Cosa bella mortal passa e non dura.
Cosa bella mortal passa e non dura.
Cosa bella mortal passa e non dura.
Il mio collaboratore, imbaldanzito della deferenzamostratagli, mi poneva ogni momento le due zampe anteriori sulle ginocchia. Non era cosa gradevole; pur non me ne dolsi, finchè una volta, avendo per inavvertenza abbassato troppo la mano, l'intelligente animale vi mise sopra le ugne con uno di quei movimenti subitanei e aggraziati, di cui il gatto ha il segreto. Il giovinetto spartano che, avendo rubato una volpe, seppe tenerla nascosta in seno senz'alzare un lamento, abbenchè ella gli dilaniasse le viscere, era un eroe, un eroe ladro, se vuolsi; ma le leggi di Licurgo non guardavano tanto pel sottile, e anzi giudicarono degno di premio l'atto audacissimo. Io sono un galantuomo, nè ruberei una volpe per tutto l'oro del mondo. Ma se giungessi a tale, e la bestia mi cacciasse i denti nelle carni, protesto che la lascerei andare pe' fatti suoi. La graffiatura del gatto mi fece alzar vivamente la mano, e mi strappò di bocca unAhi!I miei vicini di tavola intesero il mio lamento. — Il micio! il micio! — proruppe Romilda in tuono patetico. — Che animalaccio! Via, che lo chiudano nella sbrattacucina. — I coniugi Meravigli balzarono in piedi con doloroso stupore. — E le ha proprio fatto male? Che fatalità! Per amor del cielo, perdoni. Maria, Caterina, via il gatto.... Ma scusi, sa.... Ha bisogno di lavarsi la mano?... Veda, fa sangue. —
In mezzo alla commozione universale destata dalla mia disavventura, il piccolo Toniotto rideva sgangheratamente senza che lo sguardo fulmineo del genitore potesse metter freno alla sua ilarità. Con la condiscendenza propria dei vigliacchi, il signor Alieni per ingraziarsi il suo dirimpettaio faceva anch'egli il bocchino da ridere.Certo in questo incidente egli ravvisava un diversivo a qualche martirio inflittogli dall'enfant terribledella casa. E infatti io mi ero accorto che il degnissimo signor Bartolommeo faceva di tratto in tratto uno di quei movimenti rapidi, convulsi che si fanno, quando si sente la punzecchiatura d'un insetto. Era invece il naso del fabbriciere preso di mira da certe pallottole di mollica di pane preparate accuratamente dall'amabile Toniotto, e slanciate con una precisione che avrebbe fatto di lui un ottimo tiratore di fionda.
La nobil donna signora Prassede Altamura fece udire la sua voce.
— È un bel gatto, — ella disse con l'aria di persona che se ne intende; — ma il più bel gatto, di gran lunga il più bel gatto, un gatto magnifico era quello del defunto conte Gaspare mio fratello, sia pace all'anima sua. Si dice che le bestie non si commuovano, ma io so che il giorno in cui morì mio fratello, l'ultimo maschio degli Altamura, il gatto si cacciò sotto il letto, e non volle prender più cibo, e dopo due giorni seguì il suo padrone. — E a questo punto si passò il rovescio della mano sugli occhi, non si sa se piangendo l'ultimo maschio degli Altamura, o il gatto fedele.
— Era nobile il gatto? — chiese il dottor Trigli.
L'erede dei feudatari si strinse nelle spalle infastidita.
— In fin dei conti — osservò il professor Romoli — anche dagli animali domestici si potrebbe trar partito per l'educazione. Ma — soggiunse toccandosi la fronte con le dita — a che vale che vi siano le idee, se non v'è il mezzo di porle ad effetto? Che cosa fa il Governo,o piuttosto che cos'è il Governo? Per me lo Stato libero non dovrebbe essere che un gran campo sperimentale, sul quale gl'ingegni fossero messi in grado di svolgere i loro concetti. Senza di ciò, quale è il prezzo della libertà? Niente.
— Niente — disse assentendo il farmacista — ossia niente e molto; niente, perchè non rende, molto, perchè costa. E io la tassa della ricchezza mobile non la posso mandar giù.... —
Il professore parve assai poco soddisfatto dell'appoggio datogli dal signor Storni.
— Non è questo, non è questo; — borbottò egli, scrollando le spalle.
— Ecco, — osservò il conciliativo signor Meravigli: — mi pare che vi sia una via di mezzo. Che il Governo abbia torto a non prendere in considerazione uomini del valore del signor Romoli, questo è fuori di dubbio.... —
Un mormorìo adesivo si fece intendere tutto intorno alla tavola.
— Ma che dall'altra parte possa sostenersi che la libertà non giova a nulla, mi sembra esagerato. Non dico per me, che, trattato con ogni deferenza dalle autorità locali, non oserei affermare di aver ricevuto particolari favori dal Governo centrale....
— Se è quello che ho sempre detto, — interruppe il farmacista; — si profondono onori a tutti, e una degna persona come il nostro signor Antonio non deve ancora esser nominato cavaliere....
— Silenzio, Storni, — gridò severamente il signor Meravigli, — non impiccioliamo in questa maniera legrandi questioni. Dato anche, e non concesso, che il Governo mi avesse un po' trascurato, dovrei forse per questo cambiare la mia bandiera politica? In fin dei conti, udo dei primi obblighi del cittadino non è quello di sacrificarsi? Eh, signori, la mia fede è troppo antica.... Esaltato mai, liberale sempre!
— Verissimo, — esclamò lo Storni.
— No, no, caro Storni, non c'è da farsene vanto; ma vi ricordate come spesso, durante il dominio straniero, io esternassi nella vostra farmacia idee sovversive. Il signor Alieni era allora un poco perplesso nello sue opinioni.... —
A sentir pronunciare nuovamente il suo nome, il signor Alieni fece un salto a guisa di pesce gettato ancor vivo nella padella, e rosso come un gambero balbettò in tuono piagnucoloso: — Ma, caro amico,... io perplesso.... non mi fate questo torto.... non vorrei che i signori credessero.... —
Il signor Meravigli aveva intanto smarrito il filo del discorso e non trovava più modo di raccapezzarsi. Onde il professor Romoli prese egli la parola, e sciorinò una lunga perorazione in favore delle istituzioni repubblicane.
— In teoria sono repubblicano anch'io, — disse il signor Meravigli; — e chi non è repubblicano? Ma in pratica, oh! in pratica non sono davvero.
— Ah! io comprendo soltanto le repubbliche di Grecia, — esclamò Romilda, — e per me il mondo non ha fatto che peggiorare d'allora in poi.
— Sommessamente non sono del suo parere, — esclamò il cavaliere Osteolo, tenendo sospesa la forchetta, — perme credo al progresso. Il commercio aumenta, le verità economiche si fanno strada, l'industria....
— Che industria? che verità economiche? che commercio? — urlò come un ossesso il signor Falco. Monopolio, intrigo, contrabbando!...
— Oh! oh! — disse il signor Osteolo.
— Oh! oh! oh! — soggiunse il signor Meravigli.
— L'ho detto e lo confermo in barba ai moderati.
— Bene! — interruppe il signor Romoli.
— La società presente è condannata a perire. I Governi sono ladri, ladri i Ministri, ladri i negozianti più o meno cavalieri.
— Signor Falco! — gridò il cavaliere Osteolo — ha ella voluto offendermi? — E senza lasciar tempo all'altro di aprir bocca, rispose da sè medesimo alla propria inchiesta. — Non lo ha voluto? Tanto meglio. Prendo la questione dall'aspetto generale, e sostengo che la classe dei negozianti è onestissima. — E così dicendo, agitava furiosamente una coscia di pollo arrosto.
— E io sostengo che una rivoluzione sociale è imminente e che laComuneaveva ragione. —
Il signor Meravigli, che voleva far da paciere, si arrestò inorridito dinanzi a questa parola dellaComunee si nascose fra i suoi piatti.
La maggioranza dei commensali disapprova il linguaggio del signor Falco. La signora Prassede si fa il segno della croce e si copre il viso col tovagliuolo; Romilda mi prega di spruzzarle un po' d'acqua sulla fronte, io temo che nasca un precipizio:... ma, come seppi dappoi, il signor Falco è un uomo inoffensivo che vasoggetto periodicamente a queste esplosioni, e che poi si calma da sè.
— Can che abbaia non morde, — mi disse dopo pranzo il dottor Trigli. — Il feroce signor Falco è uncomunistaricco, che in fin dei conti è molto più conservatore di me, e che nelle elezioni amministrative vota coi clericali. —
In mezzo a tutte queste escandescenze demagogiche il pretore nella sua qualità di pubblico funzionario s'era tenuto in un prudente riserbo. — Avrei potuto protestare contro le eresie del signor Falco, — egli mi osservò dopo tavola; — ma sono d'un temperamento tanto focoso che sarei certo diventato un basilisco. E allora si fa peggio. Io devo sempre tenere a mente che quello che dico e che faccio compromette il Governo! —
Quanto al signor Alieni, dopo aver preso la parola, come direbbero,per un fatto personale, egli si era studiosamente astenuto dalla discussione. Il suo pensiero era altrove. Al bombardamento regolare ch'egli sopportava in silenzio dallo sgarbato Toniotto, s'era aggiunta una nuova tribolazione. Fosse malignità della fantesca, o puro caso, fatto si è ch'egli era sempre l'ultimo servito. I suoi occhi seguivano con ansietà melanconica i piatti che andavano in giro, e quando vedeva ritardare il suoturno, la sua fisonomia assumeva l'atteggiamento che deve aver avuto quella del profeta Geremia, mentre contemplava le rovine della cittàgià così piena di popolo.
Il pranzo procedeva verso il suo termine, e secondo il costume diveniva sempre più animato.
Alle frutta si versò lo sciampagna. Era il momento dell'eloquenza.
Il professor Romoli prese la parola per primo e propinò alla salute della famiglia Meravigli, cogliendo la bella opportunità per intercalare nel brindisi l'esordio del suo discorsoSulla rinnovazione intellettuale in Italia. Il signor Osteolo bevette alla prosperità dei commerci aventi a guida il decoro e il bene del paese. — Questo — egli concluse alzando il calice — questo fu sempre il commercio da me amato e praticato, ed i più pingui lucri non avrebbero potuto darmi ugual compiacenza. —
Era ben naturale che il signor Meravigli facesse il suo discorsetto. Narrò come, sempre, contro i suoi meriti, egli fosse stato ben veduto in paese dai cittadini e dalle autorità; come questa benevolenza fosse il maggiore suo conforto, la sua maggiore dolcezza. Soggiunse che, da quando la fortuna aveva voluto largirgli una figliuola del merito di Romilda, egli aveva stimato necessario di aprir la sua casa a tutte le persone cospicue che venivano in X***, e a questo proposito tessè i miei elogî, annunziò ch'io ero quasi suo parente, e continuò per alcuni minuti nella onesta ricerca di un punto fermo, che non gli fu dato trovare.
Liberarsi dal rispondere era impossibile. Ma ho promesso al lettore di non riprodurre il mio brindisi, e non mancherò certo alla data parola. Dirò soltanto che citai tre versi di Dante, uno del Petrarca, e uno giocoso del Guadagnoli, che paragonai il signor Meravigli all'Arabo ospitale che accoglie lo straniero nella sua tenda, che feci un'allusione galante a Romilda e che conclusi col proporre un viva alla salute della città di X***, e de' suoi abitanti.
L'effetto prodotto dalla mia arringa fu inarrivabile; il signor Meravigli corse ad abbracciarmi, Romilda dichiarò che mi avrebbe risposto se la commozione non glielo avesse impedito. Ma i suoi nervi erano così delicati, che tutto li metteva a soqquadro. Il professore Romoli, e il mio vicino, cavaliere Osteolo, mi diedero segni non dubbî del loro alto aggradimento.
Calmatasi questa effervescenza così lusinghiera al mio amor proprio, m'accorsi di qualche curiosa novità. Il capo stazione, che aveva serbato fino allora un contegno singolarmente tranquillo, era soprappreso da una ilarità repentina ch'egli sfogava intercalando parole francesi nei suoi discorsi e chiamando la fantescaMademoiselle. —Eh bien! qu'est-ce que tu as, Marie? Est-ce que tu ne crois pas à mon amour? Je bois à la santé de Mademoiselle Marie, la belle servante de la maison Meravigli!Signori, crederebbero forse ch'io fossi ubriaco,ivre?Ah! s'ingannano,vous vous trompez; non è vero, Maria,ma chatte?—
E nel pronunciare queste frasi egli era in piedi tenendo la domestica per un lembo del vestito, mentre con l'altra mano alzava il calice dello sciampagna e ne versava il contenuto sulla testa della signora Agnese Meravigli, la quale riceveva quest'abluzione come se avesse fatto la cura idropatica.
— Ah! signor Garleni, che cosa le pare? — chiese Romilda, nascondendosi il volto con ambe le mani.
Tentai confortarla, dicendole che è difficilissimo evitare in un pranzo cotal genere d'incidenti.
V'era però un altro spettacolo non meno degno di considerazione. Durante il mio brindisi il giovane Meraviglis'era cacciato sotto la tavola e s'era messo a tirare per le gambe il signor Bartolommeo, che, con l'usata mansuetudine, non faceva lagnanze, ma si contentava di starsene sulla difensiva, tenendosi stretto ai bracciuoli della seggiola. Se io fossi stato il commendatore Pasquale Stanislao Mancini, i cui discorsi cominciano all'alba e finiscono al tramonto, il pover'uomo avrebbe senza dubbio dovuto abbandonare la posizione; ma poichè io mi sono un ben più modesto oratore e la mia arringa non durò che pochi minuti, lo spiritoso ragazzo, accortosi di non poter più contare sulla distrazione dell'adunanza, lasciò la sua preda, e il signor Alieni potè riprendere il periclitante equilibrio con quell'aspetto di compiacenza infinita che la provvida natura fa succedere nell'uomo alle grandi tribolazioni. A ragione il Leopardi cantava:
.... Uscir di penaÈ diletto fra noi.
.... Uscir di penaÈ diletto fra noi.
.... Uscir di pena
È diletto fra noi.
Una delle sentenze, con le quali è costume d'instillare negli animi l'idea della caducità umana, è quella cheogni cosa che ha principio ha termine. Era quindi naturale che anche il banchetto Meravigli finisse.
Romilda, ch'era la vera padrona di casa, diede il segnale d'alzarsi e tutti gli altri le tennero dietro, o, per maggiore esattezza di linguaggio, si provarono a tenerle dietro. Come avviene degli eserciti, che nelle marcie perdono sempre un buon numero di sbandati; così nel passaggio tra il salotto da pranzo e quello in cui si doveva bere il caffè, andò dispersa parte della comitiva. Il pretore e il farmacista appena alzatisi ditavola si abbracciarono senza un perchè al mondo, e rimasero alcuni secondi in questo atteggiamento patetico. Il signor Alieni, grave, obeso, con occhi piccini e col tovagliuolo al collo, mossosi a guisa d'un vascello che leva l'àncora, cercava a passi tardi una poltrona elastica ch'egli sapeva dovervi essere nel corridoio fra le due stanze, e, trovatala, vi si lasciò cadere con tutto il peso della sua persona, e in un attimo si addormentò, russando profondamente. Quanto al capo stazione, egli voleva a tutti i costi aiutare Maria a sparecchiare la tavola, e prendendola ogni momento per la cintura, gridava: —Ah Marie, ma belle!—
Io, sanissimo e di mente e di corpo, come il lettore può credere, porgevo il braccio a Romilda, la quale, fosse effetto del pranzo o d'altro, vi si riposava con un certo abbandono che avrebbe potuto essere voluttuoso; il signor Meravigli accompagnava la nobil donna Prassede Altamura, che diceva come il conte Gaspero suo fratello solesse ripetere costantemente: essere lecito al nobile l'ubriacarsi, non al plebeo; la signora Agnese era per un momento rimasta sola, visto la distrazione del dottor Trigli e le voglie erotiche dell'altro suo vicino, il capo stazione; ma l'officioso signor Osteolo si era fatto un dovere di supplire alla manchevole galanteria dei due cavalieri accompagnandosi alla gentil dama, che gli faceva gli occhietti teneri.
Il caffè è già bevuto, Romilda è seduta sopra una scranna d'onore davanti a un tavolino, su cui sta un bicchier d'acqua, l'adunanza è atteggiata ad una aspettazione piena di rassegnazione, i coniugi Meravigli sono in faccende intorno alla figliuola, il terribile Toniottoè costretto a rimanere nel salotto durante tutta l'accademia, sia per inebriarsi nei parti poetici della sorella, sia per non tormentare i sonni del mansueto signor Alieni. Il pretore e il farmacista si sono sciolti dal loro amplesso e riuniti al grosso della comitiva. Sono però entrambi addossati allo stipite di un uscio e si tengono con le braccia intrecciate come i due Aiaci nell'operaLa belle Hélène. Con le mani nelle tasche del panciotto, il signor Falco siede vicino alla nobil donna Prassede Altamura e fa delle boccaccie, che originariamente erano destinate ad esser sbadigli.
Io ho vicino a me la piccola Eloisa. Ella mi passò dappresso, mentre io prendevo il mio posto dirimpetto a Romilda, e la chiamai per nome.
Parve sorpresa, ma non turbata: si fece rossa, pur non si schermì affatto, e si lasciò prendere per la mano. In verità v'è nel suo portamento qualche cosa di sì composto e aggraziato, che il mio sguardo stanco della caricatura e volgarità dei signori Meravigli e de' loro ospiti non sa staccarsi da quella personcina modesta e vereconda, da quel volto non bellissimo, ma intelligente, e diffuso d'una cara espressione di gentilezza e di bontà malinconica. Eloisa porta il vestito corto come si usa dalle fanciulle, e in fatto ella è tuttora fanciulla; però in quel periodo della fanciullezza che confina con l'adolescenza. I suoi capelli d'un castagno scuro sono lisci e finissimi, e le scendono giù dalla nuca raccolti in due lunghe treccie....
— Eloisa, tirati in là, non dar noia al signor Garleni, — disse Romilda.
— Ma sono io che l'ho pregata di starmi vicino; è un mio gusto.
— Romilda fece una smorfia, come volendo dire: — Un gusto scipito! —
Intanto il signor Meravigli chiudeva la finestra dietro alla poetessa, affinchè il fresco non le facesse male, e la signora Agnese le porgeva un quaderno, rasciugandole col fazzoletto i sudori della fronte, e dicendole:
—Fai a pianino, cara, noninvestirtitroppo. —
Romilda fe' un gesto di languido assentimento, e prese il quaderno.... Ci siamo!... Ma le mancava ancora qualche cosa.
— Toniotto! Eloisa! — ella gridò in tuono imperativo — datemi losgabellinoche è lì in quelcantuccio. —
Prima che i nominati potessero muoversi, l'ordine era stato eseguito dai signori Romoli e Osteolo, slanciatisi sulla preda con nobile gara.
—Disutilacci!— sclamò Romilda rivolgendosi al fratello e alla sorella —Disutilacci!O che non potevate muovervi voi? Come siete tardi! Non si direbbe che ci corre lo stesso sangue nelle vene. —
Eloisa chinò il capo senza rispondere. Si capiva ch'ella era avvezza a queste rampogne e che stimava inutile ogni tentativo di giustificarsi.
Ts! ts! ts! La declamazione ha principio.
Nessuno fiata. Il primo canto è dedicato all'Italia. Come il Leopardi, l'autrice domanda armi:
A me pur date un brando, un moschetto!
A me pur date un brando, un moschetto!
A me pur date un brando, un moschetto!
— Che sentimenti! — disse il pretore che rientrava in sè.
— E che versi! — esclamò il professor Romoli.
Il signor Meravigli in punta di piedi fa il giro della stanza, e viene per di dietro a battermi sulla spalla.
— Che cosa le pare, eh?
— Ah! bellissimo, — rispondo io in sussulto.
Eloisa, che mi stava ritta vicino e ch'io teneva per mano, rivolse i suoi occhi espressivi verso di me, quasi per indagare la sincerità del mio elogio.
Silenzio! Si ricomincia. Dopo la poesia politica, la poesia elegiaca, sentimentale. Vi furonoil mesto salice,la candida luna,l'onda tremula,la pallida vergineeil biondo menestrello.
Alla qual parola, non so per che associazione d'idee, Toniotto diè in uno scoppio di risa così clamoroso che il padre, montato in furore, lo cacciò a forza dalla stanza, consegnandolo a Caterina.
Finalmente udimmo un sonettosulla morte di Cleopatra, tèma pieno di attualità, un altro che voleva essere spiritososul secolo di ferro, e un terzosull'educazione, ch'era ispirato dal discorso del professor Romoli, e commosse siffattamente l'esimio pedagogo da costringerlo a soffiarsi il naso parecchie volte per aprire un varco indiretto alle lagrime.
Terminata la declamazione tra unanimi applausi e grugniti accademici, i coniugi Meravigli abbracciarono la loro figliuola, le rasciugarono nuovamente il sudore e le raccomandarono di star quieta alcuni minuti e di ricomporsi. Indi la signora Agnese chiamò Eloisa e la condusse a dare un bacio alla sorella, dicendole: — Quand'è chetidiverrai simile a Romilda? —
Il signor Antonio, recatosi in traccia di Toniotto, lo rimenò per un orecchio gridandolo indegno di apparteneread una famiglia, nella quale si trovava un essere superiore come Romilda. — Ma pur troppo — egli soggiunse in un accesso di umiltà — sono degno io di tanta figliuola? E n'è degna la mia Agnese? Quand'io me le paragono trovo che a lei sola dovrebbe essere rivolta la benevolenza, di cui tutti mi colmano in questo paese.
— Ah no! — esclamò il farmacista con aria tragica — illustre la figlia, ma non meno illustre il genitore....
— No, Storni, non crescete la mia mortificazione; — interruppe il signor Meravigli con un gesto espressivo.
— Non sono poeta, — confessò candidamente il signor Osteolo, — e le mie preferenze, com'è noto, sono pegli studî economici e pel commercio bene esercitato, ma i versi della signora Romilda vanno al cuore. E il cuore io lo rispetto.... quello prima di tutto. —
Il dottore Trigli si avvicinò alla nobil signora Prassede e le chiese la sua opinione.
— Ah! — rispose ella con singolare modestia — da quando è morto mio fratello il conte Gaspare, io non giudico. Lui sì ch'era un buongustaio! E se non fosse, che, com'egli diceva, un nobile non deve esporsi a esser criticato, io credo ch'egli avrebbe potuto stampare cose.... cose.... —
E lasciò incompiuta la frase, ma si capiva ch'ella intendeva dire:cose molto superiori a quelle che abbiamo sentite testè.
Intanto il sole volgeva al tramonto e dalle duefinestre ch'erano rimaste aperte veniva il dolce refrigerio d'un po' d'aria fresca che invitava ad uscire.
Onde, allorchè il signor Meravigli propose di andare al caffè del viale dove suonava la musica, un raggio di soddisfazione ineffabile si diffuse sul volto della maggioranza degli astanti.
Non di tutti però. Romilda sostenne che eratardinoe che al caffè non vi si trova chegentuccia; che, del resto, dopo che si eracostrettaa declamare i suoi versi, ella aveva tutto il sistema nervoso in agitazione e sentiva il bisogno d'unpocolinodi calma. Il professore Romoli si scusò dicendo che doveva pensare al prossimo numero del suo periodicoLa Rinnovazione intellettuale, e la nobile signora Prassede annunziò la sua intenzione di ritirarsi a casa, non convenendo a lei, zittella, di recarsi ad un caffè ove, pur troppo, il conte Gaspare suo fratello non poteva più accompagnarla, ed ove ella non aveva poi alcuna speranza di iniziare qualche relazione che venisse aun risultato onorevole.
Queste parziali obiezioni non tolsero però che la passeggiata si effettuasse. Romilda venne raccomandata alle cure di Morfeo, nè mi soffermerò a descrivere la cerimonia del commiato ch'io presi da lei; il professore e la signora Prassede se ne andarono pei fatti loro; il signor Alieni rimase a dormire nel corridoio, e il capo stazione, che abbiamo lasciato alle prese con la Maria, aveva finito collo svignarsela per una porta laterale e col correre al suo ufficio, ove non avrebbe tardato a riprendere la sua gravità consueta.
La signora Agnese, salita un momento nella sua stanza, ricomparve indi a poco del tutto trasformata.Ella indossava un vestito di velo di color giallo fino alla cintola e rossosolferinodalla cintola in giù, come quellegranitemetà d'arancio e metà di lamponi che si prendono nei caffè. La sua acconciatura, non meno singolare, consisteva in un cappellino di paglia con due enormi piume dei due colori dell'abito che ondulavano maestosamente come spighe giunte a maturità, e due nastri verdi che le scendevano, svolazzando, giù per la schiena.
— Non ho altra vanità da quella dei cappellini in fuori, — ella mi disse, quand'io le offersi il braccio. — Sarà una debolezza, ma che vuole? Mi pare che ciò che distingue veramente la donna di buon gusto sia l'acconciatura. —
Il viale di platani presentava un aspetto animatissimo; gli ultimi raggi del sole proiettandosi orizzontalmente si rompevano attraverso i rami e le fronde dei begli alberi regolari, e le più vaghe, e fantastiche, e mobili ombre del mondo si disegnavano sul terreno. La gente, quale percorreva in frotta i due sentieri laterali riserbati ai pedoni e coperti di ghiaia minutissima, quale raccolta in capannelli, faceva siepe intorno alla banda. Gli equipaggî non brillavano nè per copia nè per eleganza; però v'era un certo viavai di vetture guidate da Automedonti più o meno esperti che venivano a far mostra della loro destrezza dinanzi al caffè. Ivi era il fiore della cittadinanza, ivi lo sfarzo supremo delletoilettes. La mia qualità di forestiero mi concedeva il diritto d'una escursione critica, e inforcatomi ilpince-nez, mi posi a girar tra le sedie e i tavolini col dottor Trigli per Mentore. Non mi farò aripetere le maldicenze di questo personaggio, il quale conosceva tutti ed era conosciuto da tutti. Solo mi colpì la descrizione ch'egli mi fece d'una coppia che sedeva in disparte e aveva nella fisonomia un misto di boria e di noia. Erano marito e moglie, giovani entrambi, vestiti con una ricercatezza che rivelava l'opulenza, ma faceva a' pugni col buon gusto, e preoccupati soprattutto di parerchiques. Si trovavano a X*** da poco, mi disse il Trigli, ed era la quarta città, in cui avessero fermato il loro soggiorno nel corso d'un anno, non avendone per anco trovata alcuna, nella quale potessero godere in pace i titoli ambiti di conte e contessa. Conte e contessa! Non erano davvero, ma si rodevano di rabbia perchè tali fossero certi loro cugini, e appunto perciò avevano abbandonato il loro paese e si trascinavano di luogo in luogo, sperando che troverebbero un sito, in cui esser creduti sulla parola. Pur sembrava una fatalità. Nè lo scrivere i dolci titoli sui biglietti da visita, nè il cinguettare francese tra loro, nè il sedere in un angolo appartato del caffè per non contaminarsi con la plebe, nè l'aggiungere alla stupidità e svenevolezza propria la svenevolezza e stupidità dellahaute, era bastato a far loro conseguire l'intento. Dappertutto si scopriva l'inganno, e i poveri patrizî infierirestavano corbellati. L'aristocrazia non li voleva per un conto, la borghesia non li voleva per l'altro, ed essi rifacevano i loro bagagli e cercavano spiagge più propizie e ospitali. Singolare pellegrinaggio, che dovrà esser tenuto in gran conto da qualche filosofo venturo, il quale studii il tèma della trasmigrazione dei popoli.
Mentre il Trigli rispondeva a due signore che lo chiamavano a nome, e, secondo tutte le apparenze, lo interrogavano sull'esser mio, la mia attenzione fu attirata da un'altra parte. Annunziata dall'argentino tintinnìo dei sonagli, usciva di mezzo alla folla, saltellando allegramente, una capretta di pelo folto e lunghissimo color caffè, seguìta da un contadino, vecchio d'anni, ma d'una vecchiezza rubizza ed alacre, come poteva vedersi dall'occhio vivo e dal passo agile e svelto. Egli portava una giubba verde-mare, le brache di ruvida tela bigia chiuse al ginocchio, le calze turchine attillate in guisa da lasciare scorgere due polpacci assai sodi e massicci, le scarpe con fibbie d'ottone, e in testa un cappello di paglia a larghe falde, sotto cui spuntavano alcune ciocche di capelli bianchi. Nella mano teneva una bacchetta sottile destinata a spingere o a guidare la sua bestia; ma poichè il docile animale non aveva bisogno nè di eccitamento nè di freno, egli se ne serviva piuttosto per galanterìa, come idandiesdelle città si servono della loro mazza col pomo dorato. La Eloisa, che sedeva al caffè, si levò d'un balzo, e, apertosi un passaggio fra la gente, raggiunse la bestiuola ed il suo guardiano che parevano entrambi conoscerla. Vidi ch'ella palpava il collo alla capretta, la quale alla sua volta torceva il muso e cacciava fuori la lingua per lambirle la mano, senza però che quest'incontro l'arrestasse punto sul suo cammino. Era invece Eloisa che si era accompagnata alla piccola comitiva. Procedettero tutti e tre in mezzo alla strada per alcun tratto; indi, ormai oltrepassata la folla, si posero per uno dei due sentieri laterali. Lasignora Agnese, infatuata a discorrere con due o tre donne, non aveva posto mente al subito involarsi della figliuola; il signor Antonio, dal canto suo, era occupato a tener desti il pretore ed il farmacista, i quali ad ogni tratto lasciavano cadere la testa pesante dal sonno. Mi prese vaghezza di seguir la simpatica fuggitiva, e studiai il passo per avvicinarmele. E, invero, s'io non mi fossi affrettato, l'avrei perduta di vista, chè, indi a poco, ella ed i suoi compagni presero un viottolo chiuso fra due siepi. Fu colà appunto ch'io la raggiunsi. Ella sentì che alcuno camminava dietro di lei, e si voltò. Come mi scorse, si tinse di porpora e parve visibilmente confusa. Il contadino e la capretta si fermarono anch'essi un istante, e il vecchio si levò il cappello di testa.
— Eloisa, — io le chiesi, — ove vai? — (Potrei esserle padre, onde non v'è nulla di sconveniente nella formula confidenziale deltu.)
Abbassò gli occhi a terra, ma non certo come fa chi deve confessare una colpa. Indi balbettò con un forzato sorriso:
— Vado qui vicino, dalla Brigida.
— O chi è la Brigida? — soggiunsi, ponendomele a fianco e camminando con lei.
— Una povera donna che sta lì. — E segnò col dito una capannuccia nell'interno dei campi.
— Mi lasci venir teco?
— Venga, — disse; ma poi un po' dubbiosa: — Conosce la Brigida?
— Io, no; ma posso conoscerla ora.
— Poverina! è malata, — sospirò la fanciulla,e una lagrima le scorse lenta lenta giù per la guancia.
Passammo sopra un tronco d'albero tagliato a mezzo e gettato a guisa di ponticello attraverso un fosso, e la fronte malinconica di Eloisa si spianò alquanto vedendo ch'io mostravo sì poco coraggio in quel tragitto.
— Si fa così, — ella esclamò ridendo, e fu in due salti alla parte opposta.
Appena lo squillo argentino dei sonagli giunse alla casupola, ch'era la mèta del nostro pellegrinaggio, un bambino che giocherellava sulla soglia ci corse incontro tutto ilare e frettoloso, mi guardò un po' infastidito, ma senza mettersi in soggezione, si lasciò sollevare per di sotto le ascelle dalla Eloisa, che gli stampò un bacio in fronte, poi, svincolatosi, fece mille feste alla capretta. Poteva avere cinque o sei anni al più, ed era, nella negligenza del vestito e dell'acconciatura, bellissimo. Indossava pochi stracci che gli lasciavano scoperta parte delle membra, camminava scalzo, e vispo così che pareva avesse le ali. Anche i cenci acquistavano vaghezza sulla sua personcina.
— E come sta la mamma, Gigi?
— Meglio, — egli rispose con quella beata spensieratezza della sua età, nella quale si dicemeglio, perchè non si può intenderepeggio.
Eloisa scrollò il capo, e continuò:
— Ci fu il dottore a vederla?
— Sì, stamane. —
E il bimbo ricominciò a saltellare intorno alla capretta, finchè fummo entro un piccolo campicello incolto,chiuso da canne, ove sorgeva la capanna della Brigida. Un porcellino girava su e giù col muso a terra, come persona inquieta. La porta era aperta, e la luce, omai scarsa, del crepuscolo entrava per quella nell'unica stanza che serviva da camera da letto, da cucina, e da tutto. Gli occhi discernevano a stento da una parte un focolare, dall'altra qualche cosa che somigliava ad un letto.
Si fece udire una voce debole e velata.
— È lei, padroncina?
— Son io, Brigida, come va?
— Al solito, padroncina, al solito. —
E, com'io stavo sulla soglia, ed ella vide certo una figura sconosciuta disegnarsi nel vano della porta, chiese faticosamente:
— C'è qualcuno con lei?
— Un amico del babbo.
— Oh Vergine Santa! — sclamò la Brigida — e nessuno gli dà una sedia, e in questa camera, con questo disordine....
— Non vi affannate, buona donna, — dissi io avvicinandomi, — ho accompagnato Eloisa; ma non voglio cerimonie.
— Ah! solo ch'io potessi alzarmi qualche ora al giorno, cercherei di mettere un po' in assetto la stanza.... Mi fa una pena a veder tutto sossopra.... Ma la padroncina lo sa.... non ho che l'Orsola, la quale mi fa la carità di passar la notte meco perchè non resti sola. —
E qui fu assalita da una tosse cupa, profonda, che faceva male a sentirla.
Il contadino intanto aveva condotto la capretta fin presso al letto, e le aveva munto dalle poppe una gran tazza di latte, che Eloisa gli prese di mano e volle dare ella stessa all'inferma, non senza aver prima acceso un lumicino posto sopra una scansìa che sovrastava al letto.
— Dio buono, — bisbigliò la Brigida, — vuol disturbarsi lei? —
E, ansando, si pose a sedere reggendosi sopra uno dei gomiti, mentre con la mano che aveva libera, aiutata dalla Eloisa, portava il bicchiere alla bocca.
Povera donna! Com'era scarna, com'erano affilate quelle sue dita, e che rossore di cattivo augurio sulle sue guance! Del resto era giovane e forse non sarà stata brutta; ma ormai su quel giaciglio, con quei capelli scomposti, con quelle pupille già vitree, con quel breve respiro, non destava che un senso d'infinita pietà.
Ella beveva a sorsi, affannosamente, e, ad ogni sorso, se Eloisa non l'avesse sostenuta, avrebbe certo lasciato cadere la testa sul guanciale, tanto le si vedeva dipinta la stanchezza sul viso. La capretta era lì immobile davanti al letto, col muso all'insù, cogli occhi fisi nella malata, da far parere ch'ella medesima ne avesse compassione. Gigi, sollevando una delle sue gambine, si provava a mettersi a cavallo della buona bestia, che lasciava fare; ma Giuseppe (era il nome del contadino):
— Bada — gridò — che tu non me la schiacci, — e lo fece smettere.
E la madre dal suo letto ammoniva: — Gigi, Gigi, sii tranquillo.... —
Indi rompeva in uno scoppio di pianto. — Povera creatura! povera creatura!...
— Via, Brigida, fàtti animo, — disse amorevolmente Eloisa.
Ma l'altra non tralasciava di piangere e soggiungea singhiozzando:
— O.... se non fosse per lui.... me ne importerebbe assai a me di morire!... Già.... per quello che ho goduto quaggiù.... che altro posso desiderare che un po' di pace?... Ma è lui.... è lui.... povero bambino.... lui.... che resta solo nel mondo.
— Domani lo volete il latte, Brigida? — chiese Giuseppe, appena la si fu un po' calmata.
— Domani! — ella rispose — oh! no.
— E perchè? — domandò Eloisa.
— Ah! padroncina.... — e le mormorò qualche cosa all'orecchio.
Credetti indovinare, e chiamai la fanciulla.
— Eloisa, — le dissi, porgendole una moneta d'oro, — per tutto quello che avete di più caro al mondo, fategliela accettare, e che quella povera donna abbia almeno il refrigerio della sua solita tazza di latte. —
Si fece raggiante in viso, e (non esagero) parve che volesse saltarmi al collo, ma si ricompose, e posta una mano sulla spalla di Giuseppe:
— Va, va pure.... ma torna domani, sai?... Sì, Brigida.... L'amico del babbo ha accomodato tutto.... —
E, fattale luccicare davanti la moneta, la ravvolse accuratamente in una cartolina e gliela pose sotto il guanciale, ch'era il luogo più sicuro ov'ella potessetenerla, mentre la malata si profondeva in ringraziamenti, che è superfluo ripetere.
— Oh! signore, — soggiunse la poveretta, — se sapesse che cosa io debbo a quest'angelo qui... — E additava la Eloisa.... — E Dio mi darà la grazia che quand'io abbia raggiunto il mio uomo, ch'è in Paradiso da due anni, la pensi lei a far sì che il mio Gigi non abbia da morire di fame, nè diventi, chè sarebbe ancor peggio, un ragazzo scostumato....
— Ma, Brigida, — interruppe Eloisa, — perchè disperare?
— E vuol ch'io speri ancora dopo tre mesi che ho la febbre ogni giorno, e son ridotta a segno di non potermi quasi più muover nemmeno nel letto? Ho sperato, sa? ho sperato un pezzo, e quando mi dicevano che la primavera mi avrebbe ristorato le forze, l'ho creduto, e quando mi dicevano che il sole mi avrebbe corretto il sangue, sono stata con le mie prime febbriciattole addosso, seduta lì sulla porta, col mio lavoro in mano e con questa benedetta creatura vicino, che avrebbe voluto ch'io giocassi e corressi con lui per i campi.... E mi ricordavo di que' bei tempi, in cui accompagnavo lei a spasso, e avevo anch'io l'ali ai piedi per seguirla, e non c'era dubbio di stancarsi, o tutt'al più, se la si stancava lei, io me la prendevo bravamente sulle spalle e la riconducevo a casa come un fagotto.... Già ci sgridavano talvolta tutte e due; ma in fin dei conti non si era fatto nulla di male, e si pigliavano le lavate di capo senza troppo scomporsi.... Ma! così tornassero quegli anni!.... —
E qui, non potendone più, si coperse il viso col lenzuolo, e pianse nascostamente.
Il bimbo, che fino a quel punto non aveva posto mente alle lagrime materne e pareva dimentico della tragedia che gli si svolgeva dinanzi, colpito da non saprei quale divinazione, allorchè vide la sua genitrice cacciare il capo sotto la coltre, e starsene lì quieta, tutta celata allo sguardo, ci fissò gli occhi in volto con una dolorosa inquietudine, poi si slanciò sulla sponda del letto e si mise a strillare disperatamente:
— Mamma! mamma! —
E quand'ella a quelle grida tirò fuori la testa, egli le gettò le braccia al collo, piangendo a calde lagrime e un po' guardando lei, un po' guardando dalla nostra parte con una cotale espressione mista di dolor disperato e di sfida, quasi ci volesse dire: — Oh! chi potrà portarmela via? —
L'inferma, alla sua volta, con una forza, di cui la non si sarebbe detta capace, s'era voltata sul fianco e ravvolgeva le mani nei bruni e ricciuti capelli del suo bambino, divorandolo cogli occhi e tenendosi immobile, con le labbra serrate, con atteggiamento di statua, se non le fosse apparsa la vita nell'ansare del petto e nel fuoco delle pupille.
Li quietammo entrambi, la Brigida con buone parole, il bambino col promettergli un vestitino nuovo che Eloisa stava lavorando di nascosto per lui, e col fargli veder sua madre che, poveretta! s'era forzata a sorridere. E così, perchè omai s'era fatto buio, uscimmo di là coll'anima straziata da quella scena. A pochi passi ci scontrammo con una vecchierella (eral'Orsola) che veniva, secondo il costume, a tener compagnia alla malata.
— Andate, andate, Orsola, chè la v'aspetta, — disse Eloisa.
— Oh! signorina, è lei? — rispose l'altra. — Vado, vado; ma ho paura che ci sia più bisogno di prete che di altro.... Mi si strappa il cuore pensando al povero Gigi.... Basta; il Signore provvederà.... —
E si allontanò.
Già tremolavano le prime stelle nel firmamento, le lucciolette cominciavano a scintillare lungo le siepi e l'aria era piena dei suoni e delle fragranze, di cui è dispensiera la notte.
— E ti sgrideranno, Eloisa, perchè hai fatto così tardi?
— Forse, — fu la sua risposta.
E senz'aggiunger parola si mise a studiare il passo, camminando a testa china, come assorta ne' suoi pensieri.
Eravamo già entrati nel viale e si vedeva benissimo il caffè coi lumi accesi, tuttavia gremito di gente.
— Senti, Eloisa, — io le dissi, — se accadrà sventura alla povera Brigida, trova modo di farmelo sapere, e vedrò di aiutarti circa al bambino.
— Dice davvero? — sclamò la fanciulla, levando verso di me i suoi begli occhi, entro i quali brillavano due lagrimette.
— E puoi credere ch'io scherzi su questa cosa?
— Ma allora — proruppe ella con una cara ingenuità — è stata una gran bella combinazione la nostra visita, e seppur mi sgrideranno ci vorrà pazienza.
— Oh, eccoli qui! — gridò il signor Meravigli, che s'era mosso dal caffè appena ci aveva visti da lungi. — Ma, caro cavaliere, dove s'è lasciato condurre da questa bimba senza giudizio? Mi figuro già che sarai andata dalla tua Brigida, quella smorfiosa, che per un fil di febbre si è incaponita di dover morire....
— Oh, babbo! la sta proprio male!...
— Male! male! La si era avvezza a far la signora in casa nostra, ecco il guaio. Ma, in verità, tu non avevi miglior trattenimento da offrire al signor cavaliere? E io che contavo presentarlo a tutte queste signore, che sarebbero andate a gara di fare la sua conoscenza.
— Eloisa! Eloisa! — chiamò alla sua volta la signora Agnese. — Brava! bravissima! Non lo sapevi che a quest'ora devi leggere ilsfoglioa Romilda? Non hai proprio cuore. Tua sorella è sola, e tu vai a zonzo. Ah! io non sarei indulgente come tuo padre. —
Stimo inutile dilungarmi a riferire la mia eloquente perorazione in favore dell'imputata, a cui si accordò grazia mercè mia, non senza dichiarare che nel perdonar con tanta facilità c'era un po' di mancanza di riguardi verso Romilda.
Ma, grazie al cielo, l'ora della corsa era prossima e io dovevo prender congedo dai miei ospiti. L'ufficioso Meravigli dichiarò naturalmente che mi avrebbe accompagnato alla stazione, ove aveva già fatto portare dal servo il mio meschino bagaglio. Quanto alla signora Agnese, ella doveva tornarsene a casa con Eloisa e Toniotto, il quale era entrato nel caffè con grandesgomento dei camerieri; ma, contro al solito, invece di fare insolenze s'era disteso sopra un sofà di paglia e dormiva di profondissimo sonno.
— Albenedi rivederla — mi disse la signora Agnese, porgendomi la mano col solito garbo — e graziedel vantaggio della sua conoscenza.
— Ehi, Storni, — urlò il signor Meravigli, scuotendo il povero farmacista addormentato, nel modo in cui si scuoterebbe un mulo, — non vedete che il cavaliere parte? non venite alla stazione? —
Il degno uomo sbadigliò un lunghissimoAhe stirò ambe le braccia.
— I miei rispetti, signor cavaliere, — borbottò quindi con voce mal sicura, e guardandosi intorno con occhi imbambolati, — i miei rispetti.... Ah! se ne va?... Buon viaggio e felice ritorno.... Già chi vive s'incontra.... Alla stazione.... se ci verrei.... altro! ma bisogna che vada alConiglio....Oh! oh! oh! — E in tre colpi con grande sforzo fu in piedi, e se ne andò traballando e ripetendo: — Felicissima notte. —
Il dottor Trigli e il pretore avevano dovuto allontanarsi. Il signor Osteolo col suoaplombconsueto volle anch'egli essermi a fianco fin ch'io partissi.
— Le manderò, se non le dispiace, alcune idee, che ho gettato in carta alla buona, sopra le riforme delle dogane. Sono i miei studî prediletti.... Quando posso staccarmi un po' dagli affari, è per me una distrazione l'occuparmi di cose economiche. Eh! se non ci fosse di mezzo l'interesse del paese, stralcerei la mia casa, e, secondo le mie deboli forze, vedrei anch'io di aggiungere la mia pietruzza all'edifizio, a cuiloro scienziati lavorano.... Ma il decoro del commercio è per me una gran cosa; non so che dire, son fatto così.
— In coscienza, cavaliere, non le pare che l'uomo, il quale sposerà la mia Romilda, potrà chiamarsi felice? — mi disse con tuono indagatore il signor Meravigli.
— Beato, — io risposi, tanto per finirla con una parola breve.
— L'essenziale starà nel trovare la persona adatta. Sarà difficile....
— Difficilissimo, — ripetei macchinalmente.
— Perchè, veda, — continuò l'altro, passando il suo braccio sotto il mio e gestendo con la mano che gli restava disponibile: — in primo luogo ci vuole una persona istrutta, assai istrutta, istruttissima; ciò è fuor di questione. Come potrebbe vivere la Romilda con uno zotico, con un ignorante? In secondo luogo è necessaria una persona agiata. La mia figliuola, con quel talento che ha, deve forse far da cucina e attendere alle bisogne casalinghe? Nemmeno per idea. In quanto all'età sarei meno esigente.... Romilda non ha simpatia pei giovinotti di primo pelo. È vero ch'ella ha diciannove anni soltanto, ma anche se il marito ne avesse sedici o diciassette più di lei....
— Ah! è troppo, — interruppi.
— Non è troppo, mi creda, quando la persona sia ben conservata.... — E, nel pronunziare queste parole, il signor Meravigli mi guardava con quell'atto amorevole, con cui una buona massaia guarda un bel tacchino posto in mostra dal pollaiuolo.
Che idea!... Siamo alla stazione, sento un campanello, mi svincolo in gran fretta dal braccio del mio compagno che mi grida dietro non so che cosa, e mi slancio allo sportello del bigliettinaio.
— Un biglietto per ***.
— Lo vuole per questo treno? Se aspetta un quarto d'ora c'è ildiretto.
— No, devo partire con questo.
— Badi che l'altro arriva prima a ***.
— Non importa, vi dico, voglio partire subito. —
L'impiegato mi dà il biglietto borbottando: — Uhm! per poche lire! —
Non mi curo dell'insinuazione, lietissimo di potermela finalmente svignare.
— Ma, caro cavaliere, — gridano in coro i signori Meravigli ed Osteolo che mi avevano raggiunto, — c'è un equivoco. Questo che parte non è il trenodiretto, ma il trenoomnibus.
— Lo so, — risposi, — ma mi piacciono i treniomnibus.
— Oh diavolo! — osservarono con qualche sorpresa i due signori.
— Mi duole — rispose il signor Meravigli — perchè avrei voluto terminarle il mio discorso. —
Intanto s'intese la parola sacramentalePartenza.
— Duole anche a me, — dissi in fretta, porgendo la guancia ai baci del signor Meravigli e del signor Osteolo; — ma ci rivedremo senza dubbio.
— Bravo; questo è parlar bene.... Solamente desidererei sapere una cosa. Che pensa ella in massima del matrimonio?
— Ah! — risposi accomiatandomi — applico a mio modo un noto proverbio arabo e dico: Il matrimonio è di argento, e il celibato d'oro.
— Eppure io la convincerei.... —
Non intesi altro, perchè ero già salito in un vagone.
— Signor cavaliere! signor cavaliere! — gridò una voce di fuori, quand'io avevo già preso il mio posto fra un ecclesiastico e una donna di colossali dimensioni.
Chiesi licenza e mi affacciai alla finestra. Era il capo stazione che aveva riacquistata la padronanza di sè medesimo, e non parlava più in francese.
— Mi permetta in primo luogo ch'io la saluti, — egli disse, — poi che le consegni il suo sacco da viaggio e il suo ombrello ch'ella aveva dimenticato, e lasci per ultimo ch'io le dia da parte del professore Romoli questo piego. Buon viaggio, perchè il convoglio si muove. —
Sul piego c'era incollato un biglietto di visita con la seguente leggenda: «Il professore Augusto Romolisi permette di accompagnare al signor cavaliere Fausto Guarleni cinquanta esemplari del suo discorsoSulla rinnovazione intellettuale in Italia, pregandolo di volerli dispensare alle persone che crederà più opportune. Con molte scuse e ringraziamenti.»
Seccatore! Sedetti di nuovo, e presi sonno. E, dormendo, la mia fantasia mi ricondusse al tugurio di Brigida, al suo bambino, e alla buona Eloisa.
Sono ormai scorsi quattro mesi, e confesso ch'io m'ero quasi dimenticato di questa mia gita. Ma ierserami capitò una letterina col bollo di X***. Era scritta con molta concisione e con bella calligrafia, e suonava così: