LA DONNA BIANCA DEI COLLALTO.
Gli uomini più saputi e più accorti del nostro tempo, udendo parlare di leggende, di tradizioni, d'apparizioni, si contentano di sorridere, e danno dei semplici, per non dir altro, ai nostri nonni che vi prestavano tanta fede. I filosofi, gli storici, i poeti fecero fino a' nostri giorni altrettanto, o al più al più, questi ultimi ne traggono qualche visione o qualche ballata per loro divertimento, quando hanno vuotato il sacco delle loro liriche appassionate o disperate, e delle lor querimonie contro il secolo positivo. La gente semplice, grossa, ignorante, benchè per un certo pudore sorrida anch'essa della propria credulità, pur si compiace ancor troppo di tali racconti, per credere che ne rida di buona fede.
Non so in quale di queste classi vorranno mettermi i miei lettori, nè in quale dovrò metter loro. Per ciò che mi concerne, dirò candidamente che non ebbi mai paura di streghe nè di folletti: aggiungerò che i miei sonni infantili non furono mai nè dall'aia, e molto meno dalla madre blanditi con queste favole. E pure, essendomi trovato sovente in luoghi e fra persone assai diverse, avendo l'abitudine di studiare i vari caratteridella gente che mi circonda, non ho saputo astenermi dall'esaminare questi fatti dello spirito umano. Dico fatti, perchè ogni opinione, ogni superstizione, ogni credenza, per falsa che sia, è un fatto, in quanto esiste nella mente del vulgo. Esaminando alcune di queste leggende, ci ho quasi sempre trovato sotto una ragione, e spesso tutt'altro che frivola. Credete pure, miei buoni lettori, che una favola destituita d'ogni senso non si trasmette di bocca in bocca, e non dura per secoli. Dico questo non per celia, ma di tutto il mio senno, e se ho raccolto di quando in quando alcuni di questi fatti e ho procurato di raccontarli alla meglio in prosa od in versi, non ho inteso di contar pure favole, o almeno, ho scelto fra queste le poche che mi parevano celare alcun che di morale e di significativo.
Questi pensieri mi giravano per la mente l'altr'ieri, recandomi da Conegliano a Collalto per visitare il teatro di una di codeste leggende. — Come! direte: tu facesti un viaggio per recarti costà? o che forse t'aspettavi di vederti apparire la Donna Bianca? A chi vuoi far creder codesto? — Io non ebbi mai il vezzo di voler far credere checchessia; meno a voi, miei lettori, che siete gente fina e aliena da ogni credulità. E il viaggio ch'io dissi, per quanto vi paia strano e ridicolo, non è per questo men vero; e aggiungo che, senz'esso viaggio, io non avrei oggi l'onore d'intertenermi con voi.
Or dunque, lasciata Conegliano alle spalle, sur un leggero calesse io m'indirizzavo verso Collalto. Aveva il sole di fronte, il quale precipitava al tramonto. A sinistra l'immensa pianura della Marca, a destra i bellissimi colli che dolcemente s'innalzano, verdi, pampinosi, festanti, curvandosi in mille forme, digradando e sfumandosi nel lontano azzurro del cielo. I colli di Conegliano non hanno invidia a quelli della Toscana, ai Berici,nè ai Lombardi. Un pittore, sia pure d'immaginazione la più ricca e feconda, non potrebbe nulla aggiungere e nulla togliere al vero, per figurare in tela l'ideale dell'Eden. E chi crede ch'io esageri, non ha che a fare il riscontro.
Spiccato in nero dalle roscide tinte del tramonto, mi sorgeva di rimpetto il castello di San Salvatore. Quando dico castello, intendo un paese; chè questa non è punto una delle solite ruine che piacciono ai paesisti. Il castello di cui parlo è ancora in perfettissimo stato, e più abitabile e abitato che mai. La principesca famiglia da cui si nomina ci viene a passare l'inverno in numerosa comitiva, e vi fa operare continui ristauri, che se non giovano all'arte, giovano al comodo. Un ampio terrazzo s'innalza dai circostanti edifici, come il tubo di un'immensalocomotiva. Verso la sommità si allarga per l'aggetto d'un'ampia cornice, sopra la quale, costrutta in età più recente, si curva la pina a modo di tulipano gigantesco. Perdonate la meschina similitudine; non saprei con qual altra immagine porvi sott'occhio codesto comignolo esagono ch'espande le curve merlature nell'aria, proprio come i petali di quel fiore.
Giace alle radici del colle l'ameno villaggio di Susegana, e di là dolcemente salendo la strada, ti conduce fino allo spazzo dove sorgeva la prima torre a saracinesca. Questa ed altre parecchie di queste torri furono atterrate, atterrate non poche altre costruzioni massiccie che difendevano il castello dalla parte di tramontana. In tempi pacifici, si sa bene che tutti codesti ripari sono più un lusso che altro; pure non può fare che non ci spiaccia la perdita infruttuosa di questi monumenti d'un'altra età. Ma io non intendo di fare il piagnone, tanto più ch'io vengo in traccia di tradizioni e non di ruine.
Feci sostare il cavallo, e salii pedestre fino alla casad'un uomo, che è quasi lo spirito famigliare, il cronista, lo storico vivente della casa Collalto. Intendo dire il Franceschi, del quale avevo letto parecchie memorie scritte con sobria e sensata erudizione. Io lo conosceva poco più che di nome: ma la gente che scrive ha il suo passaporto con sè; e poi come pensare che in quelle amene colline, presso a quel bel castello, non istesse proprio di casa la cortesia? Chiesi del Franceschi, e mi guidarono a lui.
Dopo le oneste e liete accoglienze, inteso che la prima cagione del mio viaggio era un punto di erudizione, l'ottimo cancelliere di casa Collalto non tardò un istante a mettere agli ordini miei tutti i vecchi manoscritti che rovistava, i cronisti della Marca che avea raccolti, e nei quali era solito vagliar l'oro dalla scoria delle adulazioni e degli odii municipali. — Libri, pergamene, tutto è agli ordini vostri, diss'egli; e se le lunghe letture vi possono abbreviar la fatica, disponete della mia amicizia come del mio buon cuore.
— Che sapete voi dellaDonna Bianca?
Egli mi squadrò con uno certo sorriso tra il sorpreso e l'ironico. — Donna Bianca? Voi scherzate, non è vero?
— Non ischerzo punto, mio caro Franceschi. Io vi ringrazio infinitamente di tutte le vostre cronache, di tutti i vostri manoscritti, di tutte le vostre memorie storiche, genealogiche ed erudite. Vi domando solo che ne sapete di Donna Bianca?
— Intendo! riprese egli. Dopo aver manomesso il campo della storia, volete fare man bassa anche sulle povere leggende del popolo.
— Per l'appunto, risposi. E dipenderà da voi e dalla gentilezza vostra che io non cominci da quella di Donna Bianca.
— E dàgli con Donna Bianca! Non sapete voi che codesta è una vecchia storia, una storia che deve risalire al duecento!
— Tanto meglio. Le leggende più antiche sono le più belle. Raccontatemi dunque che se ne dice, giacchè, per dirvela, io so poco più del nome.
— Andiamo intanto a cena, chè mia moglie non brontoli. Sono cose da contarsi dopo aver provveduto allo stomaco. E mia moglie, forse, che è nata in questo castello, ne saprà più di me di cotesta filastrocca.
La proposizione era bella, ed aveva il merito poco comune dell'opportunità. Sicchè non è da dire se fu accettata con tutto il buon garbo che meritava.
«Bianca, prese a dire la gentil Caterina, dopo le picciole ritrosie, senza le quali è impossibile che una donna cominci un racconto;Bianca, per quanto intesi a dire dall'avola, era il nome d'una orfanella ch'era stata raccolta in casa Collalto, quando la famiglia risiedeva ancora nel castello di questo nome, poche miglia lontano da qui. Qualcheduno sostiene che questo non fosse altrimenti il suo nome di battesimo, ma una specie di soprannome venutole dalla singolare bianchezza della carnagione e dal candore dell'animo. Checchè ne fosse, ella era, secondo l'opinione comune, una graziosa fanciulla, forse raccolta dalla madre del conte Tolberto, o nata costì da qualche affezionato maggiordomo della famiglia. Pareva dovesse condurre nella pace e nell'oscurità la sua vita, e divenire più tardi la moglie di qualche scudiere o paggio prediletto ai signori, e il suo nome sarebbe ora confuso con quello di tante che non si sapràche vivessero, se non quando risorgeremo insieme nella gran valle di Giosafatte. Meglio così per la povera Bianca! Ma la sua trista sorte doveva farla troppo famosa.
»Il conte Tolberto di Collalto, unico figlio di un barbone nominato Schinella, e di una contessa tedesca di cui non resta nè il nome nè il ritratto nel vecchio castello, avea menata a moglie la contessa Aica Da Camino, una famiglia nobilissima della Marca, che anche in tempi posteriori ebbe molto a che fare coi Collalto, a quanto mi viene raccontando il mio signor marito, quando mi crede degna di tanto onore.» — Disse queste parole, fissando il Franceschi con certa aria furbesca ed amabile, che il signor Franceschi dovette farle un inchino.
«Questa Aica, a sentir lui, non si trova ne' suoi alberi genealogici, anzi studiò quindici giorni e più per sapere qual altro nome potesse avere la nobile sposa del conte Tolberto. Quello che è certo si è che Aica è un brutto nome, molto antipatico, e che stava assai bene alla contessa Da Camino che s'imparentò coi Collalto. Corre voce che fosse fantastica, sofistica, brutta e gelosa come, come....»
— Come non siete voi — mi credetti in obbligo di soggiugnere, per toglierla dall'imbarazzo di trovare quel paragone.
La gentil narratrice guardò il marito, sorrise e ripigliò la parola arrossendo.
«La madre del conte Tolberto assegnò la povera Bianca come damigella d'onore alla nobile nuora, il giorno che ella venne ad abitare il castello. Le vantò la sua docilità, i suoi costumi semplici e ingenui, e la grazia con cui sapeva prestarsi ad ogni servigio che spettasse alla sua condizione. Aica la squadrò con aria dispettosa da capo ai piedi, e quel primo sguardo decise forse della sorte d'entrambe. Ringraziò con cerimonia del suo donola suocera, e s'incamminò nelle sue stanze ordinando alla fanciulla che la seguisse. L'appartamento assegnato agli sposi era, com'è naturale, il più splendido del castello. La camera nuziale metteva in un'altra stanza destinata alla damigella, perchè potesse accorrere ad ogni cenno della signora. Questa stanza esiste ancora nella torre del castello, immediatamente sopra la carcere, ma non fu mai abitata dal tempo che si venne a conoscere l'orribile fatto di cui fu scena.
»Il matrimonio del conte di Collalto colla Caminese era stato, come suole avvenire tra' signori, più un affar diplomatico che un legame di simpatia. Quelle due famiglie ricorrevano spesso alle nozze, quando sentivano il bisogno di collegarsi insieme più strettamente, o contro i conti di Gorizia, o contro le altre città della Marca, che in quel tempo facevano tanto strepito, quanto adesso non ne menano i principi più potenti. Ma il cuore se la intende assai poche volte colla politica, dice il mio signor marito; onde avvenne che i due nobili sposi s'accorsero in breve che non erano fatti l'uno per l'altra. Il carattere del conte Tolberto era mansueto, indulgente, amorevole, tutto l'opposto di quello di Aica, la quale aveva tutti i cattivi numeri della famiglia da cui discendeva. In due mesi la nuora e la suocera non si guardavano più, se non nelle grandi cerimonie sacre o profane; e il povero conte Tolberto aveva adoperati inutilmente tutti i suoi mezzi per riconciliarle fra loro. Vedendo alfine che non poteva piegare a niun modo l'indole intrattabile della moglie, e che, se più rimaneva al castello, ne sarebbe seguita qualche rottura, pensò di cogliere il primo partito che gli venisse offerto per allontanarsi di là, e recarsi alla guerra. Egli preferiva i pericoli e le fatiche dell'armi a quegli astii familiari e incessanti che gli toglievano la sua cara tranquillità. Aquei tempi le occasioni di menar le mani non si facevano attendere lungamente. Uno di quei signori, credo il conte di Gorizia, devastava il Friuli: il Conte s'unì in lega co' suoi vicini, e si disponeva a partire per combattere il nemico comune.
»La mattina della partenza, vestito di splendide armi, picchiò alla porta della consorte per prender commiato da lei. La Contessa stava assisa dinanzi ad uno specchio, mentre la Bianca, con pazienza instancabile, le accomodava i capelli. La gentil Bianca non le era stata concessa a quell'umile ufficio; ma l'altiera signora, quasi mettesse la sua gloria a far pesare il suo giogo sulla modesta orfanella, le prescriveva a bello studio i servigi più bassi; tanto più dal giorno che il conte Tolberto s'era avvisato di rimproverarle colla sua consueta dolcezza quei modi superbi ed indebiti. Aica s'era così contentata di chiedergli se la damigella fosse stata assegnata a lei sola od a lui? Or dunque, Bianca era lì architettando, secondo i capricci della dispettosa dama, gl'indocili crini che la natura le aveva dato, come emblema del suo carattere.
»— Si parte? domandò la Contessa senza guardarlo.
»— Il dovere di cavaliere me lo comanda, rispose il conte. Ma voglio esser certo che noi ci lasciamo senza rancore, mia nobile Aica. Mi sarà conforto alla lontananza, che mi troverò in compagnia de' vostri congiunti, e potrò combattere al loro fianco. Anche lontano da voi, il vostro pensiero mi seguirà. — Così la squisita cortesia del conte Tolberto procurava di velare agli occhi della dispettosa consorte il vero motivo della partenza. Ma costei non era tale da lasciarsi prendere a quelle dolci parole; e benchè le fosse tutt'uno che il conte se ne andasse o rimanesse al castello, non mancò di esacerbare per quanto era in lei quel congedo.
»— Desidero, disse, che la mia memoria si dilegui al più presto dalla vostra mente: già non potrebbe che darvi noia. Andate, signore, e dite a' miei nobili fratelli ch'io sono felice! — Un accento d'amara ironia trapelava da queste parole ch'ella declinò l'una dopo l'altra senza alcuna emozione e senza rivolger lo sguardo dallo specchio che le stava dinanzi. Tutt'ad un tratto parve colpita da alcun che di strano e d'inaspettato. Il suo volto, naturalmente pallido, allibì più che mai; stette immobile riguardando lo specchio, come quella piastra esercitasse sopra il suo spirito un orribile fascino. Ella vedeva sorgere sopra il suo il viso candido ed amoroso di Bianca: vide i suoi begli occhi inturgidirsi e circondarsi d'un dilicato rossore: una lagrima invano repressa velò la nera pupilla, e rigò quelle guance come una stilla di rugiada sopra il candido marmo d'una statua. Bianca non pensò a nasconderla nè ad asciugarla. Forse non sapeva nè pure di spargerla, certo non s'accorse che altri stava guardandola, e nel suo cuore gliene faceva un delitto mortale. Aica non alitava dinanzi allo specchio rivelatore: ella voleva saperne di più, e seppe infatti più che non avrebbe voluto.
»Il conte aveva esitato se dovesse rispondere all'acre rimprovero della moglie; poi con un gesto della mano che dimostrava il suo risentimento, s'era incamminato verso la porta. Sul punto di oltrepassare la soglia, s'era rivolto verso le due donne. Aica non fece motto; ma gli sguardi lagrimosi di Bianca si scontrarono con quelli del conte: un lampo d'amorosa intelligenza li unì. Fu un lampo: che il conte era già sparito, e l'orfanella avea ripreso il lavoro per un momento interrotto. Fu un lampo, ma bastò a illuminare di sinistra luce tutto un passato, foriero della folgore che ne scoppiò. Partito il conte, Aica mandò fuori con un forte sospiro l'alitolungamente trattenuto; le sue guance, che s'erano fatte a grado a grado violette, ritornarono livide; s'alzò ritta rovesciando la pettiniera; fissò con occhio di vipera la giovanetta che non poteva indovinare l'origine di quell'ira, ma pure ne fu sgomenta per un secreto terrore che l'investì. Dopo alcuni momenti di silenzio terribile, la contessa ruppe in questa domanda: — Tu piangi? Perchè quelle lagrime? Rispondi, sciagurata, o questo è l'ultimo istante della tua vita. —
»Bianca si sentì soffocare da un sentimento fino allora a lei sconosciuto. Era paura, rimorso, indignazione? Non è facile a dirsi. Forse erano tutte e tre queste cose ad un tratto. Ella chinò il capo come il colpevole colto in fallo.
»— Dimmi tutto, o sei morta, — replicò la contessa. La povera giovane si lasciò cadere sulle ginocchia quasi svenuta. Aica l'afferrò per un braccio e la strascinò semiviva nella camera attigua ch'era, come sapete, la sua. Vi si chiuse con essa, e dopo una lunga ora n'uscì, chiudendola a chiave. Il suo volto era raggiante d'una gioia feroce. Ella avea saputo ciò che temeva, e pur desiderava d'intendere.
Ripassando dinanzi allo specchio, tornò ad affacciarvisi, come per un istinto, non saprei dire se di gratitudine o di terrore. Abbrancò colle mani le chiome scomposte, e le torse intorno alla testa come per dissimularne il disordine. Ma il suo viso aveva un'espressione così sinistra, che ne parve ella medesima inorridita. Ripassando la palma della mano sopra i capegli inegualmente spartiti, e asciugando il sudor freddo che le bagnava la fronte livida e corrugata, — S'amavano, s'amavano, mormorava la contessa fra' denti. Egli l'amava!....
»Si fermò come ascoltando il suono di questa parola; poi, tutto ad un tratto, mise alla bocca un fischietto, ene trasse un sibilo acuto. Accorse un vecchio maggiordomo, e si fermò sulla porta in aspettazione del suo comando.
»— È partito il conte? — gli domandò la contessa.
»— Partito, Eccellenza: ma non può essere che all'ultima porta.
»— Richiamatelo... no... non monta. Andate. — Affacciandosi al veroncello, ella vide difatti calarsi la saracinesca dell'ultima torre alle spalle del conte Tolberto. Alla testa di cento cavalieri egli seguiva il tortuoso sentiero che mette alla valle. A poco a poco scomparve fra il folto degli alberi, e più non apparivano che a tratto a tratto gli ondeggianti cimieri e gli elmi lucenti, come l'acqua del vicino torrente percossa dal sole. Si staccò dalla finestra, ritornò dinanzi allo specchio, e mormorò di nuovo: Si amavano! In questa parola e nell'accento con cui veniva da lei proferita, più che l'amarezza d'un amore tradito, si sarebbe sentita l'onta dell'offeso orgoglio e la gioia atroce della vendetta. Infatti essa non amava Tolberto, e poco importavale che egli conservasse ad altri un amore che non sapeva apprezzare; ma l'idea che un'orfana oscura e plebea, una persona vile, di cui faceva assai meno conto che del proprio falcone, avesse osato alzare pur il pensiero ad occupare il posto che s'aspettava a lei per diritto di nascita e per patto nuziale, quest'idea le era insopportabile, e non potendo distruggerla in altra forma, pensò di annientar la persona a cui si legava. Bianca era morta nel suo pensiero, nè le restava a determinare che il modo di spegnerla.
»Povera Bianca! forse ella non era colpevole che di un moto inavvertito del proprio cuore. Nata nel castello, come vi dissi, o raccoltavi fin da' primi anni, non avea conosciuto altri oggetti degni di riverenza e d'amoreche i suoi padroni. Il conte Tolberto l'avea veduta crescere sotto i suoi occhi in età, in bellezza ed in senno. L'avea spesse volte tenuta sulle ginocchia, palleggiata sulle robuste braccia, accarezzato colle mani avvezze alla lancia i neri e lunghi capelli dell'orfanella; ma tutto questo, come avrebbe fatto ad un bello e prediletto levriere, al generoso destriere che solea cavalcare ne' torneamenti. I suoi principii erano assai diversi da quelli de' suoi coetanei; le sue abitudini, mansuete ma non molli, lo portavano a qualche cosa di più virile che non sarebbe stato un amoretto con una povera fanciulla che risguardava come sorella, e avrebbe difesa contro chiunque avesse osato oltraggiarla. L'orfanella dal canto suo, giovanetta ancora di sedici anni, non avrebbe saputo nutrir pel suo signore altro sentimento che una specie di culto, un rispetto misto d'infantil tenerezza, come di figlia. Solamente quando Tolberto menò a moglie la Caminese, sentì quel sentimento farsi più profondo e più malinconico. Forse confessò a se medesima un affetto, che non avrebbe confidato nè pure all'aria, e men che a tutti, a colui che, senza saperlo, n'era l'oggetto. Gli aspri costumi della sua signora le avean fatto pensare alcuna volta all'ingiustizia della fortuna. Ne' suoi sogni verginali avrà detto talora: Oh! s'io fossi in lei, di quanto amore vorrei circondare un cavaliere così buono e così compìto! E ricadeva, così pensando, in una cupa tristezza, finchè il cenno dell'astiosa signora la scuoteva dal suo vaneggiamento, per ricondurla alla trista realtà della vita. I duri trattamenti che sosteneva, le parevano alcuna volta una giusta espiazione del torto che involontariamente le recava pur nel pensiero; e poi l'amore infinito che l'anima sua sentiva per il conte, si tramutava in una specie di riverenza per tutte le persone, per tutte le cose che appartenevano a lui. QuindiAica medesima le era, se non cara, almeno rispettabile, e si sarebbe guardata dal torcerle pur un capello, come se il conte dovesse risentirne il dolore. Povera Bianca! allevata come figlia dalla vecchia contessa, ella aveva educato il cuore a sentimenti così squisiti, di cui nessuno avrebbe in lei sognato nè pur l'esistenza: il suo cuore, nello svolgersi de' suoi sentimenti, l'aveva innalzata tant'alto, che, mancando d'un legittimo scopo, doveva di necessità trovare il suo giornaliero martirio nella sua stessa virtù. Forse il conte l'aveva indovinata, e forse no: Aica non l'avrebbe potuto senza la sua confessione. Ed ecco ciò che la povera Bianca avea confessato: avea confessato d'amare il proprio signore; che quella lagrima, era una lagrima che la partenza di lui le avea strappato dal cuore; e non disse, e forse nol sapeva, come più che d'amore, era una lagrima d'indignazione per le villane parole con cui la superba sposa avea risposto alla officiosa cortesia del marito! Ma questo era bastato ad Aica: da questi indizi leggeri e incolpabili ella avea fabbricato nella sua mente la colpa. Finse a se stessa un amore che non avea per Tolberto, pure per rendere più legittima la punizione che serbava ad entrambi.
»Voi sapete in qual modo l'orribile donna si vendicasse. La giovinetta disparve agli occhi di tutti quel giorno medesimo. Nessuno ne parlò. Il conte, ritornato al castello dopo due mesi, seppe ch'ella era morta, e non chiese più là.
»Dopo due secoli, ristaurando la camera della torre contigua all'appartamento, si trovò murato nella parete lo scheletro d'una fanciulla.»
Terminata questa tetra istoria, narrata dall'ospite mia, con meno pretensione drammatica ma con più verità, chè tutte le sue parole uscivano vestite di quell'accento che solo può dare l'intima persuasione del vero, primo il Franceschi, e poi ciascuno della brigata si provò a dare alla conversazione un colore più gaio. Ma per quanto ognuno si sforzasse a celiare sulle antiche leggende, e non si risparmiassero le più lepide allusioni, non ci fu verso di rallegrare i nostri spiriti, tanto erano rimasti sopraffatti da quel racconto.
Intanto l'ora s'era fatta assai tarda, e m'accorsi che gli ospiti miei non erano abituati alle nostre veglie cittadinesche; onde mi credetti in obbligo di gittare una parola sull'ora tarda e sulla mia propria stanchezza. Il Franceschi alzandosi senza più, si scusò di non mi poter alloggiare convenientemente in sua casa, e disse che m'aveva fatto apprestare una camera nel castello. — Già voi, soggiunse, non m'avete faccia da spaventarvi, se pure la Donna Bianca si pensasse di farvi una visita!
— Pensate! risposi, non sarei poeta! —
Così dicendo, presi congedo dall'ospitale famiglia, e preceduto da un servo, m'incamminai verso il vicino castello.
Alzavasi fra l'ombre della notte l'immensa mole bruna, misteriosa, terribile. Il gigantesco torrione pareva una scolta che vegliasse sopra il resto dell'edificio, le cui forme mal distinte lasciavano libera la fantasia di foggiarsele sotto le più strane e mostruose figure! Entrai per una postierla che metteva per un basso ed umido corridoio alle stanze più interne. Sempre preceduto dalservo, i cui passi suonavano nel vuoto del deserto castello, passai per un numero di stanze che non presi pensiero di numerare, ma che non finivano mai. Una sala ornata dai bruni ritratti della famiglia, metteva ad un gabinetto, questo a una dozzina di camere, variamente addobbate; poi altri gabinetti, altre sale, altre camere; e il famiglio domandavami scusa di sì lunghi andirivieni, annunziandomi sempre vicina la stanza assegnatami, la quale mi sfuggiva pur sempre dinanzi. In altri tempi avrei potuto tenermi per ispacciato; ma prima che questo pensiero m'entrasse nella mente, come a Dio piacque, la mia guida fermossi, ed accese due candele in una piccola ma gentil cameretta, prescelta, ei mi disse, da non so quale dei conti attuali, più letterato degli altri, come la più silenziosa e più confacente a' suoi studi. Un letto di ferro, avviluppato da un candido padiglione, n'occupava un buon terzo, i mobili erano d'ebano, una sola finestra s'apriva a mezzodì scavata, per così dire, nella muraglia, la cui spessezza poteva ben essere di due metri.
Terminata questa rassegna, il servo si credette in obbligo di avvertirmi che appena fuori della mia stanza c'era la sua, che a caso non mi credessi solo in quell'enorme edificio. Egli pronunciò questo benevolo avviso con una cert'aria significativa, quasi con bel garbo volesse dirmi: non abbiate paura. Come io mostrai d'intenderlo, e gli risposi, sorridendo, che nulla m'occorrerebbe, egli si scusò dicendo che questa era l'abitudine del signor conte, il quale, benchè abituato al castello, pure non avrebbe osato dormirci solo. Anche un professore di Padova, soggiunse, che fu qui non ha molto per tenere a battesimo il bambino del padrone, confessò una mattina che non avea potuto pigliar sonno in tutta la notte che vi dormì. — Egli diceva, soggiunse,che l'immaginazione alcune volte suol fare di brutti scherzi. Onde, signore, ho creduto mio dovere di dirglielo. Perdoni.
Lo ringraziai, congedandolo, e mi chiusi nella mia cameretta. Rimasto solo, non potei trattenermi dal sorridere, pensando al professore ch'io conoscevo per uomo scevro di pregiudizi, cinico anzi che no, e di spiriti assai positivi. Non lo avrei detto, ma lo pensai, che alcune volte le apparenze sono smentite dai fatti, e m'apparecchiai, io suo scolaro e in odor di poeta, m'apparecchiai, dico, a far arrossire col mio fermo contegno il freddo filologo, e l'uomo, come suol dirsi, di mondo. Gli vo' domandare, dissi fra me, come prima io lo vegga, che faccia avesse la Donna Bianca, quando gli comparve al castello di San Salvadore. D'idea in idea, nel breve intervallo che dovetti passare prima di addormentarmi, venni fino a desiderarmi l'apparizione, almeno in sogno, di quell'ospite misteriosa di cui s'era tanto parlato. Così saprei s'era bianca o bruna, diss'io, e le domanderei la ragione di queste sue visite. Così dicendo, o meglio, così fantasticando fra me, mi voltai sull'altro lato, e un placido sonno sospese il corso de' miei pensieri.
— Scommetto che questo è il posto d'un sogno, dirà qualcuno de' miei lettori. Nè più nè meno; e lascerò credere a chi lo vuole che sia uno di quelli che i poeti ritrovano sì spesso e sì a tempo nel fondo del lor calamaio. Il fatto sta, che il sogno ch'io vi annunzio fu sognato davvero; ed ho mestieri di crederlo sogno, o lettori, perchè altrimenti dovrei prestar fede alle apparizioni favolose, e non potrei più ridere alle spalle del mio professore d'Università. Lascio poi la pena ai fisiologi di chiarire da quali elementi sorgesse, se dal luogo dov'io mi trovava, da quella camera solitaria, dai discorsi avuti o dalle memorie risguardanti la famiglia Collaltoche avevo leggicchiato prima d'addormentarmi, e che avranno dato probabilmente una tal direzione alle idee. Checchè ne fosse, ecco il sogno.
Erano, sulle prime, figure indistinte che procedevano a coppia a coppia, non saprei dir di qual sesso. Mi parevano come persone che, nelle fitte e nebbiose notti, ci passano inavvertite da canto, e appena ce n'accorgiamo al fruscìo della veste e al batter de' passi. Ma queste apparizioni sfumavano lievi senz'arrestarsi un momento, tanto ch'io potessi raffigurare le loro sembianze. Però la processione continuava, e, come se l'atmosfera si andasse un po' diradando, le immagini mi si facevano più distinte. Erano bei vecchi dalla barba candida o grigia, vestiti di lucide armature, ciascuno accompagnato da una grave matrona, riccamente abbigliata, con baveri inamidati o bei merletti di Fiandra rimboccati dal collo. Io discerneva già bene il lor volto, ma non mi parea di conoscerli. Quando, tutto ad un tratto, ne vidi uno, la cui fisonomia m'era nota.
Era il conte Tolberto. Ecco la sua dolce guardatura, la sua aria amorevole e trista! L'antipatica dama che gli sta a fianco, e par che sdegni porgergli il braccio, non è punto da dubitarne, è Aica da Camino. Mi sembra ch'io volessi rivolger loro qualche parola, ma, come segue ne' sogni, la voce non rispondeva alla volontà. Intanto anche questa coppia era sparita, e tutto era rientrato nell'oscurità. Ma se gli occhi più non discernevano alcuna cosa nell'ombra, l'orecchio era percosso da un sordo gemito che partiva come da una tomba.
Raddoppiai l'acume della pupilla, come cercando da qual parte uscisse quel doloroso guaìto. Ma non discernevo altra cosa che una parete bianchissima, ch'io potevo scambiare con quella della mia camera. Tutt'ad un tratto la calce parea sollevarsi in un canto, e presentarealcune ineguaglianze, alcune prominenze che offerivano i contorni d'una figura umana scolpita in bassorilievo. A poco a poco però le membra tondeggiavano, si spiccavano dal fondo e si campavano nell'aria. La statua non era più statua, ma sibbene un simulacro di donna avvolta in candida veste, pallida in volto e impressa i lineamenti d'un dolore ineffabile. Si chinò sul mio letto lievemente, e stette fisandomi d'uno sguardo tristo, prolungato e profondo.
— Oh! Bianca, parvemi ch'io le dicessi, povera Bianca! Quanto ho desiderato vederti e intendere le tue parole! Qual destino lega ancora la tua presenza in questi luoghi che ti dovrebbero essere così funesti? —
Ella crollò mestamente il capo, e il sentimento che mi parve dipingersi sul suo volto, era più d'amore che di odio.
— Che amore dovette essere il tuo, povera Bianca, se l'atroce supplicio a cui ti condannò la superba consorte, non te lo svelse dal cuore!
Ella chinò il capo quasi vergognando, e una lagrima parve rigarle il pallido volto: — Ah! una lagrima simile a quella ti tradì, sventurata, quel giorno fatale! — A queste parole che mi pareva d'indirizzarle, e ch'ella certo mi leggeva nell'animo, mandò un lamento così doloroso, che non mi ricordo d'averne udito alcuno di somigliante nel mondo. E come non potesse resistere alla penosa reminiscenza ch'io le avevo richiamata, la vidi allontanarsi da me, dileguarsi lentamente nell'aria, e addentrarsi di nuovo nell'opposta parete.
Addio speranze di udir la sua voce! Maledissi nel mio interno alla mia indiscrezione, rivolto pur sempre a quel punto della muraglia da cui l'avevo veduta svanire, quasi coll'intendimento di evocarla di nuovo per secreta attrazione magnetica. Tutto fu invano. L'aeres'era abbuiato, e mi si dipingeva tratto tratto in quelle fosche iridi che si veggono ad occhi chiusi la notte, e non hanno nome, cred'io, nella nostra favella. Ma quelle iridi, quelle sfere verdastre, azzurrognole, sparse di punti luminosi e vibranti, portavano scritto nel centro vari nomi che s'alternavano l'un dopo l'altro. Il primo ch'io potei leggere fu
SCHINELLA,[1]
e non appena l'ebbi letto, svanì col circolo raggiante dov'era scritto a lettere giallastre e fosforescenti. Non so quanti RAMBALDI e TOLBERTI lo seguitassero al modo stesso, finchè in una sfera di color rosato e cilestro, a lettere cangianti come l'opala, vidi apparirmi il nome di
GEMMA.
E poi una serie d'altri nomi che m'uscirono dalla mente, finchè in una ruota purpurea e come rabescata, lessi, il nome di
COLLALTINO.
Ma già il bruno campo nel quale agitavansi questi lucidi globi, si faceva ad ora ad ora più grigio, ed essi globi succedevano d'una tinta più languida e men distinta. A mano a mano che si confondevano nelle tinte del campo, anche le immagini della mia fantasia venivano perdendo d'intensità e di chiarezza. Vi fu un momento ch'io stetti come dimentico e inconscio di me medesimo: io passava evidentemente dal campo de' sogni a quello dellarealtà. Apersi gli occhi e m'avvidi che la luce del giorno avea già attenuato l'oscurità della stanza; balzai dal letto come trasecolato dalle visioni avute, delle quali ricordavo ancora e rannodavo alla meglio questi dispersi frammenti. Spinsi l'imposta quasi per finir di svegliarmi, e mi si aperse allo sguardo una scena che nessun pennello oserebbe dipingere.
Era una immensa pianura, la pianura della Marca Trivigiana, alla quale era termine l'Adriatico. Una tenue nebbiuzza la copriva a fior di terra, ammollendo i contorni delle piante sorgenti dal suolo, le quali apparivano come piccole macchie, anzi pur come punti dispersi nella vastità dello spazio soggetto. La Piave dappresso, più lontano il Sile, come un nastro d'argento volgeva i suoi lucidi meandri tra i regolari comparti dei seminati. Un rombo infinito, indistinto mi giungeva all'orecchio, e partiva dalle mille campane che dagli sparsi villaggi inneggiavano al sole nascente. Era la prima domenica di agosto. Sublime spettacolo! Questo suono era come la vita che animava la scena: come la voce della moltitudine, che da quelle mille villette destavasi a un'ora medesima, commossa da un sentimento comune.
Non ci voleva meno di questa scena così naturale, e pure così grandiosa e poetica, per tormi all'influenza de' sogni; poichè io sono così fatto, che basta un sogno talora a colorire d'una tinta conforme tutti i pensieri della giornata. Mi vestii frettoloso, e non senza fatica per quell'intricato labirinto di camere, trovai la via di uscir dal castello e recarmi alla casa dell'ospite mio.
Un'ora dopo un leggero calesse ci traeva entrambi all'antico castello dei conti. Parmi aver già detto, o lettori,come San Salvatore non era nè la sola nè la più antica sede della illustre famiglia. A sei miglia circa da questo castello ne sorge un altro, edificato forse verso il decimo secolo, men comodo ad abitarsi, ma pur magnifico per quel tempo e ragguardevole per la sua costruzione. La tragica morte di Bianca era seguìta in quest'ultimo, ed è naturale ch'io volessi vedere cogli occhi propri e toccare con mano quel poco che ancor rimaneva a testimonio del fatto. Il Franceschi non esitò ad appagarmi, e mi si offerì per compagno, benchè non era cosa lieve per lui l'affrontare l'afa d'una giornata d'agosto. Ma c'entrava di mezzo l'amicizia, l'archeologia e l'interesse che aveva per tutto ciò che riguardava i Collalto, onde si sarebbe gittato nel fuoco, non che altro, per non mancare, com'ei diceva, all'obbligo suo.
La via che percorrevamo è tra le più amene e poetiche che si possano immaginare. Da un lato la pianura verde coltivata, irrigata, sparsa di case, popolata di gente che accorreva, vestita a festa, a' rispettivi villaggi. Dall'altro la collina molle, cespugliosa, vitifera; più lungi le montagne azzurre, ombrate ancora dalla lieve nebbia del mattino. La strada or saliva dolcemente, or scendeva con facil declivio, fiancheggiata a destra da spinose ed eleganti robinie, a sinistra da qualche pioppo cipressino interrotte da folti e vellutati avellani. La verzura dell'Asia e quella dell'Italia spandevano le loro braccia e intrecciavano le loro ombre tremolanti sul nostro capo. Ma già la scena cambiava: ai terreni seminati da molto succedevano le terre ghiaiose, desolate dalle più recenti alluvioni delvorticoso Anasso, come lo chiama il Carrer; e quelle sono leantiche roveri del Montelloche ricorrono sì spesso nelle sue letteredella Stampa. Vedi come il bosco seconda il sorgere e l'avvallar del terreno!
Già noi lasciamo il piano, per rivolgerci al monte.Ecco apparire da lunge le merlate sommità di Collalto: questo, un tempo, era un romitaggio abitato non so da qual ordine di claustrali; ora non è che unmaniere, come un tempo dicevano; una casa attenente al castello, ed abitata dal custode di quello. Non vi so dire che effetto mi facessero que' corridoi, serbanti ancora le traccie dell'antica destinazione, ed ora volti ad altr'uso. Certo è che il luogo è posto sul pendìo del colle con sì felice accorgimento, che doveva essere un'amenità l'abitarvi. Forse il Bembo ed il Casa, che ne parlano ne' loro scritti, vi avranno attinta quella grave e dolce malinconia che alcune volte riscalda i lor versi, e li rende sì amabili. Di qui si domina oltre al torrente la Badia di Narvesa, appartenente anch'essa ai Collalto, e più lungi verso ponente, fra le mille sinuosità de' monti, vedi biancheggiare le colonne del tempio onde il Canova consecrò il povero villaggio dov'ebbe la culla.
Perdonate s'io non posso percorrere questi luoghi senza comunicarvi le grate impressioni che mi lasciarono. Ecco Collalto. Anche qui più d'una torre ne proteggeva l'ingresso. Peccato che l'istinto livellatore del secolo, il quale s'appiglia anche ai più lontani dal centro, abbia anche qui portati i suoi guasti: anche qui una scorciatoia, un rettilineo ha costato la vita a qualche massiccia costruzione monumentale. I mangiatori di pietre sono penetrati fin qui. Ma il corpo principale dell'antico castello rimane pur sempre: ecco il torrione, men gigantesco, meno elegante dell'altro che vi descrissi, ma più originale, più medio-evico. Una scala esterna mette al primo piano dell'edificio, il quale, benchè serbi qua e là le traccie del tempo in cui sorse, fu però rinnovato e ristaurato più volte. Passammo guidati da una vecchierella cortese per una lunga fila di camere, dove la varia tappezzeria accennava alle varie età e ai vari gusti deisignori che v'abitarono. Tutto però sembra abbandonato da molto, e infatti i Collalto preferiscono il castello di San Salvatore o le loro signorie nella Moravia.
Tuttociò non m'importava gran fatto; io era impaziente di vedere la stanza della povera Bianca, e non altro. Quando fummo sul limitare di quella, la buona vecchierella quasi involontariamente diede indietro segnandosi: cosicchè v'entrai solo in compagnia del Franceschi.
La stanza era più mal concia delle altre; ruinato il pavimento, sfondato il soffitto. È tradizione che, ritrovato nella parete il miserando scheletro, si smettesse il ristauro già incominciato, e la stanza rimanesse a un di presso come si vede. Certo è che non fu più abitata. I signori fecero dare onorata sepoltura alle infelici reliquie nella cappella medesima dove si vedono ancora le tombe de' lor famigliari: e lì su quella parete medesima, quasi in espiazione del fatto, fecero dipingere unEcce Homo. Questo affresco fu poi intonacato di calce; e sopra l'intonaco fu incorniciata una tela con un crocifisso dipinto. Ora il quadro fu tolto, e scrostato qua e là l'intonaco, lascia vedere qualche vestigio della prima pittura. Ecco in quale stato ritrovai quella stanza che non solo Italiani, ma Francesi ed Inglesi non lasciano di visitare. Inspirato da questa vista, il poeta Roger consecrò nel suo intinerario poetico questo pietoso racconto, e non è questo il primo caso, nè sarà l'ultimo che gli stranieri, specialmente gl'Inglesi, più degli altri riverenti all'Italia, sappiano discernere ed illustrare le nostre poetiche tradizioni. Egli inventa a capriccio il nome della infelice vittima, forse per servire alle leggi della sua prosodia: del resto egli dovette attingere la tradizione alle medesime fonti da cui la traggo.[2]
I cronisti della Marca, e quelli che più specialmentesi occuparono della famiglia Collalto, non ne fanno, ch'io sappia, menzione: ma la voce del popolo è lì per supplire alla storia, la voce del popolo che procede di padre in figlio, e può susurrare all'orecchio nei colloqui confidenziali i fatti pericolosi a narrarsi dagli scrittori o parziali, o timidi, o mercenari. Potessimo interrogar questa voce nei luoghi ove non è affatto spenta, molti avvenimenti, già consegnati alle storie, si vedrebbero mutar faccia, e apparirebbero le picciole cause che minarono sordamente la base delle umane sommità. Ma codesto non si può fare nel proprio gabinetto: bisogna recarsi sul luogo, mescolarsi col volgo, meritar la confidenza dell'umile donnicciuola. Una parola sfuggita a caso, potrebbe appurare una data e rivelare un evento, dipingere una persona. Ma questa sarebbe una scienza nuova. Gli eruditi pongono ancora la loro gloria nell'ammucchiar date su date, nomi su nomi: con ciò ne danno spesso il cadavere della storia; ma chi vi spira per entro il soffio della vita?
La vecchierella ci avea aspettati nell'anticamera. Le domandai, guardandomi bene da lasciarle trapelare il mio scetticismo, se la Donna Bianca le fosse mai apparsa.
— No, signore, risposemi. Io non sono stata degna di tanto: nè io, nè mia madre; ma la nonna la vide all'occasione della nascita del padron vecchio, e fu gran festa in paese. La povera nonna morì in concetto di santa.
— E chi è stato l'ultimo a vederla? Si potrebbe parlargli?
— L'ultimo è stato Lorenzoni, soggiunse seriamente la vecchia. Or saranno circa trent'anni. Da quel tempo nessuno meritò questa grazia, o forse mancò l'occasione.
— Qual occasione? diss'io.
— Si sa bene, signore. Domandi qui al signor Franceschi. La Donna Bianca comparisce tre giorni primache i padroni si trovino inallegrezzao ingramezza. Vuol dire che in questi trent'anni non successe niente nè di buono nè di cattivo.
— Può essere, risposi. Chi sa che non tocchi a voi, buona donna, l'onor della prima visita.
— Oh! signore! Se fosse per bene de' nostri padroni, sarei ben contenta....
— Voi già non ne avete paura.
— Di che? La Donna Bianca non ha fatto mai male ad alcuno. È una grazia che fa l'avvertirci del bene e del male prima che seguano. Così possiamo prepararci.
— Dite bene, buona madre, diss'io. E, infatti, io non avrei trovata una ragione sì dilicata, e dirò anche, così filosofica. Ci congedammo dalla cortese vecchierella, la prima che sentissi a parlar di visioni con tanto buon senso. È certo che codeste apparizioni, e la causa di esse, erano per lei verità incontrastabili. Io posso riferir le parole, ma tenterei invano communicare ai lettori quell'accento di persuasione, quella specie di fede che mi fece notabile questo dialogo. — Andiamo via di qua, dissi celiando al Franceschi. Queste parole, questi luoghi, e un sogno ch'ebbi stanotte, per poco ch'io resti, mi faranno credere alla visione, come ci è forza credere al fatto che vi diede origine. Non mi maraviglio più che una tal tradizione si propaghi e si tenga per certa. Quasi quasi m'aspetto di vederla la Donna Bianca, prima di lasciar questi luoghi ch'ella ha fatto sì celebri!
È vero. Sono stirpe violenta questi Collalto! Si narrano storie di sangue accadute ne' loro castelli. Un'ombra raminga di donna comparisce a quando a quando tra i verdi, e ricorda un'antica atrocità degli antenati del conte. Murata viva! che orrore! Ne avrei uditi tutta notte i lamenti.
È vero. Sono stirpe violenta questi Collalto! Si narrano storie di sangue accadute ne' loro castelli. Un'ombra raminga di donna comparisce a quando a quando tra i verdi, e ricorda un'antica atrocità degli antenati del conte. Murata viva! che orrore! Ne avrei uditi tutta notte i lamenti.
Carrer.Lettere di Gaspara Stampa.
Non farò carico al Carrer di questa asserzione posta in bocca d'una donna gelosa che era stata amata e tradita da un conte Collalto. Quest'accusa, tuttochè falsa, come quasi tutte le accuse generali, chi non vorrà perdonarla alla povera Stampa? Ad onore del vero però, il fatto di Donna Bianca, per atroce che sia, non vuol imputarsi ai Collalto: nè i Collalto appaiono dalle cronache essere stati una stirpe violenta. Questo delitto era stato commesso da una Caminese, e i Collalto che forse non l'aveano potuto impedire, quando vennero a risaperlo, non omisero di espiarlo, per quanto fu loro concesso. Certo la tradizione che corre non è oltraggiosa a questa famiglia. L'apparizione di quest'ombra non è, come segue per ordinario, un simbolo di vendetta: Donna Bianca non odia i Collalto, anzi li ama, si prende parte alle loro vicende liete o triste che siano e ne dà loro l'annunzio tre dì prima che seguano. L'ombra stessa non è paurosa a quelli a cui comparisce: anzi non la vedeva che qualche antico servo o altra persona affezionata alla Casa; e se ne teneva, e ne traeva argomento d'orgoglio, come si dice del Lorenzoni, uomo del resto non punto superstizioso e di un coraggio che teneva della braveria, giacchè era solito a porsi col capo in giù fuoridella feritoia della torre, sull'orlo d'un precipizio che metterebbe le vertigini agli animi più sicuri.
Questi ragionamenti ci fecero parer più breve il ritorno al castello di San Salvatore. Il Franceschi medesimo che, udendo la cagione della mia gita, era stato lì lì per beffarsene, cominciava a considerar questo fatto sotto un aspetto diverso. Passando in rassegna i principali avvenimenti della illustre famiglia, si meravigliava di trovarli congiunti alle apparizioni tradizionali della Donna Bianca. Egli mi raccontava dei fatti, io non potevo che narrargli dei sogni su questo proposito, e al più suggerirgli qualche induzione alla quale ei dava più o men peso, siccome quello che è più cronista per indole che poeta.
Ricorderò brevemente due di codeste apparizioni che si collegano a qualche nome accennato nel corso del mio racconto. La prima di queste si connette ad un avvenimento che fornirà forse argomento ad un dramma.
Correva il principio del secolo decimoquarto. Le due famiglie vicine e rivali, dei Collalto e dei Caminesi, erano allora rappresentate, quella dal conte Rambaldo, questa da Rizzardo da Camino, celebri entrambi nelle storie del tempo. Quest'ultimo, figlio di quel Gerardo che l'Alighieri pone tra' buoni, era molto degenere dal padre per valore e per senno. Era il don Giovanni dell'età sua: e le città e i villaggi eran pieni de' suoi soprusi e delle sue avventure galanti. Ei pose gli occhi, fra le altre, a una figlia del conte Rambaldo, di nome Gemma, bellissima giovinetta se alcuna ve n'ebbe a quei tempi. Il vecchio conte Collalto avrebbe volentieri condisceso a tal maritaggio, nè era il primo che le due famiglie avessero contratto fra loro. Ma dopo il delitto di Aica, gli amori fra i Caminesi e i Collalto doveano avere un augurio sinistro. La povera Gemma non era destinata arisplendere, come sposa legittima, nell'albero genealogico dei da Camino! —
È fama che l'ombra di Donna Bianca, e fu questa una delle prime apparizioni, si facesse vedere alla vecchia nutrice di Gemma. Questa l'ebbe per buon segno, e lo interpretò come un annunzio di prossime nozze. Ahimè, dopo tre giorni il traditore Rizzardo abbandonava la innamorata donzella, per dar la sua fede ad un'altra. La povera Gemma ne morì di vergogna e di dolore, e fu vendicata! Da lì a poco tempo Rizzardo da Camino moriva percosso dalla falce di un contadino chiamato pazzo. Ma il conte Rambaldo e i suoi vassalli guelfi non furono netti dell'assassinio.[3]
Due secoli dopo, Collaltino di Collalto dava anch'esso la mano di sposo alla marchesa Giulia Torella di Montechiarugolo, dopo di aver amoreggiato e tratto agli estremi la illustre poetessa Gaspara Stampa. Questa volta la Donna Bianca apparve alla giovane sposa, quasi volesse spaventarla da queste nozze. Ma la marchesana era unospirito forteper quell'età, e sapendo gli amori di Collaltino con Gaspara, avrà pensato che l'opposizione fosse una gherminella della tradita poetessa, o un'ubbìa della sua riscaldata immaginazione. Le nozze si fecero, e la morte della Stampa fu auspice alle feste, al rito solenne. La marchesa Giulia Torella passò poco dopo a seconde nozze col conte Antonio Collalto, parente di Collaltino. Anche tu fosti vendicata, povera Saffo!....
Mi limito a questi due fatti che presentano una certa analogia colla storia di Bianca. Ma non sarebbe senza interesse poter notare tutte le apparizioni che il popolo ricorda di quella infelice. In tutte quelle che intesi narrare, Donna Bianca è sempre benevola alla casa Collalto, anche quando tentò inutilmente impedire qualche delitto o qualche sventura imminente. Oh! ella dovettebene amarlo, il conte Tolberto, la poverina, se murata nel suo castello, e condannata ad errare in quei luoghi memori dell'infelice sua fiamma, non si fa ministra d'una vendetta che potrebbe parer meritata, ma invece sembra proteggere i discendenti di quella stirpe!
Il giorno appresso, pieno ancora di questi fatti e di queste fantasie, io lasciava, non senza pena, il superbo castello di San Salvatore e l'ospitale famiglia a cui devo la maggior parte di queste notizie, e due giorni tra i più cari della mia vita.