XVII.

«Signor conte,»Ho promesso a mio padre di non trovarmi presente alle spiegazioni che questa sera probabilmente vi sarebbero chieste intorno al povero giovanetto che vi deve la vita. Se non mi aveste fatto l'onore di domandarmi in isposa, mi rimarrei forse straniera a questa dilicata questione. Ma non avendo risposto con un rifiuto, e non avendo ancora preso un partito definitivo intorno alla proposizione che mi faceste, crederei mancar di franchezza lasciando ad altri la cura di palesarvi l'animo mio.»Io credo, signor conte, alla provvidenza. Credo ad una legge suprema che collega fra loro i casi e le azioni che pajono più fortuite. Il secreto dunque che venni a conoscere, i sentimenti di affezione che mi stringono a questo infelice che mi fu confidato, l'essermi da una parte trovata sua protettrice e sua madre,mentre voi mi proponevate, forse senza saperlo, di unire i vostri destini co' miei, tutto ciò mi sembra condotto dalla mano di Dio, e preparato ad un fine ch'io rispetto prima ancor di conoscerlo pienamente.»Da quattr'anni e più io porto in dito un anello, povera e dolorosa eredità che mi venne da una donna che amaste, e che certo vi amò. Con questo anello, che dovette essere pegno e sacramento d'affetto, io ebbi in mia mano un foglio sottoscritto da voi in un'epoca, nella quale la prudenza mondana non aveva soffocato gl'impeti generosi del cuore. Questa carta e il secreto che cela, furono un mistero anche per me fino a questi ultimi giorni, in cui, per una strana associazione d'idee, il vostro nome mi balenò alla memoria, e mi trovai depositaria di un documento che vi risguarda sì davvicino.»Non so qual sia la forza legale di questa promessa, nè credo che Cosimo, il mio figlio adottivo, sia disposto a prevalersene dinanzi alla legge. La sua prima idea, com'egli stesso mi ha detto, era quella di presentarsi a voi senz'altro contrassegno che il nome della sua povera madre. Poco gl'importa di acquistar un nome nel mondo, ed uno stato più comodo e indipendente. Quello che gl'importa, quello che è condizione di vita per l'anima sua, gli è d'aver trovato il cuore e l'affetto d'un padre, e di poter abbracciare senza vergogna e senza rancore l'autor de' suoi giorni. Io credo, conte Alberto, ch'egli non s'inganni nella sua aspettazione. Io medesima ne sono così certa, che non credo necessario d'aggiungere le mie preghiere, nè di porre il pronto riconoscimento di questo povero sfortunato come condizione ad un vincolo, dal quale voi dite dipendere la vostra felicità.»Aggiungo solo che non potrei mai riporre la mia nel legarmi ad un uomo che potesse esitare un istante a compiere un dovere sì sacrosanto.»Qualunque sia la piega che avrà preso o sarà per prendere il colloquio di questa sera, io non volli attenderne l'esito, prima di aprirvi tutto intiero l'animo mio. Iddio voglia ch'io non abbia a pentirmi di aver secondato un primo istinto dell'animo. Ora aspetterò con calma la vostra risposta.»Angela Lanzoni.»

«Signor conte,

»Ho promesso a mio padre di non trovarmi presente alle spiegazioni che questa sera probabilmente vi sarebbero chieste intorno al povero giovanetto che vi deve la vita. Se non mi aveste fatto l'onore di domandarmi in isposa, mi rimarrei forse straniera a questa dilicata questione. Ma non avendo risposto con un rifiuto, e non avendo ancora preso un partito definitivo intorno alla proposizione che mi faceste, crederei mancar di franchezza lasciando ad altri la cura di palesarvi l'animo mio.

»Io credo, signor conte, alla provvidenza. Credo ad una legge suprema che collega fra loro i casi e le azioni che pajono più fortuite. Il secreto dunque che venni a conoscere, i sentimenti di affezione che mi stringono a questo infelice che mi fu confidato, l'essermi da una parte trovata sua protettrice e sua madre,mentre voi mi proponevate, forse senza saperlo, di unire i vostri destini co' miei, tutto ciò mi sembra condotto dalla mano di Dio, e preparato ad un fine ch'io rispetto prima ancor di conoscerlo pienamente.

»Da quattr'anni e più io porto in dito un anello, povera e dolorosa eredità che mi venne da una donna che amaste, e che certo vi amò. Con questo anello, che dovette essere pegno e sacramento d'affetto, io ebbi in mia mano un foglio sottoscritto da voi in un'epoca, nella quale la prudenza mondana non aveva soffocato gl'impeti generosi del cuore. Questa carta e il secreto che cela, furono un mistero anche per me fino a questi ultimi giorni, in cui, per una strana associazione d'idee, il vostro nome mi balenò alla memoria, e mi trovai depositaria di un documento che vi risguarda sì davvicino.

»Non so qual sia la forza legale di questa promessa, nè credo che Cosimo, il mio figlio adottivo, sia disposto a prevalersene dinanzi alla legge. La sua prima idea, com'egli stesso mi ha detto, era quella di presentarsi a voi senz'altro contrassegno che il nome della sua povera madre. Poco gl'importa di acquistar un nome nel mondo, ed uno stato più comodo e indipendente. Quello che gl'importa, quello che è condizione di vita per l'anima sua, gli è d'aver trovato il cuore e l'affetto d'un padre, e di poter abbracciare senza vergogna e senza rancore l'autor de' suoi giorni. Io credo, conte Alberto, ch'egli non s'inganni nella sua aspettazione. Io medesima ne sono così certa, che non credo necessario d'aggiungere le mie preghiere, nè di porre il pronto riconoscimento di questo povero sfortunato come condizione ad un vincolo, dal quale voi dite dipendere la vostra felicità.

»Aggiungo solo che non potrei mai riporre la mia nel legarmi ad un uomo che potesse esitare un istante a compiere un dovere sì sacrosanto.

»Qualunque sia la piega che avrà preso o sarà per prendere il colloquio di questa sera, io non volli attenderne l'esito, prima di aprirvi tutto intiero l'animo mio. Iddio voglia ch'io non abbia a pentirmi di aver secondato un primo istinto dell'animo. Ora aspetterò con calma la vostra risposta.

»Angela Lanzoni.»

Il signor Lanzoni era uno di quegli uomini buoni che riserbano la loro energia alle circostanze un po' gravi della vita, diversi in questo da certi faccendieri che, a sentirli, sono tutti fuoco e tutti cordialità; ma ne usano e abusano tanto nelle occasioni più frivole, che ne mancano poi sul più bello. Codesto è fuoco di paglia che poco dura e poco riscalda; mentre l'altro è la fiamma viva e durevole di un ceppo verde, che è un po' lento ad accendersi, ma poi ti consola a lungo e ti giova.

Non appena vide entrare il conte Alberto, se gli accostò con aria franca e severa, e lo pregò di passare nel suo gabinetto dove aveva a intertenerlo di cosa importante.

Il conte rispose con un semplice inchino contegnoso ed affabile, e passarono entrambi in uno stanzino appartato, dove il padre di Angela soleva rinchiudersi pe' suoi studj ed affari. Il conte non ignorava nè il ritorno di Cosimo, nè i sospetti che pesavano sopra di sè: sapeva che presto o tardi una spiegazione diveniva necessaria. Era dunque preparato alla lotta, e piuttosto che rimetterla ad altro tempo, accettò volentieri il colloquio che doveva risolverla. Aspettò dunque la prima parola del suo interlocutore senza inquietudine e senza curiosità.

Questi entrò senza esitazione nell'argomento. Rifece in poche parole la storia del povero orfano, per qual accidente, orfano e sconosciuto, l'aveva accolto in sua casa, educato e curato fino allora a sue spese. — Voi stesso — disse — vi avete contribuito coi vostri consigli, colle vostre commendatizie a Parigi. L'interesse, l'affetto che mostraste per un incognito, per un trovatello, non verrà meno, io spero, quando saprete che questo giovanetto vanta qualche attinenza più intima con voi.... —

Il conte Alberto affettò una certa sorpresa, e fissò gli occhi in aria d'interrogazione nel signor Lanzoni.

— Il giovanetto — continuò questi — avea perduto la madre in quei giorni medesimi ch'io lo raccolsi. Questa disgraziata si chiamava Teresa, una guantaja che voi non avrete certamente dimenticata. Essa lasciò per solo testamento e retaggio all'infelice fanciullo un cerchiellino d'oro, e un documento sottoscrittoAlberto d'Andria... una promessa di matrimonio quando aveste raggiunta l'età maggiore... —

Il conte non potè impedire che il sangue gli colorasse di subito rossore la fronte: ma nel medesimo tempo si strinse nelle spalle, e sorridendo nell'imbarazzo visibile della sua posizione: — Mio caro suocero, — rispose — voi siete un uomo di mondo: foste giovane voi stesso ed esposto a tutte le seduzioni, a tutti i pericoli della gioventù. Non crederei che voleste dare più d'importanza, che non ne merita, ad una scapataggine da fanciullo. D'altronde, quella povera donna è morta da oltre a quattr'anni, e non veggo a che si volesse o potesse invocare una lettera scritta in un momento di passione e....

— Conosco il mondo — riprese il signor Lanzoni — e sono stato giovane anch'io, come dite. Ho imparato pur troppo, non per mia propria esperienza, grazie a Dio!ho imparato che le povere donne hanno torto a fidarsi alle parole e alle promesse dei loro amanti, massime se minorenni. Ma questo non giustifica e non iscusa l'abuso che si fa della loro credulità. Se la povera Teresa conservò con tanta cura quel foglio, e lo lasciava con tanta solennità all'infelice orfanello, certo ella avea preso sul serio una tale scrittura, e voi non gliel'avrete rilasciata senza un perchè.

— Ma in fine.... non veggo bene a che tendono le vostre parole, mio caro signor Lanzoni....

— Dite davvero? — ripigliò questi. — Io sperava invece che mi avreste compreso senza attendere più lunghi discorsi. Speravo che il cuore vi avrebbe posto sul labbro una parola affettuosa e onorevole.... speravo che mi avreste domandato di vedere quello sfortunato, che l'avreste stretto al seno come figliuolo, riparando, comecchè tardi, con questo riconoscimento, l'incomprensibile abbandono in cui lasciaste la madre sua!... Se mi sono ingannato... ditelo... Io non intendo farmi il procuratore legale di questo infelice, e cesso all'istante da ogni ingerenza in un affare che non m'appartiene. Perdonate l'imbarazzo e il fastidio che vi recai, se non alla qualità di suocero che mi avete prematuramente attribuita, almeno all'affetto quasi paterno che questo povero orfano mi aveva ispirato, prima di saperlo vostro figliuolo....

— Mio figliuolo! Questa è una supposizione che manca affatto di fondamento. La madre sola, se fosse in grado di parlare, potrebbe avere un qualche titolo ad attestarlo. Non veggo ch'egli abbia gran somiglianza con me, nè il sangue si fece sentire, ch'io sappia, nè in me nè in lui, quando ci siamo incontrati la prima volta qui in questa casa medesima... quando non voleste interpretare in questo senso l'interesse affatto gratuito che ho mostrato per esso. Buon Dio! Non vorrei farmiaccusatore d'una donna che potè per qualche momento ottenere la mia affezione.... ma alfine, io non vantavo alcun diritto all'esclusivo amor suo... e altri padri potrebbero forse reclamare con egual titolo....

— Basta — interruppe il sig. Lanzoni; — veggo ch'io mi sono ingannato sulle vostre disposizioni e sul vostro carattere. Io non conobbi la madre del mio pupillo: ma non mi dà l'animo di sentirne insultata la memoria dall'uomo che si dichiarava pronto a farla sua sposa appena le leggi glielo avessero consentito!...

— Voi siete ingiusto, signor Lanzoni. Voi spingete le cose agli estremi. Vediamo. Vi sono legami che possono parer naturali e indispensabili in certi momenti della vita, ma che un po' di esperienza e di riflessione ci dimostra impossibili. Dareste voi la vostra Angela al primo pezzente che si presentasse alla vostra porta, a quello, per esempio, che mi vorreste appioppare per figlio? Codeste sono utopie. Mi guardi però il Cielo dal voler affatto abbandonare questo infelice. Sono pronto a dividere con voi l'ufficio e la spesa della sua educazione. Gli troveremo un ricovero....

— Un'educazione, un ricovero egli lo ha già trovato senza di voi. Ma egli vuole un nome, vuole un padre, vuole riabilitare la dubbia riputazione che il vostro abbandono ha fatto a sua madre!... Egli ha lasciato Parigi per questo, voleva correre a casa vostra con quel documento alla mano, e gettarsi nelle vostre braccia, nella fiducia di trovare in voi l'affetto e il cuore di un padre. Io non volli permetterlo: ho voluto prima parlarvene. Ora conosco che ho fatto bene: ho evitato uno scandalo, e salvato quel povero visionario dalle dolorose conseguenze di un subito disinganno. Andate pure, signor conte. Tutto è rotto fra noi.

— No, signor Lanzoni. I nostri rapporti, i nostridisegni non ponno rompersi per questo incidente. Vedremo qual forza daranno i tribunali a quel documento. Io son pronto a rassegnarmi alla legge: se pure, riflettendo più maturamente alla cosa, non vedrete voi stesso la convenienza ch'io provvegga in altro modo alla sorte di questo infelice, senza pregiudicare alla prole legittima ch'io speravo e spero ancora ottenere da vostra figlia.

— Mia figlia! Non v'illudete, signore. Quand'anche io potessi transigere su questo punto, voi la conoscete ben poco, se v'imaginate di trovarla più condiscendente di me. D'altronde, io l'ho lasciata libera di se stessa. Non disporrò mai nè del suo cuore nè della sua mano senza consultare la sua volontà. Ma io la conosco più di voi. S'ella fosse stata presente, come voleva, al nostro colloquio, sapreste a quest'ora la sua risoluzione.

— Ma insomma, vorrebbe ella mai consentire a ricevere in casa come figliuolo quel povero contraffatto?

— Ella gli fu madre finora di fatto. Essa medesima era depositaria di quella lettera di cui mi fece un mistero sin qui. Ella la rimise giorni sono a Cosimo senza consultarmi. La sua intenzione non può dunque esser dubbia ad alcuno....

— È dunque un rifiuto mascherato?...

— Forse non è che una prova a cui volle sottomettere il vostro cuore. Il vostro cuore ha parlato.

— No, signor Lanzoni. Non è il mio cuore che ha parlato finora. È la ragione, la fredda ragione. Lasciatemi riflettere; riflettete voi pure alle conseguenze di questo fatto. Vedremo domani. —

Il padre di Angela crollò il capo, ma non volle chiudere ogni adito ad una miglior conclusione di questa vertenza. Entrarono ambedue nella sala dove le due vecchie signore stavano intertenendosi sul soggetto medesimo,mentre il dottore e don Arnaldo giuocavano in disparte agli scacchi.

Rimasero un quarto d'ora prendendo il tè, senza aprirsi nè da una parte nè dall'altra, e senza trovare un altro soggetto alla conversazione. La contessa fissava ora il signor Lanzoni, ora il conte Alberto per indovinare il risultato del loro colloquio: ma non essendo riuscita ad appagare la sua curiosità, domandò il cappello e lo scialle, e invocò il solito pretesto dell'emicrania per ritirarsi prima del tempo.

Il conte le diede il braccio e partirono.

Mentre da una parte e dall'altra si tentava di preparare una soluzione soddisfacente all'intricato viluppo, Cosimo, che n'era divenuto il protagonista, non poteva perdonare a se stesso di aver affidato ad altri la cura di troncare il difficile nodo.

Chiuso nella sua stanza, con quel documento prezioso spiegato dinanzi a sè, non poteva risolversi a coricarsi, non isperava di prender sonno, non potea riposare il pensiero in un'idea, in un partito qualunque. Sapeva che in quel momento medesimo si trattava del suo destino, che una parola del conte Alberto stava per decidere, o aveva forse deciso una questione che oggimai era divenuta vitale per lui.

Misurando a gran passi la camera, tentava di richiamarsi le oscure rimembranze dell'infanzia, evocava nella sua immaginazione le sembianze, le parole, gli atti dell'infelice sua madre. Vi fu un momento che questa evocazione divenne per esso quasi reale: vedeva sul suo letticciuolo la povera donna estenuata e morente;udiva le sue raccomandazioni, i suoi consigli supremi! Tutto ciò gli avea fatto in quell'epoca un'impressione abbastanza profonda: ma non aveva allora che dieci anni, e la vita del pensiero era appena per lui un leggiero barlume. La natura risparmia all'età prima dell'uomo l'intensità dei dolori morali che soverchierebbero le sue forze. A poco a poco quell'impressione s'era attenuata nell'animo suo. Entrato nella casa di Angela, la vista delle nuove cose, lo studio, le occupazioni svariate aprirono alla sua mente un orizzonte più vasto. L'immagine della madre gli si presentava bensì tratto tratto, ma senza distorlo dalle sue solite cure. Ora, nello stato febrile in cui si trovava, in quella forzata solitudine, con quella lettera fatale dinanzi agli occhi, l'illusione fu sì completa, che superò l'effetto che aveva un dì risentito dalla realtà. Inginocchiato alla sponda del letto, si coperse colle palme gli occhi e restò lungamente immerso in una specie di assopimento: si riscosse inondato di lagrime, in uno stato di esaltazione difficile a descriversi. Fra i singhiozzi che scuotevano profondamente il suo petto, proferiva tronche parole di doloroso affetto. Si sarebbe detto che avesse perduto la madre in quel momento medesimo, o che almeno in quel momento sentisse per la prima volta la grandezza della perdita fatta.

Tutto ad un tratto si alzò, si asciugò gli occhi, mutò pensiero, come si vergognasse della debolezza che l'avea sopraffatto. — Piangere? — sclamò, — piangere? Mia madre è morta: le mie lagrime non potrebbero già richiamarla alla vita. D'altronde, io ho un padre, ho un padre da qualche giorno. Io lo conosco, io voglio darmi a conoscere a lui come figlio. Perchè mi sono lasciato persuadere a commettere ad altri questa prima rivelazione di due cuori? Questa non può essere materia di trattative, non può essere argomento di transazioni legali.Questa lettera! Ah! se i miei diritti non avessero altro fondamento che questo, se i miei rapporti coll'autor de' miei giorni non fossero che un diritto dinanzi alla legge, che m'importerebbe oggimai? O il cuore parlerà al cuore, e la voce della natura si farà sentire in entrambi, o noi resteremo stranieri, ed io morrò orfano come vissi, e non tarderò molto a raggiungere la sventurata che mi portò nel suo seno. — Andiamo.... — E si levò per uscire dalla sua stanza. Ma nell'aprire la porta s'accorse che la lucerna ardeva ancora, e ch'egli avea passato la notte senza coricarsi. Aprì la finestra. Era l'alba. Spense allora il lume e stette a guardare i primi albori dell'orizzonte. Il parco avvolto ancora di una nebbia trasparente si spiegava dinanzi al suo sguardo. Riconobbe e salutò ogni albero, ogni macchia, ogni cespo di rose. Una lieve brezza, che gli spirava nel volto, rinfrescò le sue guance e la fronte accesa dal bollor della febbre. Quella calma ineffabile della natura si propagò a poco a poco nell'animo suo. La fantasia diede luogo alla riflessione, e s'accorse che bisognava attendere qualche ora prima di potersi recare alla casa del conte. Si gettò adunque così vestito sul suo letticciuolo, e gustò un'ora di un sonno leggiero e balsamico che ristorò le sue forze e calmò l'eccitamento febrile che l'avea scosso.

Svegliatosi a giorno chiaro, non attese il parere nè il consiglio degli ospiti suoi, temette non ponessero ostacoli impreveduti alla sua determinazione, uscì, s'avviò senza più a casa d'Andria. Bussò, gli fu aperto, salì le scale, chiese del conte Alberto. Gli fu risposto essere ancora nel suo appartamento: tornasse più tardi se volesse alcuna cosa da lui. Chiese d'attendere, dicendo che aveva una cosa importante a communicargli, quanto prima il potesse. Il domestico non aveva, a quanto pare,alcuna istruzione in contrario; onde gli fu permesso di rimanere e di attendere nel vestibolo interno della casa. Mezz'ora dopo fu chiamato e introdotto nell'appartamento del conte Alberto che l'aspettava, preparato più o meno alla scena che non poteva evitare.

Il conte se ne stava seduto in veste da camera dinanzi a un leggìo. La sua faccia era o pareva tranquilla come d'uomo che avesse preso già il suo partito. Cosimo gettò per istinto un rapido sguardo sopra quel volto, e sentì come una mano fredda stringergli il cuore. Il suo primo movimento era stato quello di gettarsi alle ginocchia, tra le braccia di colui che sperava poter nominare col più sacro dei nomi: ma il suo aspetto freddo e impassibile lo arrestò. Pallido, perplesso, tremante, trovò appena la forza di balbettare il nome di padre, e cadde semivivo sulle ginocchia. Il conte non avea preveduto questo esordio: il suo cuore ne fu scosso suo malgrado, si alzò, si avanzò verso Cosimo, e lo sollevò da terra visibilmente commosso. La natura avea parlato e sconcertati inopinatamente i calcoli dell'egoismo. Il giovanetto, aprendo gli occhi, s'incontrò con quelli del padre suo, e diede in un pianto dirotto che compì l'opera e fu per decidere del suo destino.

Ma improvvisamente la contessa, avvertita senza dubbio di questa visita, entrò nella stanza. Arrossì di collera e di dispetto vedendo l'attitudine e indovinando le disposizioni del conte. — E voi — prese a dire — e voi, figlio mio, vi lasciate sorprendere dagli intrighi di codesto visionario? Davvero che non metteva conto di viaggiare per tanti anni l'Europa, per prestarsi con tanta bonarietà ad una tale commedia. Non abbiamo noi fatto abbastanza per questo povero aborto? —

Cosimo si levò impetuosamente a queste parole e stava per rispondere alla nobile donna: ma Albertonon gliene lasciò il tempo. Pregò la madre a lasciarli soli un istante, e l'assicurò che nulla avrebbe fatto o risolto senza dipender da lei. La contessa non osò insistere, e gettando su Cosimo uno sguardo minaccioso e sprezzante, si ritirò nella stanza vicina, lasciando socchiusa la porta.

Cosimo s'accorse dell'impressione sfavorevole che questo incidente aveva lasciato nel conte Alberto; ma non si perdette d'animo, e tratta di tasca la lettera sottoscritta dal conte: — In nome di mia madre — sclamò, permettetemi di chiamarvi padre; chiamatemi figlio una volta, e tutto sarà dimenticato. Mia madre vi perdonerà dal cielo, ed io vi adorerò sulla terra senza esigere, senza chiedere, senza desiderare altra cosa.

— Calmatevi, — rispose il conte. — Io son disposto a fare per voi le parti di padre. Non ho aspettato la presentazione di quel documento per darvi qualche prova dell'interesse che sento per voi. Quel documento non potrebbe conferirvi alcun titolo nuovo alla mia benevolenza. Io ho conosciuto la sfortunata che vi ha dato alla luce; non vo' negare di aver avuto per essa un attaccamento che mi potè indurre ad un passo irriflessivo... a promettere una cosa che non dipendeva da me il mantenere. Vi hanno forse fatto credere che la legge avrebbe riconosciuta la validità di quella promessa...

— No, no — interruppe Cosimo. — Nessuno mi ha fatto credere questo. S'io non ho alcun diritto sul vostro cuore, non ne spero, non ne imploro altri. Prendete, signore: ecco il testamento della povera madre mia: ecco la lettera che mi ha fatto conoscer mio padre. Che voi mi riconosciate o no come figlio, i miei sentimenti non possono esser diversi da quel che sono. Credetemi, padre mio, non vengo a chieder da voi nè titoli, nè fortuna. Fossero anche scritti nel modo più valido epiù legale su questo foglio i diritti più sacri e più incontrastabili, ecco il conto che ne farei. — Così dicendo lo lacerò in cento pezzi e lo gettò dall'aperta finestra. — Ora non vi è più — riprese — nessun indizio, nessuna prova della mia nascita, dei nostri rapporti. Per questo io sono venuto nella vostra presenza, eludendo la vigilanza e opponendomi forse alla volontà de' miei protettori. Ho lasciato parlare il mio cuore. Mi appello al vostro, e aspetto ai vostri piedi, qualunque sia per essere, la parola che farà di me o un figlio felice o un orfano sventurato. —

Il conte non resistette alla toccante eloquenza di quest'atto e di queste parole. Sollevò un'altra volta da terra il povero Cosimo, lo strinse carezzevolmente fra le braccia, e le sue labbra mormorarono involontariamente il nome di figlio.

La contessa era stata spettatrice di questa scena dalla porta socchiusa. Ella aveva veduto con gioja fatto a brani quel foglio ch'ella avrebbe comperato a prezzo d'oro. Oggimai le pareva d'esser sicura da ogni pericolo, da ogni scandalo, da ogni processo. Non pensò dunque ad intervenire un'altra volta in quel colloquio che credeva senza conseguenza.

Ma ella s'ingannava di tutto punto. Cosimo, obbedendo a un impulso del cuore, ad un istinto di generosità naturale, avea tocco sul vivo l'animo impreparato del conte. Questi si era munito di tutte le ragioni e di tutti i cavilli per ribattere una domanda legale: ma non avea saputo resistere al grido della natura, alla voce arcana del sangue, a quella prima fonte di bontà che l'amor di Teresa gli avea aperto nel cuore. Tornò per un momento giovane, affettuoso, immemore della vanità e delle fredde convenienze sociali. Trovò nella fronte, negli occhi, nel nobile atteggiamento di Cosimo una reminiscenza toccantedella donna che aveva amato, e un lampo di somiglianza con se medesimo. Non pensò, non s'accorse che aveva dinanzi, che stringeva fra le braccia un povero contraffatto che la cura ortopedica avea reso poco diverso da quel di prima. In una parola il ghiaccio era rotto: Cosimo avea vinto.

— Vanne — gli disse il conte, — ritorna a' tuoi protettori. Di' loro come t'ho accolto. Oggi verrò a trovarti colà, e c'intenderemo d'accordo sul partito da prendersi per l'avvenire. —

Reduce a casa Lanzoni, Cosimo, fuor di sè per la gioja, domandò di Angela. Era nel suo giardino, nel giardino delle male erbe. Corse a lei difilato, e tutto acceso in volto e raggiante per l'ottenuto trionfo, le gridò da lungi, appena la vide: — Madre mia, madre mia! Ho un padre; ho ritrovato mio padre! —

Entrarono entrambi nella capannuccia di paglia che sorgeva presso al cancello di ferro e sedettero. Egli ne avea ben mestieri. La novità e la grandezza delle emozioni aveano soverchiato le sue deboli forze. Stette un buon quarto d'ora senza poter raccontar chiaramente alla sua madre adottiva ciò che aveva ottenuto. Quando narrò del documento lacerato e gittato dalla finestra, Angela lasciò cadere due grosse lagrime, ed abbracciò il povero e generoso suo allievo con tutta l'energia dell'affetto. Egli l'avea indovinata, avea giustificato le sue speranze, le sue previsioni; era degno di lei!

Quel bacio, quell'amplesso, quella tenera e viva espansione della bella giovanetta posero al colmo, raddoppiarono la gioja, la felicità dell'orfano fino allora diseredato, e che ora tutt'ad un tratto toccava l'apicedei suoi desiderii. Questa nuova febbre di giubilo che commosse l'anima sua, insueta a tali emozioni, si dipinse negli sguardi, nella fronte, in tutti i lineamenti del viso, sì che in quel momento ei brillò di una bellezza morale, di un'espressione così ineffabile, che sorprese la sua protettrice medesima, avvezza pure a considerarlo attraverso il prisma della sua materna benevolenza. Ah! l'umana natura ha bisogno della felicità per manifestarsi nella sua vera sembianza!

Cosimo taceva guardando la sua giardiniera, quella che l'avea coltivato, con una tale espressione di tenerezza, che tutti gli affetti più dolci di figlio, di fratello, di amante vi apparivano e splendevano insieme.

Fu il punto culminante della sua vita. Vi è nel successivo sviluppo di un fiore un istante brevissimo in cui le sue foglie, i suoi stami, il suo profumo prendono un'armonia di forme, un'intensità di vita ineffabile. Un momento dopo tutta quella grazia, quella freschezza, quella espansione declinano. Quel fiore ha vissuto. Lo stesso avvenne di Cosimo.

Giacinto venne a interrompere questa breve felicità recando alla padroncina una lettera che era stata portata poc'anzi.

Era una lettera, come ognuno facilmente indovina, del conte Alberto.

È facile presupporre che la lettera di Angela non era stata straniera all'accoglienza che Cosimo aveva ottenuto quella mattina. Ma, pur lasciando alla natura il merito principale di quel risultato, il conte non era tale da lasciarsi sfuggire una buona occasione per farsi un merito presso alla desiderata fanciulla. Le scriveva dunque che il foglio che avea trovato rientrando la sera antecedente avea mutate le disposizioni in cui l'aveva lasciato il colloquio avuto col padre di lei. Come non riconoscerper figlio un essere qualunque ch'ella avea risguardato ed amato per tale? Chiedeva dunque il permesso di considerare quel giovanetto come un vincolo comune, come un'arra della sua adesione all'adempimento dei suoi più vivi desiderii. Nella giornata egli si proponeva venire per prendere, d'accordo col signor Lanzoni, le necessarie misure intorno al formale riconoscimento di Cosimo; gradisse intanto l'omaggio che a lei ne faceva, e l'espressione rispettosa de' suoi sentimenti. La lettera era garbata e piena di quella eleganza di forme che l'uso della società sa trovare; pure, in quel momento non poteva che far discendere dal loro cielo quei due cuori poetici. Ella fece ad Angela l'effetto che farebbe su noi una polizza da pagare dopo un breve ed effimero godimento.

Angela parve rassegnarsi alle conseguenze che prevedeva, e cercare negli occhi di Cosimo e nella espressione della sua felicità la ricompensa di un sacrificio che prevedeva inevitabile in un tempo più o meno lontano.

Ma gli occhi di Cosimo dimostravano in quel momento una ben diversa emozione. Un'idea che fino allora non si era formulata nella sua mente, un'idea che le speranze e i timori di quei giorni avevano soffocata nell'animo suo, brillò allora come un lampo sinistro alla sua fantasia. Egli non osò pronunciare una sola parola: ma il mortal pallore che coprì le sue gote, il sudor freddo che bagnò la sua fronte spaventarono la povera Angela che, senza vedere il fondo della cosa, ne intese abbastanza per sentirne ella stessa un brivido involontario per tutte l'ossa.

Tutte queste emozioni così diverse, così straordinarie avrebbero sopraffatto una più forte natura che non era quella di Cosimo. Ei soccombette. Angela, spaventata, dovette richiamare Giacinto che lavorava poco lontano, e tutti e due sorressero Cosimo, e lo condusseronella sua stanza in uno stato di crisi nervosa che durò lungo tempo prima di permettergli l'uso de' sensi. Il signor Lanzoni ne fu avvertito, e informato della visita che avea fatta e delle conseguenze felici che ne aveva ottenute, attribuì quel deliquio alla gioia improvvisa, allo sforzo fatto, alla notte vegliata. Obbligò il giovanetto a coricarsi, a prender riposo, e riporre in calma i suoi spiriti. Permise ad Angela di rimanere presso all'infermo, finchè avesse mostrata disposizione a dormire, e, senza dirlo, mandò a chiamare il dottore.

Non andò molto che Cosimo si assopì, ma non fu già questo quel sonno benefico che ristaura e risana. Fu un nuovo periodo, una nuova fase della crisi che l'avea colto. Angela, che per un momento lo credette addormentato davvero, si dispose sulla punta de' piedi a lasciare la stanza. Ma un gemito sordo e straziante partì dal petto profondo dell'ammalato. — Non partire, non lasciarmi, Angela della mia vita. Pochi momenti mi restano a vivere sotto queste forme disgraziate e già prossime a sciogliersi. Rimani! Tu sola mi potresti comprendere! Tu sola attenuare la pena del mio passaggio a una nuova esistenza.... —

Angela si fermò come fosse sotto l'influenza di un comando magnetico. Si assise accanto al letto di Cosimo senza parlare, e pose la sua mano fresca e lieve sulla fronte di lui secca e ardente per febbre. A poco a poco i lineamenti dell'ammalato si ricomposero in una calma serena. La pelle sotto la mano di Angela si coprì di un dolce madore. Quella specie di catalessi divenne sonno, ma il viso e la bocca continuarono ad atteggiarsi a varia espressione, come uno specchio dinanzi al quale passassero varie e diverse prospettive, ora amene e ridenti, ora selvagge ed ingrate.

Cosimo continuò a parlare come sognando, masenza dirigere il discorso alla sua suora di carità. Ei vedeva certamente nei suoi sogni la bella inglese della quale avea tenuto parola in una delle sue lettere, e parea l'esortasse alla solitudine. — No, Evelina, — diceva — voi non potreste mai esser riamata dell'amore che meritate. Quella macchia originale lo impedirà. Rassegnatevi a passare la fase presente del viver vostro senza le divine consolazioni di un amor corrisposto. Che fa? Se avrete espiato con opere degne il peccato materno, rivivrete presto più bella ed immacolata un nuovo periodo vitale: avrete uno sposo che v'ami, e figli sani e leggiadri ad imagine vostra. Vivere senza amore.... non è vivere.... ma amare senza poter esser riamato è un inferno. Dio vi guardi dalla disperazione!... — Qui ci fu un'altra pausa durante la quale il sonnambulismo di Cosimo s'interruppe, o almeno non si manifestò con modi e con parole sì lucide.

Angela assisteva con un profondo accoramento a queste involontarie rivelazioni di una passione, che in istato di veglia il povero Cosimo non avrebbe mai palesata. Credette che il contatto della sua mano fosse causa di quella specie di allucinazione, e si provò a ritirarla. Ma i lineamenti dell'infermo si contrassero tosto dolorosamente, onde la buona giovanetta non osò insistere, e tornò alla prima attitudine. Da lì a un istante i primi fenomeni di calma si riprodussero, e il sonniloquo rivolse a lei la parola quasi vegliando, ma senza aprir le palpebre, e senza aver coscienza del proprio stato. — Ascoltatemi — disse — ascoltatemi bene. Vi racconterò una storia meravigliosa. Avete voi conosciuto mia madre? La chiamavano nella contrada la bella Teresa. Era guantaja di professione, ma meritava di essere una regina. Tutti quelli che la vedevano n'erano presi d'ammirazione e d'amore. Fra questi.... un giorno.... una domenicala vide il contino. Erano fatti l'uno per l'altra: giovani e belli ambidue. Il conte diceva nel suo cuore: Oh! se tu fossi nata nobile e ricca! La Teresa diceva dal canto suo: Oh! se tu fossi un buono ed onesto operajo! Ebbene: il conte divenne operajo e la sposò. Ma non potè cambiare l'animo suo. L'animo rimase sempre orgoglioso, e si vergognò ben presto di aver potuto amare e sposare una povera guantaja! Egli era tutto pieno di sè, e superbo sopra tutto della propria bellezza. Un giorno che il suo animo era più che mai compreso da un ingiusto disprezzo verso l'umanità.... gli nacque un figliuolo, che fu il figliuolo del suo disprezzo, e lo animò del suo spirito impregnato di questa mala e perversa abitudine. Ne nacque una mala erba, una euforbia velenosa, uno sterpo infecondo nel quale i succhi vitali circolavano a stento, e il germe imbozzacchito non poteva svolgersi nè in fiore nè in frutto. Il conte arrossì dell'opera sua, e si vergognò della donna che senza saperlo gli avea dato mano a compirla.... La donna morì, il figlio morì.... Sì, ve lo giuro, morì! Che poteva egli fare sulla terra? Egli non poteva nè amare, nè essere amato. Le sue labbra non avrebbero mai potuto proferire la parolaamore.... —

Dicendo queste parole gli occhi del povero delirante s'impregnarono di lagrime: nè queste lagrime furono sole. Angela pianse anch'essa silenziosamente, guardando con soave espressione d'amore l'essere straordinario che avea da canto.

Noi non oseremo commentare nè quello sguardo, nè quelle lagrime. La compassione d'un'anima delicata e gentile è così vicina all'amore! Ma se nello stato di tensione magnetica, le anime si comunicano mutuamente i lor sentimenti, Cosimo dovette aver avuto in quel momento, se non la certezza, almeno una consolante speranza d'essere amato. Checchè ne fosse, la posizione diAngela cominciava ad essere imbarazzante. Non ci avea pensato fino a quel punto, ma dopo i singolari vaneggiamenti del giovanetto, il natural pudore della buona fanciulla cominciava a colorar le sue gote e a renderla più perplessa che mai.

Fortunatamente il dottore sopraggiunse, accompagnato dal signor Lanzoni e dal conte Alberto. Cosimo, benchè assopito, se ne accorse, prima ancora che Angela udisse i lor passi sopra le scale. Entrati che furono nella stanza, chiesero ad Angela come avesse riposato l'infermo. — Da oltre un'ora — rispose — è assopito a quel modo. Ma non è un sonno tranquillo. Delira sovente e parla fra sè. —

Il medico lo guardò attentamente, gli sentì la fronte, gli tastò il polso, senza che l'infermo aprisse gli occhi o facesse il più piccolo movimento. Era una vera catalessi. Senza essere soverchiamente credulo alle meraviglie del magnetismo animale, il dottore aveva avuto sovente occasione di esaminarne i fenomeni, e li avea creduti degni di studio coscienzioso e profondo. Era stato informato dal conte Alberto dello stato di esaltazione in cui l'avea posto il colloquio della mattina: e benchè ignorasse i particolari del fatto, non durò fatica a farsi una diagnosi esatta della condizione dell'ammalato. Gli fece respirare dell'etere, e ben presto lo scosse da quel morboso assopimento in cui lo vedeva.

Risentitosi il poveretto girò intorno gli occhi spaventati come colui che fino allora non aveva avuta coscienza di sè, nè del luogo dove giaceva, nè delle persone che avea dattorno. Domandò che ora fosse, e veduto il sole alto, ebbe un'idea di aver dormito e sognato fino dalla sera antecedente. Ma la presenza del conte Alberto lo rassicurò. Gli tese la mano, che quegli strinse affettuosamente nella sua. Ma entrato nella realtàdella vita, sentì più forte il suo male, e i sintomi della febbre cerebrale si mostrarono sì manifesti, che il medico ordinò tosto un'emissione di sangue.

Cosimo si prestò a questo e agli altri trattamenti energici a cui fu sottoposto con una rassegnazione affatto indolente e passiva. Si sarebbe detto, ch'ei fosse già preparato a soccombere al morbo improvviso che l'avea colto.

Abbrevieremo più che si possa questa parte dolorosa del nostro racconto. Che giova insistere sui particolari di un'agonia di cui tutti oggimai possono prevedere lo scioglimento!

Il nostro povero amico rappresenta in se stesso la lotta di quei due principj che continueremo a nominare lo spirito e la materia. Questa misteriosa antinomìa che si manifesta più o meno in tutti gli esseri senzienti, era giunta in lui al massimo grado di tensione e di violenza.

Seguendo a chiamare le cose coi nomi che tutti intendono, la battaglia dell'anima e del corpo era in esso una trista ed ereditaria fatalità. Svolgete in un organismo difettoso e viziato la forza morale: questa, non potendo giugnere a crearsi organi nuovi, o frangerà il suo vaso d'argilla, o imprigionata, suo malgrado, ritorcerà la sua energia sopra se stessa, esagererà il suo principio, e proromperà in delirio e in pazzia.

Se quella fatal lettera non fosse mai caduta nelle mani di Angela, e Cosimo avesse continuato ad ignorar la sua nascita, egli sarebbe rimasto contento nell'umile sua condizione, o forse, a forza d'ingegno, di studio ed'amore, sarebbe giunto a crearsi un'esistenza poetica in cui la stessa singolarità avrebbe avuto le sue gioje e le sue secrete consolazioni.

La sua sventura, quella che fece più duro e fatale il conflitto, fu di trovare nel proprio padre un rivale, un rivale che non potea confessare, e contro cui non poteva e non voleva combattere. Si rassegnò dunque a cedere il luogo, e a morire.

Angela era troppo inesperta della vita, troppo semplice e buona per prevedere le conseguenze di questa lotta. Sentì coll'istinto del cuore di che si trattava, e più volte fu sul punto di dire al povero nano: — Consolati, io t'amo, io sarò quello che tu vorrai, madre, sorella, moglie, amica, la compagna in una parola della tua vita, l'angelo ispiratore de' tuoi pensieri e de' tuoi sentimenti. — Ma l'arrestava il timore che una tale rivelazione avesse a creare nel povero infermo speranze ed affetti impossibili. Suo padre, sua zia avrebbero essi mai consentito a questa unione stravagante e contraria ad ogni convenienza sociale? D'altronde, ella aveva implicitamente offerta la sua mano al conte Alberto, come condizione, come premio al riconoscimento di Cosimo; riconoscimento ch'ella credeva fino allora l'unico desiderio del suo allievo, l'unico bisogno dell'anima sua. La sua malattia, i fenomeni bizzarri che l'accompagnarono, le scoprirono un altro dolore, un altro ostacolo alla felicità di Cosimo, nè a questi sapeva trovare rimedio efficace, nemmeno col sacrificio di tutta se stessa.

Esitò a lungo se dovesse astenersi da ogni espansione affettuosa, o se fosse più utile far conoscere a quello sventurato che il di lei cuore avea indovinata la sua passione, e non era lontano dal corrispondervi. Così passarono i primi giorni senza ch'ella potesse risolversi a nulla, e la malattia, malgrado tutte le cure de' medici,s'aggravò per modo che si disperava oggimai di poter combatterla e vincerla.

Il conte Alberto era assiduo al letto dell'ammalato come un padre verso l'unico e ben amato figliuolo. L'affetto di Angela era stato d'esempio e di stimolo al suo. Essi lo amavano come fosse davvero un frutto del loro amore reciproco. Cosimo accettava con eguali dimostrazioni di gratitudine le cure di entrambi: ma l'occhio di Angela non avea tardato a scoprire una involontaria amarezza nello sguardo e nell'accento di Cosimo, quando il conte accostavasi a lei e le parlava dell'avvenire che li attendeva.

Questa scoperta la determinò ad aprire a Cosimo tutto l'animo suo. Un giorno ch'era sola con lui, e lo vedeva meno abbattuto del solito, gli entrò a parlare del progetto di matrimonio che pareva così sorridere al conte, gli disse che questa unione le pareva accettabile solo perchè avrebbe continuato ad essergli madre, e a prestargli tutte le cure di cui abbisognava il suo stato.

Cosimo sospirò, e non rispose.

— Perchè non rispondi? — soggiunse Angela. — Tu sai bene ch'io mi son consecrata tutta intera alla tua felicità: tu sai bene che il conte Alberto non sarebbe mai divenuto mio sposo, se non a patto di accettarti qual figlio. E se un altro nome, che quel di madre, ti fosse sembrato più desiderabile, il mio cuore non avrebbe avuto alcuna ripulsa, alcuna ripugnanza a dartene un altro. Tu sai, Cosimo, che le anime nostre si sono intese fino dal primo momento, e che nessun desiderio potrebbe sorgere nella tua, che non avesse un'eco nell'anima mia. Io sono perfettamente libera, o Cosimo, e non consentirò ad alcun legame, se non a patto ch'esso possa contribuire alla tua felicità. —

Cosimo fissò i suoi grandi occhi malinconici sopraAngela, aspirò con tutti i sensi queste parole che rivelavano ad un tempo il suo segreto, e realizzavano il più vivo de' suoi desiderii. — Angela, è egli vero ciò che mi dici? Non lusinghi tu forse con queste parole le ultime e assurde aspirazioni di un moribondo? Amarti, sapermi amato da te! . . . . . . . . . Come hai tu saputo indovinare questo secreto, ch'io sarei morto mille volte piuttosto di lasciartelo intravedere?

— Io lo so perchè amo non meno di te . . .

— Ah! taci, taci per carità . . . che nessuno lo sappia, che nessuno lo immagini mai! I miei voti sono soddisfatti, io ho raggiunto il fine della mia vita! . . . È troppo tardi, è troppo tardi! . . . — E qui si abbandonò ad un pianto dirotto che non lasciò più luogo alla voce, ed egli non potè più articolare parola.

Dopo un lungo intervallo, raccogliendo con supremo sforzo i proprj pensieri, e prendendo un tuono grave e solenne: — Angela — soggiunse — tu dài ora l'ultima prova alla nuova dottrina dell'immortalità di cui ti ho scritto e parlato sovente. Io son vicino più che non credi a toccare le soglie di quel mondo sconosciuto che rischiarerà una nuova fase della nostra esistenza. Posto fra il confine d'una vita che mi sfugge, e di un'altra che m'attende, io non posso più dubitare d'una giustizia futura che completerà la presente. La terra è un purgatorio, ove noi scontiamo le colpe passate, e ci affiniamo per meritare un migliore destino. Vi sono vite che compiono armonicamente la loro carriera, quando l'anima e i suoi organi esterni si corrispondono mutuamente. Sono quei germi ben naturati che fioriscono e fruttificano secondo la loro specie crescendo d'anno in anno in forza e in bellezza. Ma ve ne sono altri che, per mancanza d'opportuno alimento, e per cause che l'occhio umano non può discernere, abbozzano e muojono prima di avere il lorocompleto sviluppo. Io sono uno di questi ultimi. L'uomo è un germe che ha la coscienza di se medesimo, che ha un principio libero e attivo di cui deve render conto a se stesso e al supremo ordinatore della natura. Tu hai elevato l'anima mia a tanta nobiltà di sentimenti, di pensieri e d'affetti, che non potevano più svilupparsi negli organi difettosi che ho sortito nascendo. Qualunque sia la legge misteriosa che mi condanna ad una morte immatura, io non me ne lagno e non accuso l'ingiustizia della fortuna. Sento che io non posso morir tutto intero. Una parte di me, la parte migliore, sopravviverà alla presente esistenza, e si creerà un corpo più acconcio ad elevarsi e progredire nell'immensa scala degli esseri umani. Questa fu per me fino ad ora un'ipotesi consolante: ora è divenuta una fede. Il tuo amore mi mancava a persuadermi di quest'alta e universale giustizia: tu me lo accordi.... ebbene! io muoio contento e sicuro di rinascere migliore! —

Non era la prima volta che Angela udiva ragionare di questa palingenesi umana. Ella vi prestava attenzione come ad una graziosa e soave ipotesi, come ad una spiegazione razionale del dogma della vita avvenire. Ma giammai fino allora Cosimo aveva fatta una professione così esplicita della sua fede. Ella la udì col rispetto che si deve alle parole supreme d'un essere amato che sta per trovarsi al cospetto del misterioso avvenire. Si contentò di consigliare a Cosimo di non abbandonarsi più che non convenisse a queste divinazioni dell'infinito che stancano la mente e tolgono al cuore il necessario riposo. Non pensasse ad abbreviare la presente esistenza prima del tempo...

— No, no — riprese Cosimo. — Vedi, io sono oggimai tranquillissimo. Aspetterò senza dolore e senza impazienza la legge del tempo. Dammi quella pozione amarache ho ricusato finora di prendere. Ora non ne sentirò più l'amarezza. Vo' prolungare quanto potrò questa fase della mia vita che tu hai sparso di tanta dolcezza e di tanti conforti! —

Malgrado questa calma apparente, il medico sopravvenuto più tardi trovò cresciuta la febbre, e indebolita la fibra dell'ammalato. Egli non lo diceva ancora, ma era facile leggere ne' suoi sguardi accigliati che poca speranza oggimai più restava di guarigione.

Così passarono ancora parecchi giorni. Cosimo aveva ottenuto di lasciare il letto, e di coricarsi sopra di un seggiolone che faceva collocare dinanzi alla finestra del giardino, per vedere le cime degli alberi e gli uccelli svolazzare di frasca in frasca pieni di quella vita che a lui veniva insensibilmente mancando.

Una sera, mentre il sole tramontava sereno, e colorava dei caldi suoi raggi le bianche e leggiere nuvolette che vagavano sull'orizzonte, Cosimo chiese di vedere il conte Alberto. Egli venne in compagnia del padre di Angela. Prendendo allora la mano di questa che oggimai non l'abbandonava che per brevissimi istanti: — Mia madre — disse — mi vi ha lasciato in eredità. Io non sono stato un tesoro per voi, ma voi siete stata un tesoro inapprezzabile per me. Io me ne vado consolato dalle vostre cure, dal vostro affetto. Ma mi resta ancora a compiere una parte della mia missione su questa terra. — Così dicendo pose la mano di Angela che stringeva in quella del padre suo. — Ecco — egli disse — il testamento del povero Cosimo. Amatevi, e come mi foste madre e padre finora o d'affetto o di sangue, conservate entrambi questo carattere anche dopo la mia partenza. Chi sa? Io rinascerò sulla terra per completare la mia esistenza. Forse rinascerò vostro figlio, e il primo frutto della vostra unione sarà forse una riproduzione della mia vita sottoauspicj e con elementi migliori. Chiamatelo Cosimo in memoria di quello che oggi vi lascia. A rivederci! —

Angela piangeva dirottamente. Il conte Alberto e il signor Lanzoni avevano anch'essi umidi gli occhi di pianto. Le due mani che il moribondo aveva congiunte rimasero strette, ed egli spirò di lì a poco contemplando quell'unione come un pegno delle nuove speranze che la morte vicina facea germinare nell'anima sua!


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