Autobiografia di un ex-cantanteOr fanno trentadue anni, io era il più bel ragazzo della Valassina. Al paese mi chiamavano ilPirletta, perchè nei balli non v'era alcuno che mi vincesse. Mio padre era fattore del conte Bavoso, e poteva, nella sua condizione, chiamarsi un uomo agiato.All'età di diciotto anni, l'organista del paese, sentendomi cantare le litanie, scoperse che io aveva una bellissima voce di tenore—una di quelle voci—diceva egli—che possono rendere in un anno da cento a duecentomila franchi.Una tale scoperta, riferita a mio padre, non destò in lui veruna emozione; ma un giorno, mentre io stava nel giardino ripiantando dei cavoli e cantando alla distesa un'aria paesana, la contessa Bavoso si fermò estatica ad ascoltarmi.La contessa era maniaca per la musica, e suonava il pianoforte come sanno suonare le contesse. Quando ebbi finito di ripiantare i miei cavoli, sentii chiamarmi a nome.—Pirletta—mi disse la contessa—l'organista non mi ha ingannata—tu possiedi realmente una voce delle più rare.... Tutto sta che alla voce si accoppino le altre disposizioni indispensabili a ben riuscire nell'arte: Quanto alla figura (e mi squadrava dal capo al piede attraverso l'occhialino) non c'è malaccio; ma ho timore che tu manchi di orecchio...Portai ingenuamente le mani alle orecchie—la contessa sorrise, e, avviandosi verso la villa, mi invitògentilmente a seguirla, chiamandomi non so ben quante volte imbecille.Entrati nella gran sala, la contessa Bavoso andò a sedere al pianoforte. «Vediamo, mi disse, fin dove sai montare....»Io non osava avanzarmi. La contessa si diede a percuotere il cembalo, e, dopo avermi raccomandato di spalancare per bene la bocca, mi invitò a riprodurre colla voce i suoni dei tasti.Il mio orecchio era perfetto, e la contessa fu talmente sorpresa della mia intonazione, che volgendosi al conte, il quale era entrato nel salotto in sul finire dell'esperimento: «Sarebbe un peccato, gli disse, che tanto tesoro andasse perduto!» Bisogna assolutamente che questo ragazzo si dedichi al canto—e noi penseremo a farlo entrare nel Conservatorio.Figuratevi la mia meraviglia, la mia gioia! Riferii a mio padre quanto era accaduto—egli crollò la testa di mal garbo, esclamando: «Purchè ci pensino loro!... purchè io non abbia a sborsare un quattrino!» E quando seppe di là a pochi giorni, che il conte e la contessa si incaricavano di farmi istruire a loro spese, il buon uomo lasciò fare. Dopo tutto, egli avrebbe preferito che io fossi rimasto al paese a dirigere l'allevamento dei bigatti e la fabbricazione dei formaggini.Io era al colmo della felicità. L'idea di recarmi a Milano, rivestito e ripulito, a fare la mia bella figura di zerbinotto elegante—la speranza di potere, nello spazio di pochi anni, realizzare una bella fortuna, e tornando al paese, acquistare delle possessioni, fabbricarmi un palazzo e menare splendida vita; tutto ciò mi esaltava lo spirito a tal segno, che io correva l'aperta campagna, misurava coll'occhio le terre coltive, sceglieva le posizioni più acconcie per edificarvi i miei castelli—cantava, gesticolava tutto il giorno, pregustando colla mia imaginazione di diciotto anni tutte le voluttà di un avvenire dorato.E davvero c'era in me la vocazione, c'era la stoffa dell'artista. Vi basti il sapere che già da due anni io era innamorato. Fra le cameriere della contessaBavoso c'era una brunetta chiamata la Savina, una strega di bellezza e di furberia. Era nata al paese, e da fanciulli avevamo giuocato insieme agatta cieca, aldammelo e prendilo, alfuori e dentroe ad altri sollazzi innocenti. Ma dopo un anno passato a Milano al servizio della contessa, aveste veduto che arie da gran dama! Quand'ella tornava alla villa, nei due mesi dell'autunno, ci guardava tutti con un fare da sultana come volesse dire: ve' là questi zotici..... questi bifolchi!... Appena degnava rispondere al mio saluto; ed essendomi una volta arrischiato ad offrirle un mazzetto di garofani, mi volse la schiena esclamando: «Levati dalle mani quei guanti di letame se vuoi che le signore accettino i tuoi fiori!»Orbene: non appena si sparse la nuova che il conte e la contessa Bavoso si erano incaricati di condurmi a Milano per farmi educare nella musica, la Savina mutò improvvisamente di modi a mio riguardo. Una mattina, mentre tutti dormivano ed io era disceso nell'orto a fantasticare sul mio brillante avvenire, quella strega mi venne incontro tutta bella e sorridente per congratularsi della mia buona fortuna.—Spero che a Milano ci vedremo—diss'ella, frugandomi nell'anima colle sue ladre pupille. Naturalmente, tu verrai a trovare la contessa... e poi... Milano è grande. Tutto sta che una volta divenuto gran signore, ti degni ancora di scambiare un saluto con noi... gente bassa.... persone di servizio.....Io mi sentiva una maledetta voglia di saltarle al collo e di rassicurarla energicamente del mio amore e della mia eterna fedeltà. Non osai tanto in quel primo abboccamento; ma le occhiate e le assicurazioni di simpatia ch'io m'ebbi dalla scaltra figliuola posero il colmo alla mia esaltazione.Nel paese, già tutti mi trattavano con rispetto e devozione. L'organista andava ripetendo che di là a dieci anni sarei tornato milionario. Io gli prometteva che, qualora i suoi pronostici si fossero realizzati, avrei fatto costruire un nuovo organo nella chiesa parrocchiale a tutta mia spesa.Da molti anni si agitava nel consiglio comunale enella fabbriceria il progetto di un nuovo e grandioso campanile; si aspettava, per mandare ad effetto quel vasto disegno, che il comune e la fabbriceria adunassero il denaro occorrente. Il Sindaco, uomo di larghe vedute, dopo avermi interpellato sulle mie disposizioni, propose al consiglio di differire l'impresa fino a che io fossi in grado di concorrervi co' miei capitali. I consiglieri, non avendo di meglio a suggerire, riconobbero che il sindaco aveva pienamente ragione, e votarono unanimi il seguente ordine del giorno:«Noi sottoscritti.»Considerando che le casse del comune e della fabbriceria sono affatto vuote pel momento; abbiamo deliberato di prorogare per dieci anni la erezione del grandioso campanile già da sei lustri ideato e discusso, nella fiducia che in questo lasso di tempo un nostro illustre e benemerito concittadino, il quale fin d'ora si mostra animato dalle migliori intenzioni a tale riguardo, possa adunare e fornire la somma occorrente acciò il grandioso monumento riesca degno in tutto e per tutto della nostra e della ammirazione dei posteri.»La notizia di questa deliberazione suscitò delle polemiche tra i villani. I più, affidandosi alle promesse dell'organista e d'altri personaggi autorevoli, si tennero persuasi che di là a dieci anni i loro voti sarebbero esauditi. Altri invece accolsero la notizia con una significante crollatina di capo. «Oh! sta a vedere—dicevano—che sarà lui.... proprio lui... a fornirci il denaro pel campanile—il Pirletta!...»Al primo di novembre, si doveva partire per Milano. Il mio equipaggio era completo. Il conte Bavoso mi aveva ceduti i suoi abiti usati, che ridotti pel mio dosso dal sartore del villaggio, mi andavano a meraviglia Abbracciai mio padre colle lagrime agli occhi: mi congedai pulitamente dal curato, dal sindaco, da tutte le autorità del luogo, e salii fra le acclamazioni dei villani dietro la carrozza della contessa. Imaginate il mio tripudio quando vidi la Savina collocarsi al mio fianco, e pensai che durante un viaggio di ottoore avrei potuto intrattenermi con lei nel più stretto dei colloqui possibili!Non vi descrivo le emozioni di quel viaggio. La Savina mi diè tante prove di amabilità, che io le promisi di sposarla non appena avessi compiuta la mia educazione musicale.All'indomani del nostro arrivo a Milano, la contessa iniziò le sue pratiche per farmi entrare al Conservatorio. Quella donna otteneva ciò che voleva, ed io venni ammesso senza difficoltà. Il mio primo maestro era un uomo in sui cinquant'anni, e godeva fama di insuperabile nell'arte diformare le voci.—Vieni qua, il mio bravo giovinotto—diss'egli assidendosi al pianoforte—la tua nobile protettrice mi vuol far credere che tu possegga una bellissima voce. Probabilmente la signora contessa ha voluto dire che i tuoi organi non hanno difetti cardinali. Belle voci non si danno in natura; starei quasi per dire che in natura non esistono voci. I suoni sono opera dell'arte; e l'arte, figliuol mio, è frutto dello studio e di un ben regolato esercizio. In ogni modo, vediamo la tua estensione.Il maestro prese a toccare il pianoforte, ed io mi diedi a vociare di tutta lena.La mia voce timbrata e sonora saliva daldobasso alsi bemolleacuto con ammirabile facilità. Terminato l'esperimento, il maestro mi rivolse una strana domanda:—Ebbene?... Che cosa intendiamo di fare? Vogliamo cantare il tenore, il baritono o il basso profondo?—A dir vero, signor maestro, l'organista del paese e la illustrissima signora contessa Bavoso mi avevano fatto sperare che cantando da tenore, in pochi anni mi sarei fatto milionario o qualche cosa di simile. Ho promesso al signor sindaco di contribuire per diecimila franchi all'erezione del nuovo campanile....—Caspita! hai delle idee molto elevate, figliuol mio!... ma poichè la signora contessa vuole un tenore; tanto fa, le daremo ciò che le abbisogna.Il maestro serbava nel parlarmi la maggior serietà, ma forse nell'intimo del cuore si burlava de' fatti miei.Cosa strana! questo professore autorevole e stimato, che aveva la pretesa dicreare le vocia totale beneficio dei suoi allievi, mancava affatto di voce.—Un tenore, diceva egli, colle opere che si scrivono in giornata, non può fare a meno delsinaturale, deldoed anche deldo diesis. Convien dunque, figliuol mio, che ci mettiamo di proposito a procurarci queste note essenziali. Per conquistare gliacutinon vi è che un solo mezzo: rinvigorire le note più basse, le quali rappresentano nella scala armonica le fondamenta dell'edifizio. Credi tu che si possa elevare una casa di cinque o sei piani quando non si pongano innanzi tutto delle basi massiccie?Con questa logica da capo mastro il professore mi impose di esercitare quotidianamente le mie quattro note più basse.Do re mi fa, fa re mi do—tale fu il vocalizzo obbligatorio de' miei primi esercizi. Di là a tre mesi io perdetti ilsi bemolle; a metà del semestre illaacuto scomparve affatto; alla fine dell'anno, da tenore divenni baritono.Non debbo tacervi che il mio autorevole maestro si preoccupava mediocremente di questi miei progressi. La sua lezione durava ordinariamente dieci minuti e si chiudeva colla formola di congedo: Bravo! molto bene! benissimo!Le lezioni delle allieve duravano più a lungo.Ho notato che tutti i professori del Conservatorio ponevano una cura speciale nella educazione delle ragazze. Allorquando il mio maestro inculcava il solfeggio alle future regine della scena, prendeva la posa di un ispirato e mostrava il bianco degli occhi.—Quelle lezioni lo affaticavano assai. Contuttociò la più parte delle allieve perdevano anch'esse la voce, ed altre cose.Alla fine dell'anno, il miosolacuto minacciava di ecclisarsi—il maestro se ne avvide, fece un rapporto al direttore dogli studi, ed io fui sottopostoad un consiglio di professori, i quali fra gli sbadigli firmarono il verdetto della mia assoluta impotenza a proseguire negli studi.Immaginate la mia sorpresa, il mio disappunto, la mia desolazione!Mi recai dalla contessa Bavoso. Il sindaco del paese, venuto a Milano per certi suoi affari, era in quel giorno dalla contessa. Mi presentai trepidante come un reo che va incontro al suo giudice—la presenza del sindaco raddoppiava le mie angoscie.—Bravo! molto bene! benissimo!—cominciò la contessa.—Il bell'onore che vi fate! Ecco la lettera del vostro professore—leggete se vi dà l'animo... E poi... abbiate ancora il coraggio di comparirci davanti!Io lessi, e rimasi oltremodo meravigliato in vedere le strane cose che in quel foglio si dicevano sul conto mio. Mi si accusava di poca assiduità alle lezioni; si attribuiva il progressivo enon logico deperimentodella mia voce a qualche vizio secreto, a qualche disordine organico prodotto dalla crapula o da altri abusi più gravi.Fui preso da indignazione.—Signora contessa! esclamai coll'accento più vivo—mi meraviglio che questi signori mettano in giro tali calunnie... Io non ho mancato mai alle lezioni, e la mia condotta fu sempre quella di un onesto figliuolo. Il maestro pretendeva fabbricarmi una voce da tenore, rinforzandomi i bassi—io mi sono uniformato a' suoi consigli, e mentre lavoravo a consolidare i fondamenti dell'edifizio, il tetto è crollato. Quel signor fabbricatore di voci non ha fiato in corpo per sè—ed io, quando entrai al Conservatorio, ne aveva tanto da gonfiarli tutti quanti... Insomma...—Insomma! Insomma! mi interruppe la contessa.—Voi siete un disgraziato., voi tornerete al paese a zappare le rape... Non si perdono ilsi bemollee illa naturalesenza qualche sconcerto dell'organismo, prodotto dai disordini e dai vizi.—So quello che mi dico... so quello che voi stesso ignorate... Il signor sindaco qui presente porterà la notizia a vostro padre... e voi partirete quando vi farà comodo.Ciò detto, la contessa mi fece cenno d'uscire. Il sindaco, per rinforzare l'apostrofe della contessa, mi annichilì con un motto spietato:—Avremo un bel campanile... al paese!Attraversando l'anticamera sentii afferrarmi pel soprabito da una mano tenace.Mi volsi—era la Savina.—Ho inteso tutto... Cos'è questobemolleche hai perduto? Voglio saperlo...—Lasciami in pace... Savina...—No!... voglio saperlo... Dio sa quante ne hai fatte!...—Savina... ti dico!...—Sento gente... va pure... Ci rivedremo domenica... all'ora della dottrina.Uscii dalla casa Bavoso coll'animo in tempesta.Dopo essermi aggirato per le vie di Milano, dibattendo molti progetti, entrai in una bottega da caffè dov'erano soliti a convenire alcuni artisti e studiosi di canto a me noti. Vedendomi accorato, mi interrogarono. Narrai ciò che mi era accaduto. Un signore di età matura che aveva prestato orecchio al mio racconto: «un altro Maccabeo!» esclamò con biblica amarezza—poi, voltosi a me direttamente: «Io conosco la contessa Bavoso, mi disse-è una pianista di gran talento e una dama di cuore—peccato ch'ella viva sotto la pressione del Conservatorio!—in ogni modo io non ho ancora disperato di convertirla... Chi sa! sareste voi disposto, figliuol caro, a fornirmi i mezzi per un'ultima prova?»La mia situazione era tale che le parole di quell'uomo, tuttochè enigmatiche, mi apersero il cuore alla speranza.—Se ti rimane un filo di voce, proseguì egli, a cui si possano riannodare dieci o dodici note, io mi incarico di restituirti in sei mesi ciò che i Bramini del Conservatorio ti hanno rubato nel corso di un anno.Ciò detto, mi porse il suo biglietto di visita, e mi fece promettere che il dì seguente, verso le dieci ore del mattino, mi sarei recato da lui. Immaginate la mia gioia, quando uno degli astanti, un certo Zilgo,tenore in aspettativa, mi avvertì che quel mio nuovo protettore era il più insigne maestro di canto dell'Italia e dell'Universo, il solo che sapesse realmentecrearele voci o ridonarle al primiero stato in caso di deperimento.All'indomani fui esatto al convegno. Venni introdotto in una grande sala debolmente rischiarata. Il maestro sedeva al pianoforte—una dozzina di allievi d'ambo i sessi lo circondavano in vario atteggiamento. Al mio entrare, il maestro si levò in piedi, e, additandomi ai circostanti con un gesto da Geremia, si diè a cantarmi l'antifona:Venite ad me, vos qui egrotatis; hic salus! hic vita! hic bonum!Gli allievi di canto replicarono in coro la salmodia—ed io ristetti ombroso a guardarli, credendomi vittima di una crudele burletta.Il maestro mi mosse incontro, mi prese per mano, e mi condusse al pianoforte.—Come vedi, figliuol caro, tutti si rallegrano con te... La pecora smarrita si è rimessa sul buon cammino... Volgiti intorno... Tutte queste signorine avvenenti e intelligenti, tutti questi giovani bene organizzati e predestinati, non rappresentavano, pochi mesi sono, che dei naufraghi, respinti, come tu lo fosti, dall'arca fatale del Conservatorio, e abbandonati semivivi alle branche voraci dell'oceano.—Io ho raccolti questi naufraghi nel mio battello da salvataggio; ho riscaldati questi morenti colla fiamma dell'arte unica e vera—dell'arte divina!... Quelli che ieri gemevano, oggi cantano—quelli che starnutivano, oggi trillano—i ranocchi divennero usignuoli—le cicale si mutarono in capinere.—Lasciamoli dunque in pace.—Abbandoniamo questi avventurati che già toccano le porte del cielo, per soccorrere all'ultimo arrivato, all'infelice che stava per soccombere.—Vieni qui, figliuol caro—e voi altri, schieratevi in giro—voglio che tutti assistiate alla diagnosi... Egli è sul cadavere che si studiano i problemi dell'esistenza; gli è dai morenti che si imparano i segreti della conservazione.Gli allievi si scostarono dal pianoforte, e andaronoa sedere in una specie di anfiteatro all'estremità della sala.Il maestro cominciò a palpeggiarmi la testa—quindi scese colle mani alle altre parti del corpo parlando di tal guisa:—Abbiamo un occipite pronunziatissimo... buon principio!... Sviluppo massimo di sensualità... di forza procreatrice! l'arte non è che amore—non si può essere artisti veri, artisti grandi, senza una straordinaria suscettività, o dirò meglio, irritabilità dell'organo simpatico. Gli è ciò che ho detto più volte amademoiselleGuardinaire:—tu diverrai la Cleopatra delle cantanti in grazia del tuo occipite.—Suiparietalinon c'è che dire—ilfrontaleè in ottimo stato! Questo solido ripercussore delle note acute presenta tutte le condizioni desiderabili—abbiamo unedmoideed unosfenoidepienamente conformi a quelli di Rubini e di Zilgo—larghe narici, canali ampi, torace adiposo, clavicola ferma, scapula rilevata, osso sacro sporgente—in una parola lo scheletro di Lablache, di Filippo Galli e di... Zilgo. Vediamo ora (ed è quello che più importa) come si sta di visceri... Esaminiamo prima di tutto se i mantici funzionano, e qual grado conservino ancora di forza coibente e deprimente.Ciò detto, il professore tirò il cordone di un campanello e una grossa domestica entrò nella sala con un soffietto nella mano, domandando: «c'è forse qualcuno che ha bisogno di fiato?»—No—rispose il maestro seriamente—apporta gli ordigni per la prova dei mantici.Non comprendo, ripensandoci adesso, come io fossi in allora tanto ebete da prestarmi a quelle buffonesche esperienze.—Di lì a poco, la grossa fantesca rientrò nella sala, recando sulle braccia una dozzina di volumi. Il maestro mi ordinò di sdraiarmi supino sovra un canapè, soprappose al mio stomaco quattro volumi, e in quella difficile posizione mi fece ripetere più volte la scala ascendente e discendente.MademoiselleGuardinaire, il tenore Zilgo, una giovane inglese assai brutta, e da ultimo, tutti gli scolari misi fecero d'attorno, per istudiare, com'essi dicevano, il grande fenomeno della respirazione. Tutti parevano sorpresi della potenza straordinaria de' miei polmoni; la fantesca batteva le mani dalla meraviglia, esclamando: scommetto che se io gli monto sopra, costui con undodi petto mi slancia alla soffitta!Ciò che vi narro vi parrà inverosimile; eppure a quell'epoca c'erano in Milano dei maestri di canto che spingevano più oltre la ciurmeria.—E credete voi che oggigiorno le cose sieno mutate? Chiedetene notizia a quelle tante infelici, che dopo avere dal rigido settentrione trasmigrato in Italia per apprendervi la bell'arte del canto, ritornano in patria senza voce, senza quattrini, senza professione, senza... tutto quello che hanno dovuto immolare ai maestri, agli agenti teatrali ed ai giornalisti.In seguito alle esperienze ginnastiche che vi ho descritte, e ad altre di cui vi taccio per brevità, il mio nuovo maestro espose la sua ferma convinzione che in meno di sei mesi, seguendo il suo regime, io avrei ricuperata la mia bella voce di tenore, e di là a due anni, persistendo nello studio, sarei stato in grado di esordire con lieto successo alle scene. Queste promesse suonavano abbastanza lusinghiere; ma l'ispirato missionario dell'arte non pareva disposto a darmi lezione gratuitamente. Fu convenuto che io avrei diretto una supplica alla contessa Bavoso, onde ottenere qualche sussidio nei sei mesi di esperimento; il maestro si sarebbe egli stesso incaricato di presentare la mia lettera, perorando a voce la mia causa e magnificando le mie ottime disposizioni musicali. Ogni cosa riescì per bene. Scorsa una settimana, la contessa mi fece chiamare al palazzo, e dopo una lunga ammonizione che io ascoltai col massimo raccoglimento, mi diede il grato annunzio che ella medesima si assumeva di pagare le mie lezioni, fissandomi altresì un piccolo assegno mensile ond'io vivessi decorosamente a Milano. In seguito a questa nuova fortuna, io potei riannodare le mie relazioni colla Savina, la quale in un precedente colloquio mi avevafatto capire che il cocchiere della contessa le avea inoltrateseriamentedelle proposte di matrimonio.Il signor Minassi[1](tale era il nome del mio maestro) per circa due mesi mi esercitò alla emissione delle note, obbligandomi sempre, durante le lezioni, alla incomoda e ridicola giacitura di cui vi ho parlato poco dianzi. Tanto egli, come i colleghi di scuola e la grossa fantesca si mostravano stupiti dello straordinario sviluppo che la mia voce andava acquistando di ora in ora, di minuto in minuto.MademoiselleGuardinaire, che per ordine del maestro si era fatta strappare due denti, i quali rendevano un po' ottuse le sue note di mezzo, mi animava a subire la medesima operazione, assicurandomi che ne avrei ottenuto un immenso benefizio. Il tenore Zilgo era d'avviso che io mi facessi levare le tonsille—e il maestro aggrottava le ciglia borbottando: «vedremo se sarà il caso—c'è sempre tempo a correggere la natura—ed io non dubito che il nostro futuro Donzelli sacrificherà all'arte, quando l'arte lo esiga, quelle superfluità dell'organismo che possono compromettere la libera emissione della voce.»Pur troppo l'ora del sacrificio non tardò a suonare. In seguito ai violenti esercizi di respirazione, la mia voce si era ridotta a tale che ogni nota si rompeva in unoscrocco. Tutta la scolaresca fu chiamata a consiglio—il maestro produsse una chiara e minuziosa diagnosi del fenomeno patologico, concludendo col dichiarare di urgenza l'amputazione delle glandule tonsillari.Sulle prime, mossi qualche difficoltà—ma avendo tutti in massa gli scolari spalancate le bocche per mostrarmi che non uno era andato esente dalla operazione, mi lasciai vincere dall'esempio.Al taglio delle tonsille successe una allarmante infiammazione—per circa una ventina di giorni non mi fu concesso di emettere una nota—quando tornai dal maestro per riprendere il corso delle lezioni,con somma sorpresa di tutti si notò che da baritono io era divenuto basso profondo.Quella scoperta produsse un cataclisma. Il Minassi improvvisò sullerivoluzioni delle vociun erudito discorso che produsse la più viva commozione nella scolaresca; ma la contessa Bavoso, informata della metamorfosi che si era operata nel mio organo, mi avvertì per lettera che non intendeva continuarmi il sussidio, consigliandomi al tempo stesso di far ritorno al paese dove la mia voce da basso profondo sarebbe riuscita opportunissima per richiamare dai pascoli le giovenche. A quella lettera, dissuggellata dall'infida Savina, era aggiunto un poscritto in pessima calligrafia, che diceva testualmente:Dopo quelo che tano talliato, non sperare mai più nel mio amore; io sposerò quest'autunno il carozziere Pacicco.Che fare? che tentare?—Dietro ordine della contessa, mio padre venne a Milano, mi colmò di rimproveri e mi intimò di seguirlo al paese. All'ora del mio arrivo, una ventina di villani stavano sulla piazza attendendomi.—Immaginate la mia vergogna, allorquando una voce acuta, emergendo dal crocchio, annunziò il mio ingresso colle parole: «In pèe tucc! à l'è scià el campanin!»[2]Ed ecco in qual modo compensavano quei bifolchi la buona disposizione che io aveva manifestata di concorrere coi miei guadagni alla erezione del campanile!—Le buone intenzioni non hanno sconto sul mercato della vita.Non volli più uscire di casa—mi resi invisibile. Io attendeva ai lavori dell'orto ed al governo della stalla, mutolo sempre e ingrugnato. Mio padre temendo che io cadessi ammalato, andò a consultarsi col veterinario.Un giorno l'organista del paese si recò a visitarmi—Pirletta, mi disse—eppure io non so capacitarmi che la tua bella voce sia proprio svanita! Se ci provassimo... così per spasso?.... Farò trasportare nellatua camera da letto la mia spinetta... Ricomincieremo dalle scale—e chi sa?—le scale conducono in alto...Che volete? mi lasciai vincere dalla tentazione, e ripresi, colla scorta del dabbene organista, gli esercizi del solfeggio. La mia voce da basso non era delle più ingrate; io studiava con moderazione, senza violentare la natura, e apprendeva, ciò che i professori di Milano avevano sdegnato insegnarmi, i principii fondamentali della musica. Io comprendeva i miei progressi, e il mio cuore si riapriva alla speranza, la mia mente si irradiava di nuove illusioni.Dopo due anni di studi regolari ed indefessi, l'organista mi avvertì solennemente che a lui non restava più nulla da insegnarmi, a me più nulla da apprendere.—Sei maturo, mi disse; non ti resta che salire il bosco e fare la tuagalletta.Mio padre mi fornì cinquanta lire e la sua benedizione perchè andassi a Milano in cerca di una scrittura. Il parroco, il sindaco, il veterinario e l'ottimo organista ingrossarono il mio peculio di qualche spicciolo e di molti consigli.—Uscii dal paese due ore prima dell'alba, e volgendomi al famiglio che aveva attaccata la bestia al biroccino: tornerò fra cinque o sei anni, gli dissi; e quando il campanile sarà compiuto, andrò lassù a sputar sulla testa di quei buffoni che si fecero giuoco di me.Ma in cielo non era scritto che io donassi un campanile alla ingrata mia patria. Prima di ottenere una scrittura, rimasi a Milano due anni—e furono due anni di patimenti, di umiliazioni, di angoscie indescrivibili. Io faceva regolarmente ogni giorno il giro di tutte le agenzie teatrali; i corrispondenti mi davano delle promesse e sempre mi congedavano col ritornello:lasciatevi vedere!—All'indomani, quando io mi presentava, fingevano di non vedermi.I miei abiti si aprivano sui gomiti e parevano ricambiare dei sorrisi alle scarpe che mostravano i denti. Non vi parlo dei miei lunghi digiuni, delle notti passate all'aria aperta o sulle panche del caffè Martini. I miei amici erano una dozzina di cantanti in perenne disponibilità—i quali mi confortavanoaffermando che gli agenti teatrali erano una masnada di assassini, il pubblico una massa di imbecilli, e gli artisti più lautamente pagati una camorra di intriganti privi di voce e talento.Finalmente (e in quell'istante vidi aprirsi il paradiso) un agente teatrale mi invita per lettera a recarmi premurosamente da lui.—Accorro ansante dalla gioia—precipito nella sala d'uffizio e interrogo collo sguardo il mio destino.L'agente era un certo Cinguetta, un uomo di sinistro aspetto e di fama perduta; eppure, all'idea ch'egli intendesse offrirmi una scrittura, mi parve un cherubino.—Sei tu disposto—mi chiese con brusca amorevolezza—afare una campagnatadi venti giorni cantando nelNabuccola parte di Zaccaria?—Se le pare... se lei crede...—Si tratta, come dissi, di unacampagnata—dunque molta allegria, grandi applausi e pochi soldi... non è vero? Gli esordienti—regola generale—non hanno diritto a compenso, e dovrebbero anzi, a rigore di legge, sborsare all'impresario una somma, pel grave rischio a cui questi va incontro esponendo sulle scene un artista sconosciuto e di dubbio talento. Ma io ho fede in te; so che possiedi una bella voce e conosco del pari le tue strettezze. Vedrai dal presente contratto che ho cercato di aiutarti—apponi dunque la tua firma, e domani partirai per Arona, ove, non dubito, farai onore alla mia agenzia.Così parlando, il Cinguetta mi porse la scrittura che mi obbligava a cantare per una ventina di rappresentazioni al teatro di Arona, a recarmi alla piazza in tempo debito onde intervenire alle prove di cembalo e di orchestra, nonchè a provvedermi a mie spese delbasso vestiario in perfetto costume. In compenso delle mie prestazioni, l'impresario mi avrebbe pagata la somma di lire sessanta, suddivisa in quattro rate, giusta le consuetudini teatrali, restando a mio carico le spese di viaggio e la provvigione dei cinque per cento devoluta al mediatore.Naturalmente, apersi il labbro per muovere qualcheobiezione; ma il Cinguetta, strappandomi il foglio dalle mani e facendo atto di lacerarlo:—tutti di uno stampo! esclamò con mal piglio—quandosiete a spasso, mille suppliche, mille transazioni;—vi si offre una scrittura, eccovi tosto colle grandi pretese!—Figliuol mio.... non faremo nulla. Non ho che a battere il suolo coi tacchi per veder sorgere una legione di bassi profondi, pronti e disposti a cantare per l'amore dell'arte!Non era il caso di discutere—io segnai la scrittura con mano tremante, la piegai, la chiusi nei taschetti del soprabito e atterrito della mia nuova situazione, presi commiato dall'agente teatrale ringraziandolo colla voce ed imprecandogli col cuore. Il Cinguetta mi accompagnò fino alla porta, e come uomo ispirato subitamente da una idea luminosa:—A proposito, mi disse; non sarebbe bene che noi regolassimo tosto i nostri conti? di tal guisa ti risparmieresti l'incomodo e la spesa di spedirmi il danaro per la posta.... La somma che mi devi è tanto meschina...Io compresi che si trattava della provvigione. Non aveva indosso la somma di dieci soldi, e la mia mente già cominciava ad affannarsi nella ricerca di uno spediente qualunque, pel quale mi fosse dato di trasferirmi alla piazza. Esposi francamente al Cinguetta la mia triste posizione; gli feci capire che, aiutandomi la fortuna, lo avrei più tardi compensato largamente. Le mie parole esprimevano la più viva commozione.—Non importa!—disse l'agente con un suo risolino di ipocrita benevolenza—io amo gli artisti e so investirmi delle loro circostanze... Se non puoi darmi danaro.... vedi.... sarei anche disposto ad accettare qualche segno di riconoscenza.... per esempio... vediamo un poco.... Così parlando, portò la mano alla catenella di argento che mi scendeva nel taschino delgilet, e ne trasse fuori un gramo orologio di argento, unico ricordo di mia madre che io aveva religiosamente conservato fino a quel giorno in onta delle urgenze più calamitose. Quel Cinguettaaveva la mano così disinvolta, e la mia resistenza era così debole e impacciata, che l'orologio in un attimo divenne sua preda. Io finii col ringraziarlo di avereaccettatoin benemerenza dei suoi grandi favori, un dono così meschino.Il miodebutal teatro di Arona fu abbastanza fortunato, ma avendo dovuto respingere venticinque giornali che mi erano stati inviati da varie città d'Italia con invito all'abbonamento, nessuno fece parola di me, e se alcuno parlò, fu per dire che io era uncanedella peggiore specie. In ogni modo lacampagnatasi chiuse colla solita catastrofe. A metà della stagione l'impresario si assentò dalla piazza e si rese irreperibile—io perdetti l'ultimo quartale, e dovetti tornare a Milano colle mie gambe, lasciando in ostaggio al padrone di casa la barba ed i sandali del profeta Zaccaria.Per una decina di anni venni sobbalzato da teatro a teatro. Le estorsioni dei corrispondenti, i ricatti del giornalismo, le frodi degli impresari cooperarono siffattamente al perfetto equilibrio delle mie finanze, che al finire di ogni stagione non mai ebbi ad inquietarmi per l'impiego de' miei sopravanzi. Le scritture del carnevale e dell'autunno pagavano regolarmente gli arretrati della disponibilità precedente—la perdita di uno più quartali, già preveduta nel bilancio, frenava i miei appetiti, e mi imponeva la più rigida soppressione delle superfluità. L'unico rimorso che ancora mi pesa sull'anima è quello di aver sprecato una piccola parte del mio peculio nello sfamare quattro o cinque giornalisti teatrali, non saprei dirvi se più scimuniti o bricconi. Una tale debolezza era frutto di inesperienza; ma dacchè a Firenze mi avvenne di applicare una dozzina di nerbate sul grugno di un certo Montâsino fabbricatore di riviste, ebbi a convincermi non esservi miglior espediente di questo per insegnare ai bèceri del giornalismo la morbidezza dello stile.Vi fu un'epoca nella quale, per un bagliore inusitato di promesse, io credetti di aver finalmente afferrate le chiome della fortuna. Dopo quattro lunghimesi di disponibilità, mi venne offerta una scrittura pel teatro di Lima. Il mandatario dell'impresa, un personaggio tutto fulgido di diamanti e d'altre pietre inqualificabili, si faceva chiamare Don Diego y Gonzalez y Caballero Radamonteros Pordodios de las Quercás.—Il di lui nome non mancava di sonorità e le paghe ch'egli offriva agli artisti non erano meno sonanti. Vi basti sapere che l'emolumento a me fissato si traduceva nella somma di franchi cinquantamila all'anno, più due serate di benefizio, assicurate in diecimila franchi cadauna.Innanzi di salpare pel nuovo mondo, scrissi una lettera al sindaco del paese annunziandogli la mia buona fortuna e assicurandolo al tempo stesso che le mie intenzioni a riguardo del campanile non erano punto cangiate.Ci imbarcammo a Genova in un pessimo legno da vela, e dopo tre mesi ai navigazione disastrosa, toccammo la meta. Il rappresentante dell'impresa ci aveva accompagnati fino a Lima, ma all'indomani dello sbarco, non si ebbero più traccie di lui. Immaginate quale scompiglio, quale sgomento nella compagnia lirica! Eravamo circa sessanta, fra cantanti, suonatori e ballerine—e spremendo le nostre tasche non ne sarebbero usciti tanti spiccioli da formare un marengo—Dopo una settimana di ansie inenarrabili, un certo Arnaldo Sesini, negoziante di gomma elastica, si presenta al nostro albergo, e dopo aver biasimato col più energico accento la condotta di Don Diego y Caballero Radamonteros Pordodios de las Quercás, si annunzia disposto ad assumere l'impresa in sua vece ed a sborsare immediatamente il primo mensile a tutti gli artisti, purchè rinnovino le scritture, assentendo al ribasso del sessanta per cento sulle paghe stabilite. Non era il caso di fare delle obiezioni. Il nome di Arnaldo Sesini ispirava poca fiducia; ma a qual nome affidarci, dacchè un Don Diego y Gonzalez y Caballero Radamonteros Pordodios de las Quercás ci aveva così ignobilmente abbandonati? Noi piegammo la fronte alla necessità; le transazioni vennero accetate,e di là a poche settimane il teatro di Lima si aperse a spettacolo d'opera e ballo.C'è a scommettere che di quella colonia di artisti italiani ben pochi ebbero la fortuna di rivedere la patria. Molti morirono di febbre gialla trasmigrando ad altre coste degli Stati Uniti—i suonatori si sbandarono per suonare nei caffè e in altri luoghi di pubblica ricreazione; le coriste e le ballerine sopravvissute alle febbri e ad altre epidemie, non trovando più adoratori, si procacciarono dei mariti. Io corsi l'America per dodici anni, sempre intento ad economizzare su' miei scarsi stipendi onde mettermi in grado di far ritorno in Italia. E Dio sa quanto avrei dovuto attendere prima di adunare il capitale occorrente, se la prepotenza della nostalgia non mi avesse spinto ad un partito.... americano.Mi recai ad una grossa borgata del litorale in compagnia di una corista e di un pessimo accompagnatore di pianoforte—feci affiggere dei cartelloni dov'era annunciato che il celebre Mario e la insuperabile Grisi avrebbero dato un concerto, cantando una quindicina di pezzi a scelta del pubblico.—Quei buoni borghesi accorsero in massa, applaudirono ai miei ruggiti, si estasiarono ad ogni strillo della mia audace compagna, e raccolta una buona messe di dollari, io mi imbarcai felicemente il giorno appresso sovra un legno mercantile genovese.Dalle mie lunghe e disastrose pellegrinazioni io non riportavo in Italia che un centinaio di lire, due papagalli ed una scimia.—Rientrando al mio albergo a Genova per levare i bagagli onde proseguire il viaggio, trovai la gabbia rovesciata.—I due papagalli si erano svincolati, e, profittando della libertà, avevano preso il volo per ignota direzione.Giunto a Milano, mi recai al palazzo della contessa Bavoso per offrirle la scimia, ma la contessa era morta da un pezzo. Tornato al paese, venni a sapere che il sindaco, il veterinario, la Savina, l'organista, tutte infine, o quasi tutte le persone di mia conoscenza, avevano cessato di esistere. Mio padre istupidito dagli anni, appena mi riconobbe—e quandogli mostrai la piccola scimia ch'io teneva fra le braccia, mi chiese da quanto tempo ero ammogliato, e se quello fosse il mio primogenito.Sono scorsi dieci anni dacchè tornai al paese. Ho ereditato da mio padre una casuccia ed un orto, e campo la vita in qualche modo, accordando i pianoforti nelle ville dei signori e cantando qualche mottetto nelle chiese. I miei compaesani mi vogliono bene e cercano di aiutarmi; ma ogni qual volta nel Consiglio Comunale torna in campo il progetto di erigere un nuovo campanile, la discussione viene troncata con questo tratto di spirito:Aspettiamo il denaro di Pirletta.Daniel Nabaäm De-SchudmoëkenA quei tempi, che sotto molti aspetti somigliavano ai presenti, io sedeva una mattina con altri pochi visitatori nel salotto di una amabile contessa, assai celebre in Milano pel suo talento di pianista non meno che per la sua bellezza e le sue prodigalità di ogni genere.Come al solito, si parlava di musica; ed era in campo una discussione sulla supremazia dei maestri tedeschi, in fatto di composizioni istrumentali. La contessa, tuttochè italianissima nel senso politico, in arte si professava tedesca.La conversazione venne interrotta dal servo di anticamera, il quale, presentando alla contessa una carta di visita, annunciava l'arrivo di un nuovo personaggio.—Entri pure!—disse la contessa sfavillante di gioia.—E quella espressione del volto pareva dinotasse l'intervento di un alleato inatteso.Il cameriere poco dopo ricomparve sulla porta, introducendo, con uno sforzo di pronunzia visibile, il signor Daniel Nabaäm De-Schudmoëken.Era un uomo dai trentacinque ai quarant'anni, abbigliato con quella eleganza alquanto caricata, che contraddistingue gli artisti. Nel suo modo di presentarsi c'era la disinvoltura e la franchezza di chi ha fatto l'abitudine alla curiosità del pubblico ed all'applauso dei teatri.Si inchinò leggermente ai circostanti, baciò la mano alla contessa, e, tratta dal portafogli una lettera, gliela porse col garbo più distinto.—Ah! ah! il barone Teghetoff!—esclamò la dama, dopo aver letto—ecco un signore che non ha mai disertato dal campo dell'arte. E di quanto io gli vado debitrice! Egli non ha mai dimenticato di indirizzarmi i più eletti e celebri talenti di Europa.... L'anno scorso era Talberg, pochi giorni fa era Wanwondegger, ed oggi il signor Daniel Nabaäm De-Schudmoëken pianista di S. M. il re del Belgio, che io mi chiamo onoratissima di presentare sul momento ai miei migliori amici.Quanti erano nel salotto salutarono amabilmente l'artista, indirizzandogli quelle banalità lusinghiere che le persone bene educate sanno prodigare anche agli sconosciuti, quando per essi interceda la raccomandazione di una signora.Frattanto io pensava: dove mai ho veduto costui?... la sua fisonomia non mi è nuova.E in luogo di interrogare o di adulare, io fissai uno sguardo così scrutatore sull'artista, che questi a sua volta prese a guardarmi con marcata attenzione.Quella corrente di occhiate non isfuggì alla contessa. Ella credette farsi interprete di un mio desiderio, presentandomi più direttamente al suo raccomandato, e declinando a lui il mio nome e cognome, non senza aggiungere qualche cenno biografico.—È bene, signor Nabaäm De-Schudmoëken, poichè avete intenzione di produrvi a Milano, che vi mettiate in rapporto con qualche giornalista, e sono lietissima che qui, nel mio salotto, voi stringiate una alleanza che potrà giovarvi.L'artista, leggendo ne' miei sguardi una certa preoccupazione, arrossì leggermente; ma dominando tosto il proprio imbarazzo, riaperse il portafogli, e, trattane una lettera, me la porse con queste parole:—Per comprendere, o signore, quanto io tenga alla vostra amicizia ed alla vostra protezione, non avete che a leggere le poche righe di questo scritto. Conoscendovi per fama, ho voluto premunirmi di una commendatizia al vostro indirizzo.—La persona che vi scrive e che a voi caldamente mi raccomanda, si dice uno dei vostri migliori amici.Mi trassi in disparte, apersi la lettera, e, dissimulando a mala pena la mia sorpresa e la mia commozione, lessi mentalmente quanto segue:«Ottimo signore,«Sono a Milano da due giorni, e intendo far sentire al ridotto della Scala alcune mie composizioni. Ha ella dimenticato la gioconda serata che noi passammo insieme la sera del ventiquattro marzo del mille ottocento quarantacinque all'albergo dellaBonne femmedi Torino? Ella mi aveva furiosamente applaudito il giorno innanzi, in un concerto al quale assistevano venti persone. Oggi, dopo quindici anni, io la prego a volermi riudire. Colui che si fa annunziare in Milano coll'esotico nome di Daniel Nabaäm De-Schudmoëken pianista di S. M. il re del Belgio, si chiamava in altri tempi Bartolomeo Scannagatta di Biella. Per carità, non mi tradisca!... Venga piuttosto a trovarmi domani all'albergo del Marino, verso le cinque pomeridiane. Pranzeremo assieme, e dopo il caffè, s'ella avrà tempo e pazienza di ascoltarmi, le spiegherò il segreto del mio bizzarro pseudonimo, raccontandole una istoria piena di amarezze e di follie. Mi affido a lei e mi dicosuo dev. ServoBartolomeo Scannagatta.»Era proprio lui! Le mie reminiscenze non mi avevano ingannato—il tono della lettera e la eloquenza delle occhiate che tratto tratto l'artista mi indirizzava mentre io stava leggendo, mi imponevano di rivolgergli tosto una parola rassicurante.Mossi a lui, gli stesi la mano; egli mi porse la sua, e in quella stretta leale, un tacito patto fu stipulato fra noi.Poco dopo, quand'egli fu uscito dalla sala, la contessa si pose a raccomandarmelo colla più viva espansione.—Nessuno dimentichi ch'egli è un mio protetto, ripetè più volte la contessa a quanti facevano parte del circolo; quando il barone Teghetoff ci raccomanda un artista, è indubitabile che questi dev'essere un talento superiore. E poi.... che ne dite di questo nome?... Daniel..... Nabaäm De-Schudmoëken? Dio sa se lo pronunzio per bene!—Dev'essere un pianista insuperabile nei pezzi di difficoltà—disse uno degli astanti—ciò si comprende dalle molte consonanti del nome.....—Ed anche, soggiunse un altro, dalla k aspirata preceduta dal dittongo.....—Non c'è' dubbio—rispose la contessa—questi artisti superiori che ci vengono dall'estero hanno dei nomi imponenti e, direi quasi, rivelatori. Talberg? Che ve ne pare? Non sentite forse, nella posa solenne e direi quasi patriarcale di questo nome, il pianista pacato, maestoso, che procede sicuro sulle onde melodiche, come un poderoso vascello già provato dalle tempeste e dai venti?.... Liszt!... Non vedete, a questo nome, il lampo e la folgore guizzare sulla tastiera? Non vi pare che una favilla elettrica, sprigionandosi dalle dita nervose, si comunichi alle corde del gravicembalo e da quelle alle fibre degli uditori?... Hans Von Bülow....La contessa, nel proferire questo nome, spalancò le labbra siffattamente, che la sua prima aspirazione somigliò ad uno sbadiglio. I circostanti, sbadigliando per consenso, ripeterono non so quante volte il nome di Häääns..... E siccome io penava a trattenere uno scoppio di buon umore indiscreto, prima che il grottesco della conversazione provocasse una crisi, profittai dell'incidente e presi commiato.All'indomani, verso le ore cinque pomeridiane, mi recai all'albergo del Marino, dove il musicista mi attendeva pel pranzo.Egli aveva fatto apparecchiare la tavola in un piccolo salotto attiguo alla sua camera da letto.Sulla tavola erano quattro coperti.—Abbiamo dunque degli altri commensali?—Gente di fiducia—rispose l'artista sorridendo—mio padre e mio nipote.E poco dopo, al momento in cui il cameriere serviva la zuppa, entrò nel salotto un vecchio dal volto sano ed intelligente, in compagnia di un grosso garzone senza barba che poteva avere diciotto anni.La presentazione fu spiccia.—Ecco un ottimo padre, venuto espressamente da Biella per assistere al mio concerto e per protestare...—Basta, basta! interruppe il vecchio—in presenza della minestra deve tacere ogni questione—parleremo dopo.Durante il pranzo, venni a sapere che il padre del nostro pianista era stato per molti anni capo-musica della banda e organista della chiesa di Biella; che aveva composto parecchie sinfonie e due messe, l'una da morto, l'altra davivo, e che il figlio doveva a lui solo la molta erudizione musicale onde era fornito, nonchè la sua abilità di suonatore.Levata la mensa, ci assidemmo in faccia al caminetto. Il vecchio fece recare due bottiglie di barbéra, ch'erano, com'egli diceva, la sua tazza quotidiana di caffè. E quando ebbe vuotato il primo bicchiere:—Ora, a noi altri! proruppe con una certa modulazione di voce che sentiva la stizza e la benevolenza—sentiamo cosa sa dire per sua discolpa il signor Daniel Rabadàn!L'artista accese uno zigaro, e volgendosi ora a me, ora a suo padre, cominciò di tal guisa:—Come lei vede, questo mio ottimo padre non sa perdonarmi ch'io abbia cangiato nome. Egli pretende che io abbia sottratto al nome già illustre degli Scannagatta una parte di gloria che gli spettava per diritto.....—Sicuramente! interruppe il vecchio—e non contiamo il gran danno che tu porti a tutti i Bartolomei (tuo nipote compreso), i quali attendono da secoli che un uomo di genio rifletta sul loro nome vilipeso qualche raggio di luce.Il giovane Bartolomeo, che fino a quel momento non aveva aperto bocca, si lasciò sfuggire dalle labbra un:contagg!—Se mi interrompete ad ogni frase, io non verròmai a capo di giustificarmi..... Lasciatemi dire... Anche i preti, prima di assolvere o di lanciare la scomunica, attendono che il reo abbia finita la confessione. Ed è una confessione, o per lo meno un resoconto sincero della mia vita d'artista che mi trovo in obbligo di fare. Voi, mio padre, ne conoscete una parte, ma vedo che è mestieri ricordarvela. Abbiate dunque la pazienza di ascoltarmi, e poi, quanto al verdetto finale, ci rimetteremo all'arbitrio di una persona affatto disinteressata, vale a dire al nostro amico giornalista.Il vecchio vuotò un secondo bicchiere, e strinse le labbra in segno del grande sforzo che gli costava il silenzio.«Non ricordo quale filosofo, riprese il pianista, abbia dettato un libro per dimostrare l'influenza che hanno i nomi sul destino degli individui. Certo è che l'avere un bel nome, un nome geniale e simpatico, ordinariamente porta fortuna. Non ho mai capito questa predilizione dei nostri antenati nell'appropriarsi dei cognomi tolti a prestito dalle bestie. I Gatti, gli Orsi, i Leoni, i Bove, i Capponi, i Galli, perfino i Pulci, i Lumaga, i Sanguettola, i Mosca, i Tenca, i Ghezzi, i Formica, i Volpi, i Merli, gli Allocchi, ecc., ecc., costituiscono la maggioranza delle famiglie italiane..... Poi seguono, in gran numero, i cognomi composti, dove parimenti figurano le bestie; tali i Pestagalli, i Mangiagalli, i Caccialupi, i Portalupi, i Cacciamosche, i Pelegatti, ecc., ecc., e infine, per tacer d'altri, gli Scannagatta. Ecco una statistica che potrebbe fornire ad uno storico, ad un archeologo, fors'anche ad un filosofo moralista, argomento di serie considerazioni. Quanto a me, per non istancare la vostra pazienza, mi limiterò a dirvi che il cognome di Scannagatta fu in certo qual modo la mia disgrazia originale. Non intendo darne colpa al mio ottimo padre, qui presente; nè tampoco serbo rancore a quel dabben cognato che tenendomi al fonte battesimale, si piacque aggravare la mia disfortuna gratificandomi del nome di Bartolomeo.—Fatto è, che all'età di sei anni, quando entrai nella scuolacomunale per iniziarmi ai primi esercizi dell'alfabeto, io cominciai ad esperimentare la funesta influenza de' miei due nomi. Tutte le volte che il maestro mi chiamava all'appello, dai banchi della scolaresca io udiva insorgere una specie di miagolio che somigliava ad una protesta contro una scannatura di gatti;—e quando, nel recitare le prime lezioni, mi avveniva di rimanere a bocca chiusa, il maestro, gettandomi il libro alla faccia: Va là, mi gridava, va pur là, che sarai sempre un bartolomeo!»Queste prime umiliazioni prodotte dal nome mi irritarono, mi contristarono siffattamente, che un bel giorno (voi, mio padre, non lo avrete scordato) venni a casa tutto piangente a manifestarvi il mio fermo proposito di non tornare mai più alla scuola. Il mio proposito fu tanto pertinace che voi vi appigliaste al partito di provvedere da voi medesimo alla mia educazione, e mi insegnaste con tanta amorevolezza e pazienza la bell'arte della musica. Condussi, per una diecina d'anni, una esistenza da romito, uscendo rare volte di casa e sempre solo, studiando indefessamente. I primi successi musicali, ottenuti a Biella nel circolo ristretto dei nostri parenti ed amici, mi avevano ridonato il coraggio, riconciliandomi perfino coi due nomi fatali, che erano stati l'origine delle mie disavventure infantili. Venne il tempo di produrmi nel gran mondo. Tutti mi animavano ad uscire da Biella; e voi stesso, ottimo padre, vi mostravate convinto che io era, per la mia età, un piccolo portento.»Nella primavera dell'anno..... mi recai dunque, pieno di illusioni e di speranze, alla capitale del regno. Mi accompagnava il cognato Bartolomeo. Ignari sì l'uno che l'altro degli usi del mondo, non ci eravamo data veruna briga per premunirci di lettere commendatizie. Noi giungevamo a Torino colla semplice scorta del mio talento ignorato e colle cento lire messe assieme dalla famiglia per le spese di quel primo cimento.—Ci recammo da un capocomico per ottenere che mi lasciasse suonare qualche pezzo fra gli intermezzi della rappresentazione.—A chi ho l'onore di parlare? chiese il capocomico.—Io michiamo, rispose il cognato, Bartolomeo Zuffolone di Biella, e questo giovane è il signor Bartolomeo Scannagatta....—Quanti Bartolomei! interruppe l'artista—e tutti di Biella?... Basta! penseremo..... rifletteremo.....—In quel punto sopravvenne un signore, che era, per quanto sapemmo dippoi, il proprietario del teatro. L'artista drammatico si tenne in obbligo di presentarci a lui.—Zuffolone! Scannagatta! che razza di nomi! esclamò il nuovo personaggio, squadrandomi dal capo al piede come fossimo due mendicanti.—Ci mancherebbe altro! Con questi due nomi sull'avviso, faremmo scappare la gente.—E ci piantò là, traendo seco il capocomico.—Confusi, umiliati da questo primo accoglimento, uscimmo dal teatro e ci demmo a passeggiare per più di un'ora sotto i portici di Po, meditando e discutendo sul da farsi. Per caso, ci venne veduto un magazzino, dove si davano cembali a nolo. Entrammo, sotto pretesto di noleggiare uno strumento, e dopo alcune parole, parendo a noi che il padrone della bottega fosse un uomo ammodo, chiedemmo a lui delle informazioni sulle pratiche a farsi per dare un concerto.—Un concerto di pianoforte!.... esclamò il dabben uomo inarcando le ciglia—ella non farebbe un soldo in questo momento.... Abbiamo qui uno dei più celebri pianisti d'Europa chefa furorenelle sale e nei circoli—la società torinese farnetica per questo straordinario talento—ella avrebbe l'aria di voler sfidare un confronto impossibile.... insomma.... io la sconsiglio dal tentare la prova.—E come si chiama questo portento dell'arte? domandai io, con un leggiero accento di ironia che tradiva le prime emozioni del mio orgoglio giovanile.—Si chiama... si chiama, rispose il noleggiatore dei pianoforti ingrossando la voce,monsieurEtzcy'.—Salute! Dio la prosperi! esclamammo ad una volta mio cognato ed io, credendo che l'altro avesse sternutito—e vedendo che quegli non parlava:—dunque si chiama? replicò mio cognato. Ma non glie l'ho già detto? Etzcy'!...—Ti scoppi il naso!—brontolò mio cognato—e senza altro dire, uscimmo dalla bottega.»Com'io riuscissi, dopo molte noie e molti sacrifizi, a dare il mio primo ed unico concerto a Torino, non val la pena ch'io lo narri. Voi foste testimonio (e qui il narratore diresse a me la parola) dello scarso concorso di spettatori, del loro contegno indifferente e quasi nemico. Non ho mai dimenticato nè sarò mai per dimenticare che voi, quasi solo, osaste interrompere con applausi e con voci di ammirazione il mio ultimo pezzo. La stretta di mano amichevole e le incoraggianti parole che mi volgeste dopo il concerto furono il solo compenso che io mi ebbi in quella angosciosa serata; senza di voi, il mio giovane cuore da artista si sarebbe lasciato vincere dalla disperazione.»Tornammo a Biella di assai cattivo umore. Di quel miodebutnon parlò alcun giornale tranne un ignobile fogliaccio umoristico, dove il cronista teatrale si scusava coi suoi lettori di non aver assistito al concerto per la diffidenza che gli avevano ispirato i due nomi di Scannagatta e di Bartolomeo.»Si tenne un consiglio di famiglia. Voi non oblierete, mio ottimo padre, quanto io abbia combattuta la vostra idea fissa di farmi ritentare la prova a Milano In me era già entrata la convinzione che col mio nome di Bartolomeo Scannagatta non era possibile il successo fuori dalla Biella nativa.»Le vostre istanze mi vinsero.—Voi mi persuadeste che il nostro maggior torto era quello di andare a Torino senza lettere commendatizie, e questa volta me ne procacciaste una mezza dozzina. Partii solo. Il nome di Bartolomeo Scannagatta mi pareva abbastanza grottesco senza condur meco, per rinforzare il ridicolo, un Bartolomeo Zuffolone. Io presagiva che qualora mio cognato mi avesse seguito a Milano, qualcheduno ci avrebbe accolto colla solita esclamazione di ironia: che posso io fare per due Bartolomei? E il mio presentimento colpiva nel vero. Se a Torino il mio sciagurato nome aveva alienata da me l'attenzione e la protezione dei dilettanti, a Milano mi accadde di peggio.»Quando io mi recai al Conservatorio per ottenereuna audizione privata, l'egregio direttore dello Stabilimento mi accolse con paterna benevolenza. Adunò i professori e gli scolari nella sala dei concerti, accompagnò la mia presentazione con parole incorraggianti; ma non appena egli ebbe proferito il mio nome, io m'accorsi che i giovani alunni ed anche qualcuno dei maestri si erano sbandati per nascondere la loro ilarità.—Che volete? Mi appressai al pianoforte di mala voglia—suonai quattro o cinque pezzi dinanzi ad un uditorio svogliato e disattento, e all'atto di abbandonare il mio posto, mi accorsi che nella sala non v'era più alcuno, tranne l'ottimo direttore.»Questi mi mosse incontro, mi pose paternamente la mano in sulla spalla, e dopo aver encomiato le mie composizioni: «Mio buon figliuolo, soggiunse; è indubitabile che ella possiede un talento notevole, ma pure mi trovo in obbligo di avvertirla che in Milano difficilmente ella potrà farsi strada in questi tempi. Ella ha un torto grandissimo in faccia a quella che ora si suol chiamare lagrand'arte, e questo torto consiste nella desinenza del suo nome...—Oh! che dunque? esclamai vivamente—sarebbe ancora questo sciagurato nome di Scannagatta!...»Oramai a tale siamo giunti, proseguì il direttore-maestro, con un accento che rivelava l'angoscia, che i nomi di desinenza italiana non hanno più credito sulla piazza.—La straniomania è giunta a tale che io mi meraviglio sieno ancora tollerati al nostro Conservatorio una dozzina di maestri, nati e cresciuti nel nostro clima. La si figuri che l'altra settimana in questa medesima sala dov'ella ha trovato degli uditori così indifferenti od avversi, ha destato fanatismo un pianista compositore piovuto dal nord, a lei incomparabilmente inferiore sotto ogni aspetto. Ma egli aveva la fortuna di chiamarsi Sfrrrt...»A quel punto, due gatti che stavano giocolando sul tappeto, fuggirono a salti per la scaletta che conduce al palco scenico.—Vedete! proseguì il Direttore—questi nomi che mettono in fuga i gatti fanno a Milano ben altri miracoli—giornalisti, musicisti, dilettanti,professori, alunni ne rimangono ammaliati... Se più dura la voga di questi nomi senza vocali e gonfi di aspirazioni, non si potrà parlare di musica e di concerti senza sputare ogni volta mezza dozzina di denti.»L'egregio vecchio mi aveva dipinta al vero la situazione dell'arte e dei musicisti. Io presentai le mie lettere a due o tre giornalisti, i quali neppure si degnarono di annunziare il mio concerto—e dopo aver suonato al teatro Santa Radegonda, dinanzi ad un pubblico composto per la massima parte di droghieri e di ex-impiegati in pensione, i quali ebbero la bontà di applaudirmi afuroree chiedermi ilbisdi due pezzi, all'indomani ebbi la soddisfazione di leggere nell'appendice di un grave giornale che un pianista di nome Scannagatta, dopo essersi prodotto fra gli intermezzi della commedia, era partito alla mezzanotte da Milano in unomnibuscarico di Biellesi venuti espressamente per ricondurre in patria quel loro genioincompreso.»Fu allora, che esacerbato, avvilito, ma pure fidente nel mio ingegno e nel mio avvenire, io risolsi di abbandonare l'Italia per cercare all'estero quella protezione che dai nostri mi era negata. Mi scritturai in qualità di maestro concertatore, con un impresario di Stoccolma. Mi tuffai anima e corpo nella musica per dodici anni—ridussi, composi, trascrissi, diressi orchestre, diedi lezioni di canto e di pianoforte, mi produssi in concerti, e rinunziando al mio nome, come avevo rinunziato alla patria, mi creai e feci imprimere sulle mie carte di visita quel Daniel Nabaäm De-Schudmoëken, che in oggi fa tanto dispetto e tanta ira a mio padre.»Chi esperimentò a vivere per molti anni lontano dal proprio paese, non ignora che quel malessere chiamato nostalgia assale, più presto o più tardi, anche coloro i quali non ebbero in patria che sconforti ed amarezze.—Questa fase della nostalgia venne anche per me. Era un bisogno, una sete di respirare l'aria nativa non solo, ma anche di assaporare il successo in quel paese che a me, negletto erejetto, non cessava mai di presentarsi quale un giardino incantato delle arti.»Doveva io, poteva io, dopo le traversie del passato, riprendere il mio sciagurato nome di Bartolomeo Scannagatta, nel giorno appunto in cui io veniva qui per chiedere ai miei connazionali il battesimo della gloria? I fatti che io vi ho narrati vi suggeriranno la risposta. Certo è che, appena fiutata l'aria di Milano, ho dovuto applaudirmi della mia risoluzione. Qual differenza fra l'accoglimento che in oggi viene fatto a Daniel Nabaäm De-Schudmoëken e quello già toccato al povero Bartolomeo Scannagatta di Biella! L'altro ieri, recandomi a visitare il più erudito dei vostri giornalisti, l'ho veduto estasiarsi di ammirazione nell'affissare il mio biglietto di visita. Un altro, nel proferire Nabaäm, rimase per due minuti a bocca spalancata, cogli occhi smarriti nelle palpebre. Due o tre membri dellaSocietà del quartetto, nell'udire un mio esecrabile waltzer tutto pieno di dissonanze, parvero assaliti da catalessi—tutte le dame patronesse vogliono vedermi, reclamano le primizie del mio talento—nelle aule del Conservatorio da due giorni è una gara fra maestri, alunni ed alunne, a chi meglio proferisca il mio nome—Stamattina ho ricevuta una lettera di quattro pagine, colla quale un giornalista mi chiede scusa se il mio nome venne stampato senza i due puntini sull'oë, e mi prega di attribuire questa irriverenza alla ignoranza del proto. Insomma...»—Insomma, interruppe il padre dell'artista, poichè il mondo è tanto buffo, tanto gaglioffo, tanto infatuato di pregiudizi e di minchionerie...—Trattiamolo com'esso merita—non è vero? E così parlando, l'artista prese amorevolmente fra l'una e l'altra mano la buona testa del vecchio, e gli impresse un bacio sulla fronte.—Via! via!—riprese quell'ottimo padre raddolcito—chiamati Rabadam, chiamati Balaäm, chiamati come vuoi al concerto—ma quando il pubblico ti avrà applaudito, quando le dame saranno in svenimento, quando i giornalisti avranno sbuffato i lorooh! oh! di ammirazione—ti prometto ch'io salterò in mezzo della sala per gridare a tutta voce: «Sappiate, signori minchioni illustrissimi e colendissimi, che questo bel mobile che ha suonato come nessuno sa suonare, si chiama il signor Bartolomeo Scannagatta, figlio e scolaro di Girolamo Scannagatta qui presente,quondamorganista della cattedrale di Biella...—E musicista, perdio! e maestro come ce ne hanno pochi nel mondo...!—E poi torneremo insieme a Biella...—A far della buona e bella musica, in mezzo a gente che se ne intende davvero, perchè ha cuore e buon gusto.
Autobiografia di un ex-cantanteOr fanno trentadue anni, io era il più bel ragazzo della Valassina. Al paese mi chiamavano ilPirletta, perchè nei balli non v'era alcuno che mi vincesse. Mio padre era fattore del conte Bavoso, e poteva, nella sua condizione, chiamarsi un uomo agiato.All'età di diciotto anni, l'organista del paese, sentendomi cantare le litanie, scoperse che io aveva una bellissima voce di tenore—una di quelle voci—diceva egli—che possono rendere in un anno da cento a duecentomila franchi.Una tale scoperta, riferita a mio padre, non destò in lui veruna emozione; ma un giorno, mentre io stava nel giardino ripiantando dei cavoli e cantando alla distesa un'aria paesana, la contessa Bavoso si fermò estatica ad ascoltarmi.La contessa era maniaca per la musica, e suonava il pianoforte come sanno suonare le contesse. Quando ebbi finito di ripiantare i miei cavoli, sentii chiamarmi a nome.—Pirletta—mi disse la contessa—l'organista non mi ha ingannata—tu possiedi realmente una voce delle più rare.... Tutto sta che alla voce si accoppino le altre disposizioni indispensabili a ben riuscire nell'arte: Quanto alla figura (e mi squadrava dal capo al piede attraverso l'occhialino) non c'è malaccio; ma ho timore che tu manchi di orecchio...Portai ingenuamente le mani alle orecchie—la contessa sorrise, e, avviandosi verso la villa, mi invitògentilmente a seguirla, chiamandomi non so ben quante volte imbecille.Entrati nella gran sala, la contessa Bavoso andò a sedere al pianoforte. «Vediamo, mi disse, fin dove sai montare....»Io non osava avanzarmi. La contessa si diede a percuotere il cembalo, e, dopo avermi raccomandato di spalancare per bene la bocca, mi invitò a riprodurre colla voce i suoni dei tasti.Il mio orecchio era perfetto, e la contessa fu talmente sorpresa della mia intonazione, che volgendosi al conte, il quale era entrato nel salotto in sul finire dell'esperimento: «Sarebbe un peccato, gli disse, che tanto tesoro andasse perduto!» Bisogna assolutamente che questo ragazzo si dedichi al canto—e noi penseremo a farlo entrare nel Conservatorio.Figuratevi la mia meraviglia, la mia gioia! Riferii a mio padre quanto era accaduto—egli crollò la testa di mal garbo, esclamando: «Purchè ci pensino loro!... purchè io non abbia a sborsare un quattrino!» E quando seppe di là a pochi giorni, che il conte e la contessa si incaricavano di farmi istruire a loro spese, il buon uomo lasciò fare. Dopo tutto, egli avrebbe preferito che io fossi rimasto al paese a dirigere l'allevamento dei bigatti e la fabbricazione dei formaggini.Io era al colmo della felicità. L'idea di recarmi a Milano, rivestito e ripulito, a fare la mia bella figura di zerbinotto elegante—la speranza di potere, nello spazio di pochi anni, realizzare una bella fortuna, e tornando al paese, acquistare delle possessioni, fabbricarmi un palazzo e menare splendida vita; tutto ciò mi esaltava lo spirito a tal segno, che io correva l'aperta campagna, misurava coll'occhio le terre coltive, sceglieva le posizioni più acconcie per edificarvi i miei castelli—cantava, gesticolava tutto il giorno, pregustando colla mia imaginazione di diciotto anni tutte le voluttà di un avvenire dorato.E davvero c'era in me la vocazione, c'era la stoffa dell'artista. Vi basti il sapere che già da due anni io era innamorato. Fra le cameriere della contessaBavoso c'era una brunetta chiamata la Savina, una strega di bellezza e di furberia. Era nata al paese, e da fanciulli avevamo giuocato insieme agatta cieca, aldammelo e prendilo, alfuori e dentroe ad altri sollazzi innocenti. Ma dopo un anno passato a Milano al servizio della contessa, aveste veduto che arie da gran dama! Quand'ella tornava alla villa, nei due mesi dell'autunno, ci guardava tutti con un fare da sultana come volesse dire: ve' là questi zotici..... questi bifolchi!... Appena degnava rispondere al mio saluto; ed essendomi una volta arrischiato ad offrirle un mazzetto di garofani, mi volse la schiena esclamando: «Levati dalle mani quei guanti di letame se vuoi che le signore accettino i tuoi fiori!»Orbene: non appena si sparse la nuova che il conte e la contessa Bavoso si erano incaricati di condurmi a Milano per farmi educare nella musica, la Savina mutò improvvisamente di modi a mio riguardo. Una mattina, mentre tutti dormivano ed io era disceso nell'orto a fantasticare sul mio brillante avvenire, quella strega mi venne incontro tutta bella e sorridente per congratularsi della mia buona fortuna.—Spero che a Milano ci vedremo—diss'ella, frugandomi nell'anima colle sue ladre pupille. Naturalmente, tu verrai a trovare la contessa... e poi... Milano è grande. Tutto sta che una volta divenuto gran signore, ti degni ancora di scambiare un saluto con noi... gente bassa.... persone di servizio.....Io mi sentiva una maledetta voglia di saltarle al collo e di rassicurarla energicamente del mio amore e della mia eterna fedeltà. Non osai tanto in quel primo abboccamento; ma le occhiate e le assicurazioni di simpatia ch'io m'ebbi dalla scaltra figliuola posero il colmo alla mia esaltazione.Nel paese, già tutti mi trattavano con rispetto e devozione. L'organista andava ripetendo che di là a dieci anni sarei tornato milionario. Io gli prometteva che, qualora i suoi pronostici si fossero realizzati, avrei fatto costruire un nuovo organo nella chiesa parrocchiale a tutta mia spesa.Da molti anni si agitava nel consiglio comunale enella fabbriceria il progetto di un nuovo e grandioso campanile; si aspettava, per mandare ad effetto quel vasto disegno, che il comune e la fabbriceria adunassero il denaro occorrente. Il Sindaco, uomo di larghe vedute, dopo avermi interpellato sulle mie disposizioni, propose al consiglio di differire l'impresa fino a che io fossi in grado di concorrervi co' miei capitali. I consiglieri, non avendo di meglio a suggerire, riconobbero che il sindaco aveva pienamente ragione, e votarono unanimi il seguente ordine del giorno:«Noi sottoscritti.»Considerando che le casse del comune e della fabbriceria sono affatto vuote pel momento; abbiamo deliberato di prorogare per dieci anni la erezione del grandioso campanile già da sei lustri ideato e discusso, nella fiducia che in questo lasso di tempo un nostro illustre e benemerito concittadino, il quale fin d'ora si mostra animato dalle migliori intenzioni a tale riguardo, possa adunare e fornire la somma occorrente acciò il grandioso monumento riesca degno in tutto e per tutto della nostra e della ammirazione dei posteri.»La notizia di questa deliberazione suscitò delle polemiche tra i villani. I più, affidandosi alle promesse dell'organista e d'altri personaggi autorevoli, si tennero persuasi che di là a dieci anni i loro voti sarebbero esauditi. Altri invece accolsero la notizia con una significante crollatina di capo. «Oh! sta a vedere—dicevano—che sarà lui.... proprio lui... a fornirci il denaro pel campanile—il Pirletta!...»Al primo di novembre, si doveva partire per Milano. Il mio equipaggio era completo. Il conte Bavoso mi aveva ceduti i suoi abiti usati, che ridotti pel mio dosso dal sartore del villaggio, mi andavano a meraviglia Abbracciai mio padre colle lagrime agli occhi: mi congedai pulitamente dal curato, dal sindaco, da tutte le autorità del luogo, e salii fra le acclamazioni dei villani dietro la carrozza della contessa. Imaginate il mio tripudio quando vidi la Savina collocarsi al mio fianco, e pensai che durante un viaggio di ottoore avrei potuto intrattenermi con lei nel più stretto dei colloqui possibili!Non vi descrivo le emozioni di quel viaggio. La Savina mi diè tante prove di amabilità, che io le promisi di sposarla non appena avessi compiuta la mia educazione musicale.All'indomani del nostro arrivo a Milano, la contessa iniziò le sue pratiche per farmi entrare al Conservatorio. Quella donna otteneva ciò che voleva, ed io venni ammesso senza difficoltà. Il mio primo maestro era un uomo in sui cinquant'anni, e godeva fama di insuperabile nell'arte diformare le voci.—Vieni qua, il mio bravo giovinotto—diss'egli assidendosi al pianoforte—la tua nobile protettrice mi vuol far credere che tu possegga una bellissima voce. Probabilmente la signora contessa ha voluto dire che i tuoi organi non hanno difetti cardinali. Belle voci non si danno in natura; starei quasi per dire che in natura non esistono voci. I suoni sono opera dell'arte; e l'arte, figliuol mio, è frutto dello studio e di un ben regolato esercizio. In ogni modo, vediamo la tua estensione.Il maestro prese a toccare il pianoforte, ed io mi diedi a vociare di tutta lena.La mia voce timbrata e sonora saliva daldobasso alsi bemolleacuto con ammirabile facilità. Terminato l'esperimento, il maestro mi rivolse una strana domanda:—Ebbene?... Che cosa intendiamo di fare? Vogliamo cantare il tenore, il baritono o il basso profondo?—A dir vero, signor maestro, l'organista del paese e la illustrissima signora contessa Bavoso mi avevano fatto sperare che cantando da tenore, in pochi anni mi sarei fatto milionario o qualche cosa di simile. Ho promesso al signor sindaco di contribuire per diecimila franchi all'erezione del nuovo campanile....—Caspita! hai delle idee molto elevate, figliuol mio!... ma poichè la signora contessa vuole un tenore; tanto fa, le daremo ciò che le abbisogna.Il maestro serbava nel parlarmi la maggior serietà, ma forse nell'intimo del cuore si burlava de' fatti miei.Cosa strana! questo professore autorevole e stimato, che aveva la pretesa dicreare le vocia totale beneficio dei suoi allievi, mancava affatto di voce.—Un tenore, diceva egli, colle opere che si scrivono in giornata, non può fare a meno delsinaturale, deldoed anche deldo diesis. Convien dunque, figliuol mio, che ci mettiamo di proposito a procurarci queste note essenziali. Per conquistare gliacutinon vi è che un solo mezzo: rinvigorire le note più basse, le quali rappresentano nella scala armonica le fondamenta dell'edifizio. Credi tu che si possa elevare una casa di cinque o sei piani quando non si pongano innanzi tutto delle basi massiccie?Con questa logica da capo mastro il professore mi impose di esercitare quotidianamente le mie quattro note più basse.Do re mi fa, fa re mi do—tale fu il vocalizzo obbligatorio de' miei primi esercizi. Di là a tre mesi io perdetti ilsi bemolle; a metà del semestre illaacuto scomparve affatto; alla fine dell'anno, da tenore divenni baritono.Non debbo tacervi che il mio autorevole maestro si preoccupava mediocremente di questi miei progressi. La sua lezione durava ordinariamente dieci minuti e si chiudeva colla formola di congedo: Bravo! molto bene! benissimo!Le lezioni delle allieve duravano più a lungo.Ho notato che tutti i professori del Conservatorio ponevano una cura speciale nella educazione delle ragazze. Allorquando il mio maestro inculcava il solfeggio alle future regine della scena, prendeva la posa di un ispirato e mostrava il bianco degli occhi.—Quelle lezioni lo affaticavano assai. Contuttociò la più parte delle allieve perdevano anch'esse la voce, ed altre cose.Alla fine dell'anno, il miosolacuto minacciava di ecclisarsi—il maestro se ne avvide, fece un rapporto al direttore dogli studi, ed io fui sottopostoad un consiglio di professori, i quali fra gli sbadigli firmarono il verdetto della mia assoluta impotenza a proseguire negli studi.Immaginate la mia sorpresa, il mio disappunto, la mia desolazione!Mi recai dalla contessa Bavoso. Il sindaco del paese, venuto a Milano per certi suoi affari, era in quel giorno dalla contessa. Mi presentai trepidante come un reo che va incontro al suo giudice—la presenza del sindaco raddoppiava le mie angoscie.—Bravo! molto bene! benissimo!—cominciò la contessa.—Il bell'onore che vi fate! Ecco la lettera del vostro professore—leggete se vi dà l'animo... E poi... abbiate ancora il coraggio di comparirci davanti!Io lessi, e rimasi oltremodo meravigliato in vedere le strane cose che in quel foglio si dicevano sul conto mio. Mi si accusava di poca assiduità alle lezioni; si attribuiva il progressivo enon logico deperimentodella mia voce a qualche vizio secreto, a qualche disordine organico prodotto dalla crapula o da altri abusi più gravi.Fui preso da indignazione.—Signora contessa! esclamai coll'accento più vivo—mi meraviglio che questi signori mettano in giro tali calunnie... Io non ho mancato mai alle lezioni, e la mia condotta fu sempre quella di un onesto figliuolo. Il maestro pretendeva fabbricarmi una voce da tenore, rinforzandomi i bassi—io mi sono uniformato a' suoi consigli, e mentre lavoravo a consolidare i fondamenti dell'edifizio, il tetto è crollato. Quel signor fabbricatore di voci non ha fiato in corpo per sè—ed io, quando entrai al Conservatorio, ne aveva tanto da gonfiarli tutti quanti... Insomma...—Insomma! Insomma! mi interruppe la contessa.—Voi siete un disgraziato., voi tornerete al paese a zappare le rape... Non si perdono ilsi bemollee illa naturalesenza qualche sconcerto dell'organismo, prodotto dai disordini e dai vizi.—So quello che mi dico... so quello che voi stesso ignorate... Il signor sindaco qui presente porterà la notizia a vostro padre... e voi partirete quando vi farà comodo.Ciò detto, la contessa mi fece cenno d'uscire. Il sindaco, per rinforzare l'apostrofe della contessa, mi annichilì con un motto spietato:—Avremo un bel campanile... al paese!Attraversando l'anticamera sentii afferrarmi pel soprabito da una mano tenace.Mi volsi—era la Savina.—Ho inteso tutto... Cos'è questobemolleche hai perduto? Voglio saperlo...—Lasciami in pace... Savina...—No!... voglio saperlo... Dio sa quante ne hai fatte!...—Savina... ti dico!...—Sento gente... va pure... Ci rivedremo domenica... all'ora della dottrina.Uscii dalla casa Bavoso coll'animo in tempesta.Dopo essermi aggirato per le vie di Milano, dibattendo molti progetti, entrai in una bottega da caffè dov'erano soliti a convenire alcuni artisti e studiosi di canto a me noti. Vedendomi accorato, mi interrogarono. Narrai ciò che mi era accaduto. Un signore di età matura che aveva prestato orecchio al mio racconto: «un altro Maccabeo!» esclamò con biblica amarezza—poi, voltosi a me direttamente: «Io conosco la contessa Bavoso, mi disse-è una pianista di gran talento e una dama di cuore—peccato ch'ella viva sotto la pressione del Conservatorio!—in ogni modo io non ho ancora disperato di convertirla... Chi sa! sareste voi disposto, figliuol caro, a fornirmi i mezzi per un'ultima prova?»La mia situazione era tale che le parole di quell'uomo, tuttochè enigmatiche, mi apersero il cuore alla speranza.—Se ti rimane un filo di voce, proseguì egli, a cui si possano riannodare dieci o dodici note, io mi incarico di restituirti in sei mesi ciò che i Bramini del Conservatorio ti hanno rubato nel corso di un anno.Ciò detto, mi porse il suo biglietto di visita, e mi fece promettere che il dì seguente, verso le dieci ore del mattino, mi sarei recato da lui. Immaginate la mia gioia, quando uno degli astanti, un certo Zilgo,tenore in aspettativa, mi avvertì che quel mio nuovo protettore era il più insigne maestro di canto dell'Italia e dell'Universo, il solo che sapesse realmentecrearele voci o ridonarle al primiero stato in caso di deperimento.All'indomani fui esatto al convegno. Venni introdotto in una grande sala debolmente rischiarata. Il maestro sedeva al pianoforte—una dozzina di allievi d'ambo i sessi lo circondavano in vario atteggiamento. Al mio entrare, il maestro si levò in piedi, e, additandomi ai circostanti con un gesto da Geremia, si diè a cantarmi l'antifona:Venite ad me, vos qui egrotatis; hic salus! hic vita! hic bonum!Gli allievi di canto replicarono in coro la salmodia—ed io ristetti ombroso a guardarli, credendomi vittima di una crudele burletta.Il maestro mi mosse incontro, mi prese per mano, e mi condusse al pianoforte.—Come vedi, figliuol caro, tutti si rallegrano con te... La pecora smarrita si è rimessa sul buon cammino... Volgiti intorno... Tutte queste signorine avvenenti e intelligenti, tutti questi giovani bene organizzati e predestinati, non rappresentavano, pochi mesi sono, che dei naufraghi, respinti, come tu lo fosti, dall'arca fatale del Conservatorio, e abbandonati semivivi alle branche voraci dell'oceano.—Io ho raccolti questi naufraghi nel mio battello da salvataggio; ho riscaldati questi morenti colla fiamma dell'arte unica e vera—dell'arte divina!... Quelli che ieri gemevano, oggi cantano—quelli che starnutivano, oggi trillano—i ranocchi divennero usignuoli—le cicale si mutarono in capinere.—Lasciamoli dunque in pace.—Abbandoniamo questi avventurati che già toccano le porte del cielo, per soccorrere all'ultimo arrivato, all'infelice che stava per soccombere.—Vieni qui, figliuol caro—e voi altri, schieratevi in giro—voglio che tutti assistiate alla diagnosi... Egli è sul cadavere che si studiano i problemi dell'esistenza; gli è dai morenti che si imparano i segreti della conservazione.Gli allievi si scostarono dal pianoforte, e andaronoa sedere in una specie di anfiteatro all'estremità della sala.Il maestro cominciò a palpeggiarmi la testa—quindi scese colle mani alle altre parti del corpo parlando di tal guisa:—Abbiamo un occipite pronunziatissimo... buon principio!... Sviluppo massimo di sensualità... di forza procreatrice! l'arte non è che amore—non si può essere artisti veri, artisti grandi, senza una straordinaria suscettività, o dirò meglio, irritabilità dell'organo simpatico. Gli è ciò che ho detto più volte amademoiselleGuardinaire:—tu diverrai la Cleopatra delle cantanti in grazia del tuo occipite.—Suiparietalinon c'è che dire—ilfrontaleè in ottimo stato! Questo solido ripercussore delle note acute presenta tutte le condizioni desiderabili—abbiamo unedmoideed unosfenoidepienamente conformi a quelli di Rubini e di Zilgo—larghe narici, canali ampi, torace adiposo, clavicola ferma, scapula rilevata, osso sacro sporgente—in una parola lo scheletro di Lablache, di Filippo Galli e di... Zilgo. Vediamo ora (ed è quello che più importa) come si sta di visceri... Esaminiamo prima di tutto se i mantici funzionano, e qual grado conservino ancora di forza coibente e deprimente.Ciò detto, il professore tirò il cordone di un campanello e una grossa domestica entrò nella sala con un soffietto nella mano, domandando: «c'è forse qualcuno che ha bisogno di fiato?»—No—rispose il maestro seriamente—apporta gli ordigni per la prova dei mantici.Non comprendo, ripensandoci adesso, come io fossi in allora tanto ebete da prestarmi a quelle buffonesche esperienze.—Di lì a poco, la grossa fantesca rientrò nella sala, recando sulle braccia una dozzina di volumi. Il maestro mi ordinò di sdraiarmi supino sovra un canapè, soprappose al mio stomaco quattro volumi, e in quella difficile posizione mi fece ripetere più volte la scala ascendente e discendente.MademoiselleGuardinaire, il tenore Zilgo, una giovane inglese assai brutta, e da ultimo, tutti gli scolari misi fecero d'attorno, per istudiare, com'essi dicevano, il grande fenomeno della respirazione. Tutti parevano sorpresi della potenza straordinaria de' miei polmoni; la fantesca batteva le mani dalla meraviglia, esclamando: scommetto che se io gli monto sopra, costui con undodi petto mi slancia alla soffitta!Ciò che vi narro vi parrà inverosimile; eppure a quell'epoca c'erano in Milano dei maestri di canto che spingevano più oltre la ciurmeria.—E credete voi che oggigiorno le cose sieno mutate? Chiedetene notizia a quelle tante infelici, che dopo avere dal rigido settentrione trasmigrato in Italia per apprendervi la bell'arte del canto, ritornano in patria senza voce, senza quattrini, senza professione, senza... tutto quello che hanno dovuto immolare ai maestri, agli agenti teatrali ed ai giornalisti.In seguito alle esperienze ginnastiche che vi ho descritte, e ad altre di cui vi taccio per brevità, il mio nuovo maestro espose la sua ferma convinzione che in meno di sei mesi, seguendo il suo regime, io avrei ricuperata la mia bella voce di tenore, e di là a due anni, persistendo nello studio, sarei stato in grado di esordire con lieto successo alle scene. Queste promesse suonavano abbastanza lusinghiere; ma l'ispirato missionario dell'arte non pareva disposto a darmi lezione gratuitamente. Fu convenuto che io avrei diretto una supplica alla contessa Bavoso, onde ottenere qualche sussidio nei sei mesi di esperimento; il maestro si sarebbe egli stesso incaricato di presentare la mia lettera, perorando a voce la mia causa e magnificando le mie ottime disposizioni musicali. Ogni cosa riescì per bene. Scorsa una settimana, la contessa mi fece chiamare al palazzo, e dopo una lunga ammonizione che io ascoltai col massimo raccoglimento, mi diede il grato annunzio che ella medesima si assumeva di pagare le mie lezioni, fissandomi altresì un piccolo assegno mensile ond'io vivessi decorosamente a Milano. In seguito a questa nuova fortuna, io potei riannodare le mie relazioni colla Savina, la quale in un precedente colloquio mi avevafatto capire che il cocchiere della contessa le avea inoltrateseriamentedelle proposte di matrimonio.Il signor Minassi[1](tale era il nome del mio maestro) per circa due mesi mi esercitò alla emissione delle note, obbligandomi sempre, durante le lezioni, alla incomoda e ridicola giacitura di cui vi ho parlato poco dianzi. Tanto egli, come i colleghi di scuola e la grossa fantesca si mostravano stupiti dello straordinario sviluppo che la mia voce andava acquistando di ora in ora, di minuto in minuto.MademoiselleGuardinaire, che per ordine del maestro si era fatta strappare due denti, i quali rendevano un po' ottuse le sue note di mezzo, mi animava a subire la medesima operazione, assicurandomi che ne avrei ottenuto un immenso benefizio. Il tenore Zilgo era d'avviso che io mi facessi levare le tonsille—e il maestro aggrottava le ciglia borbottando: «vedremo se sarà il caso—c'è sempre tempo a correggere la natura—ed io non dubito che il nostro futuro Donzelli sacrificherà all'arte, quando l'arte lo esiga, quelle superfluità dell'organismo che possono compromettere la libera emissione della voce.»Pur troppo l'ora del sacrificio non tardò a suonare. In seguito ai violenti esercizi di respirazione, la mia voce si era ridotta a tale che ogni nota si rompeva in unoscrocco. Tutta la scolaresca fu chiamata a consiglio—il maestro produsse una chiara e minuziosa diagnosi del fenomeno patologico, concludendo col dichiarare di urgenza l'amputazione delle glandule tonsillari.Sulle prime, mossi qualche difficoltà—ma avendo tutti in massa gli scolari spalancate le bocche per mostrarmi che non uno era andato esente dalla operazione, mi lasciai vincere dall'esempio.Al taglio delle tonsille successe una allarmante infiammazione—per circa una ventina di giorni non mi fu concesso di emettere una nota—quando tornai dal maestro per riprendere il corso delle lezioni,con somma sorpresa di tutti si notò che da baritono io era divenuto basso profondo.Quella scoperta produsse un cataclisma. Il Minassi improvvisò sullerivoluzioni delle vociun erudito discorso che produsse la più viva commozione nella scolaresca; ma la contessa Bavoso, informata della metamorfosi che si era operata nel mio organo, mi avvertì per lettera che non intendeva continuarmi il sussidio, consigliandomi al tempo stesso di far ritorno al paese dove la mia voce da basso profondo sarebbe riuscita opportunissima per richiamare dai pascoli le giovenche. A quella lettera, dissuggellata dall'infida Savina, era aggiunto un poscritto in pessima calligrafia, che diceva testualmente:Dopo quelo che tano talliato, non sperare mai più nel mio amore; io sposerò quest'autunno il carozziere Pacicco.Che fare? che tentare?—Dietro ordine della contessa, mio padre venne a Milano, mi colmò di rimproveri e mi intimò di seguirlo al paese. All'ora del mio arrivo, una ventina di villani stavano sulla piazza attendendomi.—Immaginate la mia vergogna, allorquando una voce acuta, emergendo dal crocchio, annunziò il mio ingresso colle parole: «In pèe tucc! à l'è scià el campanin!»[2]Ed ecco in qual modo compensavano quei bifolchi la buona disposizione che io aveva manifestata di concorrere coi miei guadagni alla erezione del campanile!—Le buone intenzioni non hanno sconto sul mercato della vita.Non volli più uscire di casa—mi resi invisibile. Io attendeva ai lavori dell'orto ed al governo della stalla, mutolo sempre e ingrugnato. Mio padre temendo che io cadessi ammalato, andò a consultarsi col veterinario.Un giorno l'organista del paese si recò a visitarmi—Pirletta, mi disse—eppure io non so capacitarmi che la tua bella voce sia proprio svanita! Se ci provassimo... così per spasso?.... Farò trasportare nellatua camera da letto la mia spinetta... Ricomincieremo dalle scale—e chi sa?—le scale conducono in alto...Che volete? mi lasciai vincere dalla tentazione, e ripresi, colla scorta del dabbene organista, gli esercizi del solfeggio. La mia voce da basso non era delle più ingrate; io studiava con moderazione, senza violentare la natura, e apprendeva, ciò che i professori di Milano avevano sdegnato insegnarmi, i principii fondamentali della musica. Io comprendeva i miei progressi, e il mio cuore si riapriva alla speranza, la mia mente si irradiava di nuove illusioni.Dopo due anni di studi regolari ed indefessi, l'organista mi avvertì solennemente che a lui non restava più nulla da insegnarmi, a me più nulla da apprendere.—Sei maturo, mi disse; non ti resta che salire il bosco e fare la tuagalletta.Mio padre mi fornì cinquanta lire e la sua benedizione perchè andassi a Milano in cerca di una scrittura. Il parroco, il sindaco, il veterinario e l'ottimo organista ingrossarono il mio peculio di qualche spicciolo e di molti consigli.—Uscii dal paese due ore prima dell'alba, e volgendomi al famiglio che aveva attaccata la bestia al biroccino: tornerò fra cinque o sei anni, gli dissi; e quando il campanile sarà compiuto, andrò lassù a sputar sulla testa di quei buffoni che si fecero giuoco di me.Ma in cielo non era scritto che io donassi un campanile alla ingrata mia patria. Prima di ottenere una scrittura, rimasi a Milano due anni—e furono due anni di patimenti, di umiliazioni, di angoscie indescrivibili. Io faceva regolarmente ogni giorno il giro di tutte le agenzie teatrali; i corrispondenti mi davano delle promesse e sempre mi congedavano col ritornello:lasciatevi vedere!—All'indomani, quando io mi presentava, fingevano di non vedermi.I miei abiti si aprivano sui gomiti e parevano ricambiare dei sorrisi alle scarpe che mostravano i denti. Non vi parlo dei miei lunghi digiuni, delle notti passate all'aria aperta o sulle panche del caffè Martini. I miei amici erano una dozzina di cantanti in perenne disponibilità—i quali mi confortavanoaffermando che gli agenti teatrali erano una masnada di assassini, il pubblico una massa di imbecilli, e gli artisti più lautamente pagati una camorra di intriganti privi di voce e talento.Finalmente (e in quell'istante vidi aprirsi il paradiso) un agente teatrale mi invita per lettera a recarmi premurosamente da lui.—Accorro ansante dalla gioia—precipito nella sala d'uffizio e interrogo collo sguardo il mio destino.L'agente era un certo Cinguetta, un uomo di sinistro aspetto e di fama perduta; eppure, all'idea ch'egli intendesse offrirmi una scrittura, mi parve un cherubino.—Sei tu disposto—mi chiese con brusca amorevolezza—afare una campagnatadi venti giorni cantando nelNabuccola parte di Zaccaria?—Se le pare... se lei crede...—Si tratta, come dissi, di unacampagnata—dunque molta allegria, grandi applausi e pochi soldi... non è vero? Gli esordienti—regola generale—non hanno diritto a compenso, e dovrebbero anzi, a rigore di legge, sborsare all'impresario una somma, pel grave rischio a cui questi va incontro esponendo sulle scene un artista sconosciuto e di dubbio talento. Ma io ho fede in te; so che possiedi una bella voce e conosco del pari le tue strettezze. Vedrai dal presente contratto che ho cercato di aiutarti—apponi dunque la tua firma, e domani partirai per Arona, ove, non dubito, farai onore alla mia agenzia.Così parlando, il Cinguetta mi porse la scrittura che mi obbligava a cantare per una ventina di rappresentazioni al teatro di Arona, a recarmi alla piazza in tempo debito onde intervenire alle prove di cembalo e di orchestra, nonchè a provvedermi a mie spese delbasso vestiario in perfetto costume. In compenso delle mie prestazioni, l'impresario mi avrebbe pagata la somma di lire sessanta, suddivisa in quattro rate, giusta le consuetudini teatrali, restando a mio carico le spese di viaggio e la provvigione dei cinque per cento devoluta al mediatore.Naturalmente, apersi il labbro per muovere qualcheobiezione; ma il Cinguetta, strappandomi il foglio dalle mani e facendo atto di lacerarlo:—tutti di uno stampo! esclamò con mal piglio—quandosiete a spasso, mille suppliche, mille transazioni;—vi si offre una scrittura, eccovi tosto colle grandi pretese!—Figliuol mio.... non faremo nulla. Non ho che a battere il suolo coi tacchi per veder sorgere una legione di bassi profondi, pronti e disposti a cantare per l'amore dell'arte!Non era il caso di discutere—io segnai la scrittura con mano tremante, la piegai, la chiusi nei taschetti del soprabito e atterrito della mia nuova situazione, presi commiato dall'agente teatrale ringraziandolo colla voce ed imprecandogli col cuore. Il Cinguetta mi accompagnò fino alla porta, e come uomo ispirato subitamente da una idea luminosa:—A proposito, mi disse; non sarebbe bene che noi regolassimo tosto i nostri conti? di tal guisa ti risparmieresti l'incomodo e la spesa di spedirmi il danaro per la posta.... La somma che mi devi è tanto meschina...Io compresi che si trattava della provvigione. Non aveva indosso la somma di dieci soldi, e la mia mente già cominciava ad affannarsi nella ricerca di uno spediente qualunque, pel quale mi fosse dato di trasferirmi alla piazza. Esposi francamente al Cinguetta la mia triste posizione; gli feci capire che, aiutandomi la fortuna, lo avrei più tardi compensato largamente. Le mie parole esprimevano la più viva commozione.—Non importa!—disse l'agente con un suo risolino di ipocrita benevolenza—io amo gli artisti e so investirmi delle loro circostanze... Se non puoi darmi danaro.... vedi.... sarei anche disposto ad accettare qualche segno di riconoscenza.... per esempio... vediamo un poco.... Così parlando, portò la mano alla catenella di argento che mi scendeva nel taschino delgilet, e ne trasse fuori un gramo orologio di argento, unico ricordo di mia madre che io aveva religiosamente conservato fino a quel giorno in onta delle urgenze più calamitose. Quel Cinguettaaveva la mano così disinvolta, e la mia resistenza era così debole e impacciata, che l'orologio in un attimo divenne sua preda. Io finii col ringraziarlo di avereaccettatoin benemerenza dei suoi grandi favori, un dono così meschino.Il miodebutal teatro di Arona fu abbastanza fortunato, ma avendo dovuto respingere venticinque giornali che mi erano stati inviati da varie città d'Italia con invito all'abbonamento, nessuno fece parola di me, e se alcuno parlò, fu per dire che io era uncanedella peggiore specie. In ogni modo lacampagnatasi chiuse colla solita catastrofe. A metà della stagione l'impresario si assentò dalla piazza e si rese irreperibile—io perdetti l'ultimo quartale, e dovetti tornare a Milano colle mie gambe, lasciando in ostaggio al padrone di casa la barba ed i sandali del profeta Zaccaria.Per una decina di anni venni sobbalzato da teatro a teatro. Le estorsioni dei corrispondenti, i ricatti del giornalismo, le frodi degli impresari cooperarono siffattamente al perfetto equilibrio delle mie finanze, che al finire di ogni stagione non mai ebbi ad inquietarmi per l'impiego de' miei sopravanzi. Le scritture del carnevale e dell'autunno pagavano regolarmente gli arretrati della disponibilità precedente—la perdita di uno più quartali, già preveduta nel bilancio, frenava i miei appetiti, e mi imponeva la più rigida soppressione delle superfluità. L'unico rimorso che ancora mi pesa sull'anima è quello di aver sprecato una piccola parte del mio peculio nello sfamare quattro o cinque giornalisti teatrali, non saprei dirvi se più scimuniti o bricconi. Una tale debolezza era frutto di inesperienza; ma dacchè a Firenze mi avvenne di applicare una dozzina di nerbate sul grugno di un certo Montâsino fabbricatore di riviste, ebbi a convincermi non esservi miglior espediente di questo per insegnare ai bèceri del giornalismo la morbidezza dello stile.Vi fu un'epoca nella quale, per un bagliore inusitato di promesse, io credetti di aver finalmente afferrate le chiome della fortuna. Dopo quattro lunghimesi di disponibilità, mi venne offerta una scrittura pel teatro di Lima. Il mandatario dell'impresa, un personaggio tutto fulgido di diamanti e d'altre pietre inqualificabili, si faceva chiamare Don Diego y Gonzalez y Caballero Radamonteros Pordodios de las Quercás.—Il di lui nome non mancava di sonorità e le paghe ch'egli offriva agli artisti non erano meno sonanti. Vi basti sapere che l'emolumento a me fissato si traduceva nella somma di franchi cinquantamila all'anno, più due serate di benefizio, assicurate in diecimila franchi cadauna.Innanzi di salpare pel nuovo mondo, scrissi una lettera al sindaco del paese annunziandogli la mia buona fortuna e assicurandolo al tempo stesso che le mie intenzioni a riguardo del campanile non erano punto cangiate.Ci imbarcammo a Genova in un pessimo legno da vela, e dopo tre mesi ai navigazione disastrosa, toccammo la meta. Il rappresentante dell'impresa ci aveva accompagnati fino a Lima, ma all'indomani dello sbarco, non si ebbero più traccie di lui. Immaginate quale scompiglio, quale sgomento nella compagnia lirica! Eravamo circa sessanta, fra cantanti, suonatori e ballerine—e spremendo le nostre tasche non ne sarebbero usciti tanti spiccioli da formare un marengo—Dopo una settimana di ansie inenarrabili, un certo Arnaldo Sesini, negoziante di gomma elastica, si presenta al nostro albergo, e dopo aver biasimato col più energico accento la condotta di Don Diego y Caballero Radamonteros Pordodios de las Quercás, si annunzia disposto ad assumere l'impresa in sua vece ed a sborsare immediatamente il primo mensile a tutti gli artisti, purchè rinnovino le scritture, assentendo al ribasso del sessanta per cento sulle paghe stabilite. Non era il caso di fare delle obiezioni. Il nome di Arnaldo Sesini ispirava poca fiducia; ma a qual nome affidarci, dacchè un Don Diego y Gonzalez y Caballero Radamonteros Pordodios de las Quercás ci aveva così ignobilmente abbandonati? Noi piegammo la fronte alla necessità; le transazioni vennero accetate,e di là a poche settimane il teatro di Lima si aperse a spettacolo d'opera e ballo.C'è a scommettere che di quella colonia di artisti italiani ben pochi ebbero la fortuna di rivedere la patria. Molti morirono di febbre gialla trasmigrando ad altre coste degli Stati Uniti—i suonatori si sbandarono per suonare nei caffè e in altri luoghi di pubblica ricreazione; le coriste e le ballerine sopravvissute alle febbri e ad altre epidemie, non trovando più adoratori, si procacciarono dei mariti. Io corsi l'America per dodici anni, sempre intento ad economizzare su' miei scarsi stipendi onde mettermi in grado di far ritorno in Italia. E Dio sa quanto avrei dovuto attendere prima di adunare il capitale occorrente, se la prepotenza della nostalgia non mi avesse spinto ad un partito.... americano.Mi recai ad una grossa borgata del litorale in compagnia di una corista e di un pessimo accompagnatore di pianoforte—feci affiggere dei cartelloni dov'era annunciato che il celebre Mario e la insuperabile Grisi avrebbero dato un concerto, cantando una quindicina di pezzi a scelta del pubblico.—Quei buoni borghesi accorsero in massa, applaudirono ai miei ruggiti, si estasiarono ad ogni strillo della mia audace compagna, e raccolta una buona messe di dollari, io mi imbarcai felicemente il giorno appresso sovra un legno mercantile genovese.Dalle mie lunghe e disastrose pellegrinazioni io non riportavo in Italia che un centinaio di lire, due papagalli ed una scimia.—Rientrando al mio albergo a Genova per levare i bagagli onde proseguire il viaggio, trovai la gabbia rovesciata.—I due papagalli si erano svincolati, e, profittando della libertà, avevano preso il volo per ignota direzione.Giunto a Milano, mi recai al palazzo della contessa Bavoso per offrirle la scimia, ma la contessa era morta da un pezzo. Tornato al paese, venni a sapere che il sindaco, il veterinario, la Savina, l'organista, tutte infine, o quasi tutte le persone di mia conoscenza, avevano cessato di esistere. Mio padre istupidito dagli anni, appena mi riconobbe—e quandogli mostrai la piccola scimia ch'io teneva fra le braccia, mi chiese da quanto tempo ero ammogliato, e se quello fosse il mio primogenito.Sono scorsi dieci anni dacchè tornai al paese. Ho ereditato da mio padre una casuccia ed un orto, e campo la vita in qualche modo, accordando i pianoforti nelle ville dei signori e cantando qualche mottetto nelle chiese. I miei compaesani mi vogliono bene e cercano di aiutarmi; ma ogni qual volta nel Consiglio Comunale torna in campo il progetto di erigere un nuovo campanile, la discussione viene troncata con questo tratto di spirito:Aspettiamo il denaro di Pirletta.
Or fanno trentadue anni, io era il più bel ragazzo della Valassina. Al paese mi chiamavano ilPirletta, perchè nei balli non v'era alcuno che mi vincesse. Mio padre era fattore del conte Bavoso, e poteva, nella sua condizione, chiamarsi un uomo agiato.
All'età di diciotto anni, l'organista del paese, sentendomi cantare le litanie, scoperse che io aveva una bellissima voce di tenore—una di quelle voci—diceva egli—che possono rendere in un anno da cento a duecentomila franchi.
Una tale scoperta, riferita a mio padre, non destò in lui veruna emozione; ma un giorno, mentre io stava nel giardino ripiantando dei cavoli e cantando alla distesa un'aria paesana, la contessa Bavoso si fermò estatica ad ascoltarmi.
La contessa era maniaca per la musica, e suonava il pianoforte come sanno suonare le contesse. Quando ebbi finito di ripiantare i miei cavoli, sentii chiamarmi a nome.
—Pirletta—mi disse la contessa—l'organista non mi ha ingannata—tu possiedi realmente una voce delle più rare.... Tutto sta che alla voce si accoppino le altre disposizioni indispensabili a ben riuscire nell'arte: Quanto alla figura (e mi squadrava dal capo al piede attraverso l'occhialino) non c'è malaccio; ma ho timore che tu manchi di orecchio...
Portai ingenuamente le mani alle orecchie—la contessa sorrise, e, avviandosi verso la villa, mi invitògentilmente a seguirla, chiamandomi non so ben quante volte imbecille.
Entrati nella gran sala, la contessa Bavoso andò a sedere al pianoforte. «Vediamo, mi disse, fin dove sai montare....»
Io non osava avanzarmi. La contessa si diede a percuotere il cembalo, e, dopo avermi raccomandato di spalancare per bene la bocca, mi invitò a riprodurre colla voce i suoni dei tasti.
Il mio orecchio era perfetto, e la contessa fu talmente sorpresa della mia intonazione, che volgendosi al conte, il quale era entrato nel salotto in sul finire dell'esperimento: «Sarebbe un peccato, gli disse, che tanto tesoro andasse perduto!» Bisogna assolutamente che questo ragazzo si dedichi al canto—e noi penseremo a farlo entrare nel Conservatorio.
Figuratevi la mia meraviglia, la mia gioia! Riferii a mio padre quanto era accaduto—egli crollò la testa di mal garbo, esclamando: «Purchè ci pensino loro!... purchè io non abbia a sborsare un quattrino!» E quando seppe di là a pochi giorni, che il conte e la contessa si incaricavano di farmi istruire a loro spese, il buon uomo lasciò fare. Dopo tutto, egli avrebbe preferito che io fossi rimasto al paese a dirigere l'allevamento dei bigatti e la fabbricazione dei formaggini.
Io era al colmo della felicità. L'idea di recarmi a Milano, rivestito e ripulito, a fare la mia bella figura di zerbinotto elegante—la speranza di potere, nello spazio di pochi anni, realizzare una bella fortuna, e tornando al paese, acquistare delle possessioni, fabbricarmi un palazzo e menare splendida vita; tutto ciò mi esaltava lo spirito a tal segno, che io correva l'aperta campagna, misurava coll'occhio le terre coltive, sceglieva le posizioni più acconcie per edificarvi i miei castelli—cantava, gesticolava tutto il giorno, pregustando colla mia imaginazione di diciotto anni tutte le voluttà di un avvenire dorato.
E davvero c'era in me la vocazione, c'era la stoffa dell'artista. Vi basti il sapere che già da due anni io era innamorato. Fra le cameriere della contessaBavoso c'era una brunetta chiamata la Savina, una strega di bellezza e di furberia. Era nata al paese, e da fanciulli avevamo giuocato insieme agatta cieca, aldammelo e prendilo, alfuori e dentroe ad altri sollazzi innocenti. Ma dopo un anno passato a Milano al servizio della contessa, aveste veduto che arie da gran dama! Quand'ella tornava alla villa, nei due mesi dell'autunno, ci guardava tutti con un fare da sultana come volesse dire: ve' là questi zotici..... questi bifolchi!... Appena degnava rispondere al mio saluto; ed essendomi una volta arrischiato ad offrirle un mazzetto di garofani, mi volse la schiena esclamando: «Levati dalle mani quei guanti di letame se vuoi che le signore accettino i tuoi fiori!»
Orbene: non appena si sparse la nuova che il conte e la contessa Bavoso si erano incaricati di condurmi a Milano per farmi educare nella musica, la Savina mutò improvvisamente di modi a mio riguardo. Una mattina, mentre tutti dormivano ed io era disceso nell'orto a fantasticare sul mio brillante avvenire, quella strega mi venne incontro tutta bella e sorridente per congratularsi della mia buona fortuna.—Spero che a Milano ci vedremo—diss'ella, frugandomi nell'anima colle sue ladre pupille. Naturalmente, tu verrai a trovare la contessa... e poi... Milano è grande. Tutto sta che una volta divenuto gran signore, ti degni ancora di scambiare un saluto con noi... gente bassa.... persone di servizio.....
Io mi sentiva una maledetta voglia di saltarle al collo e di rassicurarla energicamente del mio amore e della mia eterna fedeltà. Non osai tanto in quel primo abboccamento; ma le occhiate e le assicurazioni di simpatia ch'io m'ebbi dalla scaltra figliuola posero il colmo alla mia esaltazione.
Nel paese, già tutti mi trattavano con rispetto e devozione. L'organista andava ripetendo che di là a dieci anni sarei tornato milionario. Io gli prometteva che, qualora i suoi pronostici si fossero realizzati, avrei fatto costruire un nuovo organo nella chiesa parrocchiale a tutta mia spesa.
Da molti anni si agitava nel consiglio comunale enella fabbriceria il progetto di un nuovo e grandioso campanile; si aspettava, per mandare ad effetto quel vasto disegno, che il comune e la fabbriceria adunassero il denaro occorrente. Il Sindaco, uomo di larghe vedute, dopo avermi interpellato sulle mie disposizioni, propose al consiglio di differire l'impresa fino a che io fossi in grado di concorrervi co' miei capitali. I consiglieri, non avendo di meglio a suggerire, riconobbero che il sindaco aveva pienamente ragione, e votarono unanimi il seguente ordine del giorno:
«Noi sottoscritti.
»Considerando che le casse del comune e della fabbriceria sono affatto vuote pel momento; abbiamo deliberato di prorogare per dieci anni la erezione del grandioso campanile già da sei lustri ideato e discusso, nella fiducia che in questo lasso di tempo un nostro illustre e benemerito concittadino, il quale fin d'ora si mostra animato dalle migliori intenzioni a tale riguardo, possa adunare e fornire la somma occorrente acciò il grandioso monumento riesca degno in tutto e per tutto della nostra e della ammirazione dei posteri.»
La notizia di questa deliberazione suscitò delle polemiche tra i villani. I più, affidandosi alle promesse dell'organista e d'altri personaggi autorevoli, si tennero persuasi che di là a dieci anni i loro voti sarebbero esauditi. Altri invece accolsero la notizia con una significante crollatina di capo. «Oh! sta a vedere—dicevano—che sarà lui.... proprio lui... a fornirci il denaro pel campanile—il Pirletta!...»
Al primo di novembre, si doveva partire per Milano. Il mio equipaggio era completo. Il conte Bavoso mi aveva ceduti i suoi abiti usati, che ridotti pel mio dosso dal sartore del villaggio, mi andavano a meraviglia Abbracciai mio padre colle lagrime agli occhi: mi congedai pulitamente dal curato, dal sindaco, da tutte le autorità del luogo, e salii fra le acclamazioni dei villani dietro la carrozza della contessa. Imaginate il mio tripudio quando vidi la Savina collocarsi al mio fianco, e pensai che durante un viaggio di ottoore avrei potuto intrattenermi con lei nel più stretto dei colloqui possibili!
Non vi descrivo le emozioni di quel viaggio. La Savina mi diè tante prove di amabilità, che io le promisi di sposarla non appena avessi compiuta la mia educazione musicale.
All'indomani del nostro arrivo a Milano, la contessa iniziò le sue pratiche per farmi entrare al Conservatorio. Quella donna otteneva ciò che voleva, ed io venni ammesso senza difficoltà. Il mio primo maestro era un uomo in sui cinquant'anni, e godeva fama di insuperabile nell'arte diformare le voci.
—Vieni qua, il mio bravo giovinotto—diss'egli assidendosi al pianoforte—la tua nobile protettrice mi vuol far credere che tu possegga una bellissima voce. Probabilmente la signora contessa ha voluto dire che i tuoi organi non hanno difetti cardinali. Belle voci non si danno in natura; starei quasi per dire che in natura non esistono voci. I suoni sono opera dell'arte; e l'arte, figliuol mio, è frutto dello studio e di un ben regolato esercizio. In ogni modo, vediamo la tua estensione.
Il maestro prese a toccare il pianoforte, ed io mi diedi a vociare di tutta lena.
La mia voce timbrata e sonora saliva daldobasso alsi bemolleacuto con ammirabile facilità. Terminato l'esperimento, il maestro mi rivolse una strana domanda:
—Ebbene?... Che cosa intendiamo di fare? Vogliamo cantare il tenore, il baritono o il basso profondo?
—A dir vero, signor maestro, l'organista del paese e la illustrissima signora contessa Bavoso mi avevano fatto sperare che cantando da tenore, in pochi anni mi sarei fatto milionario o qualche cosa di simile. Ho promesso al signor sindaco di contribuire per diecimila franchi all'erezione del nuovo campanile....
—Caspita! hai delle idee molto elevate, figliuol mio!... ma poichè la signora contessa vuole un tenore; tanto fa, le daremo ciò che le abbisogna.
Il maestro serbava nel parlarmi la maggior serietà, ma forse nell'intimo del cuore si burlava de' fatti miei.
Cosa strana! questo professore autorevole e stimato, che aveva la pretesa dicreare le vocia totale beneficio dei suoi allievi, mancava affatto di voce.
—Un tenore, diceva egli, colle opere che si scrivono in giornata, non può fare a meno delsinaturale, deldoed anche deldo diesis. Convien dunque, figliuol mio, che ci mettiamo di proposito a procurarci queste note essenziali. Per conquistare gliacutinon vi è che un solo mezzo: rinvigorire le note più basse, le quali rappresentano nella scala armonica le fondamenta dell'edifizio. Credi tu che si possa elevare una casa di cinque o sei piani quando non si pongano innanzi tutto delle basi massiccie?
Con questa logica da capo mastro il professore mi impose di esercitare quotidianamente le mie quattro note più basse.
Do re mi fa, fa re mi do—tale fu il vocalizzo obbligatorio de' miei primi esercizi. Di là a tre mesi io perdetti ilsi bemolle; a metà del semestre illaacuto scomparve affatto; alla fine dell'anno, da tenore divenni baritono.
Non debbo tacervi che il mio autorevole maestro si preoccupava mediocremente di questi miei progressi. La sua lezione durava ordinariamente dieci minuti e si chiudeva colla formola di congedo: Bravo! molto bene! benissimo!
Le lezioni delle allieve duravano più a lungo.
Ho notato che tutti i professori del Conservatorio ponevano una cura speciale nella educazione delle ragazze. Allorquando il mio maestro inculcava il solfeggio alle future regine della scena, prendeva la posa di un ispirato e mostrava il bianco degli occhi.—Quelle lezioni lo affaticavano assai. Contuttociò la più parte delle allieve perdevano anch'esse la voce, ed altre cose.
Alla fine dell'anno, il miosolacuto minacciava di ecclisarsi—il maestro se ne avvide, fece un rapporto al direttore dogli studi, ed io fui sottopostoad un consiglio di professori, i quali fra gli sbadigli firmarono il verdetto della mia assoluta impotenza a proseguire negli studi.
Immaginate la mia sorpresa, il mio disappunto, la mia desolazione!
Mi recai dalla contessa Bavoso. Il sindaco del paese, venuto a Milano per certi suoi affari, era in quel giorno dalla contessa. Mi presentai trepidante come un reo che va incontro al suo giudice—la presenza del sindaco raddoppiava le mie angoscie.
—Bravo! molto bene! benissimo!—cominciò la contessa.—Il bell'onore che vi fate! Ecco la lettera del vostro professore—leggete se vi dà l'animo... E poi... abbiate ancora il coraggio di comparirci davanti!
Io lessi, e rimasi oltremodo meravigliato in vedere le strane cose che in quel foglio si dicevano sul conto mio. Mi si accusava di poca assiduità alle lezioni; si attribuiva il progressivo enon logico deperimentodella mia voce a qualche vizio secreto, a qualche disordine organico prodotto dalla crapula o da altri abusi più gravi.
Fui preso da indignazione.—Signora contessa! esclamai coll'accento più vivo—mi meraviglio che questi signori mettano in giro tali calunnie... Io non ho mancato mai alle lezioni, e la mia condotta fu sempre quella di un onesto figliuolo. Il maestro pretendeva fabbricarmi una voce da tenore, rinforzandomi i bassi—io mi sono uniformato a' suoi consigli, e mentre lavoravo a consolidare i fondamenti dell'edifizio, il tetto è crollato. Quel signor fabbricatore di voci non ha fiato in corpo per sè—ed io, quando entrai al Conservatorio, ne aveva tanto da gonfiarli tutti quanti... Insomma...
—Insomma! Insomma! mi interruppe la contessa.—Voi siete un disgraziato., voi tornerete al paese a zappare le rape... Non si perdono ilsi bemollee illa naturalesenza qualche sconcerto dell'organismo, prodotto dai disordini e dai vizi.—So quello che mi dico... so quello che voi stesso ignorate... Il signor sindaco qui presente porterà la notizia a vostro padre... e voi partirete quando vi farà comodo.
Ciò detto, la contessa mi fece cenno d'uscire. Il sindaco, per rinforzare l'apostrofe della contessa, mi annichilì con un motto spietato:—Avremo un bel campanile... al paese!
Attraversando l'anticamera sentii afferrarmi pel soprabito da una mano tenace.
Mi volsi—era la Savina.
—Ho inteso tutto... Cos'è questobemolleche hai perduto? Voglio saperlo...
—Lasciami in pace... Savina...
—No!... voglio saperlo... Dio sa quante ne hai fatte!...
—Savina... ti dico!...
—Sento gente... va pure... Ci rivedremo domenica... all'ora della dottrina.
Uscii dalla casa Bavoso coll'animo in tempesta.
Dopo essermi aggirato per le vie di Milano, dibattendo molti progetti, entrai in una bottega da caffè dov'erano soliti a convenire alcuni artisti e studiosi di canto a me noti. Vedendomi accorato, mi interrogarono. Narrai ciò che mi era accaduto. Un signore di età matura che aveva prestato orecchio al mio racconto: «un altro Maccabeo!» esclamò con biblica amarezza—poi, voltosi a me direttamente: «Io conosco la contessa Bavoso, mi disse-è una pianista di gran talento e una dama di cuore—peccato ch'ella viva sotto la pressione del Conservatorio!—in ogni modo io non ho ancora disperato di convertirla... Chi sa! sareste voi disposto, figliuol caro, a fornirmi i mezzi per un'ultima prova?»
La mia situazione era tale che le parole di quell'uomo, tuttochè enigmatiche, mi apersero il cuore alla speranza.
—Se ti rimane un filo di voce, proseguì egli, a cui si possano riannodare dieci o dodici note, io mi incarico di restituirti in sei mesi ciò che i Bramini del Conservatorio ti hanno rubato nel corso di un anno.
Ciò detto, mi porse il suo biglietto di visita, e mi fece promettere che il dì seguente, verso le dieci ore del mattino, mi sarei recato da lui. Immaginate la mia gioia, quando uno degli astanti, un certo Zilgo,tenore in aspettativa, mi avvertì che quel mio nuovo protettore era il più insigne maestro di canto dell'Italia e dell'Universo, il solo che sapesse realmentecrearele voci o ridonarle al primiero stato in caso di deperimento.
All'indomani fui esatto al convegno. Venni introdotto in una grande sala debolmente rischiarata. Il maestro sedeva al pianoforte—una dozzina di allievi d'ambo i sessi lo circondavano in vario atteggiamento. Al mio entrare, il maestro si levò in piedi, e, additandomi ai circostanti con un gesto da Geremia, si diè a cantarmi l'antifona:Venite ad me, vos qui egrotatis; hic salus! hic vita! hic bonum!
Gli allievi di canto replicarono in coro la salmodia—ed io ristetti ombroso a guardarli, credendomi vittima di una crudele burletta.
Il maestro mi mosse incontro, mi prese per mano, e mi condusse al pianoforte.
—Come vedi, figliuol caro, tutti si rallegrano con te... La pecora smarrita si è rimessa sul buon cammino... Volgiti intorno... Tutte queste signorine avvenenti e intelligenti, tutti questi giovani bene organizzati e predestinati, non rappresentavano, pochi mesi sono, che dei naufraghi, respinti, come tu lo fosti, dall'arca fatale del Conservatorio, e abbandonati semivivi alle branche voraci dell'oceano.—Io ho raccolti questi naufraghi nel mio battello da salvataggio; ho riscaldati questi morenti colla fiamma dell'arte unica e vera—dell'arte divina!... Quelli che ieri gemevano, oggi cantano—quelli che starnutivano, oggi trillano—i ranocchi divennero usignuoli—le cicale si mutarono in capinere.—Lasciamoli dunque in pace.—Abbandoniamo questi avventurati che già toccano le porte del cielo, per soccorrere all'ultimo arrivato, all'infelice che stava per soccombere.—Vieni qui, figliuol caro—e voi altri, schieratevi in giro—voglio che tutti assistiate alla diagnosi... Egli è sul cadavere che si studiano i problemi dell'esistenza; gli è dai morenti che si imparano i segreti della conservazione.
Gli allievi si scostarono dal pianoforte, e andaronoa sedere in una specie di anfiteatro all'estremità della sala.
Il maestro cominciò a palpeggiarmi la testa—quindi scese colle mani alle altre parti del corpo parlando di tal guisa:
—Abbiamo un occipite pronunziatissimo... buon principio!... Sviluppo massimo di sensualità... di forza procreatrice! l'arte non è che amore—non si può essere artisti veri, artisti grandi, senza una straordinaria suscettività, o dirò meglio, irritabilità dell'organo simpatico. Gli è ciò che ho detto più volte amademoiselleGuardinaire:—tu diverrai la Cleopatra delle cantanti in grazia del tuo occipite.—Suiparietalinon c'è che dire—ilfrontaleè in ottimo stato! Questo solido ripercussore delle note acute presenta tutte le condizioni desiderabili—abbiamo unedmoideed unosfenoidepienamente conformi a quelli di Rubini e di Zilgo—larghe narici, canali ampi, torace adiposo, clavicola ferma, scapula rilevata, osso sacro sporgente—in una parola lo scheletro di Lablache, di Filippo Galli e di... Zilgo. Vediamo ora (ed è quello che più importa) come si sta di visceri... Esaminiamo prima di tutto se i mantici funzionano, e qual grado conservino ancora di forza coibente e deprimente.
Ciò detto, il professore tirò il cordone di un campanello e una grossa domestica entrò nella sala con un soffietto nella mano, domandando: «c'è forse qualcuno che ha bisogno di fiato?»
—No—rispose il maestro seriamente—apporta gli ordigni per la prova dei mantici.
Non comprendo, ripensandoci adesso, come io fossi in allora tanto ebete da prestarmi a quelle buffonesche esperienze.—Di lì a poco, la grossa fantesca rientrò nella sala, recando sulle braccia una dozzina di volumi. Il maestro mi ordinò di sdraiarmi supino sovra un canapè, soprappose al mio stomaco quattro volumi, e in quella difficile posizione mi fece ripetere più volte la scala ascendente e discendente.MademoiselleGuardinaire, il tenore Zilgo, una giovane inglese assai brutta, e da ultimo, tutti gli scolari misi fecero d'attorno, per istudiare, com'essi dicevano, il grande fenomeno della respirazione. Tutti parevano sorpresi della potenza straordinaria de' miei polmoni; la fantesca batteva le mani dalla meraviglia, esclamando: scommetto che se io gli monto sopra, costui con undodi petto mi slancia alla soffitta!
Ciò che vi narro vi parrà inverosimile; eppure a quell'epoca c'erano in Milano dei maestri di canto che spingevano più oltre la ciurmeria.—E credete voi che oggigiorno le cose sieno mutate? Chiedetene notizia a quelle tante infelici, che dopo avere dal rigido settentrione trasmigrato in Italia per apprendervi la bell'arte del canto, ritornano in patria senza voce, senza quattrini, senza professione, senza... tutto quello che hanno dovuto immolare ai maestri, agli agenti teatrali ed ai giornalisti.
In seguito alle esperienze ginnastiche che vi ho descritte, e ad altre di cui vi taccio per brevità, il mio nuovo maestro espose la sua ferma convinzione che in meno di sei mesi, seguendo il suo regime, io avrei ricuperata la mia bella voce di tenore, e di là a due anni, persistendo nello studio, sarei stato in grado di esordire con lieto successo alle scene. Queste promesse suonavano abbastanza lusinghiere; ma l'ispirato missionario dell'arte non pareva disposto a darmi lezione gratuitamente. Fu convenuto che io avrei diretto una supplica alla contessa Bavoso, onde ottenere qualche sussidio nei sei mesi di esperimento; il maestro si sarebbe egli stesso incaricato di presentare la mia lettera, perorando a voce la mia causa e magnificando le mie ottime disposizioni musicali. Ogni cosa riescì per bene. Scorsa una settimana, la contessa mi fece chiamare al palazzo, e dopo una lunga ammonizione che io ascoltai col massimo raccoglimento, mi diede il grato annunzio che ella medesima si assumeva di pagare le mie lezioni, fissandomi altresì un piccolo assegno mensile ond'io vivessi decorosamente a Milano. In seguito a questa nuova fortuna, io potei riannodare le mie relazioni colla Savina, la quale in un precedente colloquio mi avevafatto capire che il cocchiere della contessa le avea inoltrateseriamentedelle proposte di matrimonio.
Il signor Minassi[1](tale era il nome del mio maestro) per circa due mesi mi esercitò alla emissione delle note, obbligandomi sempre, durante le lezioni, alla incomoda e ridicola giacitura di cui vi ho parlato poco dianzi. Tanto egli, come i colleghi di scuola e la grossa fantesca si mostravano stupiti dello straordinario sviluppo che la mia voce andava acquistando di ora in ora, di minuto in minuto.MademoiselleGuardinaire, che per ordine del maestro si era fatta strappare due denti, i quali rendevano un po' ottuse le sue note di mezzo, mi animava a subire la medesima operazione, assicurandomi che ne avrei ottenuto un immenso benefizio. Il tenore Zilgo era d'avviso che io mi facessi levare le tonsille—e il maestro aggrottava le ciglia borbottando: «vedremo se sarà il caso—c'è sempre tempo a correggere la natura—ed io non dubito che il nostro futuro Donzelli sacrificherà all'arte, quando l'arte lo esiga, quelle superfluità dell'organismo che possono compromettere la libera emissione della voce.»
Pur troppo l'ora del sacrificio non tardò a suonare. In seguito ai violenti esercizi di respirazione, la mia voce si era ridotta a tale che ogni nota si rompeva in unoscrocco. Tutta la scolaresca fu chiamata a consiglio—il maestro produsse una chiara e minuziosa diagnosi del fenomeno patologico, concludendo col dichiarare di urgenza l'amputazione delle glandule tonsillari.
Sulle prime, mossi qualche difficoltà—ma avendo tutti in massa gli scolari spalancate le bocche per mostrarmi che non uno era andato esente dalla operazione, mi lasciai vincere dall'esempio.
Al taglio delle tonsille successe una allarmante infiammazione—per circa una ventina di giorni non mi fu concesso di emettere una nota—quando tornai dal maestro per riprendere il corso delle lezioni,con somma sorpresa di tutti si notò che da baritono io era divenuto basso profondo.
Quella scoperta produsse un cataclisma. Il Minassi improvvisò sullerivoluzioni delle vociun erudito discorso che produsse la più viva commozione nella scolaresca; ma la contessa Bavoso, informata della metamorfosi che si era operata nel mio organo, mi avvertì per lettera che non intendeva continuarmi il sussidio, consigliandomi al tempo stesso di far ritorno al paese dove la mia voce da basso profondo sarebbe riuscita opportunissima per richiamare dai pascoli le giovenche. A quella lettera, dissuggellata dall'infida Savina, era aggiunto un poscritto in pessima calligrafia, che diceva testualmente:Dopo quelo che tano talliato, non sperare mai più nel mio amore; io sposerò quest'autunno il carozziere Pacicco.
Che fare? che tentare?—Dietro ordine della contessa, mio padre venne a Milano, mi colmò di rimproveri e mi intimò di seguirlo al paese. All'ora del mio arrivo, una ventina di villani stavano sulla piazza attendendomi.—Immaginate la mia vergogna, allorquando una voce acuta, emergendo dal crocchio, annunziò il mio ingresso colle parole: «In pèe tucc! à l'è scià el campanin!»[2]
Ed ecco in qual modo compensavano quei bifolchi la buona disposizione che io aveva manifestata di concorrere coi miei guadagni alla erezione del campanile!—Le buone intenzioni non hanno sconto sul mercato della vita.
Non volli più uscire di casa—mi resi invisibile. Io attendeva ai lavori dell'orto ed al governo della stalla, mutolo sempre e ingrugnato. Mio padre temendo che io cadessi ammalato, andò a consultarsi col veterinario.
Un giorno l'organista del paese si recò a visitarmi—Pirletta, mi disse—eppure io non so capacitarmi che la tua bella voce sia proprio svanita! Se ci provassimo... così per spasso?.... Farò trasportare nellatua camera da letto la mia spinetta... Ricomincieremo dalle scale—e chi sa?—le scale conducono in alto...
Che volete? mi lasciai vincere dalla tentazione, e ripresi, colla scorta del dabbene organista, gli esercizi del solfeggio. La mia voce da basso non era delle più ingrate; io studiava con moderazione, senza violentare la natura, e apprendeva, ciò che i professori di Milano avevano sdegnato insegnarmi, i principii fondamentali della musica. Io comprendeva i miei progressi, e il mio cuore si riapriva alla speranza, la mia mente si irradiava di nuove illusioni.
Dopo due anni di studi regolari ed indefessi, l'organista mi avvertì solennemente che a lui non restava più nulla da insegnarmi, a me più nulla da apprendere.—Sei maturo, mi disse; non ti resta che salire il bosco e fare la tuagalletta.
Mio padre mi fornì cinquanta lire e la sua benedizione perchè andassi a Milano in cerca di una scrittura. Il parroco, il sindaco, il veterinario e l'ottimo organista ingrossarono il mio peculio di qualche spicciolo e di molti consigli.—Uscii dal paese due ore prima dell'alba, e volgendomi al famiglio che aveva attaccata la bestia al biroccino: tornerò fra cinque o sei anni, gli dissi; e quando il campanile sarà compiuto, andrò lassù a sputar sulla testa di quei buffoni che si fecero giuoco di me.
Ma in cielo non era scritto che io donassi un campanile alla ingrata mia patria. Prima di ottenere una scrittura, rimasi a Milano due anni—e furono due anni di patimenti, di umiliazioni, di angoscie indescrivibili. Io faceva regolarmente ogni giorno il giro di tutte le agenzie teatrali; i corrispondenti mi davano delle promesse e sempre mi congedavano col ritornello:lasciatevi vedere!—All'indomani, quando io mi presentava, fingevano di non vedermi.
I miei abiti si aprivano sui gomiti e parevano ricambiare dei sorrisi alle scarpe che mostravano i denti. Non vi parlo dei miei lunghi digiuni, delle notti passate all'aria aperta o sulle panche del caffè Martini. I miei amici erano una dozzina di cantanti in perenne disponibilità—i quali mi confortavanoaffermando che gli agenti teatrali erano una masnada di assassini, il pubblico una massa di imbecilli, e gli artisti più lautamente pagati una camorra di intriganti privi di voce e talento.
Finalmente (e in quell'istante vidi aprirsi il paradiso) un agente teatrale mi invita per lettera a recarmi premurosamente da lui.—Accorro ansante dalla gioia—precipito nella sala d'uffizio e interrogo collo sguardo il mio destino.
L'agente era un certo Cinguetta, un uomo di sinistro aspetto e di fama perduta; eppure, all'idea ch'egli intendesse offrirmi una scrittura, mi parve un cherubino.
—Sei tu disposto—mi chiese con brusca amorevolezza—afare una campagnatadi venti giorni cantando nelNabuccola parte di Zaccaria?
—Se le pare... se lei crede...
—Si tratta, come dissi, di unacampagnata—dunque molta allegria, grandi applausi e pochi soldi... non è vero? Gli esordienti—regola generale—non hanno diritto a compenso, e dovrebbero anzi, a rigore di legge, sborsare all'impresario una somma, pel grave rischio a cui questi va incontro esponendo sulle scene un artista sconosciuto e di dubbio talento. Ma io ho fede in te; so che possiedi una bella voce e conosco del pari le tue strettezze. Vedrai dal presente contratto che ho cercato di aiutarti—apponi dunque la tua firma, e domani partirai per Arona, ove, non dubito, farai onore alla mia agenzia.
Così parlando, il Cinguetta mi porse la scrittura che mi obbligava a cantare per una ventina di rappresentazioni al teatro di Arona, a recarmi alla piazza in tempo debito onde intervenire alle prove di cembalo e di orchestra, nonchè a provvedermi a mie spese delbasso vestiario in perfetto costume. In compenso delle mie prestazioni, l'impresario mi avrebbe pagata la somma di lire sessanta, suddivisa in quattro rate, giusta le consuetudini teatrali, restando a mio carico le spese di viaggio e la provvigione dei cinque per cento devoluta al mediatore.
Naturalmente, apersi il labbro per muovere qualcheobiezione; ma il Cinguetta, strappandomi il foglio dalle mani e facendo atto di lacerarlo:—tutti di uno stampo! esclamò con mal piglio—quandosiete a spasso, mille suppliche, mille transazioni;—vi si offre una scrittura, eccovi tosto colle grandi pretese!—Figliuol mio.... non faremo nulla. Non ho che a battere il suolo coi tacchi per veder sorgere una legione di bassi profondi, pronti e disposti a cantare per l'amore dell'arte!
Non era il caso di discutere—io segnai la scrittura con mano tremante, la piegai, la chiusi nei taschetti del soprabito e atterrito della mia nuova situazione, presi commiato dall'agente teatrale ringraziandolo colla voce ed imprecandogli col cuore. Il Cinguetta mi accompagnò fino alla porta, e come uomo ispirato subitamente da una idea luminosa:
—A proposito, mi disse; non sarebbe bene che noi regolassimo tosto i nostri conti? di tal guisa ti risparmieresti l'incomodo e la spesa di spedirmi il danaro per la posta.... La somma che mi devi è tanto meschina...
Io compresi che si trattava della provvigione. Non aveva indosso la somma di dieci soldi, e la mia mente già cominciava ad affannarsi nella ricerca di uno spediente qualunque, pel quale mi fosse dato di trasferirmi alla piazza. Esposi francamente al Cinguetta la mia triste posizione; gli feci capire che, aiutandomi la fortuna, lo avrei più tardi compensato largamente. Le mie parole esprimevano la più viva commozione.
—Non importa!—disse l'agente con un suo risolino di ipocrita benevolenza—io amo gli artisti e so investirmi delle loro circostanze... Se non puoi darmi danaro.... vedi.... sarei anche disposto ad accettare qualche segno di riconoscenza.... per esempio... vediamo un poco.... Così parlando, portò la mano alla catenella di argento che mi scendeva nel taschino delgilet, e ne trasse fuori un gramo orologio di argento, unico ricordo di mia madre che io aveva religiosamente conservato fino a quel giorno in onta delle urgenze più calamitose. Quel Cinguettaaveva la mano così disinvolta, e la mia resistenza era così debole e impacciata, che l'orologio in un attimo divenne sua preda. Io finii col ringraziarlo di avereaccettatoin benemerenza dei suoi grandi favori, un dono così meschino.
Il miodebutal teatro di Arona fu abbastanza fortunato, ma avendo dovuto respingere venticinque giornali che mi erano stati inviati da varie città d'Italia con invito all'abbonamento, nessuno fece parola di me, e se alcuno parlò, fu per dire che io era uncanedella peggiore specie. In ogni modo lacampagnatasi chiuse colla solita catastrofe. A metà della stagione l'impresario si assentò dalla piazza e si rese irreperibile—io perdetti l'ultimo quartale, e dovetti tornare a Milano colle mie gambe, lasciando in ostaggio al padrone di casa la barba ed i sandali del profeta Zaccaria.
Per una decina di anni venni sobbalzato da teatro a teatro. Le estorsioni dei corrispondenti, i ricatti del giornalismo, le frodi degli impresari cooperarono siffattamente al perfetto equilibrio delle mie finanze, che al finire di ogni stagione non mai ebbi ad inquietarmi per l'impiego de' miei sopravanzi. Le scritture del carnevale e dell'autunno pagavano regolarmente gli arretrati della disponibilità precedente—la perdita di uno più quartali, già preveduta nel bilancio, frenava i miei appetiti, e mi imponeva la più rigida soppressione delle superfluità. L'unico rimorso che ancora mi pesa sull'anima è quello di aver sprecato una piccola parte del mio peculio nello sfamare quattro o cinque giornalisti teatrali, non saprei dirvi se più scimuniti o bricconi. Una tale debolezza era frutto di inesperienza; ma dacchè a Firenze mi avvenne di applicare una dozzina di nerbate sul grugno di un certo Montâsino fabbricatore di riviste, ebbi a convincermi non esservi miglior espediente di questo per insegnare ai bèceri del giornalismo la morbidezza dello stile.
Vi fu un'epoca nella quale, per un bagliore inusitato di promesse, io credetti di aver finalmente afferrate le chiome della fortuna. Dopo quattro lunghimesi di disponibilità, mi venne offerta una scrittura pel teatro di Lima. Il mandatario dell'impresa, un personaggio tutto fulgido di diamanti e d'altre pietre inqualificabili, si faceva chiamare Don Diego y Gonzalez y Caballero Radamonteros Pordodios de las Quercás.—Il di lui nome non mancava di sonorità e le paghe ch'egli offriva agli artisti non erano meno sonanti. Vi basti sapere che l'emolumento a me fissato si traduceva nella somma di franchi cinquantamila all'anno, più due serate di benefizio, assicurate in diecimila franchi cadauna.
Innanzi di salpare pel nuovo mondo, scrissi una lettera al sindaco del paese annunziandogli la mia buona fortuna e assicurandolo al tempo stesso che le mie intenzioni a riguardo del campanile non erano punto cangiate.
Ci imbarcammo a Genova in un pessimo legno da vela, e dopo tre mesi ai navigazione disastrosa, toccammo la meta. Il rappresentante dell'impresa ci aveva accompagnati fino a Lima, ma all'indomani dello sbarco, non si ebbero più traccie di lui. Immaginate quale scompiglio, quale sgomento nella compagnia lirica! Eravamo circa sessanta, fra cantanti, suonatori e ballerine—e spremendo le nostre tasche non ne sarebbero usciti tanti spiccioli da formare un marengo—
Dopo una settimana di ansie inenarrabili, un certo Arnaldo Sesini, negoziante di gomma elastica, si presenta al nostro albergo, e dopo aver biasimato col più energico accento la condotta di Don Diego y Caballero Radamonteros Pordodios de las Quercás, si annunzia disposto ad assumere l'impresa in sua vece ed a sborsare immediatamente il primo mensile a tutti gli artisti, purchè rinnovino le scritture, assentendo al ribasso del sessanta per cento sulle paghe stabilite. Non era il caso di fare delle obiezioni. Il nome di Arnaldo Sesini ispirava poca fiducia; ma a qual nome affidarci, dacchè un Don Diego y Gonzalez y Caballero Radamonteros Pordodios de las Quercás ci aveva così ignobilmente abbandonati? Noi piegammo la fronte alla necessità; le transazioni vennero accetate,e di là a poche settimane il teatro di Lima si aperse a spettacolo d'opera e ballo.
C'è a scommettere che di quella colonia di artisti italiani ben pochi ebbero la fortuna di rivedere la patria. Molti morirono di febbre gialla trasmigrando ad altre coste degli Stati Uniti—i suonatori si sbandarono per suonare nei caffè e in altri luoghi di pubblica ricreazione; le coriste e le ballerine sopravvissute alle febbri e ad altre epidemie, non trovando più adoratori, si procacciarono dei mariti. Io corsi l'America per dodici anni, sempre intento ad economizzare su' miei scarsi stipendi onde mettermi in grado di far ritorno in Italia. E Dio sa quanto avrei dovuto attendere prima di adunare il capitale occorrente, se la prepotenza della nostalgia non mi avesse spinto ad un partito.... americano.
Mi recai ad una grossa borgata del litorale in compagnia di una corista e di un pessimo accompagnatore di pianoforte—feci affiggere dei cartelloni dov'era annunciato che il celebre Mario e la insuperabile Grisi avrebbero dato un concerto, cantando una quindicina di pezzi a scelta del pubblico.—Quei buoni borghesi accorsero in massa, applaudirono ai miei ruggiti, si estasiarono ad ogni strillo della mia audace compagna, e raccolta una buona messe di dollari, io mi imbarcai felicemente il giorno appresso sovra un legno mercantile genovese.
Dalle mie lunghe e disastrose pellegrinazioni io non riportavo in Italia che un centinaio di lire, due papagalli ed una scimia.—Rientrando al mio albergo a Genova per levare i bagagli onde proseguire il viaggio, trovai la gabbia rovesciata.—I due papagalli si erano svincolati, e, profittando della libertà, avevano preso il volo per ignota direzione.
Giunto a Milano, mi recai al palazzo della contessa Bavoso per offrirle la scimia, ma la contessa era morta da un pezzo. Tornato al paese, venni a sapere che il sindaco, il veterinario, la Savina, l'organista, tutte infine, o quasi tutte le persone di mia conoscenza, avevano cessato di esistere. Mio padre istupidito dagli anni, appena mi riconobbe—e quandogli mostrai la piccola scimia ch'io teneva fra le braccia, mi chiese da quanto tempo ero ammogliato, e se quello fosse il mio primogenito.
Sono scorsi dieci anni dacchè tornai al paese. Ho ereditato da mio padre una casuccia ed un orto, e campo la vita in qualche modo, accordando i pianoforti nelle ville dei signori e cantando qualche mottetto nelle chiese. I miei compaesani mi vogliono bene e cercano di aiutarmi; ma ogni qual volta nel Consiglio Comunale torna in campo il progetto di erigere un nuovo campanile, la discussione viene troncata con questo tratto di spirito:Aspettiamo il denaro di Pirletta.
Daniel Nabaäm De-SchudmoëkenA quei tempi, che sotto molti aspetti somigliavano ai presenti, io sedeva una mattina con altri pochi visitatori nel salotto di una amabile contessa, assai celebre in Milano pel suo talento di pianista non meno che per la sua bellezza e le sue prodigalità di ogni genere.Come al solito, si parlava di musica; ed era in campo una discussione sulla supremazia dei maestri tedeschi, in fatto di composizioni istrumentali. La contessa, tuttochè italianissima nel senso politico, in arte si professava tedesca.La conversazione venne interrotta dal servo di anticamera, il quale, presentando alla contessa una carta di visita, annunciava l'arrivo di un nuovo personaggio.—Entri pure!—disse la contessa sfavillante di gioia.—E quella espressione del volto pareva dinotasse l'intervento di un alleato inatteso.Il cameriere poco dopo ricomparve sulla porta, introducendo, con uno sforzo di pronunzia visibile, il signor Daniel Nabaäm De-Schudmoëken.Era un uomo dai trentacinque ai quarant'anni, abbigliato con quella eleganza alquanto caricata, che contraddistingue gli artisti. Nel suo modo di presentarsi c'era la disinvoltura e la franchezza di chi ha fatto l'abitudine alla curiosità del pubblico ed all'applauso dei teatri.Si inchinò leggermente ai circostanti, baciò la mano alla contessa, e, tratta dal portafogli una lettera, gliela porse col garbo più distinto.—Ah! ah! il barone Teghetoff!—esclamò la dama, dopo aver letto—ecco un signore che non ha mai disertato dal campo dell'arte. E di quanto io gli vado debitrice! Egli non ha mai dimenticato di indirizzarmi i più eletti e celebri talenti di Europa.... L'anno scorso era Talberg, pochi giorni fa era Wanwondegger, ed oggi il signor Daniel Nabaäm De-Schudmoëken pianista di S. M. il re del Belgio, che io mi chiamo onoratissima di presentare sul momento ai miei migliori amici.Quanti erano nel salotto salutarono amabilmente l'artista, indirizzandogli quelle banalità lusinghiere che le persone bene educate sanno prodigare anche agli sconosciuti, quando per essi interceda la raccomandazione di una signora.Frattanto io pensava: dove mai ho veduto costui?... la sua fisonomia non mi è nuova.E in luogo di interrogare o di adulare, io fissai uno sguardo così scrutatore sull'artista, che questi a sua volta prese a guardarmi con marcata attenzione.Quella corrente di occhiate non isfuggì alla contessa. Ella credette farsi interprete di un mio desiderio, presentandomi più direttamente al suo raccomandato, e declinando a lui il mio nome e cognome, non senza aggiungere qualche cenno biografico.—È bene, signor Nabaäm De-Schudmoëken, poichè avete intenzione di produrvi a Milano, che vi mettiate in rapporto con qualche giornalista, e sono lietissima che qui, nel mio salotto, voi stringiate una alleanza che potrà giovarvi.L'artista, leggendo ne' miei sguardi una certa preoccupazione, arrossì leggermente; ma dominando tosto il proprio imbarazzo, riaperse il portafogli, e, trattane una lettera, me la porse con queste parole:—Per comprendere, o signore, quanto io tenga alla vostra amicizia ed alla vostra protezione, non avete che a leggere le poche righe di questo scritto. Conoscendovi per fama, ho voluto premunirmi di una commendatizia al vostro indirizzo.—La persona che vi scrive e che a voi caldamente mi raccomanda, si dice uno dei vostri migliori amici.Mi trassi in disparte, apersi la lettera, e, dissimulando a mala pena la mia sorpresa e la mia commozione, lessi mentalmente quanto segue:«Ottimo signore,«Sono a Milano da due giorni, e intendo far sentire al ridotto della Scala alcune mie composizioni. Ha ella dimenticato la gioconda serata che noi passammo insieme la sera del ventiquattro marzo del mille ottocento quarantacinque all'albergo dellaBonne femmedi Torino? Ella mi aveva furiosamente applaudito il giorno innanzi, in un concerto al quale assistevano venti persone. Oggi, dopo quindici anni, io la prego a volermi riudire. Colui che si fa annunziare in Milano coll'esotico nome di Daniel Nabaäm De-Schudmoëken pianista di S. M. il re del Belgio, si chiamava in altri tempi Bartolomeo Scannagatta di Biella. Per carità, non mi tradisca!... Venga piuttosto a trovarmi domani all'albergo del Marino, verso le cinque pomeridiane. Pranzeremo assieme, e dopo il caffè, s'ella avrà tempo e pazienza di ascoltarmi, le spiegherò il segreto del mio bizzarro pseudonimo, raccontandole una istoria piena di amarezze e di follie. Mi affido a lei e mi dicosuo dev. ServoBartolomeo Scannagatta.»Era proprio lui! Le mie reminiscenze non mi avevano ingannato—il tono della lettera e la eloquenza delle occhiate che tratto tratto l'artista mi indirizzava mentre io stava leggendo, mi imponevano di rivolgergli tosto una parola rassicurante.Mossi a lui, gli stesi la mano; egli mi porse la sua, e in quella stretta leale, un tacito patto fu stipulato fra noi.Poco dopo, quand'egli fu uscito dalla sala, la contessa si pose a raccomandarmelo colla più viva espansione.—Nessuno dimentichi ch'egli è un mio protetto, ripetè più volte la contessa a quanti facevano parte del circolo; quando il barone Teghetoff ci raccomanda un artista, è indubitabile che questi dev'essere un talento superiore. E poi.... che ne dite di questo nome?... Daniel..... Nabaäm De-Schudmoëken? Dio sa se lo pronunzio per bene!—Dev'essere un pianista insuperabile nei pezzi di difficoltà—disse uno degli astanti—ciò si comprende dalle molte consonanti del nome.....—Ed anche, soggiunse un altro, dalla k aspirata preceduta dal dittongo.....—Non c'è' dubbio—rispose la contessa—questi artisti superiori che ci vengono dall'estero hanno dei nomi imponenti e, direi quasi, rivelatori. Talberg? Che ve ne pare? Non sentite forse, nella posa solenne e direi quasi patriarcale di questo nome, il pianista pacato, maestoso, che procede sicuro sulle onde melodiche, come un poderoso vascello già provato dalle tempeste e dai venti?.... Liszt!... Non vedete, a questo nome, il lampo e la folgore guizzare sulla tastiera? Non vi pare che una favilla elettrica, sprigionandosi dalle dita nervose, si comunichi alle corde del gravicembalo e da quelle alle fibre degli uditori?... Hans Von Bülow....La contessa, nel proferire questo nome, spalancò le labbra siffattamente, che la sua prima aspirazione somigliò ad uno sbadiglio. I circostanti, sbadigliando per consenso, ripeterono non so quante volte il nome di Häääns..... E siccome io penava a trattenere uno scoppio di buon umore indiscreto, prima che il grottesco della conversazione provocasse una crisi, profittai dell'incidente e presi commiato.All'indomani, verso le ore cinque pomeridiane, mi recai all'albergo del Marino, dove il musicista mi attendeva pel pranzo.Egli aveva fatto apparecchiare la tavola in un piccolo salotto attiguo alla sua camera da letto.Sulla tavola erano quattro coperti.—Abbiamo dunque degli altri commensali?—Gente di fiducia—rispose l'artista sorridendo—mio padre e mio nipote.E poco dopo, al momento in cui il cameriere serviva la zuppa, entrò nel salotto un vecchio dal volto sano ed intelligente, in compagnia di un grosso garzone senza barba che poteva avere diciotto anni.La presentazione fu spiccia.—Ecco un ottimo padre, venuto espressamente da Biella per assistere al mio concerto e per protestare...—Basta, basta! interruppe il vecchio—in presenza della minestra deve tacere ogni questione—parleremo dopo.Durante il pranzo, venni a sapere che il padre del nostro pianista era stato per molti anni capo-musica della banda e organista della chiesa di Biella; che aveva composto parecchie sinfonie e due messe, l'una da morto, l'altra davivo, e che il figlio doveva a lui solo la molta erudizione musicale onde era fornito, nonchè la sua abilità di suonatore.Levata la mensa, ci assidemmo in faccia al caminetto. Il vecchio fece recare due bottiglie di barbéra, ch'erano, com'egli diceva, la sua tazza quotidiana di caffè. E quando ebbe vuotato il primo bicchiere:—Ora, a noi altri! proruppe con una certa modulazione di voce che sentiva la stizza e la benevolenza—sentiamo cosa sa dire per sua discolpa il signor Daniel Rabadàn!L'artista accese uno zigaro, e volgendosi ora a me, ora a suo padre, cominciò di tal guisa:—Come lei vede, questo mio ottimo padre non sa perdonarmi ch'io abbia cangiato nome. Egli pretende che io abbia sottratto al nome già illustre degli Scannagatta una parte di gloria che gli spettava per diritto.....—Sicuramente! interruppe il vecchio—e non contiamo il gran danno che tu porti a tutti i Bartolomei (tuo nipote compreso), i quali attendono da secoli che un uomo di genio rifletta sul loro nome vilipeso qualche raggio di luce.Il giovane Bartolomeo, che fino a quel momento non aveva aperto bocca, si lasciò sfuggire dalle labbra un:contagg!—Se mi interrompete ad ogni frase, io non verròmai a capo di giustificarmi..... Lasciatemi dire... Anche i preti, prima di assolvere o di lanciare la scomunica, attendono che il reo abbia finita la confessione. Ed è una confessione, o per lo meno un resoconto sincero della mia vita d'artista che mi trovo in obbligo di fare. Voi, mio padre, ne conoscete una parte, ma vedo che è mestieri ricordarvela. Abbiate dunque la pazienza di ascoltarmi, e poi, quanto al verdetto finale, ci rimetteremo all'arbitrio di una persona affatto disinteressata, vale a dire al nostro amico giornalista.Il vecchio vuotò un secondo bicchiere, e strinse le labbra in segno del grande sforzo che gli costava il silenzio.«Non ricordo quale filosofo, riprese il pianista, abbia dettato un libro per dimostrare l'influenza che hanno i nomi sul destino degli individui. Certo è che l'avere un bel nome, un nome geniale e simpatico, ordinariamente porta fortuna. Non ho mai capito questa predilizione dei nostri antenati nell'appropriarsi dei cognomi tolti a prestito dalle bestie. I Gatti, gli Orsi, i Leoni, i Bove, i Capponi, i Galli, perfino i Pulci, i Lumaga, i Sanguettola, i Mosca, i Tenca, i Ghezzi, i Formica, i Volpi, i Merli, gli Allocchi, ecc., ecc., costituiscono la maggioranza delle famiglie italiane..... Poi seguono, in gran numero, i cognomi composti, dove parimenti figurano le bestie; tali i Pestagalli, i Mangiagalli, i Caccialupi, i Portalupi, i Cacciamosche, i Pelegatti, ecc., ecc., e infine, per tacer d'altri, gli Scannagatta. Ecco una statistica che potrebbe fornire ad uno storico, ad un archeologo, fors'anche ad un filosofo moralista, argomento di serie considerazioni. Quanto a me, per non istancare la vostra pazienza, mi limiterò a dirvi che il cognome di Scannagatta fu in certo qual modo la mia disgrazia originale. Non intendo darne colpa al mio ottimo padre, qui presente; nè tampoco serbo rancore a quel dabben cognato che tenendomi al fonte battesimale, si piacque aggravare la mia disfortuna gratificandomi del nome di Bartolomeo.—Fatto è, che all'età di sei anni, quando entrai nella scuolacomunale per iniziarmi ai primi esercizi dell'alfabeto, io cominciai ad esperimentare la funesta influenza de' miei due nomi. Tutte le volte che il maestro mi chiamava all'appello, dai banchi della scolaresca io udiva insorgere una specie di miagolio che somigliava ad una protesta contro una scannatura di gatti;—e quando, nel recitare le prime lezioni, mi avveniva di rimanere a bocca chiusa, il maestro, gettandomi il libro alla faccia: Va là, mi gridava, va pur là, che sarai sempre un bartolomeo!»Queste prime umiliazioni prodotte dal nome mi irritarono, mi contristarono siffattamente, che un bel giorno (voi, mio padre, non lo avrete scordato) venni a casa tutto piangente a manifestarvi il mio fermo proposito di non tornare mai più alla scuola. Il mio proposito fu tanto pertinace che voi vi appigliaste al partito di provvedere da voi medesimo alla mia educazione, e mi insegnaste con tanta amorevolezza e pazienza la bell'arte della musica. Condussi, per una diecina d'anni, una esistenza da romito, uscendo rare volte di casa e sempre solo, studiando indefessamente. I primi successi musicali, ottenuti a Biella nel circolo ristretto dei nostri parenti ed amici, mi avevano ridonato il coraggio, riconciliandomi perfino coi due nomi fatali, che erano stati l'origine delle mie disavventure infantili. Venne il tempo di produrmi nel gran mondo. Tutti mi animavano ad uscire da Biella; e voi stesso, ottimo padre, vi mostravate convinto che io era, per la mia età, un piccolo portento.»Nella primavera dell'anno..... mi recai dunque, pieno di illusioni e di speranze, alla capitale del regno. Mi accompagnava il cognato Bartolomeo. Ignari sì l'uno che l'altro degli usi del mondo, non ci eravamo data veruna briga per premunirci di lettere commendatizie. Noi giungevamo a Torino colla semplice scorta del mio talento ignorato e colle cento lire messe assieme dalla famiglia per le spese di quel primo cimento.—Ci recammo da un capocomico per ottenere che mi lasciasse suonare qualche pezzo fra gli intermezzi della rappresentazione.—A chi ho l'onore di parlare? chiese il capocomico.—Io michiamo, rispose il cognato, Bartolomeo Zuffolone di Biella, e questo giovane è il signor Bartolomeo Scannagatta....—Quanti Bartolomei! interruppe l'artista—e tutti di Biella?... Basta! penseremo..... rifletteremo.....—In quel punto sopravvenne un signore, che era, per quanto sapemmo dippoi, il proprietario del teatro. L'artista drammatico si tenne in obbligo di presentarci a lui.—Zuffolone! Scannagatta! che razza di nomi! esclamò il nuovo personaggio, squadrandomi dal capo al piede come fossimo due mendicanti.—Ci mancherebbe altro! Con questi due nomi sull'avviso, faremmo scappare la gente.—E ci piantò là, traendo seco il capocomico.—Confusi, umiliati da questo primo accoglimento, uscimmo dal teatro e ci demmo a passeggiare per più di un'ora sotto i portici di Po, meditando e discutendo sul da farsi. Per caso, ci venne veduto un magazzino, dove si davano cembali a nolo. Entrammo, sotto pretesto di noleggiare uno strumento, e dopo alcune parole, parendo a noi che il padrone della bottega fosse un uomo ammodo, chiedemmo a lui delle informazioni sulle pratiche a farsi per dare un concerto.—Un concerto di pianoforte!.... esclamò il dabben uomo inarcando le ciglia—ella non farebbe un soldo in questo momento.... Abbiamo qui uno dei più celebri pianisti d'Europa chefa furorenelle sale e nei circoli—la società torinese farnetica per questo straordinario talento—ella avrebbe l'aria di voler sfidare un confronto impossibile.... insomma.... io la sconsiglio dal tentare la prova.—E come si chiama questo portento dell'arte? domandai io, con un leggiero accento di ironia che tradiva le prime emozioni del mio orgoglio giovanile.—Si chiama... si chiama, rispose il noleggiatore dei pianoforti ingrossando la voce,monsieurEtzcy'.—Salute! Dio la prosperi! esclamammo ad una volta mio cognato ed io, credendo che l'altro avesse sternutito—e vedendo che quegli non parlava:—dunque si chiama? replicò mio cognato. Ma non glie l'ho già detto? Etzcy'!...—Ti scoppi il naso!—brontolò mio cognato—e senza altro dire, uscimmo dalla bottega.»Com'io riuscissi, dopo molte noie e molti sacrifizi, a dare il mio primo ed unico concerto a Torino, non val la pena ch'io lo narri. Voi foste testimonio (e qui il narratore diresse a me la parola) dello scarso concorso di spettatori, del loro contegno indifferente e quasi nemico. Non ho mai dimenticato nè sarò mai per dimenticare che voi, quasi solo, osaste interrompere con applausi e con voci di ammirazione il mio ultimo pezzo. La stretta di mano amichevole e le incoraggianti parole che mi volgeste dopo il concerto furono il solo compenso che io mi ebbi in quella angosciosa serata; senza di voi, il mio giovane cuore da artista si sarebbe lasciato vincere dalla disperazione.»Tornammo a Biella di assai cattivo umore. Di quel miodebutnon parlò alcun giornale tranne un ignobile fogliaccio umoristico, dove il cronista teatrale si scusava coi suoi lettori di non aver assistito al concerto per la diffidenza che gli avevano ispirato i due nomi di Scannagatta e di Bartolomeo.»Si tenne un consiglio di famiglia. Voi non oblierete, mio ottimo padre, quanto io abbia combattuta la vostra idea fissa di farmi ritentare la prova a Milano In me era già entrata la convinzione che col mio nome di Bartolomeo Scannagatta non era possibile il successo fuori dalla Biella nativa.»Le vostre istanze mi vinsero.—Voi mi persuadeste che il nostro maggior torto era quello di andare a Torino senza lettere commendatizie, e questa volta me ne procacciaste una mezza dozzina. Partii solo. Il nome di Bartolomeo Scannagatta mi pareva abbastanza grottesco senza condur meco, per rinforzare il ridicolo, un Bartolomeo Zuffolone. Io presagiva che qualora mio cognato mi avesse seguito a Milano, qualcheduno ci avrebbe accolto colla solita esclamazione di ironia: che posso io fare per due Bartolomei? E il mio presentimento colpiva nel vero. Se a Torino il mio sciagurato nome aveva alienata da me l'attenzione e la protezione dei dilettanti, a Milano mi accadde di peggio.»Quando io mi recai al Conservatorio per ottenereuna audizione privata, l'egregio direttore dello Stabilimento mi accolse con paterna benevolenza. Adunò i professori e gli scolari nella sala dei concerti, accompagnò la mia presentazione con parole incorraggianti; ma non appena egli ebbe proferito il mio nome, io m'accorsi che i giovani alunni ed anche qualcuno dei maestri si erano sbandati per nascondere la loro ilarità.—Che volete? Mi appressai al pianoforte di mala voglia—suonai quattro o cinque pezzi dinanzi ad un uditorio svogliato e disattento, e all'atto di abbandonare il mio posto, mi accorsi che nella sala non v'era più alcuno, tranne l'ottimo direttore.»Questi mi mosse incontro, mi pose paternamente la mano in sulla spalla, e dopo aver encomiato le mie composizioni: «Mio buon figliuolo, soggiunse; è indubitabile che ella possiede un talento notevole, ma pure mi trovo in obbligo di avvertirla che in Milano difficilmente ella potrà farsi strada in questi tempi. Ella ha un torto grandissimo in faccia a quella che ora si suol chiamare lagrand'arte, e questo torto consiste nella desinenza del suo nome...—Oh! che dunque? esclamai vivamente—sarebbe ancora questo sciagurato nome di Scannagatta!...»Oramai a tale siamo giunti, proseguì il direttore-maestro, con un accento che rivelava l'angoscia, che i nomi di desinenza italiana non hanno più credito sulla piazza.—La straniomania è giunta a tale che io mi meraviglio sieno ancora tollerati al nostro Conservatorio una dozzina di maestri, nati e cresciuti nel nostro clima. La si figuri che l'altra settimana in questa medesima sala dov'ella ha trovato degli uditori così indifferenti od avversi, ha destato fanatismo un pianista compositore piovuto dal nord, a lei incomparabilmente inferiore sotto ogni aspetto. Ma egli aveva la fortuna di chiamarsi Sfrrrt...»A quel punto, due gatti che stavano giocolando sul tappeto, fuggirono a salti per la scaletta che conduce al palco scenico.—Vedete! proseguì il Direttore—questi nomi che mettono in fuga i gatti fanno a Milano ben altri miracoli—giornalisti, musicisti, dilettanti,professori, alunni ne rimangono ammaliati... Se più dura la voga di questi nomi senza vocali e gonfi di aspirazioni, non si potrà parlare di musica e di concerti senza sputare ogni volta mezza dozzina di denti.»L'egregio vecchio mi aveva dipinta al vero la situazione dell'arte e dei musicisti. Io presentai le mie lettere a due o tre giornalisti, i quali neppure si degnarono di annunziare il mio concerto—e dopo aver suonato al teatro Santa Radegonda, dinanzi ad un pubblico composto per la massima parte di droghieri e di ex-impiegati in pensione, i quali ebbero la bontà di applaudirmi afuroree chiedermi ilbisdi due pezzi, all'indomani ebbi la soddisfazione di leggere nell'appendice di un grave giornale che un pianista di nome Scannagatta, dopo essersi prodotto fra gli intermezzi della commedia, era partito alla mezzanotte da Milano in unomnibuscarico di Biellesi venuti espressamente per ricondurre in patria quel loro genioincompreso.»Fu allora, che esacerbato, avvilito, ma pure fidente nel mio ingegno e nel mio avvenire, io risolsi di abbandonare l'Italia per cercare all'estero quella protezione che dai nostri mi era negata. Mi scritturai in qualità di maestro concertatore, con un impresario di Stoccolma. Mi tuffai anima e corpo nella musica per dodici anni—ridussi, composi, trascrissi, diressi orchestre, diedi lezioni di canto e di pianoforte, mi produssi in concerti, e rinunziando al mio nome, come avevo rinunziato alla patria, mi creai e feci imprimere sulle mie carte di visita quel Daniel Nabaäm De-Schudmoëken, che in oggi fa tanto dispetto e tanta ira a mio padre.»Chi esperimentò a vivere per molti anni lontano dal proprio paese, non ignora che quel malessere chiamato nostalgia assale, più presto o più tardi, anche coloro i quali non ebbero in patria che sconforti ed amarezze.—Questa fase della nostalgia venne anche per me. Era un bisogno, una sete di respirare l'aria nativa non solo, ma anche di assaporare il successo in quel paese che a me, negletto erejetto, non cessava mai di presentarsi quale un giardino incantato delle arti.»Doveva io, poteva io, dopo le traversie del passato, riprendere il mio sciagurato nome di Bartolomeo Scannagatta, nel giorno appunto in cui io veniva qui per chiedere ai miei connazionali il battesimo della gloria? I fatti che io vi ho narrati vi suggeriranno la risposta. Certo è che, appena fiutata l'aria di Milano, ho dovuto applaudirmi della mia risoluzione. Qual differenza fra l'accoglimento che in oggi viene fatto a Daniel Nabaäm De-Schudmoëken e quello già toccato al povero Bartolomeo Scannagatta di Biella! L'altro ieri, recandomi a visitare il più erudito dei vostri giornalisti, l'ho veduto estasiarsi di ammirazione nell'affissare il mio biglietto di visita. Un altro, nel proferire Nabaäm, rimase per due minuti a bocca spalancata, cogli occhi smarriti nelle palpebre. Due o tre membri dellaSocietà del quartetto, nell'udire un mio esecrabile waltzer tutto pieno di dissonanze, parvero assaliti da catalessi—tutte le dame patronesse vogliono vedermi, reclamano le primizie del mio talento—nelle aule del Conservatorio da due giorni è una gara fra maestri, alunni ed alunne, a chi meglio proferisca il mio nome—Stamattina ho ricevuta una lettera di quattro pagine, colla quale un giornalista mi chiede scusa se il mio nome venne stampato senza i due puntini sull'oë, e mi prega di attribuire questa irriverenza alla ignoranza del proto. Insomma...»—Insomma, interruppe il padre dell'artista, poichè il mondo è tanto buffo, tanto gaglioffo, tanto infatuato di pregiudizi e di minchionerie...—Trattiamolo com'esso merita—non è vero? E così parlando, l'artista prese amorevolmente fra l'una e l'altra mano la buona testa del vecchio, e gli impresse un bacio sulla fronte.—Via! via!—riprese quell'ottimo padre raddolcito—chiamati Rabadam, chiamati Balaäm, chiamati come vuoi al concerto—ma quando il pubblico ti avrà applaudito, quando le dame saranno in svenimento, quando i giornalisti avranno sbuffato i lorooh! oh! di ammirazione—ti prometto ch'io salterò in mezzo della sala per gridare a tutta voce: «Sappiate, signori minchioni illustrissimi e colendissimi, che questo bel mobile che ha suonato come nessuno sa suonare, si chiama il signor Bartolomeo Scannagatta, figlio e scolaro di Girolamo Scannagatta qui presente,quondamorganista della cattedrale di Biella...—E musicista, perdio! e maestro come ce ne hanno pochi nel mondo...!—E poi torneremo insieme a Biella...—A far della buona e bella musica, in mezzo a gente che se ne intende davvero, perchè ha cuore e buon gusto.
A quei tempi, che sotto molti aspetti somigliavano ai presenti, io sedeva una mattina con altri pochi visitatori nel salotto di una amabile contessa, assai celebre in Milano pel suo talento di pianista non meno che per la sua bellezza e le sue prodigalità di ogni genere.
Come al solito, si parlava di musica; ed era in campo una discussione sulla supremazia dei maestri tedeschi, in fatto di composizioni istrumentali. La contessa, tuttochè italianissima nel senso politico, in arte si professava tedesca.
La conversazione venne interrotta dal servo di anticamera, il quale, presentando alla contessa una carta di visita, annunciava l'arrivo di un nuovo personaggio.
—Entri pure!—disse la contessa sfavillante di gioia.—E quella espressione del volto pareva dinotasse l'intervento di un alleato inatteso.
Il cameriere poco dopo ricomparve sulla porta, introducendo, con uno sforzo di pronunzia visibile, il signor Daniel Nabaäm De-Schudmoëken.
Era un uomo dai trentacinque ai quarant'anni, abbigliato con quella eleganza alquanto caricata, che contraddistingue gli artisti. Nel suo modo di presentarsi c'era la disinvoltura e la franchezza di chi ha fatto l'abitudine alla curiosità del pubblico ed all'applauso dei teatri.
Si inchinò leggermente ai circostanti, baciò la mano alla contessa, e, tratta dal portafogli una lettera, gliela porse col garbo più distinto.
—Ah! ah! il barone Teghetoff!—esclamò la dama, dopo aver letto—ecco un signore che non ha mai disertato dal campo dell'arte. E di quanto io gli vado debitrice! Egli non ha mai dimenticato di indirizzarmi i più eletti e celebri talenti di Europa.... L'anno scorso era Talberg, pochi giorni fa era Wanwondegger, ed oggi il signor Daniel Nabaäm De-Schudmoëken pianista di S. M. il re del Belgio, che io mi chiamo onoratissima di presentare sul momento ai miei migliori amici.
Quanti erano nel salotto salutarono amabilmente l'artista, indirizzandogli quelle banalità lusinghiere che le persone bene educate sanno prodigare anche agli sconosciuti, quando per essi interceda la raccomandazione di una signora.
Frattanto io pensava: dove mai ho veduto costui?... la sua fisonomia non mi è nuova.
E in luogo di interrogare o di adulare, io fissai uno sguardo così scrutatore sull'artista, che questi a sua volta prese a guardarmi con marcata attenzione.
Quella corrente di occhiate non isfuggì alla contessa. Ella credette farsi interprete di un mio desiderio, presentandomi più direttamente al suo raccomandato, e declinando a lui il mio nome e cognome, non senza aggiungere qualche cenno biografico.
—È bene, signor Nabaäm De-Schudmoëken, poichè avete intenzione di produrvi a Milano, che vi mettiate in rapporto con qualche giornalista, e sono lietissima che qui, nel mio salotto, voi stringiate una alleanza che potrà giovarvi.
L'artista, leggendo ne' miei sguardi una certa preoccupazione, arrossì leggermente; ma dominando tosto il proprio imbarazzo, riaperse il portafogli, e, trattane una lettera, me la porse con queste parole:
—Per comprendere, o signore, quanto io tenga alla vostra amicizia ed alla vostra protezione, non avete che a leggere le poche righe di questo scritto. Conoscendovi per fama, ho voluto premunirmi di una commendatizia al vostro indirizzo.—La persona che vi scrive e che a voi caldamente mi raccomanda, si dice uno dei vostri migliori amici.
Mi trassi in disparte, apersi la lettera, e, dissimulando a mala pena la mia sorpresa e la mia commozione, lessi mentalmente quanto segue:
«Ottimo signore,
«Sono a Milano da due giorni, e intendo far sentire al ridotto della Scala alcune mie composizioni. Ha ella dimenticato la gioconda serata che noi passammo insieme la sera del ventiquattro marzo del mille ottocento quarantacinque all'albergo dellaBonne femmedi Torino? Ella mi aveva furiosamente applaudito il giorno innanzi, in un concerto al quale assistevano venti persone. Oggi, dopo quindici anni, io la prego a volermi riudire. Colui che si fa annunziare in Milano coll'esotico nome di Daniel Nabaäm De-Schudmoëken pianista di S. M. il re del Belgio, si chiamava in altri tempi Bartolomeo Scannagatta di Biella. Per carità, non mi tradisca!... Venga piuttosto a trovarmi domani all'albergo del Marino, verso le cinque pomeridiane. Pranzeremo assieme, e dopo il caffè, s'ella avrà tempo e pazienza di ascoltarmi, le spiegherò il segreto del mio bizzarro pseudonimo, raccontandole una istoria piena di amarezze e di follie. Mi affido a lei e mi dico
suo dev. Servo
Bartolomeo Scannagatta.»
Era proprio lui! Le mie reminiscenze non mi avevano ingannato—il tono della lettera e la eloquenza delle occhiate che tratto tratto l'artista mi indirizzava mentre io stava leggendo, mi imponevano di rivolgergli tosto una parola rassicurante.
Mossi a lui, gli stesi la mano; egli mi porse la sua, e in quella stretta leale, un tacito patto fu stipulato fra noi.
Poco dopo, quand'egli fu uscito dalla sala, la contessa si pose a raccomandarmelo colla più viva espansione.
—Nessuno dimentichi ch'egli è un mio protetto, ripetè più volte la contessa a quanti facevano parte del circolo; quando il barone Teghetoff ci raccomanda un artista, è indubitabile che questi dev'essere un talento superiore. E poi.... che ne dite di questo nome?... Daniel..... Nabaäm De-Schudmoëken? Dio sa se lo pronunzio per bene!
—Dev'essere un pianista insuperabile nei pezzi di difficoltà—disse uno degli astanti—ciò si comprende dalle molte consonanti del nome.....
—Ed anche, soggiunse un altro, dalla k aspirata preceduta dal dittongo.....
—Non c'è' dubbio—rispose la contessa—questi artisti superiori che ci vengono dall'estero hanno dei nomi imponenti e, direi quasi, rivelatori. Talberg? Che ve ne pare? Non sentite forse, nella posa solenne e direi quasi patriarcale di questo nome, il pianista pacato, maestoso, che procede sicuro sulle onde melodiche, come un poderoso vascello già provato dalle tempeste e dai venti?.... Liszt!... Non vedete, a questo nome, il lampo e la folgore guizzare sulla tastiera? Non vi pare che una favilla elettrica, sprigionandosi dalle dita nervose, si comunichi alle corde del gravicembalo e da quelle alle fibre degli uditori?... Hans Von Bülow....
La contessa, nel proferire questo nome, spalancò le labbra siffattamente, che la sua prima aspirazione somigliò ad uno sbadiglio. I circostanti, sbadigliando per consenso, ripeterono non so quante volte il nome di Häääns..... E siccome io penava a trattenere uno scoppio di buon umore indiscreto, prima che il grottesco della conversazione provocasse una crisi, profittai dell'incidente e presi commiato.
All'indomani, verso le ore cinque pomeridiane, mi recai all'albergo del Marino, dove il musicista mi attendeva pel pranzo.
Egli aveva fatto apparecchiare la tavola in un piccolo salotto attiguo alla sua camera da letto.
Sulla tavola erano quattro coperti.
—Abbiamo dunque degli altri commensali?
—Gente di fiducia—rispose l'artista sorridendo—mio padre e mio nipote.
E poco dopo, al momento in cui il cameriere serviva la zuppa, entrò nel salotto un vecchio dal volto sano ed intelligente, in compagnia di un grosso garzone senza barba che poteva avere diciotto anni.
La presentazione fu spiccia.
—Ecco un ottimo padre, venuto espressamente da Biella per assistere al mio concerto e per protestare...
—Basta, basta! interruppe il vecchio—in presenza della minestra deve tacere ogni questione—parleremo dopo.
Durante il pranzo, venni a sapere che il padre del nostro pianista era stato per molti anni capo-musica della banda e organista della chiesa di Biella; che aveva composto parecchie sinfonie e due messe, l'una da morto, l'altra davivo, e che il figlio doveva a lui solo la molta erudizione musicale onde era fornito, nonchè la sua abilità di suonatore.
Levata la mensa, ci assidemmo in faccia al caminetto. Il vecchio fece recare due bottiglie di barbéra, ch'erano, com'egli diceva, la sua tazza quotidiana di caffè. E quando ebbe vuotato il primo bicchiere:
—Ora, a noi altri! proruppe con una certa modulazione di voce che sentiva la stizza e la benevolenza—sentiamo cosa sa dire per sua discolpa il signor Daniel Rabadàn!
L'artista accese uno zigaro, e volgendosi ora a me, ora a suo padre, cominciò di tal guisa:
—Come lei vede, questo mio ottimo padre non sa perdonarmi ch'io abbia cangiato nome. Egli pretende che io abbia sottratto al nome già illustre degli Scannagatta una parte di gloria che gli spettava per diritto.....
—Sicuramente! interruppe il vecchio—e non contiamo il gran danno che tu porti a tutti i Bartolomei (tuo nipote compreso), i quali attendono da secoli che un uomo di genio rifletta sul loro nome vilipeso qualche raggio di luce.
Il giovane Bartolomeo, che fino a quel momento non aveva aperto bocca, si lasciò sfuggire dalle labbra un:contagg!
—Se mi interrompete ad ogni frase, io non verròmai a capo di giustificarmi..... Lasciatemi dire... Anche i preti, prima di assolvere o di lanciare la scomunica, attendono che il reo abbia finita la confessione. Ed è una confessione, o per lo meno un resoconto sincero della mia vita d'artista che mi trovo in obbligo di fare. Voi, mio padre, ne conoscete una parte, ma vedo che è mestieri ricordarvela. Abbiate dunque la pazienza di ascoltarmi, e poi, quanto al verdetto finale, ci rimetteremo all'arbitrio di una persona affatto disinteressata, vale a dire al nostro amico giornalista.
Il vecchio vuotò un secondo bicchiere, e strinse le labbra in segno del grande sforzo che gli costava il silenzio.
«Non ricordo quale filosofo, riprese il pianista, abbia dettato un libro per dimostrare l'influenza che hanno i nomi sul destino degli individui. Certo è che l'avere un bel nome, un nome geniale e simpatico, ordinariamente porta fortuna. Non ho mai capito questa predilizione dei nostri antenati nell'appropriarsi dei cognomi tolti a prestito dalle bestie. I Gatti, gli Orsi, i Leoni, i Bove, i Capponi, i Galli, perfino i Pulci, i Lumaga, i Sanguettola, i Mosca, i Tenca, i Ghezzi, i Formica, i Volpi, i Merli, gli Allocchi, ecc., ecc., costituiscono la maggioranza delle famiglie italiane..... Poi seguono, in gran numero, i cognomi composti, dove parimenti figurano le bestie; tali i Pestagalli, i Mangiagalli, i Caccialupi, i Portalupi, i Cacciamosche, i Pelegatti, ecc., ecc., e infine, per tacer d'altri, gli Scannagatta. Ecco una statistica che potrebbe fornire ad uno storico, ad un archeologo, fors'anche ad un filosofo moralista, argomento di serie considerazioni. Quanto a me, per non istancare la vostra pazienza, mi limiterò a dirvi che il cognome di Scannagatta fu in certo qual modo la mia disgrazia originale. Non intendo darne colpa al mio ottimo padre, qui presente; nè tampoco serbo rancore a quel dabben cognato che tenendomi al fonte battesimale, si piacque aggravare la mia disfortuna gratificandomi del nome di Bartolomeo.—Fatto è, che all'età di sei anni, quando entrai nella scuolacomunale per iniziarmi ai primi esercizi dell'alfabeto, io cominciai ad esperimentare la funesta influenza de' miei due nomi. Tutte le volte che il maestro mi chiamava all'appello, dai banchi della scolaresca io udiva insorgere una specie di miagolio che somigliava ad una protesta contro una scannatura di gatti;—e quando, nel recitare le prime lezioni, mi avveniva di rimanere a bocca chiusa, il maestro, gettandomi il libro alla faccia: Va là, mi gridava, va pur là, che sarai sempre un bartolomeo!
»Queste prime umiliazioni prodotte dal nome mi irritarono, mi contristarono siffattamente, che un bel giorno (voi, mio padre, non lo avrete scordato) venni a casa tutto piangente a manifestarvi il mio fermo proposito di non tornare mai più alla scuola. Il mio proposito fu tanto pertinace che voi vi appigliaste al partito di provvedere da voi medesimo alla mia educazione, e mi insegnaste con tanta amorevolezza e pazienza la bell'arte della musica. Condussi, per una diecina d'anni, una esistenza da romito, uscendo rare volte di casa e sempre solo, studiando indefessamente. I primi successi musicali, ottenuti a Biella nel circolo ristretto dei nostri parenti ed amici, mi avevano ridonato il coraggio, riconciliandomi perfino coi due nomi fatali, che erano stati l'origine delle mie disavventure infantili. Venne il tempo di produrmi nel gran mondo. Tutti mi animavano ad uscire da Biella; e voi stesso, ottimo padre, vi mostravate convinto che io era, per la mia età, un piccolo portento.
»Nella primavera dell'anno..... mi recai dunque, pieno di illusioni e di speranze, alla capitale del regno. Mi accompagnava il cognato Bartolomeo. Ignari sì l'uno che l'altro degli usi del mondo, non ci eravamo data veruna briga per premunirci di lettere commendatizie. Noi giungevamo a Torino colla semplice scorta del mio talento ignorato e colle cento lire messe assieme dalla famiglia per le spese di quel primo cimento.—Ci recammo da un capocomico per ottenere che mi lasciasse suonare qualche pezzo fra gli intermezzi della rappresentazione.—A chi ho l'onore di parlare? chiese il capocomico.—Io michiamo, rispose il cognato, Bartolomeo Zuffolone di Biella, e questo giovane è il signor Bartolomeo Scannagatta....—Quanti Bartolomei! interruppe l'artista—e tutti di Biella?... Basta! penseremo..... rifletteremo.....—In quel punto sopravvenne un signore, che era, per quanto sapemmo dippoi, il proprietario del teatro. L'artista drammatico si tenne in obbligo di presentarci a lui.—Zuffolone! Scannagatta! che razza di nomi! esclamò il nuovo personaggio, squadrandomi dal capo al piede come fossimo due mendicanti.—Ci mancherebbe altro! Con questi due nomi sull'avviso, faremmo scappare la gente.—E ci piantò là, traendo seco il capocomico.—Confusi, umiliati da questo primo accoglimento, uscimmo dal teatro e ci demmo a passeggiare per più di un'ora sotto i portici di Po, meditando e discutendo sul da farsi. Per caso, ci venne veduto un magazzino, dove si davano cembali a nolo. Entrammo, sotto pretesto di noleggiare uno strumento, e dopo alcune parole, parendo a noi che il padrone della bottega fosse un uomo ammodo, chiedemmo a lui delle informazioni sulle pratiche a farsi per dare un concerto.—Un concerto di pianoforte!.... esclamò il dabben uomo inarcando le ciglia—ella non farebbe un soldo in questo momento.... Abbiamo qui uno dei più celebri pianisti d'Europa chefa furorenelle sale e nei circoli—la società torinese farnetica per questo straordinario talento—ella avrebbe l'aria di voler sfidare un confronto impossibile.... insomma.... io la sconsiglio dal tentare la prova.—E come si chiama questo portento dell'arte? domandai io, con un leggiero accento di ironia che tradiva le prime emozioni del mio orgoglio giovanile.—Si chiama... si chiama, rispose il noleggiatore dei pianoforti ingrossando la voce,monsieurEtzcy'.—Salute! Dio la prosperi! esclamammo ad una volta mio cognato ed io, credendo che l'altro avesse sternutito—e vedendo che quegli non parlava:—dunque si chiama? replicò mio cognato. Ma non glie l'ho già detto? Etzcy'!...—Ti scoppi il naso!—brontolò mio cognato—e senza altro dire, uscimmo dalla bottega.
»Com'io riuscissi, dopo molte noie e molti sacrifizi, a dare il mio primo ed unico concerto a Torino, non val la pena ch'io lo narri. Voi foste testimonio (e qui il narratore diresse a me la parola) dello scarso concorso di spettatori, del loro contegno indifferente e quasi nemico. Non ho mai dimenticato nè sarò mai per dimenticare che voi, quasi solo, osaste interrompere con applausi e con voci di ammirazione il mio ultimo pezzo. La stretta di mano amichevole e le incoraggianti parole che mi volgeste dopo il concerto furono il solo compenso che io mi ebbi in quella angosciosa serata; senza di voi, il mio giovane cuore da artista si sarebbe lasciato vincere dalla disperazione.
»Tornammo a Biella di assai cattivo umore. Di quel miodebutnon parlò alcun giornale tranne un ignobile fogliaccio umoristico, dove il cronista teatrale si scusava coi suoi lettori di non aver assistito al concerto per la diffidenza che gli avevano ispirato i due nomi di Scannagatta e di Bartolomeo.
»Si tenne un consiglio di famiglia. Voi non oblierete, mio ottimo padre, quanto io abbia combattuta la vostra idea fissa di farmi ritentare la prova a Milano In me era già entrata la convinzione che col mio nome di Bartolomeo Scannagatta non era possibile il successo fuori dalla Biella nativa.
»Le vostre istanze mi vinsero.—Voi mi persuadeste che il nostro maggior torto era quello di andare a Torino senza lettere commendatizie, e questa volta me ne procacciaste una mezza dozzina. Partii solo. Il nome di Bartolomeo Scannagatta mi pareva abbastanza grottesco senza condur meco, per rinforzare il ridicolo, un Bartolomeo Zuffolone. Io presagiva che qualora mio cognato mi avesse seguito a Milano, qualcheduno ci avrebbe accolto colla solita esclamazione di ironia: che posso io fare per due Bartolomei? E il mio presentimento colpiva nel vero. Se a Torino il mio sciagurato nome aveva alienata da me l'attenzione e la protezione dei dilettanti, a Milano mi accadde di peggio.
»Quando io mi recai al Conservatorio per ottenereuna audizione privata, l'egregio direttore dello Stabilimento mi accolse con paterna benevolenza. Adunò i professori e gli scolari nella sala dei concerti, accompagnò la mia presentazione con parole incorraggianti; ma non appena egli ebbe proferito il mio nome, io m'accorsi che i giovani alunni ed anche qualcuno dei maestri si erano sbandati per nascondere la loro ilarità.—Che volete? Mi appressai al pianoforte di mala voglia—suonai quattro o cinque pezzi dinanzi ad un uditorio svogliato e disattento, e all'atto di abbandonare il mio posto, mi accorsi che nella sala non v'era più alcuno, tranne l'ottimo direttore.
»Questi mi mosse incontro, mi pose paternamente la mano in sulla spalla, e dopo aver encomiato le mie composizioni: «Mio buon figliuolo, soggiunse; è indubitabile che ella possiede un talento notevole, ma pure mi trovo in obbligo di avvertirla che in Milano difficilmente ella potrà farsi strada in questi tempi. Ella ha un torto grandissimo in faccia a quella che ora si suol chiamare lagrand'arte, e questo torto consiste nella desinenza del suo nome...—Oh! che dunque? esclamai vivamente—sarebbe ancora questo sciagurato nome di Scannagatta!...
»Oramai a tale siamo giunti, proseguì il direttore-maestro, con un accento che rivelava l'angoscia, che i nomi di desinenza italiana non hanno più credito sulla piazza.—La straniomania è giunta a tale che io mi meraviglio sieno ancora tollerati al nostro Conservatorio una dozzina di maestri, nati e cresciuti nel nostro clima. La si figuri che l'altra settimana in questa medesima sala dov'ella ha trovato degli uditori così indifferenti od avversi, ha destato fanatismo un pianista compositore piovuto dal nord, a lei incomparabilmente inferiore sotto ogni aspetto. Ma egli aveva la fortuna di chiamarsi Sfrrrt...
»A quel punto, due gatti che stavano giocolando sul tappeto, fuggirono a salti per la scaletta che conduce al palco scenico.—Vedete! proseguì il Direttore—questi nomi che mettono in fuga i gatti fanno a Milano ben altri miracoli—giornalisti, musicisti, dilettanti,professori, alunni ne rimangono ammaliati... Se più dura la voga di questi nomi senza vocali e gonfi di aspirazioni, non si potrà parlare di musica e di concerti senza sputare ogni volta mezza dozzina di denti.
»L'egregio vecchio mi aveva dipinta al vero la situazione dell'arte e dei musicisti. Io presentai le mie lettere a due o tre giornalisti, i quali neppure si degnarono di annunziare il mio concerto—e dopo aver suonato al teatro Santa Radegonda, dinanzi ad un pubblico composto per la massima parte di droghieri e di ex-impiegati in pensione, i quali ebbero la bontà di applaudirmi afuroree chiedermi ilbisdi due pezzi, all'indomani ebbi la soddisfazione di leggere nell'appendice di un grave giornale che un pianista di nome Scannagatta, dopo essersi prodotto fra gli intermezzi della commedia, era partito alla mezzanotte da Milano in unomnibuscarico di Biellesi venuti espressamente per ricondurre in patria quel loro genioincompreso.
»Fu allora, che esacerbato, avvilito, ma pure fidente nel mio ingegno e nel mio avvenire, io risolsi di abbandonare l'Italia per cercare all'estero quella protezione che dai nostri mi era negata. Mi scritturai in qualità di maestro concertatore, con un impresario di Stoccolma. Mi tuffai anima e corpo nella musica per dodici anni—ridussi, composi, trascrissi, diressi orchestre, diedi lezioni di canto e di pianoforte, mi produssi in concerti, e rinunziando al mio nome, come avevo rinunziato alla patria, mi creai e feci imprimere sulle mie carte di visita quel Daniel Nabaäm De-Schudmoëken, che in oggi fa tanto dispetto e tanta ira a mio padre.
»Chi esperimentò a vivere per molti anni lontano dal proprio paese, non ignora che quel malessere chiamato nostalgia assale, più presto o più tardi, anche coloro i quali non ebbero in patria che sconforti ed amarezze.—Questa fase della nostalgia venne anche per me. Era un bisogno, una sete di respirare l'aria nativa non solo, ma anche di assaporare il successo in quel paese che a me, negletto erejetto, non cessava mai di presentarsi quale un giardino incantato delle arti.
»Doveva io, poteva io, dopo le traversie del passato, riprendere il mio sciagurato nome di Bartolomeo Scannagatta, nel giorno appunto in cui io veniva qui per chiedere ai miei connazionali il battesimo della gloria? I fatti che io vi ho narrati vi suggeriranno la risposta. Certo è che, appena fiutata l'aria di Milano, ho dovuto applaudirmi della mia risoluzione. Qual differenza fra l'accoglimento che in oggi viene fatto a Daniel Nabaäm De-Schudmoëken e quello già toccato al povero Bartolomeo Scannagatta di Biella! L'altro ieri, recandomi a visitare il più erudito dei vostri giornalisti, l'ho veduto estasiarsi di ammirazione nell'affissare il mio biglietto di visita. Un altro, nel proferire Nabaäm, rimase per due minuti a bocca spalancata, cogli occhi smarriti nelle palpebre. Due o tre membri dellaSocietà del quartetto, nell'udire un mio esecrabile waltzer tutto pieno di dissonanze, parvero assaliti da catalessi—tutte le dame patronesse vogliono vedermi, reclamano le primizie del mio talento—nelle aule del Conservatorio da due giorni è una gara fra maestri, alunni ed alunne, a chi meglio proferisca il mio nome—Stamattina ho ricevuta una lettera di quattro pagine, colla quale un giornalista mi chiede scusa se il mio nome venne stampato senza i due puntini sull'oë, e mi prega di attribuire questa irriverenza alla ignoranza del proto. Insomma...»
—Insomma, interruppe il padre dell'artista, poichè il mondo è tanto buffo, tanto gaglioffo, tanto infatuato di pregiudizi e di minchionerie...
—Trattiamolo com'esso merita—non è vero? E così parlando, l'artista prese amorevolmente fra l'una e l'altra mano la buona testa del vecchio, e gli impresse un bacio sulla fronte.
—Via! via!—riprese quell'ottimo padre raddolcito—chiamati Rabadam, chiamati Balaäm, chiamati come vuoi al concerto—ma quando il pubblico ti avrà applaudito, quando le dame saranno in svenimento, quando i giornalisti avranno sbuffato i lorooh! oh! di ammirazione—ti prometto ch'io salterò in mezzo della sala per gridare a tutta voce: «Sappiate, signori minchioni illustrissimi e colendissimi, che questo bel mobile che ha suonato come nessuno sa suonare, si chiama il signor Bartolomeo Scannagatta, figlio e scolaro di Girolamo Scannagatta qui presente,quondamorganista della cattedrale di Biella...
—E musicista, perdio! e maestro come ce ne hanno pochi nel mondo...!
—E poi torneremo insieme a Biella...
—A far della buona e bella musica, in mezzo a gente che se ne intende davvero, perchè ha cuore e buon gusto.