— Eh! signore, — replicò Federico — io non desidero altro, e anche la fanciulla; anzi ci siamo promessi....
— E volevi infingerti? mariuolo che sei. Io ho buon naso, vedi, e non si può nascondermi nulla. Scommetto che siete un poco più che promessi.
— Oh per questo poi mi fa torto....
— Ti fo torto eh! innocentino.... fammi ridere.
— Non dico a me, veda, ma alla ragazza che è una vera perla nel suo genere, una schifiltosa che non si lascerebbe toccare un dito. Romana, e tanto basta.
— Già, già s'intende. Tutte così!... E di dove l'hai tirata fuori questa fenice?
— È la figlia d'una vecchia sessolotta che va spesso a giornata nel magazzino del signor N. N.
— In compagnia della figliuola?
— Sissignore; ma se io la sposo, non farà più quel mestiere.
— Già, se tu la sposi farà la dama.... Ti porterà una dote di cento mila fiorini.... E tu diventerai principe o cavaliere.... non è vero?
— Ella scherza, signore. Noi siamo povera gente, ma i nostri buoni padroni ci ajuteranno. E poi la ragazza non ha capricci, è buona massaja e non mi sarà di gran peso, se non vengono figli.
— Se fosse veramente tale come me la descrivi, io non mi scorderò di te nel giorno delle tue nozze. Ma vorrei conoscerla prima. Io ho buon naso, e saprò se merita la tua mano e i miei benefizii. —
Così il signor B. gittò i fondamenti della sua avventura. Federico, che conosceva l'uomo, capì bene le secrete intenzioni del suo protettore, ma dissimulò da uomo prudente, e lasciò correre la cosa senza darsi fastidio del come sarebbe andata a finire. Egli era uno di quelli che dicono: — vengano danari, e al resto ci pensi chi ci ha da pensare. —
Marta intanto avea dimenticato quello sguardo, e tutta chiusa nella sua secreta felicità, non pensava alle insidie che l'attendevano, perchè non le credeva possibili, o perchè, forte dell'amor suo, si credeva capace di resistere ad ogni tentazione d'infedeltà. Due giorni dopoperò nel tornarsene a casa in compagnia della madre s'incontrò nel signor B., e per un movimento d'involontario ribrezzo, si volse da un'altra parte e finse di non vederlo. Ma egli la seguì da lontano, notò la sua casa, e ritirossi contento d'aver avviato l'affare senza il soccorso d'alcuno. Egli credeva d'esser giunto in porto, solo per aver scoperto il covo della sua preda. Ma ben presto s'accorse che non era sì innanzi come credeva: alle prime parole che s'arrischiò di rivolgere alla ragazza ebbe una di quelle risposte ferme e perentorie che lo infervorarono più che mai nella impresa. Poichè codesti signori somigliano ai cacciatori anche in questo: una facile preda non li lusinga: vogliono la difficoltà, amano l'ostacolo: per far illusione a se stessi, per aver la misera gloria di vincere, di conquistare, di rivendicare la potenza dei loro fiorini. Respinto in persona, tentò la vanità e l'avarizia di Marta per mezzo d'uno de' più accorti mediatori che corrano frugando il paese. Ma il veltro non trovò miglior trattamento del suo padrone, fu cacciato di casa come un ladro, e se non se la dava a gambe, avrebbe avuto una senseria che non s'aspettava. Tornò al signor B., dicendo che le due donne erano intrattabili come due fiere selvaggie, che egli disperava di poter trarle alla ragione, e per rendere al suo mandante men dolorosa quella sconfitta, non mancò di soggiugnere che non c'era prezzo dell'opera, e che l'oggetto non meritava l'onore che voleva farle.
Ma, come è da credere, il dilettante non s'acchetò a queste scuse: anzi pigliò fuoco ognor più, e scacciòda sèl'imbecille con un pagamento poco diverso da quello che avea ricevuto dalle due donne. Il signor B. pensò di servirsi del medesimo Federico, e rimproverò se medesimo d'aver quasi guasto l'affare per troppa fretta.
Chiamatolo a sè nuovamente, lo interrogò con molta benignità sul suo matrimonio, e volle sapere il suo stato, e a qual segno erano le sue trattative con Marta. Il Figaro che non voleva altro, si fece dal principio, e sciorinò tutta la storia del suo negozio, dei cencinquanta fiorini truffati alle due donne, (del qual tiro il signor B. fece un suo cotal risolino d'approvazione) narrò delle sue speranze tradite, dell'indiscrezione de' suoi creditori, della ingiustizia del tribunale, ecc., come i miei lettori possono figurarsi. Quanto al presente, egli avea messo da parte qualche fiorino, le due donne avrebbero dati i loro recenti risparmi, ma tuttociò non bastava nè anche a redimere i suoi mobili sequestrati, e si reputava perduto, se non trovava qualche benefattore che volesse ajutarlo, e far cauzione per lui al mercante che glieli avea venduti e al proprietario della bottega. Aggiunse che veramente ei non potea lagnarsi del suo collocamento presente, ma avvezzo ad esser padrone, era da pensare che non potea darsi pace d'esser dipendente da un altro che ne sapeva meno di lui, e lo trattava come un garzone: onde, trovato questo sussidio e questa garanzia, sarebbe tornato in Istria, avrebbe sposata la Marta, e insieme avrebbero benedetto il loro protettore e fatto ogni sforzo per ricompensare la sua bontà. Il signor B. mostrò d'esser commosso da questa eloquente perorazione, e parve non lontano dal secondare la domanda di Federico: solo avvertì che non voleva gittare i suoi danari così alla cieca, e mostrò desiderio di voler conoscere personalmente la sua futura clientela. — Mandamela qui, — soggiunse egli — mandamela qui domattina. Io le parlerò, e se la troverò meritevole del sacrificio che ho l'intenzione di fare, la incaricherò di risponderti definitivamente in proposito. — Federico gli baciò reverentemente le mani, piangendo quasi di contentezza e di gratitudine, e la seracorse dalle due donne, narrò l'accaduto, e raccomandò loro di recarsi nell'ora assegnata a fare la visita richiesta al loro benefattore.
La vecchia non sospettò di nulla; ma un secreto presentimento avvertì Marta del suo pericolo. Fece mille domande a Federico intorno a quell'uomo filantropo; e vedendo avverati i suoi sospetti, negò assolutamente di voler accettare que' benefizii, nè tampoco recarsi da lui. La madre restò sorpresa di tale dichiarazione, ma nel cuor suo l'approvò. Federico invece die' nelle furie, e non volle credere una parola di quanto gli diceva la Marta. Ella era una visionaria: il signore non era tale da far il bene con sinistre intenzioni: egli lo conosceva, era un fiore di galantuomo, una persona per bene che non si degna di far all'amore colla povera gente: ch'ella sbagliava per certo, e che doveva andare ad ogni modo, altrimenti egli si sarebbe separato per sempre da lei. Marta si lasciò sedurre da queste parole e più da questa minaccia, e, dall'altra parte sicura del fatto suo, e ferma nella sua risoluzione, promise d'andarvi, e si diedero la buona notte rappacificati del tutto.
La mattina seguente ella e sua madre si trovarono in camera del signor B., il quale si mostrò sorpreso di riconoscerle per quelle stesse da cui era stato sì male accolto pochi dì prima. Poi fece il benevolo, prese la sua solita aria di protezione, disse che aveva sentito con piacere il suo matrimonio, ed era ben lieto di averla trovata virtuosa e degna della sua stima. In una parola la volpe vecchia le lasciò edificate e sorprese della sua bontà e della sua cortesia. La gente del popolo è così facile a credere alle buone intenzioni dei ricchi! Il signor B. le assicurò di voler darsi pensiero del matrimonio e pel reintegramento di Federico nella sua bottega nell'Istria. Si mostrò pronto a garantire per esso luipresso il negoziante di mobili, e ad aggiungere quanto denaro fosse necessario per pagare il fitto arretrato al proprietario della casa presa a pigione costì — purchè, — aggiunse egli quasi sbadatamente — purchè voi rispondiate a me di questa somma...
— Noi, eccellenza, — rispose la vecchia — noi siamo povere donne, su cosa possiamo guarentire?
— Sulla vostra onestà, — soggiunse l'ipocrita. — Io vi conosco, sono bene informato de' fatti vostri, e mi fido alla vostra parola. Andate, mandatemi il giovane, e dentro la giornata tutto sarà disposto per la sua partenza.
— Per la sua partenza? — domandò Marta.
— Sì, — rispose il protettore — Federico si recherà costà per quindici giorni per riaprire il suo stabilimento, e poi celebreremo lo nozze...
— Scusi, eccellenza, non si potrebbero far prima queste nozze? — disse la madre.
— E partirsene insieme — soggiunse Marta arrossendo.
— Come volete: ma sarebbe meglio dispor prima gli affari; e poi bisogna che seguano le pubblicazioni...
— Vossignoria pensa bene, — disse la vecchia inchinandosi; e Marta non trovò parola di replicare.
Onde il cortese signor B. le congedò con tutta la dolcezza, soddisfattissimo d'aver ordito con tanta sapienza quella tela d'infamia che preparavasi a tessere nell'assenza di Federico.
Lasciamo la povera Marta, vedova un'altra volta, a Trieste. Federico era ito nell'Istria a riaprire il suostabilimento. Corsero presto i quindici giorni dopo i quali dovea ritornarsene per celebrare le nozze; ma dai quindici s'andò presto ai venti, ai trenta, a due mesi, a tre, nè mai cessavano gli indugi e i pretesti che tendevano a giustificarli. La ragazza crucciavasi, la madre borbottava fra' denti le solite querele, i vecchi sospetti, e ne martoriava la figlia, com'ella fosse colpevole, non già vittima, della mala condotta di Federico. — Ma qui non istava tutta la disgrazia.
Per aver novelle di Federico le due donne dovevano spesso rivolgersi al signor B., giacchè questi s'era in certo modo costituito tutore di entrambi. Questi serbò per qualche tempo la maschera che aveva preso; ma la prima volta che si trovò a quattro occhi colla sua pupilla, così avea incominciato a chiamarla, passò dall'affettato contegno alle più lusinghevoli smancerie; volle entrare con Marta in certi particolari della sua relazione con Federico, che fecero arrossire e allarmarono la ragazza, già insospettita delle intenzioni di lui. Allora il protettore prese a guardarla con occhio di compassione, fece le viste di compiangerla sulla cattiva scelta che avea fatto. Quegli che avea fino allora fatto l'elogio di Federico, cominciò ad accusarlo alla sua fidanzata: le disse con quelle pessime reticenze che sono l'arme più terribile della calunnia, perchè la elaborano senza compromettere l'accusatore, le disse che Federico era uno scapestrato, un uomo senza carattere, un donnaiuolo di prima classe, che a quest'ora doveva esserle stato le cento volte infedele.... ch'egli sapeva.... cioè gli era stato raccontato per vero di una certa tresca con una ricca vedova di costì, e via via di tal passo, aggiungendo ciarla a ciarla, alternando le accuse alle scuse, e sempre in aria di paterna protezione verso la povera fanciulla. Questa sulle prime non volle creder nulla, poicominciò a dubitare, e finì coll'essere persuasa e convinta che codesto lungo soggiorno nell'Istria non doveva essere senza un perchè.
Il perchè c'era bene, ma la causa principale di sì lungo indugio non era nell'Istria: era a Trieste. Il signor B. avea contato su questa lontananza, e sui dissapori che ne sarebbero insorti. Perciò non avea mancato di frapporre ostacoli al ritorno di Federico; l'avea consigliato a rimanersene lì finchè le sue cose si fossero alquanto avviate al meglio: che già del matrimonio non c'era fretta; che Marta non se ne dava gran pena, ed anzi era bene provarla, era bene avvezzarla a sottomettersi a quelle prudenti disposizioni che alfine erano dirette al suo maggior bene. — C'è sempre tempo di rompersi il collo — scriveva il signor B. che usurpava quel detto proverbiale a proposito di matrimonio e di pagare i suoi debiti. E il signor B. ottenne più che non aspirava, ottenne che Federico s'ingolfasse nuovamente ne' suoi vecchi legami colla Giustina, e dimenticasse un'altra volta sè stesso, i suoi giuramenti, e il suo amore per Marta.
Tutte queste manovre erano riuscite a dividere per sempre quei due cuori che stavano per unirsi, ma non per questo il signor B. si trovava a miglior partito. Egli fremeva d'essersi adoperato sì a lungo senza profitto, fremeva d'aver gittato inutilmente le sue parole, il suo denaro, il suo tempo. Codesta resistenza di Marta a' suoi tentativi, egli non poteva ad altro attribuirla che ad un amore sincero per Federico, e alla ferma speranza di un matrimonio. Perchè il signor B. non credeva alla fermezza d'una fanciulla del popolo, non credeva alla sua onestà, e persistendo nella presa risoluzione tanto più ostinato quanto era maggiore l'ostacolo, ingannavasi sempre sulla vera natura di questo, ed assaliva la fortezza dal lato ov'era meglio agguerrita.
Un bel giorno pensò di finirla. Comunicò alle due donne che Federico non pensava più ad esse, che ritraevasi da' suoi impegni, che anzi le sue circostanze presenti gli consigliavano un altro legame costì. Vi lascio pensare lo sdegno e le lacrime delle meschine. Sul principio non volevano prestar fede, ma il signor B. mostrò di prendere siffatta parte alle loro disgrazie, che terminò di convincerle. Egli nominò la persona, trasse fuori una lettera di Federico ed altre prove della verità dell'asserto. La vecchia soffocata dalla collera si teneva in silenzio: ma la Marta, levandosi ritta, colla destra alzata in atto minaccioso, pallida e scarmigliata: — E bene, — disse — se è vero ciò che mi dite, guai a Federico! O io o nessuna! Le leggi ci saranno anche per me: le leggi mi faranno giustizia! —
Il signor B. si strinse nelle spalle.
— Ah! no? voi non lo credete? — ripigliò Marta. — Son dunque un nulla le promesse, i giuramenti degli uomini? Egli ha giurato di sposarmi dinanzi alla Madonna di Loreto: sono lì ancora nella mia camera le due candele che ardevano dinanzi all'immagine della Beata. Guai a lui, guai a lui se mi manca! —
Il signor B. sempre seduto sul suo seggiolone, seguitava a guardarla con occhi di compassione. — Le leggi! le leggi! — diceva. — Le leggi, o ragazza, hanno ben altro a fare che a proteggere gl'innamorati. Che cosa sa il giudice di que' giuramenti? Federico risponderà che non ne sa nulla, che non t'ha mai conosciuta, che non ha alcun impegno con te, e basta così.
— Basta così? Oh! signore, non basta. Ve lo dico io, che non basta. E poi... non v'ho detto tutto...
— Ditemi dunque...
— Io non sono solamente la sua promessa... io sono sua moglie!... Madre mia, perdonatemi! — Così dicendola povera Marta gettavasi quasi svenuta nelle braccia dell'attonita vecchia. Il signor B. guardava quella scena dolorosa senza intenderla o senza commuoversi. Egli scuoteva con leggeri colpi dell'indice gli atomi di polvere che s'erano posati sulla sua vestaglia rabescata.
Passarono così alcuni momenti, senza che nessuno dei tre proferisse parola. Alfine la madre, raccogliendo le sue idee, e lontana dall'immaginare quanta parte quel bel signore avesse avuto in tal contrattempo, credette ben fatto di rivolgersi a lui, e pregarlo a interporsi perchè Federico tornasse a' suoi doveri colle buone, senza portare dinanzi alla giustizia una tale querela. Il signore esitò, disse alcunise, alcunima, alcuniforseche non conchiudevano nulla, e le congedò promettendo se ne darebbe pensiero... vedrebbe... se fosse ancora tempo di rimediare. Ma la povera Marta riavutasi da quella specie di stordimento, e indovinando qualche parte di quella trama, si volse a sua madre, e: — Tacete, le disse, tacete, madre mia; non incomodate il signore più oltre. Ci siamo fidate anche troppo.
— Che vorreste dire? — interruppe il signor B. secco, secco.
— Che voglio dire? Che la vostra, signore, è stata una carità pelosa: che Federico m'avrebbe sposata definitivamente, se non erano i vostri consigli. Voi gli avete posto in capo di tornare colà a sciupare quei pochi quattrini che gli restavano.
— Quei quattrini! Non sono forse miei quei denari? Così presto avete dimenticato i miei benefizi?
— No, signore, non dimentico i vostri benefizii nè le vostre parole, nè tuttociò che avete fatto per indurmi a mal fare. Ah! mi credete una grulla? So tutto, signore. Basta così. Andiamo, madre mia: andiamo noi stesse a trovare quel disgraziato. Egli non avrà cuore diabbandonarmi quando vedrà il mio stato, quando saprà ch'io sono sua, sua per sempre!... che non è più tempo di retrocedere. —
Così dicendo le due donne uscirono da quella casa dove non avrebbero dovuto entrar mai. Ma che colpa ne avevano esse? Chi le aveva tratte costì?
Il signor B. restò seduto sulla sua poltrona mezzo interdetto dal tuono di quelle parole, mezzo confuso per vedersi sfuggire, forse per sempre, la preda desiderata, il frutto delle sue gloriose fatiche.
La sciagura, il disinganno di Marta erano giunti all'estremo. Benchè avesse in sospetto le asserzioni dell'ipocrita suo protettore, una voce interna, un funesto presentimento le veniva dicendo che tutto era vero. Tutte le azioni di Federico, tutte le sue parole, la doppiezza del suo carattere, quella eterna perplessità che prova più che altro il difetto di forza e di sentimento, tuttociò la confermava nella dolorosa certezza ch'ella era tradita, che tutte le sue speranze erano ite al vento, che la sua sventura non avea più rimedio. Il suo piccolo tesoro, frutto dei materni risparmi, irreparabilmente perduto non dava a lei tanto cruccio quanto alla vecchia; ma la tormentava l'ingratitudine di quell'uomo, l'abuso che ne doveva aver fatto, l'idea della propria credulità, della propria confidenza così indegnamente delusa.
Quanto al suo amore per Federico, esso avea dato luogo alla indifferenza, al disinganno, al rimorso. Compresein quel momento ch'egli non l'avea amata giammai, comprese ch'ella avea sprecato i tesori del suo cuore ad un uomo che non era fatto per lei. Vide crollare tutt'ad un tratto quel bell'edifizio di rosei sogni, di chimerica felicità che nel secreto dell'anima avea fabbricato. Il sentimento che la comprese in quel punto, era un amaro disprezzo della vita. Avrebbe voluto rifarsi da capo, e ammaestrata della propria esperienza, vivere solitaria e senza amore, piuttostochè incorrere in sì funesti inganni.
Ma non era più tempo di annullare il passato; non era più tempo di retrocedere. Questa parola che le era sfuggita dinanzi al suo tentatore in un momento d'angoscia e di collera, era un'orribile verità. I suoi legami con Federico avevano la sanzione della maternità. Era questo un mistero per tutti fuor che per lei. La madre, Federico medesimo non n'aveano che un lontano sentore. Ella avea ceduto ad un momento di debolezza, avea ceduto alle istanze, alle preghiere, alle minaccie del suo promesso. Forse avea creduto di suggellare così quei legami non ancora consecrati dalla legge, e di renderli indissolubili. Chi può dir nulla di quel conflitto tra il dovere e la natura, tra la verecondia e la passione? Chi può analizzar quei momenti nei quali i sensi offuscano l'intelletto, e la misera donna lotta contro due forze una esterna, l'altra interna che concorrono a perderla? E Marta s'era davvero perduta.
Ritornata alla sua cameretta, lo sguardo materno la interrogò sul senso di quella parola che le era sfuggita, e lo sguardo della povera fanciulla avea rivelato il mistero. Poche ore prima ella avrebbe temuto i rimproveri della madre severa, ora ella avea a temere qualche cosa di più grave e di più irreparabile. La vecchia medesima non trovò parola per inveire contro di lei, perbiasimarla dell'accaduto. Tutte e due si trovarono abbracciate e piansero amaramente. Tutte e due sentirono la gravezza del male, e non videro come porvi riparo. Si coricarono senza parlare, aspettando dalla luce del giorno un più sereno consiglio.
Ma la giovane non chiuse occhio. Ella passò la notte chiamando l'uno dopo l'altro ad esame i più estremi partiti. — E se fosse un'invenzione di costui? — si sforzò la misera di pensare: ma non fu lungamente blandita da questa speranza. Immaginò di ricorrere ai tribunali, di palesare il suo stato, di citare il tristo a mantenere la promessa: ma oltrechè poco potea consolarla una riparazione avuta per quella via, ella sapeva abbastanza di mondo, e conosceva parecchie storie di povere vittime colle quali s'era trovata a contatto, per non lusingarsi d'ottenere quella riparazione ch'ella voleva, o quella vendetta che le pareva giusta.
Dissi non a caso vendetta. Giunta a questo punto delle sue riflessioni, sentì l'amore deluso cambiarsi in odio. La vita disonorata che l'attendeva l'era venuta in orrore: se in quel momento avesse potuto sprofondarsi sotterra e spegnere l'anima e la memoria, l'avrebbe fatto. L'avvenire, che in altro tempo le si presentava roseo e sereno, era adesso tutto tenebre e tutto guai. La madre stessa, il suo affetto tenero ed efficace non rischiarava quell'orizzonte: ricordava quel suo sguardo severo, quel rimprovero muto che le sarebbe stato eternamente dinanzi e al quale non avrebbe trovata risposta. La madre! E non aveva ella perduto i poveri frutti di tante fatiche per colpa sua? E la miseria che sovrastava a' suoi vecchi giorni, non doveva imputarsi a lei? Tutte queste riflessioni erano esagerate, più tetre forse che non doveano; ma non pertanto erano men tormentose e meno reali alla inferma immaginazione dell'infelice.E il loro peso fu insopportabile alla sua mente: il suo povero intelletto fu pervertito in quell'ore tremende: allora seguì la crisi che la doveva portare al delitto. Il giorno, anzichè recare un po' di calma in quella cupa tempesta, non fece che raffermare una risoluzione che le era sembrata inevitabile, necessaria.
— Madre mia, — diss'ella con accento risoluto e solenne — madre mia, ho pensato tutta la notte: ho avuta una ispirazione alla quale devo obbedire. Lasciatemi andare: io voglio vederlo, voglio saper di che morte s'ha da morire. — La madre le mosse qualche dubbio, tentò stornarla da quel viaggio, ma fu vinta dalle istanze di lei. Volle però accompagnarla. Benchè da queste parole non avesse potuto indovinare il disegno della figliuola, non era prudenza lasciarla andar così sola ad affrontare forse una ripulsa, un insulto, e la fatale certezza della sua disgrazia. Marta fece un fardello d'alcune sue robe, e tutte e due s'avviarono verso l'Istria.
Cammin facendo poche volte ruppero il silenzio per cambiare fra loro qualche parola. Marta precedeva sempre di due passi la madre, non già perchè quest'ultima fosse dall'età ritardata; ma non era stimolata come la figlia da un interno pungolo che le faceva divorare la via. Quel po' di speranza, o meglio, quel po' d'incertezza che le restava sulla sua sorte, anzichè mitigarle l'angoscia, gliela rendeva più tormentosa. Avrebbe voluto sapere tutto ad un tratto che non le rimaneva nulla a sperare. Questa certezza, per dura che fosse, le sarebbe stata meno insopportabile della presente inquietudine; come ilcondannato che non può chiuder occhio la notte che precede la sua sentenza, e suole dormire tranquillo la vigilia del suo supplizio. La infelice giovane anelava a codesto termine qualunque fosse, del dubbio presente, e camminava spedita su per le frequenti salite, come andasse alla festa. Dopo alcune ore di viaggio giunsero al luogo fissato, e si fermarono ad un'osteria suburbana, per far colazione e concertarsi fra loro. Marta a questo momento avea perduta la fretta, onde non s'oppose all'indugio, benchè pensasse a tutt'altro che a prender cibo. Una fante della taverna recò loro del pane, del cacio, e una mezzina di vino. Mentre la vecchia mangiava, Marta accostava macchinalmente alle labbra qualche minuzzolo, ma si vedeva chiaramente che lo faceva per compiacenza e per non farsi scorgere alla fantesca. Le venne intanto il pensiero di chieder conto a quest'ultima di Federico; e le domandò senza più se conoscesse un giovane parrucchiere venuto di recente a stabilirsi costì.
— Il signor Federico? — chiese la fante — quello di Trieste che si fa sposo?
— Che si fa sposo? — ridomandò tutta pallida la povera Marta.
— Appunto, — rispose l'interrogata.
— Con chi?
— Non lo sapete? siete forestiere voi altre. Si fa sposo colla Giustina, una governante del signor S... ma del resto un buon matrimonio. È una donna ancora fresca, benchè non aspetti più i trenta, e il padrone, capperi! le ha fatto del bene, come era suo debito.
— Siete voi ben sicura di questo? — domandò la madre di Marta.
— Capperi! sicurissima. Lo sa tutto il paese. È una vecchia tresca del barbierino... perchè non è già la prima volta che viene in questa città; c'è stato ancora, ma inquel tempo era sempre vivo il padrone della Giustina, ed ha trovato pan per focaccia. Ora poi il vecchio è morto, e non vi sono più impedimenti. —
Marta ascoltava sbadatamente, come pensasse a tutt'altro, scherzava col coltello appuntato che la fante aveva recato col cacio, e affettava il pane che le stava dinanzi. Tutt'ad un tratto si volse alla fantesca con un pajo d'occhi da spiritata e le disse: — Basta, basta, non vogliamo saper più in là! — La fante, così ricisamente interrotta, fece una smorfia e se n'andò pe' fatti suoi.
Rimaste sole, la madre a cui non era sfuggito il turbamento della figliuola, procurò di calmarla, e le propose di ritornarsene a casa.
— Ritornare a casa? Povera mamma! ritornare a casa prima di conoscere la sposa, prima di offrire a Federico le nostre felicitazioni! Mai no. Senti, madre mia. Ho portato con me le due candele benedette che sai. Andiamo alla chiesa. Pregherò il sacrestano che le accenda dinanzi alla Madonna. La Beata Vergine sa il mio stato, e non vorrà permettere ch'io muoja così....
— Ma che dici tu di morire? — soggiunse spaventata la madre, che non aveva mai sentita la figlia a formular quella idea.
— Mia cara mamma, — soggiunse Marta con un tuono di malinconica tenerezza insolita in lei. — Mia cara mamma! Che cosa s'ha da fare a questo mondo, e fra gente così malvagia? meglio finirla una volta, credetemi. Io ci ho già pensato. Iddio abbia compassione di me!
— Tu sei fur di te medesima, Marta! Tu non parli certo da senno! Alla fine poi tutto questo può essere una ciancia, una favola inventata dalle male lingue.
— Oh! no, mamma. Era destino, vedete. Voi stessa ne siete persuasa nel vostro interno. Oh! sono stata ben pazza a non prestar fede alle vostre parole, quando miponeste in guardia sul carattere di Federico. Ora lo conosco assai bene! Da quell'uomo là non poteva venirmi che male. Andiamo, andiamo in chiesa. Pregate per me, madre mia! pregate per la vostra povera Marta! — Così dicendo la sventurata diede in un pianto dirotto, e non proferì più parola.
La vecchia voleva chiamar la fante per pagare il suo conto; poi pensò meglio di non darle occasione di ciarle, e si recò ella medesima al banco, dicendo alla figliuola che l'attendesse costì. Marta, come si vide sola, si scosse, asciugò le lagrime, bevette un bicchiere di vino quasi volesse reagire contro la sua debolezza, e nascose destramente il coltello entro la manica del vestito. A qual fine precisamente, nol so; forse non lo sapeva in quel punto ella stessa.
Quando tornò la madre, ella era già sulla porta, e tutte e due s'avviarono frettolose alla chiesa.
Quivi preso a parte il vecchio sacrestano, la povera Marta trasse fuori le due candele, e gli ordinò di collocarle dinanzi all'altare della Madonna. Vi aggiunse un rotolo di denaro per una messa da celebrarsi all'istante, secondo la sua intenzione. Il sacrestano prese le candele e il denaro e se ne andò senza aggiungere parola. Le due donne s'inginocchiarono dinanzi all'altare indicato, e stettero lungamente aspettando. Uscì finalmente il prete e cominciò a celebrare la messa. Marta stette tutto quel tempo immobile, cogli occhi fissi all'altare, come trasognata ed estatica. Il suo pallido volto era suffuso d'un rossore febbrile, e chi l'avesse attentamente considerata, avrebbe letto ne' suoi lineamenti le traccie di un gran dolore che tormentava quell'anima profondamente.
Levatesi finalmente di là, s'incamminarono per uscire. Incontrato sulla porta della chiesa il sagrestano, lagiovane gli si accostò e gli chiese l'abitazione di quel parrucchiere triestino che dovea ammogliarsi tra breve. Il vecchio gliela insegnò. — E quando seguiranno le nozze? — domandò Marta, come per semplice curiosità.
— Credo domenica, — rispose l'altro. — Le pubblicazioni sono già fatte. Sareste voi sorella di quel buon giovane? Che sì che indovino? Andate, andate, gli farete una grata sorpresa. La sua bottega è già aperta.
— Grazie — disse Marta, dissimulando profondamente la sua emozione. — A rivederci fra poco. Badate che le due candele devono ardere fin che ce n'è. Gli è voto.
— Non dubitate, buona ragazza. Andate con Dio. —
Così dicendo egli rientrò nella Chiesa, e le due donne si mossero difilate verso la bottega del parrucchiere. Per via, la madre maravigliata del nuovo contegno della fanciulla, le domandò che cosa intendesse di fare.
— Non lo so, madre mia: ma il Signore m'inspirerà. Intanto io voglio vederlo: voglio vedere che cosa saprà rispondermi. Oh certo! il sagrestano dice bene: gli dobbiamo fare una grata sorpresa.
— Ma tu farai qualche scandalo: tu ti lasci trasportare dalla passione. Abbi riguardo. Non ci facciamo scorgere in questo paese. Già non si guadagna nulla a codesto.
— Oh! io credo che guadagneremo, mamma! Lasciate fare a me! — Così dicendo le due donne entrarono nella bottega di Federico. Egli stava accomodando i capelli a se stesso per non perdere il tempo, finchè capitasse alcun avventore. Viste le due donne, restò sbalordito. Egli non s'aspettava per certo codesta visita importuna. Passarono alcuni istanti senza che nessunodei tre pronunciasse parola. Il primo a rimettersi fu il barbiere, e fissando gli occhi sul volto di Marta, le domandò brutalmente: — A che venite voi qui? — Ma non appena ebbe proferita codesta frase, s'arrestò spaventato e abbassò gli occhi, non potendo sostenere lo sguardo di lei.
Successe un altro momento di silenzio, finchè la giovane simulando una grande tranquillità ed un tuono di voce amorevole, rivolse all'attonito barbiere queste parole: — Federico, tu mi dimandi che vengo a far qui? Io non saprei risponderti bene. Io non lo so. Ma tu devi dirmi se sono vere le voci che corrono. M'hanno fatto credere che tu ti mariti presto, che sono già fatte le pubblicazioni, e che la sposa si chiama Giustina, non Marta; ch'ella è stata finora la serva o altro d'un signore di questa città, non l'onesta operaja che viveva a fianco della sua vecchia madre a Trieste. Sono vere, Federico, queste novelle?
— Io non devo render conto ad alcuno de' fatti miei....
— T'inganni. Tu devi render conto ad una persona che non intende rinunciare ai propri diritti. Sappi ch'io sono venuta per questo.
— Tutto è finito fra voi e me: non ve l'ha già detto il signor B.?
— Il signor B.? Io non ho a fare nulla col signor B. Io voglio sapere dalle tue labbra medesime se tu hai dimenticato, non dico i tuoi doveri verso la mia povera madre, ma i tuoi giuramenti verso di me. Ah! tu credi ch'io sia per soffrire che un'altra donna si chiami tua moglie? No! Federico. La tua moglie son io.
— Voi? In qual chiesa vi ho dato la mano? — chiese lo sfrontato parrucchiere con ironia.
— Tu mi chiedi in qual chiesa? Iddio ha forse bisognodi chiese per ascoltare le promesse e i giuramenti delle sue creature? Io sono tua moglie, Federico, io porto meco un documento irrefragabile de' nostri legami: io son madre! — Ella proferì quest'ultima frase con voce bassa e soffocata. Federico impallidì nell'ascoltarla, ma si ricompose tosto, e si sforzò di fare un cotal riso beffardo e bestiale che mostrò tutta l'abbiettezza dell'anima sua. — Madre? — egli disse. — Me ne consolo assai! Così non vi mancherà un appoggio nel padre del vostro figliuolo, qualunque egli sia.... Il signor B. v'aiuterà a ritrovarlo. —
Le due donne inorridirono. Marta non potè parlare, chè la rabbia e l'angoscia le soffocò la parola. Ma la vecchia che avea taciuto fin allora, s'avventò come una furia sul barbiere, e lo fece indietreggiare verso un angolo della stanza. — Infame — gridò. — Ricorreresti tu alla calunnia? Chi ci ha fatto conoscere,dì, quel tuo signor B. degno complice delle tue scelleraggini?
— Se ve l'ho fatto conoscere, non v'ho mica ordinato che vostra figlia dovesse frequentar la sua casa. Però io non voglio ora farvene carico. Ognuno è padrone di fare ciò che gli aggrada. Vuol dire che voi ci avrete trovato il tornaconto.
— Taci, vile calunniatore! — saltò su Marta che s'era riavuta. — Taci! Non inventare dei torti che rendano meno infame la tua condotta. Tu sai bene che menti! tu sai bene che non sei degno di guardarmi in faccia!
— Ebbene! sì! So che non son degno di voi, e per questo ho pensato di lasciarvi in libertà e di dar la mano ad un'altra. Andate via ve ne prego. Può essere ch'ella capiti qui, e capite bene.... siamo in un paese piccolo. Io non ho bisogno di scandali. Andate colle buone....
— E s'io non me ne vo' colle buone?...
— Ci anderete per forza. Orsù...
— Guarda qual conto io fo delle tue parole! Così dicendo s'adagiò sopra uno dei seggioloni che occupavano il mezzo della bottega. — Ella verrà qui, tu dici? Tanto meglio! Io voglio vederla in viso questa perla, questa rivale che tu mi dài. Sedete, madre mia, sedete anche voi. Sarete stanca, povera mamma, approfittate dell'ospitalità di vostro genero. —
Federico fremeva di rabbia. Non potendo sostenere l'aspetto di Marta, tornò ad inveire contro la vecchia, facendosi verso la porta, sia per evadere, sia per chiamare man forte. Ma la vecchia robusta lo afferrò per un braccio e lo scagliò nuovamente verso il fondo della bottega. In quel momento una donna di circa trent'anni, s'affacciò alla porta. Era Giustina. Il sagrestano l'aveva avvertita di due parenti di Federico venute espressamente per visitarlo, onde s'affrettò a farsi riconoscere per la futura sposa di lui. Un suo cugino e futuro compare dell'anello l'accompagnava. Visto il parapiglia, s'arrestarono un poco, poi tra per curiosità, tra per difendere il barbiere che pareva avesse la peggio, entrarono e chiesero la ragione della contesa.
— La ragione? — gridò la vecchia inferocita dalla violenza dell'atto: — la ragione? —
— Non le credete nulla! ella è una pazza, una ubriaca, — sclamò Federico riavuto dal suo sbalordimento.
— A chi dici tu pazza? — gridò Marta rizzandosi in piedi. — Rispetta mia madre, Federico, rispetta mia madre, che potrebbe farti cacciare in prigione con una sola parola. — Poi volgendosi alla Giustina; — ah! — disse con un sorriso pieno d'ironia, voi sarete la sua sposa?... io vi faccio sapere, buona donna, che costui non può prender impegni con altri. Egli è mio marito.
— Giustina, non prestate fede alle loro parole. Andatevia di qua, pregate qualcheduno che venga a liberarci da queste pazze.
— Se vai via di qua, sarà meglio per te — disse Marta alla sua sbigottita rivale. — Va via di qua, e non tornarci mai più, proverai che cosa può fare una pazza! — Così dicendo mosse due passi verso di lei con piglio minaccioso, e risoluta di venire alle vie di fatto. Giustina non se lo fece dire due volte, e se ne andò strascinando con sè il suo compagno. Federico rimase nuovamente solo colle due prime venute. Tanta era la violenza della passione in tutti e tre, che una lunga pausa successe a questa scena bizzarra e terribile.
Marta si ricordò in quel momento dell'arme che avea portata seco nella manica del vestito: se ne ricordò quando concepì il disegno di venire alle mani colla rivale. Una specie di vertigine occupò la sua mente. Tutto ciò che v'era stato di più provocante nel dialogo corso tra lei e Federico le passò dinanzi al pensiero come un'orrenda visione. Ella perdette la coscienza di se medesima, e divenne come sonnambula. Immaginò che tutte le autorità del paese, convocate da costei, sopravvenissero là, e la traessero a forza lungi da quel luogo. Immaginò di vedersi condotta come una pazza per le contrade di quella città fra le grida e gli scherni del popolaccio. Non potè sostenere quest'idea, ed anzichè prevenir questo fatto, pensò a vendicare l'oltraggio che le parea inevitabile. Abbracciò strettamente la madre senza piangere, senza parlare, come uscita di senno. Poi spiccatasi da lei si volse tutta mansuetudine a Federico — Non aver paura, — gli disse — non aver paura di me, Federico. Se la sorte ha destinato che tu sposi un'altra, sposala pure. Ti domando perdono delle mie furie di poco fa. Separiamoci in pace, Federico, separiamoci in pace, prima che venga gente. Oh! non vorrai tu darmi nemmenoun abbraccio prima ch'io ti lasci per sempre? — E così dicendo accostavasi a lui che non sapeva rendersi ragione di un tal cambiamento, e se ne stava perplesso e balordo in fondo alla stanza.
Marta avvicinandosi a lui, senza far motto gli gettò le braccia al collo, e lo strinse fortemente come convulsa. In quel momento sentì accorrer gente alla porta della bottega. La madre che era stata fino allora attonita aspettando l'esito di quella scena, la chiamò a nome. Fu come un lampo. Senza ritirar le braccia incrocicchiate dietro al collo di Federico, Marta aveva brandito il coltello nascosto, come dissi, entro la manica sinistra dell'abito, e gridando: — traditore! — con un movimento improvviso l'avea cacciato nel cuore del suo promesso, che gettò uno strido e cadde rovescio. Era morto. Marta senza più curarsi di lui, e brandendo ancora il pugnale insanguinato, si volse alla gente che affollavasi all'uscio e cercò qualcheduno cogli occhi stralunati e furenti. La vecchia mezza morta dallo spavento afferrava invano il braccio della figliuola: questa non vi poneva mente, non la vedeva. Pallida, le gote tremanti, chiamava un'altra donna che non era presente, chiamava Giustina. — È spenta, è spenta, — gridava — una delle due candele che ardeva innanzi a Maria... una è spenta! vedo il lucignolo che fuma ancora!.. L'altra... l'altra arde ancora, ma per poco. Dove sei, scellerata donna? Oh! tu hai paura, non è vero? Non aver paura, no! Non è già la tua vita che dipende da quella candela, è la mia!.. Ella muore. — Così dicendo rivolse contro il suo petto il coltello, e due o tre volte tentò di trafiggersi: ma la stecca del corsetto deviò la punta micidiale e le impedì di finirsi. Sentendo che non riusciva nel suo disegno e vedendosi circondata, cambiò improvvisamente pensiero, e alzando il pugnale contro i più vicinisi fece largo fra la folla e uscì furibonda nella contrada. Il popolo le schiamazzava dietro: — ferma, ferma, — ed ella tanto più accelerava il passo lungo la via, senza guardarsi mai dietro. La contrada metteva al mare. Un piccolo molo per uso de' pescatori stendevasi alquanto fra l'acqua. Ella l'occupò prima che alcuno potesse impedirglielo, e pigliando la rincorsa si lanciò nel mare gridando: — è spenta anche l'altra! —
Un vecchio pescatore che rattoppava le reti nella sua tartana, levandosi al tumulto e al tonfo che avea sentito nell'acqua non lontano da lui, si gettò prestamente a nuoto, e riuscì ad afferrare la veste della sciagurata giovane, la trasse a riva affatto priva di sensi, e solo dopo alcune ore, ebbero effetto i pronti soccorsi che le furono prestati. Ella si risentì vicino alla madre, nella camera stessa del pescatore che l'aveva salvata, ma non pareva serbasse alcuna memoria dell'accaduto. Vedendo sul proprio seno l'apparecchio che il chirurgo aveva applicato alle due non mortali ferite che s'era fatte, ne chiese conto alla madre, accusando un dolore a quel luogo, e credendo d'esser precipitata giù da una scala. Corsero alquanti giorni prima che riacquistasse davvero la coscienza del suo delitto....
Delitto?
Certo che fu delitto dinanzi al Codice. L'equità umana però che distribuisce con altra legge ildirittoed iltorto, farà più mite giudicio di quella misera.
Il Tribunale di Trieste riconobbe anch'esso molte circostanze attenuanti, e la povera Marta non fu condannata che a qualche anno di carcere, abbreviato anch'esso da una grazia sovrana.
Credo che ai lettori basterà questo. Gli altri personaggi di questa istoria non sono tali da ispirare nessun interesse, e nessuna curiosità.
NOTE.[4]Sessolanel dialetto triestino e veneto significa una specie di pala ricurva di cui si servivano i droghieri e i fornai per tramutare lo zucchero, la farina, i grani da un recipiente all'altro, simile albozzolode' mugnai, e allagottazzadei barcaiuoli.
NOTE.
[4]Sessolanel dialetto triestino e veneto significa una specie di pala ricurva di cui si servivano i droghieri e i fornai per tramutare lo zucchero, la farina, i grani da un recipiente all'altro, simile albozzolode' mugnai, e allagottazzadei barcaiuoli.
[4]Sessolanel dialetto triestino e veneto significa una specie di pala ricurva di cui si servivano i droghieri e i fornai per tramutare lo zucchero, la farina, i grani da un recipiente all'altro, simile albozzolode' mugnai, e allagottazzadei barcaiuoli.