la sola voce di gioia che si congratulasse colla madre diquella nuova animetta ch'ella aveva messo nel numero dei viventi e che allora era entrata nella fede de' suoi padri. In quell'istesso giorno la fraile si fece accompagnare al fenile di Valentino e volle salutare la puerpera. Ma qual fu la sua sorpresa, quando nella meschina che giaceva su d'un po' di paglia in quel luogo esposto a tutte le intemperie, ravvisò la poveretta di N***, a cui pochi mesi prima il barone aveva così crudelmente negato l'elemosina! E anch'ella, la donna, parve l'avesse subito ravvisata, poichè si turbò tutta quanta, e divenuta di bragia, colle mani si nascondeva la faccia. La fraile le si appressò, le si assise d'accanto, e con voce affettuosa: — Noi ci siamo vedute ancora, le disse, e in cattivo momento...! Or via, facciamo la pace, poichè io voglio per quanto posso riparare l'offesa di quella brutta sera, e oggi che ci siamo fatte parenti, e che in qualche maniera sono anch'io la madre della vostra creaturina, voi non potete negare di strignermi la mano in segno di perdono e di amicizia! — Oliva gliela baciò, e rassicurata da quelle benevole espressioni, osò pregarla che procurasse di far sapere a suo marito lo stato miserabile in cui si trovava. Dopo l'incendio, egli s'era messo a giornata in una bottega da falegname. Un contadino dell'Illirico, che possedeva alcuni campi a Jalmicco, aveva più volte tentato di acquistare da lui il fondo della casuccia distrutta. Sperando sempre in qualche risorsa, essi non avevano voluto acconsentire; ma finalmente costretti dal bisogno s'erano rassegnati, e Oliva, lasciati i fanciulli a una sua sorella, s'era avviata per trattare coll'acquirente. Gli stenti, la fatica del camminare e l'afflizione le accelerarono il parto: sorpresa dal male, aveva dovuto pregar ricovero in quel fenile, ed ora si consolava nell'idea di poter ancora protrarre cotesta vendita dolorosa al cuore. La fraile le promise di mandar subito avedere di suo marito, e chiamato messer Valentino, gli ordinò che provvedesse in suo nome tutto ciò ch'era necessario per la puerpera; poi la sera colla gastalda cercò di combinare il modo di alloggiarla. In pochi giorni una polita casetta lì nel villaggio fu allestita con tutto l'occorrente per lei e pei fanciulli, e quando venne il marito trovò preparata una botteguccia da falegname con gli utensili che gli facevano duopo, sicchè per vivere egli e la famigliuola bastava che avesse lavorato. Quei poveretti piangevano di consolazione e di gratitudine, e la fraile era divenuta l'amica dell'Oliva e la madre de' suoi figliuolini, ch'ella spesso visitava, e le cui innocenti carezze e l'affetto ingenuo le compensavano in gran parte le molte lagrime ch'ell'era destinata a versare. L'inverno era intanto venuto, e il barone con lettere e visite frequenti la sollecitava a tornarsene alla città; ma essa a forza di preghiere seppe persuaderlo a lasciarla ancora in quella solitudine per lei piena di attrattive ad onta di tutti i rigori della stagione. S'occupava continuamente di qualche benefico provvedimento pe' suoi amati poverelli; una quantità di fanciulletti venivano a trovarla, ed ella aveva per tutti qualche regaluccio e qualche affettuosa parola. Alle giovinette insegnava alcuni facili lavori muliebri. Per la gente di campagna l'inverno ha molte ore disoccupate, ed esse se ne valevano per imparare dalla buona fraile a ricamarsi il fazzoletto de' dì solenni, a cucir con garbo un grembialino, e talune anche a leggicchiare qualche libretto instruttivo ch'ella, a forza di pazientemente tradurre nella lingua nativa, aveva loro appreso a capire. Talvolta venivano a cantarle le villotte del paese, ed ella le ricambiava coll'insegnar loro qualche bella canzoncina italiana, o qualche divota preghiera. Passò così gradevolmente l'inverno, e parve che in grazia di quella vita semplicee di quelle dolci abitudini di campagna le si fosse a poco a poco rifiorita la salute, tanto la sua faccia era divenuta serena e tornato lo sguardo a rianimarsi d'una secreta speranza.

Non era ancora comparsa la primavera, ma già diffuso nell'aere quel non so che di voluttuoso, che n'è il preludio, come se fosse l'alito della terra innamorata incontro al sole che deve farla germogliare e rivestirla del magnifico suo verde. La fraile aveva incominciato le sue liete passeggiate in riva al torrente. Spesso le allungava fino a un casale, dove una contadina sua amica allattava l'ultimo bambino dell'Oliva. Erano stati a cercare di lei per una sua parente gravemente ammalata, che prima di morire implorava di vederla, e la fraile, che l'aveva consigliata a contentare questo pietoso desiderio, nella sua assenza, aveva ella assunto la sorveglianza della famigliuola e le cure di madre per l'abbandonata creatura. Cotesta gita, ch'ella si aveva imposto come un dovere, l'era diventata così cara, che pativa se per caso trovavasi obbligata ad ometterla. Usciva per solito mattutina, portava seco qualche regaluccio per la balia, e camminava lesta lesta pensando al bimbo ch'ella ogni giorno vedeva crescere e farsi più grazioso. Doveva pur venire il momento ch'ella avrebbe discoperto su quella faccia infantile la scintilla dell'intelligenza! Oh sì! doveva in breve comparire l'anima in quei cari occhietti azzurri; e chi sa che il loro primo sorriso non fosse stato per lei, od almeno chi sa che un giorno o l'altro non l'avessero finalmente riconosciuta e ricambiato l'amore con cui ella così sovente li contemplava! Più d'una voltaella s'aveva goduto a spiare il bottoncino della rosa, o i teneri pinnocchietti della reseda per cogliere l'istante in che esalavano il loro primo profumo; ma sorprendere il primo lampo d'affetto nella creatura umana doveva essere ben più dolce! Assorta in codesti pensieri i suoi occhi vagavano commossi sulla magnifica scena che così camminando le offeriva il paese. Ivi il torrente scorre attraverso una vasta pianura. La nuova e l'antica capitale del Friuli, l'una dirimpetto all'altra, campeggiano sull'orizzonte a destra: Udine, che vista da quel punto sembra maestosamente assisa a' piedi delle Alpi, col suo bel castello che guarda all'Italia; e in fondo alla pingue campagna che si dilata fino al mare il campanile d'Aquileja, colla sua bruna aguglia ch'esce dal folto come piramide destinata a sfidar l'ira dei secoli. Le ridenti praterie della sinistra paiono distendersi fino alle colline che da Butrio vanno a Rosazzo, e una quantità di paesuzzi seminati alle loro falde, in armonia cogli allegri casini campestri e coi cipressi che qui e colà ne incoronano le vette, dánno un aspetto pittoresco a quel lembo di paese che lì tutto ad un tratto si dispiega dinanzi allo sguardo del viaggiatore che viene da Trieste. Spesso nel tornarsene a casa ella sedeva a riposare in cospetto di quella bella natura, e consumava molte ore meditabonde spaziando col guardo innamorato or per l'infinito de' cieli, ed or per la svariata prospettiva che le stava dinanzi. Una gioia segreta le balenava talvolta negli occhi, come se nel fondo del suo cuore si ridestasse qualche grande speranza, che gli uomini e gli eventi avessero indarno tentato rapirle. Allora la sua fisonomia assumeva un'espressione di tanta felicità, che pareva inspirata; ma ciò che le innalzava l'animo a quella specie di estasi non era nè lo spettacolo delle Alpi gigantesche che a guisa d'anfiteatro la circondavano, nèl'amena pianura già imbalsamata dal primo soffio primaverile, nè l'immensità e la purezza de' cieli che le stavano sul capo, nè tampoco il pensiero della gentile creaturina ch'ell'era stata a visitare. Per quanto soave fosse l'immagine che questi oggetti le procuravano, v'era qualcosa di più profondo e di più sublime che in tali istanti aveva potenza di agitarla. Il suo occhio si posava sulla neve delle Alpi, sul mandorlo che incominciava a fiorire e a cui d'intorno ronzavano i mille insetti della terra svegliata, sulle acque del torrente, sulle prime farfallette della stagione che le danzavano innanzi nei due colori che pochi anni addietro nel nome del suo Pontefice avevano rianimato l'Italia; coteste erano dolci impressioni, ma quasi inavvertite. Ciò che la scuoteva siccome scintilla elettrica mettendole nell'anima il sussulto della vita e negli occhi il fuoco e il brio della giovinezza, era il cannone di Venezia che udivasi distinto rumoreggiare ogni tratto, e che le montagne ripercotevano da lungi. Sì! il rimbombo del cannone che tante volte l'aveva offesa, ora l'entusiastava e la riempiva di gioia ineffabile. Divisa dal mondo, relegata in quella sua volontaria solitudine, poco o nulla ella sapeva degli avvenimenti che in quell'epoca si consumavano; ma il cannone l'avvertiva che Venezia viveva tuttora, e che le sorti della sua patria non erano peranco decise. Legata per una specie d'istinto alla causa che là si difendeva col sangue, indarno le avevano insegnato a riguardar come un delitto la rivoluzione italiana: ad onta di tutti i ragionamenti ella sentiva nel cuore che là era raccolta come nei palpiti di un moribondo tutta l'energia della sua povera nazione, e pregava perchè ella potesse resistere e trionfare della prepotenza delle tante armi che la circuivano. Per lei, quella era quistione di vita o di morte, e così lontana lottava anch'ella coll'anima e respingevail nemico, e le fluiva nel sangue quell'istessa ardita speranza che faceva prodi le scarse legioni che difendevano Marghera e la tanto contrastata piazza del ponte. La stagione avanzava, i monti s'erano oramai vestiti di verde, infoltivano gli alberi, coprivasi di fiori la terra, ed ella continuava ogni giorno ad uscire all'aperto, avida di quel cannoneggiamento, come di musica che le mettesse nell'anima l'entusiasmo, e nei giorni ch'ei taceva, malinconica ed ammalata, quasichè le fosse mancata la sorgente che le alimentava la vita.

Un dì, era digià l'agosto, invitata dalla dolce frescura che sul tramontar del sole dalle acque del torrente si diffonde a refrigerare la campagna, ella si trasse così passeggiando solinga fino alla chiesetta campestre che dicono di Madonna di Strada. Erano più giorni che non s'udiva il cannone, ed ella seduta sul muricciuolo del cimitero, a piedi d'un cipresso, mesta e pensierosa intendeva con ansia l'orecchio alla lontana laguna. Alcune nubi oscure a guisa di panno funebre velavano l'occaso, e dietro ad essa come macchiato di sangue calava muto e senza raggi il sole; giaceva in un profondo silenzio il creato, e per quanto ella aguzzasse l'udito, l'aria lo vellicava tranquilla senza portarle il fremito di nessun rumore. Stette così buona pezza in attenzione, quando la scosse il salmeggiare di alcune voci monotone che si facevano sempre più d'appresso. Vide luccicare tra il verde degli alberi alcuni fanali, poi una croce. S'avvide ch'era un funerale che veniva alla sua volta; ma i suoi pensieri da qualche ora erano divenuti così tetri, che l'idea di un cadavere e della triste cerimonia che andava a compiersi lì sotto a' suoi occhi, lungi dal farla fuggire, aveva anzi qualcosa di analogo colla terribile malinconia in cui era caduta, e unì la sua voce a quella dei sacerdoti, e pregò anch'ella la requie e la luce eternaper lo sconosciuto che all'ombra di quella devota chiesetta veniva ad aspettare il dì del tremendo giudizio. Intanto il funebre corteo s'era arrestato, avevano deposto la bara sul limitare del cimitero, e i sacerdoti attendevano in lugubre silenzio. In antico due villaggi che formavano una sola parrocchia avevano di comune accordo eretto alla Vergine quella chiesetta e consacrato ai loro defunti il praticello che la circondava. Caduta la Repubblica Veneta, la spada dei vincitori segnò a capriccio un confine politico che squarciò quel luogo tra due diverse province. Ma ad onta di tai regolamenti, il cimitero di Madonna di Strada era rimasto promiscuo, e Veneti ed Illirici, riuniti almeno dalla morte, dormivano indistintamente e confondevano insieme le loro ossa in quella terra consecrata dalla pietà dei loro padri. Solo il villaggio italiano per la tumulazione dei suoi era obbligato ad aspettare un sacerdote dall'Illirico; perciò avevano ora deposto il cadavere a' piedi del muricciuolo, e finchè fosse venuto, rimaneva interrotto il funerale. La fraile nel tornarsene a casa pensava addolorata alle tante divisioni che laceravano la sua povera patria. La malinconia dell'ora, l'ostinato silenzio della laguna, un presentimento funesto ch'ella si sentiva nel cuore, quel morto, che a guisa di sinistro augurio era venuto a turbare la sua solitudine, avevano potentemente agito sulla sua immaginazione, di modo che in quella sera, taciturna e scoraggiata si ritirò nella sua camera prima del consueto. Si appoggiò coi gomiti alla finestra che guardava verso mezzogiorno, e contemplando la notte si abbandonò di nuovo alla voluttà del meditare. Era sórta la luna, e illuminata da lei le si spiegava dinanzi la pianura che si confondeva col cielo senza che l'occhio arrivasse a discernerne i confini. Là era l'Italia! Il pensiero gliela figurava tutta intera nella sua forma geografica, tra i due suoi mari e coll'estrema suaisola vòlta al limite africano.... Oh! se l'alito di Dio la rianimasse ancora una volta, e riunisse in un solo pensiero di vita i ventiquattro milioni della sua popolazione, come quando spirò dai quattro venti a far rivivere le ossa dei morti che il Profeta della risurrezione vide schierarsi sulle rive del Chobar in compatto ed onnipotente esercito!... E pregò perchè il Signore fosse santificato, e venisse sulla terra il regno della sua divina giustizia. — Si coricò, chiuse le stanche pupille, e giunse finalmente ad addormentarsi; ma quantunque in altra forma e diversamente colorate dal sonno, le stesse fantasie continuavano a germogliarle nel cerebro. Le pareva d'essere vestita a lutto, come quando l'era mancata la madre, e che un velo nero le copriva la fronte e discendeva fin quasi alle calcagna: era assisa come al suo solito in riva al torrente, ma le sue acque avevano cangiato colore: erano fosche e scorrevano in tanta copia, ch'ella pensò che si fosse tutto ad un tratto liquefatta la neve dei monti. Guardò; ma i monti erano spariti, e in quella vece s'allargava una campagna senza limiti, il cui lontano orizzonte si perdeva nella nebbia. Allora non riconosceva più il sito: le pareva d'esser trasportata in un deserto, dove a confine del creato scorresse quel volume di acque nerastre. Guardava atterrita a sè d'intorno, e non scorgeva che ghiaie interminabili, terre aride e campagna desolata. Solo dalla parte di mezzogiorno vedeva in lontananza una specie di giardino i cui alberi fioriti digradavano in ogni più vago colore; ma s'era sollevato un vento impetuoso che malmenava quelle loro teste gentili e delicate come piuma: il cui soffio agghiacciato giugneva sino a lei, le scomponeva i capegli e le faceva stridere intorno alla persona il lungo velo e le vesti di seta. La bufera s'andava sempre aumentando, e nuvole di fiori schiantati avvolti in turbini di sabbia venivanospinti attraverso la corrente del nero fiume. Il rugghio della procella era divenuto tremendo; pareva il tuonare d'innumerevoli artiglierie, pareva il grido d'infinite migliaia di morenti. Il giardino era già devastato, gli alberi a guisa di scheletri torcevano le braccia denudate, il fiume era tutto coperto dalle loro spoglie. Come quando fiocca la neve, o quando in primavera si sciamano le api, così spesse ed agglomerate in vortici di sabbia passavano continuamente e sempre più a lei dappresso, e il sibilo che mettevano pareva lamento d'infinite voci umane. Allora il sogno le si cangiò in tremenda visione. Que' globi oscuri, quelle nubi travolte dalla bufera che incessanti valicavano il nero fiume, erano turbe di anime; erano i morti per la patria ch'ella vedeva passare all'altra vita. Una processione di venerandi vecchiardi colle braccia incrociate sul petto:

— Noi, le dicevano, noi le viventi barricate di Palermo! Noi lo scudo dei combattenti per la libertà!... Oh prega, prega per il nostro povero paese!

— Noi i traditi a Curtatone.... — Noi gli abbandonati sulla Piave.... — Noi i venduti a Milano!... gridavano altre legioni.

— Siamo morti contenti per l'Italia! Una speranza ci ha rallegrato gli spasimi dell'agonia.... Oh prega che il nostro sangue non sia sprecato!

Sacerdoti avvinti di catene, sacerdoti col crocifisso nella destra, altri sacerdoti colla spada al fianco:

— O giovinetta, le dicevano, siamo morti in difesa del nostro gregge; siamo morti a' piedi dei profanati altari.... Uno Iddio! Una giustizia! Prega che venga il suo regno!

Poi fra una turba di guerrieri tutti coperti di sangue, ella vide una donna di maestoso aspetto, ma di straniera fisonomia. Aveva le chiome bruttate di fango, le vesti squarciate, e scalza e insanguinata i piedi gentili.Nel passarle dappresso le stese una mano bianca come neve, e portava in dito l'anello nuziale. Le parve allora che incoraggita da quel gesto ella la interrogava: — O chi se' tu che così dividi le lagrime e il sangue de' miei? Dove andate, o difensori della nostra causa? Qual destino è riserbato a questa povera Italia? — Ella non rispose a tali domande, ma versando un torrente di lagrime: — Fuggi, le disse, da questo mondo perverso! Ritírati nel santuario, consacra al Signore i tuoi giovani anni, e impetra da lui sorte migliore agli orfani figlioletti miei ch'io lascio alla tua patria! — Allora udì un fragore tremendo come di mina che scoppiasse, e uno spirito fiero con la miccia ancora accesa nelle mani trapassava nell'aria a guisa di angelo sterminatore. Le schiere dei morti cantavano un inno e benedivano alla generosa Ungheria. Ma altre legioni s'affrettavano intanto al fiume. Erano giovanetti di tutte le stirpi italiane, dal Lombardo risoluto all'adusto e vivace Siciliano. Le loro recenti ferite sanguinavano tuttora; erano tristi, macilenti; taluni piangevano.... altri in atto dispettoso volgevansi a riguardare addietro, come se più della morte li crucciasse il pensiero della vittoria nemica. Uno tra essi le si fermò dinanzi e la fisava come se l'avesse ravvisata. Era la stessa faccia pallida da lei veduta a Gorizia, e che tante volte dappoi ella aveva mestamente ripensata, ma, oh quanto diversa! Allora, benchè prigioniero, il suo sguardo ardeva d'una così ineffabile speranza, che come scintilla elettrica ella se la sentì subito propagare nel cuore. Adesso que' grandi occhi neri la guardavano muti, agghiacciati nell'espressione di un dolore che non verrà mai più consolato. Il segno di una ferita gli attraversava la fronte, la barba squallida e i capelli tutti bruttati di polvere e di sangue rappreso; un'altra ferita in guisa orribile gli squarciava il fianco.... Le pareva che a quellavista ella commossa da un irresistibile impeto d'affetto sclamasse:

— Cara, desiderata immagine che hai sì spesso consolato la mia solitudine, ahi! perchè mi torni adesso innanzi così mesta? Dove sono le gioie che in mezzo ai vilipendi di quella infame giornata mi prometteva il tuo divino sorriso? — E si slanciava per baciare il sangue di quelle grondanti ferite.

— Addio, sorella! le diceva allora il giovinetto. Questa che vedi è forma vuota, nè io posso stringerti la mano pietosa che tu mi distendi.... Tutto è finito! L'ultimo baluardo della nostra indipendenza è già in mano al nemico. Venezia è caduta! e noi già fummo.... Se un disperato valore avesse potuto risparmiarle l'estremo fato, questi che son qui meco l'avrebbero salvata. Ma altrimenti decretava Iddio.... forse perchè le colpe dell'Italia fossero lavate nel nostro sangue e nelle nostre lagrime; e non ascoltò le preci di una popolazione desolata che tutta intera si prostrava dinanzi ai suoi santi altari. Ma se a noi non diede la vittoria, ci diede almeno il coraggio della prova, e sia benedetto il suo santo nome! Ora, quelle sembianze mortali che tu amasti, o sorella, giacciono fra le rovine di Marghera senza sepoltura cristiana, e forse le calpesta il piede impuro del mercenario croato.... Io vado nel seno di Dio! Tu che rimani, offerisci in olocausto al Signore la tua vergine vita, e come candido cereo che arde nel santuario, prega! prega, o sorella, perchè la generazione ventura cresca più di noi virtuosa, e possa ella redimere dallo straniero la nostra povera patria! —

Fu tanto e così sensibile il dolore che queste parole le recarono, che le si ruppe il sonno, ed ella si trovò tutta bagnata di lagrime. Appena giorno, le portarono una lettera del Barone. In essa lo zio le annunziava,come Venezia aveva finalmente capitolato, e accennando all'ordine ristabilito ed alla pace che oramai non poteva così facilmente turbarsi, esprimeva il desiderio ch'ella ritornasse in Gorizia, anzi chiudeva col dirle, che fra pochi giorni sarebbe egli stesso venuto a levarla. Tutto quel dì e buona parte del susseguente ella stette ritirata nella sua camera. Apparecchiava i bauli, disponeva le cose sue, scrisse a lungo: era visibilmente conturbata, ed alla gastalda, che messa in pena per la sua salute venne più volte a vedere di lei, confidò che doveva partire, e che era cotesto che l'addolorava. Poi quando tutto fu pronto, ed ella già vestita da viaggio, la chiamò di sopra. Aveva la scrivania aperta, e terminava di far la scritta su diversi gruppi che le stavano dinanzi.

— Vo via, Menica! e qui ti lascio alcuni ricordi per ciascuno de' miei buoni amici che non ho cuore di salutare, diss'ella; ma tu lo farai per me, non è vero? — E alcune lagrime le caddero dagli occhi. Indi soggiunse:

— Questi orecchini sono per la tua Rosina; e questa crocetta la porterai tu per amor mio.... — E senza aspettare che la donna ringraziasse, continuò: — All'Oliva, quando sarà di ritorno, dirai che cotesto è per il suo ultimo bambino, e che voglio che la gl'insegni il mio nome. Oh mi sarebbe stato pur caro il vederlo crescere qui sotto a' miei occhi!... Ma il mio destino mi chiama altrove.... e se tu sapessi come mi pesa l'abbandonare questa cara villetta!... Mi ci ero proprio affezionata....

— Ebbene, disse la Gastalda, questo vuol dire che ci tornerete presto.

Ella scosse mestamente la testa.

— Questa lettera la lascerete qui. — E affacciatasi alla finestra stette alcuni minuti mestamente contemplando il paese. Poi, piangendo, abbracciò la Menica, e:

— Addio, le disse; vi ringrazio dell'amore che mi aveteportato. Quando lo zio, ne' suoi ultimi anni, verrà forse ad abitare in questa solitudine.... ed io non ci sarò! fate voi le mie veci, consolate la sua vecchiaja.... ma non gli parlate giammai di me!... — E come per torsi alla troppa commozione, scese rapidamente le scale, si gettò in carrozza, e ordinò che prendessero la strada di Palma.

La malata ch'era ita a trovare l'Oliva, era la sua cugina Mariuccia. La povera fanciulla non aveva saputo superare il dolore che le cagionò la partenza di Vigi. Siccome, sul primo accorgersi del suo amore, ella aveva tanto patito per paura d'ingolfarsi in una passione infelice e non consentita, così dopo, quando vide appianate le difficoltà, vi si era abbandonata con tutto l'impeto della giovane anima, ed ella amava come si ama una sola volta nella vita, cioè senz'altro rimedio che possedere, o morire. Quando quella leva inaspettata le rapì il giovane amato, ella si sentì annichilita, come percossa dal fulmine. Ogni suo progetto di felicità, ogni sua speranza veniva miseramente distrutta, ed ella tornava ad essere per lungo tempo e forse per sempre la povera serva di prima. Indarno cercava immaginarsi, ch'egli avrebbe potuto tornar a casa fedele alle sue promesse: otto anni di servigio militare, otto anni di separazione erano per lei una prospettiva terribile.... e poi, c'era la guerra di mezzo; la guerra, quest'orrore ch'ella non aveva mai potuto comprendere, e che il suo Vigi andava ad affrontare in paese lontano, senza di lei!... Oh! se una palla l'avesse colpito.... Che cosa valevano allora le promesse del Barone ch'ella ricordava non altrimenti che una crudeleironía? Impallidita, più morta che viva, ella lo vide partire, e l'allegria, od almeno la speranza d'un avvenire fortunato che le parve trapelare nell'ultimo addio del giovane, a lei che restava accrebbe il martirio. Cominciò a visibilmente dimagrire, stava quasi sempre taciturna, inghiottiva più lagrime che bocconi, la notte non poteva chiuder occhio; e così affievolita, per non perdere il pane, sforzavasi a strascinare il peso delle fatiche giornaliere, finchè finalmente mancatagli la lena, si diede ammalata. Aggiugni, che una voce secreta, a guisa di verme che internamente la consumasse, esacerbava que' suoi patimenti. Quella voce le diceva del continuo, che Vigi non sarebbe mai più ritornato, e che ella sola ne aveva la colpa, perchè ella era stata crudele con la sua povera cugina, l'Oliva, e adesso Iddio l'aveva punita! Non ardiva dirlo a nessuno, ma le parole tremende che l'Oliva le aveva lanciato nel partire, le suonavano sempre all'orecchio; e quando si riduceva nella sua camera, quelle robe di lei le stavano lì negli occhi come un vivente rimorso, e le facevano passare le notti terribilmente insonni. Oh! che le valevano quelle sue miserabili ricchezze per conservare le quali aveva fatto tacere nel suo cuore ogni senso di compassione e di giustizia, ora ch'ell'era abbandonata, ed egli forse sulla nuda terra cadavere insanguinato? In tanta miseria, ella non aveva neanche il conforto della preghiera, perchè le pareva che il Signore non l'ascoltasse; e le rifiutasse quella misericordia ch'ella non aveva avuto per la sua povera cugina. Intanto vennero nuove di un tremendo fatto d'armi a Vicenza, e la lettera diceva di molti del paese chi mutilato, chi all'ospitale, ma niente di Vigi. Allora le famiglie che si erano consolate della perdita dei loro sperando che facessero fortuna, cominciarono a gemere e ad imprecare alla maladetta guerra. Ella, già certa in suo cuorech'ei fosse morto, credeva che non glielo dicessero per compassione, e tossicava e distruggevasi ogni dì più. Quel vederla così deperire rammaricava tutti quelli che la conoscevano; ma chi ne sentiva un'infinita pietà era la Lisa, la figlia della padrona di casa. Non ardiva però mai venirle in discorso nè del suo male, nè della sua sventura, perchè s'era accorta che sarebbe stato un rincrudire la piaga; ma la circondava di mille dilicate attenzioni, cercava di alleviarle le fatiche col prevenirla ed addossarsele ella, e senza lasciarsi ributtare dal suo ostinato silenzio, le teneva più ch'era possibile affettuosa compagnia. Un dì, sul finire dell'inverno, ell'era stata ad attignere in sua vece, e tornata a casa, vedutala sola, col volto nascosto tra le mani rannicchiata presso al fuoco, le si assise d'accanto: — Mariuccia, le disse, sa' tu ch'è ritornato Coletto? — Ella si scosse, e cogli occhi languidi pel molto pianto la guardava come trasognata. Coletto! quel giovane muratore del vicino villaggio, che era in sua compagnia alla sagra di Madonna di Strada quand'egli ti vide la prima volta?...

— Tornato!... E come lo sai tu?

— L'han detto sul pozzo or son pochi minuti. Ieri è capitato alla sua famiglia l'avviso di andarlo a prendere con una carretta a Gorizia dove è venuto con un trasporto, e questa sera ei deve essere a casa.

— Ma egli, Lisa, egli.... non ritornerà!

— Mio Dio! perchè affliggersi prima dell'ora? Son pochi dì che ho veduto sua sorella.... I suoi sono in pena, sì, ma pure sperano che non vi saranno disgrazie.

— Ah Lisa! non ha mai scritto, e nessuno ha mai più saputo nulla di lui....

— Gli è per questo, ch'egli non deve esser perito, perchè alle famiglie di quelli che sono morti hanno a tutte mandato la carta!

— Ma sai, Lisa, che questo tuo discorso mi fa gran male? Oh! perchè vuoi tu tormentarmi col mettermi in cuore una vana lusinga?

— Tormentarti? Mariuccia mia, e puoi tu supporre in me tanta cattiveria? Io ti parlo, vedi, perchè mi pare, ch'essendo tornato Coletto, se andassimo da lui, noi potremmo sapere qualche cosa di preciso. E diman mattina, se tu il consenti, io vi vado.

— Ebbene! allora noi ci anderemo insieme. Forse egli sarà stato presente a' suoi ultimi momenti, e prima che a tutt'altri, hai ragione, Lisa, egli deve narrarli a me!

Nel dimani esse erano a messa nel villaggio vicino, e dopo messa da Coletto. Era dì festivo, e trovarono più gente di quel che avrebbero voluto. Chi per semplice curiosità, chi per amicizia e chi per motivo simile a quello che guidava le due donne, diversi paesani erano lì entrati in cucina e circondavano il soldato, che seduto presso al fuoco loro narrava ad alta voce le sue terribili vicende. Esse, al primo rivederlo, rimasero come interdette, tanto era mutato. Senza un braccio, orribilmente mutilata una gamba, e la faccia macera e fuor di modo annerita dalla pioggia e dal sole. Egli conobbe subito la Lisa, ma la Mariuccia la fisò un pezzo prima che si risovvenisse. Quando si fu un poco orizzontato,

— Anche voi, ragazze, eh! venite a congratularvi, disse, della bella fortuna che abbiamo fatta. Oh! quando siamo partiti, pareva che andassimo nel paese della cuccagna. Dovevamo ritornare ricchi come Creso! e portare in regalo alle nostre amorose gli anellini e i pendenti delle ribelli!... Invece abbiamo lasciato chi la vita e chi le membra; e quelle pompose fandonie non erano inventate che per farci andare allegri incontro al cannone che ci ha conci come potete vedere! Contuttociòla è ancora una fortuna l'esser qui a raccontarla, perchè io mi credo d'essere il solo di que' del paese: gli altri, ragazze mie, sono iti tutti all'inferno! A queste parole la Mariuccia diede un grido.

— E Vigi? disse, e Vigi?... Ah se l'avete veduto morire, raccontatemi almeno le sue ultime parole! E nella sua disperazione s'era inginocchiata, e protendeva le mani tremanti come per implorare che parlasse.

— Siamo stati sempre insieme, e purtroppo l'ho veduto morire.... Ma, se non vi quietate un poco, io non vi dirò niente, Mariuccia! Ella allora con quanto aveva di forza procurò di frenarsi, inghiottì i singulti, sospese negli occhi le lagrime prorompenti, e muta e pallida come una statua, stava ascoltando.

— Fu nell'istesso giorno! ci caricarono entrambi sul medesimo carro! io fui portato all'ospitale, egli morì per strada. Il primo fuoco noi l'avevamo veduto sotto Treviso, e non ci fece troppo buon bevere, quantunque per quella volta il nostro reggimento l'avesse scapolata quasi netta; ma a Vicenza fu un altro paio di maniche. Quei maladetti ribelli facevano tonare i cannoni ad un modo che la frega del bottino ci era affatto passata. Vedevamo tornar indietro continui convogli di feriti, e chi vomitava sangue, chi urlava da dannato, e i cadaveri ce li abbruciavano lì sotto il naso; e quando venne la nostra volta e ci ordinarono di avanzare, noi eravamo più morti che vivi, e credo che in quel momento anche i più arditi avrebbero volentieri rinunziato a tutto l'oro delle città italiane per poter essere in quella vece nelle nostre montagne un povero disertore perseguitato dai birri; ma un battaglione di croati pronti a tirarci addosso, se non si ubbidiva, ci fece tornar in corpo il coraggio. Camminavamo nel sangue, sopra i cadaveri; cápita una palla e mi porta via il braccio; ed era lì per terra che ancora giuocavaalla mora, quando un'altra con un fracasso d'inferno mi rovescia, e nello svenire ho sentito la voce di Vigi che bestemmiava. Quando tornai in me stesso, mi trovai sul carro, e al mio fianco stava il povero giovane, ma era già passato....

Mariuccia, come se quell'orribile narrazione l'avesse petrificata, cogli occhi sbarrati, colla bocca aperta, pallida ed immota continuava ancora ad ascoltare, e alla Lisa, che gemente in cuor suo d'esser ella stata la causa di quell'immenso accrescimento di dolore, s'affannava per condurla via, obbedì senza dir verbo come bambina smarrita. Fece la strada senza mai aprir bocca. Rientrata in casa, a guisa di macchina s'occupava delle consuete faccende, finchè venne la notte, e si ritirò nella sua camera. La Lisa in pena, e non sapendosi augurar niente di bene da quel tetro silenzio, stette un pezzo alla sua porta spiando con affettuosa sollecitudine: le parve che fosse quieta, e andò anch'ella a coricarsi. Non aveva appena chiusi gli occhi, quando un urlare prolungato e pieno d'angoscia le ruppe il sonno e la fece balzare spaventata dal letto; ned ella sola, tutta la famiglia fu desta, ed accorsero alla camera della Mariuccia d'onde partivano quelle mestissime strida. La trovarono in camicia: rannicchiata in un angolo, che miseramente si strappava i capegli, si torceva le dita; nè fu possibile raccapezzare una sola parola che palesasse l'accaduto. Era ghiaccia, batteva i denti con una specie di convulsione così terribile, che se anche avesse voluto, le impediva di parlare. S'accorsero che aveva la febbre, e sbigottiti andarono pel medico, mentre la Lisa s'ingegnò di farla tornare a letto; ma non v'era modo che potesse riscaldarsi. La buona fanciulla nel vederla in quello stato deplorabile lagrimava sommessa, e a forza di carezze procurava di ravviarle i crini scomposti. Quantunque priva di conoscenza, purpareva che per istinto ella sentisse l'affetto di quella mano pietosa, e s'andasse grado a grado quietando. Venne il medico. Fin da quando si manifestarono i primi sintomi della malattia, egli ne aveva fatto un cattivo pronostico; ora la trovava di molto aggravata, ma non capiva cotesta specie d'improvviso delirio. Nel partire, disse alla padrona di casa che c'era assai poca speranza, e che quando fosse tornata in sè stessa, sarebbe stato bene avvisarne il curato. Nell'indomani le condussero in camera il sacerdote, e fu una scena tremenda. Diede in ismanie feroci gridando: ch'ell'era dannata! ch'era inutile, che la non voleva confessarsi.... Indarno ei si fece a calmarla con tutti gli argomenti che suggerisce la religione. — Via! via!.... urlava l'infelice, a che mi venite adesso a parlare di Dio? Dio, io l'ho rinnegato il giorno che ascoltai voi, prete sacrilego, predicar dall'altare, che noi altri potevamo approfittarci della roba dei ribelli! Che l'incendio e il saccheggio erano giustizia!... Oh!... dir messa così, con l'odio nel cuore!... Innalzar l'Ostia consecrata e spalancar l'inferno ai vostri figliuoli!... Non mi toccate! Le vostre mani grondano sangue.... Egli è il sangue dei traditi che vi hanno creduto! Oh!... l'ultima sua parola è stata una bestemmia! È morto dannato.... Adesso brucia nel fuoco eterno! E venite a predicarmi la misericordia di Dio? Non v'è più misericordia.... Se anche ci fosse, io non la voglio!.... — E bestemmiava Dio e i Santi, e malediva l'ora del suo nascimento.... La padrona di casa scandolezzata fuggì turandosi le orecchie, gli altri scotevano la testa inorriditi; la sola Lisa era rimasta vicina all'amica e piangeva col viso nascosto nelle mani. Il sacerdote, bianco come un cadavere, si mise la stola, e con visibile turbamento andava cercando sul suo rituario una prece che valesse a calmare quell'orribile delirio. Ella, alzatasi a sedere sul letto, a momenti colle maniconvulse si strappava i capelli urlando da forsennata, a momenti quietandosi e declinata la faccia sul petto senza guardare a nessuno, mormorava seco stessa:

— Crudeli! Nessuno gli ha medicato la ferita.... nessuno gli ha detto una parola di conforto! L'hanno lasciato morire come un cane.... Ma io non l'abbandonerò, no! Gli ho data la mia fede, e sarò sua anche laggiù...! Questa notte è stato a chiamarmi. Oh com'era pallido! Sedeva lì su quella maladetta coltrice! e accennava le robe dell'Oliva; aveva una piaga orribile in mezzo al petto.... e' la dilaniava colle mani.... e mi ha gettato il suo sangue nel volto!

Il sacerdote aveva intanto intonato le litanie, e la sua voce monotona e quella dei circostanti che rispondevano in coro l'ora pro ea, coprivano quella di lei affievolita dalla lunga angoscia.

— Contro di me, Vigi? contro di me che ti ho tanto amato? Giorno e notte pensavo sempre a te!... Per esser tua un solo momento avrei dato la mia vita, l'anima mia! Oh! guarda come mi sono consumata.... Quel fiore che tu mi hai donato a Madonna di Strada, io l'ho ancora.... e se tu sapessi con che disperato affetto io me lo posavo ogni notte sul cuore!... Ti ho amato più di Dio.... più della giustizia! Sono stata colpevole per troppo amore! ma tu non devi rimproverarmelo, oh no! non tocca a te! gli è quel prete infame, che colle sue prediche ci ha traditi entrambi, ed ora che mi sono dannata per avergli creduto, ardisce venir qui ad insultarmi colle sue vane preghiere! Non vedete ch'egli è tutto macchiato di sangue? Oh! io ne sento l'intollerabile puzzo.... — Poi sopraggiunto un nuovo impeto di furore, si cacciò le mani nei capelli, e rovesciatili in sugli occhi strillava disperata: — Vi ho pur detto, ch'egli è inutile pregare! Sono dannata! e non v'ha più misericordia nè perdono. Uscite! — E v'erane' suoi gridi tale un accento, che li fece tutti ammutolire. Partirono, e più nessuno ardì entrare in quella camera, dove così evidentemente pareva che ci fosse la maledizione del cielo. Lisa sola non ebbe cuore di abbandonarla, e benchè afflitta oltre misura, continuava ancora con affettuosa sollecitudine a prestarle le sue cure. Talvolta l'ammalata, miseramente vaneggiando, la respingeva dicendole ogni sorta d'ingiurie; ma tal altra, vinta da quell'umile e sempre costante affetto, pareva tornare in sè stessa, e mansuefatta si gettava a piangere tra le sue braccia. In uno di questi lucidi momenti, mentre teneva la fronte su d'una spalla della Lisa, e questa con infinita compassione accarezzava quel povero corpo di già consunto su cui potevi dinumerare le ossa, — Sorella, le disse, pazienza per poco ancora, e poi avrò finito di tormentarti. Oh, se tu sapessi come io desidero di andar sotterra!... Ma prima tu devi farmi una grazia. Io avevo una cugina, continuò ella, l'unica parente che una volta mi volesse bene.... Orfana fin dai primi anni, e raccolta qui per carità da tua madre, tu sai, Lisa, ch'io non ho nessuno in questo mondo! — Poi dopo una breve pausa in cui entrambe singhiozzavano, ripiglia: — Un giorno ella venne a cercarmi.... Le avevano abbruciata la casa, ed ella colle sue creature, nell'ultima miseria, viveva elemosinando. Con lei, che quando campava s'era più volte ricordata di me, io fui crudele, Lisa! Quelle robe che sono là su quell'armadio erano sue: io le aveva comperate dagl'infami che hanno saccheggiato, e non volli tornargliele.... e la lasciai partire, senza curarmi della sua disperazione. Ora Dio mi ha punita! Mi figurava che quella dovess'essere la mia coltrice nuziale.... invece, egli è morto! e io lo raggiugnerò tra poco. Ma prima di andare all'eternità, vorrei rivedere l'Oliva! restituirle le sue robe! e implorare che la mi perdonasse.... — Lisale promise di far subito cercar della donna. A Jalmicco ebbero notizia del dove si trovava. La informarono, ed ella, consigliata dalla buona fraile, diede ad allattare il bambino, e venne al letto della morente. Subito che la vide, — Ed è pur vero, disse, che sei venuta, Oliva? Ah, ch'io temeva che tu non volessi più saperne di me, e di dover morire senza poterti dimandar perdono!... — E in atto supplichevole le tese incontro le braccia ischeletrite. Oliva commossa non poteva parlare, e guardava quella faccia pallida che non era più riconoscibile, quelle forme consunte, quelle mani color di cenere, e la trovava tanto malata da parer appena l'ombra di quel che era nel passato. Ella parve se accorgesse, poichè ripigliò:

— Che differenza, Oliva, di quando ci siamo vedute l'ultima volta! Io era bella allora! ma rea dentro nell'anima, non ascoltai nè le tue ragioni, nè le tue lacrime.... Oh, ma il Signore ti ha vendicata! Da quel momento, quante disgrazie sono piombate sul mio povero capo! Egli ha fatto giustizia fra noi due.... Adesso eccomi ridotta in fin di morte. Da questo letto io non mi alzerò più.... Oh dammi un abbraccio e dimmi che mi hai perdonato!

— Possa così Iddio perdonarci ad entrambe! disse l'Oliva; e la strinse al seno con tutta l'espansione dell'affetto. Ma la Mariuccia turbata mormorò tristamente:

— Oh, non parlarmi di Dio! La mia sorte è fissata.... io non posso più sperare nella misericordia di Dio....

— Che dici mai, sorella mia? Oh! anzi noi vogliamo pregarlo insieme. Possibile ch'ei non ti ascolti e non ti ridoni la perduta salute? Chi più di me tribolata, quando fuggita dal villaggio in fiamme, mi strascinava pei campi colle mie povere creature, vicina al parto, priva di tutto.... e venivano a dirmi che il mio marito l'avevano fucilato?Stetti tre giorni in quell'orribile angoscia, e fui lì lì per impazzare; peraltro non disperai; anzi inginocchiata per terra invocava l'aiuto della Madonna, e con tutta la forza della mia anima pregava Dio che non fosse vero. Ed egli, Mariuccia, mi esaudì; e mio marito era vivo: nè solo questo, ma Iddio mi diede anche coraggio a durare tutti i dolori di quella misera vita: e poi, quando gli parve ch'i' avessi patito abbastanza, non ha egli mandato sulla terra per consolarmi un angelo celeste sotto le forme di una bella signora che venne a trovarmi sul fenile, dove abbandonata da tutti io giaceva da parte, e tenne a battesimo la mia creaturina, e raccolse me, i miei figlioletti, mio marito, e ci diede da vivere e da lavorare di modo che adesso siamo più felici di prima? Oh, non manca, no, la Providenza a chi la invoca di cuore! Senti, diss'ella dopo un momento di pausa in cui pareva che seco stessa andasse ruminando qualche progetto, finchè tu duri malata, io starò qui con te! Mariuccia per riconoscenza si portò alle labbra la mano di lei, che teneva tuttavia fra le sue. — Ma noi vogliamo fare insieme un voto. Ogni giorno, inginocchiata qui presso al tuo letto, io reciterò una parte di rosario; tu l'accompagnerai col pensiero, col cuore, insomma così come puoi, perchè non devi affaticarti, e se il Signore ci esaudisce, quando sarai guarita, noi anderemo insieme a Udine alla Madonna delle Grazie, a far le nostre divozioni, e dinanzi all'immagine discoperta ascolteremo una Santa Messa in ringraziamento. La malata sorrise, ma con tanta amarezza, che ben si pareva come nel suo cuore non vi fosse più altra speranza che quella di morire.

— Dunque prometti?

— No! — diss'ella.

— Ma perchè, buon Dio?

— Perchè io non guarirò!

— Oh, per cotesto poi sarà quello che piace al Signore!

— Ma io non desidero di guarire.... Da gran tempo io non viveva che per lui! Ora egli è morto.... Se tu non avessi nè figlioletti, nè marito, nè nessuno che ti amasse!... oh! allora a che vorresti rimanere in questo mondo?

— A piangere, a pregare per essi! Promettiamo, Mariuccia. Se il Signore vorrà chiamarti a sè, io anderò io stessa a Madonna di Grazia. Anzi ci anderò ogni anno a far celebrare una Messa per l'anima tua e per quella di lui, finchè saremo tutti riuniti in paradiso.

— Inutile! diss'ella; e cominciava a turbarsi e guardare stralunata.

— Oh, non dir così! Una volta tu mi volevi bene.... Su via, quietati per amor mio! Ma la fanciulla non l'ascoltava, e agitata da un terribile pensiero si torceva le dita gridando:

— Oh la guerra maladetta!.... Me l'hanno adescato con infami promesse.... ed egli, Oliva, egli che non ha mai torto un capello a nessuno, che non sapeva uccidere una mosca! egli è corso a scannare i fratelli come si corre ad un festino!.... L'avevano talmente imbriacato, che quando partì, potè lasciarmi senza piangere.... Doveva essere l'ultimo addio, e non ci siamo nemmanco abbracciati! È morto, Oliva, col peccato nel cuore! e Dio l'ha permesso perchè io fui crudele con te.... Gli è per colpa mia ch'egli arde adesso nell'inferno.

— Mariuccia! Possibile che tu possa proferire di simili bestemmie? Oh! non sai tu che la misericordia del Signore è infinita! Io non so parlare, vedi, perchè sono una povera donna; ma se fosse qui il nostro buon parroco di Jalmicco, egli sì, saprebbe insegnarti come a noi non tocca entrare negl'imperscrutabili giudizi di Dio....

— Oh ti prego! lascia stare i preti. Gli è per colpa delle loro prediche ch'io sono diventata cattiva!

— Può essere, replicò allora l'Oliva, che qualcuno de' vostri preti traviato dalla passione vi abbia detto una parola di sangue; ma non sono poi mica tutti compagni! Oh se tu conoscessi quello che io ti nominava! Se tu conoscessi quello che io ti nominava! Se tu avessi veduto la carità infinita con cui egli ci assisteva nel terribile nostro infortunio! La sua canonica era abbruciata, ridotto povero e nudo come noi, e nondimeno sempre con noi a dirci parole di conforto, a soccorrere come poteva i malati, a placare l'odio nei nostri cuori! — E le raccontava, ora le sue parole al letto di un moribondo, ora le preghiere ch'egli innalzava pe' suoi desolati parrocchiani nella chiesa guasta dalle fiamme, ora diversi tratti di quel cuore tutto viscere di misericordia per essi, e spesso tornava in cotesto argomento, e tante gliene disse, che finalmente un giorno l'ammalata mostrò desiderio di vederlo. L'Oliva corse subito in traccia di lui, ed egli nella sua evangelica carità venne a consolare gli ultimi momenti della tribolata. Le disse parole di pace e di perdono quali ella non aveva mai più sentite. La sua vita di sacrificio e l'intemerata sua fama accresceva autorità al suo santo ministero. Ascoltò con pazienza tutti i dubbi che travagliavano la poveretta; lasciò che tutta gli narrasse la storia del suo infelice amore; e quando con molte lagrime confessò il suo peccato e la disperazione in cui era caduta, — Figliuola, le disse, la misericordia di Dio non ha confini, e le sue vie, alle nostre menti ristrette, sono spesso impenetrabile mistero. Fra questi stessi uomini di sangue che sono venuti nel nostro paese a spargere la desolazione e la rovina, io ho veduto più d'uno che piangeva il misfatto de' suoi feroci fratelli. Ho veduto un croato inginocchiarsi dinanzi alle nostre immagini mutilate, accarezzare le ossa dei morti che i suoi per insulto avevano cavate dai sepolcri, picchiarsi ilpetto e deporre sul nostro altare il suo obolo! Quella lacrima e quell'obolo certo Iddio non li avrà lasciati ire perduti; forse ch'essi avranno impetrato al meschino un lampo di luce che lo ravveda ne' suoi ultimi momenti, forse che saranno seme destinato a redimere, quando che sia, quella povera nazione abbrutita, che ora si fa strumento di chi opprime! O sorella, Dio conta tutti gli aneliti del nostro cuore, e se qualche volta ha battuto a bene, credi pure ch'egli saprà largamente ricompensarci! La gioventù dell'uomo che amasti fu pura.... Oh non gli sarà, no, mancato nel suo morire un buon pensiero! Guai a te! se ti fossi ostinata contro questo Padre di misericordia, che ti chiama fra le sue braccia, e dove forse rivedrai colui che quaggiù sulla terra ti aveva data la sua fede! Che sarebbe di te, se accecata da troppo mondano amore, ti fossi trovata perduta per sempre, e per sempre divisa dall'amante che Iddio ti aveva pure conceduto? — Ella pianse pentita, e risovvenendosi delle sue smanie passate, prima di ricevere il Viatico mostrò desiderio di chiedere perdono a tutti quelli che aveva scandolezzati. Ma egli nello stato di estrema debolezza in cui la vedeva, temendo che la troppa commozione potesse riuscirle fatale, non glielo permise, ed assunse invece di adempier egli per lei a cotesto atto di cristiana pietà. Sul fare dell'alba le portarono il Signore. Nella camera erano la Lisa e l'Oliva; la padrona di casa non aveva osato entrare per paura di disturbarla, e piangeva inginocchiata sulla porta. La febbre aveva ripigliato con furia: quella faccia così colorita dall'accesso era pur gentile! pareva che nelle sue ultime ore ell'avesse voluto infiorarsi ancora una volta di tutta la sua passata bellezza, e gli occhi le risplendevano, come la favilla che prima di estinguersi manda più viva la luce. Dopo ricevuta l'estrema unzione il male peggiorò di modo che amomenti la levava di sè, e allora tornava col pensiero al suo fidanzato e gli parlava come se fosse stato presente.

— Non andar in collera, Vigi! Vengo subito, Vigi.... Vedi, sono già vestita. Ah poveretta me! mi dimenticava di puntarmi nelle trecce quel garofano che mi hai donato a Madonna di Strada. Guarda com'è bello! Pare spiccato adesso.... L'ho fatto rivivere io a forza di lacrime.... Che specchio è codesto? Non ci si vede lume.... Aiutami, Lisa. — E colla mano pallida si cercava tra i capelli. — Adesso son pronta, andiamo! Ma dov'è tua madre? Non voglio mica partire senza salutarla. Madre!... O madre!.... perchè non vieni a darmi la tua benedizione prima che vada all'altare? Io era poverina e nuda e abbandonata da tutti, ed ella mi ha raccolta; mi ha insegnato a guadagnarmi il pane.... Se Vigi oggi mi sposa, è in grazia di lei. Oh voglio vederla! Tutti mi han perdonato, perfin l'Oliva. Oh, anch'ella deve perdonarmi! Mi sono confessata.... Ho tornato a pregare il Signore.... Era tanto tempo che non osava entrare in chiesa!.... Anche Vigi si è pentito! me l'ha detto questo santo sacerdote.... e gli anelli, non sono roba saccheggiata.... li devono benedire sull'altare! Quando li avrò in dito mi staranno pur bene, Lisa!.... Ah! la testa mi gira... non reggo più!.... Ma perchè tutte quelle candele accese? E una croce nera?.... Questo corteo non è da nozze.... Or via, non pregate in tuono così lugubre! —

Alla raccomandazione dell'anima parve ritornasse in sè, perchè volle baciare il Crocifisso, e disse alla Lisa:

— Prega per me che già sono moribonda! — Poi vedendo l'Oliva che piangeva, scosse la testa e, — Non piangere! disse, che oramai cotesto è il meglio per me. Finisco di patire! e di lì a poco stendendole una mano, — Quando sarò sotterra, ti ricorderai qualche volta di me, non è vero, Oliva? Ma.... senza rancore!.... — Olivaaccorata si chinò sovr'essa e non osava stringerla al seno di paura che le restasse fra le braccia. Il sacerdote vide l'effetto di quelle povere due anime purificate dal dolore, e ripensando agli odj passati si commosse. — Grazie a te, buon Dio, diss'egli, che nella tua misericordia ti compiaci a confondere l'opera crudele dei nostri nemici! Hanno seminato il sangue e la vendetta, hanno diviso i fratelli! ma ecco che i cuori ritornano. Oh sì, figliuole! i nostri cuori sono fatti per amarci, per perdonarci. In questo solenne momento consecrato dalla morte, noi vogliamo pregare insieme per il nostro povero paese! Oh sì!.... l'una nelle braccia dell'altra pregate perchè cessino una volta le ire funeste che lo hanno così miserabilmente lacerato, pregate perchè i fratelli si ricordino dei fratelli, e se abbiamo comune la lingua e la patria, ci conceda anche il Signore di riabbracciarci tutti in un solo pensiero di unione e di amore! Offeriamo a lui le nostre lacrime perchè lavino i tanti peccati che ne' due ultimi anni han contaminato questo lembo di terra italiana! Ecco un'anima che già sta per entrare nella luce eterna. I dubbi di questa terribile ora, le pene dell'agonia, il sacrifizio della giovine vita, sieno un'ostia di espiazione e di pace! Raccogli, o sorella, tutte le tue forze, e nel bacio del tuo Dio crocefisso sollevati alla sublime carità di quest'ultima preghiera! — Ella congiunse le mani, stette un istante pregando con grande affetto, poi mosse le labbra a baciare il Crocefisso offertole dal sacerdote, e pronunziando queste parole: — Pace!.... Perdono!.... Ci riunisca tutti il Signore! — a guisa di persona stanca depose il capo sul guanciale; ed era passata.

L'Oliva dopo che ebbe assistito ai funerali della sua povera cugina tornava a casa col cuore saturato di lacrime, impaziente di abbracciare il marito e' figlioletti, di rivedere la buona fraile; e adesso che aveva tanto patito, ella sentiva come bisogno di confortarsi un poco nel loro affetto. Quando fu vicina al villaggio, vide nella casa del barone chiuse le finestre dell'appartamento della fraile. Un sinistro presentimento le fece tremar l'anima. Fosse ammalata?.... E prima della propria famiglia corse a vedere di lei. In cortile i cavalli attaccati, e sulla porta del salotto il barone afflitto in vista e così stralunato ch'ella non ardì abbordarlo, tanto più che quella fisonomia rimastale sinistramente impressa nella sera di N.... le aveva sempre inspirato una specie di ritrosía: tutta la servitù mostravasi mesta, come se fosse accaduta in casa qualche grande disgrazia. In cucina trovò la Menica che piangeva.

— Per carità, Menica, che cosa è avvenuto? dov'è la fraile?

— Oh, non la rivedremo mai più! disse la gastalda accorata. Io credeva che fosse andata a Gorizia.... Il padrone è venuto, e la lettera ch'ella ci ha lasciato per lui, palesa che ci ha abbandonati per sempre e che si è ritirata in un convento.

A questa notizia l'Oliva fu percossa come da un fulmine, e non sapeva rinvenire la parola. — Ah ch'io doveva prevederlo! continuò la Menica afflittissima. Quando mi disse addio, ella pianse tanto!.... e poi quel raccomandarmi di salutare i suoi amici.... quel ricordarsi di ognuno.... Quell'anima santa ha voluto fin nell'ultimomomento far del bene a tutti quelli che conosceva; e anche di te, Oliva, si è ricordata; anche del tuo ultimo bambino.... — E la condusse disopra per consegnarle i doni che le aveva destinati e per ripeterle le ultime parole di affetto con cui si era divisa da quelle persone e da quei luoghi che aveva tanto amato.

La lettera ch'ella aveva lasciata allo zio diceva così:

«Mio buon Padre!

»Permettete che nel dividermi per sempre da voi, io faccia ancora uso di questo nome benedetto che mi concesse la vostra tenerezza. È l'orfana che voi avete raccolta, la creatura che vi piacque ricolmare dei vostri benefizj, la figliuola del vostro amore, la vostra Cati, o mio buon padre, che ora viene a darvi il suo ultimo addio! Indarno ho cercato dissimulare a me stessa la ferita crudele che questa lettera recherà al vostro cuore amoroso. Oh tutti i miei giorni dovevano esservi consacrati! e io avrei voluto domare il dolore che mi distrugge, perchè l'aspetto della mia felicità compensasse in qualche maniera il tanto bene che voi mi avete fatto. Ma un destino, contro al quale oramai io più non valgo a lottare, mi comanda di ritirarmi nel santuario del Signore a pregare e a piangere per il mio povero paese. — Mi sta dinanzi la vostra santa immagine paterna, e intendo di parlarvi senza velo, anzi di aprirvi tutto il mio cuore, come se fossi inginocchiata a' vostri piedi e voi mi deste la vostra ultima benedizione.

»Nata di sangue italiano, nulla ha potuto cancellare l'affetto grande che mi legava alla mia terra, qualunque si fossero i suoi destini. Lontana, unica consolazione della mia vita erano le sue memorie; tornata, non vissi che delle sue speranze. Se Iddio le avesse benedette, e la mia nazione fosse adesso libera ed indipendente, forse io avrei potuto accettare lo sposo, che credendo di farmifelice voi mi avevate destinato. Tra i figli di due paesi egualmente liberi, egualmente potenti, bella l'unione del sangue! Ella è preludio di quella santa alleanza, che nel cospetto di Dio stringerà un giorno come altrettante sorelle tutte le nazioni della terra. Ma finchè v'è chi abusa della forza e chi patisce, cotesta fraterna eguaglianza non esiste, e tra gli oppressi e gli oppressori sorge un muro di separazione che non si può varcare senza delitto. Le ultime terribili vicende mi hanno insegnato che io appartengo alla stirpe dei conculcati, ed ho veduto nelle file dei nostri padroni l'uomo che mi sceglieva a compagna della sua vita.... La mano ch'egli mi offeriva era bagnata nel sangue dei miei.... l'alloro della sua fronte grondava delle nostre lacrime!.... Da quel momento un profondo orrore s'impadronì della mia anima, e abborrii da una unione, il cui solo progetto mi parve imperdonabile. Voi rispettaste il mio dolore, nè più mi parlaste di quelle nozze di peccato. Fu delicatezza di cui vi sarò grata in eterno: nè mai dimenticherò le cure amorose di cui mi circondaste, quando afflitta dalle tante sciagure che desolavano il mio paese io caddi ammalata; nè la vostra generosa pietà che mi permise di rifugiarmi in questa tranquilla solitudine, lungi dalla gioia oscena di chi poteva godere dell'esterminio dei propri fratelli!

»E la pace dei campi e i semplici costumi e l'amore di questa buona gente nel ridonarmi la salute mi avrebbero anche riconciliata col mondo, se il mondo potesse avere qualche attrattiva per l'anima che ha veduto svanire l'unica speranza che ancora l'attaccava alla vita! Vi confesso: al rompersi della lotta io mi era guardata intorno e aveva veduto i miei fratelli in quelli che pativano. Sentii simpatia, non pei favoriti dalla cieca fortuna, ma per l'imprescrittibile diritto di un popolo calpestato;non pe' vittoriosi, ma pei vinti! e amai la misera donna che vi chiedeva l'elemosina in nome dell'incendio, i feriti strascinati a Gorizia in mezzo agl'insulti, il prigioniero che aveva combattuto per la sacrosanta causa della Italia! Allora la mia vita si legò alla sorte della mia povera patria, e sperai che tante lacrime e tanto sangue non fossero indarno versati.

»A Dio non piacque ch'io vedessi il suo giorno. — Forse non è ancora colma la tremenda misura dei patimenti che ce lo devono meritare, e ad affrettarlo egli mi comanda di offrirgli in ostia di propiziazione questa povera mia vita. Sia fatta la sua santa volontà! Chino la testa rassegnata, e dico per sempre addio a voi, mio buon padre, ai luoghi che mi videro nascere, a' miei cari poverelli che metto nelle vostre mani.... a tuttociò che amai quaggiù sulla terra! Fra pochi giorni, recise le chiome e indossato l'abito di penitenza, io avrò pronunziato il voto solenne che mi dividerà dal mondo. Allora sarà come se più non esistessi.... Se qualche volta vi ricorderete di me, oh sia, non per maledirmi, ma per compiangere al mio destino e per perdonare alla mia memoria.

Cati.»


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