RIMEMBRANZE DEL CADORE.

RIMEMBRANZE DEL CADORE.

Una riga d'esordio. — La città di Vittorio. — Un panegirico dell'acqua. — Due laghi. — Longarone e la Punta. — L'edificio di seghe del Wiel. — Il bacino della Piave. — Codissago e le zattere. — Castello e gli scalpellini. — Fine della sinfonia e principio dell'opera.

Conosci tu il paese dove fioriscono i cedri, e i belli aranci d'oro splendono sotto il frascato?È questo il grido che il Goethe pose sulle labbra della suaMignon, e che fa tuttavia balzar di desiderio i buoni Tedeschi sospiranti affannosamente tra le nordiche brume al cielo sereno e al clima primaverile della nostra Italia, prediletta figlia del sole.

Ma noi che i cedri li sappiamo a memoria, e i belli aranci d'oro li sentiamo gridar per le vie a pochi centesimi l'uno, ci prenderemmo volentieri lo svago di seguire un'altraMignonche ci dicesse:Conosci tu la terra degli abeti e dei larici, la terra ove lo scrosciar del torrente si confonde collo strido dell'aquila?Ebbene, o lettore, senza che tu esca d'Italia, tu puoi soddisfare questa curiosità del tuo spirito. Io non sono certo unaMignon; pur mi ti offro a compagno, e t'invitoa venir meco in Cadore. Che tu abiti in riva alle lagune o sui margini del Bacchiglione e del Brenta, che tu sii avvezzo a contemplare il tramonto del sole dalla baia incantata di Napoli o dai colli di San Miniato e di Fiesole; credilo a me, due o tre giorni in Cadore ti lasceranno una gradita impressione.

Diamoci la posta in Conegliano, piccola, ma ridente città edificata sul pendìo d'un poggio. La si direbbe mollemente seduta a bearsi dei raggi del sole che la cingono di tepore e di luce. Io potrei parlarti del suo Castello e del Castello Collalto, e delle leggende di spettri che vi si uniscono, e dei ricordi di Gaspara Stampa e del suo amante infedele. Ma il tempo è prezioso, e tiriamo innanzi.

A Conegliano bisogna abbandonare la strada ferrata che si dirige verso il Friuli, e prendere la postale di Belluno. Una buona carrozza ti conduce in un'ora a Ceneda, che ormai s'è congiunta con la vicina Serravalle e forma, insieme con questa, la città di Vittorio. Ceneda e Serravalle erano divise da ire antiche ed irreconciliabili, e il non aver mai visitato il paese rivale era un titolo di patriottismo per molti fra gli abitanti di ciascuna delle due ville. Le cagioni di questi grandi sdegni io non le so, e a chi legge probabilmente non importa saperle, ond'io posso astenermi dal visitare gli archivi, e dal consultare gli eruditi del luogo; tanto più che con eroico proposito le due borgate pensarono di seppellire i loro rancori in un felice connubio, e rinunziarono al proprio nome per prenderne uno comune —Vittorio. — Che Vittorio sia per diventare laWashingtondell'Italia? Non oserei fare pronostici.Sinora l'è una città lunga lunga, la quale ti dà l'immagine di una biscia tagliata a mezzo e congiunta nelle sue parti da alcuni sottili filamenti. E invero il non breve tratto di via che correva fra Ceneda e Serravalle è pressochè deserto d'abitazioni, se non fossero due edifizî che rendono testimonianza della unione, e sono l'Ufficio postale ed il Municipio. Com'è naturale, per non far torto a nessuna delle due frazioni, questi due edifizî pubblici sorgono a giusta metà della strada, e danno agli abitanti la consolazione di dover fare un viaggio per arrivarvi. Vi sono città popolate e importanti, che per la loro conformazione topografica rendono poco faticoso il percorrerle da un capo all'altro: Vittorio ha sciolto felicemente l'arduo problema d'essere una città piccola e sottile di popolazione, e di non permettere a un buon galantuomo di misurarla a piedi nella sua lunghezza senza correr rischio di buscarci un riscaldamento.

Chi non ha voluto saperne della unione si fu un vetusto cipresso che sorgeva all'entrata di Serravalle. Conservatore come tutti i vecchi, quand'egli ha visto cader le antiche barriere che separavano le due rivali, ebbe un accesso di crepacuore e morì! Allorchè io passai di là nel maggio, egli durava ancora in piedi per forza d'inerzia; ma ad ogni occhio un po' esperto riusciva agevole lo scorgere che gli umori vitali non iscorrevano più per le sue fibre irrigidite, e che l'opaco manto delle sue foglie aveva perduto ogni freschezza. Forse oggi il suo tronco ha già sentito la scure, e quei rami, alla cui ombra si riposarono tante generazioni d'abitanti di Serravalle, gemono nel camminettod'un cittadino di Ceneda.... Ironie della sorte!

Su su per una via spalleggiata di portici bassi ed angusti, che costituisce quasi tutto il paese di Serravalle, esci finalmente all'aperto, e ti sembra d'uscire da uno spegnitoio per entrare in mezzo alla luce. Già in tutti que' siti, ove la natura è veramente pittoresca, le città mi hanno l'aspetto d'usurpatrici, a cui la gioconda campagna dice con piglio burbanzoso —levati dal mio sole. — Quei colori freddi, quegli orizzonti ristretti, quei rettilinei di pietra impassibili come battaglioni alpresentat-arm, sono per me tante stonature, raffrontati con le curve or leggiadre, or maestose delle colline e dei monti, con l'ampio padiglione del cielo, con quel fremito di vita che anima tutto, dalla foglia tremolante sul ramo all'acqua cristallina che si rompe sui sassi.

Oh! l'acqua, la grande incantatrice! Dipingiti per un momento la natura quale una donna bella, capricciosa, elegante, e poi dimmi se non ho ragione di chiamar l'acqua il suo finimento di gioie. Ecco: ella si spiana in un lago, ed è labrochedi brillanti; scende romorosa dall'alto, ed è il pendente a faccette che scintilla alla luce; si devolve placida tra i margini d'un fiume, ed è il monile di perle che consente all'arco delicato del collo. Quando il gioielliere vuol vantare il diamante, dice ch'essoha una bell'acqua, nè certo troverebbe al suo pensiero espressione più acconcia di questa.

All'uscita di Serravalle l'acqua ti si affaccia subito allo sguardo. Prima la senti strepitare fra le ruote dei molini e delle cartiere, poi queta ed immobile formai così dettilaghettidi Serravalle che bagnano le falde di monti vestiti di faggi, indi s'allarga in un lago, cui fu dato il nome lugubre dilago morto. La superficie n'è tersa e levigata come d'uno specchio; non l'agita una corrente, non la increspa una brezza, non la solca uno schifo. I monti all'intorno non sono altissimi, ma aridi e nudi, e sparsi solo qua e là di qualche macchia d'erba che dà maggior rilievo alla sterilità del tutto, come un ciuffo di capelli sulla testa d'un calvo. A vederli riflessi nel lago essi hanno un non so che di fantastico che ti colpisce: sia il colore dell'acqua, sia la immobilità strana di quelle immagini capovolte, ti sembra d'essere in un mondo di apparizioni, e ne provi un senso di freddo e di turbamento. Però, quando salendo la strada che fiancheggia il monte hai girato mezzo lago, dal punto elevato in cui ti trovi e dov'è la villa di Fadalto, volgi lo sguardo alla vallata percorsa, la prospettiva cangia d'aspetto; chè nel fondo del quadro il bel verde dei colli di Serravalle ti conforta la pupilla e fa un contrasto assai pittoresco con le tinte sabbionacee delle alture che si specchiano nellago morto. Ma io non ti vo' condurre passo passo lungo il cammino, e mi contenterò di farti fare una breve sosta sulle rive d'un altro lago, quello di Santa Croce. Non è nè ampio nè sinuoso come i laghi di Lombardia, non è seminato tutto intorno di giardini e di palazzi signorili, ma vi spira un alito di pace, un soffio di poesia casta e serena, che forse esso perderebbe ove fosse meno isolato, meno deserto. Non v'ha dubbio: all'economista piacerebbe assai più vederlo solcato da vapori che vi portassero il moto delle idee e del lavoro;non v'ha dubbio: quello scorgervi soltanto qualche battello che mena da una sponda all'altra le famigliuole delle povere villette circonvicine, è segno di civiltà primitiva; pure chi sente il fascino della solitudine e del silenzio non può abbandonarne le rive senza un desiderio vivissimo di ritornarvi. Io pensavo a quei laghi dell'Alta Scozia descritti dalla musa pacata e malinconica del Wordsworth, vi pensavo contemplando il raccolto paese, vi pensavo udendo il tintinnìo della greggia che brucava l'erba proprio sul margine estremo delle acque, e quanto, oh! quanto avrei dato per essere poeta e rappresentare ciò che mi passava nell'animo. Era uno splendido mattino di maggio. L'azzurro senza nube del cielo si rifletteva con una tinta più carica sul terso cristallo dell'onda, i monti verdeggiavano per una ricca vegetazione di primavera, e sparsi lungo le falde o sul pendìo di quelle alture si disegnavano gruppi di casupole strette intorno al loro campanile come intorno a un vessillo. Sono paesetti di pochi abitanti che si assottigliano ancor più per la continua emigrazione delle donne, le quali vanno per balie, e dei maschi che scendono nella città a farvisi manovali o domestici. Ma pure nelle lunghe assenze non dimenticano il loro lago, il tugurio affumicato, il campicello bagnato dei loro primi sudori, e accorti e massai vanno raggranellando un po' di moneta per aggiungere un lembo al podere, una pietra alla casa, un giumento alla stalla, e poter morire tranquilli intorno al focolare domestico circondati dai nipoti, a cui commettono le tradizioni d'una vita modestamente operosa.

I cavalli, rinfrescati per una mezz'ora nella piccola villa di Santa Croce, riprendono con maggior lena il cammino verso Longarone, a cui si giunge dopo non breve tratto di via, percorsa quasi sempre in salita. La Piave, che ti sarà fedele compagna per buona parte della tua gita in Cadore, ti si fa incontro poco dopo il lago di Santa Croce, e da Capo di Ponte la vedi stendersi serpeggiando di vallata in vallata e dileguarsi lontana dietro i monti del Bellunese.

Longarone è una borgata importante, abitata da gente ricca, onesta, industriosa. È, per dirla con voce francese, l'entrepôtdel Cadore. Posta alla soglia di questa provincia montuosa, ella vi si fa dispensiera dei prodotti della pianura e sparge nelle valli circostanti il grano che la terra avara non vi produce che in minima copia, e le stoffe modeste destinate a vestire quelle popolazioni massaie. Addossata ai monti, non ha ampiezza di prospettiva se non da un lato, cioè alla destra di chi viene da Santa Croce: ivi si stende ampio e bellissimo il bacino della Piave, della cui vista magnifica non puoi però godere pienamente se non discendi alla così dettaPunta, ov'è posto l'edificio di seghe del Wiel.

Ogni edificio di seghe è, per così dire, una sintesi della vita cadorina: là il prodotto principale di que' luoghi, il legname, subisce le sue trasformazioni; là i robusti alpigiani compongono la zattera, l'avventurosa viaggiatrice dei fiumi e delle lagune. A Longarone non siamo ancora in Cadore; ma, visitando il grandioso opificio del Wiel, puoi farti un concetto di tutti quelli che incontrerai poscia sulla strada di Peraroloe che non ne reggono il confronto nè per lo spazio che abbracciano, nè per l'importanza delle opere idrauliche, a cui diedero origine. Il Wiel vi si è messo dentro con passione d'artista; ha voluto domar la natura, ha fatto strade, e canali, e bacini che ti danno l'idea d'essere in un piccolo arsenale marittimo, e nei quali l'acqua non mugghia impetuosa, non corre veloce a somiglianza d'un convoglio in ritardo, ma queta, placida, carezzevole, lambe le pareti del suo carcere e serve di rifugio alle zattere in costruzione. All'opificio arrivi per un sentiero scosceso tagliato nel monte, e, giunto che tu vi sia, ti spingi sotto a una tettoia di legno, che par di quelle che si vedono a certe stazioni di strada ferrata. Ivi si trovano le seghe, ivi è l'arca santa del tempio. Sotto gli assiti che servono di pavimento corre rapidissima l'acqua, e, secondo che s'innalza o s'abbassa un sostegno, irrompe in cascata romorosa o si devolve cheta e tranquilla senza strepito alcuno. Nel primo caso, com'è naturale, le seghe lavorano, nel secondo fanno sciopero. Allorchè sono in moto, senti uno schiamazzo d'inferno, e non è da maravigliarsene, poichè l'opificio ha 17 seghe, ciascuna delle quali appronta una tavola ogni otto minuti, e poichè in quel recinto sono raccolti circa cento operai. Non ti attendere da me la descrizione dei congegni, coi quali si forma il legname. Tra i bernoccoli della mia povera testa non c'è quello della meccanica, ed io non m'arrischierei a descrivere una macchina semplicissima per tema di farmi dar la baia dal più ottuso studente di un Istituto tecnico. Ti dirò soltanto che il tronco dell'albero svestito della corteccia, appena chefu reciso dalla pianta, viene tagliato in pezzi lunghi circa 12 piedi, ognuno de' quali si accomoda sopra una specie di letto di tortura, ove la lama dentata, mossa dalla sottoposta corrente, s'avanza inesorabile, lasciando ogni volta dietro a sè una tavola lunga, uguale, levigata. Com'è facile a immaginarsi, la convessità dell'albero fa sì che la sega, tanto nel primo suo viaggio quanto nell'ultimo, separi dal tronco schegge irregolari che servono come legna da fuoco, o, flessibili come sono, si adoperano per connettere insieme le zattere. I ritagli minori, le così dettesegature, non avevano sinora un uso determinato: in piccola parte servivano per concime, le più andavano disperse. Sembrerebbe però che ormai dovessero esser serbate a miglior destino. Alcuni ingegneri francesi, che visitarono l'opificio del Wiel e presero seco una certa quantità di queste segature, le trovarono alte ad aggregarsi nuovamente insieme mediante non so quale preparato chimico, in modo da produrre un legname d'un ordine inferiore, ma solido e compatto in modo che l'industria possa trarne profitto. Io non mi farei mallevadore di siffatta scoperta; ma so che la potenza dell'industria moderna risiede appunto in questa virtù di far sì che nulla vada perduto, di scoprire un'utilità in ciò che prima giudicavasi imbarazzante e superfluo. È una specie di riabilitazione anche questa, ed è una riabilitazione assai più discreta e ragionevole di quella che si vorrebbe mettere in voga nel mondo morale. Difatti, mentre i romanzieri cercano di persuaderci che le signore dalle camelie hanno in sè gli elementi delle donne più virtuose e castamente appassionate, gliindustriali si contentano d'assegnare un posto modesto agli antichi rifiuti delle officine. E mi ricordo che il Rossi di Schio, quell'esimio uomo che tutti conoscono, lesse una volta una saporita Memoria all'Istituto veneto circa il partito che si ricava dai vecchi e frusti tessuti, i quali sin a poco tempo fa erano retaggio incontrastato delle tignuole, e adesso, sfilacciati nuovamente, tornano a subire il processo della fabbricazione. I panni che ne derivano sono però d'una qualità ordinaria, e il Rossi non si sognò nemmeno di esaltarli come ilnec plus ultradella specie.

Ma sento già richiamarmi al mio dovere di parlare del Cadore e non d'altro.

L'operazione che bene o male vi ho descritta non serve che alla formazione delle tavole, le quali secondo la loro spessezza prendono nel commercio nomi diversi. Il legname serbato alle travature non passa per la prova della sega, ma è uguagliato con l'ascia. Quanto a quello che si destina per gli alberi dei bastimenti, esso è piuttosto raro in Cadore ed è fornito dal solo bosco di Somadida. Io non ne ho veduto nell'opificio del Wiel.

Il modo di trasporto praticato in Cadore pei legnami rende necessario di sottoporre la tavola a una perforazione ai due capi, senza la quale i singoli pezzi non potrebbero connettersi insieme e formare la zattera. Una tale perforazione è però una cosa che dà molto a pensare ai negozianti, perchè sui mercati, ove essi inviano i loro legnami, trovano la concorrenza di quelli che, venuti da altri paesi per strada ferrata, sono intatti in tutta la loro lunghezza, e preferiti a questotitolo dai compratori. E questa, come vedremo più tardi, non è l'ultima fra le cagioni del decadimento del commercio cadorino.

Lettore carissimo, se per avventura tu visiti le segherìe del Wiel, e il cortese ed intelligentissimo direttore dell'opificio t'invita a una breve sosta nella casa del proprietario situata a pochi passi di là, non te lo far dire due volte: accetta l'invito, ed entrato che tu sia nel salotto terreno di quella semplice, ma elegante dimora, affacciati alla finestra e guarda dinanzi a te. A' piedi ti corre la Piave e si perde via via nell'ampia vallata; al tuo fianco è l'edificio di seghe coi suoi diversi scompartimenti, col suo moto vario, continuo, operoso, e tutto intorno scorgi monti o vestiti di verde, o aridi e ignudi, o per la lontananza vaporosi e sfumati, o coperti la cima di nevi. Quel piccolo borgo alla tua sinistra, proprio sulle sponde del fiume, è Codissago, abitato tutto da conduttori e costruttori di zattere. Son veri anfibî, e a ogni tratto li vedi lanciarsi nell'acqua e immergervisi fino alla cintura, sia per imprigionare una tavola che si è divisa dalle compagne, sia per ravviare la zattera impacciata in qualche sinuosità della riva: poi ripigliano il loro posto affidando al sole, se c'è, la cura di rasciugare i loro panni grondanti. Alcuni di essi appartengono a opificî che si trovano più in su nel Cadore; e dopo poche ore di sonno devono nel colmo della notte abbandonare la loro casetta di Codissago e dirigersi verso Perarolo lungo il cammino deserto, ove non altro che lo scrosciar del torrente risponde al suono uniforme dei loro passi. In mezzo a questa esistenza che non conosceriposo si fanno modeste fortune, e fra gli abitanti di Codissago vi sono famiglie agiate, che non abbandonano però il mestiere paterno e la zattera tradizionale.

Volgendo ora lo sguardo dal lato opposto, scorgi sul pendìo d'un monte il campanile e la chiesa di Longarone, e più in alto e sospese quasi sulla tua testa come nidi di rondini le villette di Pirago, d'Igna, di Crosta, che a chi le mira dal basso paiono volersi precipitar giù e prendere un bagno nella Piave. Ma se questa voglia del bagno non se la possono cavare, fanno la cura della doccia e si lavano il capo abbondantemente nelle irrefrenate pioggie d'autunno. Sul dorso del monte si distinguono i solchi profondi scavati dall'acqua, a cui non bastano più gli sfogatoi consueti, e vi fu un anno, nel quale un piccolo diluvio afflisse que' luoghi e poco mancò che uno scoscendimento della roccia non travolgesse nel fiume quei gruppi di case. Certo che in novembre una gita colà non deve aver soverchie attrattive; ma nel maggio un vero soffio primaverile anima tutta la valle, e ti seducono come una cara promessa gli alberi fruttiferi in fiore, e i tralci ricchi di pampini, tanto più belli a vedersi inquantochè siamo nel punto estremo, in cui alligni la vite da questa parte d'Italia.

Chi, dalla Punta, ascende l'erta che mette a Castello, non può resistere alla gran tentazione che ha rovinato Orfeo e la moglie di Lot, quella cioè di guardare dietro a sè e godere ancora una volta del magnifico panorama. E quanto più in alto egli sale, tanto più il quadro gli si presenta compiuto, sinchè un gran martellar sulla pietra che gli ferisce le orecchie richiamaad altri oggetti la sua attenzione. Siamo a Castello, il paese degli scalpellini. La pietra dura che si trova in grembo a quei monti ne alimenta l'industria, e viene anche esportata per la costruzione di vasche per fontane e di pilastri solidissimi, uno de' quali regge imperterrito un ponte sulla Piave, proprio in faccia alla casa del Wiel. Gli abitanti di Castello sortirono una speciale attitudine all'architettura, e le case del villaggio furono edificate di loro mano, e non mancano di regolarità e di buon gusto. Certo essi non possono avere attinto che dallo spettacolo della natura il senso artistico che li governa. Parrebbe a prima vista che delle arti diverse l'architettura fosse quella che meno dovesse ispirarsi agli aspetti stranamente mutevoli del mondo esterno, ella che tende a costringere l'ideale nel letto di Procuste d'una linea castigata e severa; ma v'è nella natura un così ammirando conserto di amabile varietà e di rigida simmetria, che il compasso può trovarvi le sue proporzioni nella guisa medesima che il pennello vi trova i colori. Chi ne dubitasse, non ha che a considerare la relazione che passa fra i grandi stili architettonici e la natura de' paesi ov'ebbero origine. Non era soltanto l'allegria spensierata e voluttuosa dell'Olimpo greco che faceva sorgere i tempî, modelli di grazia e di venustà; il capitello corintìo fu, dicono, suggerito da un vaso di fiori, e furono certo i pergolati odorosi, ove le fanciulle menavano in giro le danze, che insegnarono a curvare in arco la pietra, e diedero il tipo ai lunghi colonnati fuggenti. E così non era soltanto lo spiritualismo cristiano che creava le chiese gotiche misteriosamentesolenni: nella guglia eminente che fendeva le nuvole era un ricordo dei nordici abeti; nella oscurità del sacro recinto era una reminiscenza delle patrie selve, contese ai raggi del sole.

Sennonchè ai poveri abitanti di Castello non cadde certo in pensiero di essere iniziatori d'una rivoluzione nell'architettura, nè di edificare monumenti durevoli nel loro umile villaggio. Manca loro lo studio, manca il moto assiduo d'una civiltà che ne fecondi l'ingegno, e devono sudare per vivere alla giornata. Alla popolazione che s'addensa non forniscono più sufficiente lavoro le cave di pietra, e ogni anno, a dieci, a venti per volta, quegl'industri alpigiani abbandonano il loro paesello e trasmigrano per lo più verso la Transilvania, ove s'impiegano come manovali nelle strade ferrate che si stanno costruendo. Mi dicevano, che in non lungo tratto di tempo fossero partiti da Castello oltre a 700 abitanti.

E adesso, o lettore, ne partiremo noi pure, non già per recarci in Transilvania, ma per entrare in Cadore, di cui siam giunti alla porta. Ora soltanto s'alza la tenda: finora non abbiamo assistito che alla sinfonia, ma era la sinfonia del Guglielmo Tell.

Si entra in Cadore. — Termine. — Gli abeti ed i larici, e studî psicologici relativi. — Rivalgo e la difesa del Cadore nel 1848. — Pietro Fortunato Calvi. — Perarolo. — La chiusa dei legnami. — Tai e il suo albergo. — L'oste di Tai e il giuoco delle palle. — Il cappello degl'impiegati regi in Italia. — Scorsa nell'interno del paese. — Il monte Antelao. — Un'ora di passeggiata sulla strada d'Ampezzo. — Pensieri malinconici.

Chi discorre de' paesi nordici senz'averli mai visitati non sa farsi altra idea che di nevi perpetue e di desolati scopeti, e ignora le grazie infinite, e le belle tinte, e i vaghi splendori di una natura settentrionale. La natura è una elegante damina che ha il suo guardaroba d'estate e il suo guardaroba d'inverno, e riesce seducente del pari circonfusa di pelli, o ravvolta di bianchi veli ondeggianti. Di là da Castello ella è indeshabilléaffatto: ha smesso il vecchio manto senza indossare il nuovo: la si direbbe quasi peritosa di vestir l'aspetto d'altri climi in una terra così profondamente italiana. E la via corre fra montagne alte, e dirupate, e sterili, ove appena tra sasso e sasso spunta qualche filo d'erba germinato per caso dagli atomi fecondi ivi deposti dal vento. La Piave gorgoglia a una certa profondità sotto il livello della strada, ma la senti senza poter vederla, celata com'è dalla configurazione del terreno. Qua e là un'apertura nella roccia t'indica che sei a una delle cave di pietra, e difatti il suonoargentino dello scalpello ti ferisce l'udito e ti accusa la vicinanza di operai invisibili.

Non passa molto però che tu esci da quelle Forche Caudine, e la scena si allarga notabilmente. A Termine, che è il primo paese del Cadore per chi viene dalla parte di Longarone, il letto della Piave si amplia, e monti men desolati succedono alle squallide crode sospese sul capo del viaggiatore durante il breve tratto dopo Castello. Un ponte di legno attraversava una volta il fiume in quel punto, mettendo dalla parte opposta alla strada maestra: ora non ne rimangono che frammenti nei tratti ove l'acqua corre più profonda. Il resto si passa a guado, e mi ricordo d'aver visto delle villanelle che vi diguazzavano fino alle ginocchia con infantile voluttà. Dalla cima del monte scende un'abbondante cascata.

A mano a mano che tu procedi, la corrente ti move incontro più rapida e vedi passarti innanzi con la celerità della slitta le zattere uscite dall'uno o dall'altro degli opificî che si succedono lungo tutta la via.

Ed ecco lentamente le pendici di quelle alture si imboscano, e l'aria odorata di resina ti venta sul viso, e ti sorgono maestosi dinanzi allo sguardo l'abete ed il larice. Chi non conosce questi due bellissimi alberi, a cui toccò in sorte la forza e la grazia? Chi non conosce il colore delle loro foglie, e la simmetria mirabile di quei rami che vanno lentamente digradando sino al vertice e danno alla pianta l'aspetto della piramide? L'abete col suo verde cupo ha qualche cosa di più maestoso e fantastico: la pallida tinta del larice ti attrae e ti riposa più dolcemente la pupilla. Sono alberiaristocratici, e per dirti una mia bizzarra similitudine, a vederli l'uno vicino all'altro e' mi rendono immagine di svelte coppie di ballerini che s'avanzano a passo diquadriglia. L'abete è ilcavalierein cerimonioso abito nero, il larice è ladamache tiene sollevate le falde del bianco vestito per non averne impaccio alla danza. Non mescetevi ai loro convegni, o semplici e modeste piante della pianura e del colle: se vedeste com'essi guardano dall'alto del loro blasone perfino i tassi e le mughe, che pur sono della famiglia! Son proprio patrizi puro sangue: sin nel bisbiglio delle loro fronde v'è qualche cosa di compassato, sin nel dondolarsi delle loro cime v'è un tal quale riserbo aristocratico che non vuol saperne di troppa dimestichezza. Però badiamo bene: essi non appartengono ad una nobiltà frolla e degenere, ma hanno la tempra robusta delle stirpi privilegiate che si rinvigoriscono nei disagi e nelle fatiche. Durano imperterriti i rigidi inverni del Cadore, e in mezzo all'imperversare di quella natura selvaggia ed indomita ben puossi applicar loro il verso di Dante:

. . . . . . . . . non mutò aspetto,Nè mosse collo, nè piegò sua costa.

. . . . . . . . . non mutò aspetto,Nè mosse collo, nè piegò sua costa.

. . . . . . . . . non mutò aspetto,

Nè mosse collo, nè piegò sua costa.

L'abete conserva intatto il suo color verde cupo, che fa vivo contrasto col bianco della neve raccolta sopra i rami a festoni; il larice rimane anch'egli ritto e impassibile, e solo perde una parte delle sue foglie che diventano rossicce. Superbi come sono, anelano però ad una cosa, a un raggio di sole; e come colui che tra la folla si mette in punta di piedi per godere d'unospettacolo gradito, così l'albero cresciuto in plaga meno propizia o tenuto nell'ombra dal libero germoglio di più felici compagni si schiude faticosamente il varco in mezzo a tutti gli ostacoli, e, sia pur con l'ultima cima, riesce a confortarsi nel tepore e nella luce dell'astro desiderato.

O che villaggio è questo, mezzo arso e distrutto, ma che pur non porta i segni nè d'incendio, nè di devastazione recente? È Rivalgo; e questo nome richiama una folla di pensieri alla mente. Son corsi vent'anni, dacchè l'austriaca ferocia mise a ferro ed a fuoco quella povera villa, e i Cadorini non vollero più riedificarla, pensando che all'efferatezza straniera non potesse rizzarsi condegno monumento che lasciando intatta l'opera sua. Ebbene: intorno a quelle travi annerite, a quelle muraglie sconnesse, si agita una fantasmagoria varia e grandiosa, e il severo paese d'intorno ti si anima tutto, e la breve, ma splendida, epopea della difesa del Cadore ti si affaccia dinanzi come cosa viva e presente. E odi i canti patriottici del 1848, e le campane che suonano a stormo, e vedi i gagliardi alpigiani con la coccarda tricolore sul petto, armati di fucili irrugginiti o di falci correre alla difesa delle valli native, ed ogni gola di monti essere una nuova Termopili, ed ogni scontro un trionfo. E allorchè il nemico s'avanza, li vedi arrampicarsi sui greppi, appiattarsi dietro gli abeti ed i larici, e di là tempestar l'invasore, o sfracellandolo sotto i massi di pietra divelti alla roccia, o prendendolo di mira coi loro moschetti. L'acqua della Piave riconduce verso il Bellunese i cadaveri dei soldati austriaci, nefasto presagio a coloro che devonoprenderne il luogo, e che nel lasciare il quartiere sogliono farsi raccomandare l'anima dal prete, disperati ormai del ritorno. È muto lungo le sponde il romor delle seghe, è muto nelle foreste l'alterno picchiar della scure; ma l'eco ripete di valle in valle gl'inni di guerra, e le urla selvagge dei Croati che d'ogni sconfitta si vendicano, portando la rovina ove passano. Così fu arso Rivalgo il 28 maggio 1848.... Ma chi è che ha disciplinato quella massa d'uomini, di donne, di fanciulli, chi è che ha ordinato quella eroica difesa? Tutta la popolazione combatte, è vero; ma i soldati non sono che quattrocento, ma il duce che li guida a Venas, alla Chiusa, a Rucorvo, alla Tovanella non è che uno solo, Pietro Fortunato Calvi. È giovane, è bello di virile bellezza, e il suo spirito indomito raddoppia in tutti coloro che lo circondano l'ardimento e la fede. E per quaranta giorni l'oste nemica si frange contro la cittadella inespugnabile delle valli cadorine, sinchè un passo mal guardato le consente d'irrompere entro quella terra di prodi, e di render vane le previdenze e gli sforzi dei difensori. Onde, nell'umile borgo di Lorenzago, Pietro Fortunato Calvi s'accomiata dai suoi, e ne scioglie la generosa falange per correre altrove a nuove battaglie. È il 4 giugno 1848. Sette anni ed un mese dopo quel giorno, il 4 luglio 1854, Pietro Fortunato Calvi lasciava la vita in Mantova per mano del boia. Egli scontava col capestro le sublimi impazienze dell'amor di patria, sdegnoso di proferire una parola che l'avrebbe salvato. Per ventidue lunghi mesi pregustò a sorso a sorso la morte nelle tetre carceri, ove l'avevano preceduto il Poma, il Tazzoli, lo Zambelli,il Canal, e tanti altri che suggellarono la loro fede col sangue; nè mai gli venne meno il coraggio, nè mai lo vinse il dubbio nell'avvenire d'Italia. I giudici restavano stupefatti di questa tempra d'uomo così dissimile dalla loro, e gli ufficiali della fortezza, nei quali la disciplina militare non avea spento il senso delle cose nobili e grandi, parlavano con riverenza del martire intemerato. Narra il prete Martini[2]che, quando Pietro s'avvicinò alla carrozza che doveva condurlo al supplizio, molti di loro gli si fecero intorno e lo abbracciarono teneramente. Tanto poteva in quegli animi l'invitta costanza del Calvi, il nome del quale è ormai raccomandato alla storia![3]

Ma della difesa memorabile del Cadore non rimane che la tradizione serbata gelosamente nei cuori di quegli alpigiani: nessuno si curò, e pare impossibile in una popolazione che ha senso e fantasia d'artista, di raccogliere gli sparsi frammenti della gloriosa epopea; nessuno si curò di evocar la leggenda, che in questo caso sarebbe più vera del diario d'un fedele cronista, perchè riprodurrebbe la vita e gli entusiasmi di un popolo. I monti del Cadore, le sue valli, i suoi torrenti, il suo cielo, che bel fondo ad un quadro, entro il quale si moverebbero le animose schiere dei volontarî, stretti intorno alla maschia figura del Calvi! Giova almeno sperare che, come la difesa dei Vosgi nel 1814ebbe un'eco lontana negli stupendi racconti degli Erkmann-Chatrian, così i fasti del Cadore nel 1848 troveranno di qui a cinquant'anni chi gl'illustri con le scritture e ne divulghi la notizia a' meno versati nella patria storia. Però non potrebbe essere narratore efficace chi prima non avesse percorso da capo a fondo quei siti pittoreschi, chi non tingesse la sua penna nel colore locale. Onde, o lettore, continuiamo la nostra gita, e chi sa ch'essa non t'invogli a rifarla da te a miglior agio, per attingervi le ispirazioni del poeta e del romanziere.

La strada da Termine a Perarolo costeggia per la massima parte la Piave, ed è in continua salita. Se non che i viaggi di montagna han sempre dell'inaspettato, e quando credi di toccare il vertice d'un'alpe, t'avvedi d'essere alle falde di monti assai più elevati, e quando stimi di esser giunto al fondo d'una vallata, ti trovi sopra un altipiano donde scopri a' tuoi piedi nuove valli e nuove pianure. Così, ascesa l'erta che ti conduce a Perarolo, anzichè misurare con lo sguardo un immenso orizzonte, ti vedi stretto entro una cinta di monti. Ed è forse quest'angusta cornice che ti scolpisce nell'animo più vivo che mai il bel paese di Perarolo. Ponendoli sulla spianata dinanzi alla chiesa, moderna opera dell'architetto Negrin, vedi irrompere frettolosa la Piave e accogliere il tributo d'un largo torrente che si precipita dalla tua sinistra e porta il nome di Boite; indi piegar leggermente a levante e perdersi fra le montagne, seguendo la via che hai prima percorsa. Due ponti traversano i due torrenti antecedentemente al loro connubio; quello gettato sullaPiave riesce ad un gruppo di capanne di legno, nere, affumicate, con le scale e i ballatoi esterni alla foggia svizzera, che producono un effetto assai pittoresco, sospese come sono su quelle acque biancastre e mugghianti, e contrastano coi pochi, ma lindi fabbricati di Perarolo, ove si trovano alcune dimore di signorile eleganza, come quella del senatore Costantini. I monti d'intorno sono tutti vestiti di pini, d'abeti, di larici, di mughe, ed hanno una tinta cupa che dà maggior risalto a qualche striscia di neve che ne incorona le cime.

Dopo Perarolo si sale nuovamente e gli orizzonti s'allargano. Dalla strada che gira intorno al monte domini ancora per un buon tratto Perarolo, il Boite, Caralte, e sempre giù giù, serpeggiante fra balze e dirupi come un nastro che si svolge capriccioso, vedi la Piave. E appunto nella Piave scorgi la chiusa dei legnami dettaCidolo, sulla quale ti dirò due parole di spiegazione. Allorchè l'albero è reciso dal ceppo, esso viene assoggettato alla così detta operazione deisegni, la quale consiste nell'incidere sopra ogni tronco un'impronta particolare che serva a indicarne il proprietario. Indi, dai boschi, i singoli pezzi sono gettati nel fiume e affidati alla corrente. Si raccolgono entro ilCidoloo la chiusa; e di là a certi tempi vengono rimessi in libertà e procedono nel loro viaggio. A mano a mano che passano davanti agli opificî di seghe, ciascuno riconosce dal segno i pezzi che gli spettano, o li prende, lasciando che gli altri tirino innanzi. È dogma del commercio cadorino di rispettare religiosamente isegni, nè accadde mai a memoria d'uomo che alcuno facesse suo un solo tronco d'albero che non gli appartenesse.

Ma ecco il campanile di Pieve e le rovine del vecchio castello, antica sede del Governo cadorino. Due castelli sono lo stemma del Cadore: l'uno è appunto questo di Pieve; l'altro sorgeva nell'ultimo lembo del territorio cadorino, ora in potestà dell'Austria.

Però quando credi d'esser vicinissimo a Pieve, la via se ne dilunga piegando a sinistra, e ti trovi invece nel piazzale di Tai, ove sboccano altre due strade, quella che viene da Pieve ed Auronzo, e quella di Cortina d'Ampezzo. Sebbene fra Tai e Pieve corra circa un mezzo chilometro, pure questi paesi sogliono confondersi insieme e sono realmente riguardati come una sola cosa. Fa il conto che Tai e Pieve formino la Buda-Pest del Cadore. Tai è la città commerciale. Pieve è la città politica. Tai è la città degli alberghi (veramente non ve n'ha che uno). Pieve è la città dei pubblici ufficî, quando se ne eccettui però l'ufficio telegrafico, che ha la sua ultima stazione a Tai. Come Longarone, ch'è alle porte del Cadore, v'introduce le derrate che riceve dalla pianura, così Tai, che si trova nel centro, è il fondaco naturale di tutti quei distretti, pei quali Longarone è situata troppo lontana. Convengono colà gli abitanti dei comuni dell'Ampezzano e di quelli d'Auronzo, e sul piazzale dinanzi all'osteria, all'insegna del Cadore, vedi arrestarsi sovente il biroccino del Tirolese, che con la piuma bianca al cappello viene a spendere le sueBank-Notene ad aggiungere dell'altra carta alla carta, da cui è inondato il Regno d'Italia. Oh! l'osteria all'insegna del Cadore, co' suoi letti di ferro e le lenzuola di bucato, con le cortine diligentemente inamidate e bianchissime, colsoffitto senza ragnateli e con le pareti senza la inevitabile vaschetta dell'acqua santa che ti perseguita nelle locande di villaggio, può esser davvero maestra di decenza a certi alberghi di città! Vi si conservano poi singolari abitudini patriarcali. Per esempio, un forestiere di riguardo, e capisci che a Tai io passavo per tale, può esser certo che durante il pranzo avrà la compagnia dell'oste, il quale è anche il negoziante del luogo, uomo dalla faccia rubiconda e serena, che ti esilara l'animo, e ha i caratteri dell'onestà e dell'agiatezza. Intanto una delle padrone ti serve a tavola, la saliera di lusso esce dallo scaffale della credenza, e ti si ammanniscono porzioni di carne da farti credere uno di quegli eroi d'Omero che sotto le mura di Troia si divoravano placidamente grossi quarti di vitello e di bove. Tra un boccone e l'altro discorri di politica, del ministero Menabrea, del corso forzoso e del prezzo della rendita; poi, se sei uomo d'affari, cerchi d'insinuarti destramente nell'animo del tuo interlocutore, che, come ti dissi, è persona facoltosa, e gli esalti le mille virtù della tua casa di commercio, e gli parli del petrolio, dello zucchero d'Olanda e di quello di Germania, e tenti di concludere qualche negozio. Ma l'oste, ch'è persona riflessiva, si mette in guardia e si riserba di esaminare, vedere, ponderare, ec. ec.; si lagna degli scarsi consumi, nega di aver moneta, e chiude il discorso con la frase consueta: —Pochi affari, signor mio, pochi affari.— In questo mezzo arriva la posta, recando, fra le altre cose, anche laGazzetta di Venezia. L'oste naturalmente, da quell'uomo saggio e stagionato ch'egli è, ha una grande venerazioneper questo periodico; nondimeno, per uno speciale atto d'ossequio, si dà premura d'offrirtelo prima ancor di spiegarlo, e t'invita a leggerlo all'aria aperta sopra uno dei sedili di paglia, che, il dopo pranzo, si mettono fuori della locanda. Ivi si riuniscono, all'imbrunire, alcuni fra' più notabili personaggi dei luoghi vicini e tengono conferenze politiche e sociali, mentre altri più giovani e vigorosi giocano la partita alle bocce, ilcricketdegl'Italiani. I giuocatori non son tutti del paese; vi si mescolano due o tre impiegati d'altre provincie addetti agli ufficî di Pieve. L'impiegato, gracile vegetale del Regno d'Italia, non è difficile a ravvisarsi fra mille. Io l'ho riconosciuto a Tai da un distintivo infallibile, il cappello a cilindro unto alla base. L'osservatore filosofo sa che il cappello di quel genere è richiesto dalla dignità dello Stato, e che nel luccicare dell'unto sta scritto in lettere cubitali: —Il mio stipendio non mi permette di comperarmi un cappello nuovo.— Mentre le bocce rotolavano saltellando sullo stradale, que' poveri impiegati discorrevano fra loro di emolumenti, di traslocazioni e delle altre miserie dimonsù Travet. L'oste assisteva in piedi al progresso della partita, con le gambe aperte come quelle d'un compasso che vuol descrivere un circolo, e con le mani unite dietro la schiena, tenendo in pugno un grosso bastone di legno che con la punta radeva il suolo: di tratto in tratto accorrevano a fargli festa le nipotine, che poi sguizzavano rapidissime entro un orto chiuso da un basso steccato e posto a fianco della locanda. In verità, a me pareva d'assistere alla bella scena dell'Ermanno e Doroteadel Goethe, quandol'oste delLeon d'oro, insieme coi più ragguardevoli cittadini, s'intratteneva delle cose del giorno.

L'osteriaal Cadoreè per Tai un edifizio cospicuo, a cui non saprei quale altro potesse agguagliarsi fuori dell'ufficio telegrafico che vi sorge dappresso. È l'ultima stazione telegrafica di questo lembo d'Italia, e ad allontanarsene si prova un senso d'infinito rammarico. Sinchè quel filo misterioso ci segue, non v'è terra così remota ove noi non ci sentiamo in famiglia; quand'esso ci abbandona, siamo assaliti da una nostalgia inquieta e profonda: ogni stormire di foglia ci pare debba annunziarci qualche sventura. Al davanzale d'una delle finestre dell'ufficio stava appoggiata e sporgente con mezza la persona una giovane vestita con eleganza cittadinesca; aveva, se non m'inganno, un succinto abito bigio, il camicino e i polsini inamidati, e una fettuccia di seta rosa intorno al collo. Era, senza dubbio, la moglie dell'ufficiale telegrafico, e assisteva con una certa aria di tedio alla partita che si giuocava sulla spianata davanti all'albergo; tantochè, se non fosse una temerità poco lodevole a voler leggere in viso alla gente, io avrei trovato scritto sulla fronte di lei: —A Tai mi ci annoio moltissimo.— E, diciamola schietta, se per chi vi passa due o tre giorni, quelli son luoghi d'incanto, chi vi rimane per lunghi mesi ha bisogno di possedere la scienza della vita in sommo grado. Non portando le abitudini e le raffinatezze della città, si può passarsela tollerabilmente in mezzo ai monti: conviene diventar panteisti, immedesimarsi con quella natura splendida ad un tempo e selvaggia, attendere alla cascina e al verziere, e saper tenerelunghi ragionamenti con la pecora che torna dal pascolo e con la pèsca che s'indora sul ramo. Signoratelegrafista, la mi perdoni, ma mi sembra che con la sua leggiadrìa, e co' suoi polsini, e col suo camicino bianco, e con la sua fettuccia rosa, ella questa scienza della vita non l'abbia.

A un passo dall'ufficio telegrafico trovi una viuzza che sale sul monte. Da una parte e dall'altra di questa via angusta e fangosa sorgono le abitazioni di Tai. Sono di legno, e di quell'architettura che abbiamo già osservata a Perarolo; i tetti di cortecce d'albero sovrapposte sporgono in fuori per un buon metro, e hanno una pendenza notevole, come suolsi nei paesi nordici ove bisogna agevolare lo scolo alle nevi. I fumaiuoli non si usano, e il fumo esce dalla porta annerendo le gallerie, le pareti esterne e le scale, ciò che, a dire il vero, non coopera a dare un aspetto di decenza al villaggio. Il pian terreno d'ogni casa è una specie d'arca di Noè, ov'hanno domicilio gli animali domestici, e si vede che la popolazione di Tai partecipa piuttosto ai gusti del Michelet che non segua i precetti del Mantegazza, e concede sotto il suo tetto un posticino alle bestie. —Chicchirichì.— Dal pollaio senti la nota misurata ed acuta del vigile gallo, mentre vi risponde in chiave di baritono il paziente e rassegnato bove dalla sua stalla, il porco grugnisce a mezza voce, e l'asino, il tenore dei quadrupedi, innalza al cielo il suo raglio patetico. Qua e là passeggia dinanzi al noto abitacolo il grave tacchino, impettito come un senatore, la gallinella con passo leggiero di danzatrice va beccando rasente alle siepi.

Però, anzichè occuparsi della gallina, sarà miglior consiglio alzare il capo e fissare lo sguardo al monte Antelao, il re di quella catena, la cui cima torreggia dominatrice sopra altri monti minori. Dicono i Cadorini che, se il suo comignolo è vestito di nubi, la pioggia non è lontana, e non conviene avventurarsi a troppo lunghe gite. Io, dopo le debite osservazioni, ridiscesi la via percorsa e lasciai passare un breve acquazzone camminando su e giù pel vestibolo dell'albergo, e gettando di tratto in tratto l'occhio nella cucina, ove parecchî uomini, vestiti a foggia di montanari, seguivano attenti il bollire del riso nella pentola, e il giro uniforme dello spiedo sopra le brage. Piovigginava ancora quando uscii all'aperto, e deliberai di fare una passeggiata dalla parte che mena a Cortina d'Ampezzo. Le nuvole s'erano diradate alquanto; non così però che il grigio non prevalesse ancor all'azzurro. Le montagne s'erano liberate il capo dalla benda che le teneva nascoste; ma, anzichè spiccare sulla curva d'un orizzonte limpido e trasparente, disegnavano i loro contorni sopra un fondo cinereo, mentre larghe falde biancastre si appiccicavano ai loro fianchi come brandelli di una vesta sdrucita. Talora lasciavano vedere soltanto le cime, e a mirarle così isolate, con quella loro tinta fredda d'inchiostro di China punteggiata qua e là dalle nevi, avevano qualche cosa di lugubre e di sinistro. Le avresti dette spettri giganteschi che, celata la persona in un ampio lenzuolo, si fossero alzati dalle loro tombe per godere ancora una volta lo spettacolo di questo piccolo mondo. Il vento scomponeva gli ordini di quelle masse di nubiche ora procedevano serrate, ora sciolte, ora s'incontravano evitandosi rapidamente, ed ora cozzavano e si mischiavano insieme. Dalle pensili selve usciva un gemito malinconico, malinconico come il cielo velato, malinconico come l'ora che transita fra il giorno e la notte. E io andavo innanzi senza avvedermene, lasciavo alla mia destra Nebiù, piccola villa tutta fra i monti, e in faccia mi si prospettava Valle, grosso paesotto, e un po' più in là Venas, posta sul ciglione d'un monte non elevato, da cui si direbbe volesse spiccare il salto di Saffo. Stupendo paese, abbenchè ivi tu non senta il romoreggiare della Piave, e la strada sia meno variata, e le pendici dei monti, coltivate a frumento o a praterìa, non abbiano punto dell'arido come in altri luoghi del Cadore. Voci di fanciulli si sollevavano dietro a quegli alberi, gruppi festevoli ruzzolavano pel verde declivio di quelle alture, e qua e là le campane suonavano l'Ave Maria. È l'ora dei raccolti pensieri, è l'ora in cui l'anima sospira affannosamente alle cose lontane o perdute. Come se la brezza increspa la superficie d'un lago, discerni solo confusamente ciò che vi dorme nel fondo, così nella lotta diuturna della vita talora il passato si nasconde o si vela. Ma come se l'acqua si spiana, gli oggetti ch'ella ricopre si disegnano con netti contorni, così nella solitudine e nel silenzio acquistano rilievo le memorie dei tempi fuggiti. E l'anelito che ti fa evocare i diletti estinti sembra pago un instante, e li vedi affacciarsi al tuo sguardo e sorriderti, e schiudere le braccia all'usato amplesso. Oh! non così, immagine fuggitiva ed eterea, non così io credevo incontrarti su questi monti, mia sorella,mia sposa, Emma mia. Anima soavemente innamorata del bello, perchè non eri tu meco a ritrar sulla tela i varî aspetti di questa natura sublime? Poveretta! I tuoi pennelli giacciono polverosi nel loro cassetto, i tuoi disegni sono intatti nella cartella; ma la tua mano bianca e gentile non mescerà più i colori sulla tavolozza, non prenderà più la matita. Mia buona Emma, mia perduta da un anno! Così giovane, così leggiadra, così pura, perchè involarti da me? Non eravamo sempre vissuti insieme, non avevamo cominciato ad amarci bambini, giocando insieme nella sala o sul terrazzo della tua dimora? Il tuo nome non chiudeva per me ogni dolcezza? Ed ecco, oggi io non so più scriverlo senza che la guancia mi si bagni di pianto, non so più sentirlo proferire dagli altri senza che un fremito mi corra tutte le membra. E vorrei che la mia prosa negletta acquistasse, parlando di te, un inusato fascino, onde come in nitido cristallo vi si potesse specchiar la tua immagine e invaghire di sè chi svolge le carte di questo volume. Nè ti dolga, schiva com'eri di lodi, s'io consacro alla tua memoria questa pagina disadorna, e faccio pubbliche le tue virtù e il nostro amore. No, io non disturberò la tua pace con vanti superbi; mi basti richiamare sulla tua tomba un sospiro e una lagrima di chi sente la religione della famiglia, e sa che vuoto lasci nel mondo il dileguarsi d'una di queste dee casalinghe, ministre di sacrificî e di affetti. O giovani madri, che vi vedete saltellare intorno una nidiata di bambini, e li vedete crescere dal vostro soffio nudriti, dall'ombra vostra difesi, come teneri arbusti che isolati non reggerebbero nèall'impeto del vento, nè alla sferza del sole, possa un Nume tutelare serbarvi a que' cari angioletti. Ma se voi li lasciate, chi prenderà il vostro posto? Di che canzoni culleremo i loro sonni, di che racconti intratterremo la loro infanzia? Dallaninna nanna, con cui la balia addorme il lattante, fino al volumetto di novelle, sul quale il fanciullo impara a sillabare, per tutto è il nome materno: il mondo non ha previsto il caso che i bambini non avessero madre. Miei poveri orfanelli, aprendo il libro della vita, voi troverete lacerata una pagina; la pagina che vi avrebbe compensato di tante altre, o stolte, o ingannatrici, o nefande; la pagina, su cui avreste riposato lo sguardo nei giorni dell'abbattimento e dello sconforto; la pagina, nella quale era scritto a lettere d'oro: —Amore materno!...—

E tu perdona, o lettore, s'io ti parlai de' miei lutti. Vi sono tanti che riempiono interi volumi dei loro panegirici vanitosi, ch'io spero meritare indulgenza se ho consacrato poche parole al mio dolore....

Una modesta dichiarazione. — La leggenda del Cristo. — L'asina di Balaam e i bovi cadorini. — La capitale del Cadore. — Aspetto della natura dopo Pieve. — Le donne al lavoro dei campi. — Il torrente Molinà e la villa di Calalzo. — I cimiteri di villaggio. — Lozzo di Cadore e le sue rovine. — I Tre ponti. — Fatto d'armi del 14 agosto 1866. — Il patriottismo dei Cadorini. — Auronzo. — Un modo primitivo di dibattere la cosa pubblica. — Un gabinetto di lettura fra i monti. — La questione dei boschi. — Un ripiego da capocomico.

Come puoi credere, il paese di Tai non offre trattenimenti serali. Il viaggiatore non ha da far nulla di meglio che coricarsi per esser vigile e pronto ai primi chiarori dell'alba.

Una delle gite più frequenti pei forestieri che vengono a Tai è quella sul monte Antelao. Si alzano per tempissimo e vanno a vedere dalla pendice del monte il levarsi del sole. Potrei fartene anch'io una descrizione di fantasia, piena d'entusiasmi a freddo, e di punti ammirativi concepiti nel calamaio; ma, nell'accingermi a questa breve monografia, ho giurato a me stesso di non compiacere in nulla ai capriccî della immaginazione, e di non descrivere che quello che ho veduto realmente. Ora la mia gita in Cadore fu così precipitosa, ch'io non potei dilungarmi dalla strada postale, e mi dichiaro di per me untouristedi terzo o quarto ordine. Viaggiare presto, viaggiare in carrozza seguendo l'itinerario della diligenza, è rinunziare spontaneamente ad ogni azionesopra i lettori che vorrebbero sentirsi narrare le cavalcate sull'asino, le ardue discese giù per i greppi, le colazioni sull'erba, le cacce al camoscio, e che so io? Io mi scuserò co' due versi di messer Lodovico Ariosto:


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