XI.REGINETTA.
Fra le quaranta giovinette che si educavano nel collegio di S*** nella città di V*** era una fanciullina di circa nove anni, una cara bamboletta che si distingueva per la sua fisonomia di angelo, e per la dolcezza e delicatezza del suo carattere. Erano due anni che i suoi genitori l'avevano affidata alle cure di quelle buone madri, e già tutte l'amavano, e le sue compagne non sapevano guardare con invidia la predilezione con cui veniva trattata; tanto i suoi modi erano carezzevoli ed affettuosi. Docile, compiacente, pareva un agnellino a cui non si può usare senza rimorso una malagrazia. Il cielo non le aveva a dir vero largito nè grandi bellezze nè talento distinto. Delle quattordici fanciulline sue coetanee ell'era quasi sempre l'ultima ad apprendere le lezioni, e le sue picciole manine dilicate e bianche come una goccia di latte non segnavano i meglio punti, nè sapevano agucchiare disinvolte la più bella calzetta; suppliva peraltro la sua buona volontà, che ella con tutta attenzione ascoltava gl'insegnamenti; e quando in coro pregavano unite dinanzi alla Vergine, Reginetta colla sua bionda testina inchinata sul petto tutta candida e pura, stava con tanta divozione, che l'avresti presa per un vero angioletto. Nelle ore di ricreazione, invece di prender parte ai giuochi ed all'allegria chiassona delle sue vispe compagne, la povera fanciullina eraspesso obbligata a terminare il compito della mattina, od a studiare la lezione, chè la sua memoria indocile abbisognava d'un più lungo tempo, che non era d'uopo alle altre. Suor Serafina, la maestra della classe, compassionava alla poveretta, e per non costringerla a rinunciare ai giuochi della sua età era più mite del solito, e spesso a lei perdonava i punti a sghimbescio. Ma contuttociò la fanciulla, o che sentisse vergogna del suo poco profitto, o che la vita del chiostro non le si confacesse, era quasi sempre malinconica, e bisognava un comando per farla partecipare ai divertimenti ed alle corse tanto care alle ragazzine della sua età.
Avvenne, che una signora amica di quelle madri e lor benefattrice, che spesso visitava l'educande, avesse notato l'aria di mestizia che sempre regnava sul volto della piccola Reginetta. E un giorno chiamatala in disparte: — Reginetta mia, le disse, perchè sei tu sempre così mesta? La maestra e un'altra monaca incalzavano la dimanda, finchè la fanciulla ruppe in uno scoppio di pianto. Allora la buona signora dimandò che gliela lasciassero sola, e presala tra le sue braccia a forza di carezze e di baci la incoraggiva ad aprirle il suo cuore.
— Sei tu malcontenta di Suor Serafina?...
— Oh no! diss'ella; anzi io l'amo, ed ella è buona.... mi vuol bene anche troppo!
— Dunque qualcuna delle tue compagne?...
— No, signora.
— Ora capisco. Non ti piace il convento. Due grosse lagrime caddero allora dagli occhi della piccola.
— Dimmi, Reginetta, vorresti uscirne?
— Ma io non posso lagnarmi di niente, diss'ella, mi trattano bene.... Gli è solo che dopo che sono qui non ho ancora mai veduto a levarsi il sole. Le mura che mi circondano sono alte alte, e quand'era con la mia buonamamma, ogni mattina facevamo una grande passeggiata sul fare del giorno, e ci sedevamo sulla collinetta in fondo al parco sotto gl'ippocastani, ed ella mi prendeva sulle sue ginocchia, e mi dava tanti e tanti baci. O mamma mia!... Ora la vedo così di rado.... e il pappà, mai. E piangeva nascondendo il volto in seno alla signora di C***. Quest'ultima parola e l'espressione con cui venne proferita rivelarono alla signora di C*** come la fanciullina sapeva delle vicende de' suoi genitori più di quanto comportasse la sua età; e guardandola con occhio di compassione, ed accarezzandole con ambe le mani i suoi lunghi capegli biondi che ella aveva bagnati di pianto, non ardì aggiugnere più sillaba, ma d'allora in poi la prese sotto la sua protezione speciale, e spesso veniva a vederla, e procurava di tenerle vece di madre.
Benchè Reginetta avesse vivi e giovani entrambi i genitori, un disgraziato accidente l'aveva resa quasi orfana. La sua mamma correva per una delle più belle ed amabili signore della città di V***. Un'educazione peregrina l'aveva adorna di tutte quelle brillanti qualità che fanno della donna un fiore olezzante di profumo, ma che non bastano a garantirla dall'abito maligno del mondo.
Ricca e bella, ella fu per tempo ricercata in isposa dai più agiati fra i giovani suoi coetanei. Per un raro capriccio della sorte l'eletto dai suoi parenti lo fu anche dal suo cuore. Il conte di B***, unico rampollo di cospicua famiglia, univa tutte quelle prerogative che ponno allettare il cuore e l'amor proprio d'una donna. Si videro, si piacquero, nessuno ostacolo alla loro unione; anzi pareva che il cielo li avesse creati l'uno per l'altro, e il matrimonio fortunatissimo fu celebrato fra gli applausi e la contentezza universale. In capo all'anno una bambina veniva a compiere la loro felicità, e la madre beata allattò col proprio seno la sua Reginetta, ch'era nata nell'amoree la di cui indole affettuosa non doveva poi mai smentirne l'amore. Passarono così alcuni anni, certamente i più belli della loro vita, perchè ogni giorno s'accresceva l'affetto vicendevole che si portavano, e perchè le loro speranze concentrate in un oggetto ad entrambi immensamente caro rendeva loro un paradiso l'adempiere ai doveri domestici. Pareva che la fortuna si fosse dimenticata de' suoi triboli per versare sul loro capo soltanto le rose. Quando si ama e si è amati, la famiglia è un tesoro inesauribile di piaceri; piaceri semplici e modesti, ma che vincono quanto di più brillante può offrirci la società. In quei piccoli sacrifizi fatti all'amore, in quelle attenzioni dilicate, in quelle affettuose prevenienze v'è tanto di bene, che il mondo non ha gioie che reggano al confronto. Un'acconciatura graziosa, un abbigliamento leggiadro, che ti dia vanto di buon gusto, sentirsi bella ad una veglia o ad un ballo, sono piaceri così vivi a cui sorride sempre il cuore d'una donna; ma ch'è mai cotesto trionfo della vanità paragonato alla delizia d'una madre, che sente per la prima volta balbettare dalla sua creaturina la preghiera ch'ella le ha insegnato?... La contessa di B*** aveva l'anima capace di gustare coteste gioie, e benchè la sua fortunata posizione e le sue brillanti qualità la rendessero desiderata a tutti i convegni, e fosse per così dire uno de' fiori più eletti che ne profumavano l'allegria, pure ella preferiva la compagnia della sua figlietta, e i mesi che insieme col suo marito passava in campagna erano i più belli del suo anno. Là dedicavasi tutta alle cure domestiche, e l'occhio del suo sposo riconoscente le era ricompensa, e le valeva più che tutti gli sguardi d'ammirazione che il suo bel volto e gli avvenenti suoi modi le potevano attirare nella pompa del suo palchetto da teatro. Talvolta la sera prima di coricarsi visitavano entrambi la cuna della loro bambina,e lì fermi stavano a contemplarla addormentata fra le coltrici leggiadre che la contessa aveva di sua mano ricamate. Tal altra godevano a sentirle balbettare i dolci nomi di Babbo e di Mamma, e ogni giorno v'era qualche nuova grazia che sotto a' loro occhi si dispiegava. Amava la contessa i fiori, ed il marito le preparava ogni anno nel giardino la grata sorpresa di qualche pianta novella, e il dì che fioriva era una festa; ella se ne adornava il seno e i capelli, inghirlandava la sua piccola Reginetta; nè mai dimenticava di comporre per l'ora del pranzo un leggiadro mazzolino dove il fiore recentemente regalato teneva il primo posto. Qualche volta si compiaceva a ritrarlo in colori, e poi colla seta e colle lane ne componeva de' graziosi ricami che avevano sempre per ricompensa qualche dilicata attenzione dello sposo e ne facevano più vivo l'amore. Erano felici: e questa felicità fu rotta, e bevettero entrambi nell'amara coppa della sciagura.
Di lì a qualche anno quella deliziosa villeggiatura era quasi abbandonata da' suoi padroni. La signora più non compariva. Aveva scelto invece una sua villetta che formava parte della sua dote, amena per la posizione, ma dove non v'era nè il casino, nè l'agiatezza, nè le comodità della prima, e dove il piccolo giardinetto pareva appena un'ombra di quel ch'ella aveva lasciato, e che ogni anno trovava arricchito dalle piante novelle che il suo sposo per lei vi faceva trapiantare. La signora non si degnava neanche guardarlo, e se le portavano i fiori raccolti, li lasciava trascurati, come se più non ne amasse la fragranza. Invece divertivasi a far lunghe passeggiate, alle quali voleva compagna la sua piccola Reginetta. Ma presto annoiavasi di quella solitudine. Il marito non veniva mai a trovarla: ai buoni villici che ne chiedevano, ell'era obbligata a dar per tutta risposta che affaripressanti lo trattenevano nell'altra villeggiatura. Ma era pretesto evidente, perchè molti avevano notato che egli alcuna volta in compagnia d'amici era passato per quel villaggio colla sua brisca da caccia e coi cani, nè aveva tampoco dimandato di lei, come se non esistesse. In città vivevano nella stessa casa, ma separati d'appartamento, e il più delle volte, quand'ella vi soggiornava, egli invece trattenevasi in campagna, o faceva qualche viaggetto fuori di paese, sempre solo, o in altra compagnia, non mai con quella della moglie. Alle feste, ai teatri, ai convegni di piacere ella compariva, ma non più al fianco dello sposo; prendeva parte alle danze più facilmente che per lo innanzi; il suo abbigliamento era divenuto più ricercato; ella era cresciuta in bellezza, il suo spirito s'era fatto più disinvolto, le sue labbra sorridevano quasi sempre, anzi pareva che non sapessero più se non sorridere a tutti e di tutto; pure ad un fino osservatore non sarebbe isfuggito, che quel sorriso copriva alcun che di bene amaro, e ch'egli era come una spece di arma con cui ella procurava schermirsi dalle indagini degli occhi altrui e dalla maldicenza che le rombava d'intorno. Unico bene per lei era l'occuparsi della sua Reginetta. Le era continuamente d'intorno con un affetto sempre crescente. Ma quando le aveva fatto imparare la sua lezione, o insegnato a piegar l'orlo del grembialino, o ad agucchiare i primi punti dalla calzetta, quando l'aveva seduta al piano ed era giunta a guidar quelle piccole manine dietro le variazioni diHerz, mancavale il più grande dei compensi, il sorriso d'approvazione del suo sposo, e senza ch'ella osasse confessarlo neanco a sè stessa, questa mancanza le volgeva in amaro tutta la sua gioia. Che mai le valeva lo star lì seduta al telaio un'intera settimana per ricamarle un abitino, se poi l'era tolto il vestirla per gli occhi di lui? Era ben magro compensol'ammirazione di gente straniera, se i due soli occhi che avrebbero potuto guardare a Reginetta con affetto pari al suo, si volgevano altrove e non curavano al finissimo lavorio e al buon gusto di cui ella aveva saputo adornarla! Quest'era dolore ch'ella indarno cercava attutire col darsi a tutti i divertimenti che la sua agiata condizione e la sua rara bellezza le offerivano. Rideva, danzava, folleggiava; ma come se in un piede ti si figge una spina, col correre te la cacci sempre più nel vivo, così ella con tal vita dissipata, lungi dallo strappar quella che le si era fitta nel cuore, più e più la se l'internava. Intanto la fanciulla toccava i sett'anni.
Una mattina ell'era nella sua camera intenta a farne il ritratto. L'aveva vestita di bianco, e cintala di una fascia rosata e scioltole i crini, mentre la si trastullava con alcuni balocchi, ella si compiaceva a fissarne sulla tela l'ingenuo sorriso. Picchiano, e la cameriera le annunzia una visita del marito.
Altre volte ei sarebbe entrato senza farsi annunziare, e qual gioia per lei il corrergli incontro e mostrargli quel lavoro! Invece ora, pallida come la morte, ella potè appena balbettare una mezza parola, e compiere colla mano tremante l'atto di semplice civiltà con cui lo invitava ad assidersi. Egli finse di non accorgersi nè del turbamento nè della sedia additata; ma in aspetto assai severo disse, che veniva per un affare d'importanza. Posato il pennello, ella ascoltava.
— La mia figlia, continuò egli, ha compíto sett'anni. Come padre, io deggio pensare alla sua educazione; trovo conveniente il collocarla nel collegio di S*** e vengo ad avvertirvi, o madama, perchè mi venga consegnata.
Un fulmine a queste parole colpì la misera madre. Nella faccia severa di lui, ella vide la legge che inesorabile strappavale dalle braccia il suo unico tesoro, e impossentea difendersi perdette i sentimenti. Quando tornava in sè, trovavasi nel suo letto attorniata dalle ancelle piangenti, che non sapevano darle la trista notizia che la sua Regina era già ita in convento.
Il conte, adempito a quest'atto ch'ei credeva necessario al futuro ben essere della figlia, partì per la campagna senz'altro curarsi di lei che lasciava ammalata di crepacuore. Ma anche per lui quell'amena villeggiatura aveva perduto ogni attrattiva. Parevagli d'essere affatto solo, si annoiava mortalmente, e ancora fiorente d'anni sentivasi come invecchiato. Risolse di fare un lungo viaggio, e credeva di rinnovarsi il cuore col vedere cose nuove. Ma ritornò come era partito, e una sola speranza gli rallegrava la vita: quella di Reginetta reduce dal collegio e capace di supplire al vuoto che lo circondava. L'evento deluse peraltro i suoi progetti. La fanciulla delicata di complessione, avvezza ad essere tenuta con tutte quelle cure che il solo affetto materno sa immaginare, tolta all'amore de' suoi genitori, mal sapevasi adattare alla vita metodica e piuttosto severa d'un monastero. Chiudeva il suo dolore in sè, e ciò nocque alla sua salute. Crebbe debolina e triste. Sugli anni più ridenti pareva già stanca della vita. Indarno le monache procuravano tutti i mezzi per allontanare la malattia da cui era minacciata. Ci voleva un'aria più libera e più vivo affetto di quello ch'esse potevano nutrire nei loro vergini cuori consegrati al Signore. La fanciulla fu in breve ridotta a guardar il letto. Accorse la madre alla trista notizia. Dopochè gliela avevano tolta, solo poche volte era stata a ritrovarla, che quel salutarsi divise dalla grata del parlatorio, quel non poter dirsi una parola senza testimoni, era pena ad entrambe, e piangevano, e dal rivedersi non ritraevano altro che più amaro dolore. Ora le fu permesso di entrare e salire alla piccola cameretta dell'infermeria,dove avevano già trasportato l'ammalata. Nell'accompagnarla lungo i corridori e il dormitorio, la Badessa cercava di prepararla con dolci parole al dolore che l'attendeva; ma la misera madre, come se avesse avuto l'ali volava impaziente ad abbracciare la sua creatura; ed era in tale agitazione, che la vecchia credette bene di pregarla a tranquillarsi un poco prima d'entrare in camera. Sedettero in un andito dell'infermeria e passarono alcuni minuti in silenzio. La contessa cercava a tutta forza di reprimere l'affanno che la crucciava, inghiottiva le lagrime, e rimandava nelle viscere il singulto che suo malgrado l'esciva del petto gonfio di dolore. La vecchia stava contemplandola e si sentiva forzata alla compassione. Nate nobili entrambe e ricche, avevano scelta assai diversa la via. L'una dall'età più fresca aveva rinunziato agli agi ed alle dolcezze della vita: aveva chiuse le carni dilicate in una tonaca di ruvida lana; erano anni ed anni che una corda teneva per lei le veci della gentile cinturetta di raso che stringeva all'altra la disinvolta persona; il suo cuore, custodito sempre puro e penitente, le dava come diritto di giudicare con tutta severità quella giovane profumata ed elegante che le stava dinanzi, a cui il mondo dava il titolo di bella, e ne lacerava la fama. Quand'ella scese a riceverla sulla porta del convento e l'introdusse, parevale che l'aria sacra dei claustri affidati alla sua custodia restasse contaminata dalla presenza di quella donna molle e tutta mondana, e camminando al suo fianco non amava che la negra sua tunica fosse tocca dalle vesti di lei. Ma ora le lacrime della madre avevano distrutta l'antipatia: trovavasi come chi legge un libro di autore conosciuto, e alle cui opinioni non può consentire, e che nondimeno piange perchè chi scrisse piangeva. E pentivasi d'essere stata troppo ligia alle raccomandazioni del conte, e sentiva rimorso di non averprima consolata quella povera creatura col chiamarla ad abbracciare la figlia già morente e forse irreparabilmente perduta. Entrarono nella cameretta dell'infermeria. Le impòste socchiuse e le cortine disciolte non permisero alla contessa, che veniva in quel buio per il sole d'una bella giornata, di tosto raffigurare la fanciulla. Ma ben questa al subito aspetto della madre gridò commossa: — O mamma mia! e fuori della coltrice tendeva le braccia consunte ed anelanti all'amplesso materno. Dietro la voce si appressò tentoni al letto e colle pupille intente cercava nelle tenebre il volto della figlia. Un poco alla volta cominciò a discernere il bianco dei cuscini tra cui posava, e poi, come avvolta nella nebbia, la faccia languida e la figura giacente della sua Reginetta. Oh come cangiata! Pareva un giglio due giorni dopo còlto, quando col gambo più non attigne l'acqua del vaso e piega la testa e colle abbandonate campanelle guarda la terra. Le si assise dappresso, si baciarono, e teneva nelle sue mani quella di lei ardente per febbre. Quando la pupilla dilatata le permise di raffigurare distintamente tutti gli oggetti che la circondavano, scoprì nell'angolo tra il letticciuolo ed il muro una fanciulletta, che al suo venire s'era alzata in piedi, e stava come in atto di saluto. Era una povera orfanella ch'educavano per carità, amica di Reginetta, che, dopochè era malata, stava del continuo a farle compagnia, e la lasciavano, quantunque tenessero per appiccaticcio il male, che non aveva parenti che potessero lagnarsene, e il cuore della piccola era più forte delle loro rimostranze. Intanto il campanello che con segni diversi suol chiamare le monache, suonava a replicati rintocchi. La Badessa stette un momento in orecchi. — Mi chiamano in parlatorio, disse, và giù Amalia e dì alla conversa che suoni la vicaria, ch'io mi trovo impedita. Corse in due salti la fanciulletta, e ritornò collaportinaia, che chiamatala fuori le significò essere in parlatorio il conte e chiedeva con gran premura di parlare con lei.
Era egli ritornato da un lungo viaggio, e trovato a casa l'annunzio della malattia della figlia era volato subito al convento, e con grande istanza dimandava d'abbracciarla. Ma per entrare ci voleva il permesso dell'Ordinario, ed egli afflittissimo partì tosto ad ottenerlo. La monaca fu contenta in suo cuore che i due coniugi non si fossero incontrati, e tornò in camera della malata nell'idea di darne avviso alla contessa, onde sapesse evitare di trovarsi lì quando veniva. Ma fu indarno, chè la povera madre s'era ostinata a non abbandonare più il letto della sua creatura. Per paura di farle male soffocava il dolore, e colle labbra composte ad una mentita ilarità, seguiva tutti gl'infantili discorsi della fanciulla, solo con dolcezza andava ogni tanto pregandola a non istancarsi. — Mi racconterai quando sarai guarita; ora ti può far male.... Sì, bambina mia, ma non parlar tanto.... Starò sempre con te, non temere, non ci divideremo più! e le componeva le mani sotto le coltri, e le aggiustava i guanciali. Ma Regina aveva tante cose da dire alla sua mamma, che ogni momento rompeva la sua quiete.
— Sai mamma, che ho anch'io un piccolo giardinetto? E ci ho dentro una luisa. Se muoio, voglio che sia dell'Amalietta. N'è vero che ne terrai conto per amor mio? e volgevasi alla compagna e prendevale la mano. — Oh, l'Amalia è la mia più grande amica! È buona sai, mamma, e ci vogliamo tanto tanto bene! e tu pure le vorrai bene n'è vero?
— Sì, cuor mio! ma tien sotto le braccia.
— Quando vai in campagna, ricòrdati di portarmi una pianticella di quei bei fiori celesti.... di quegli ultimi che ti ha regalato pappà; di quelli che mi avevi posti nei capelliil giorno della mia festa. E senza volerlo, squarciava l'anima alla madre, che in quel momento sentiva tutto il peso delle memorie. Di lì a poco — Dammi un altro bacio, mammina!
La baciava, e l'impressione di quelle labbra inaridite e brucianti che duravale a lungo sulle gote, finiva di toglierle ogni speranza. — Se non mi fossi ammalata, ora avrei terminato di cucire la camicia del babbo! fo una camicia da uomo sai? e fina! Ma.... ci ho tanto stentato!... Se non fosse stata l'Amalia ad aiutarmi, massime nelle pieghine delle maniche e dello sparato, non ne sarei mai venuta fuori. Vuoi vederla, mamma?
— La vedremo dimani; ora procura di riposare.
— Dimani! Oh che bella giornata è dimani per me! Ti hanno detto la bella grazia che ricevo?
— No, cara.
— Entro di comunione dimani, sai? Questa mattina è stato il confessore a trovarmi e mi ha chiesto se sarei contenta di ricevere il Signore. Dio mio! Io so poco la dottrina, non posso nè pregare nè star digiuna.... L'Amalietta, ch'è tanto più brava di me e più buona, nondimeno fin questa Pasqua non farà la sua prima comunione.... e a me, domani porteranno il Signore.... O mamma mia, che grazia grande!.... Voglio tanto pregarlo!... e per te, sai mamma, lo pregherò.... Mi dispiace una sola cosa. Io aveva sempre in animo di dirti che tu mi ricamassi un bell'abitino bianco per la mia prima comunione. Ora non posso alzarmi, e non giova pensar altro. Ma promettimi una cosa. L'abitíno lo ricamerai lo stesso? La contessa accennava di sì, ma non poteva proferir parola. — Or bene; servirà qui per l'Amalietta che non ha mamma, e che quand'io più non sarò, voglio che ti tenga le veci mie. Fatti in qua, Amalia; ch'ella ti baci! Ed era contenta di vederle abbracciate, e la contessacol volto posato sul collo dell'orfanella nascondeva le lagrime e l'angoscia dell'anima dilaniata.
Si faceva tardi, la Badessa avrebbe voluto che la signora se ne fosse andata: ma non ardiva tornargliene a dire. Intanto il campanello del parlatorio annunziava il confessore, ed ella scese a riceverlo, e nell'accompagnarlo su in camera dell'inferma gli tenne discorso della visita della contessa, del ritorno del marito e della paura che aveva non s'incontrassero; e quasi pregava lui a voler con bel modo congedarla, tanto più che le leggi della clausura non avrebbero permesso che lì entro rimanesse la notte. Il vecchio venerando taceva. Giunti alla porta della cameretta, la badessa si ritirò tornandogli a raccomandare di persuaderla ad uscire, mentre poteva darsi benissimo che da un momento all'altro capitasse il conte. Il sacerdote entrato, salutò, poi s'assise presso l'ammalata e con dolci parole le chiedeva della sua salute e la confortava. La sua faccia macilente, il capo calvo e gli occhi raccolti, gli davano un aspetto severo e conciliavano rispetto; ma quando parlava, la sua voce calma ed affettuosa, la carità del suo accogliere ed i suoi modi miti e modesti, non ispiravano se non confidenza ed amore. Era un padre che, spogliata ogni autorità in faccia a' suoi figli, non aveva più se non viscere di misericordia. E tutte quelle fanciullette lo amavano, e Reginetta sentiva grande consolazione della sua visita e pendeva tutta dalle sue labbra, e cogli occhi umidi di pianto ascoltava da lui le parole del Signore. Parlarono a lungo, e così senza affaticarla la istruiva e l'andava preparando alla comunione.
Quando la contessa vide che si disponeva a confessarla, s'alzò per uscire ed aspettar fuori. — Se non le dispiace, diss'egli, potrebbe intanto coll'Amalietta entrar a pregare nella contigua cappella. La fanciulla guidòallora la contessa nella cappelletta dell'infermeria, e dinanzi all'altare della Madonna s'inginocchiò prima, colle mani giunte con gran devozione la invocava per l'amica. — Pregare! pensò la contessa. Erano anni ed anni ch'ella più non pregava. Dinanzi a quell'altare prostravansi ogni giorno tante anime pie, tante vergini sante che consumavano la lor vita innocente nella penitenza.... avrebbe ella ardito inginocchiarsi, dov'esse; accanto alla pura angioletta, che lì tutta candida nella semplicità della sua anima implorava l'aiuto del cielo? Guardò all'immagine. Il sole che tramontava percoteva coll'ultimo riverbero nelle invetriate della finestrella, e dava al quadro una tinta porporina. L'avevano dipinta in atto dignitoso, cogli occhi avvallati, le labbra socchiuse e gentilmente severe, come quando nella sua romita celletta riceveva la visita dell'angelo, e il raggio che allora a caso la percoteva parea che fosse la fiammata della fronte pudica all'annunzio del mistero d'amore. E la donna sentivasi indegna di quella presenza verginale, e non ardiva pregare, e la guardava che si faceva sempre più rubiconda, come se avesse sentito rossore di lei. Ah s'ella avesse potuto gettarsi a' piedi di quell'immagine e col cuore pieno di pianto scongiurarla per la sua Reginetta! Tornò col pensiero a' suoi giovani anni, quando la preghiera l'era quasi un bisogno, quando la sua anima ancora innocente trovava sì dolce la meditazione delle cose celesti. Un'altra epoca era succeduta; altri pensieri, altri affetti. Gittata nel mondo come fragile barchetto in balía dell'oceano, le gioie della terra avevano troppo facilmente penetrato il suo cuore inesperto ai dolori, e un po' alla volta aveva sentito distruggersi quel primo divoto affetto, come rosa che apre la corolla ai venti e agli infuocati soli della state e perde colla freschezza il profumo. Nell'abbondanza della felicità, aveva sorriso della fede di queiprimi infantili suoi anni, le gioie della virtù le parvero troppo semplici e credette trovar compenso nell'amore dell'uomo. Ma era venuta l'ora del dolore, ed ella condannata a tracannarlo tutta sola, senza un'anima che la compiangesse, ripensava con desolazione l'affetto altre volte giuratole eterno, le amicizie credute durature, le lusinghe del mondo che le sparivano dinanzi, e a questo cangiare di scena si sentiva l'anima vuota e bisognosa di ricorrere a Dio.
Intanto una mano avea stretto la sua, ed ella sentì gocciolare alcune calde lacrime insieme col bacio che le s'imprimeva. Era l'orfanella che terminata la preghiera e veduto il dolore che l'opprimeva, procurava confortarla colle sue innocenti carezze. Ella non sapeva di lei, se non che era la mamma della sua amica morente, e partecipava alle sue lacrime come al suo affetto. Si scosse e rientrarono insieme nella camera della malata. La badessa le aveva prevenute; un'altra monaca con le chiavi del convento e col lume acceso aspettava che il confessore e la contessa si congedassero per accompagnarli fuori, ma quest'ultima tornata a sedersi presso alla figlia ricusava di abbandonarla. Esposero le leggi della clausura, dissero che tornasse all'indomani: tutto fu indarno. Si rivolsero allora al confessore e lo pregarono a voler egli persuaderla. Quell'uomo d'aspetto severo, cogli occhi fissi nel suolo, che non le aveva se non appena rivolta la parola, era dunque arbitro? Ella si gittò inginocchioni, e colle mani giunte e tutta lagrimosa pregava la lasciassero; non dimandava che un cantuccio presso la sua figlia: avrebbero pur dovuto far vegliare una serva alla sua assistenza, considerassero lei come serva, presterebbe ogni più umile uffizio: ma non la togliessero di là! Il sacerdote la fe' alzare, e ordinò alle monache portassero un materasso vicino al letto della malata.La fanciulla allora contenta stese le braccia alla sua mamma, e questa consolata accarezzava la sua creatura e la bagnava di lagrime. Rimaste sole, Reginetta volle che la sua mamma l'aiutasse a recitare alcune preci, poi le chiese ancora un bacio e si compose come per dormire. Era stanca, troppe commozioni l'avevano in quel giorno agitata, e il soffio della vita in quel debole corpicciuolo già estenuato andava mancando a vista d'occhio. Quando parve assopita, la contessa adagio adagio liberò la mano che ella teneva ancora in una delle sue, le pose il braccio sotto la coltrice, indi in punta di piedi andò a gettarsi sul letto che le avevano apparecchiato; ma di lì a pochi minuti surse e si affacciò alla finestrella della cameretta. Dava su d'un'ampia corte quadrata a cui d'intorno correva l'edifizio, e nel mezzo cinta da una pergola s'apriva una fonte coi margini di polita pietra, unica macchia biancastra che a quell'ora rompesse il bruno dell'erba e delle mura ottenebrate dagli anni. Non altro rumore le veniva che quel lieve dell'acqua. Dov'erano adunque le monache? forse in coro, od in capitolo, od in qualche altra parte del monastero più remota, dove obbedienti le congregava alcuna delle lor leggi. Ma al punto delle nove squillò una campanella, e tosto dalla parte di mezzogiorno apparvero illuminati sei grandi finestroni alla gotica, le cui vetriere arabescate a diversi colori e fogliami lasciavano trasparire una processione di teste velate che le une alle altre si succedevano come ombre sul muro: indi una preghiera giungeva sino a lei, e un sordo romore di più scanni che tutti in un colpo si movevano. Sparivano quelle teste e il silenzio non era più rotto che da una sola voce esile e monotona che leggeva qualche cosa di devoto ch'ella non arrivava a discernere. Pensò un istante a quella vita tanto diversa dalla sua. Alzarsi, pregare, lavorare, prender cibo e ripososempre ad ore determinate, obbedire ad un codice di regole che forse contava più secoli, e così continuare tutta la vita finchè un suono di campana annunzi alle sorelle che v'è una camera vuota, un posto per un'altra creatura più giovine che rinnuovi il dente della macchina e serva a perpetuare la santa idea del primo fondatore.... Tutte quelle monache così riunite, le parevano membra di una sola persona, e il monastero un vasto orologio, dove ogni moto è regolato dal pendolo; ed ella, che in quel momento sentiva troppo amara l'esistenza, avrebbe volentieri rinunziato alla propria individualità per confondersi fra quelle donne che, ignorate dal mondo, più non ne conoscevano nè le gioie nè le lagrime. Dimenticar tutto ed esser dimenticati, pregare e patire, ma nella solitudine d'una celletta, senza che nessuno vegga la ruga che l'affanno ti solca sulla fronte o ti conti i capelli che il tempo t'imbianca, vivere anni ed anni sotto un altro nome, in altre vesti, nel silenzio e nella penitenza; le pareva vita beata e mille volte preferibile a quella ch'ella menava tra gli agi, le delicatezze e le rose del mondo. Ma v'era una creatura in cui si concentravano le sue speranze, della cui vita ella viveva, e a cui stava attaccato ogni suo bene futuro; una creatura debole, ammalata, a cui forse restavano poche ore di vita. Guardò Reginetta: dormiva abbandonata trai cuscini, pallida così che pareva un fiocco di neve od una di quelle nuvolette che dinanzi al sole si dileguano. Le sue labbra sottili e semiaperte lasciavano passare il respiro senza dar segno, e solo le sue narici allargate e quasi trasparenti con un lievissimo moto palesavano che l'anima non era ancora fuggita. Le si riempirono gli occhi di lagrime e sentì una tale stretta al cuore, che quasi macchinalmente fuggendo da quello spettacolo la sua mano apri la porta della cameretta. Un'altra porta dirimpetto non ben chiusa lasciavafuggire un filo di luce che rigava l'andito e si rompeva nella parete opposta. S'appressò in punta di piedi. Dinanzi a un deschetto stava seduta una giovane monachella con un cestellino sulle ginocchia come in atto di far filacce, ma aveva chinata la testa e pareva addormentata. Un fornelletto ardeva lì dappresso e v'erano dei fiaschi, delle scatole con medicinali, e all'intorno della camera diversi utensili d'infermeria. All'appressare della contessa la giovane si riscosse, trasse macchinalmente alcuni fili dal pezzettino di tela che aveva nelle mani, poi risovvenutasi, posò sul desco la cestella e veniva alla porta. La contessa l'aprì.
— Le occorre qualche cosa? chiese con voce sommessa la monaca. Già pochi minuti, sono stata a spiare alla lor camera, ma la Regina dormiva, e per non disturbarla aspettava qui.
— Dorme ancora, disse la contessa. Ma.... oh Dio mio! ell'è così estenuata....
— La badessa mi ha detto di offerirle se volesse cenare.... se abbisognasse di un poco di brodo, di qualche ristoro....
— Grazie; non mi occorre niente, disse la povera madre.
— Or bene, procuri di tranquillarsi, si butti sul letto. Io veglio qui e pregherò per lei.... L'altra non rispose, le strinse la mano e lacrimando rientrò nella stanza della malata. Continuava a dormire; ma s'era fatta ancora più pallida e pareva che le sue labbra mormorassero alcune parole. Sognava, e ridenti fantasie abbellivano quelle ore di riposo, che per lei erano forse le ultime.
Ci siamo, diceva con un impeto di gioia. Ho tanto desiderato di rivedere questi luoghi. Ah! il Signore me l'ha fatta la grazia. Mi pareva impossibile, che mi lasciassero morire là dentro! e frammischiava parole inintelligibiliche le morirono sulle labbra come sospiri. S'era un poco sbarazzata dalle coperte, di modo che appariva l'anelare del petto bianchissimo; ma era tanto scarno, che ne numeravi le ossa e vedevi quasi passare il respiro. Talora alzava una mano a gestire e sorrideva, e dalle chiuse palpebre trapelavano le lagrime. Al sommo delle guance s'era colorata d'un vermiglio così vivo che rendeva più notabile il pallore della fronte, del mento puntito e dell'esilissimo collo. La povera madre le si assise dappresso, non ardiva coprirla per paura di romperne il sonno, inghiottiva i gemiti, non osava guardarla, ma colle mani incrociate e strette sul petto raccoglieva suo malgrado quelle parole sconnesse significanti or allegria, or affetto, or dolore e che a guisa di frecce avvelenate le trapassavano l'anima.
— Oh il bel sole della campagna! Questo è grande ed aperto. Corri, mamma; corriamo.... sono due anni ch'io desidero di respirare. Mi tenevano chiusa, soffocata tra quelle mura così alte. Senz'aria.... senza il sole, senza i tuoi baci. Nessuno mi baciava, sai, mamma! Ah! io era orfana, abbandonata da tutti.... e volevano che ridessi! Qui voglio ridere e correre; in questo verde.... Quanti raggi! che splendore! ma mi fa male agli occhi. Mi ci hanno avvezza troppo alle tenebre. Ah! questo sole così bello mi stanca; andiamo all'ombra; sediamoci colaggiù, col pappà, sulle sue ginocchia. È tanto tempo ch'egli non mi stringe fra le braccia!... Ma mi amavi lo stesso, n'è vero, babbo mio?... E la mamma? Dove è andata?... Qui, mamma mia, tra voi due, come una volta! E allargava le braccia per avvicinare quelle due persone a lei tanto care, e componeva la faccia ad una quieta contentezza, come se avesse godute le loro carezze. Poi di lì a poco tornava a parlare, e più che sogno pareva delirio febbrile.
— Ve' quante farfallette! Ch'io prenda quella cilestrina che s'è posata a mangiare sull'ortensia della mamma! E adagio adagio stendeva una mano e piegava le dita come in atto di acchiapparla. — Mio Dio quanti occhietti! come contenta spalanca ogni tanto le ali e mostra il velluto di quel suo bel corpiccino azzurro e nero! La sua faccia intenta nel sogno assumeva un'espressione d'innocente furberia, e librando tutta la persona dietro il moto della mano mostrava la trepida gioia di chi medita una sorpresa.
— Ahi m'è fuggita! Ve' come si innalza! Volano mille altre con essa.... tutta l'aria è piena di farfalle.... Che confusione! Non sono più celesti e bianche, sono rosse.... Tutte rosse, e anche nel giardino sono nati un milione di fiori colore di fuoco.... e i fiori volano anch'essi. Tanti, tanti!.... Non posso più! Paiono neri, come quando nevica e a forza di guardare i fiocchi sembrano un turbine di mosche. Mi fa male.... Portatemi via, laggiù sul fiumicello, ch'io mi rinfreschi la faccia nell'acqua corrente. Ma no! non voglio passare il ponte! Oh Dio mio! veh come tentenna! Oh babbo! Oh mamma mia!... salvatemi. E svegliavasi tutta in sudore. Sua madre le aggiustò i cuscini e procurava di liberarle il collo dai capegli bagnati e tutti in disordine. Poi chinata la fronte sulla fronte di lei e con una mano accarezzandola e stringendole al dorso le coperte, le chiedeva con voce sommessa, se volesse prendere un po' di brodo. La fanciullina fe' cenno che no: ansimava ed era abbattuta fuor di misura. Alle tre del mattino cominciò a suonare la sveglia. A quel romore improvviso la signora si fece alla finestra. Era ancora tutto scuro, ma a misura che lo strepito percorreva i dormitòri, le cellette delle monache andavano illuminandosi; in poco d'ora una quantità di lumicini erano sparsi per tutto il convento. La monachella dell'infermeriavenne a vedere di loro, poi rassettava il letto, poneva in ordine la camera, allestiva un piccolo altarino; indi aprì la porta che metteva nella cappelletta. Vennero delle altre monache, portavano palme di fiori, cerei, mantiletti; una rifaceva nelle caraffine i mazzolini; un'altra recò il messale, le ampolle: apparecchiarono il camice, la pianeta, un velo umerale, tutto il necessario per la messa e per la comunione.
Intanto cominciava ad albeggiare, suonò mattutino, e le monache se ne andarono. Rimase la sola infermiera, che rientrò nella camera della malata per farle prendere non so che pozione. Di lì a poco venne l'Amalia. A forza di preghiere ella aveva ottenuto di levarsi prima delle altre educande e di passare tutto quel giorno al letto dell'amica. Entrò nella camera con sul volto la gioia di questa concessione. Tosto che Reginetta la vide, le stese una mano e si sforzò di sorridere; ma era tanto aggravata dal male, che oramai il suo spirito aveva ceduto, e soffriva muta ed immobile come l'oppresso dall'incubo.
I modi dolci e le parole pietose della giovane monachella avevano un poco sollevato il cuore della povera madre. S'erano tirate nel vano della finestrella, e così discorrendo insieme l'indusse a passar con lei nella cappelletta, e poi nella cucina dell'infermeria, dove le aveva preparato da colezione. L'orfanella rimasta sola, montò ginocchioni sulla sedia dove era stata la contessa, e posata la testa vicino a quella di Reginetta leggermente le accarezzava i capegli e adagio adagio con que' suoi ditini dilicati glieli divideva sulla fronte, poi immobile rimaneva lì a guardarla finchè le si riempivano gli occhi di lagrime. — Sto male, Amalia, disse la fanciulla. A questo gemito l'altra non rispose che con un bacio. — A momenti, continuò Reginetta, mi porteranno il Signore! e io non ho pregato.... non ho neanche dette le mie orazioni!
— Non ti crucciare, ch'egli ti vede il cuore; e poi noi tutte abbiamo pregato per te.
— Se tu sapessi come mi duole di non veder mai le mie compagne!...
— Verrebbero tutte a trovarti; ma non vogliono permettere: dicono che il chiacchierare ti fa male.
— E dovrò morire, senza neanche salutarle?
— Ti prego, non dir così..., guarirai!.... Torneremo ancora a far le nostre lunghe passeggiate....
— Mai più, Amalia! cioè, tu sì, ma io anderò sotterra.
— Oh Dio! oh Dio! disse l'orfanella, e nascose tra i cuscini la faccia piena di pianto.
— Non piangere, veh! perchè io sono contenta. Non vedo l'ora d'esser lassù per pregare il Signore a farmi una grazia; ma vorrei prima vedere ed abbracciare tutti i miei cari. Tacque un momento, poi ripigliò:
— Tu, poverina, non hai conosciuto il tuo babbo, e non sai che cosa vogliano dire le sue carezze! E di lì a un altro poco tornò a dire:
— Oh Dio mio! se tu sapessi come il mio mi amava! Egli era buono allora; mi prendeva sulle sue ginocchia, mi addormentava sul suo petto, io era la sua piccola Ginetta, il suo tesoro.... Una volta, Amalia, prima che la mamma si svegliasse, ei venne a vestirmi, e mi menò via con lui ad uccellare sui prati. L'erba era ancora tutta coperta di brina; io aveva freddo, egli mi prese in braccio, mi scaldava le mani col suo alito, mi poneva a sedere sul suo pastrano, e tutti gli uccelletti che cadevano nella rete erano miei. E ogni sera, prima di coricarsi visitava il mio letticciuolo e mi metteva sul guanciale un regaluccio di confetti. Ma poi tutto si è voltato. Ei divenne cattivo, la mamma malinconica.... non mi badavano più! — e tirò il lenzuolo sugli occhi.
— Ma se piangi, disse l'Amalia procurando di scoprirle la faccia, ti farà male. Su via, Reginetta! pensa alla tua mammina; al Signore che a momenti viene a visitarti! Noi lo pregheremo qui insieme tanto tanto, e sta sicura che rivedrai il tuo pappà! Guarda, ieri quando la badessa là dappresso alla porta della cappella parlava colla tua mamma, mi parve di capire ch'ella dicesse che verrà quest'oggi.
— T'inganni, Amalia!
— Ma no, ti dico, l'han nominato; anzi mi pare che la badessa diceva, ch'egli, o che doveva venire, o che è stato ieri in parlatorio.
— Non lo vedrò! disse allora Reginetta con un senso di amara certezza. Se anche ei fosse ritornato dal suo viaggio, gli avran detto che c'è qui dentro la mamma.... Oh! dopochè le cose si son cangiate, egli sfugge la mia povera mamma, e piuttosto che incontrarsi con lei mi lascerà morire senza neanche salutarmi!.... Una volta, continuò essa sotto voce, come temendo che altri udisse, una volta, prima ch'io fossi ben certa ch'essi si odiavano, io lo incontrai che saliva la scala e, come al solito, gli corsi incontro perchè mi prendesse in braccio e mi portasse dalla mamma. Ebbe cuore di scacciarmi, Amalia! e mi disse una brutta parola che mi fece molto male e che non ho potuto mai dimenticare....
La contessa e l'infermiera rientrarono. S'appressava il momento della comunione. La monaca postasi all'inginocchiatoio, disse ad alta voce alcune preci che la fanciullina con gran devozione accompagnava. Poi le accomodò i guanciali in modo che stesse quasi seduta, e sul capo le pose un velo nero. Un campanello annunziò che il confessore era venuto. La monaca accese le candele dell'altarino e spalancò la porta della cappelletta. Mentre egli s'apparava, venne ad assistere alla messa laprocessione delle monache e delle educande. Dinanzi portava il Crocefisso la più giovane delle novizie, due altre con torce le camminavano ai lati, a due a due procedevano le madri, seguivano le educande vestite a nero, velate, e tutte avevano in mano accesa una candela benedetta. Sfilarono pel dormitorio recitando ad alta voce ilmiserere, poi entrarono nel salotto al di là della cappella, dove da una porta e da due grandi finestre grigliate assistevano alla messa e inginocchioni sullo spazzo pregavano sommessamente per l'inferma.
In quel frattempo era venuto al parlatorio il conte. Trovò assicurata al di dentro la corda della campana in modo che non potè farla rispondere, la ruota era ferma, la grata al di là dei cancelli chiusa da un'impòsta di ferro a grossi chiovi le cui teste rotonde si potevano vedere dalle due aperture in forma di occhi praticati nella tela della cortina di mezzo. Nella sua impazienza ei cominciò a pestare col bastone intorno alla ruota, poi lo strisciava con impeto facendolo saltellare lungo i cancelli, e finalmente lo introdusse nell'apertura della cortina e con tutta la sua forza sconquassava l'ultima impòsta. A quel disperato picchiare una creatura si mosse dirimpetto all'altr'occhio della tela, aprì un piccolo finestrino, e presentando una faccia grinza tutta imbacuccata nei veli dimandava con voce stridula chi fosse e che cosa volesse a quell'ora. Udita la risposta, disse in tuono di monacale indifferenza, che bisognava aspettare perchè assistevano alla santa messa.
— Chiamate la badessa, disse il conte incollerito, ditele che son io, che vengo col permesso di monsignore, che voglio vedere mia figlia, che mi si apra tosto il portone.
— Non è possibile, signore, in questo momento, perchè la badessa, la portinaia, tutte le monache e tutte leragazze sono nell'oratorio della cappella, dovendo questa mattina comunicarsi per viatico un'educanda che si trova agli estremi.
— Ma non capite che son io il padre della fanciulla, e che voglio assolutamente vederla? E la sua voce aveva un accento di tale disperazione, che la vecchia impaurita tentò dì rabbonirlo col pregarlo di pazienza.
— Già, diss'ella, la funzione non può fare che termini, e allora la madre abbadessa lo compiacerà. Anche ieri ha lasciato entrare la madre della fanciulla e le ha permesso di dormire in convento.
— In convento? Ella? Mia moglie? Chies'egli come colpito dal fulmine.
— Sì, signore, la contessa è qui fin da ieri mattina. Vado a vedere se han terminato — e si ritirò chiudendo il finestrino. Il conte si lasciò cadere su d'una sedia e posata la fronte sulla pietra della grata pensava: Ella è qui! qui, a canto a Reginetta che muore.... Va bene! Povera bambina mia! L'abbiamo tradita, sacrificata, posta a morire in quest'orribile prigione; ella colla sua infame condotta, io per toglierla dal suo esempio.... è giusto che veniamo entrambi a raccogliere l'ultimo gemito della nostra vittima. Oh Dio, Dio! diss'egli, e la rivedrò qui in lacrime, in lacrime forse mentite, ad abbracciare la mia povera creatura, ella che ne ha segnata la condanna? Le darò il gusto di vedermi a piangere? le farò capire tutta la desolazione che mi ha gettato nell'anima? No no, diss'egli ad alta voce, non sia vera tanta viltà! E preso il cappello se lo calcò in fronte risoluto di partire. — Troverò tosto un posto in diligenza, partirò da questo paese, anderò lontano lontano, dove nessuno mai più mi nomini nè lei, nè i suoi parenti, nè la mia disgrazia. Il tempo guarirà il mio cuore. Voglio godere di tutti i piaceri della vita, e a forza di distrazione sarò ancora felice. Ma giuntoalla porta del parlatorio si arrestò. Gli venne in mente la sua Reginetta moribonda, gli parve di vederla che gli stendeva le braccia, come per stringerlo al seno ancora una volta. Pensò che forse in quel momento ell'era nell'ultima agonia, e chi sa con quante lagrime implorava di morir consolata da uno de' suoi baci! Avrebb'egli potuto negarglielo? Rigettare la sua innocente creatura? L'amor suo? Lasciarla partire da questo mondo nell'idea di non essere più amata dal suo babbo? Ella, che il primo sentimento del suo cuore manifestò con una carezza a lui?... Si ricordò quando colle sue piccole manine gli si attaccava al collo, e non ancora capace di stringere le labbra ad un bacio, gliele posava aperte sulla bocca. Tutte le gioie di quell'epoca beata gli passarono per un momento nella memoria. Amante riamato, padre, pieno di vita e di speranza, quali anni di paradiso! Dopo, chi più aveva inteso il suo cuore? Egli era rimasto solo sulla terra! Indarno aveva procurato di distrarsi col seguire la vita dissipata della maggior parte dei giovani suoi coetanei. Le loro ironie non avevano potuto mai disseccare in lui la fonte dell'affetto, ed anche immerso e macchiato dalle vanità e dai piaceri che si possono godere in questo mondo, sentiva nel suo intimo, ch'essi erano ben lungi dal valere tutti insieme una gioia senza rimorso, o un sacrifizio fatto all'amore e alla virtù. Questi ed altri simili pensieri gli si affacciavano, a cui del continuo si mesceva, come un eterno ritornello, l'immagine di quella donna ch'egli aveva tanto amato e la cui larva lusinghiera era giunto a squarciare per non trovarvi sotto che debolezza ed inganno.
In quel mentre avevano aperto il convento ed egli fu invitato ad entrarvi. Quest'invito gli piombò sul capo come una sentenza a cui era oramai impossibile il sottrarsi, e s'incamminò alla porta del monastero, risolutoqualunque si fosse il dolore che lo aspettava, di divorarlo in silenzio. Egli andava a rivederla, e bevere tutto in un colpo il calice amaro che da tanti anni lo attossicava; a perdere quanto gli era stato caro sulla terra; ed a tal scena di angoscia portava il suo cuore rassegnato a lasciarlo trafiggere, lacerare a brani a brani; ma per l'ultima volta! poichè aveva fermo di partir subito dopo, e di non tornar in patria mai più.
Come il martire che s'incammina al supplizio, procurava d'adunar tutta la sua energia, perchè la sua fronte comparisse impassibile, e perchè nè una lagrima nè un gemito tradissero la tremenda battaglia della sua anima. A fianco della badessa trascorse i porticati a pian terreno, salì le scale e spuntava in capo al lungo ed ancòra scuro dormitorio, quando una lontana preghiera gli ferì l'udito. Erano più voci giovanili, che recitavano con lenta cantilena laSalve Regina. A misura che s'avanzava verso una zona di luce che da una porta aperta si versava nel dormitorio, udiva più distinti i dolci nomi con che invocavano la pietà della Madre di Dio. E giunto a quella porta, nel passarvi dinanzi, insieme colla luce che ne usciva, gli venne l'olezzo dei fiori che adornavano l'altare, e queste parole:O clemens o pia o dulcis virgo Maria, cantate da una quarantina di voci fresche ed affettuose, i cui acuti penetravano al cielo. E così alla sfuggita vide una turba di giovani teste in atto di devota preghiera colle bocche aperte e gli occhi sollevati ad una immagine angelica in viso, che a guisa di lampo lo percosse, senza poter bene raffigurarla, ma i di cui lieti vestiti dolcemente frammischiati di roseo, di azzurro pallido e di verde gl'infusero nel cuore come un raggio di speranza. Speranza che si dileguò appena entrato nella camera dell'inferma.
Reginetta non s'accorse di lui, ma colla testa china,colle mani giunte continuava a movere tacitamente le labbra come se ancora pregasse. Attraverso il velo nero che le avevano posto sul capo, ei guardò quella faccia pallida, quelle spalle dimagrate, quelle mani consunte e quasi color di cenere, e non ardiva appressarsi.
Allora l'infermiera dall'altro canto del letto, si chinò sulla fanciulla e dolcemente scuotendola,
— Reginetta, le disse, Reginetta, vedi il pappà ch'è venuto a trovarti!
— Il pappà? diss'ella, dov'è? e sollevando gli occhi si vide sopra suo padre che le stendeva le braccia. Consolata allora gli prese la mano, se la posò sul cuore, e poi con voce languida continuò:
— Ah! non è vero dunque, che tu volevi lasciarmi morire qua dentro, senza neanche salutarmi?
— Non dir così, bambina mia, che mi trafiggi l'anima! Io era fuori, e solamente ieri seppi della tua malattia....
— Dunque mi vuoi bene? me l'hai voluto sempre?
— Ma se sei la mia Ginetta! il mio tesoro....
— Tornami, tornami a dire, chè la tua voce mi fa bene qui.... Oh se tu sapessi come io ti desiderava!.... Come mi parvero lunghi questi due anni che non ti ho veduto! Pensavo sempre a te, e la notte ti vedevo in sogno, ma.... il più delle volte malinconico, colla faccia burbera, talchè non ardivo raccontare le parole che mi dicevi, neanche alla mia amica....
— E dov'è questa tua amica? diss'egli per frastornare un discorso che lo toccava troppo sul vivo.
L'Amalia allora si fe' vicina.
— Ella babbo, è dessa. Baciala, ch'è un angelo! Sempre qui, accanto al mio letto. Oh, ella non ha voluto abbandonarmi! Povera Amalia! io non posso compensarti, se non col pregare per te, quando sarò lassù.... Edi lì a poco, vedendo suo padre che accarezzava l'orfanella:
— Babbo mio, disse, ti voglio fare una preghiera.
L'Amalia, poverina, non ha babbo nè mamma, non ha nessuno in questo mondo che pensi per lei. Io ieri l'ho detto alla mamma, ed ella mi ha promesso che quand'io più non sarò, terrà lei in mia vece; e tu anche devi promettermi d'essergli padre! La condurrete via con voi altri in campagna: la metterete a dormire nella mia cameretta: la mamma le insegnerà a lavorare, tu a scrivere: ella vi vorrà tanto tanto bene, come ve lo voleva la vostra Ginetta; e io di lassù vi guarderò contenta, e inginocchiata dinanzi al Signore lo pregherò per voi altri, e vi benedirò del bene che farete a lei come se fosse mio. Oh tu non devi dirmi di no! continuò ella serrando le braccia intorno al collo di suo padre, che in quel momento era troppo commosso per poterle rispondere. Quando si fu un poco tranquillato, e che sedutosi sulla sponda del letto lo vide che stava guardandola affettuosamente ed ogni tratto abbassandosi le baciava la fronte,
— Oh sì! disse, stammi sempre accanto! se tu sapessi il bene che mi fanno i tuoi baci! Mi pare di tornare a vivere; d'esser a casa, come una volta!.... Ma una volta c'era anche la mamma con te. Dove sei, mamma? ch'io voglio morire in mezzo a voi due; tra le vostre braccia.... La contessa tutta in lacrime era ancora nel posto dove s'aveva inginocchiato al momento della comunione. Ella aveva sentito venire il marito, l'aveva veduto entrare; un batticuore sempre crescente s'era impossessato di lei, ma come se fosse stata inchiodata, non trovò forza d'alzarsi, e subiva immobile tutta la confusione di quell'istante. La notte vegliata, l'afflizione, le memorie del passato avevano sparso sulla sua faccia un abbattimento e una malinconia, che ne rendevano più toccantela bellezza. Ella accoglieva nella sua anima tremante tutte le parole della fanciulla e si cangiava ogni momento di colore, come la parete su cui salta un raggio di sole riverberato dall'acqua; e quando Reginetta si volse a chiamarla, le lagrime a quattro a quattro le corsero per le gote senza che potesse pensare a nasconderle o ad asciugarle.
— Mamma! Oh mamma!... tornò a gridare dal suo letto la fanciulla. Allora il conte andò a lei e senza guardarla tutto tremante con voce sommessa e rapidissimo proferì:
— Ti prego! rispettiamo questi ultimi momenti. Quando io avrò perduto tutto ciò che rimane del nostro amore, giuro che partirò tosto e non ti disturberò mai più con la mia presenza.
— Oh! allora.... diss'ella, io non uscirò più di qui! e a forza di piangere e di patire Dio forse mi perdonerà....
E vennero al letto della malata. Reginetta prese la mano di suo padre, poi quella di sua madre e le unì insieme stringendole colle sue piccole manine.
— Il Signore, diss'ella, mi ha fatto la grazia di vedervi qui tutti due prima di morire. Or bene, se volete che vada sotterra contenta, tornate ad amarvi come una volta!
La contessa allora si lasciò cadere inginocchioni. Egli guardò quella faccia lagrimosa da cui traspariva tutta la desolazione dell'anima, e sentì che aveva ancora viscere di misericordia per lei. La raccolse fra le sue braccia, e se non poteva richiamare i giorni felici dell'età passata, si prefisse almeno di alleviare la sua sorte, di proteggerne la debolezza, di piangere insieme e d'essere amici per sempre. Fu tanta la gioia della fanciulla nel vederli l'uno nelle braccia dell'altro, che il suo cuore non bastò a contenerla. Alzò gli occhi, giunsele mani come in atto di ringraziamento, mosse le labbra per dire ancora una parola; ma l'anima era già volata in Paradiso.
Pura angioletta passata per tanta prova di dolore, nel cospetto di Dio ella non si sarà certo dimenticata dei suoi poveri genitori, nè della sua sorella adottiva a cui lasciava in eredità la propria famiglia.