GENTILINA.

GENTILINA.

I colli Euganei, che sono un vero paradiso della Venezia, ritornano sovente alla mia memoria coll'amara dolcezza di un frutto vietato, di un Eden conteso ai miei passi. Chi sa per quanto dovrò contentarmi di vederli e percorrerli colla fantasia, che mi dipinge i luoghi ameni, le persone vedute ed amate: i primi forse devastati dal soldato straniero, le altre disperse, proscritte, o cadute sotto la falce della morte o il flagello della sventura!

Che è avvenuto di te, Gentilina, che da oltre a trent'anni non ho veduta, e forse non vedrò più sulla terra?.... Non so se tu sia viva o morta, se hai creduto tu pure alle sinistre fatalità che accerchiarono la tua vita: o se, vittoriosa degli altri e di te stessa, sei giunta a godere un'esistenza, se non lieta, almeno rassegnata e tranquilla!

Rifrugando in questi giorni le mie vecchie carte ho trovato alcuni appunti che mi ricordano le traversìe della tua gioventù, e cedo alla tentazione di ritessere quelle varie fila per diletto mio proprio e dei pochi che gitteranno uno sguardo su queste pagine.

Commetterò io un peccato d'indiscrezione? Se fosse, te ne chiedo anticipatamente perdono. Ma penso che iltempo ha già dovuto stendere su quei fatti un velo pietoso, sì che gli scabri contorni saranno addolciti, e ciò che rimane prenderà il carattere d'una novella da potersi leggere con piacere, anche da quelli che ne fornirono l'argomento.

Figuratevi dunque, o lettori, una città degli Euganei; una di quelle graziose città che abbelliscono le pendici di tanto vaghe colline: città popolate e gaie, almeno in quel tempo che è divenuto quasi antico per me, perchè gli avvenimenti che si successero dal 1830 a' dì nostri, hanno accelerato, per così dire, il corso degli anni, e fatte maturare più presto le generazioni che s'incalzarono.

Molte di quelle città si somigliano, nè io dirò il nome di quella che fu teatro al dramma domestico che verrò raccontando. Avrei voluto dissimulare anche i nomi delle persone, ma non posso trovarne uno di più bello e di più caratteristico per la mia protagonista.Gentilinaesprime non tanto le forme della persona, quanto il carattere e l'indole dell'animo suo. Fosse questo il nome impostole al sacro fonte, fosse un soprannome che le venisse dato per le sue qualità, ella chiamavasi da tutti così, e come io la conobbi sotto il nome di Gentilina, desidero pure che i miei lettori la chiamino nella stessa maniera.

Gentilina dunque era un'abitatrice dei colli Euganei, una giovane d'onesta nascita, di agiate abitudini, che sapeva scriver bene una lettera nella sua lingua, conosceva un poco la storia e la patria letteratura, ma senza darsene vanto, e senza cercar l'occasione di averne lode. Non sapeva il francese, nè strimpellava il piano, ma quando era sola cantava una delle dolci cantilene del luogo, o qualche romanza delle opere più conosciute che avea sentite ripetere per le vie. Tutt'al più, comela sua casa era ricca di un vasto giardino, vi coltivava una numerosa famiglia di fiori d'ogni stagione, dei quali conosceva il nome, l'indole e le qualità peregrine.

Erano tre sorelle. Le due maggiori maritate fuor del paese, la madre morta. Gentilina era rimasta sola col padre già vecchio; e benchè non avesse ancora venti anni, pensava talvolta, di rinunciare alle nozze, e consecrarsi alle cure che il buon vecchio non poteva oggimai sperare se non da lei.

La sua casa era sempre stata il convegno della parte più eletta de' cittadini. I giovani ci venivano per conversare, per parlare di caccia e dei fatti del giorno: i vecchi a fare iltressette, come dicevano, col padrone di casa, e sorseggiare con voluttuosa lentezza l'eccellente caffè che la Gentilina preparava e dispensava colle sue mani.

Tra gli ospiti della sera c'era Gregorio, figlio d'un ricco proprietario del paese, e Leopoldo giovane avvocato forestiero che da due anni viveva in quella città. Questi due, come potete credere, facevano un poco la corte alla damigella di casa, mossi da medesima inclinazione. Del resto Gregorio era di un carattere subitaneo, manesco, insofferente d'ogni ostacolo, altiero di possedere, come suol dirsi, la sua fortuna al sole, bello e forte della persona, e sprezzatore di tutti gli altri o men ricchi o men forti di lui. L'avvocato lo vinceva di cultura e di quella educazione sociale che consiste nello attemperare destramente le proprie maniere secondo l'indole delle persone a cui v'importa di andare a versi. Aveva compiuti i suoi studi legali e presa la laurea da parecchi anni, conosceva il francese e il tedesco, era ben veduto da tutti perchè sapeva guardarsi dall'urtare di fronte le molteplici suscettività del paese. Garbato, officioso, amorevole, avrebbe trascurato una buona ventura pernon uscire di casa la sera coi calzoni che portava abitualmente all'ufficio, e gli avrebbe poi sciupati senza esitare per raccogliere cavallerescamente il ventaglio della padrona di casa. Era nato di buona famiglia, godeva la simpatia de' suoi capi, e non poteva mancargli una brillante carriera nella linea ascendente degli impieghi.

Di questi due giovani, pretendenti così alla lontana alla mano della bella padroncina di casa, non durerete fatica a persuadervi che il primo andava a genio della Gentilina, il secondo invece a suo padre. Ancora non vi era stata alcuna trattativa, anzi nè pure alcuna dichiarazione formale. Parlavano gli occhi, parlavano i cuori in mille occasioni, ma non era per anco uscito il primo:io t'amonè da una bocca nè dall'altra.

Nelle lunghe sere d'inverno, l'avvocato sedevasi al tavolino, e faceva con una pazienza ed una compitezza esemplare la sua partita col vecchio. Gregorio stancavasi dopo la prima mezz'ora, e parlava invece di agricoltura, di caccia, di cavalli cogli altri che non giocavano. Quando era solo passeggiava su e giù per la stanza, educava, cioè tormentava il suo bel cane da ferma, e tratto tratto arrestandosi dinanzi alla Gentilina che attendeva a cucire o a ricamare, le fisava negli occhi i suoi occhi eloquenti, senza trarne però nessuna risposta che gli sembrasse soddisfacente. Più tardi, quando al tavoliere del padre s'annunziavano i due ultimi giri, ella si levava, accostavasi alle finestre ornate dai fioriti suoi vasi, e sceglieva un mazzolino da regalare a quelli degli ospiti che le parevano amici dei fiori. Consegnando il mazzetto, ella indicava il nome delle piante, e li condiva talora di qualche piccante o gentile allusione. Una sera, non importa ch'io vi dica la data, ella aveva composto due graziosibouquets, e quando la compagnia cominciò a congedarsi, porse a Leopoldo il suo, composto di mughetti e di primule, accompagnandoil dono con alcune parole, che parvero a Gregorio un po' troppo significative. Per cui, quando venne la sua volta, e la gentile botanica gli porse il mazzettino di eriche fiorite e di mammole, egli tra lo sdegnato e l'ironico — voi siete troppo amante dei fiori — le disse — per restarvene senza: se vi date tanto pensiero di noitutti, è giusto ch'io vi rinunzi questa sera il mazzetto. — Come vi piace — rispose Gentilina senza mostrare la minima alterazione, e si ripose i fiori da un lato della cintura che le annodava leggiadramente la vita. — S'accommiatò con gentilezza imparziale da entrambi, come non avesse avvertito l'affronto, o come vi fosse affatto insensibile. Non era però nè l'uno nè l'altro: ella aveva intesa l'ironia, e l'avea perdonata. Non crediate che fosse dissimulatrice: ma come un'acqua chiara e profonda, rare volte lasciava vedere l'interno dell'anima. Non era più l'ingenua giovanetta di tre lustri: contava ventiquattr'anni, e aveva già provate le prime amarezze della vita.

Questo vuol dire che aveva amato: nè voglio farvi mistero di una circostanza che avea profondamente influito sul suo carattere. Gentilina avea accarezzato fin dai primi anni una secreta speranza di unirsi in matrimonio ad un altro giovane del paese che le pareva fatto per la propria felicità. Dal canto suo Gustavo non avea per lei minor affezione; anzi i loro cuori s'erano intesi in quel primo crepuscolo del sentimento, quando le anime non hanno mestieri della parola per aprirsi alla vita d'amore. Pari d'età, di condizione, di nascita, sembrava non vi dovesse essere ostacolo alla loro unione: ma un importuno litigio avea messa tanta ruggine nell'animodei loro vecchi parenti, che improvvisamente fu troncata qualunque relazione fra le due famiglie, e ingiunto ai due sventurati giovani di non vedersi e di non parlarsi mai più sotto pena della paterna maledizione. Vi lascio pensare le lagrime, le preghiere, la disperazione dei due disgraziati, che mai non avevano creduto di amarsi tanto, come allora che l'amarsi diveniva quasi un delitto. Dall'una parte e dall'altra non furono risparmiati i mezzi più validi per riconciliare i due vecchi irritati: il parroco, le persone più autorevoli del luogo aveano esaurito invano i loro consigli: non si vedeva più nessuna possibilità di rappacificarli, tanto più che non mancarono i soliti mali uffici indiretti, le solite lagnanze riferite perfidamente dai maligni che godono del male altrui, mentre sembrano intenti a predicare la pace. Ogni giorno portava nuova esca all'avversione, all'odio reciproco. Le cose giunsero a tale che gli amici più non osavano proferire il nome d'una famiglia in presenza d'alcuno individuo dell'altra. Gustavo tempestava, sciupava denari, stancava i cavalli dalla mattina alla sera quasi cercando di sfogare in questa guisa il proprio mal umore. Gentilina tanto più profondamente addolorata quanto meno lo lasciava trasparire al di fuori, pregava Iddio e la Vergine la volessero esaudire, ed era divenuta più assidua, più tenera, più affettuosa, quasi sperasse di ottenere colla dolcezza quello che Gustavo si lusingava di estorcere di mal grado. Ma l'uno e l'altra non riuscirono a nulla.

Il padre del giovane, vedendo che non c'era via di guarirlo della sua ostinata passione, gli proponeva senza frutto i più ricchi partiti di matrimonio, senza ottenere nessun'altra risposta che questa: — o Gentilina, o nessun'altra donna fino ch'io vivo. — Allora il vecchio ricorse ad altri espedienti: propose al figlio di fare unviaggio nella Svizzera, nell'Alemagna, dove aveva imprese, forse a quest'uopo, alcune speculazioni. Gustavo partì, che già poco gli giovava restare: passò più di due anni lontano dalla sua terra nativa: ma la lontananza che mette in calma lo spirito, in lui non aveva fatto che aggiugnere fuoco a fuoco. Gentilina gli era oggimai necessaria, avrebbe aspettato quattro, cinque, dieci anni, finchè fosse vinto ogni ostacolo. Che cosa sono dieci anni e più d'intervallo a chi ama davvero, a chi ama per la prima volta? La vita sembra allora composta di due momenti, quello in cui fu accolta la nostra prima parola d'amore, e quello in cui speriamo di vederla, quando che sia, soddisfatta.

Io vorrei passare sotto silenzio l'ultimo espediente che fu adoperato per vincere al suo ritorno l'ostinata passione del giovane: ma cada la vergogna su quelli che vi ricorsero! Fu calunniata la virtù della povera Gentilina, si contraffece la sua scrittura, si provò la sua infedeltà, le fu tolto ogni mezzo di potersi giustificare. Gustavo cadde nell'agguato ordito con quella perfida finezza che suol porsi ne' piccoli paesi in simili intrighi: credette inutile ogni discolpa della fanciulla, e non la cercò. Tra per vendetta e per istanchezza obbedì al comando de' suoi, si legò in matrimonio ad una donna ch'ei non amava, e credette aver dimenticata Gentilina. Ma un primo amore deluso e tradito si cambia in odio: egli covava nell'animo suo tutta l'indignazione che la supposta infedeltà di Gentilina gli aveva destato.

Ed ella? — Ella aveva saputo troppo tardi l'insidia: avea cercato di giustificarsi, quando le sue discolpe parevano interessate: oltracciò le sue lettere erano intercette tanto più facilmente, quanto le due famiglie nemiche convenivano sulla necessità di rompere quei legami.

Oh! vecchi! vecchi! Di quanti mali è sovente colpevoleciò che voi chiamate prudenza! Voi credete poter adoperare ogni mezzo impunemente per isradicare un affetto dal cuore dei vostri figli, e non badate che spesso, sradicandone uno di bello e generoso, gettate il seme d'un altro tristo e infelice! Voi non pensate che al futuro benessere de' vostri figli, e non sapete che il futuro si fabbrica sul presente, e non si fa più rivivere un cuore quando vi si spegne un affetto che gli dava per così dire la vita!

Io mi dilungo un po' troppo in questi antefatti, perchè il mio racconto comincia in un'epoca posteriore di ben quattro anni. Ma l'animo di Gentilina non s'era punto cangiato per sì lungo intervallo: ella non avea più veduto Gustavo dopo il suo matrimonio di dispetto. Questo l'aveva in parte guarita, l'aveva resa, non tranquilla, non lieta, ma più rassegnata; e se amava forse egualmente il suo primo amante, certo lo stimava assai meno. Ella, nella situazione di lui, avrebbe, o almeno le pareva, conosciuto l'inganno; avrebbe trovato nell'amor suo il coraggio necessario a resistere ad ogni umana potenza, a trionfar d'ogni ostacolo. L'uomo che avea saputo dubitare di lei non l'amava abbastanza per farla felice; l'uomo che s'era lasciato vincere suo malgrado dall'altrui volontà, non corrispondeva più a quel tipo ideale di forza e di costanza a cui ella intendeva donarsi. Dotata di tanta energia, ella voleva un marito più energico ancora, voleva poter riconoscere la superiorità morale dell'uomo suo. — Tal era il carattere, tale la situazione di Gentilina, quando si trovava costretta ad ascoltare le parole appassionate dei due nuovi suoi pretendenti. Nè l'uno nè l'altro era tale da poter riempiere il vuoto che l'era restato nel cuore: nessuno dei due poteva farle dimenticare Gustavo, ancorchè tanto scaduto nell'opinione di lei. Gregorio, impetuoso, iracondo, geloso,intollerante non le sembrava sprovveduto di quella energia ch'ella vagheggiava, ma egli era sovente rozzo, incoerente, brutale. L'altro ella soleva paragonarlo ad una rosa del Bengala: di maniere e di forme eleganti, ma senza odore. Avrebbe voluto congiungere in un solo individuo quelle due nature incomplete: ma vedeva bene essere cosa impossibile il farlo. Perciò, non osando congedarli, temporeggiava, come fanno le donne, e si lasciava amare senza prevedere le conseguenze di questa innocente e passiva civetteria.

Quanto ai due giovani che s'erano chiariti rivali nella sera del mazzolino, le loro disposizioni d'animo erano molto diverse. Nell'amor di Leopoldo c'entrava per più di un terzo di vanità: la Gentilina era la più bella fanciulla del paese, era sulle bocche di tutti per le sue passate sventure, e ciò che le scemava pregio agli occhi di Gregorio, gliene accresceva per lui. Egli avea gustato la vita della capitale, guardava l'amore come un trionfo, non vedeva il matrimonio che ad una grande distanza, nè domandava conto a se stesso quali ostacoli avrebbe incontrati per via, e come gli sarebbe stato possibile superarli. — Gregorio non avea pensieri così raffinati: egli non amava per pura galanteria: s'era preso della fanciulla pe' suoi pregi personali; avrebbe voluto averla trovata ancora libera da ogni altra inclinazione, perchè il passato medesimo era una specie di rivale per lui, e mille volte al giorno faceva proponimento di torsela dal pensiero: ma poi vi tornava per abitudine, la trovava sì pura, sì tranquilla, sì bella, che le perdonava la prima passione, e credeva d'essere abbastanza felice, se fosse giunto a conquistare un affetto provato a tale cimento.

Ma ora, oltre al rivale passato, se ne vedeva a fianco un altro, un rivale presente, al quale nel suo fòro interno non poteva negare una certa eleganza di modi,una certa superiorità di cultura. Gli passò per la mente che Gentilina, così gentile e garbata come era, poteva bene dare la preferenza al profumato vagheggino della capitale. Avvampò di sdegno a questa sola idea: sentì la sua forza, unico punto di vantaggio ch'egli avea sopra l'altro, affrettò il passo per raggiungerlo: lo raggiunse che andava zufolando a passo spedito come l'uomo contento di se medesimo: ebbe la tentazione di strappargli il mazzetto dall'occhiello, e di dargli una stretta di mano all'inglese che lo facesse allibire: ma fortunatamente l'avvocato s'avvenne nel Podestà del paese che pigliandolo a braccio l'avea sottratto all'insulto imminente ch'era ben lontano dall'aspettarsi.

In uno stato di alterazione che si può facilmente immaginare da chi s'è formato un'idea del suo carattere vulcanico, Gregorio si mise a battere, come si dice, la luna, misurando tutte le contrade della città a passi concitati, senza scopo e senza disegno, come se desse la caccia al proprio dispetto. Sentì sonare due tocchi all'orologio di piazza, e risentendosi improvvisamente domandò a se medesimo che cosa avesse fatto per ben quattr'ore. Si ritirò a casa e volle dormire, ma non potè soffocare l'acre pensiero che l'avea inseguito: onde passò la notte voltandosi come febbricitante or sopra un fianco, or sull'altro, facendo ad ogni girata un progetto di vendetta, e una risoluzione che abbandonava ben tosto. Si alzò col sole, senz'aver chiuso occhio: si pose a scrivere alla Gentilina dieci lettere, che lacerò senza finirle: pensò di spedire invece un biglietto insolente al suo rivale, poi si pentì ripigliando se stesso di pusillanimità. A quattr'occhi, a quattr'occhi, pensava, ci troveremo e.... ci parleremo.Bisogna dire che una tale risoluzione gli sembrasse per ogni riguardo preferibile all'altra, giacchè quando fu la mattina un po' avanzata, prese il cappello e n'andò difilato alla casa di Gentilina. Ella era in giardino che visitava le sue piante, e vedeva con piacere spuntare qualche gemma ai primi influssi della nascente primavera. Egli non era mai penetrato in giardino a quell'ora: pure non esitò. Gentilina era sola, lo accolse con un movimento involontario di meraviglia, ma tosto si ricompose prima ch'egli potesse avvertirlo.

— Vedete — diss'ella — come il verno ha rispettato le mie piante! Ne sono veramente contenta.

— Senza dubbio pensando alla contentezza di quelli che riceveranno i vostri mazzetti.

— Perchè no? — diss'ella con aria fina ed ingenua — vorrei sperare che non saranno sempre rifiutati come iersera. —

Gregorio avvampò di collera e proruppe con impeto. — Prego Iddio a voler versare tutta la sua gragnuola su' vostri fiori! Prego Iddio a sterminare.... — Uno sguardo tranquillo e severo di Gentilina lo arrestò d'improvviso, e rimasero alcuni minuti in silenzio. — Gentilina! — riprese egli al fine — voi non sapete il male che m'avete fatto ieri sera: voi non sapete a qual pericolo avete esposta la vita del vostro caro!... — Che dite mai? — rispose ella infingendosi. — L'odore troppo forte dei mughetti gli avrebbe forse procurata l'emicrania? Mi dispiacerebbe, povero Leopoldo! Procureremo di dargli dei fiori meno odorosi. Voi foste più cauto di lui lasciandomi il miobouquet. Vedete, io l'ho ancora qui, e lo conservo in memoria della vostra.... compitezza.

— Gentilina, bisogna dichiararsi. Io non sono uomo da soffrire che quelMonsùmi pesti sui piedi. Voi lo preferite già apertamente a tutti gli altri che sospirano allavostra mano. Non è giusto lusingare troppe speranze ad un tratto: ditemi il vostro pensiero: siate sincera e franca una volta.

— Il mio pensiero? Ho bisogno di dirvelo? — chiese Gentilina con tuono ambiguo quasi volendo schermirsene. — Ve l'ho detto ieri sera, e ve lo ripeto, se occorre, questa mattina perchè mi crediate sincera. Io trovo assai compìto quel giovane, e se voi dite il vero ch'ei sospiri alla mia mano, avrebbe torto a dubitare d'un rifiuto. Che ne dite voi, che dovete intendervene? Che mi consigliereste di fare? —

Gregorio rimase interdetto e non comprese la secreta ironia di queste parole. Gentilina infatti pensava a tutt'altro che ad accettare Leopoldo per marito; ma voleva vendicarsi da donna dello sgarbo ricevuto la sera prima, e dare una lezione di pazienza e di gentilezza al geloso suo pretendente. Il giovane prese la risposta alla lettera, e soggiunse: — Giacchè lo volete, pigliatevelo: io non porrò più piede sulla soglia della vostra casa. — Gentilina lo guardò e non dubitò di rispondergli seccamente: — siete padrone.

— Ma egli non mi sfuggirà sempre! Non godrà lungamente del suo trionfo!

— Io credo che saprà difendere la sua vita — diss'ella sorridendo — quando saprà ch'io ne faccio così gran conto.

— Gentilina!

— Signor Gregorio!

— Badate!

— Vi prego di lasciarmi ai miei fiori: essi m'intendono meglio di voi. —

Gregorio non aggiunse parola, e dopo essere restato come balordo per alcuni momenti, col cuore aggruppato, se ne partì mulinando nella sua mente nonso quali pazzi disegni. Gentilina gli guardò dietro, e le dispiacque che avesse preso la cosa così a rovescio: pure non fece un cenno per arrestarlo. — Non mancherà tempo — diss'ella tra sè — e continuò a recidere i rami inariditi delle sue piante, col pensiero rivolto ad altro. Ella non si sarebbe giammai figurata quali serie conseguenze dovevano derivare da quel capriccio di donna, ai due gelosi rivali, e a lei stessa.

Gregorio mantenne la sua malaccorta parola. Egli era rozzo, collerico, orgoglioso, e si pose subito sopra una via falsa che doveva trarlo di passo in passo più sempre lontano dalla sua mèta. Egli aveva fraintesi i sentimenti di Gentilina, e invece di pensare a chiarirsene meglio, cominciò a sparlarne a questo e a codesto: asserì ch'ella era una lusinghiera, una civettuola; che Gustavo aveva fatto bene a trarsela dal pensiero e sposarne un'altra; che le voci che l'avevano indotto ad abbandonarla non doveano essere punto calunnie, ma verità e così via via, facendogli eco tutti coloro che trovavano il tornaconto a dar ragione a lui presente, piuttosto che a prendere le difese di Gentilina lontana. Le donne specialmente erano tutte del suo parere.

Leopoldo intanto era tronfio e vano del suo supposto trionfo. Raddoppiò le sue attenzioni alla fanciulla ed al padre di lei: e non mancava mai di mostrare a Gregorio quando lo incontrava per via qualche fiore appiccicato al vestito, foss'egli o no un presente della Gentilina e un contrassegno della riportata vittoria sul cuore di lei. Una volta, uscendo ad ora più tarda del solito da quella casa, vide il suo sfortunato rivale rimpetto alla porta. Si fermò vedendolo avanzare alla sua volta, immaginandosi tutt'altro che un incontro apertamente ostile. Gregorio lo agguantò senza cerimonie per una spalla, e gli disse con voce soffocata dall'ira: — Ebbene!v'ha fatto ella felice stasera? — Che diritto ha lei di farmi una tale domanda? — rispose Leopoldo ritraendosi d'un passo, pallido per la sorpresa e forse per altro. — Diritto o no — soggiunse Gregorio — voi mi risponderete, spero. Dove l'avete lasciata a quest'ora? — Io credo nella sua stanza.... o in giardino, — rispose Leopoldo esitando forse coll'intenzione secreta di far credere all'altro qualche cosa che fosse delicatezza il nascondere. — Voi siete discreto — disse Gregorio — e meritate una ricompensa: accettate da un leale amico il consiglio di non porre mai più il piede in quella casa.

— Ella scherza! — disse l'altro impaurito dal tuono serio e perentorio di queste parole.

— Io non ischerzo punto, — soggiunse Gregorio — m'apposterò tutte le sere in quel luogo medesimo; e la prima volta ch'io vedrò uscire di là una persona che vi somigli, vi giuro per la.... gli trarrò di corpo per sempre la voglia di ritornarvi. Badate che nel nostro paese questo non si suol dire due volte! — Dopo queste parole s'allontanò senza curare l'effetto che avrebbero prodotto nell'altro. Questi restò immobile per un tratto, poi si strinse nelle spalle, e, provandosi a zufolare la sua solita arietta, si ritirò a casa sua tutto sconcertato, confortandosi però che v'erano mezzi per far tener d'occhio il suo rivale e per sottrarre se stesso ad ogni pericolo.

Contuttociò per le tre sere che susseguirono a questa minaccia Leopoldo pensò di rientrare nella sua stanza per tempo ostentando d'aver qualche affare d'ufficio che lo pressasse. Gregorio non mancò di recarsi a notte fitta dinanzi alla casa di Gentilina per vedere l'effetto dei suoi consigli, e cominciava a congratularsi nel suo interno del proprio trionfo. Non sapeva però render ragione a se stesso di una persona o due che lo seguivanoa qualche distanza nel buio. Una sera non potè resistere alla propria curiosità, e mosse loro incontro. Un uomo ben conosciuto, ma al quale ei non aveva mai parlato, gli domandò che facesse costì. — Fo all'amore colla luna — rispose Gregorio — avete qualche cosa a dire in contrario? — Potrebbe darsi, — ripigliò l'incognito. — Uomo avvisato!... Ella m'intende! — e senza aspettare risposta finse d'andarsene. — Gregorio però non si mosse di là, persuaso che ciò non doveva essere avvenuto senza un perchè. Infatti da lì a mezz'ora la porta della casa di Gentilina s'aprì. Un uomo avvolto in un mantello n'usciva, dopo d'aver scambiato qualche parola con alcuno che l'aveva accompagnato fin là. Era l'avvocato. Gregorio riconoscendolo, sbucò dal suo nascondiglio, e s'avventò contro il malarrivato. Questi si guardò intorno e volle gridare: ma Gregorio gli pose una mano alla bocca, e senza dargli tempo nè a difendersi nè a fuggire, lo gittò a terra, gli piantò nel cuore uno stiletto che trasse dalla ferita, e in un lampo s'allontanò. Di lì a pochi minuti tutta la famiglia di Gentilina, e la persona che aveva poco prima parlato a Gregorio s'erano raccolti intorno a Leopoldo che nuotava nel proprio sangue.

Gentilina per uno di quegli istinti di donna che non s'ingannano mai, aveva indovinato il tutto, e tocca da questo presentimento come da un fulmine, era caduta fra le braccia d'uno dei circostanti. Si parlò di portare il ferito al suo domicilio, ma era lontano, e si poteva ragionevolmente temere che vi fosse pericolo sì nell'indugio che nel trasporto. Le farmacie erano tutte chiuse, chiuse tutte le botteghe e le case vicine, la nottefosca e la città tutta in calma. Il padre di Gentilina accorso sul luogo, offerse la propria casa per prestargli i primi soccorsi, e il corpo immobile dell'avvocato fu posto nella prima camera a cui metteva la scala. Era la camera di Gentilina. Mentre alcuni accorrevano a risvegliare un chirurgo, la coraggiosa giovane, riavuta dal suo svenimento, scoprì la ferita aperta sul petto, e s'ingegnò d'arrestarne il sangue co' pannilini. Di lì a poco Leopoldo aperse gli occhi gravi e smarriti, e parve riconoscere quelli che lo circondavano. Fissò la Gentilina con un sentimento di gratitudine, ma tosto il suo sguardo si rannuvolò e si volse tristamente altrove. Egli non proferse una sola parola. Venne il medico, esaminò la ferita, crollò il capo in segno di tristo presagio, consigliò le fasciature e le cure che credette opportune, e rimise all'indomani il decidere sulla gravità del caso. Vi lascio pensare qual notte passò la fanciulla riconoscendo in se stessa la causa di tale avvenimento e prevedendo le gravi conseguenze che ne potevano sorgere. Persuasa, pregata a voler ritirarsi dal triste spettacolo, non volle mai abbandonare quel letto; spiava ogni sintomo favorevole nel giacente, ma non osava interrogarlo: avrebbe data la metà del suo sangue perchè la ferita fosse leggiera e sanabile: ma chi potrebbe scendere nel suo cuore e discernervi tutti i motivi di un tal desiderio e di un tale spavento? Ella medesima non avrebbe potuto renderne conto a se stessa; del resto le cure ch'ella prodigava al ferito, le avrebbe prestate ad uno straniero, ad un povero per solo istinto di umanità. Ma in questo caso la sola pietà naturale non l'animava; un mortal pallore ricopriva il suo volto, e un secreto rimorso pingevasi nei suoi sguardi smarriti.

Intanto Gregorio, riposto lo stiletto con apparente tranquillità, con fermi e sonanti passi aveva continuatoper la sua via. Ma a mano mano che s'avanzava alla volta della sua abitazione, tutta la sua persona agitavasi, il passo si accelerava, oltrepassò la sua casa senza avvedersene, uscì dal circuito delle mura e si trovò nell'aperta campagna quasi in aspetto di fuggitivo. Infatti egli poteva ben essere inseguìto: ma non pensava a codesto, e pure fuggiva senza riflettere a quanto avea fatto, fuggiva dal rimorso che assale subito l'omicida. Le cagioni che l'aveano indotto a bagnarsi le mani nel sangue del suo rivale erano così frivole, che il fatto stesso parevagli un sogno. Vi fu un momento che si volse indietro quasi per accertarsene, quasi per revocare colla volontà il corso dell'avvenuto. Ma quando fu per rientrare nella città e nasceva già l'alba e le case cominciavano ad aprirsi qua e là, la coscienza del suo delitto lo assalì chiara e terribile: sentì il pericolo che gli soprastava, corse a casa, sellò un cavallo e via prima che si potessero dare gli ordini per arrestarlo. Due giorni dopo Leopoldo, sempre in pericolo di vita, avea svelato il nome dell'omicida, e Gregorio, arrestato in un suo podere, avea subìto un primo esame, niegando il fatto e ingegnandosi di schermirsi coll'alibi: ma troppo certi indizii stavano contro di lui, perchè potesse sperare di uscirne per mancanza di prove.

Mentre Leopoldo era in lotta colla morte, e l'altro colla giustizia, Gentilina trovavasi affranta sotto il peso del proprio rimorso. Ella non era colpevole dell'avvenuto: perchè chi mai, anche conoscendo il carattere focoso di Gregorio, chi mai poteva prevedere codesto eccesso? Pure quell'anima onesta e delicata non sapeva perdonare a se stessa d'aver suscitata spensieratamentequella fatal gelosia. Nel paese la povera giovane per poco non si trovò sotto il peso della pubblica esecrazione. Chi non conosce la carità delle brigate in simili circostanze? Il mondo è lì sempre per compiangere i morti, per assolvere gli accusati, per calunniare i meno colpevoli. Le stesse cure affettuose ch'ella prestava al malato, le sue istanze perchè non venisse tolto dalla sua casa le furono attribuite a colpa. — Ella è innamorata di lui — dicevano alcuni — le preme di risanarsi un marito e vincolarselo colle sue premure. — Ella è presa di Gregorio — dicevano gli altri — e vorrebbe salvo il ferito, per la salvezza dell'uccisore. — Così la sua stessa pietà veniva tacciata d'interesse, di doppiezza, d'ipocrisia. Queste maligne supposizioni non tardarono a giungere a lei: il padre medesimo gliene parlò per indurla a lasciar trasportare altrove il ferito, or che si poteva farlo senza aumentare il pericolo: ma la generosa giovane non si lasciò smuovere dal suo proposito. — È forse la prima volta — disse ella — che sono segno delle altrui maldicenze? Mi ci sono assuefatta: non è più tempo di evitarle, bisogna vincerle, bisogna affrontarle. Questo sventurato deve risanare per le mie cure, o morire fra le mia braccia. —

Leopoldo dal canto suo non avea potuto resistere a tante attenzioni più che materne che Gentilina gli andava usando di giorno e di notte. Quell'amore che prima non era forse che vanità, si andava cambiando nell'animo suo in un affetto vero e profondo. Benchè non avesse fondate speranze di risanare, chè quelli dell'arte non osavano dargliene, vi furono momenti che l'abbandonare la vita gli sembrava più doloroso per doversi staccare da lei, per non poter condurre tutti i suoi giorni in sua compagnia. Gentilina sentì queste proteste arrossendo e facendosi pallida tutt'ad un tratto: ella non l'amava, ella ne amava un altro, ella amava l'uccisore medesimo.Benchè colpevole, benchè delinquente, accusato, forse condannato al patibolo, essa lo amava! Tra l'uno che avea perduto la vita per lei, e l'altro che le avea sagrificato la propria innocenza, il suo cuore rimaneva attaccato al secondo. Io non l'accuso e non la condanno: voglio rispettare, senza esaminarli, i secreti di quell'anima singolare. Dirò solo che non le sofferse l'animo di seguitare a mentire. Interrogata dal giovane di cui s'era fatta infermiera se veramente l'amasse, ella dopo aver tentato sottrarsi alla necessità di rispondere, presa alle strette, gli dichiarò che ella non amava alcuno; che essendo stata la vittima di tante fatalità, sarebbe andata a chiudersi in un convento per espiare nella solitudine tutta la colpa ch'ella potesse averne dinanzi a Dio. Dicendo queste parole ella forse illudevasi, forse mentiva a se stessa e ad altrui per rendere meno amara la negativa all'infermo. Questi intanto peggiorava di giorno in giorno visibilmente: la ferita avea fatto sacco, e promossa una suppurazione che assorbita nel sangue, spegneva lentamente la vita dell'infelice. Il suo stato non avea pur anco permesso che fosse sottoposto a un processo verbale da cui doveva dipendere la sorte dell'imputato. Tutte le volte che il nome di lui veniva proferito alla sua presenza, egli fissava Gentilina e la vedeva impallidire e tremare. Egli s'appose al vero: lesse nell'animo della giovane con più di chiarezza forse di lei medesima; vide ch'ella era presa di Gregorio, e al momento in cui una tale scoperta gli balenò nella mente, strinse i denti e li odiò tutti e due.

Li odiò: ma per poco. Il naturale del giovane non era malvagio. Egli alfine sapeva di aver provocato quel colpo a cui soccombeva. D'altronde poteva egli odiare quella donna che da due mesi lo curava, lo vegliava, andava sensibilmente deperendo sotto il peso di quellecure e di quelle circostanze che funestavano l'anima sua anche nel pietoso esercizio? — Gentilina — egli disse — non seguitate ad infingervi: voi amate Gregorio, ed io.... io son sul punto di trarlo meco nell'eternità per un cammino forse più doloroso del mio! Se l'avessi preveduto, il suo nome non sarebbe uscito dalle mie labbra, ed ora sarebbe già lasciato in libertà per insufficienza di prove. Gentilina io ve lo perdono: anzi mi è doppiamente duro il morire, perchè la mia morte porrà in grave pericolo la sua testa. Pensai com'io potessi diminuire questo pericolo, e voglio consecrare a quest'opera di pietà, e forse di giustizia le poche forze che mi rimangono. Badate che non entri nessuno: prendete un foglio, scrivete ciò ch'io vi detto. — Gentilina, confusa e tremante, senza sapere che cosa avrebbe scritto nè quali conseguenze ne potrebbero derivare, sentì dettarsi queste parole:

— «Dichiaro di aver io medesimo provocato il mio uccisore: dichiaro di averlo insultato più volte, di averlo ingannato infiammando in mille guise la sua gelosia. Dichiaro di averlo percosso, e che solo in difesa della propria vita mi portò il colpo mortale al quale soccombo. Sul punto di presentarmi a quel Giudice che vede tutto, rilascio spontaneamente questa protesta, la quale il tribunale prenderà in considerazione, per non prender contro l'accusato misure troppo severe e contrarie alle norme della giustizia.» Ora, o Gentilina, datemi quel foglio ch'io mi sforzerò di apporvi il mio nome. — Gentilina piangendo e singhiozzando presentogli il foglio e la penna, e cadde in ginocchio alla sponda del letto, sfogando con larghe lagrime la piena dei mille affetti che le gonfiavano il cuore. Leopoldo era sublime in quel momento. Segnò con mano tremante il suo nome sotto quelle parole, e porgendo a Gentilina la carta: — prendete — disse — ringrazio Iddio che mi è concesso ancora poter rimeritarele vostre cure, e riparare in parte al male che ho fatto.

Dopo due ore egli non era più.

Lasciamo il letto dove giace il corpo esanime dell'avvocato per visitare entro la sua carcere l'uccisore di lui. Egli avea lungamente negato, perchè gli amici e i parenti lo consigliavano a questo. Ma il giudice un giorno, dopo aver indarno esauriti tutti i soliti artifizi per istrappare la sua confessione, s'era avvisato di tentare una corda non ancor tocca. — Il giovane — disse — che rimase ferito sulla porta della famiglia M. v'accusò distintamente d'avergli dato la morte. Non potendo moversi dal suo letto, che non potrà certamente cambiare se non col sepolcro, domandò che gli siate condotto dinanzi. Domani vedremo con quanta impudenza saprete sostenere la vostra negativa in presenza della vostra vittima, in presenza di quella famiglia che, come ben sapete, non è straniera agli antecedenti che vi portarono a quell'eccesso! Andatevene: domattina alle nove tenetevi pronto al cimento. — Gregorio impallidì. Egli non era preparato a questa proposizione. L'idea sola di trovarsi dinanzi al suo nemico nella camera di Gentilina, in presenza di lei, gli fu insopportabile. Domandò la parola e confessò a parte a parte l'accaduto, senza pensare a scusarsi, senza aggiungere nessuna di quelle circostanze che dovevano attenuare la sua colpa e mitigare la sua condanna.

Gregorio sarebbe morto piuttosto che rivedere Gentilina, non aveano mancato i caritatevoli amici d'informarlo delle sue cure per Leopoldo, delle sue istanze per ritenerlo presso di sè, dellebuone ragioniche il mondo leattribuiva. Nella persuasione in cui si trovava d'essergli stato posposto, non durò fatica a credere tutto questo e ancor più. Provò per qualche momento una feroce compiacenza di aver ferito due cuori con un sol colpo, d'essersi vendicato in un solo momento di tutti e due! Egli non pensava alla condanna che l'attendeva: non pensava che alla sua gelosia e al truce sentimento che assorbiva per così dire tutto il suo essere. Un giorno gli furono introdotte nell'angusta e lurida stanza dove si trovava, due persone non aspettate: un vecchio e una giovane donna coperta da un fitto velo. Il carceriere, appena accompagnati costoro, si ritrasse. Gregorio che sonnacchiava tra' sanguinosi fantasmi di vendetta, diede una specie di ruggito vedendo innanzi a sè il padre di Gentilina, e una donna che non durò fatica a riconoscere. La sorpresa da una parte e la compassione dall'altra tolse a tutti e tre l'uso della parola per pochi momenti. Gregorio fu il primo a rompere il silenzio dirigendosi alla donna, ma senza guardarla. — Vi siete ricordata di me! Segno che l'altro non è più vivo! — Gentilina si sentì gli occhi pieni di lagrime a questa crudele interpellanza, ma pure le divorò, e rispose con calma e con dignità. — Sì, Gregorio, il vostro rivale è passato a vita migliore: è morto perdonandovi, e mi comandò di annunziarvi colla mia bocca gli ultimi suoi sentimenti. — Ha scelto davvero un'interprete molto opportuna! Quando sarà proferita la mia sentenza (ora già non c'è più via di evitarla), il tribunale farà bene a farmela annunciare per mezzo vostro. — Gentilina abbassò gli occhi e fece uno sforzo per vincersi, poi traendosi dal seno un foglio piegato: — eccovi — disse — eccovi infatti la sentenza ch'io vi presento. Leggete. — Gregorio lesse la generosa dichiarazione del suo rivale, e stette per alcun tempo immobile ed avvilito. Il vecchio, che aveva taciuto finoallora, gli fece avvertire l'importanza di quel documento; narrò quante difficoltà la Gentilina doveva aver superate prima di possederlo, prima di farglielo pervenire. — No, no — interruppe la Gentilina — nessuna difficoltà ad ottenerlo: non me n'era nemmeno venuto il pensiero. Fu un'ispirazione spontanea di quel cuore che era assai migliore che.... non si credeva.

Gregorio riarse di sdegno al sentire le lodi del suo rivale sulla bocca di lei, e non potè trattenersi dal dire: — Voi avrete le vostre ragioni per lodarvi di lui! Quanto a me.... piuttosto di dovere la mia vita e la mia liberazione alla sua generosità, al suo perdono.... voglio abbandonarmi al corso naturale della giustizia. Riprendete il vostro foglio, e lasciatemi! —

Gentilina non s'aspettava una risposta così brutale: sentì che Gregorio non era capace di un sentimento generoso perchè non sapeva apprezzarlo in altrui: sentì che quell'uomo non l'amava, nè l'amerebbe mai: arrossì di se stessa e di lui, riprese il foglio, e passando dignitosamente il suo braccio sotto a quello del padre suo, calò coll'altro il suo velo, ed uscì.

Il suo cuore fu cambiato fin da quel momento. L'idea di legar la sua fede ad un uomo tale le parve assurda, e avendo perduta l'ultima illusione della sua vita, l'unico premio che sperava ai suoi sacrificii, si sentì vedova e desolata nel mondo. Il padre suo non mancò di accrescere lo stato d'abbattimento in cui si trovava, dicendole ch'egli l'aveva già preveduto, ch'ella avrebbe dovuto arrendersi anche prima alla sua esperienza, ch'era tempo di levarsi dal pensiero e il morto ed il vivo, il quale già meritava la sorte che l'attendeva.

Gentilina però non era donna da questo. Qualunque fossero i suoi sentimenti verso Gregorio, ella non poteva abbandonarlo alla inflessibilità della legge umana. Queldocumento doveva dunque rimanersene ozioso ed inutile? Era dunque invano che sul momento di possederlo, ella si stimava di stringere tra le sue mani la vita e la salute d'un uomo? Leopoldo conosceva la legge: non gliel'avrebbe dato con tanta solennità, se doveva essere una cosa infruttuosa e illusoria. Ella prese dunque una coraggiosa risoluzione, e senza consigliarsi con alcuno, senza domandare l'assenso del padre, si mise in viaggio per Verona dove appunto in quei giorni doveva decidersi la sorte dello sciagurato Gregorio.

Giunta in quella città, cercò tutti i mezzi per aver l'accesso al consigliere che avea tra le mani la causa di lui, e gli presentò la dichiarazione del moribondo Leopoldo. Non farò molte parole. Il documento fu letto dal criminalista con un certo sorriso d'incredula intelligenza: lo restituì alla bella supplicante, dicendole che il soccorso era già troppo tardi: che la condanna era sancita dal Senato, e che d'altronde una simile soscrizione non riconosciuta da nessuna autorità, non attestata dai necessari testimoni, era affatto inutile e inattendibile. — Dunque egli morrà? — chiese la poveretta fissando due occhi spaventati sulla impassibile faccia dell'impiegato. — Fra venti giorni, mia signorina, a meno che Sua Maestà non gli commuti graziosamente la pena di morte in venti anni di carcere. — Gentilina non insistette più a lungo, si congedò senza più, e prese un posto nella diligenza che partiva fra due ore per Vienna.

Tutto questo si dice in due versi. Ma per comprendere tutta la difficoltà e l'importanza del passo, bisogna riportarsi coll'immaginazione a quel tempo e a quei luoghi.

Il 1848 non era ancora venuto a spalancare un abisso tra l'Austria e l'Italia. Ma con tutto ciò gl'Italiani, e specialmente i Veneti, non ricorrevano volentierialla Corte di Vienna per averne privilegi o favori. Regnava ancora l'imperatore Ferdinando che le circostanze non avevano esacerbato; e l'imperatrice, italiana di nascita, contribuiva più che altro a temperare quello stato di ostilità permanente che sussisteva pur sempre tra i dominatori stranieri e la Venezia.

Ora pensate di quanto coraggio avesse bisogno una giovane vissuta casalinga fino allora, ignara della lingua e degli usi della città e della Corte dove intendeva recarsi per ottenere la grazia d'un omicida, al cui delitto ella non era stata affatto straniera. Tuttavia la coraggiosa giovane non esitò. Chiese una lettera per una vecchia dama che doveva presentarla all'imperatrice. — Ella è italiana — pensava Gentilina — ella è donna, e benchè imperatrice avrà forse provato che cosa sia la sventura. Mi crederà innamorata di lui.... mi farà arrossire chiedendomi conto della mia famiglia e come io mi mettessi in viaggio senza domandarne l'assenso.... Non importa! Si tratta della vita d'un uomo: si tratta di riparare ad un fatto che non sarebbe accaduto se io fossi stata più schietta o più previdente!

Ciò diceva mentre la diligenza la traeva con sè, tutta chiusa nel suo velo, e assorta ne' suoi pensieri. Abbrevierò il racconto. Ella giunse a Vienna, fu presentata all'imperatrice, e riuscì ad ottenere la sua intercessione presso il sovrano, che solo aveva il potere di salvar quella vita.

La grazia fu domandata e concessa.

Quel giorno medesimo un rescritto di S.M. partì per Verona, e commutò la pena di Gregorio in pochi anni di carcere.

Noi dobbiamo passare di volo questo tempo che per Gregorio e per Gentilina non dovette scorrere così presto. Quando si seppe nella città la risoluzione della bravagiovane, i sentimenti del paese mutarono. I maldicenti erano stati costretti al silenzio da un fatto abbastanza singolare per imporre alla società. La Gentilina cessò d'essere il soggetto delle maligne supposizioni de' tristi: ella era divenuta un personaggio da romanzo, una vera eroina, e quella lode che era stata negata alle sue private virtù, veniva spontaneamente profusa ad un'azione così brillante e così coraggiosa. — Ella se l'è ben meritato! — dicevano. — E quello scapestrato di Gregorio non sarà degno di nessuna compassione e di nessuna stima, se farà un torto manco col pensiero a quella che gli ha salvata la vita e l'onore. —

Quanto a Gregorio non si deve pensare che non sentisse la grandezza del benefizio. Egli sfidava la morte quando la credeva le mille miglia lontana: ma ricorre anche qui l'antico proverbio:altro è parlar di morte, altro è morire. Quando gli fu intimata la sentenza fatale, cadde in un abbattimento da non potersi descrivere. Allora per la prima volta gli corse al pensiero il documento di cui aveva ricusato servirsi, allora si pentì d'aver trattata così duramente la povera giovane che gli aveva presentato quell'àncora di salvezza. Ora immaginate che cosa dovette pensare, quando gli fu annunziata l'inaspettata grazia, quando seppe da chi e in qual modo ei l'avea ottenuta! Domandò di vedere la sua salvatrice, voleva caderle ai piedi e pregarla ad accettare in dono tutta quell'esistenza che a lei sola doveva oggimai, dopo Dio. Ma Gentilina non avea voluto mai presentarsi al suo carcere. Ella dissimulava i suoi sentimenti, e nessun occhio poteva leggerle in volto ciò che nascondeva nell'interno dell'animo.

Passarono intanto i due anni della condanna, e Gregorio scarno e molto cangiato da quel di prima, ma più bello forse per quell'aria mansueta che aveva assunto,e che faceva un singolare contrasto col suo piglio risoluto ed altiero, Gregorio diresse, come si può credere, i suoi primi passi alla casa di Gentilina. Ella lo accolse con calma, e si sottrasse ai vivi ringraziamenti di cui la colmava. — Io non sono degno di voi, — disse Gregorio prostrandosi quasi a' suoi piedi — io v'ho offesa, v'ho calunniata, v'ho respinta quando veniste a salvarmi. Ma voi non mi avete solamente liberato, voi m'avete cambiato il cuore, voi m'avete reso meno immeritevole della vostra mano. L'offrirvi la mia non è già un compenso a quanto avete fatto per me, è un bisogno per l'anima mia, è una grazia novella che imploro da voi. — Gentilina arrossì un poco ed esitò a rispondergli. — Gregorio — gli disse finalmente — la risposta che sarei per darvi tornerebbe forse inopportuna in questo momento. Godiamo insieme senza alcuna mistura di assenzio, la dolcezza di questi momenti. Nessuno certamente è più contento di me di aver cooperato alla vostra liberazione. Ringraziatene Iddio, e andate a consolare la vostra famiglia. Domani saprete la mia risoluzione sul matrimonio che mi proponete. —

L'indomani Gregorio ricevette una lettera così concepita:


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