LA VALLE DI RESIA.

LA VALLE DI RESIA.

Io rivedeva la mia diletta penisola dopo dieci anni di vario pellegrinaggio. Ad ognuno che abbia cuore credo inutile il dire s'io la ritrovassi più bella. A quelli che non hanno patria, a quelli che amano tutto ciò ch'è straniero, per ciò solamente ch'è straniero; a quelli che s'attaccano senza discernimento all'ultima cosa che veggono, solamente perchè è l'ultima; a tutti gli uomini, dico, che appartengono a codeste tre classi, io non dirigo per ora le mie parole.

Salutata dunque la terra natale, vi cercai gli amici della mia gioventù, e fra questi Antonio M., valente pittore, e veramente artista dell'anima, il quale m'aveva cinque anni prima lasciato a Parigi, e del quale non m'era giunta alcuna notizia in appresso.

Il primo a cui ne chiesi conto, fu il marchese del Rio, nostro comune amico, e mecenate d'un tempo. Egli mi guardava ed esitava a rispondermi come chi avesse a dare una trista notizia.

— Buon Dio! — sclamai — sarebbe morto?

— Morto dell'intelletto — rispose. — Da quattro anni egli è pazzo.

— Pazzo...! Oh! egli non doveva mai rivederla. Perchè non ascoltò i miei consigli? perchè non rimase con me? Oh! povero amico! — Così dicendo proruppi in lagrime; dimenticai il marchese; non gli chiesi i particolari di questa sciagura, ed egli ebbe la discrezione di andarsene senza congedo.

Dirò perchè questa trista novella non mi sembrasse punto inverosimile.

Antonio M. era nato per essere artista, benchè le circostanze in cui si trovò nell'infanzia non fossero le più favorevoli all'arte. Egli era figlio di un fortunato negoziante, e secondo tutte le apparenze doveva ereditarne uno stato agiato e tranquillo. Gli agi e le ricchezze sogliono giovare a tutt'altro fuorchè all'educazione di un artista. Egli fu accarezzato, lusingato, applaudito da' suoi precettori, ogni suo scarabocchio aveva l'impronta del genio: egli era senza più un Raffaele risorto. — Buon per lui che la provvida mano della sventura venne in tempo a soccorrerlo. Le speculazioni del padre corsero il loro stadio; decaddero; ruinarono. Egli dovette fallire a molti suoi creditori. Antonio rimase a vent'anni ricco di molte speranze, di molta presunzione, di molte abitudini molli e delicate, povero di tutt'altro: ma egli era artista, cercò nell'arte un sollievo contro l'avversità, e di meschino dilettante che era, si mise sulla via per divenire pittore. E lo divenne. Gli dolse certo dover abbandonare le consuetudini fra cui era stato allevato: gli dolse sentir mutate in biasimi le prime lodi che riceveva; ma gli giovò la sua naturale noncuranza, e d'altra parte i proprii disinganni non arrivarono a farlo sconfidare di se medesimo. A ventidue anni egli dipingeva passabilmente la figura, coloriva un ritratto con molto garbo, e viveva modestamente del suo.

Ma il cuore non è impunemente poetico. Antoniodoveva amare, amare passionatamente, infelicemente, come suole accadere agli artisti: egli doveva imbattersi in una donna che non era fatta per lui; ed amarla, idoleggiarla, adorarla quanto meno ella mostrava comprendere questa poetica idolatria, da cui si trovava perseguitata.

La contessa Sofia di V. era del bel numero una di quelle fredde creature, in cui le arti e le consuetudini sociali distruggono molte doti ingenue della natura, surrogandovi l'affettazione di tutte. Ella aveva imparato la virtù dalle opere di Ma. de Genlis, la grazia dal maestro di ballo, il contegno dalla sua governante, lo spirito dalle conversazioni e dai dizionari, le lingue, non so quante fossero, da' suoi precettori, la musica dalle note. E tutto questo sapeva passabilmente e brillava fra tutte, perchè era ricca, nobile e bella: tre splendide prerogative che non hanno sempre lo stesso valore prese separatamente, ma in cumulo non possono mancare di un successo nel mondo.

Antonio M. non nobile per natali, non d'altro ricco se non della sua onestà e della sua tavolozza, la vide al teatro, l'ammirò ad una veglia, le parlò ad una pubblica esposizione di belle arti dinanzi ad un proprio quadro che ella e tutti lodavano. In quel momento parvegli di poter innalzarsi fino a lei e sperò di ottenerla. Prima che fosse chiusa la pubblica mostra, egli espose sotto le forme della Speranza un ritratto parlante di Sofia, opera improvvisata sotto l'influenza di un amore vulcanico. Il padre di lei comperò questo quadro, ed ebbe l'imprudenza di dar per maestro di pittura alla figlia il mio povero artista. Dico povero, ed egli ringraziava la fortuna come avesse tocco il cielo col dito.

Non racconterò la storia del suo amore. Progredì come doveva in lui, vero, ardente, indomabile; in leidapprima civetteria, poi vanità, poi niente. Egli osò domandarne la mano. Gli si rise in faccia. La fanciulla ebbe l'ordine di non più vederlo; fece un po' l'afflitta, lo fu anche; ma obbedì da buona figliuola, e accettò con gioia i doni e le carezze paterne, premio della sua figliale docilità. Antonio ammalò, ebbe un lungo delirio assai prossimo alla pazzia. Risanato partiva da quel luogo al mio fianco, inconsolabile sempre, ma però rinsavito. Tutto questo racconto era necessario, o lettore, acciocchè intendessi come all'annunzio ch'egli era impazzato, io mostrassi più dolore che maraviglia. Egli era stato quattro anni in mia compagnia senza dar segno di smarrimento, ma un carattere come il suo, per natura bollente, quando ha sofferto ne' suoi primi anni una scossa terribile come questa che ho raccontato, ne resta con una tinta di tristezza per tutta la vita. Volsi subito il pensiero ad informarmi di tutte le particolarità di tale ricaduta, per vedere se l'amicizia potesse un'altra volta porvi rimedio.

Ma dove si trovava questo povero amico, e di qual genere era la sua nuova pazzia? Queste domande io avevo dovuto rivolgere al terzo ed al quarto per desumere, se fosse possibile, il vero dalla opinione dei più.

Mi fu risposto ch'egli trovavasi nella valle di Resia, un paese, a quanto mi dicevano, abbastanza salubre; ma inameno e inospitale, circondato da monti sterili e altissimi, ove non si poteva penetrare che per difficili e scabrosi sentieri; abitato da un'orda di barbari, d'origine, a quanto dicevasi, slava; luoghi e genti, in una parola,che solo un pazzo poteva scegliere per dimorarvi. Non avevo per anco veduta la valle di Resia, e non potevo trovare molto improbabile la pittura che me ne facevano.

Quanto al mio povero amico, egli era ritornato nella sua patria oppresso da una specie di nostalgia; sia che il solo amore del suo paese ve lo richiamasse, o un resto della sua infelice passione. Egli ritornava in Italia ricco di un bel nome e di non mediocre peculio. Quando corremmo in compagnia la Germania, l'Inghilterra e la Francia egli s'accorse non meno di me qual fosse il genere dominante in quelle nazioni, e pensò bene di trarne profitto. La pittura storica era caduta in dispregio perchè pochi oggimai la trattavano con quella coscienza e quella dignità che domanda. D'altronde non si tratta già più di ornare vaste gallerie e magnifiche sale: le ambizioni dell'età nostra sono di raccogliere molte cose in poco spazio: vogliamo più verità che poesia, e una verità più fisica che morale: quadri di genere, prospettive, paesaggi, ritratti. Antonio M. sapeva bene che la poesia della pittura non si trovava in queste fedeli rappresentazioni della realtà. Sapeva bene che le prove fotografiche non sono quadri, e che l'artista deve, per così dire, fondere nel suo cuore gli elementi del vero che la natura gli somministra prima di riprodurli potentemente sulla tela. Ma vedendo gli uomini per lo più incapaci di tale discernimento, anteporre un magro paesaggio ed una prospettiva a quei quadri ch'ei s'ingegnava di trar dalla storia e di animare col soffio creatore dell'arte, sdegnoso per natura, e non abbastanza artista per comandare al suo secolo, venne ad una non nobile, ma utile transazione col gusto dei più, e dipinse prospettive, paesaggi, alberi e case, nevi e rupi, e specchi d'acque e torrenti, e marine e burrasche, e tutto ciò che la natura gli offeriva non diròdi più bello, ma di più singolare, cercando non già l'espressione e la vita, ma i contrasti i più saglienti e più inverosimili.

In tre anni egli collocò in tutte le gallerie, in tutti gli album, in tutti i gabinetti alcuni di questi quadri che egli schizzava a vapore e ricopiava secondo che gli venivano commessi da questo e da quello. Le sue maniere nobili e disinvolte, quell'à plomb, ossia quella tinta d'impertinenza che il primo suo stato gli aveva lasciate, lo facevano accetto nelle brillanti conversazioni. Le commissioni e i quattrini fioccarono per lungo tempo, e se l'avesse desiderato, avrebbe potuto far pompa d'una medaglia, d'un titolo, o d'un nastro all'occhiello del suo vestito.

Ricco e celebre egli mi significò il desiderio di ritornarsi in Italia, per cercarvi, mi disse, nuove ispirazioni, e per dipingere secondo il suo gusto, dopo avere adulato l'altrui. Ci accomiatammo a Parigi, e partì. Giunto alla terra natale, cominciarono le sue stravaganze e le sue pazzie, le quali, per quanto ho potuto raccogliere, si riducevano a tre principali. Una mattina egli ricevette la visita dell'avv. B., il quale gli comunicò come il padre suo nell'ultimo fallimento avesse voluto provvedere all'onesta sussistenza di lui, sottraendo cautamente agli avidi creditori un capitale di 150,000 lire. Egli aveva creduto bene non confidarlo alla sua giovane età e a quei principii di morale poetica di cui lo sapeva invaso, l'aveva quindi depositato in mani prudenti e sicure; ed ora ritornato dai suoi viaggi egli poteva prevalersene senza suscitare sospetto alcuno, e senza concitare contro di sè le insaziabili pretensioni di mille arpie che non avrebbero mancato di porre in campo diritti sopra diritti. Antonio M. accettò il portafoglio dove erano raccolti i titoli della sua nuova ricchezza;compensò l'avv. B. del servigio fedele che aveva prestato, e la mattina appresso fece convocare i creditori del padre, perchè avessero ad essere soddisfatti, per quanto bastasse la somma sopraccennata, e quella di che l'avevano arricchito i propri lavori ch'ei voleva pure consacrare a quest'uso.

Alcuni giorni prima di questo avvenimento egli aveva trovato, rientrando, una carta da visita dal conte di V. È facile a immaginare quanto ei dovesse meravigliarsene. Seppe che la bella Sofia rimaneva ancora nubile nella casa paterna, avendo o essa o i parenti suoi rifiutati parecchi partiti di matrimonio, che non erano sembrati abbastanza convenienti alla vanità degli uni, o alla capricciosa ambizione dell'altra. Ei non mancò di restituire la visita al conte, rivide la sua pericolosa allieva in tutta la pompa della sua bellezza, s'accorse in breve che cinque anni di più, la sua fama e le sue ricchezze, avevano modificato le disposizioni del padre e della figliuola, e subodorò la facile adesione che una sua nuova domanda avrebbe ottenuto. Ma egli vedeva con altra lente quella superba bellezza d'un tempo, e prima di cedere alla tentazione, volle sottoporla ad una dura esperienza.

Entrò in trattative direttamente col conte, e le condizioni ch'ei voleva porre ad un contratto matrimoniale furono tali che il padre ricusò sempre di palesarle apertamente contentandosi di chiamarle non solo stravaganti ma pazze. Pochi giorni dopo si seppe la nobile risoluzione di Antonio, e il conte si lodò di averla scappata bella niegando nuovamente la sua creatura a quel mentecatto.

Intanto la transazione co' creditori era avvenuta. Antonio si gloriava di non conservare altra ricchezza che il suo pennello, e noiato di vivere in mezzo a uomini cheparlando o tacendo lo battezzavano per imbecille, determinò di fare un giro pe' contorni, e giunto nella valle di Resia, comperatovi un poderetto colle modeste reliquie de' suoi tesori, vi si accasò.

Nessuno l'avea più veduto da ben quattr'anni. Si diceva bene ch'egli s'era lasciata crescere la barba, che vestiva alla foggia di que' valligiani, che aveva sposata una ragazza di Resia già madre d'un figlio e vedova prima che moglie; che eccitato da' suoi amici a ripigliare la sua tavolozza, l'avea sempre negato, sdegnando di dipingere quelle stesse prospettive che aveva d'intorno e che gli sarebbero state largamente pagate da' committenti.

Quanto al conte di V. e a madamigella Sofia, il primo ne parlava sempre con affettata compassione; l'altra osservava sul conto di lui un ostinato silenzio. Le trattative ch'erano corse ultimamente fra loro rimanevano un mistero e davano argomento a molte e diverse congetture; nelle quali se il nostro pazzo faceva una triste figura, madamigella non ne faceva una migliore. Per dicifrare questo arcano mi determinai di farle una visita dalla quale speravo i necessari schiarimenti, giacchè io pensavo pur sempre che la strana risoluzione di Antonio o in un modo o nell'altro doveva ripetere l'origine da quella donna.

Presa questa risoluzione non mancai di porla ad effetto, e mi feci annunziareal conte e alla contessadi V. M'intrattenni lungamente con essi de' miei viaggi, edi que' nonnulla che ognuno può figurarsi. M'informai della salute di madamigella Sofia, e mi fu detto che, tranne un po' di malinconia, ella era perfettamente felice. Nessuno mi fece parola di Antonio, ed io non doveva parlarne con esso loro; cosicchè dovetti congedarmi senza aver potuto incarnare il mio disegno. Alcuni giorni dopo ricevetti un viglietto d'invito ad unasoirée dansantech'erano soliti bandire di tratto in tratto per farvi brillare la fanciulla, e v'andai colla speranza di cogliere questa volta un momento opportuno per favellarle.

Ella comparve infatti in tutta la pompa di una disinvolta civetteria; raccolse i complimenti, i baci, le strette di mano dalle amiche invitate, raggiante di vanità soddisfatta. Le fui presentato, e sulle prime non fece attenzione al mio nome e mi balbettò le solite frasi insignificanti. Io disperava di lei. Quando nel riposo di unvalsebbi il destro di nominarle la valle di Resia, ella mi guardò fiso, ed io lei. Impallidì e senza rispondere una parola cercò cogli occhi una sedia per adagiarvisi. Io la condussi a un divano segregato dalla folla, e le sedetti accanto.

Sofia non ignorava l'antica amicizia che mi legava all'infelice Antonio, e capì bene ch'io non aveva proferito a caso il nome del luogo dov'egli s'era ricoverato. La pregai di rinunciare alla prossima quadriglia e di concedermi quel quarto d'ora di colloquio ch'io non avrei saputo come ottenere in altra occasione. Assentì.

— Voi sola, — le dissi — voi sola potete spiegarmi le ragioni che indussero l'infelice mio amico a quella strana risoluzione. Ho sentito raccontare mille stravaganze da lui commesse, le quali potrebbero non essere tutte pazzie. Ma quanto al nuovo congedo ch'egli ebbe dalla vostra famiglia, madamigella, non ho inteso parlarnein modo soddisfacente. Oh! egli è bene infelice se l'amor lungo che vi portò, i sagrifici, i miracoli che fece per sollevarsi fin presso a voi non valsero ad ottenergli un qualche ricambio di affetto....

— Signore, — ella m'interruppe — voi mi conoscete assai poco, se credete ch'io non fossi disposta a riamarlo. Ma io sono figlia, e mio padre è inflessibile ne' suoi voleri. D'altronde poteva egli vedere la sua unica figlia congiunta ad un miserabile?

— Ad un miserabile? che dite mai? madamigella: Antonio era ricco: aveva fatto immensi guadagni coll'arte sua. Voi avreste trovati in casa dell'artista tutti gli agi della casa paterna.

— Voi dunque ignorate le condizioni ch'ei proponeva al contratto matrimoniale?

— Quali condizioni?

— Ch'io avrei consentito a seguirlo immediatamente nella Resia dov'egli aveva stabilito di dimorare. Quanto alle sue ricchezze, egli le aveva tutte disposte a pagare i debiti paterni, contro i consigli di tutti gli uomini di senno, e di mio padre medesimo che non credevano punto necessario quel passo. Egli rimaneva colla sua tavolozza, e con l'incerta speranza che la fortuna avesse seguitato a favorirlo. La mia dote avrebbe potuto guarentirci dalla miseria, ma egli la ricusava: egli voleva trarmi lungi dalla mia famiglia, lungi dall'Italia, e le sue maniere erano tali che pareano giustificare le voci che s'erano sparse ch'egli avesse ancora il cervello disordinato. Io non vi dirò se, abbandonata a me stessa, sarei stata capace di accettare la sorte ch'ei mi offeriva; ma voi potete ben pensare che mio padre non l'avrebbe permesso giammai. Quando ricevette la nostra dichiarazione, diede nelle più pazze escandescenze contro mio padre e contro di me. Chiamò lui avaro, eme vana. Disse che l'amor vero non si trova più che fra le selve, e fra i barbari, e ch'egli sarebbe andato a cercarlo colà. Così dicendo scosse la polvere da' suoi piedi, e dichiarò ch'ei non avrebbe mai più riveduta la nostra casa. Qualche mese dopo ci fu riferito ch'egli si trovava nella valle di Resia, dove avea dato la mano alla vedova di un bandito, e commesse mille altre pazzie.

— Ma il vostro cuore? madamigella...

— Oh! non insultate al mio cuore, signore!... Io l'amavo quell'infelice, e sa Iddio a quali sagrifici saprei sottopormi per renderlo alla società.

— Io voglio credervi perchè siete donna alfine e non potete essere estrania a una giusta e nobile compassione. Io confidavo, madamigella, nel vostro cuore: speravo che voi m'avreste dato mano a restituire al mio povero Antonio il senno smarrito.

— Oh fosse pure! ma non è più tempo s'egli è vero ch'egli sia legato ad un'altra donna.

— Forse potrebbe non esserlo. Io me ne chiarirò ben presto. Forse egli non v'ha per anco dimenticata. Un primo amore non si dimentica mai. Promettetemi, madamigella, che voi coopererete con me.

— Ma come?

— Io parto domani per la valle di Resia; vi rivedrò al mio ritorno: datemi la vostra parola che vi presterete alla sua guarigione.

— Io sono certa che voi non vorrete compromettermi. Vi do la mia parola. —

Così dicendo per dissimulare la verità, ossia la qualità del discorso che ci aveva occupati, entrammo nel ballo e girammo a tondo cogli altri finchè la danza venne a finire. Allora io le strinsi la mano quasi per rammentarle la sua promessa, e lasciai la casa del conte di V. contento della buona piega che la cosa pareva prendere.

L'indomani io mi posi in viaggio tutto solo per la valle di Resia.

Questa convalle che s'apre circa venticinque miglia da Udine, e si stende per una buona lega circondata da montagne altissime come da forti antimurali, segna il confine dell'Italia al nord-est. Quirico Viviani l'avea fatta argomento d'una poetica descrizione in un romanzetto che pubblicò, intitolato:Gli ospiti di Resia. La lettura di questo libretto può forse aver indotto il mio povero amico a cercare un asilo in quella valle segregata dall'Italia, e pure rinchiusa fra la sua cinta, e fra quella popolazione semplice e più presto slava che italica. L'arte che professava, il suo amore per il paesaggio potevano avervi contribuito. Io era sul punto di vederlo e Dio sa in quale stato! Perciò mi avviavo con animo perplesso e pure ansioso a quella volta, come chi teme un pericolo e pure s'affretta ad affrontarlo perchè inevitabile.

Giunto al luogo dove la Fella sgorga vorticosa dalle gole de' monti e si scarica nel Tagliamento, lasciai a sinistra la via da me più volte percorsa, che conduce nel centro della Carnia, e mi volsi a destra seguendo i tortuosi meandri della montagna.

Avevo a sinistra il torrente assai povero d'acqua, ma le diffuse ghiaie e gli sterpi sparsi qua e là, i massi dirupati dall'alte cime, attestavano il suo furore, come un campo di battaglia, cessata la mischia, serba le prove del miserando conflitto. Le spalle dei montiche sorgevano quasi a perpendicolo da ogni parte dove mi volgessi, erano affatto infeconde. Benchè sul principio dell'estate, le più alte cime erano coperte ancora di neve, e i più bassi declivi mostravano poche traccie di vegetazione, macchie ed eriche di fredda ed inamena verzura. Non pareva già quello il vestibolo d'un Eden, ed io cominciavo a credere che fosse stata una vera follia abbandonare i colli del Friuli per cercare questi orrori selvaggi non desiderabili ad altri per avventura che ai banditi, o a coloro che vi fossero nati e cresciuti.

Di mano in mano però che mi venivo accostando a Resiutta, penultima porta d'Italia verso Pontebba, il pendìo della montagna andava animandosi di più forte e rigogliosa vegetazione; si alternavano gli abeti ed i faggi, le macchie nerastre si facevano più larghe e più morbide e l'occhio poteva arrestarsi senza spavento sulle alte mura di granito che fiancheggiavano quella via.

A Resiutta intesi che poche miglia mi separavano dal villaggio principale della Resia, e lasciato il calesse m'avviai a quella volta, che già il sole precipitava all'occidente.

In poco d'ora la meravigliosa convalle mi si aperse dinanzi come una scena teatrale quando si leva il sipario. Non era già una vallata della Svizzera; non era nemmanco una delle più belle ed amene della Carnia e della Carintia. Da per tutto appariva la mano del cataclisma ch'era passata, sa il cielo in qual'epoca, su quel paese. Sporgevano qua e là vasti ed enormi macigni, forse franati dai monti, forse lasciati scoperti ed ignudi dalle acque che rapirono nel loro corso la vegetabile terra. Ma ciò non ostante una molle e delicata verzura appariva qua e là. I meli fiorivano, l'immaturo frumento s'alternava ai macchioni di pini e di larici, la mano del coltivatore lottava colla natura e vinceva.Il mite clima, l'aere trasparente, la qualità delle piante, tutto annunziava l'Italia, ma l'ultimo suo confine. A levante s'elevava il monte Canino per ben 8000 piedi sul mare, nuda roccia e bianca d'eterna neve. A tramontana avresti potuto notare il rapido passaggio onde la natura compiacquesi segregare la terra italiana dalla germanica. Di qua le case sono costrutte di pietra, coi tetti mollemente inchinati: dieci passi più lungi non odi più parola italiana, non vedi più vestigio di vegetazione, le case elevano i loro tetti acuminati come nelle terre settentrionali. Vi sono luoghi dove potresti toccare colla destra l'Italia, e la Germania colla sinistra.

Io ero penetrato fino al principale villaggio. Avrei voluto abbattermi in alcuno di que' valligiani e chiedergli conto del mio povero amico: ma le capanne e le case erano tutte deserte o abbandonate alla guardia di piccoli fanciulletti dai quali non potevo sperarne alcuna informazione sicura. Il sole cadeva in mezzo a larghi flutti di nuvole porporine; e dirimpetto le campane di Resia sonavano a distesa come intendessero salutarlo. M'avviai alla chiesa della valle dove tutto il popolo doveva essere raccolto per qualche solennità. Mi sovvenni ch'era appunto il giorno dedicato a san Marco, e mi passarono rapidamente nella memoria altri tempi ed altre feste; e per un momento m'illusi, pensando che questa valle potesse essere stata preservata dai terribili avvenimenti che segnalarono la fine dell'ultimo secolo e il principio del nostro.

Giunto dinanzi alla chiesa assistetti ad uno spettacolo inaspettato. Tutta la popolazione, composta di duemila tra uomini e donne, stavano schierati dinanzi alla porta. Il vecchio parroco sostenuto a destra e a sinistra da due giovani sacerdoti s'avanzò fino alla gradinata esterna della chiesa, e in una lingua non moltodissimile dalla slava arringò i circostanti, poi bevendo un sorso da una gran coppa che gli fu presentata, la porse ai notabili della valle che gli stavano più d'appresso gridando nel suo linguaggio: — Viva il vecchio Cameraro! — Tutto il popolo ad una voce rispose a quel viva. Codesto Cameraro uscì allora dalla folla, si presentò alla popolazione acclamante, e la ringraziò con brevissimo complimento dopo avere bevuto dalla medesima coppa che girava di mano in mano. Il parroco dichiarò com'egli avesse presentato la sua resa di conti annuale, e fosse stato riconosciuto irreprensibile per ogni rispetto. Il popolo tornava alle acclamazioni.

In questo venne presentata al venerando pastore una scheda, e compresi ch'essa doveva portare il nome del candidato, cioè del nuovo Cameraro che si doveva eleggere. Il parroco spiegò gravemente la scheda e declinò al popolo ansioso e perplesso il nome di Antonio M.

Lascio pensare ai lettori che cosa si passasse nell'animo mio quando mi venne inteso quel nome. Non ero ancora riavuto dal mio sbalordimento ch'io vidi il mio amico vestito colla casacca resiana avanzarsi a lenti passi alla volta del parroco. Una salva di applausi risonarono da ogni parte; a cui mi fu forza aggiungere un grido non saprei dire se di sorpresa o di gioia.

Intanto l'antico Cameraro traeva una grande tabacchiera d'argento, e la consegnava rispettosamente nelle mani del suo successore, come fosse l'emblema della sua dignità. E questi con pari rispetto la riceveva prostrato in ginocchi e ricambiava un bacio di pace col parroco, e coll'antecessore già decaduto.

Fatto questo, si fece girare nuovamente la coppa, e tutti libavano, e il popolo rispondeva sonoramente con applausi sempre crescenti. — Quand'ecco il nuovo dignitario domandò la parola e con molta unzione e con elegantemaniera dichiarò agli astanti che accettava l'incarico che gli veniva conferito; che, quanto era in lui, non avrebbe mancato di adempierlo con zelo e con fedeltà, che implorava l'assistenza del Cielo e la sua benedizione sopra se stesso e sulla intiera popolazione. Proferì questa breve arringanella lingua del paese, con tanta franchezza e disinvoltura come se l'avesse appresa dalla nutrice; e mi pareva di vedere Lord Byron quando sulla tomba di M. Bozzari fu ammesso alla greca cittadinanza, ed accettò il comando del suo reggimento. Compiuta la cerimonia io volevo lanciarmi al collo dell'amico mio, ma egli non m'aveva punto riconosciuto, e s'era dileguato alla clamorosa gioia de' circostanti che non cessavano di festeggiarlo.

Intesi allora da uno di quegli abitanti qual fosse l'ufficio del Cameraro. Il Cameraro non era gran fatto molto diverso del nostro amministratore dei beni ecclesiastici, o fabbriciere. Ma nella valle di Resia ad un simile officio andava aggiunta una specie di protettorato che il Cameraro accordava alla chiesa. La tabacchiera, insegna della sua dignità, era il gazofilacio ove venivano deposte le volontarie oblazioni dei devoti a pro' del culto divino. Di tali oblazioni il Cameraro dovea rendere un conto assai rigoroso allo spirare dell'anno, e non meno degli usi a cui erano state adoperate. Siccome però cotal dignità non veniva conferita se non a quelli che godevano la stima di tutti, così il Cameraro esercitava una grande e benefica autorità per tutto il tempo del suo reggimento, il quale cominciava e finiva colla descritta solennità.

Io ne trassi una conseguenza, che Antonio non doveva essere sì pazzo quanto mi si voleva far credere. Io non do fede mica alla infallibilità delle popolari elezioni, ma pure come si poteva pensare che un tale incarico fosse a pieni voti confidato ad un mentecatto? Così rallegratoda una buona speranza, m'avviai alla casa del parroco per abbracciare l'amico mio.

A pochi passi dalla canonica m'imbattei in uno di que' giovani preti che avevo veduti al fianco del parroco, il quale veniva appunto a nome di esso e del Cameraro ad invitarmi ad una piccola refezione. Trovai sulla porta quest'ultimo, che mi si gettò al collo, e mi abbracciò con una straordinaria effusione di allegrezza. — Io t'avevo ben riconosciuto, — mi diss'egli — ma non ho voluto interrompere una pubblica solennità per lasciare libero corso all'espansioni dell'amicizia. Ed ho voluto provarti anche un po'! — Provarmi? — Perdonami. Ho osservato alcuni venuti per curiosità a vedere codesta funzione, riderne fra loro come d'una pazzia. Imbecilli che non sanno vedere altro che la corteccia delle cose! Ti confesso che se ti fossi trovato fra costoro, io.... avrei avuto minor desiderio di rivederti! Ora entriamo che siamo aspettati. —

Entrammo insieme, e presi parte al banchetto rituale, ordinaria appendice d'ogni solennità, massimamente fra i popoli d'origine slava. Alcune ore dopo il mio amico ed io fummo accompagnati alla modesta sua casa. Io non potevo a quando a quando non domandare a me stesso: è pazzo? Non voglio aggiungere per ora la risposta. I miei lettori saranno in istato di darla liberamente per se medesimi.

Risposi in brevi parole alle interrogazioni dell'amico mio sulle vicende che avevo corse dopo la sua partenzadalla Francia, sulle ragioni del mio ritorno, ecc., ecc., cose tutte che interessavano a lui, ma che non si legano al mio racconto. Soddisfatto ch'io l'ebbi, mostrai desiderio di sapere dalla sua bocca medesima quanto m'era stato svisato dalle pubbliche ciarle.

— Hai veduto, cominciò egli, madamigella Sofia di V.? — Mi fece questa domanda con aria sì tranquilla e indifferente che non dubitai di rispondere il vero. — Ringrazio il Cielo — egli soggiunse — di non averla obbligata ad essere la moglie del Cameraro di Resia. Ella ne sarebbe restata molto mortificata stasera! e forse si sarebbe beffata del fatto mio, come la figlia di Saul quando vide il suo sposo Davidde ballare ed arpeggiare dinanzi all'arca.

— N'hai tu così trista opinione?

— La scuserei: perchè coll'educazione che ha ricevuto, ella non sa distinguere il bene dal male, se non dietro la pubblica opinione. T'è noto ciò che costituisce la riputazione d'un uomo secondo lei e secondo i suoi pari. Saper sottrarsi al ridicolo. Io invece ripongo qualche volta la grandezza nel saperlo affrontare.

— Mi consolo che tu la giudichi con tanta severità e nel tempo stesso con tanta indulgenza. Da ciò m'accorgo che t'è perfettamente uscita dal cuore.

— Mio buon amico, a trarmela affatto dal cuore non sarebbe bastato il conoscerla. Io m'ero accorto già che non mi avrebbe mai fatto pienamente felice; e pure l'amavo: l'amavo per abitudine, per necessità, per puntiglio. Le donne del suo carattere, le donne fredde e civette, sono terribili, amico mio. Possono maltrattarci un mese, usarci ogni sgarbo, mancarci di fede, farsi gioco di ciò che v'ha di più santo... e poi farci dimenticar tutto con uno sguardo, con un sorriso! Ti ripeto ch'io la conosceva già quando partii per la Russia, e contuttociò tu sai perchè lavorassi, perchè ammucchiassi i denari,perchè ambissi una decorazione ed un titolo. Io ritornai in Italia tutto pieno di lei, e fui sul punto di sagrificare l'onor mio, la riputazione di mio padre, i miei gusti, la mia vita..... ad una che non mi amava, ad una che non avrebbe fatto il più piccolo sagrifizio per me.

— Ma ora non saresti forse troppo severo?

— No, mio caro amico; io l'ho messa alla prova. La sua casa mi fu aperta quando si seppe ch'io era stato insignito di un ordine, ch'io tornava ricco d'oro e di gloria, e che il mio patrimonio si poteva sottrarre dalle mani de' creditori di mio padre. Allora non c'erano carezze ch'ella non mi prodigasse; non c'era esitazione; il suo cuore era mio, era sempre stato mio; ella non aveva aspettato che me! Ma quando seppe ch'io doveva rinunziare al mio titolo, ch'io voleva rinunziare alle mie ricchezze, ch'io non poteva offrirle che il cuore e la vita errante e venturosa dell'artista, ella si fece scudo del dissenso paterno; e forte una seconda volta della sua sommissione, si ritirò nelle sue stanze, e fui congedato per sempre da quella casa. Allora apersi gli occhi, ascoltai il comando dell'onore e del dovere; mi chiusi nella mia onesta povertà, giurando di non ammogliarmi finchè non avessi trovato una donna che avesse pregiato nel povero artista le ricchezze del pensiero e del sentimento... una donna com'io l'ho trovata!

— Trovata! Nella valle di Resia?

— Nella valle di Resia.

— E da qual tempo data la tua fortuna? — chiesi, non dissimulando una certa aria di dubbio e d'incredulità.

— Io sono padre da un mese, soggiunse tranquillamente Antonio. Or ora vedrai la mia sposa. — Così dicendo rientrammo nella casa, dalla quale ci eravamoallontanati durante questo colloquio, passeggiando all'incerto lume del crepuscolo che si protraeva vivace e fantastico dietro i monti, indorati sull'orlo da' suoi ultimi raggi. Ci venne incontro sul limitare della modesta dimora una bella e svelta figura di donna, portante fra le braccia un bamboletto. Come ci vide ci salutò abbassando leggermente il capo, o piuttosto gli occhi sotto le nere e lunghe ciglia che li segnavano, e silenziosa si trasse in disparte, senza ch'apparisse però alcun indizio di imbarazzo sopra i tranquilli e severi lineamenti della sua faccia. Portava intorno alla testa ed al collo un fazzoletto non molto dissimile dal costume lombardo, e il restante del suo abbigliamento non s'allontanava dall'usanza resiana se non nel colore. Una gonna scendente fino alla noce del piede, una tunica più corta e senza maniche, che la moda si compiace di raccomandare sotto altro nome alle nostre dame, e un giubbettino abbottonato dinanzi fino alla cintura, e assettato al collo e alle braccia fino ai polsi. Tale è il costume universale delle donne resiane, le quali però non l'usano se non bruno, mentre la moglie di Antonio l'indossava di color bianco.

Una fiammicella brillante ardeva sul largo focolare e ci consigliava a sederci d'appresso, poichè il nostro colloquio a cielo aperto non ci aveva permesso d'avvertire l'irrigidire dell'aria dopo il tramonto. Antonio mi fe' portare il vispo mammoletto il quale diede in improvviso pianto al vedere una faccia straniera, per cui la madre fu pronta a raccorselo al seno, e si ritrasse altrove per calmarne gli incessanti vagiti. Restati soli, Antonio così ripigliò il suo racconto:

— Io mi partivo dalla città noiato, stomacato delle ciarle che correvano sul mio conto, e degli stolti giudicii onde erano state interpretate le mie risoluzioni. Il conte di V. e la suasocietàavevano dipinto coi più lepidicolori la mia condotta. Credi tu ch'io non sappia d'essere stato battezzato per pazzo? Pazzo sarei stato, signori, se avessi rinunciato a questa tranquillità pei vostri fumi, e per le vostre nobili consuetudini!

Io non visitava la Resia se non per osservarne i costumi, per trarne qualche quadro di paesaggio, per togliermi alla beffarda compassione ch'io leggeva sul volto di chi mi incontrava per via, per essere solo. Le case di questa vallata bastano appena alla numerosa tribù, ed io ebbi albergo in una di esse che da pochi giorni era restata senza padrone. Egli era perito in una gola delle vicine montagne, e avea lasciato un vecchio padre e una giovane vedova sprovveduta d'ogni soccorso. Quest'ultima tu la conosci. Il vecchio non sopravvisse molto a suo figlio, e morì pochi giorni dopo di avermi offerta l'ospitalità ed ottenuti i miei vani conforti. Al suo letto di morte egli mi raccomandò caldamente la desolata nuora, e passò.

Ullania soffrì queste due sventure con un dolor muto e profondo che sarebbe stato preso per indifferenza nelle nostre città dove le apparenze son tutto, e dove un vestito bruno dispensa da ogni altro officio di condoglianza. Ella non pianse; solamente le sue palpebre si tinsero di vermiglio, e non proferì parola. Io mi provai ad usare con essa le solite formule e a ripeterle le ordinarie consolazioni. Ella mi ascoltava con un mesto e doloroso sorriso che qualche volta mi fe' sospettare ch'ella pensasse ad una fiera risoluzione. Seppi dappoi ch'io non m'era ingannato, e che ella pensava veramente a gittarsi da un altissimo picco, per troncare una esistenza sì miserabile. I consigli del confessore, o altro che fosse, mitigarono a lungo andare la sua tristezza, ed ascoltò più volentieri le mie parole. Io le parlavo talora in italiano, talora in russo (avrai osservatoche il dialetto di questa tribù slava ha molta somiglianza col russo): ma ciò che le rese più intelligibili le mie parole fu un principio di simpatia che andava di giorno in giorno ravvicinando le anime nostre. Una circostanza la rinforzò. Ella era rimasta, come t'ho detto, priva di tutto. Morto il vecchio, non restava alla povera donna che la sua casa e il breve orticello che la circonda. Com'io m'accorsi delle strette in cui si trovava, volli largheggiare nel fitto ch'io non aveva pattuito, e la invitai a dividere la mia mensa.

Ella stette lungamente sul niego, e un giorno mi dichiarò non esservi che un mezzo solo che potesse indurla ad accettare i miei benefizi: acquistarne il diritto. Da lì ad un mese il parroco benedì il nostro matrimonio: ella mi portò in dote la sua casa, il suo orticello, il suo cuore e tutto l'amor suo. Io non ti farò l'elogio di Ullania, nè ti dirò quanto sia felice con essa. Un paio di giorni che tu passi in nostracompagnia, basteranno a convincertene.

— Non dubito punto di quanto mi dici, e tutto ciò andrà bene fino a che tu rimarrai nella Resia. Ma come si troverà la tua bella sposa, quando sarà fuori dal suo elemento? La società non potrà mai perdonarti questa scelta.

— Oh! quanto alla società, io farò di bei quadri per essa. Mia moglie l'ho sposata per me non per gli altri.

— S'intende.

— D'altronde mia moglie non temerebbe già il confronto delle tue belle contesse. Anzi non vi ha luogo ad alcun paragone. Ella sa l'arte difficile di tacere quando non importa che parli, e chiamata a rispondere, possiede un dono che la più fina educazione non può sempre insegnare: il buon senso.

— Pure tu non vorresti esporla a' sarcasmi delle nostre pietose damine. Gli hai provati tu stesso se pungono. Credimi, mio buon amico, il mondo ti avrebbe lodato se l'avessi tenuta come modella, ma non ti perdonerà mai d'averla presa per moglie.

— Pur troppo: ma che cosa ha più a fare il mondo con me? Ecco il mio mondo; ecco il mio universo: ecco la mia famiglia. Io n'ho abbastanza di tutto il resto. Voglio vedere se io posso verificare una pagina de' nostri romanzi: voglio comporre un'egloga di tutta la vita che mi rimane.

— Avrai tu il coraggio di rinunciare agli onori che potresti procacciarti coll'arte tua?

— L'arte mia mi procaccerà qualche cosa di più nobile e di più piacevole ancora. Io la coltiverò d'ora innanzi secondo il mio gusto, non secondo la moda. Le mie pitture saranno una manifestazione della vita intima. Io vo' dipingere la mia felicità; e quelli che vedranno i miei quadri, si risolveranno forse ad imitare l'esempio mio, a rischio di passare per pazzi. —

Il nostro dialogo fu interrotto dall'amabile Ullania che venne ad invitarci alla cena. Sedemmo a un deschetto parcamente imbandito d'erbaggi, di cacio e di burro, e qui fui presentato per nome alla padrona di casa che ne faceva schiettamente gli onori. Ella mi ringraziò di non aver dimenticato l'amico. — Egli m'ha più volte parlato di voi — soggiungeva: — ma diffidava di rivedervi, giacchè voi eravate così lontano, e mio marito non pensa ad abbandonare la sua nuova patria.

— Non lo condanno più — le risposi — dacchè conosco le ragioni che ve lo legano. —

Così terminata la cena, mi ritrassi in una graziosa cameretta che mi era stata assegnata, e mi coricai domandandomi: è pazzo?

— E dove sono i tuoi nuovi dipinti? ho gran desiderio di vederli — diss'io la mattina seguente ad Antonio. — Questa vallata è magnifica!mi dà il pruritodi por mano alla tavolozza. Che paesaggi! che frondeggi! che montagne! Tutto qui deve ispirare il pittore.

— Hai ragione; — risposemi — ma tu non ti figuri l'effetto che mi produssero questi grandiosi prospetti.

— E quale?

— Mi persuasi a poco a poco che il paesaggio è più difficile che ogni altro genere di pittura, che queste scene magnifiche non ponno restringersi a una breve cornice senza perdere la loro espressione, e che un quadro senza espressione manca di quell'elemento che è la prima condizione dell'arte.

— Ma tu condanni dunque tutto il nostro secolo che va pazzo per il paesaggio?

— Ben detto: va pazzo. Ma non però condanno coloro che amano il paesaggio: li compiango piuttosto. Coloro che vivono nelle capitali, che non escono dalla loro casa, che vogliono trovarci tutti gli agi della vita, tutto il mondo rinchiuso fra quattro mura, questi hanno ragione d'amare il paesaggio. È sì spontaneo nell'uomo il desiderio di respirare l'aria aperta de' cieli, e di vivere in seno della natura, che non può rinunciarvi senza averne sotto gli occhi una immagine che lo illuda un momento e lo inganni. Il paesaggio è per i cittadini: ma per noi, per me che veggo le grandi scene della natura in tutta la loro pompa, che cosa è maiuna tela impiastricciata di verde? Oh! io amo l'aria che respiro, l'acqua che si muove, gli alberi agitati dal vento, e i monti praticabili da' miei piedi!

— Addio dunque pennelli e colori.

— Al contrario. Mi sentii qui rinascere il mio primo gusto per la pittura storica. L'uomo e la donna possono ancora somministrar materia al pittore, e sempre più lo potranno, quanto la nostra vita andrà perdendo della sua primitiva e spontanea poesia. Abbiamo a dipingere gli affetti umani, per quelli che gli vanno dimenticando: abbiamo a dipingere la vita intima, la vita domestica, perchè questa sola non cesse a quelle maniere convenzionali che hanno già tolto ogni fisonomia all'uomo dinanzi agli altri uomini. Le arti devono una volta intendere la loro missione, devono ammaestrare, non esser paghe del solo diletto, del solo sterile diletto degli occhi. Sali meco alcuni scalini e vedrai il mio piccolo studio. —

Il quadro ch'io mi vidi dinanzi rappresentava un combattimento fra un contrabbandiere e tre doganieri nella gola di un monte. Il pover'uomo aveva forse voluto schermirsene, ed era caduto sotto ai loro colpi. Una donna bellissima nel suo fiero dolore si era posta fra il corpo dello sposo, ed eccitava gli assalitori a finirla insieme con lui. Com'era potente l'espressione di questa figura! Ella stringeva una pistola della quale aveva disarmato il consorte, e la gettava sdegnosamente a' loro piedi. Non era già una delle solite aggressioni di assassini, le quali non sono per ordinario che una rappresentazione inutile d'un orribile fatto. Qui un'idea morale ti parlava altamente, e compiangevi l'avidità di quel misero il quale per desiderio d'un lucro illegale, aveva esposto la propria vita non solo, ma quella di una donna amante, d'una moglie, forse di una madre.

— La conosco questa donna — diss'io.

— Povera Ullania! — rispose Antonio: — dopo di essersi lungamente opposta alla spedizione del marito (nè lo aveva sposato se non a condizione che lasciasse il periglioso mestiere), dopo di avere adoperato invano le minaccie, le preghiere, le lagrime per distornelo, ella aveva voluto accompagnarlo. Pareva che un funesto presentimento l'avesse avvertita della sventura che l'attendeva. Quando furono sorpresi dai doganieri, ella s'inginocchiò dinanzi al marito che si preparava a difendersi, e lo volle obbligare alla fuga. Non era più tempo. Allora ella si collocò dinanzi a lui come per essergli scudo, e fu sfiorata dalla stessa palla che ferì lui mortalmente. Stavano per ammanettarla e condurla in prigione; ma mentre se ne schermiva, ed essi esitavano dinanzi ad un dolore ed una ferocia sì disperata, sopravvenne alcuno e i doganieri avevano pigliato il più prudente partito fuggendo. Ella restò lì accoccolata senza parola, finchè dovette accompagnare alla sepoltura il cadavere dell'estinto consorte.

— Ha ella veduto questo quadro?

— L'ha veduto, e fu dinanzi a questa tela ch'ella pianse dirottamente per la prima volta, e il suo cuore sentì sollevarsi dal peso che l'avrebbe forse condotta a qualche terribile fatto. Ora ella lo vede talora con una mesta tenerezza, e mi perdonò d'averlo dipinto, perchè esso può servire d'esempio a coloro che antepongono quella vita avventurosa alla pacifica cultura de' campi.

— Certo è una buona lezione.

— E non è la sola ch'io m'affatico di dare a questi arditi valligiani. Ho comperato a vilissimo prezzo alcuni ritagli di terreno che rimanevano incolti e selvaggi qua e là nella valle. Li ho fatti sgomberare da' macigni ond'erano sparsi: li ho seminati di gelsi, di viti, e d'altre piante fruttifere. N'ho confidata la cura ai più poveri abitantidella vallata, e me li coltiveranno a metà finchè colla loro diligenza si rendano degni di possederli per intiero. Alcuni cominciano già a fare altrettanto per se medesimi, perchè con questa povera gente più vale l'esempio che le parole, onde ho speranza che tutti distingueranno a poco a poco i propri vantaggi. Vedrai fra poco le belle viti che in un anno han rampicato su pei macigni che servono loro di appoggio. E i mori, questa fonte novella di prosperità per le vicine provincie, vestiranno in breve tutto il pendìo meridionale di questo vallone. Io n'ho fatti già dispensare oltre a diecimila a tutti quelli che me gli hanno chiesti. —

Io guardava il mio amico con meraviglia e non potei restarmi dall'esclamare: — E questo è l'uomo che si battezza per pazzo! —

— Oh! — rispose egli — il nome di pazzo non fa male a nessuna riputazione. Da gran tempo il mondo si ostina a darlo a tutti quelli che ripongono il loro piacere nel far bene al prossimo, e sacrificano un godimento personale alla pubblica utilità. Ma questi pazzi,pour le bonheur du genre humain, come dice un poeta francese, questi pazzi continueranno ancora ad esistere finchè la vera virtù non sia sbandita affatto dal mondo. Perdonami queste altere parole, e piuttosto l'applicazione ch'io ti sembrerò farne a me stesso: perdonale all'amicizia. Perchè, per quanto sia vero che il bene dee farsi per sè, tuttavia ci è forte eccitamento l'approvazione di quelli che ci amano. Finora io non avevo che un cuore che mi intendesse, quello d'Ullania: ora ne avrò due finchè tu resterai nella Resia.

— Ne avrai mille perchè mi farò banditore....

— Di che? Lascia lascia che ignorino questi fatti coloro che non farebbero che beffarsene, o almeno sarebbero convinti ch'io non sono condotto che dall'ambizioneo dall'interesse. Guai chi aspira all'approvazione universale! —

Egli terminava queste parole quando Ullania compariva sulla porta dello studio tenendosi fra le braccia il bambino. Ricambiato un semplice ed affettuoso saluto, io feci avvertire ad Antonio come codesto quadro abbisognasse di un riscontro, ed io, soggiunsi, ne propongo l'argomento. Dipingerei te stesso nell'atto di piantare un gelso monumentale destinato a ricordare la nascita del tuo figlio. Il gelso per quanto cresca in poco tempo, non potrà che in capo a molti anni spandere un'ombra abbastanza larga, e significherà che l'agricoltore è ancora quello che pensa a quelli che verranno, che prepara ai suoi figli uno stabile domicilio, e una povera, ma placida vita e operosa. Una donna ti starà d'accanto e annaffierà la pianticella....

— E questa donna sarà vestita alla resiana senza dubbio.

— Cosa insolita per un pittore, ch'ei possa conservare il costume ad un quadro contemporaneo senza offendere l'arte.

— E se vuoi dipingere me stesso, non mi dipingere, te ne prego, vestito alla francese, che farei ridere gli spettatori, ma prestami una delle tue giubbe che sono più comode e più ragionevoli....

— Ma intanto, signori, — soggiunse Ullania — si potrebbe anche far colazione! Mi spiace interrompere le vostre ispirazioni.

— Oh! no, ripres'io. Una buona colazione in quest'aria benedetta, non è cosa profana come sarebbe altrove.

— E poi dov'è l'amicizia e l'amore e la virtù, la ispirazione non manca mai!


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