Chapter 14

O mes lettres d'amour, de vertu, de jeunesse,...

O mes lettres d'amour, de vertu, de jeunesse,...

O mes lettres d'amour, de vertu, de jeunesse,...

—Les feuilles d'automne; una primizia, — disse poi continuando a leggere.

— Una primizia affatto. L'ebbi ieri dal libraio. Io non me ne intendo, ma mi pare tra le più belle cose di Vittore Hugo. Ma quel mio benedetto Alberto non ci ha gusto per questa roba: ha sfogliato il libro in fretta e in furia, e poi lo gettò in un canto senza che si capisse se gli sia piaciuto sì o no.

— Ha torto.

— Non è vero? — proruppe vivamente Giulietta — ha grandissimo torto, perchè la poesia, quando è bella, è qualche cosa che tocca l'animo e ci fa più grandi e più buoni. Vedete; io non so stancarmi di leggere quei versi che vi stanno sotto gli occhi, e (mi direte fanciulla) ho frugato nei miei cassetti, ho riveduto i miei vecchi quaderni, e provai quello che prova il poeta....

— Sì, ma egli richiama i suoi diciott'anni, e voi,se è lecito investigare l'età di una donna, gli avete appena sentiti suonare....

— Forse, — rispose Giulietta; — ma in noi la vita è più precoce, e i nostri quattordici anni corrispondono ai vostri diciotto. O le soavi fantasie, o i cari sogni de' miei quattordici anni! Lungo i corridoi del convento, nel giardino, sotto il pergolato, a braccetto d'un'amica o in frotte di cinque o sei seguite a stento dal passo grave e ammonite invano dalla voce nasale d'una monaca gialla e stecchita; che schietta allegria, che ridda irrequieta di speranze, di desiderî, d'affetti! Come si deludeva la disciplina claustrale, come si subiva senza rancore e senza tedio quella sequela interminabile di pratiche religiose che ci erano imposte! La campana del convento veniva ad ogni tratto a interrompere il corso dei nostri pensieri, ma non ne lacerava la tela. Le fantasie accarezzate dall'anima sotto i rami frondosi delle acacie e dei carpini, mentre il vento mormorava, e gli uccellini, cantando, saltavano d'arbusto in arbusto, ci seguivano poscia pei bruni corridoi e sui rustici banchi della chiesa. Nella mezza oscurità delle ampie navate, nel raggio di luce che, scendendo dal finestrone a colori, andava a spezzarsi sul fusto d'una colonna o sugli angoli d'un confessionale, c'era un mondo misterioso ed affascinante che riempiva di sè il nostro spirito, che ci faceva sorridere e piangere quasi tutto ad un tempo. Le labbra mormoravano intanto la solita salmodìa, ma la mente era altrove; il prete cantava Messa, ma noi stavamo più compunte di viso che d'anima. E si sospirava alla cara libertà, e al calar della sera, guardando il muroche ci contendeva tanta parte dell'orizzonte, si gridava tra noi fanciulle: — O non cadrà mai quel maledetto muro, o non potremo mai andare dove ci piace e adoperare a pro di qualche cosa e diqualchedunotutto quello che sentiamo qui dentro? — E chi avrebbe voluto esser Giovanna d'Arco, e chi Santa Teresa, e chi Laura o Beatrice, perchè, di contrabbando, erano entrati in convento Dante e il Petrarca, e, Dio cel perdoni, anche l'Ariosto.... —

Giulietta s'interruppe un'istante, arrossì leggiermente e poi ripigliò: — E si diceva: la bella cosa che dev'essere l'avere un poeta che sia tutto per voi, e vi scriva versi che passeranno all'immortalità; onde dopo tanti secoli il vostro nome confuso col nome di lui ricorra frequente su mille labbra gentili e faccia piangere de' cari occhi malinconici! E come dev'esser bello il morire per esso, lo spirare l'ultimo fiato fra le sue braccia!... oh insomma quante deliziose sciocchezze si dicevano in quel tempo!... —

La giovane, discorrendo, si era accesa singolarmente nel volto, e l'ondeggiare delle bianche trine sul petto mostrava quant'ella fosse agitata.

Ugo non sapeva che rispondere, perplesso dinanzi a questa volubile facilità di parola, ma guardava trasognato la sua interlocutrice che gli appariva sotto una luce affatto nuova.

— E in quell'età — proseguì ella, abbassando la tendina per ripararsi dal sole che cominciava ad entrar nella stanza — in quell'età la penna corre spontanea sulla carta per riprodurvi le idee che vi germinano nella mente, spesso puerili, ma più spesso generose;maligne mai, poichè a me pare che il tempo della malignità principii quando si principia a dubitare di sè. Credere in sè medesimi vuol dire credere anche negli altri.... — Tacque un momento, giocherellò col fiocco della tendina, quindi bisbigliò a mezza voce... — E poi? —

Ugo, sempre più attonito, notò timidamente: — O sareste divenuta scettica così presto? —

Ella scosse il capo con una certa espressione di tedio, e disse: — Che so io?... vorrei vedere l'effetto che produrrebbe ad uno il diventar più piccolo della persona, se mai questo fenomeno fosse possibile. Io tengo per fermo che sarebbe un effetto analogo a quello che si prova nel sentirsi diminuir l'animo e l'ingegno. Ciò accade a me. Sì, sì; non istudiate una galanteria; ciò accade a me con una progressione che mi sgomenta. La mia immaginazione s'è fatta sterile, il mio cuore alberga rancori, sospetti che un giorno non avrebbero potuto allignarvi.

— O Giulietta, — proruppe Ugo, — voi sposina di pochi mesi, voi che avete ottenuto ciò che dev'esser l'ideale di una fanciulla par vostra, unendo la vostra sorte alla sorte d'un uomo degno di voi, avete già di questi scoramenti nell'anima? —

Ella sorrise tristamente, dicendo: — Ma sono scorata appunto perciò, appunto perchè, avendo conseguìto ciò che dovrebbe essere la felicità, mi sento oppressa da una malinconìa nuova e invincibile. Ho unito la mia sorte a quella d'un uomo che avrebbe onorato del suo nome ben altra donna che me. Eppure, che sono io nella sua vita? Ho io saputo prendere il posto dellapiù piccola fra le sue ambizioni?... O miei poveri sogni, come siete svaniti! — E accompagnò la frase con quel gesto della mano e quel movimento delle labbra, con cui suolsi accennare a una cosa che sfuma.

Io vorrei pigliare a quattr'occhi il più virtuoso uomo che vi sia sulla terra, intendiamoci bene, un uomo che abbia vissuto, e che in omaggio a una virtù ideale non abbia soffocato tutte le proprie passioni; vorrei avere sovr'esso una potestà che lo inducesse a nulla celarmi, e vorrei chiedergli quale effetto egli provasse sentendo una donna attraente e leggiadra lagnarsi, in un istante di soave abbandono, della sua esistenza coniugale. Scommetto cento contr'uno ch'egli mi risponderebbe che nella sua prima impressione vi fu un lampo di gioia satanica. Egli l'avrà prontamente repressa, io l'ammetto, e qui sta la differenza tra l'uomo onesto e chi non è tale; ma non avrà potuto far sì che quelle rivelazioni non lusingassero il suo amor proprio, non gli aprissero l'anima a una speranza colpevole. Questa donna che vi mette a parte delle sue sofferenze ha dunque un alto concetto di voi, questa donna che vi parla del vuoto del suo cuore crede dunque che voi potreste riempirlo!... Mia cara amica, Ugo era virtuoso, ma uomo.... Ed ora permettetemi di prendere un'altra tazza di tè. —

La signora Anna si era fatta pensosa: appoggiando il gomito al tavolino sosteneva con una mano il capo, e con l'altra moveva macchinalmente le forbici che le stavano dinanzi.

— E non potreste venire a dirittura alla morale della vostra storia? —

— Oibò, oibò, — rispose il signor Maurizio, aprendo la chiavetta della macchina e chinandosi alquanto a guardar con occhio di compiacenza lo spillo dorato che si precipitava nella tazza. — Protesto contro chi mi volesse togliere la parola. — E continuò: — Ugo era virtuoso, ma uomo, ho detto poco fa. E quello stato cominciava a riuscirgli piuttosto imbarazzante. Inoltre a una certa età vi è una paura che assedia l'uomo: è la paura d'essere ridicolo. Ora, prendetevela col mondo finchè volete, ma non vi è dato negarmi che un giovanotto, il quale si lascia sfuggire il destro d'insinuarsi nell'animo d'una bella donna, passa per ridicolo in faccia alla maggior parte de' proprî simili.

— Povera Giulietta! — egli mormorò dolcemente avvicinandosele alquanto.

Ella lo guardò, e poi gli chiese: — Non sarete mica così se prenderete moglie, voi?

— Se trovassi una Giulietta, no certo. —

La giovane si fece rossa rossa e vi fu un istante di silenzio. Indi balzò subitamente dalla sedia e disse:

— Scendiamo in giardino. Sentite come fa fresco. —

Ugo la precesse officioso nell'andito, aprendo per lei l'uscio a vetri che dava sulla scaletta. Scesero entrambi. Ai due pilastri dell'ultimo gradino erano due vasi di geranî. Giulietta si abbassò con la persona ad odorarne i fiori cosparsi di rugiada: i capelli bruni le svolazzavano sul collo candidissimo, le trine ondeggianti lasciavano indovinare allo sguardo le curve delicate del seno. Una panchina di marmo si trovava all'altro capo del giardino sotto un padiglione d'acacie. Giulietta prese la via più breve per giungervi, attraversoun praticello smaltato di margherite: l'erba era umida, ond'ella raccolse le vesti, e le tenne sollevate alquanto sopra il piede. Si assise sulla panchina e Ugo le fu vicino. Di repente cominciò a soffiare un vento gagliardo, e grandi masse di nubi si videro avanzarsi rapidissime sull'orizzonte. Il sole brillava per un istante in uno squarcio azzurro del firmamento, poi tornava a nascondersi, poi faceva capolino di nuovo, sinchè scomparve del tutto. Gli alberi dondolavano il capo con un gemito sordo, la polvere saliva con un moto turbinoso, le gallinelle sbucando dai cespugli correvano sbigottite a ripararsi nel pollaio. Ugo e Giulietta si affrettarono a tornare in casa: stettero in forse se dovessero prendere un'altra scaletta che metteva allo studio di Alberto, ma questi comparve sulla soglia per assicurare le imposte sbattute e fe' loro segno che lo lasciassero ancora un poco tranquillo. Onde ritornarono dond'erano venuti, con una mano tenendosi uniti, con l'altra facendosi scudo agli occhi contro la polvere. Quand'ebbero salito i pochi gradini che conducevano al gabinettino di Giulietta, si volsero indietro un istante come per guardare l'insieme dello spettacolo.... Io non so se tutti lo provino, ma mi sembra che il trovarsi all'aperto allo scoppiare d'un uragano abbia un fascino indescrivibile.... Si direbbe che la vita fisica si raddoppi. Spirar quell'aria frizzante e piena d'elettricità che v'investe la persona e gli abiti, veder tutte le cose mutar tinte e contorni secondo l'oscurarsi o schiarirsi del cielo, e il rabbonirsi o l'imperversare del vento, essere, insomma, in mezzo a tutta quella commozione della natura, vi fa provare, non so perchè, unsenso d'orgoglio. È un orgoglio irragionevole, lo capisco, perchè in fin dei conti non si compie già un atto di coraggio, ma non sarà la sola cosa, di cui non si possa rendersi ragione a questo mondo.

I due giovani non poterono rimanere a quel modo che pochi secondi. La temperatura s'era fatta più rigida, il cielo più buio, la pioggia sembrava imminente, e anzi aveva principiato a caderne qualche grossa goccia isolata. Si ritirarono di nuovo nello stanzino di Giulietta, e si posero un istante al davanzale della finestra, rapiti in apparenza dalla scena che avevano dinanzi agli occhi, ma in fatto assorti in ben altri pensieri. Pure nemmen lì poterono trattenersi, quantunque negli ultimi lembi dell'orizzonte ricomparisse il sereno, e la pioggia avesse cessato; tanta era ancora la furia del vento.

— Che tempo indemoniato! — disse Giulietta con un accento di vaga inquietudine. E si ritrasse alquanto.

— È vero, — rispose Ugo seguendola. La finestra si chiuse con impeto e poco mancò che le impannate non andassero in frantumi. La rosa che Giulietta aveva intrecciata ai suoi capelli cadde a terra col gambo spezzato. Si chinò a raccoglierla, ma Ugo era stato più pronto di lei e l'aveva ghermita, dicendo: — Lasciatela a me.... — Intanto l'uscio, che fino a quel punto aveva serbato un'assoluta neutralità, si serrò per propria iniziativa con grande furia e fracasso.

Giulietta si scosse impaurita, tanto che il suo compagno credè bene di sorreggerla.

Ella si svincolò, e disse con voce rotta e velata: — O Dio, si soffoca. — Fece alcuni passi verso la portasmarrita, confusa; poi si arrestò ad un tratto e ruppe in un pianto dirotto.

— Giulietta, Giulietta, che avete mai? — sclamò Ugo, correndo a sostenerla.

Fece un debole tentativo per allontanarlo da sè, ma quindi ristette come persona sfiduciata delle proprie forze e si lasciò condurre sul divano.

— Giulietta, Giulietta, perchè piangete? — continuava a chiedere Ugo, piegandosi su di lei e sfiorandole con la bocca i capelli.

Ella sollevò alquanto il viso, egli si abbassò un poco di più: le loro mani s'erano intrecciate, le loro labbra stavano per toccarsi; quand'ecco.... il più virtuoso e impertinente raggio di sole che si sia mai cacciato nei fatti altrui, inondò d'un tratto la stanza.

Una bomba che scoppia in mezzo a un gruppo di soldati non produce un effetto più subitaneo. Quasi nello stesso punto Giulietta ritrasse il viso vergognosa, sgomenta, supplichevole, e Ugo rizzandosi con la persona lasciò andare la mano di lei ch'egli teneva nella sua mano. Molti e molti anni dopo egli mi confidava i pensieri che gli erano passati nell'anima in quell'istante solenne. Vi sono di questi momenti che decidono dell'avvenire, e nei quali le impressioni più disparate si succedono, si accumulano, si combattono nella mente con la rapidità della folgore, lasciandovi un solco che il tempo non potrà scancellare. E benchè la vecchiezza inesorabile lo abbia raggiunto, infiacchendogli le membra, imbiancandogli la chioma, Ugo rivive ancora a quei sentimenti, a quelle impressioni. Egli la vede ancora, la donna bellissima, com'ella erain quel giorno, spaventata, indifesa contro le seduzioni ch'ella infantilmente aveva evocate, la vede ancora con la chioma disordinata, con gli occhi pieni di lagrime, di voluttà, di terrore, con le labbra scolorite, tremanti, che parevano dire: — Se tu non hai pietà di me, io non ho più forza per resistere. — Ugo rammenta ancora la lotta breve, ma terribile ch'egli dovette durare, quando a fronte della sperata ebbrezza dei sensi egli pensò all'ignominia, di cui stava per macchiarsi, sorprendendo la virtù di una soave ed ingenua creatura; al disprezzo eterno ch'egli avrebbe provato di sè medesimo se avesse tradito l'ospitalità di un amico d'infanzia, al lutto che sarebbe piombato per colpa sua in quella casa. Due voci gli parlavano al cuore: l'una gli diceva —osa, — l'altra lo ammoniva —fuggi. — Beato lui che ascoltò la voce più onesta, beato lui che, composto il volto a una dignità dolce a un tempo e severa, potè fisar con ferma pupilla la smarrita giovinetta, e prendendole ambe le mani, sclamare: —Perdonate!— Uscì frettoloso di quella stanza senza più guardar dietro a sè, e sceso nello studio dell'amico suo subì pazientemente la lettura della sua Memoria sulla legislazione mineraria, facendo le viste di approvarla, quantunque avesse ben altro pel capo. Il tempo minaccioso aveva fatto metter da parte la gita ideata, onde Ugo ed Alberto s'intrattennero a lungo di vari argomenti. Non oserei dire che le risposte d'Ugo fossero tutte a proposito, ma l'altro era così dolcemente maravigliato di poter discorrere de' suoi soggetti favoriti, che non s'accorgeva nemmeno delle distrazioni del suo interlocutore. Il fruscìo d'una vestefemminile interruppe quel colloquio, e una vaga e spigliata personcina comparve sulla soglia. Era Giulietta. Ugo impallidì, ma, quand'ebbe posto gli occhi sulla donna leggiadra, vide ch'ella non serbava più traccia del passato turbamento, ch'ella era tornata la semplice e leale Giulietta del tempo addietro. E si propose di non esser da meno di lei. Ella si fece strada in mezzo a quella grande confusione di seggiole, e venne direttamente verso suo marito che, infatuato nella discussione com'era, avrebbe avuto una voglia matta di corrucciarsi, ma fu disarmato dalla bellezza di lei e da un certo che di malinconico che v'era nel suo sorriso.

Giulietta pose una mano sulla spalliera della seggiola, e guardando gli scartafacci pieni di scancellature che stavano in disordine sul tavolino, chiese: — Si potrebbe sapere che cosa hai scritto di bello questa mattina? —

Egli si girò con mezza la persona, e fissando sua moglie con faccia sorridente, le porse l'ultimo foglio che aveva vergato, e le disse: — Guarda.

— Oh, Dio buono! — sclamò Giulietta — chi vuoi che possa capir nulla in mezzo a tutti questi sgorbî?

— E bisogna pur che capiscano, — rispose Alberto, — perchè questo manoscritto, come tu lo vedi, deve andare a Firenze.

— Impossibile, impossibile; ce ne va di mezzo il tuo decoro.

— Carina mia, convien fare di necessità virtù. Sai pure che non ho segretario. —

Giulietta si chinò verso suo marito, e bisbigliò a mezza voce: — E se mi provassi io medesima a copiarequesti tuoi geroglifici? Tu lodavi tanto la mia calligrafia. —

Alberto la guardò trasognato. — È la prima volta che tu mi fai una di queste offerte.

— Perchè è la prima volta che tu mi fai una di queste confidenze.

— Ma parli proprio sul serio?

— Serissimamente. —

Alberto, egoista come tutti gli uomini affaccendati, non se lo fece dire due volte, ma dando anzi una più larga interpretazione alle parole di lei, soggiunse vivamente: — Sei la più cara e gentile sposina del mondo. Dunque sarai proprio il mio segretario?

— Veramente non avevo detto questo, — osservò ella con grazia; — ma, insomma, non voglio dire di no.

— Ah! mio caro Ugo, — proruppe Alberto fuori di sè per la contentezza, — quando tu capiti in casa mia, ogni cosa mi va a seconda. —

Ugo scrollò le spalle un po' infastidito di questo complimento, e la Giulietta si fece di porpora. Ma Alberto, da buon marito, non vi pose mente, e fu per tutto il giorno d'una festività insolita ed esemplare, manifestata in ispecial modo nella disinvoltura, con cui lasciò mettere in canzone da Ugo i suoi difettucci d'erudito. E in Ugo, si vedeva a mille miglia, l'allegria non era mica di schietta lega. Mordace per indole, egli condiva in quella occasione i suoi frizzi con qualche granellino di dispetto. Bisogna scusarlo. Certo egli si era levato con onore da una grande difficoltà, certoegli doveva, per esser imparziale seco medesimo, confortarsi nel plauso della propria coscienza; ma via, siamo sinceri, alla sua età le non son già quelle le vittorie che si accolgono con entusiasmo. A quella guisa che le città non fanno luminare per ricevere un esercito, il quale si sia ritirato spontaneamente da un assedio ingiusto, i giovanotti di venticinque a ventisei anni non menano troppo scalpore d'un'avventura lasciata andare per riguardi di moralità. Malissimo, direte voi, e avrete ragione; ma il mondo è così e non si cambia.

Si accomiatò da Giulietta con una cordialità senza affettazione e con un riserbo senza imbarazzo. Aggiunger parole sarebbe stata una goffaggine, e nè dall'una parte nè dall'altra si fece allusione all'accaduto.

Però Ugo lasciò scorrere parecchi mesi prima di rivedere i suoi amici, per quanto Alberto lo sollecitasse con lettere frequenti, e si maravigliasse del suo strano contegno. Finalmente, non senza peritanza, cedette all'invito. Alberto era sempre lo stesso; espansivo, affettuoso, ma in pari tempo pieno di sè e de' suoi studi e della sua crescente riputazione, e beato di poter lasciare sdrucciolare fuori delle tasche del soprabito o dei calzoni le lettere degli uomini illustri che mantenevano seco una corrispondenza epistolare. Giulietta invece appariva grandemente mutata. Forse ella era meno florida e men bella di prima, ma una calma più soave le si diffondeva sul volto; forse il suo sguardo era meno affascinante, ma più fermo e più sicuro. Si capiva ch'essa non ondeggiava più fra cento immagini vaporose e sfumate, ma mirava invece a una mèta, a uno scopo.

Stava assai di rado nel suo antico salottino e invece soleva trattenersi lunghe ore nello studio di Alberto che oramai aveva bisogno di lei. E quello studio aveva cangiato interamente aspetto. Non v'era più lo spaventevole disordine del tempo addietro, nè le sedie con le gambe all'aria, nè i libri sparsi in confusione sul tavolino come le rovine d'una città devastata, nè la parete tutta piena di macchie d'inchiostro. Un occhio attento, una mano discreta avevano saputo riparare a questi guai, e rimettere i libri nei loro scaffali, e ridar pace e simmetria alle sedie, e regolare i bruschi movimenti della penna di Alberto, che quando si trovava fra le sue dita aveva un fremito nervoso e mandava spruzzi d'inchiostro da tutte le parti. Insomma in quella stanza si sentiva il soffio vivificatore della donna.

E la donna c'era; raccolta, composta, per lo più taciturna, quantunque serena; ella era lì aiutando suo marito senza ostentazione e senza pedanteria, e assegnando a sè una parte femminile e modesta: quella del buon angelo della casa. Il suo ingegno naturalmente perspicacissimo s'era nudrito di nuove cognizioni vivendo in quell'atmosfera di studî; ma ella non lo lasciava parere, e nulla aveva perduto della semplicità d'una volta.

Allorchè il mio amico fu per prender congedo, Alberto gli strinse la mano, e gli disse:-Fra sette mesi ci sarà una persona di più in casa nostra. Ricordati che tu devi esser padrino al neonato.-

Ugo esitò un istante, ma quando s'incontrò nello sguardo tranquillo e sicuro di Giulietta capì che il passatoera svanito per sempre, chequel cattivo quarto d'oranon sarebbe mai ritornato. Se la sua vanità ne fu punta, la sua coscienza ne rimase più tranquilla, e rispose di sì.... Ah! cara Anna, ma se non ci fosse stato quel raggio di sole?... Oh! nel corso della sua vita ormai lunga e volgente al suo termine, se sapeste quante volte l'amico mio si è fatta questa domanda; se sapeste quante volte egli ha benedetto quel raggio di sole che salvò lui dalla colpa e una cara persona dall'onta, che gli permise di guardare l'amico suo senza vergogna e di stringergli la mano senza rimorso! —

La signora Anna, ch'era stata silenziosa ed immobile per alcun tempo, si scosse, e disse con una certa commozione: — Ma al vostro amico non è mai venuto in capo che la virtù di quella donna potesse resistere anche senza l'aiuto d'un raggio di sole? Egli la stima sì poco da voler ascrivere a un caso fortuito s'ella non macchiò il suo onore, s'ella non tradì la sua fede?

— Cara Anna, — rispose il signor Maurizio, — voi avete nella vostra piccola biblioteca un romanzo ch'è tra i più belli che si pubblicassero in questi ultimi anni.Monsieur de Camors. Rileggetevi l'episodio della signora Lescande, buona, vereconda, tenerissima di suo marito, eppur così miseramente caduta. Non sempre la purezza dell'animo e la severità dei principî bastano a salvare la donna, che è tanto meno preparata alla difesa, quanto più è inconsapevole del male. La donna sregolata cerca la colpa, ma s'avvede quand'ella viene; la donna onesta la fugge, ma non riconoscendo nè gli aspetti ch'ella riveste, nè le sorprese ch'ella prepara, la incontratalvolta per via, allorchè stima d'esserne le mille miglia lontana. Date per compagna alla virtù una operosità feconda e contenta di sè, e ne avrete fatto una ròcca inespugnabile.

— Or via — disse la signora Anna con un garbato movimento del capo, e prendendo la mano al suo interlocutore — or via, gettiamo la maschera. Voi avete voluto darmi una lezione rifacendo, un po' a vostro modo, una storia di quarant'anni addietro. La mia memoria è meno felice della vostra, e vi confesso che molti degl'incidenti da voi narrati, o mi sono sfuggiti, o non mi sembrano d'una scrupolosa esattezza. Nondimeno la lezione io me l'era meritata, e ve ne ringrazio. La Giulietta, di cui parlate, può aver avuto un momento di debolezza, ma non ebbe e non avrà mai difficoltà di confessare i propri errori. La Dio mercè, essi non sono di quelli che hanno bisogno d'esser ravvolti d'un pietoso mistero. Ella non si rammentava d'essere stata salvata da un raggio di sole, ma si rammenta bensì che non trovò la pace dell'animo, finchè non diede uno scopo alla propria esistenza, un sicuro indirizzo ai propri pensieri. È vero, Maurizio; sotto la vostra buccia di scettico si nasconde un animo nobile ed elevato, e non è la prima volta ch'io debba far tesoro dei vostri consigli. È vero, i pericoli che minacciavano Giulietta quarant'anni fa, minacciano forse oggi Evelina, e non tutti gli uomini possono aver la lealtà del vostro Ugo....

— Dite piuttosto che non sempre capita un raggio di sole così a proposito.

— Non ischerziamo: lasciatemi creder piuttostoche i due personaggi del vostro racconto avevano entrambi abbastanza virtù da arrestarsi sull'orlo del precipizio....

— Ma di che diamine andate discorrendo da mezz'ora a questa parte? — uscì a dire il professore Everardo, che aveva chiuso in quel punto una sapientissima dissertazione sull'habeas corpusinglese, e che finalmente stava per alzarsi dalla seggiola.

— Oh bella, — rispose sorridendo il signor Maurizio, — si discorreva d'un milione di cose. E si diceva, oltre al resto, che il marito della tua nipote ha un grandissimo torto.

— E quale, di grazia? — soggiunse Everardo avvicinandosi.

— Quello di somigliarti,... di ricordarsi di tutto, fuorchè di avere una moglie.

— Ma io di mia moglie me ne sono ricordato.

— Ah! sì, — soggiunse la signora Anna, — da quando ella si è risoluta a farti da segretario.

— E perchè Evelina non potrebbe far lo stesso con suo marito?

— Lo farà, lo farà; vedrò io medesima di persuaderla. Me ne ha consigliato Maurizio.

— Pare impossibile, — osservò il professore; — Maurizio con quell'affettazione di spensieratezza ha sempre buoni consigli da dare.

— Sicuro, e se fossi stato in tempo di darne uno a te e a tuo nipote, vi avrei dato quello di non prender moglie.

— E perchè?

— Perchè siete bravissime persone, arche di scienza,membri di più Accademie, insigniti di più Ordini, ma non siete nati per fare i mariti. Via, non ti corrucciare, — concluse il signor Maurizio, levandosi da sedere, e mettendo una mano sulla spalla del professore Everardo; — gli uomini grandi vedono troppo da lontano, son presbiti, e invece per esser mariti bisogna veder da vicino, esser miopi.

— L'ho sempre detto anch'io, — osservò con gravità il commendatore Brullo, aspirando una grossa presa di tabacco.

— C'era da scommettere — borbottò il signor Maurizio — che l'aveva detta lui anche questa! —

Il dottor Belgini, imperturbabile come Farinata degli Uberti, disse dopo essersi raschiato in gola: — Del resto, caro professore, io non sono interamente della vostra opinione sul carattere e le origini dell'habeas corpus.... —

La signora Anna guardò alla sfuggita l'orologio e stimò opportuno di chiamare a raccolta: — Signor Belgini, del vostrohabeas corpusparlerete un altro giorno: intanto, se non vi dispiace, venite tutti a bevere una tazza di tè. —

Si avvicinarono al tavolino, e con dottrinale posatezza sorbirono la bibita aromatica preparata dalla padrona di casa.

Nell'uscire, Ugo si fece all'orecchio della signora Anna e con un tuono semiserio le disse: — Ricordatevi del raggio di sole. —

1870.


Back to IndexNext