I DUE CASTELLI IN ARIA.
Matilde, quando io la vidi la prima volta, poteva avere tutt'al più sedici anni. Ella era l'unica figlia del conte Rinaldo di Susans, una delle più ricche e nobili case della provincia. Venuta alla luce assai tardi, quando il padre e la madre aveano già perduto la speranza d'aver un frutto della loro unione, fu circondata fin dalle fasce di tutte le cure che la tenerezza materna e l'orgoglio patrizio possono suggerire. Padre e madre erano fino allora vissuti per se medesimi; ora rivolsero entrambi il loro diviso egoismo in lei sola, e non vissero che per lei. Se creatura al mondo potesse essere un modello di perfezione e centro di tutte le umane felicità, questa creatura pareva dovesse esser Matilde. Lei ricca, lei bella, lei nobile, lei fornita di naturale ingegno e di tutti i mezzi più validi a svilupparlo. Il padre e la madre vagheggiavano codesto idolo, fabbricavano nella loro immaginazione il suo avvenire; la vedevano amata, ammirata, fatta segno d'una specie di culto a tutto il paese. Oh! se avessero potuto fabbricarle anche un compagno degno di lei! Questa sola idea, questo solo dubbio intorbidavale loro serene fantasie, e interrompeva il corso de' loro amorevoli sogni.
Appena Matilde cominciò a muovere i primi passi, appena la sua lingua balbettò le prime parole, si pensò al genere di educazione che si sarebbe adottato per questa privilegiata creatura. Il conte e la contessa erano stati educati come usava al lor tempo, in quel tempo in cui si diceva: — Tu sei nobile, tu sei ricco, che bisogno hai tu di studiare? Il povero che non ha terre al sole, studii e si affatichi per te. — Aveano imparato, una il ballo in convento, l'altro la scherma in un collegio di Gesuiti: sapevano scrivere, essa un viglietto d'invito, egli una rimostranza al fattore: quella avea letto la Clarissa di Richardson per tenersi in guardia dai Lovelace, questi il Candido di Voltaire per imparare a prendere il mondo con una certa superiorità: del resto avevano ubbidito ai consigli tradizionali ch'io dissi, senza pensare più là: anzi quando sentivano parlare di nuovi metodi educatorj, di nuovi istituti e di una farragine di libri che s'andavano stampando a tal uopo, ridevano cordialmente e chiamavano col titolo di novatori e di filosofi moderni tutta quella buona gente, veri don Desiderj disperati per eccesso di buon cuore.
Ma quando ebbero questa figlia si trovarono non so come cambiati. Le nuove idee erano loro entrate nel sangue senza che se ne avvedessero, anzi malgrado loro. Molte cose, che si sogliono biasimare finchè si considerano così in astratto, fuori del caso di metterle in pratica, si mostrano poi sotto un aspetto diverso quando l'adottarle o il respingerle può in qualche modo influire sul nostro ben essere. Ciò avvenne appunto ai genitori di Matilde. Cominciarono a dirsi fra loro: — Che fosse vero? Che abbiano ragione costoro? Che una migliore educazione possa proprio concorrere alla maggior felicità diMatilde? Bisogna provare: non foss'altro perchè il mondo non abbia a dire che si è trascurata alcuna cosa per lei. — Persuasione o vanità che fosse, fu stabilito fino da quel momento che la bambina sarebbe educata secondo i metodi, non dirò migliori, ma più moderni. E forse il conte e la contessa, facendo un esame di coscienza un po' più scrupoloso del solito, si saranno stimati per quello ch'erano, non per ciò che si sforzavano d'apparire. — Ella dev'essere più colta e più felice di noi! — si dissero i due conjugi, concludendo un diverbio in cui s'erano immersi un bel dopo pranzo, il giorno che la loro bambina era tornata da balia.
Povera bambina, da quel momento la tua sentenza fu irrevocabile. Tu dovevi riuscire perfetta e felice a lor modo!
Il metodo di educazione adottato dal conte e dalla contessa divideva l'educanda in tre parti: corpo, spirito e cuore; il corpo doveva riuscire sano ed elegante; lo spirito ornato di tutte le cognizioni che piacciono nella donna; il cuore poi bisognava preservarlo da tutte le forti emozioni di qualunque genere fossero — perchè — diceva il conte — le nostre passioni devono servire ai veri interessi della famiglia, — e perchè — aggiungeva la contessa — chi ha un cuore troppo sensibile, è alla fine infelice, ed io lo so per prova. — I due nobili conjugi si guardarono in volto, parvero voler dirsi non so che altro, ma poi si tacquero per prudenza. Il conte si contentò di grattarsi la tempia col dito mignolo, la contessa si morse un pochino il labbro inferiore e s'accostò alla finestra per pigliar aria.
La grand'opera intanto fu cominciata. Un medico amico di casa, esaminata la fisica costituzione della bambina, gracile anzi che no, ordinò che si dovesse guardarla dalle infreddature, coprirla bene, esporla all'aria meno che si potesse, trattarla, in una parola, come unapianta esotica che si fa vegetare nel calidario. Ogni giorno c'era qualcosa da fare, qualcosa da prendere; ora il calomelano pei vermini, ora l'ipecacuana pei denti, or la manna, or la magnesia caustica per altri malori infantili. Povero fiorellino! a cui si voleva dar tutto, fuori che il latte materno, l'aria, la luce e la libertà!
Quanto allo spirito ci si pensò subito. Si fece venire un'aja svizzera per insegnarle la lingua francese e la tedesca. — Già l'italiana — diceva il conte — s'impara da sè; — e poi — soggiungeva la contessa — l'italiano non potrebbe servirle a nulla nel bel mondo dov'è chiamata a brillare; tutt'al più a cantare un'arietta o una romanza quando se ne presenti l'occasione. — Allo studio delle lingue straniere tenne dietro il disegno, il ricamo e l'inevitabile pianoforte. Bisognava dai primi anni educare le dita alla flessibilità che domanda quell'istrumento. Più tardi poi si svolgerà l'organo della voce, si passerà dal suono al canto, com'è costume. Ogni giorno era diviso in piccoli frammenti: ogni giorno aveva la sua lezione di lingua, di disegno, di ricamo, di danza, di musica. Povero spirito! se non riuscivi un modello di perfezione, certo non era per difetto di cure.
Resta il cuore. Che cosa è il cuore? — s'era domandato il conte. Il cuore è un muscolo, un organo, un pezzo di carne e nulla più. Ma la contessa l'avea fatto tacere, citando madama di Genlis e non so quali altre chiarissime chiacchierone francesi che non hanno altra cosa in bocca se non il cuore. — Il cuore è tutto; e chi non ne ha, non ne parli. — Il conte tornò a grattarsi la tempia e abbandonò alla contessa e al suo venerabile direttore l'educazione di questa parte della sua diletta unigenita. Il venerabile direttore insegnò alla fanciullina di sett'anni il catechismo, le spiegò il libro dell'Imitazione, le inculcò l'obbedienza, l'umiltà, la rassegnazione,la veracità, la pietà e tutte le altre virtù. Questi insegnamenti erano utili e santi, ma la poverina li trovava spesso contradetti dalle massime che le venivano inculcando il padre, la madre, l'aja e le altre buone e savie persone che le facevan corona. — Questo è bene in sè — dicevano — ma non conviene al tuo grado. Fare la carità è cosa santa, ma non bisogna farla a persone sfaccendate e viziose. Questo è un dovere dinanzi a Dio, ma ti esporrebbe alle beffe dinanzi al mondo. Il decoro, il decoro, figliuola mia! Tutto sta nel distinguere. Altro è la teoria, altro la pratica. Da ciò si vede che il conte, non contento della triplice divisione, avrebbe voluto suddividere la educazione del cuore in due parti: il bene e il conveniente, la virtù e il decoro, la coscienza e ilbon ton. — S'io sapessi scrivere — diss'egli — la vorrei inculcare a tutti questa necessaria distinzione. Ne parlerò al direttore. Io gli darò le idee, egli le metterà in carta, e porteremo la nostra pietra al grande edifizio della educazione sociale. —
Povero cuore! e che colpa ne avrai tu, se pel conflitto del dovere e della moda ti lascerai trasportare dalla corrente? —
Ospite, per un accidente che non importa narrare, in casa del conte, fui invitato ad ammirare i miracoletti dell'unigenita, che aveva, come vi dissi già, sedici anni. Vidi immersa in un soffice seggiolone una biondina pallida, magra, tutta occhi, che al mio entrare fece le viste di alzarsi, e ricadde a un cenno della madre sull'elastico suo cuscino. Aveva una cuffietta annodata sotto al mento da un nastrino celeste, un elegante accappatojo le avvolgeva le gracili forme, i piedini erano mezzo vestiti d'una pantofola ricamata. Doppie impannate impedivano all'aria di penetrare in quel santuario: e la luce del sole giugneva attraverso i ricchi cortinaggi che l'attenuavanoe raddolcivano all'occhio. Molli tappeti coprivano il pavimento, serici arazzi le pareti, tutto era fatto per allontanare dalla delicata personcina le impressioni troppo vive che potessero ferirne i sensi. Il mondo fisico e il mondo morale non dovevano giugnere a lei se non modificati dall'arte.
Mentre il conte, la contessa e labonnemi mostravano a gara chi un ricamo, chi un acquerello, chi un tema diligentemente ricopiato, chi l'albo pieno dei più smaccati elogi, la giovinetta si sforzava di sorridere con una gentile smorfietta, non saprei dire se di modestia o d'orgoglio, secondo il sistema anfibologico della educazione paterna. Ma la sua fronte cerea apparve solcata da una ruga obliqua tra i sopraccigli, e gli angoli della bocca presentavano una linea d'una espressione indefinibile d'amarezza e di pena. Era una malattia fisica o morale che si manifestava in quel sintomo? Non saprei dire. Forse l'una e l'altra insieme.
Uscendo da quella camera mi disse il conte: — Oh! mia figlia, quando sarà lanciata nel mondo, farà onore all'educazione che ha ricevuta. Un bel nome, dugentomila scudi di dote, e un'educazione così compìta! Che cosa le manca per essere perfetta e felice!
Alcuni mesi prima che venisse alla luce l'amabile e privilegiata creatura che descrissi alla meglio, in un villaggio tre leghe discosto dalla città, nasceva un'altra bambina che doveva dividere con essa il latte materno. Nasceva senza aspettazioni, senza complimenti, quasi quasi senza levatrice; fu battezzata col nome di Maria,e il padre e la madre, buoni mezzajuoli del conte di Susans, vedendola vegeta e tarchiatella si dissero fra loro: — In pochi anni ci aiuterà al campo, e si farà il corredo filando. — Fu spoppata di sei mesi, perchè metteva già i denti ed appetiva altro cibo, e la Margherita s'offerse per balia alla bambina della propria padrona nata a quei giorni. Questa approfittò dell'occasione, dimenticò i libri che raccomandano alle madri questo primo dovere d'allattare i propri figli, consultò il medico di casa, il quale, interrogati prima gli occhi di lei, dichiarò che la sua salute non permetteva l'allattamento, e quietata così la coscienza, si mandò la figliuola a balia dalla Margherita. Chi vedeva quelle due bambine non poteva trattenersi dal paragonarle fra loro. Quella era vera figlia del campo, piena di vigore e di sangue, un bel boccino di primavera; questa era languida, sparutella; somigliava ad una di quelle roselline tardive che nascono alla seconda vegetazione d'autunno, e sentono già il verno imminente. Non avevano di comune che il latte della villana, e anche questo per puro accidente.
Questo accidente non fu però inutile alla Maria. La madre, dal punto che fu assunta all'onore d'allattare la figlia della contessa padrona, divenne oggetto di mille attenzioni. Le fu dato agio di ben nutrirsi, perchè il latte scorresse più salubre e sostanzioso nelle vene aristocratiche della bambina; le furono ripetuti e dalla dama e dal medico non so quanti avvertimenti d'igiene, dei quali la buona donna non aveva mai udito parlare al villaggio, ma che pure le parvero comodi e buoni a seguire. Conosciuta l'utilità di queste norme, le usò del pari per la propria figliuola che per l'altrui, e dei buoni brodi che le venivano amministrati godeva più la figlia naturale che l'adottiva, o almeno giovavano più alla prima che alla seconda. Tratto tratto la contessa facevauna corsa al villaggio e non dissimulava l'invidia che quella disparità le svegliava nell'animo. Anzi talora le spuntò il rimprovero, quasi che Margherita trascurasse la bambina a lei confidata per badare alla propria. Poi si racconsolava dicendo: — Si vede bene che codesto è sangue villano, mentre nei delicati lineamenti di mia figlia traspare la nobiltà del lignaggio! — Così, dato un bacio alla propria, e un pizzicotto all'altrui figliuola, rimontava in carrozza, e accompagnata dai suoi staffieri e dal medico, se ne tornava in città.
Mentre i due nobili parenti almanaccavano sulla educazione da darsi al proprio sangue, i due genitori del contado pensavano a Maria un po' meno che ai bachi da seta di cui solevano tenere una bella partita a metà. Ella veniva su come la mal'erba nell'orto, senza l'opera della vanga nè della zappa. Ma l'aria aperta, il sole, gli alimenti semplici e sani, svolgevano mirabilmente la sua buona natura, e fino da quei teneri anni si poteva augurare assai bene della futura rosa del contado.
Era davvero un bel bottoncino di rosa; paffutella, vermiglia, begli occhi neri, capelli folti, vispa come una anguilla, voce intonata e vibrante; correva, sguizzava fra le anitre e le galline, senza cuffia e quasi senza abiti, al sole e alla pioggia, senza timore d'infreddature, senza bisogno di magnesia nè d'altro.
Certo non sapea nè la Bibbia nè il Kempis. La madre le aveva insegnato l'orazione domenicale e l'Ave Maria, non senza qualche storpiatura inevitabile di pronuncia. Di tre anni fu mandata all'Asilo che proprio in quell'anno era stato aperto nel villaggio, secondo il metodo dell'Aporti. Quivi imparò a leggere, a filare, a cantare, mentre il padre e la madre badavano alle loro faccende, e si tenevano felici d'esser dispensati da quel pensiero. Quando la sera la rivedevano pulita, compostina,e più sveglia di prima, si sogguardavano fra loro con tacita compiacenza e benedivano la carità del buon fondatore. — Se avessimo avuto questa fortuna a' dì nostri! — dicevano — adesso non avremmo bisogno di ricorrere ad altri per una lettera e per un conto! — Quella buona gente riconosceva con queste parole la bontà dell'istituzione che fino dal suo nascere ebbe tante calunnie e tante opposizioni dagli illuminati del secolo e della Chiesa.
All'età di sette anni cambiò i denti e mutò d'occupazione. Andò ai campi, falciò l'erba, aiutò la madre in molte faccenduole domestiche, e così snodò le membra e divenne svelta ed aitante della persona. La sua musica si limitava al cantare la preghiera domenicale e l'Ave Mariacolla semplice cantilena che aveva imparata all'Asilo; ma quando si trovava nei prati, o girava l'arcolaio dinanzi alla porta della casa, canterellava i patrii stornelli senza bisogno di maestro e senza cercarne l'intonazione sul pianoforte. Il ballo lo avrebbe imparato più tardi senz'altro insegnamento che l'esempio delle compagne: il disegno poi.... il disegno lo lasciava ai pittori, ed il dono delle lingue agli apostoli.
Questa è l'educazione fisica, spirituale e morale della Maria. Felice lei se non avesse pensato più in là, se la sua vita come quella di sua madre, fosse potuta scorrere fra l'angusta sfera delle idee d'una contadina!
Ciò sarebbe forse avvenuto senza l'accidente che pose per alcun tempo a contatto la figliuola del povero con quella del ricco. La contessa, anche dopo aver ritirato la sua bambina, ebbe più volte la degnazione di visitare la donna che aveva adempite presso di quella le funzioni di madre; fosse per bontà di cuore, o perchè quella specie di trasfusione di un sangue nell'altroavesse innalzato a' suoi occhi l'umile Margherita. E questa, piena di riconoscenza per tali atti di bontà, ed incoraggiata dall'affetto quasi materno che aveva concepito per la sua figlia di latte, recavasi qualche volta al palazzo colla sua bimba, e vedeva con gioia e con orgoglio assai perdonabile, quel resto di dimestichezza che regnava ancora fra quelle due creature destinate più tardi ad una vita così differente. Queste visite continuarono, benchè più rare, anche in seguito: cosicchè le due fanciulline ebbero agio di parlare insieme, di comunicarsi senza saperlo una parte delle loro idee, dei loro istinti e delle loro abitudini. Matilde mostrava alla villanella i suoi balocchi, le sue stampe, i suoi libri, tutti quei nonnulla di cui la circondavano i suoi genitori e gli amici di casa, nel Capo d'anno, nel Natalizio e nel giorno onomastico. La Rosa apriva tanto d'occhi, lodava questo, toccava quello, s'acconciava per celia e per contentare la padroncina gli smanigli e le altre cianfrusaglie di cui aveva piena la stanza: avrebbe voluto ella pure far pompa di qualche cosa, ma, poverina! che poteva mostrare di suo alla ricca damigella, se non qualche fiore cresciuto nell'orto, qualche volgare garofano, qualche mammola primaticcia. Questi erano i suoi tesori, e non mancava di recare alla sorellina di latte i più bei fiori che sbocciavano inaffiati dalle sue mani e destinati a quell'uso. Era appunto in queste occasioni ch'ella pregava la madre a volerla condurre dalla Matilde, la quale faceva buon viso al dono ed alla donatrice, sebbene che cosa erano quei fiori per lei che possedeva nei sontuosi stanzoni le piante più rare che l'industria del giardiniere aveva raccolto in più climi per essa? — Un giorno, non so se per orgoglio o per leggerezza, Matilde condusse la contadinella là dentro, tenendo ancora in mano il volgarmazzolino di mammole che aveva colto per lei frugando e rifrugando tutte le siepi del vicinato.
Quando Rosa vide quei fiori mirabili di forme e di tinte così peregrine, rimase mortificata del suo dono ed era lì lì per piangere. Matilde non si accorse di ciò, e quand'anche se ne fosse accorta, poteva essa indovinare la causa di quelle lagrime?
Avrei io forse fatto torto al suo cuore con questa supposizione? Avrei io, senza volerlo, data la preferenza alla figlia dei campi per istrazio dell'altra? Questa non era la mia intenzione. Entrambe avevano avuto qualche cosa più di comune che il primo alimento. S'amavano le due fanciulle quanto possono amarsi due esseri appartenenti alle due opposte estremità della scala sociale. Questo contatto fortuito aveva aumentato il capitale delle loro idee e delle loro affezioni. Se lavillanellaavesse potuto comunicare all'altra il semplice gusto per la campagna e non più, avrebbe contribuito alla educazione del suo cuore: così se la damina si fosse accontentata d'ispirare alla forosetta il sentimento della dignità e del decoro, e non altro, avrebbe avuto un diritto alla sua gratitudine. Ma non vediamo i beni altrui senza che in un modo o nell'altro non nasca nel nostro cuore, se non l'invidia, almeno un inutile desiderio di quelli. Di qui le due fanciulle cominciarono a fabbricare ciascuna nel suo segreto i loro castelli in aria. Gentili lettrici, uditeli entrambi, e poi mi saprete dire qual è il più bello.
Io non so se Matilde abbia mai formulato così nettamente il suo desiderio; ma educata com'era fra le mura della sua camera, schiava delle convenienze, e più ancora di quella tenerezza guardinga dei genitori, che può essere anch'essa una specie di tirannia, trovando sempre un limite determinato ai movimenti del suo corpo, del suo spirito, del suo cuore, si può facilmente comprendere come dovesse aspirare ad una vita più libera, qualunque ella fosse. Il medico aveva un bel dire ch'ella si dovesse guardare dall'aria, dagli odori troppo forti, dalla soverchia luce del sole, dall'umidità della notte. Queste prescrizioni le acuivano il desiderio di ciò che le veniva interdetto: e mancandole il coraggio di protestare, si contentava d'invidiar la sorte di quelle che potevano a loro bell'agio mirare le stelle, dar la caccia alle fuggenti farfalle, abbandonare al venticello di primavera la lieve capellatura, e aspirare il profumo della tuberosa e della cardenia senza temere una nevralgia.
— S'io fossi villanella! — Se così non cantava il suo labbro, quando, assisa dinanzi al suo piano, addestrava la voce ai difficili gorgheggi che le venivano prescritti dal metodo, certo così avrà mormorato il suo cuore, quando dalle socchiuse persiane vedeva gli alberi e i campi, quando pensava alla sua sorella di latte, alla Rosa, che, a parer suo, doveva essere la più felice creatura del mondo. — S'io fossi villanella! —
— Di grazia, se foste villanella, che cosa fareste voi, signorina? — Oh, s'io lo fossi! Vorrei alzarmi prima dell'alba, vorrei visitare le mucche quando allattano ivitellini a cui spuntano appena appena le corna: vorrei cogliere i fiori del campo stillanti ancora della rugiada notturna, adornarmene il seno e la fronte, farne un mazzetto de' più belli per regalarli alla mamma e a tutti quelli che mi vogliono bene.
— Che fa a me la musica di Liszt con quei salti sterminati che mi rompono le dita? E quando son giunta in sei giorni a suonarne una pagina, non n'ho acquistato che un'emicrania? E quella di Thalberg e di Moscheles che, a dire del maestro medesimo, non ha sugo se non è suonata con quella perfezione alla quale, dic'egli, io non giugnerò mai? E perchè mi dovrò annojare mesi e mesi sul pianoforte, se non c'è speranza ch'io possa riuscire a tanto? Per me mi sembra che i trilli dell'usignuolo, che ascolto talvolta dalla finestra, fra i carpini del giardino, valgano bene le stravaganze del re de' pianisti; e le cicale che s'accordano fra loro la state, hanno anch'esse il loro merito, e quasi quasi, giacchè il maestro non mi sente, vorrei dire che mi piacciono più del trillo di Döhler.
— Dover consumarmi gli occhi per disegnare e ricamare qui questi fiori che non hanno nè odore nè eleganza nè senso comune, mentre laggiù ve ne sono tanti che crescono senza coltura nei prati, e così belli che il pittore più bravo del mondo non potrebbe imitarli? Non parlo di quelli che crescono e sbocciano a tutte le stagioni nelle conserve del babbo. Che stravaganza! Aver lì tutte le meraviglie del regno vegetabile, sempre pronte a' miei comandi, e dover logorarmi la vista qui per fare degli sgorbi per l'onomastico del tale, e per il giorno natalizio di un altro! Non sarebbe meglio darglieli questi fiori belli e freschi come sono in natura? Oh! io per me, quando sarà la festa del signor Antonio, penso che gli farò un bel mazzo di fiori freschi piuttosto che obbligarloa lodare i miei scarabocchi. Il signor Antonio, che ha tanta buona grazia, mi saprà grado del cambio! —
Il signor Antonio era un giovane medico che aveva appena terminati i suoi studj, ed era stato presentato al castello da una vecchia zia che volevalanciarlo, com'ella diceva, nel gran mondo, perchè avesse a meritare la ricca eredità che alla sua morte gli spetterebbe. Fra tutte le persone che Matilde aveva veduto, il giovine dottore le era parso il men lontano da quel tipo ideale che ne' suoi sogni la fantasia verginale le dipingeva. Egli l'avea guarita di un'emicrania con certe pasticche soavi, ben diverse dai beveraggi che gli altri medici la obbligavano ad ingollare. E poi egli non era stato così severo ad interdirle l'accesso negli stanzoni: insomma il dottorino le avea fatto una impressione se non profonda almeno gradita. Non ch'ella andasse più là! Sapeva bene che la vanità de' suoi genitori e le convenienze di famiglia non le avrebbero mai permesso d'amarlo. Sì davvero! il nobile stemma di Susans inquartarsi colla laurea dottorale del signor Antonio! Sarebbe stato unorrore!
Ma tra il sonno e la veglia, quando codeste idee di convenienza e di gentilizio decoro si presentano all'immaginazione attenuate dall'istinto involontario della natura, allora Matilde faceva il più bell'appartamento del suo castello in aria a proposito del dottore. — S'io fossi villanella! — tornava a cantare fra sè. — Egli m'ha detto l'altra sera che, ad onta della volontà della zia, pensa di lasciar la capitale e di accettare una condotta in un povero villaggio. Che nobili sentimenti! Egli non intende d'essere a carico di nessuno, nè anche della sua parente di cui dev'esser erede! Egli vuole farsi un'esistenza da sè, bastare, in una parola, a se stesso! Sapessi almeno il villaggio dov'egli intende di confinarsi! Mi sembragià di vederlo recarsi volontario, nella cruda notte, alla capanna del povero, restituire quasi per miracolo i perduti colori alla figlia del campo. Io la invidio! Credo che vorrei sopportare di buon grado qualche lieve incomodo per dargli il piacere e il trionfo di liberarmene! Che compiacenza essere a lui debitrice della salute! Che dolce ricambio di affetto nascerebbe nell'animo nostro! E chi sa! forse egli potrebbe amare la villanella che avesse salvata da morte, e legata a se stesso col saldo vincolo della gratitudine. Ed io gli direi cogli occhi, perchè non oserei colle labbra: Io sarò la vostra compagna per tutta la vita. —
Ma qui i suoi pensieri, i bei sogni pastorali di Matilde prendevano un'altra via. Ella tornava nella realtà del suo stato, e diceva a sè stessa: — Pure, questa dichiarazione, che non compromette, potrei fargliela addirittura! Una buona dote non guasta.Ma e' sapreiallora se egli accettasse la mia proposta per riguardo a me o non piuttosto per amor delle mie ricchezze! La povera villanella sarebbe certa che l'amor solo lo indurrebbe a darle la mano: mentre io sono qui fatta segno alle smancerie di quattro o cinque aspiranti, che, ne son certa, fanno la corte a' miei denari e non altro. —
E restava pensando alla sua posizione, e cercando pure di acquetarsi alla grande infelicità d'aver una dote di dugentomila scudi. — Io li ho, tutti questi denari, io li ho certo: tutti me lo dicono con invidia. Ma intanto io non posso servirmi della più lieve somma senza passare per una trafila di domande e risposte che mi fanno rinunciare a una moltitudine di piccoli bisogni e di piccoli desiderj. Almeno la povera villanella che ha vegliato alcune notti torcendo il fuso, è padrona assoluta delle poche lire che busca, e può servirsene a suo talento! Ella è più ricca di me che passo per milionaria, e nonposso comperarmi uno spillo senza dire il perchè. — Ella va al mercato, sceglie un corsettino aggiustato alla persona come quello della Rosa, e la domenica alla chiesa o alla festa di ballo tutti gli occhi sono rivolti a lei, e tutti l'ammirano. E se l'è fatto co' suoi guadagni!
Io invece non vado mai al ballo: hanno paura ch'io pigli un reumatismo. Oh! vorrei sapere perchè m'hanno fatto dare tante lezioni di ballo da quel brutto monsieur Moulin! Veramente un bel gusto a ballare il valzer e la polka con quello stupido scimmiotto! Ecco la Rosa che balla meglio di me, e non ha mai preso lezione di sorta. Davvero ch'io la invidio, la Rosa! Voglio assolutamente andarmene a stare un mese con lei, al villaggio. Oh sì! Coglierò il momento che il babbo è di buon umore; gli salterò al collo e gli dirò: Babbo mio, se non volete vedermi morire, lasciatemi andare due settimane in compagnia della Rosa. E piangerò tanto che me lo dovranno permettere perch'io non ammali davvero. Quando sarò colla Rosa, mi comprerò un gonnellino corto come il suo, m'aggiusterò un corsetto verde con bei nastri color di rosa, e farò conto d'esser una villanella.... Oh, se il signor Antonio venisse a far il medico in quel villaggio! Che bella improvvisata gli vorrei fare! —
— Madamigella Matilde, sapete voi quante sciocchezze avete pensato in questo quarto d'ora? Se foste villanella! E sapete voi, signorina, che cosa significhi vegliar più notti di seguito torcendo il fuso? Sapete voi che fa la povera filatrice delle poche lire che busca? Sapete voi?... Voi non sapete nulla, Matilde. Entro il vostro splendido appartamento voi vedete il mondo esteriore come a traverso d'un prisma che ve lo dipinge di tinte brillanti che esistono forse, ma non si scernono ad occhio nudo. Voi sognate un mondo ben diverso dalvero: e se il caso avverasse i vostri desiderj, pochi momenti basterebbero a trarvi d'inganno. Io non dirò che siate molto felice nel vostro stato; ma so che non reggereste ne' panni della povera Rosa.
Rosa girando l'arcolaio dinanzi all'uscio della sua modesta casetta vedeva tramontar il sole di là dai pioppi che ombreggiavano il cortiletto, e cantava questa canzone senza temere il critico che le rimproverasse le rime assonanti, nè la madre che la trattasse di pazzerella.
S'io fossi damigellaSignora d'un castel,Vorrei montare in sellaA un nobile destrier.Vorrei vestir un mantoStellato come il ciel,Ed un cappel piumatoAl par d'un cavalier.Caracollando intornoPer ville e per città,Farei stupir il mondoDi tanta nobiltà.Vorrei, dovunque andassi,Gettar argento ed ôr —La gente su' miei passiSeminerebbe i fior....
S'io fossi damigellaSignora d'un castel,Vorrei montare in sellaA un nobile destrier.Vorrei vestir un mantoStellato come il ciel,Ed un cappel piumatoAl par d'un cavalier.Caracollando intornoPer ville e per città,Farei stupir il mondoDi tanta nobiltà.Vorrei, dovunque andassi,Gettar argento ed ôr —La gente su' miei passiSeminerebbe i fior....
Ella cantava questi versi in parte improvvisati, in parte tolti da un'antica ballata, con una cadenza malinconica conveniente più all'ora del giorno e allo stato del suo cuore che al senso delle parole. Dissi allo statodel suo cuore, perchè la giovanetta non era punto allegra come avrebbe creduto Matilde, ma dal timbro della sua voce, dal pallore del suo viso, e più dai suoi sguardi trapelava una secreta tristezza. Ella cantava nondimeno perchè il canto è per il popolo uno sfogo alla passione, al dolore, e fino alla collera. Tutto ad un tratto ella interruppe la sua ballata, o perchè non rammentasse più avanti, o perchè i pensieri le si facessero d'altra specie e troppo dissonanti dal tenore delle sue strofe. Ma cessando dal canto, nella fantasia seguì a costruire il suo castello in aria, d'un'architettura assai diversa da quello della sorella di latte. Gli è forse che si desidera al mondo ciò che ci manca; o piuttosto, afflitti dai dolori inseparabili d'ogni stato, invece di pensare che ogni condizione ha i suoi proprj, si pensa che la felicità stia di casa molto lontano e sia il retaggio degli altri che si trovano o più alto o più basso di noi. Per questo Matilde, sui ricchi arazzi della sua camera, desiderava lo smalto de' prati, e Rosa pensava con invidia agli agi e alle mille superfluità della sua nobile amica. Chi mi sa dire se i pochi mesi passati insieme non avevano influito a codesto? Chi sa se l'amor della natura non era entrato nel sangue a Matilde col latte della villana, e se l'ambizione della ricchezza non era stata alla Rosa inoculata per gli occhi quando entrava nei ricchi appartamenti della padrona?
Checchè ne sia, Rosa fabbricava anche essa il suo castello in aria, ed era davvero un castello. Sognava cocchi volanti per le vie popolose, ricchi addobbi, splendide vesti, e tutto ciò che il lusso e la ricchezza può dare.
— S'io fossi damigella — pensava fra sè — vorrei ben vedere io se mi terrebbero in catene come tengono la padroncina! Povero il mio arcolajo, fa' pur conto che ionon vorrei toccarti nè pure per giuoco. È un mese che ti giro e non sono ancora giunta a mettere insieme tanto da farmi una gonnella nuova. Sempre c'è qualcosa che mia madre mi fa toccar con mano come più necessaria. Trista condizione del contadino! lottare continuamente contro i bisogni, e mai poter mettere da parte una sommerella che basti a soddisfare un capriccio! Ecco: quel povero Marcello dovrà marciare per la Germania, e abbandonare la sua famiglia fra pochi giorni. Mille lire basterebbero a trovargli un cambio, ed egli potrebbe restare al paese, lavorare i suoi campi, e mantenere la sua parola!.... —
Qui la Rosa restava sopra pensiero, e una lagrima grossa le rigava il pallido viso senza ch'ella pensasse ad asciugarla. Ad un tratto diede una spinta più rapida all'arcolaio, il quale girò, girò, portando seco nelle sue rabbiose giravolte il sogno della fanciulla. Voi v'immaginate già, mie care leggitrici, che codesto Marcello non era straniero alla povera Rosa. Ella lo amava nel secreto del suo cuore, assai più che Matilde non avrà amato il giovane medico: ed anche Marcello, passandole vicino o con un pretesto o con l'altro, le aveva fatto intendere più per cenni che per parole che le voleva tutto il suo bene. Al villaggio non si parla per ordinario d'amore se non c'è la possibilità di santificarlo col matrimonio. Ivi si conoscono molto meno quelle dichiarazioni vaghe che non compromettono, e intanto aprono l'adito a sì spiacevoli disinganni. Marcello non aveva al mondo che le sue braccia, e la Rosa nulla di più; ma le braccia sono una buona dote per un contadino, e il giovanotto non avrebbe esitato un momento a fare la sua domanda in regola, se non avesse avuto il pensiero della coscrizione che lo perseguitava siccome un incubo. Avrebbe egli impegnato la sua fede colla giovane, senzaesser certo di poter accasarsi con lei?... Infatti il pericolo ch'ei temeva s'era avverato a que' giorni. Egli tirò a sorte un numero che non oltrepassava il contingente richiesto. Sano e robusto com'era e non soggetto ad alcuna eccezione, dovette rassegnarsi a passare i più begli anni della sua vita in una caserma, sa il cielo in qual clima. La Venezia in quel tempo era ancora governata dai caporali di Vienna. Il giorno che, ritenuto per buono, ritornava per l'ultima volta a dormire a casa, colse uno de' soliti pretesti per passare dinanzi al cortile della Rosa. Questa, come lo vide un po' stralunato, capì subito di che si trattava, e non osò aprir bocca per accertarsene. Egli avvicinandosi timidamente alla villanella, le prese per la prima volta la mano, e sforzandosi a sorridere mestamente, come se avesse seco lei un'antica famigliarità: — Rosa, — disse — a rivederci fra ott'anni, se saremo vivi. — La fanciulla rivolse gli occhi gonfi di lagrime, e non rispose. — Se non era questa disgrazia — soggiunse l'altro — forse io vi avrei parlato d'un mio progetto.... ma io non ero degno di questa fortuna. Perdonate, Rosa, state sana, e ricordatevi qualche volta di chi vi vuol bene. — Rosa seguitava a tacere, perchè sentiva stringersi il cuore ognor più; raccolse una bianca pratellina che vide poco lungi fra l'erba, e la porse al coscritto per tutta risposta. E ambedue si lasciarono frettolosi, quasi per vincere colla violenza un sentimento che involontariamente s'impadroniva dei loro cuori. Il pallore e la tristezza che abbiamo notato nella giovane poco fa, derivavano da questa causa.
Chi mi domandasse qual risoluzione prendesse nel suo cuore la giovinetta, risponderò che una sola risoluzione le era possibile: quella di aspettare. Rosa aspettava, la poverina, aspettava che passassero quegli otto anni, che le sarebbero parsi sì lunghi, che potevanoessere così pieni d'avvenimenti, ogni giorno de' quali poteva distruggere quel tenue filo che legava oggimai la sua vita a quella del giovine soldato. Questa era la risoluzione seria: del resto la fantasia vivace della fanciulla trascorreva talvolta in sogni chimerici, architettava le più assurde combinazioni che avrebbero potuto abbreviare quella lunga separazione. — Ecco che cosa è l'esser poveri! — diceva la Rosa. — S'io fossi ricca, venderei tutte le mie gemme, tutti i miei poderi per rendere al povero Marcello la sua libertà. Mille lire! M'hanno detto che questo basterebbe a mettere un cambio. Che cosa sono alfine mille lire? — diceva la Rosa che non n'aveva vedute mai più di venti ad un tratto. Ma ella era in questo diversa dalla gente della sua condizione, per la quale mille lire sarebbero una somma favolosa, unnon plus ultra. Rosa aveva l'istinto della ricchezza, e tutto era niente per lei, quando la sua immaginazione pigliava il volo per gli spazi aerei ch'era abituata a trascorrere.
In questi sogni d'oro ella pensava sempre a Matilde, e diceva: — S'io fossi in lei! — Povera Rosa! E chi ti assicura che colle ricchezze non ti fosse saltato addosso anche l'egoismo che per lo più le accompagna! Chi ti assicura che l'adempimento di tutti i tuoi desiderj non t'avesse ad inaridire quei nobili impulsi del cuore? A sentir lei, avrebbe fatto felice tutto il villaggio. Tutti i bambini e le bambine avrebbero imparato a leggere e a scrivere, tutte le fanciulle avrebbero avuto un po' di dote per facilitare il lor matrimonio. A quella vedova che abitava laggiù in un casolare aperto alle intemperie, ella avrebbe fatto trovare un buon letto in luogo dell'umido canile dove passava gli ultimi giorni della sua vita. Quella famiglia di coloni, ch'era stata licenziata da un podere che teneva a fitto, perchè i bachi erano iti a male, e non aveva potuto pagare puntualmente larata, avrebbe trovato nella madia, o in un cantuccio della casa, la somma che non aveva potuto raggranellare e che l'avrebbe consolata. Ella assisteva dal buco della chiave alla sorpresa di quella buona gente, ne vedeva la gioja, e gustava un piacere più grande ancora del loro. E Marcello! Essa gli avrebbe pagato il cambio senza ch'ei lo sapesse, e all'indomani, recandosi al Distretto, gli sarebbe risposto che il numero era saldato, e ch'egli poteva tornarsene al suo villaggio. Immaginava la sua meraviglia, la sua allegrezza, e con qual animo sarebbe venuto a ritrovarla e a raccontarle la sua fortuna, ignorando che la gli venisse da lei. Ella gli dava la mano, si rinnovavano le promesse, e si stabiliva d'accordo il dì delle nozze: — S'io fossi damigella! — diceva la Rosa.
— E se foste damigella, mia buona Rosa, conservereste voi per Marcello quel cordiale affetto che gli portate? Non aspirereste voi a qualche partito più splendido? Non sognereste voi un cavaliere, con un bel pennacchio sull'elmo, o qualcheduno di quei signorini che stancano i loro cavalli inglesi nei viali, o passano lungo il corso nei loro cocchi lucenti?
Non erano passati due mesi dacchè le due fanciulle aveano fabbricato ciascuna il proprio castello, quando un bel giorno la Rosa sentì lo scalpito di due cavalli, e alzando gli occhi dall'arcolajo vide arrivare Matilde in abito d'amazzone assisa sopraun bel ginetto a scorza di castagna, accompagnata da un suo cugino che aveva assunto l'incarico d'insegnarle l'arte del cavalcare. Pocodopo giunsero in carrozza i suoi genitori, i quali le furono tosto d'attorno inquieti per la cara sua vita. Avevano dovuto arrendersi al capriccio di lei, ed anche alle istanze del suo maestro sul quale m'avverrà in seguito di far qualche parola: ma vi potete figurare con quante restrizioni, con quanti consigli, con quanti timori! La fanciulla alla fine l'aveva vinta, o piuttosto essi avevano dovuto cedere al suo desiderio, per paura che il contrastarvi a lungo non recasse più danno alla sua salute che una cavalcata di poche miglia.
Matilde spiccò un salto dal suo palafreno, e lesta come una gazzella, senza depor lo scudiscio, s'accostò alla sua sorella di latte e l'abbracciò con insolita effusione di tenerezza. La Rosa attonita lasciava l'aspo e l'accoglieva con un misto d'imbarazzo, d'affetto e di meraviglia.
Le mie lettrici potrebbero qui domandarmi s'io volessi addirittura por mano alla doppia trasmigrazione di quelle due anime. — Che sì — diranno — che fra poco vedremo la Rosa inurbarsi a cavallo, e la Matilde, novella Erminia, travestirsi da villanella e girar l'arcolajo in luogo d'affaticare gli abbandonati suoi tasti? — No, signorine; io non ho l'intenzione di soddisfarvi. Dal detto al fatto c'è un gran tratto. V'ho già detto sul principio di questo capitolo che erano corsi due mesi d'intervallo, e voi vi dareste a credere che codesti edifizj reggano tanto? Oibò! La Matilde s'era fatta una ragione; avea già considerato la differenza delle due condizioni, e benchè non potesse convenire della propria felicità, pure aveva smesso il singolar desiderio di farsi villana. Anzi, come vedrete fra poco, avea cambiati altri desiderj annessi a quel primo: avea rinunciato, in una parola, a quel sogno pastorale, accontentandosi di far quella gita. Ora però abbracciando la semplice villanella, le era rifluito nelcuore un resto di quel capriccio, e si ricordò del suo sogno, quanto la Rosa del proprio. Anzi, a dire il vero, quest'ultima, anima più schietta e più affettuosa, da quella insolita visita avea preso argomento a non diffidare interamente de' suoi progetti.
Le due fanciulle ebbero un lungo colloquio a quattr'occhi, mentre il conte, la contessa, il cugino e due staffieri sopraintendevano ad ammannire un pranzo campestre in compagnia della madre di Rosa. Non è bisogno ch'io dica che avevano trasportato in carrozza un'intera dispensa. Lascio lì questi preparativi gastronomici, e mi nascondo dietro una vite per assistere non veduto al dialogo delle due cervelline.
— Sai tu — diceva Matilde — sai tu ch'io invidio la tua condizione?
— Oh! che dice mai?... Contessina!
— Sì davvero. Se tu sapessi, cara sorella, quante noje nel nostro palazzo, quante cerimonie, quanti riguardi che opprimono l'anima e c'impediscono quasi di respirare. Qui tu sei felice, non ti manca nulla; se vuoi, lavori e ti pigli di bei quattrini: se non vuoi lavorare, corri pei campi senza cappello, e senza timore che si trovi a ridire sul fatto tuo. Parli con chi ti piace, fai all'amore con chi ti va a genio: insomma più ci penso, e più mi confermo che la vera felicità sta di casa fra i boschi e fra le capanne.
— Ma.... lei certo vuol scherzare, signorina....
— Come, io voglio scherzare?... Non ne sei tu persuasa?
— Io veramente non mi lagno del mio stato, ma nondimeno, veda, ci corre assai dal quadro che me ne fa.... Per esempio, ella dice ch'io busco di bei denari, e invece il lavoro ci manca assai di frequente, e si guadagna sempre meno di quel che bisogna. Ho fattoun conto che per guadagnare la somma di mille lire che mi sarebbe necessaria, dovrei lavorare dodici anni.... anche vegliando la metà della notte.
— Mille lire! Ma che vuoi tu fare di mille lire?
— Ma, non dico per me.... — e qui senza ch'io lo ripeta per filo, la Rosa mezzo arrossendo, mezzo interrompendosi, con certe sue originali parafrasi, raccontò alla ricca damigella l'affare del cambio, e come qualmente ella avrebbe voluto fare una grata sorpresa al povero vignajuolo.
Matilde si ricordò allora del dottore, ma non credette punto necessario di farne la confidenza alla Rosa. Questo episodio della sua storia ideale avea già dato luogo ad altri episodii. Onde tra per evitare quella coincidenza, tra per l'affezione che portava alla villanella, volle sapere lo stato preciso della faccenda. Il coscritto si trovava già al capoluogo aspettando il momento d'indossar l'uniforme, e cominciare i primi elementi del tirocinio militare.
— Signora — seguiva la Rosa — incoraggiata dalla sollecitudine che mostravale la damina, io ho fatto proprio un castello in aria contrario al suo. S'io fossi in lei, diceva fra me, in lei ch'è così ricca, che ha tanti aderenti, che può comandare a bacchetta, vorrei farmi sentire! E quando avessi trovati inutili gli altri mezzi per ottenerne l'esenzione, avrei fatto un fascio dei miei giojelli, e n'avrei impiegato l'importo a mettergli un cambio senza ch'ei sapesse da qual parte fosse venuta la libertà....
— Senza ch'ei lo sapesse! — pensò Matilde. — Ecco una bella idea, cara Rosa. Questo si chiama aver della generosità e della delicatezza....
— Oh! che dice mai! È naturale. Sarebbe lo stesso che volersi comprare l'amor suo a contanti!
— Benissimo, cara Rosa. Questo tuo sentimentoval più di mille lire, vale più di tutte le gemme del mondo! — E l'ammirazione della damigella era vera e cordiale; ma pure non l'era ancora balenato in mente ch'ella poteva avverare quel sogno senza suo incomodo. Il conte avea bene speso oltre a tremila lire per comperarle il suo cavallo inglese. Il terzo di quella somma sarebbe bastato a redimere un uomo, e il pensiero di codesta azione generosa avrebbe fruttato a Matilde una serie di compiacenze molto più profonde che non facesse il possesso del suo cavallo. — Ma pure questa idea così facile non le poteva entrare in mente. La Rosa che formulando quel suo desiderio l'avea battezzato per sogno, guardava timidamente la damigella, la vedeva con gioja secreta infervorarsi; ma poi accorgendosi che non s'andava più là, abbassava gli occhi vergognosa o d'aver detto troppo o d'aver troppo sperato.
A questo punto del loro colloquio sopraggiunse una parte della comitiva che già cominciava ad inquietarsi dell'assenza di Matilde. Rosa si levò tutta rossa, e si recò presso alla madre per dar mano agli ultimi preparativi del pranzo. Matilde presa in mezzo dal cugino e dal padre la seguì lentamente senza più pensare al dialogo di poc'anzi.
Mezz'ora dopo sotto il porticato dinanzi alla povera casa colonica, sedettero a mensa i quattro ospiti illustri. I due staffieri in livrea stavano ritti dietro alle seggiole provvedendo al servizio del pranzo improvvisato alla meglio; Rosa e sua madre tutte rosse e trafelate per la insolita faccenda portavano fuori le vivande nella signorile majolica che non s'era mancato di trasportare dalla città.
La ricca damigella, seduta come una principessina sulla povera scranna (le scranne non s'era pensato a portarle), s'affisò una volta nel viso rubicondo e mestoad un tempo della sua sorella di latte, ridotta allora all'umile ufficio di serva. Non vo' dire che si passasse nell'animo suo. Forse un sentimento d'orgoglio di trovarsi collocata a tanta distanza da quella a cui poco prima avea degnato parlare come a sua pari, forse anche un po' di gratitudine al vederla così affaccendata per farle piacere. Quello ch'io vi so dire, lettrici mie care, si è che in quel momento la contessina non avrebbe canterellato fra' denti: — S'io fossi villanella! — E pure quante circostanze più gravi, più dolorose, più umilianti di questa dovevano contrassegnare la vita di Rosa!
Certo in quel momento non era codesto che spargeva di tanta amarezza i lineamenti di Rosa. La povera fanciulla era stata crudelmente disingannata sul conto della nobile sua sorella. Nella sua poetica semplicità ella s'imaginava che Matilde all'intendere la storia di Marcello non avrebbe esitato un momento a dire: — Ecco un giojello del valore di mille lire: va' dal giojelliere e libera il tuo promesso dalla trista necessità che lo attende. — Vedremo però che la Rosa non s'era tanto ingannata sull'animo di Matilde, quanto sul potere che le attribuiva di disporre a suo talento dei propri giojelli. La colpa di Matilde era quella di non avere inteso di lancio il bene che poteva fare, e che la villanella osava sperare da lei. Ciò prova che, ornando il suo spirito, non s'era pensato a svolgere le nobili facoltà del suo cuore. È vero che al cuore basta sovente l'istinto; ma se l'educazione nostra è fatta appunto per ammorzare gl'istinti e per sostituirvi i calcoli dell'interesse e dell'egoismo?
Ma in che razza di riflessioni mi vado io perdendo? Ecco il pranzo al suo termine: ecco gli staffieri in moto per allestire i cavalli e la carrozza. Si disputa una mezz'ora se Matilde sarebbe ritornata a cavallo o nel cocchio. Ma il suo giovane maestro fece avvertire chela sera era fresca, che la bestia era tranquilla e fatta a bella posta per una damigella che voglia addestrarsi all'equitazione; onde fu risoluto che la carrozza seguirebbe l'ambio delle due cavalcature, per esser pronta a un bisogno.
Giunta l'ora della partenza, Matilde chiamò la Rosa per salutarla. Questa le si accostò; ma men lieta e men confidente del solito. Invece del cordiale abbracciamento che era solita ricambiare, le fece un umile inchino, e le cadde una lagrima. Matilde volle chiederle la cagione di tal cambiamento, ma il suo ginetto raspava per desiderio d'aver sul dorso sì nobile peso. Le due sorelle si separarono senza più, e chi sa con qual animo si rivedranno!
Mentre Matilde cavalcava a bell'agio verso la città, il lento e monotono passo, l'ora del vespro, e sa Iddio quali altre circostanze, influivano per modo sull'animo suo, che si mostrava più mesta che mai. Alle galanti rimostranze del cugino che le cavalcava da presso, o non dava risposta, o le risposte eran tali che gli toglievano il desiderio di replicare. Matilde aveva sempre dinanzi agli occhi quella lagrima sfuggita alla Rosa, ripensava al colloquio avuto con essa, e cerca, cerca, finalmente le parve di scoprire la vera causa della subitanea freddezza che era in lei succeduta alla ingenua espansione della mattina. Dico le parve, perchè in Matilde non era più che un sospetto. — S'io verificassi il suo sogno — diss'ella fra sè — S'io le consegnassi questi braccialetti da vendere? A mio padre dirò d'averli perduti,che mi sono stati rubati, che so io? Una scusa la troverò. Anzi vo' dirgli la verità; gli chiederò le mille lire per mettere il cambio allo sposo della mia sorella di latte: mio padre non mi negherà di fare una buona azione. Egli ne ha spesi ben più per comperarmi il cavallo. — Ella diceva così perchè la cosa infatti non avrebbe dovuto parer differente nè pure al conte: ma egli avea talora certe ragioni inaspettate per opporsi ai desiderj della figliuola, che questa non era senza inquietudine intorno all'adesione di lui nel caso presente. Ci pensò alquanto, poi conchiuse fra sè: — E s'egli mi negherà queste mille lire, io ricuserò di dar la mano a costui!...
Questocostuiera poco lontano da lei: era il cugino che le aveva posto in capo il grillo di cavalcare. Noi non entreremo nelle ragioni di famiglia che potevano indurre il conte di Susans a preferire a tutti gli altri questo partito. Forse sarà stato ilnobiledesiderio di condensare in una sola famiglia la dote della figliuola e il ricco patrimonio di lui. Dico nobile nel senso stretto della parola. E forse la ragione che lo induceva era un'altra. Il conte s'era avveduto dell'inclinazione nascente della Matilde per il giovane medico. Ho detto ch'egli s'era assentato dalla città per farsi uno stato da sè: ma io dubito invece che le mene secrete del conte ci avessero alcuna parte. Checchè ne sia, non giova diffondersi, giacchè ho preso l'obbligo di conchiudere. Dirò solo che la Matilde ne fuammalataper alcuni giorni, poi cominciò a pigliar aria, a rasserenarsi, a dimenticare. Già fin dal primo momento quel partito le era parso impossibile secondo le idee gentilizie della famiglia. Onde s'acquetò, transigendo col padre e con se medesima con questa restrizione mentale: — S'io non posso maritarmi a voglia mia, almeno non isperi maritarmi alla sua. — Questarisoluzione era troppo recente perchè non pensasse a metterla in atto nell'occasione che le si offerse pochi dì appresso. Il conte le parlò alla lontana del cugino, delle sue amabili maniere, delle sue ricchezze, delle sue aderenze, ecc., ecc. Matilde intese, e finse dapprima di non intendere; ma poi, dichiarata la cosa, trovò il coraggio di rispondere al conte: — Padre mio, voi non vorrete, spero,sacrificarmi: io non amo il cugino, e non sarò sua sposain eterno. — Capite che nel piano educativo del signor conte padre dovea essere ammessa o almeno tollerata la lettura di qualche dramma o romanzo di bella stampa. Non era un mese che quella parola sacramentalein eternoera stata proferita da Matilde, e già l'eternità cominciava ad accorciarsi contro l'avviso dei metafisici. Almeno in questo caso il capriccio che eccitava Matilde a venir a patti col tempo e colla sua parola, era un capriccio di buon genere. — Io sposerò — diss'ella — un uomo che non amo, ma almeno avrò contribuito alla felicità della Rosa. — Quell'apparenza d'eroismo che c'era in questa proposizione sedusse l'animo cavalleresco della fanciulla; spronò il ginetto, e in preda all'entusiasmo di questo progetto non si fermò che nel cortile del suo palazzo, rubiconda le guancie e animata gli sguardi d'una nuova e gentile alterezza. Porse graziosamente la mano al cugino ch'era smontato prima di lei, ed entrò balzelloni nell'appartamento che, sia detto fra noi, le parve più bello e agiato della capanna di Rosa.
Non erano passati alcuni giorni da questa memorabile cavalcata, che Rosa si vide comparire dinanzi Marcello. Povera Rosa, fu per trasecolare quando seppe da lui che aveva potuto sottrarsi alla coscrizione e mettere un cambio. Ma come? In qual modo? Come aveva trovata la sommaenormeche si chiedeva? Questa sommaoggimai pareva enorme alla Rosa, perchè il recente suo disinganno le aveva mostrato che c'è quasi altrettanta difficoltà ad averla in dono dai ricchi, quanto a raggranellarla col cotidiano lavoro. Marcello le raccontò come un maggiordomo incognito fosse venuto a trovarlo nella caserma, gli avesse consegnata la somma necessaria ad un cambio, e l'assenso della Commissione di leva a rilasciarlo in libertà, tosto che avesse presentato persona che lo rappresentasse nel numero. Il maggiordomo aveva fatto entrare un soldato che aveva pochi dì prima terminata la suacapitolazione, e il quale, per la somma proposta era pronto a riprendere l'uniforme. — Io credevo di sognare — soggiunse Marcello — ed ebbi appena il tempo di chiedere da chi mi veniva l'inaspettata beneficenza. Il maggiordomo sorrise, e mi disse che veniva da voi; e prima che mi riavessi dalla sorpresa era già sparito, lasciandomi nelle mani il denaro e la prova della mia libertà. Ora mi direte voi la parola di questo mistero. —
La Rosa non la sapeva questa parola, ma non tardò a immaginarsela. Ella riconobbe l'opera di Matilde, e quest'opera le parve tanto più nobile e generosa, che era stata eseguita prima che promessa, prima che chiesta; anzi oggimai fuori di ogni aspettazione e d'ogni speranza. Raccontarono alla famiglia l'avvenuto, e come si può credere, si stabilirono su due piedi le nozze.
Di lì a pochi giorni i due sposi, seguiti dalla madre di Rosa, giunsero al castello per ringraziare la loro benefattrice. Ella stava soscrivendo il contratto nuziale che la doveva legare al cugino, e ne pareva contenta. Certamente, se il merito d'una buona azione può influire sulla nostra felicità, Matilde non avrà a pentirsi di ciò che ha fatto. — Ma i castelli in aria?
E se erano fabbricati in aria, mie buone lettrici, dovevano presto o tardi dileguarsi in seno d'un elementocosì mutabile ed incostante. Ma tutto almeno non isvanì. Rosa vide avverarsi la parte più essenziale del suo bel sogno, senza cavalcare all'amazzone per le ville e per le città; e Matilde si riconciliò colla sua ricchezza che se, inoperosa, le aveva dato più noia che altro, le aveva procurata la più gran compiacenza della sua vita quando aveva cominciato ad usarne.