Il ReddivivoI.Enrico Lanfranchi dormiva già da sei mesi nel cataletto, quando, una bella sera d'estate si riscosse, all'improvviso, rimosse il coperchio della cassa, si levò in piedi, e gittato dalle spalle il logoro lenzuolo onde era involto, uscì passo passo dal Campo santo.Era proprio una bella sera d'estate. Una pioggia abbondante aveva rinfrescato l'atmosfera; i passerotti correvano pipilando dal giardino alle tettoie, e dagli alberi scossi leggermente da un fresco venticello cadevano i goccioloni come un nembo di perle. Chi non è pago di questo schizzo, vi aggiunga una fetta di luna, una dozzina di stelle, tre o quattro rossignoli che gemano d'amore, un ruscelletto che mormori fra l'erbe—ed avrà il quadro compiuto.Cionullameno, per un reddivivo, quella non era una serata troppo propizia. Grazie alla cortesia degli eredi (che sogliono seppellirci pressochè ignudi sia la state come il verno), il povero Lanfranchi, attraversando le vie del nativo villaggio senz'altro indumento che quello del proprio epidermide, dibatteva le gengive, come un ragazzetto di cinque anni che s'avvia alla scuola sotto la fiocca del mese di gennaio.Gli antichi (confessiamolo a nostra vergogna) trattavano i loro morti più generosamente di noi. Nella cassa del morto essi collocavano eccellenti pasticci freddi, bottiglie di vecchio falerno, pietre preziose emonete di vario conio, onde se mai quei tapinelli si fossero desti alla vita, avrebbero trovato di che confortarsi lo stomaco, e provvedersi una tunica per far buona comparsa nel mondo. Dal modo che noi usiamo trattare coi nostri morti si direbbe che abbiamo una paura terribile di vederli un giorno o l'altro ricomparirci dinanzi. Diffatti, appena uno de' nostri congiunti ha esalato l'ultimo soffio, noi ci diamo premura di involgerlo in un lenzuolo, di legargli i piedi e le mani: quindi, dopo poche ore, di inchiodarlo ben bene in una solida cassa, e gittarlo in una fossa profonda, dalla quale, s'egli avesse la vitalità, la forza e l'energia d'un Ercole, non potrebbe evadere per verun modo. Per buona sorte, le leggi hanno prescritto l'indugio delle ventiquattr'ore; senza di che, io credo sarebbe maggiore il numero de' sepolti vivi che non quello dei morti.—Quand'uno è morto non è possibile ch'ei torni al mondo, dirà taluno crollando il capo.Dite piuttosto quand'uno è sepolto: ed anche su tale proposito potrei farvi qualche eccezione... Ma, via! non perdiamoci in digressioni, e narriamo la nostra istoriella.II.Chi era Eugenio Lanfranchi? Un uomo di trentacinque anni, bello della persona, onesto, cortese, vero modello d'ogni virtù. Morendo, egli aveva lasciato sulla terra una sposa ancor giovane ed avvenente, un fratello ed una sorella che molto lo avevano amato e che già da sei mesi si struggevano in lacrime e vestivano a lutto.—Qual dolce sorpresa pe' miei cari parenti, qual gioia nel rivedermi! Mia moglie! Mio fratello, mia sorella... essi che mi amano tanto... essi che al letto di morte mi prodigavano tante cure, e piangevano inconsolabili nel darmi l'ultimo addio! Sarà una festa di famiglia... Mi correranno incontro, mi opprimeranno di baci e di carezze... Ah! non vorrei che la consolazione soverchia fosse causa di qualche malanno!Bisognerà ch'io mi presenti colle cautele dovute... Mia moglie sopratutto...! La mia tenera Carlotta... Da dieci giorni ella ha cessato di visitare la mia tomba... Forse il soverchio dolore ha consunto le sue forze... e, sola, estenuata dalla malattia, implora dal cielo il favore di scendere con me nella tomba, per starmi a lato eternamente... Ma io giungo in tempo... Solleva, il capo illanguidito o troppo sensibile creatura; ravvisa il tuo sposo... il tuo amante... l'oggetto de' tuoi desideri...Con tali pensieri, il nostro reddivivo s'è avvicinato alla porticella del giardino, di quel giardino, ove, nelle ore melanconiche del tramonto, egli veniva a sedere ogni giorno presso la sposa adorata, inebriandosi delle sue carezze e de' suoi baci.Una voce soave e melanconica ferisce il suo orecchio. Quella voce ha proferito il nome di Enrico.—Il mio nome! Ella pensa dunque al suo sposo! Ella confida al salice piangente ed al ruscello i dolorosi segreti dell'anima... Ella invoca la mia ombra, e cerca un sollievo ai mali presenti nelle dolci memorie del passato! Enrico incurva la persona, mette l'occhio al buco della serratura, e vede infatti sua moglie seduta sur un banco di pietra, presso un salice piangente.Ma non è già al salice piangente ed al ruscello che Carlotta confida i propri dolori. Un raggio di luna che in quel momento rischiara la scena, mostra al curvato esploratore un pajo di pantaloni di tela russa, entro cui si agitano due nerborute gambe da acrobatico, e più in alto ungiletdi seta disteso sovra un torace atletico, quindi una ciarpa di raso azzurro, e una barba di becco che serve di appendice ad una bellissima testa di venticinque anni.—Enrico! torna a ripetere la donna con voce più fioca.—Lunge una volta queste lugubri memorie! A che giova il piangere eternamente i trappassati? Dimenticate, e pensate all'avvenire di felicità che ci attende.—Ah! già troppo io l'ho dimenticato quel poveroEnrico! E dire che non per anco sei mesi son trascorsi... Ed io aveva giurato di conservargli il mio amore... la mia fede!..—Siate ragionevole, via! Carlotta... Se vostro marito tornasse al mondo, egli non potrebbe rimproverarvi d'aver ceduto alle attrattive di un amore fondato sulla onestà e mosso da rette intenzioni. Voi siete giovane, voi avete un'anima sensibile, appassionata... Perchè seppellire in eterna vedovanza tanti tesori di bellezza e di virtù? Trovaste un uomo che seppe apprezzarvi ed amarvi... un uomo che giura di rendervi felice. Egli sarà il padre dei vostri figli... egli ravviverà la vostra esistenza, vi darà il coraggio e la forza per adempiere ai santi doveri di donna e di madre...—Voi mi parlate un linguaggio sì vero, sì insinuante... Lasciatemi! basta... Ogni vostra parola è nuova esca all'incendio che mi arde nel cuore. Lasciatemi... ve lo ripeto.—Non vi lascio, se prima non mi promettete...—Quale promessa?... mio Dio! Ma non vedete?.... io sono più morta che viva... Voi abusate della mia debolezza... Sì... sarò vostra... malgrado i giuramenti fatti. Sarò vostra malgrado i rimorsi che mi straziano l'anima, malgrado la certezza che questa nostra unione debba essermi sorgente di gravi sciagure...—Carlotta!—Giacomo!...—Questa tua promessa mi dischiude il paradiso... Dimmi ancora che mi ami...—Ma non te l'ho ripetuto mille volte, che dal giorno che ti vidi, conobbi che prima d'allora io non aveva mai amato...?—Ho inteso quanto basta—mormora Enrico allontanandosi dalla porticella. Da uomo prudente è meglio ch'io mi ritiri... Se indugiassi ancora un minuto, potrei udire o vedere qualche cosa di peggio.E il poveretto se ne va a capo chino, riflettendo alla propria posizione, e studiando a qual miglior partito gli convenga appigliarsi.III.Passato il muricciuolo del giardino e giunto al lato destro della propria abitazione, gli par d'intendere una voce sconosciuta. Che fare? Se alcuno lo vede in quello stato di nudità, può nascere uno scandalo, ed egli corre pericolo d'essere accolto a bastonate. Fatti bene i suoi calcoli, e meditati i consigli della prudenza, s'appiatta sotto ad un mucchio di fieno, e si pone in agguato, finchè cessi il pericolo.A un tratto, ecco spalancarsi le imposte d'una finestra, ed affacciarvisi una donna, che fa cenno della mano ad un giovinotto.—Pst! Pst!—Mariuccia!—Lodovico!—Buone nuove!—Tuo padre?—Ha dato il suo assenso.—Dunque?—Fra quindici giorni saremo uniti.—Lodovico, tu mi fai morire dalla consolazione.La giovinetta che sta per morire di consolazione è la sorella di Enrico. Ella amava da due anni il signor Lodovico Remoli, e n'aveva ricambio di tenero affetto; ma il padre del giovane, desiderando che suo figlio aspirasse ad unpartito vantaggioso, e sapendo che la dote di Mariuccia non ammontava che a venti mila lire, si era costantemente opposto a quelle nozze. La morte di Enrico Lanfranchi tornò propizia ai due innamorati. Mariuccia vide aumentare la propria dote d'altre venti mila lire; e il padre di Lodovico, dopo aver verificata e ponderata la quantità e qualità dei solidi, diede alfine l'assenso desiderato.Il colloquio di quei due giovani amanti fu in quella sera più lungo e più animato del solito. Era tolto ogni ostacolo alla loro felicità; l'avvenire sorrideva ad essi splendido, bello e senza alcuna nube.Enrico Lanfranchi porgeva orecchio a quel dialogo, e di tratto in tratto si asciugava una lagrima.—Povero Enrico! esclamava Mariuccia; ho sofferto tanto quand'egli è morto... ed ora... Lungi questo pensiero abbominevole!.... Benediciamo alla memoria di quel poveretto... Egli contempla dal cielo la mia felicità, e ne gioisce... Mi amava tanto... Pure quando io penso... che s'egli vivesse ancora... il nostro matrimonio non potrebbe aver luogo... Ah! come l'amore ci rende egoisti! Enrico... fratello mio... perdonami questo orribile pensiero.—Io ti perdono, onesta fanciulla, disse Enrico soffocando le lagrime a stento; e per verun conto non vorrei turbare la tua gioia innocente. Sposati all'uomo che adori e vivi felice; la mia morte ti ha recato qualche vantaggio; se io fossi vissuto più a lungo, ora entrambi saremmo forse infelici.Tutto commosso di tenerezza e di affetto, Enrico stava sul punto di uscire dal nascondiglio e presentarsi ai due fidanzati; ma temendo che la sua improvvisa apparizione non disturbasse la gioia di quel dolce colloquio, si trattenne; e prorompendo in lacrime dirotte, si lasciò sfuggire per la prima volta dal labbro queste parole:—Quale stolido capriccio fu il mio di abbandonare il cimitero, ove dormiva sì tranquilli i miei sonni, per venir qui.... a disturbare il sonno e la felicità dei viventi?IV.Verso mezzanotte, i due fidanzati si separarono ricambiandosi mille teneri baci; Mariuccia chiude le imposte, e Lodovico si allontana zuffolando lietamente come un passero testè sfuggito alla gabbia.—Non monta, dice Enrico sbucando dal nascondiglio: farò una visita a mio fratello, ed a norma del suo contegno, prenderò la risoluzione che più mi parrà conveniente.Fatta una breve conversione a sinistra, il dabben uomo tocca il limitare della propria casa. Batte tre colpi; il cane gli risponde dagli atrii con urli di allegrezza; poco dopo la porta si spalanca, e il vecchioportinaio in mutande e berretto da notte comparisce sulla soglia.—Misericordia! un uomo nudo... a quest'ora...!—Sì, Bernardo; il tuo padrone...che viene dal Campo santo... ed ha bisogno di ristorarsi con una buona cena ed un buon letto.Il vecchio domestico lascia cadere la lanterna, e, fatto tre volte il segno della croce, balbetta con voce tremante una dozzina dideprofundis. Frattanto il fido barbone dimena la coda, spicca salti di allegrezza, e lambisce amorosamente le polpe dell'antico padrone.—Non temere, Bernardo; io non venni qui per farti alcun male, tu mi fosti sempre il più fedele e il più amorevole dei servitori, nè potrò mai scordare le tue cure e la tua assistenza durante la lunga malattia che mi condusse al sepolcro. Io so ancora che non dimenticasti di recitare ogni sera qualche prece pel mio eterno riposo, e te ne sono riconoscente. A Dio è piaciuto ch'io tornassi al mondo, nè saprei dirti come ciò avvenisse. Sentendo in me rinascere la vita ed il vigore, e trovata la cassa aperta, volai senza indugio all'amplesso dei miei più cari. Via! un abbraccio, mio buono, mio fedele e diletto Bernardo!Il portinaio non può riaversi dalla sorpresa e dal terrore.—Dunque... siete proprio voi... il mio antico padrone... il signor Enrico... che or fanno sei mesi... abbiamo seppellito con tanti onori?....—Io son quel desso in anima e in corpo...—E siete vivo... propriamente vivo.... quale eravate prima di.... morire?—Se più indugi a darmi una veste e a prepararmi da cena, tu mi farai morire un'altra volta. Presto! vanne alla guardaroba, e cavami fuori qualcuno dei miei abiti, sicchè io mi riscaldi la pelle.—I vostri abiti... signor padrone...—Ebbene?—I vostri abiti furono in parte venduti, in parte donati. Supponendo che voi foste morto davvero, io mi sono appropriato il vostro tabarro, e n'ho fatto dei pantaloni pe' miei piccoli bimbi. La vostra vesteda camera fa convertita in due sottane per mia moglie, e quel bellissimo paletot che voi indossavate ai giorni di festa, l'ho fatto raccorciare alle falde ed ai manicotti, e v'assicuro che mi si attaglia mirabilmente.—Tanto meglio. Vedi se nel forziere si trovasse una coperta di lana, tanto ch'io non m'agghiacci stanotte. Domani ricorreremo al sartore, e provvederemo nuovi abiti. Frattanto dammi notizie di mio fratello. Come se la passa quel caro Aurelio? L'udisti mai lamentare la mia perdita immatura? Pensi tu ch'egli sarà lieto nel rivedermi?—Vi amava tanto! non passa giorno che egli non versi qualche lagrimuzza proferendo il vostro nome; l'altro ieri lo vidi in istretto colloquio con un valente scultore, al quale diede incarico di farvi un monumento che verrà a costare più di mille lire.—Giungo in tempo per risparmiargli una tal spesa.—Oh! il nostro padrone non è uomo che badi a spese!—Cuore generoso! Io lo conosco troppo per dubitare di lui.—Dopo la vostra morte si può dire ch'egli abbia ricostrutta la casa. Vedrete che lusso di pitture, di decorazioni, di mobili! Vostro padre, morto due mesi dopo di voi....—So tutto. Il buon uomo è venuto a trovarmi laggiù nell'altro mondo, e mi ha mostrato il suo testamento che io trovai ragionevole e degno d'approvazione. Aurelio ereditò circa ottantamila lire, Mariuccia quarantamila, ed a mia moglie fu fissata un'annua pensione di ottocento lire.—Vedo che siete informato di tutto. Ottantamila lire! Sapete voi che la è una fortuna colossale! Il signor Aurelio è al giorno d'oggi ilprimo estimatodel paese. Quanto alla padroncina, vi dirò che, mercè l'aumento della dote, ella sposerà fra pochi giorni il signor Lodovico Remoli, figlio dello spedizioniere.—Povera figliuola! sono contento di saperla felice!—Il signor padrone... (scusate s'io parlo sempre di lui) il signor padrone Aurelio sta anch'egli perammogliarsi, e la sua fidanzata gli recherà in dote, per quanto ne fu detto, cento e più mille lire in denaro sonante. È un partito eccellente che, come vedete, raddoppierà la sua fortuna. Ma... ora che ci penso... converrà bene che il signor padrone Aurelio... e la padroncina... vi ritornino la porzione dei beni che vi spetta di diritto, giacchè in fin dei conti... se siete propriamente vivo... come io non oserei più dubitare all'appetito che dimostrate, la roba vostra, è roba vostra, ed è giusto vi sia resa integralmente. La giustizia avanti tutto. Io vi prego di perdonarmi se ho ardito indossare il vostro paletot e convertire la vostra veste da camera in un paio di gonnelle per mia moglie. Chi mai avrebbe creduto che voi sareste tornato ancora al mondo? Tant'è; abbiamo veduta anche questa! Oh, il signor Aurelio deve rimanere ben sorpreso!Mentre il vecchio portinaio si stempera in questa lunga cicalata, Enrico, ravvolto in una coperta di lana, smaltisce di tutta fretta un pasticcio freddo, e vuota un fiaschetto di barolo. Ma nè il cibo nè la bevanda giovano a rasserenargli lo spirito; che anzi, abbandonandosi a sconfortanti riflessioni sull'egoismo degli uomini, egli piega il capo sul petto e non risponde parola.—Ebbene? prosegue il vecchio portinaio; debbo io risvegliare il signor Aurelio e la padroncina?—No, mio buon amico; questa sera non conviene ch'io mi presenti ad alcuno. La mia apparizione inaspettata produrrebbe cattivo effetto. Converrà attendere il domani, e quando tu li avrai prevenuti del mio arrivo, allora...—Come vi aggrada, signore.—Frattanto spegni il lume, e buona notte per ora. Il giorno seguente, verso il mezzogiorno, Aurelio Lanfranchi, Mariuccia e Carlotta erano adunati in una magnifica sala a pian terreno, e ragionavano lietamente vicino al caminetto, quando il portinaio comparve dinanzi ad essi, e, fatto un rispettoso inchino, aperse quattro volte la bocca senza proferire parola.—Che c'è di nuovo, Bernardo?—Oh!—Stamattina m'hai l'aria d'uno spiritato: si direbbe che in sogno ti è apparso il diavolo.—Non il diavolo precisamente, ma qualche cosa di simile... cioè.... voleva dire... una persona dell'altro mondo...—Spiegati! via! tu ci fai rizzare i capelli.—Prima di tutto... conviene ch'io vi faccia una interrogazione.... tali sono gli ordini ch'io ho ricevuti....—Da chi?—Da lui stesso.... dalla persona che viene dall'altro mondo.—Costui per certo è impazzato.—No, signor padrone, io non sono impazzato; l'ho veduto, gli ho parlato, abbiam passata la notte insieme ed ora è là fuori nell'anticamera...—Chi dunque? vuoi tu spiegarti una volta?—Chi? vostro fratello Enrico.—Decisamente quest'uomo ha perduto il cervello. Carlotta è presa da terrore; Mariuccia volge al portinaio uno sguardo inquieto, mentre Aurelio, assumendo un tono scherzevole, prosegue di tal guisa:—Il mio povero fratello (che Iddio gli conceda eterna requie) avea troppo buon senso quando era al mondo, per permettersi, ora che è morto, una burla da sì cattivo genere. Sai tu, Mariuccia, che se ai morti venisse il capriccio di risorgere, la sarebbe pei vivi e massime pei parenti una vera desolazione! Supponiamo che il sogno di Bernardo si avverasse; che il nostro Enrico ricomparisse un bel giorno in mezzo a noi; credi tu che la nostra reciproca posizione non sarebbe oltremodo imbarazzante? Converrebbe in primo luogo cedergli una parte dei nostri beni; tu, Mariuccia, dovresti rinunziare a metà della tua dote, e quindi alle speranze d'un felice matrimonio!....—Basta, fratello, non ragioniamo di cose impossibili...—Eppure il nostro Bernardo ci assicurava poco dianzi...—E ancora vi torno a ripetere...—Che nostro fratello Enrico...—È la fuori, e domanda il favore d'essere ammesso alla vostra presenza.L'accento calmo e sicuro del buon vecchio; la voce, il volto, il gesto, da cui traspare l'intima convinzione dell'animo, raddoppia il terrore delle due donne, che, stringendosi l'una presso all'altra, non osano trarre un sospiro, nonchè proferire una parola. Aurelio comincia a crollare il capo in segno d'impazienza; poi, volgendosi al servo con piglio severo:—Basta per oggi, gli dice: se altro non hai ad annunziarci, vattene per le faccende tue.—E qual risposta debbo io recargli?—A chi dunque? risponde Aurelio stizzito.—A lui... all'altro mio padrone... al signor Enrico insomma...—Al diavolo entrambi! ch'io sono oggimai ristucco di queste tue baje! prorompe Aurelio balzando in piedi.Il servo s'inchina, ed esce dalla sala per pochi minuti; quindi, rientrando poco dopo, pallido in volto, i capelli irti in sulla fronte, s'inchina di bel nuovo innanzi ad Aurelio, e gli porge una lettera.Perchè mai la mano di Aurelio trema convulsa nell'aprire quel foglio?Sulla soprascritta egli ha riconosciuti i caratteri di suo fratello; le cifre sono recenti ed umide tuttavia; non più dubbio... la mano del morto... ha vergate quelle cifre.«Dilettissimi!«Ieri sera ho lasciato il Campo santo colla dolce speranza di rivivere per qualche tempo in mezzo a voi. Le lacrime che voi spargeste intorno al capezzale del mio letto, quando io vi dava l'ultimo addio, e quelle che versaste dappoi sulla mia tomba, m'erano pegno del vostro affetto e guarentigia d'amorevolee festosa accoglienza. Mi sono ingannato. Non temete però ch'io vi muova alcun rimprovero: il torto è mio e son pronto ad espiarlo. Veggendo la vostra esitazione e il vostro imbarazzo, per non accrescerli davantaggio colla mia presenza, io riprenderò fra poco la via del cimitero, e mi adagierò nuovamente nella cassa col fermo proposito di non uscirne più mai. Questa seconda morte mi accora assai meno della prima, essendo io convinto oggimai di questa grande verità: che cioè i parenti morti giovano assai meglio dei vivi.Il violino a corde umaneCorreva l'anno 1831.Paganini, il diabolico Paganini, si era prodotto al teatro dell'Operain sei concerti, suscitando entusiasmi anche maggiori di quelli lo aveano accompagnato nelle sue trionfali escursioni in Italia e in Germania.—In presenza dell'artista fenomenale, alcuni professori d'orchestra del grande teatro aveano spezzato i loro strumenti.Alla medesima epoca, era in Parigi un altro violinista dotato di una abilità straordinaria, ma tuttora ignorato nel gran mondo dell'arte. Si chiamava Franz Sthoeny;—era nato a Stocarda, e in quella città avea trascorso la gioventù nella pace della famiglia, alternando alle severe meditazioni della filosofia, gli esercizi dell'istrumento a quattro corde.All'età di trentacinque anni, Franz era rimasto orfano e solo. Al morire della madre che lo avea adorato, che aveva esaurite per l'unico figlio tutte le economie di un patrimonio assai tenue, Franz si era accorto di esser povero.La prospettiva dell'avvenire gli si era affacciata alla mente coi più lugubri colori.Che fare?—Il suo vecchio maestro di musica Samuele Klauss si era incaricato di rispondere alla terribile domanda. E la risposta, muta di parole, era stata eloquente.Klauss avea preso per mano il suo allievo diletto, e, condottolo nella piccola sala dove tante volte avevanodiviso insieme i fantastici diletti della musica, gli aveva additato la piccola cassetta dove il violino stava rinchiuso come un essere vivente in una tomba obbliata.Quel cenno apriva a Franz Sthoeny una nuova carriera. Vendute le mobilie e le suppellettili della casa, l'artista era partito per Parigi in compagnia del suo maestro ed amico.Prima che Paganini avesse dato al teatro dell'Operai suoi meravigliosi concerti, Franz si era fatta, per una serie di esperienze e di raffronti, una convinzione superba ed un proposito irremovibile.—La convinzione era questa: di ritenersi superiore a tutti i più rinomati violinisti ch'egli aveva uditi nella capitale della Francia—il proposito era di spezzare il proprio istrumento, e con esso la sua esistenza, qualora non fosse riuscito a tenere il primo posto fra i suonatori dell'epoca. Il vecchio Klauss si compiaceva di quel nobile orgoglio, e credeva, lusingandolo, di compiere in buona fede una sant'opera.Ma prima di prodursi al cospetto del pubblico, Franz aveva aspettato con trepida impazienza che il tanto decantato italiano facesse le sue prove a Parigi. Il nome di Paganini era stato, per alcuni mesi, una spina rovente al cuore di Franz—un incubo, un fantasma minaccioso allo spirito del vecchio Samuele.Sì l'uno che l'altro aveano più volte tremato per quel nome di artista—sì l'uno che l'altro avevano presagito sinistramente della sua venuta a Parigi.Chi può descrivere le ansie, gli spasimi, gli atroci entusiasmi di quella nefasta serata?—Franz e Samuele, alle prime arcate di Paganini, avevano rabbrividito. Il maestro e l'allievo, compresi da un entusiasmo che era per entrambi angoscia tremenda, non osarono guardarsi in faccia, non che ricambiarsi un accento.A mezzanotte, dopo il concerto, rientrarono muti e lugubri nel loro appartamento.—Samuele!—disse Franz gettandosi sovra una seggiola con portamento disperato—va!... noi altrinon siamo buoni a nulla—hai capito?—a nulla!... proprio a nulla!...Le rughe del vecchio maestro divennero livide.—Dopo breve silenzio, Samuele riprese con voce cupa:—Eppure tu hai torto, Franz—io ti ho insegnato quanto si può insegnare da un maestro, e tu hai tutto imparato ciò che l'uomo può imparare dall'uomo. Qual colpa ci ho io, se questi dannati italiani, per primeggiare nel regno dell'arte, hanno ricorso alle ispirazioni del diavolo ed agli obbrobri della magia?...Franz fissò gli occhi nel vecchio maestro con espressione sinistra:—quello sguardo parea dire: «ebbene! a che mai tanti scrupoli?... pur di elevarmi a tanta potenza nell'arte, ed io pure mi darei al diavolo, anima e corpo!»Samuele indovinò quell'atroce pensiero, e riprese la parola con calma simulata:—Tu conosci la storia miseranda del celebre Tartini. Egli morì in una notte di sabbato, strangolato dal suo demonio familiare che gli aveva insegnato la maniera di dare anima al violino, incorporando in esso lo spirito di una vergine. Paganini ha fatto di più. Paganini, per comunicare al proprio istromento i gemiti, i gridi desolati, le note più strazianti della voce umana, si è fatto assassino dell'uomo che più gli era affezionato sulla terra, e coi visceri della sua vittima ha composto le quattro corde del suo violino fatato. Eccoti il segreto di quel fascino, di quella potenza irresistibile di suoni, che tu, mio povero Franz, non potresti mai uguagliare, se prima...E il vecchio troncò a mezzo la frase.La sua voce era paralizzata da uno sgomento misterioso.Franz, abbassando gli occhi, uscì dopo alcuni minuti in questa domanda:—E tu credi, Samuele, che arriverei anch'io ad ottenere gli effetti inauditi, a suscitare gli entusiasmi di Paganini, qualora le corde del mio istromento fossero composte di fibra umana?—Pur troppo!—esclamò il maestro con singolareespressione—ma per ottenere l'intento, non basta che le corde sieno composte di fibra umana; è necessario che questa fibra abbia fatto parte di un corpo simpatico. Tartini comunicò la vita al proprio violino, introducendo in esso l'anima di una vergine—ma quella vergine era morta di amore per lui; e il satanico artista, assistendola nelle ultime agonie, a mezzo di una cannuccia, avea fatto passare nello istromento lo spirito della moribonda. Quanto a Paganini, t'ho già detto che egli assassinò il migliore dei suoi amici, la persona che più gli era legata di benevolenza—e la assassinò per strappargli le viscere e per convertirle in altrettante corde da suono.—Oh! la voce umana!—il miracolo della voce umana, proseguì Samuele dopo breve silenzio.—Credi tu dunque, mio povero Franz, che io non ti avrei insegnato a produrla, se questa si potesse ottenere coi mezzi dell'arte, di quell'arte nobile e santa che vuol vivere di sè stessa, che vuol risplendere della sua propria luce, che disdegna le bassezze e le ciurmerie, che ha in orrore i delitti?Franz non ebbe forza di proferire un accento. Si levò in piedi con una pacatezza sinistra che rivelava la più profonda agitazione—prese in mano il violino—fissò nelle corde un'occhiata sprezzante e minacciosa—e poi, afferratele con impeto convulso, le strappò dallo istrumento.Il vecchio Samuele mandò un grido. Le corde ridotte a gomitolo erano state lanciate nelle brage del caminetto, e quivi si contorcevano stridendo, come al contatto del fuoco un gruppo di serpenti assiderati.Samuele tolse dalla tavola un candeliere, e si avviò alla sua camera da letto senza salutare l'allievo.Passarono settimane—passarono mesi. Una cupa malinconia si era impossessata di Franz. Il violino, vedovo delle corde, pendeva dalla parete, polveroso e negletto. Samuele e Franz pranzavano insieme ogni giorno e ogni sera stavano assisi l'uno di fronte all'altro, nel medesimo salottino—ma l'uno non osavarivolgere all'altro la parola—si guardavano in silenzio come due muti. Dal momento che il violino non ebbe più corde, anche quei due esseri animati parvero smarrire l'uso della favella.—È tempo che ciò finisca!—esclamò finalmente il vecchio Samuele. E quella sera, prima di ritirarsi nella camera da letto, si accostò all'amico per imprimergli un bacio sulla fronte. Franz si riscosse dal suo triste letargo, e ripetè meccanicamente le parole del maestro—«È tempo che ciò finisca!»Si separarono—e ciascuno andò a coricarsi.All'indomani, quando Franz aperse gli occhi alla luce del giorno, si meravigliò di non trovare vicino al suo letto il vecchio maestro che era solito levarsi prima di lui.—Samuele! mio buono... mio ottimo Samuele!—gridò Franz balzando dalle coltri per slanciarsi nella camera del maestro.Franz fu atterrito dalla propria voce, ma più ancora dal silenzio lugubre che a quella rispose.Vi sono dei silenzi profondi che annunziano la morte.Presso al letto dei cadaveri e nel vano delle tombe, il silenzio acquista una intensità misteriosa che colpisce l'anima di terrore.La severa testa di Samuele giaceva irrigidita sul capezzale—i contorni salienti di quella testa erano una fronte calva sfolgorante di luce e una barba grigia accuminata che pareva erigersi al cielo.Alla vista di quel cadavere Franz provò una scossa terribile—ma la natura dell'uomo e la natura dell'artista si risentirono in lui ad un medesimo tempo, e in quella lotta di sentimenti, il dolore rimase ben tosto paralizzato. Le passioni dell'artista prevalsero sui più teneri istinti dell'uomo, e li soffocarono.Una lettera all'indirizzo di Franz giaceva sulla tavola da notte.—Il violinista l'aperse tremando:«Mio caro Franz,«Al momento in cui leggerai questo scritto, avrò compiuto il più grande e l'ultimo sacrifizio che io, tuo maestro e tuo unico amico, poteva fare per latua gloria.—La persona, che al mondo ti amava sopra ogni altro, non è più che un corpo insensibile: del tuo vecchio maestro non rimane oggimai a te dinanzi che la materia organica impassibile. Io non ti suggerirò ciò che ti resta a fare.»Non lasciarti atterrire da scrupoli vani o da stolte superstizioni.—Io ti immolo il mio cadavere perchè tu abbia ad usarne per la tua gloria—ti macchieresti della più nera ingratitudine rendendo vano il mio sacrificio.—Quando tu avrai ridonate le corde al tuo violino—quando queste corde si comporranno della mia fibra, e avranno la voce, il gemito, il pianto del mio fervido amore—allora, o Franz, non temere di nessuno,—allora prendi il tuo istrumento, mettiti sulle orme dell'uomo che ci ha fatto tanto male—presentati nel campo dov'egli superbamente ha potuto imperare fino a questo giorno—gettagli in volto il tuo guanto di sfida! Oh! sentirai come la nota di amore uscirà potente dal tuo violino, quando tu, accarezzando le corde, ti sovverrai che desse furono parte del tuo vecchio maestro, che ora ti bacia per l'ultima volta e ti benedice.Samuele.»Due lacrime sgorgarono dagli occhi di Franz, ma tosto parvero essiccarsi per effetto di una vampa latente. Le pupille del fantastico suonatore, fisse nel morto, lampeggiavano come quelle della strige.La nostra penna rifugge dal descrivere ciò che accadde in quella stanza di morte, dacchè i medici ebbero praticata l'autopsia del cadavere.—A noi basti accennare che le ultime volontà dell'eroico Samuele vennero compiute, che Franz non esitò punto a procacciarsi le corde fatali onde egli sperava dar anima al suo violino.Quelle corde, di là a quindici giorni, erano distese sullo stromento. Franz non osava guardarle. Una sera volle provarsi a suonare, ma l'arco gli tremava nella mano come lama di stocco nel pugno di un assassino esordiente.—Non importa! esclamò Franz, rinserrando il violino nella cassetta—questi sciocchi terrori spariranno quando io mi troverò in presenza del mio potente rivale. La volontà del mio povero Samuele vuol essere compita... sarà un grande trionfo per me e per lui... se riescirò ad uguagliare... a superare Paganini!Ma il celebre violinista non era più a Parigi. A quell'epoca Paganini dava al teatro di Gand una serie di concerti.Una sera, mentre il diabolico artista sedeva a mensa circondato da una eletta compagnia di musicisti, Franz entrò nella sala dell'albergo, e muovendo all'indirizzo di Paganini, senza dir motto, gli consegnò un biglietto di visita.Paganini lesse—lanciò sullo sconosciuto una di quelle occhiate fulminee cui l'occhio più temerario non può sostenere—ma vedendo che l'altro teneva fermo e pareva a sua volta sfidarlo colla impassibilità dello sguardo: Signore, gli disse con voce secca, i vostri desiderii saranno esauditi!—E Franz, salutando cortesemente i convitati, uscì dalla sala.Due giorni dopo, nella città di Gand era esposto un avviso che annunziava l'ultimo concerto di Paganini. Nelle ultime linee del programma, stampato a lettere cubitali, spiccava una nota singolare che eccitava in sommo grado la pubblica curiosità, ed era oggetto di mille commenti!In detta sera, diceva la nota, si produrrà per la prima volta l'egregio violinista alemanno signor Franz Sthoeny, il quale si è recato espressamente a Gand per gettare il guanto di sfida all'illustre Paganini, dichiarandosi pronto a competere con lui nella esecuzione dei pezzi più difficili. Avendo l'illustre Paganini accettata la sfida, il signor Franz Sthoeny dovrà eseguire, in confronto dell'insuperato violinista, la famosafantasia-capriccioche si intitolale streghe.L'effetto di quell'annunzio fu magnetico. Paganini, che in mezzo alle agitazioni ed ai trionfi, non perdeva mai d'occhio il punto luminoso della speculazione,credette bene, per quella occasione, di rincarire del doppio il prezzo dei biglietti.—È inutile dire ch'egli aveva calcolato perfettamente. Tutta la città di Gand, quella sera, parve riversarsi in teatro.All'ora terribile del cimento, Franz si recò nella sala del ridotto, dove Paganini lo aveva preceduto.—Bravo figliuolo! avete fatto bene ad anticipare la vostra venuta—disse Paganini—sarà bene che noi invertiamo l'ordine del programma. Mi preme di sbrigare questa faccenda, per non essere disturbato nella esecuzione degli altri miei pezzi.—Siete voi pronto?—Io sono ai vostri ordini, rispose Franz pacatamente.Paganini fece alzare il sipario e tosto si presentò al proscenio fra un uragano di applausi e di grida frenetiche.Non mai l'artista italiano, nell'eseguire quella diabolica composizione che si intitola leStreghe, aveva rivelato una potenza così diabolica. Le corde del violino, sotto la pressione delle falangi scarnate, si contorcevano come viscere palpitanti—l'occhio satanico del violinista evocava l'inferno dalle cavità misteriose del suo istromento.—I suoni prendevano forma, e, intorno a quel mago dell'arte, parevano danzare oscenamente delle figure fantastiche. Nel vuoto del palco scenico una inesplicabile fantasmagoria formata dalle vibrazioni sonore rappresentava le orgie invereconde e gli osceni connubi del Sabba.Quando Paganini potè finalmente ritirarsi dalla scena, ove ad ogni tratto lo richiamavano le strepitose acclamazioni del pubblico, nella sala del ridotto incontrò Franz che aveva finito di accordare il violino, e già muoveva per slanciarsi nell'arringo.Paganini rimase stupito nel mirare l'impassibilità del suo competitore, e l'aria di sicurezza che gli brillava nel volto.Franz si avanzò verso il proscenio, accolto da un silenzio glaciale. Soggiogati dal fascino di Paganini, gli spettatori guardavano il nuovo arrivato come si guarda un povero ebete, che affronta un assurdo cimento.Nullameno, alle prime arcate di Franz, l'attenzione degli spettatori si fece vivissima.Franz era un esecutore abilissimo, uno di quegli esecutori pei quali la difficoltà non esiste. Il vecchio Samuele non aveva mentito il giorno in cui gli aveva detto: io ti ho insegnato tutto ciò che si può insegnare, e tu hai imparato tutto quello che si può apprendere.Ma ciò che Franz aveva sognato di ottenere per effetto delle corde simpatiche; il gemito della passione, il grido straziante dell'agonia, il ruggito della foresta e l'ululo dei dannati—ciò che il vecchio Samuele avrebbe voluto comunicare al suo allievo ed amico, immolandogli se stesso e dotando di corde umane lo strumento di lui—tutto questo edifizio di illusioni, di speranze, che nell'anima dell'artista alemanno si erano tramutate in fede sicura—tutto svanì in un istante..Sotto il colpo di un terribile disinganno, Franz smarrì il coraggio e le forze.... Invocò sommessamente il nome del defunto maestro—lo pregò... lo maledì nel segreto dell'anima sua—lo gridò traditore, scellerato. Poi, stanco della prova, disperato dell'esito, strappò dal violino le corde fatali, le gettò al suolo, e si fece a calpestarle con rabbia feroce.—È pazzo! è pazzo!—fermatelo... soccorretelo! gridarono cento voci dalla platea.Franz si allontanò dal proscenio, ed entrato precipitosamente nelle quinte, andò a prostrarsi ai piedi di Paganini.—Perdono! mille volte perdono!—gridò Franz con accento disperato—io aveva creduto... io aveva sperato...Paganini stese le braccia a quel povero sconfitto; lo sollevò da terra, e, abbracciandolo come un fratello, gli disse:—Tu hai suonato divinamente... tu sei un grande artista... ciò che ti manca...—Oh! so ben io ciò che mi manca—esclamò Franz singhiozzando; ma il vecchio Samuele mi ha tradito!....E Franz narrò a Paganini l'istoria delle corde umane, esponendogli ingenuamente le illusioni a cui si era affidato.—Povero Franz!—esclamò il violinista italiano con sarcastica pietà—tu hai dimenticato una circostanza per la quale le corde del tuo violino non potevano competere colle mie nella vivacità, nel calore, nell'impeto della passione... Non hai tu detto che il tuo vecchio maestro era tedesco?—Senza dubbio—egli era tedesco come io lo sono....—Ebbene: ecco appunto la circostanza sfavorevole—proseguì Paganini battendo sulla spalla del povero Franz.—Un'altra volta, quando vorrai comunicare al tuo violino l'anima, il fuoco, la passione, la vivacità che io possiedo, fa che le tue corde sieno composte di fibra italiana.E aggiunse sottovoce: «E fa anche di procacciarti, se lo puoi, un'anima da italiano».La Tromba di RublyOgni giorno la cronaca dei giornali registra un suicidio per amore.Eppure: sentiteli un po', questi imberbi filosofi dello scetticismo! Interrogatele, queste larve nuotanti nella seta e nei pizzi, queste mummie intonacate di cosmetico che si chiamano le donne del gran mondo!Vi diranno che l'amore è una metafora da poeti, un mito ingegnoso e gentile, con che si piacquero gli idealisti raffigurare l'attrazione fisica dei due sessi.E frattanto, i figli della ignobile plebe amano e si uccidono—e mentre una bella fanciulla del popolo, irradiata di innocenza e di giovinezza tacitamente e coll'estasi in volto, dà il fuoco ai carboni che devono addormentarla per sempre; un colpo di pistola annunzia la fine di un appassionato artista, di un povero operaio, di un bersagliere animoso, i quali lasciarono scritto col loro sangue queste due sante parole: ho amato!Il suicidio è una grande follia, forse... un delitto; ma le follie e i delitti qualche volta rappresentano l'unico sintomo vitale di una generazione. Le anime candide e serene, che respirano l'amore, hanno bisogno, per rattemprare la loro fede, che qualcuno sparisca dal mondo per aver troppo amato. L'amore è la religione del cuore; è necessario che essa abbia i suoi martiri.Era un giovane suonatore di tromba, nato—se non m'inganno—sulle coste della Dalmazia, e venutoadolescente a domiciliarsi in Venezia, dove all'età di venti anni aveva preso posto nell'orchestra del teatro laFenice.Paolo Rubly aveva sortito dalla natura una di quelle fisonomie caratteristiche, le quali, in chi le abbia vedute una volta, lasciano una impressione indelebile.Mi ricordo di esser partito con lui da Venezia, nell'estate del 1857. Egli recavasi a Padova per suonare alla fiera del Santo; io doveva proseguire sino a Milano.Appena lo vidi entrare nella sala d'aspetto, i miei occhi, il mio cuore, tutta l'anima mia furono assorti in lui e nella giovine donna che si appoggiava al di lui braccio.La più parte dei viaggiatori, vedendolo entrare nella sala, rimasero ugualmente impressionati. Nel volto di tutti io lessi una commozione di vivissima simpatia.—Chi sono?—domandai ad un signore veneziano che li aveva salutati.—È il Rubly... un professore della Fenice.... un bravo professore di tromba; e la poveretta che gli sta al fianco è sua moglie—una sposina da tre mesi che forse non ne vivrà altrettanti.—Voi credete, signore?—Guardatela bene, e vedrete che non c'è luogo ad illudersi.... Là dentro ci lavora ilmal sottileda un pezzo.Mentre noi parlavamo, il giovine, colla sua pallida compagna, si era posto a sedere in un angolo della sala.Si tenevano allacciati per le mani con ingenua famigliarità, come due fanciulli—si parlavano cogli sguardi.... coi sorrisi.... come non è dato parlarsi colla voce—Ma i sorrisi erano brevi, e spegnendosi, non lasciavano traccia, o solo una traccia di dolore.La campanella invitava i viaggiatori a salire nel convoglio; tutti si precipitarono verso la porta. Io feci come gli altri—e, lasciando dietro me quei due simpatici personaggi che tanto mi avevano interessato, andai in cerca del mio vagone di seconda classe.Sbadatamente entrai in uno di quei compartimenti dove non è permesso fumare, e già io muoveva per uscirne, quando mi si affacciarono i due giovani sposi che accennavano di voler salire.—Qui dentro non si fuma? domandò languidamente la donna.—No, Maria! E poi.... non c'è che un solo viaggiatore... e tu potrai adagiarti comodamente.In luogo di discendere, io mi ritirai verso l'estremità della carrozza—i due sposi vennero a collocarsi sulla panchetta che stava di fronte alla mia, e, come se nessuno fosse là ad osservarli, la giovane donna abbandonò la sua pallida testa sulla spalla del marito, e questi la attirò a sè dolcemente, accarezzando i bruni capelli e baciando la pallida fronte.—Ciò le farà bene—mi disse—vedrete ch'ella dormirà tosto.E mi parlava come se io lo conoscessi da un pezzo, come se io, consapevole d'ogni sua disavventura e partecipe de' suoi dolori, avessi a ritrarre qualche conforto dalle sue parole.Poco dopo (il convoglio era già uscito dalla stazione, e quell'uomo singolare non aveva mai levati gli occhi dalla sua donna) egli portò l'indice al labbro, e volgendosi a me colla espressione della più viva compiacenza «ella dorme!—mi disse—così giungerà a Padova senza avvedersene—non soffrirà! Osservate! Quando ella dorme, la sue guancie prendono un bel colore di rosa... Credete voi che la sua malattia sia grave?»Io rimasi colpito da quella inattesa interpellanza, ma più ancora dall'ansia affannosa ond'egli attendeva la mia risposta.Tentai di rassicurarlo. Gli feci osservare che il respiro della dormente era dolce e regolarissimo.Per tutta risposta, egli mi strinse la mano—e stette parecchi minuti senza profferire parola.Poi, contemplando con espressione ineffabile la povera malata—no! non è possibile!....—parlava fra sè—una donna non può morire quando è amata come tu la sei, o mia buona Maria!—E voltosi dinuovo a me «Io credo, mi disse, che se questa poveretta avesse a morire, ella mi trarrebbe seco inesorabilmente dopo pochi giorni, o io avrei tale potenza da farla rivivere!»Queste parole mi afflissero come un lugubre vaticinio.—Ed ora, nel ricordarle, mi sento commuovere da superstizioso terrore, poichè la fine del povero suonatore di tromba fu quale egli stesso la aveva preconizzata in quel giorno.Quel signore, che alla stazione della ferrovia aveva presagita la prossima fine dell'ammalata, non si era punto ingannato.Quella debole fiammella, che era l'anima della povera Maria, a Padova si andava spegnendo di ora in ora. Finita la fiera del Santo, la malata espresse il desiderio di trasferirsi ad un paesetto in vicinanza dei colli Euganei,—dove—sperava ella—avrebbe respirato la salute e la vita. Una mattina fu veduta uscire dalla città una grande carrozza tirata da un solo cavallo che andava al passo. Dentro la carrozza, adagiata tra quattro guanciali, stava la pallida Maria sorridendo mestamente al marito che, seduto di faccia, la accarezzava con sguardi di madre.Giunsero al paesello in sull'ora del tramonto. Dalle colline verdeggianti spirava il tiepido soffio della vita—da ogni parte un cinguettio, un tripudio, una festa. Le contadine uscivano dalle case, e vedendo passare quel lento convoglio, cessavano dal canto e guardavano attonite.La carrozza si fermò presso una casetta di fresco costruita, bianca come una sposa.Il Rubly scese a terra.—Ah! siamo dunque arrivati! Grazie... Paolo!...come si sta bene qui... Oh... qui... non si può morire.—Vedrai... vedrai la bella stanzetta che ti ho preparata! No... non muoverti, Maria!... Lascia aprire la porta... e poi... Ecco... hanno aperto!... Ora vieni!...Così parlando, il Rubly si prese fra le braccia la donna, e questa si abbandonò a lui come una bimba dormente—e così entrarono nella casetta, e salirono al piano superiore.«Che Iddio le renda la salute»—esclamò una giovane donna, facendo il segno della croce.—I fanciulli, che erano accorsi festosamente all'arrivo della carrozza, d'un tratto ammutirono. Un vecchio prete crollò la testa mormorando: «Sarà bene che io non mi allontani!»Il Rubly frattanto entrava in una cameretta al primo piano, e, deponendo sovra un candido letticciuolo la gracile creatura che non aveva parlato sin là—qui starai bene—diceva—qui vivrai felice, Maria! Domattina verranno gli uccelletti a svegliarti come il giorno... ti ricordi?—Fu appunto in una stanzetta come questa che noi ci siamo destati all'indomani del nostro matrimonio... Tu hai schiuse le finestre allo spuntare dell'alba ed hai esclamato: come il mondo è felice!Maria aperse gli occhi—portò la mano alla fronte di Paolo, e, accarezzandogli i capelli—è tempo che tu ti riposi, gli disse, son due notti che non dormi—va!—domattina sarai tu che aprirai le finestre; sarai tu che farai entrare nella stanza la bella luce dell'alba. Se dormo, svegliami... Vedrai come sarò bella... come sarò allegra domani!La tisi ha un presagio infallibile di morte, la gioia. Quando il povero Rubly si destò all'indomani, quando ebbe schiuse le finestre per dar adito alla luce, chiamò dolcemente per nome la sua Maria, ma questa non rispose. La chiamò una seconda volta baciandola in fronte, ma le sue labbra sentirono in quel bacio i geli della morte. Dalle finestre si versava nella stanzetta il tripudio mattutino della natura; ai riflessi di quell'alba, il mondo pareva ancora felice, ma nell'anima del Rubly entrava la notte e la disperazione. A Padova, a Venezia, si disse per alcun tempo che il professore di tromba del teatro laFeniceaveva smarrita la ragione. Era altresì corsa voce ch'egli si fosse suicidato sulla tomba della sua donna. Fatto è che dopo la morte di Maria, il Rubly divenne invisibile nel paesello dov'era accaduta la dolorosa catastrofe; nessuno ebbe più nuove di lui; non vi era quindi chi fosse in grado di darne agli altri.All'approssimarsi del carnevale, l'impresario della Fenice stava in forse di scritturare un altro professore di tromba per sostituirlo a questo assente misterioso, che non dava più segno di esistere; ma ecco sopraggiunge una inattesa lettera diretta al presidente del teatro—è il Rubly che annunzia il suo prossimo ritorno a Venezia, che promette di trovarsi al suo posto la sera della prima prova d'orchestra.Il Rubly, all'ora fissata, entrò nel teatro e si assise dinanzi al leggio senza far motto ai colleghi. La sua nobile fisonomia, improntata di mestizia serena, attraeva irresistibilmente gli sguardi. Nessuno osava interrompere quel misterioso silenzio, nel quale si rivelava un profondo cordoglio e una speranza sublime.Ma ciò che sorprese, ciò che scosse di ineffabile meraviglia i professori dell'orchestra, fu il primo squillo che il Rubly evocò dalla tromba—un squillo potente, febbrile, convulso, ma pieno di dolcezza.La prova fu sospesa per un istante. Tutti i professori si alzarono come un sol uomo per fissare in volto l'artista.Il Rubly comprese il suo trionfo, e senza levarsi dallo sgabello salutò i colleghi con uno sguardo irradiato di gioia.—Poi, come uno che parli a sè stesso: non basta ancora, mormorò sommessamente—ma quattro o cinque mesi di esercizio costante mi renderanno onnipotente.In quel carnevale, la tromba del Rubly divenne famosa a Venezia, e i frequentatori del teatro la Fenice, ad ogni nuova rappresentazione, notavano nell'artista un sensibile progresso. Le signore di temperamento delicato, al prorompere di quegli squilli, impallidivano—gli uomini di carattere appassionato si sentivano compresi da una tristezza inesplicabile, e qualche volta erano costretti a fuggire dal teatro, come si fugge, per istinto, da ciò che affascina e soggioga.Il Rubly era additato nelle vie come una eccentricità della specie umana. Egli passeggiava sempre solo: suoi occhi si affissavano, con rapida vicendaora al cielo ed ora alla terra, mutando ad ogni tratto espressione. I più lo dicevano pazzo.In quell'anno, uno spettacolo insolitamente grandioso si allestiva al teatro di Padova per la fiera del Santo. La stagione doveva aprirsi coll'operaRoberto il diavolo, concertata e diretta da Angelo Mariani.Il Rubly fu chiamato a far parte dell'orchestra.Tutti ricordano la fantastica evocazione di Beltrame nel convento di Santa Rosalia: tutti sanno come in quella stupenda ispirazione fantastica predomini lo squillo della tromba. Il Rubly, nell'accentare le potenti frasi del sublime maestro, divenne a sua volta sublime.—Quanti assistevano alla prova si sentirono, a quegli accenti, correre per le vene un brivido di terrore.Il direttore dell'orchestra impallidì—egli non ricordava di aver udito mai tanta potenza di suoni; gli pareva che quello squillo di tromba rappresentasse qualche cosa di sopranaturale, di divino.—E poichè nessuno alla fine di quel pezzo si levò per applaudire, tanto era lo stupore e lo sgomento di tutti, il Mariani, nel cupo silenzio della sala, si volse al Rubly:—«Quando Iddio avrà bisogno di una tromba per evocare dagli avelli i trapassati e chiamarli al finale giudizio, non potrà affidare meglio che a voi la solenne missione—voi siete predestinato ad essere l'arcangelo del giudizio universale.»A tali parole, insorse dall'orchestra e dal palco scenico un grido di approvazione.—Il Rubly non si mosse dal suo posto. Solamente affissò il direttore dell'orchestra colla espressione del dubbio e della speranza.—Poi abbassò il capo, e, stringendosi al petto lo strumento col trasporto d'un amico che abbraccia l'amico—ora, a noi due, esclamò sospirando—il momento è venuto!All'indomani, gli artisti del teatro erano convocati alla seconda prova—il Rubly non comparve. Al direttore dell'orchestra fu presentata una lettera nella quale era detto: «perdonate se oggi manco ai miei impegni—io sono chiamato altrove da una necessitàprepotente—se non torno fra ventiquattro ore, non contate di rivedermi più mai.» È egli necessario di aggiungere che quella lettera portava la firma del Rubly?...E voi avete già indovinato, o lettori, quale via abbia preso il povero suonatore di tromba.—Non chiamatelo pazzo—questa parola rappresenta la nefanda calunnia con che lo scettico mondo pretenderebbe demolire tutte le grandi e generose passioni. Il Rubly era dominato dall'esaltazione dell'amore.Arrivò nel paesello a un'ora di notte—visitò divotamente la camera dove era morta la sua Maria; poi andò tutto solo a vagare nei campi infino a quando dalle ville, dalle colline non si intese più suono di voce umana.—Il di lui volto, come il modo di camminare, nulla presentava di strano. Era calmo, sereno. Portava sotto le ascelle la sua tromba involta in una tela verde.Innanzi che battesse la mezzanotte, per una stradicciola obliqua, egli si diresse verso il piccolo Campo Santo che sottostava alla collina.Il paesello bianco, illuminato dalla luna, era muto. I viventi dormivano come i morti—le case non erano più animate delle tombe.Si accostò al muricciuolo—si guardò intorno—poi in un lampo lo sorpassò—Le croci erano scarse in quell'ultimo asilo dei poveri—ma una ve n'era, più bianca delle altre e costeggiata da un'ajuola di fiori.—Il Rubly si diresse a quella. Là, da circa un anno, giaceva la sua Maria.Si inginocchiò dinanzi alla croce, e curvata la testa, parlò sommessamente, come un giovane parla all'orecchio della sua innamorata. Dei suoni indistinti, dei susurri quasi impercettibili si alzavano dalle zolle.—Forse quella ardente fantasia di innamorato credette udire degli accenti conosciuti.«Io sono venuto, Maria!... Perdonami se mi sono fatto aspettare... Io ho sofferto al pari di te. Ma oramai non è più possibile che noi viviamo disgiunti—o tu verrai meco o io non partirò più da questo luogo.»Batteva la mezzanotte.—Il Rubly si alzò in piedi, e levato l'involto alla sua tromba, la portò alle labbra, e cominciò ad emettere degli squilli pieni di un fascino sovrumano. Non si può descrivere l'effetto di quei suoni, lanciati così improvvisamente a traverso i silenzi della notte, e ripercossi con varie gradazioni dagli echi delle case e delle colline.Quegli echi parevano la risposta dei sepolti, il gemito della umanità tutta intera che da un sonno profondo e misterioso si riscuote ai terrori della vita.Il villaggio sovrastante al cimitero si destò ai primi squilli—le finestre si illuminarono—si vedevano, attraverso la luce, agitarsi delle creature umane che avevano l'aspetto di ombre.Il Rubly, già stranamente impressionato dagli effetti sonori della propria tromba, parve ravvisare in quella reale agitazione di viventi il miracolo della risurrezione. Le upupe e le strigi, che spaventate battevano le ali mandando strida sinistre, crescevano le illusioni di quella scena fantastica...Vi fu un momento in cui gli squilli della tromba divennero spaventevoli. Le case dei viventi risposero con un grido di terrore.La era l'ultima crisi di un sublime delirio. A poco a poco, i suoni rallentarono; la disperazione parve placarsi, gli accenti illanguidirono e l'ultima voce limpida e amorosa, come la nota di un flauto, fu simile all'ultima favilla di una face che si spegne.Gli abitatori del villaggio chiusero le finestre, e si ritrassero nelle loro stanze.All'indomani, verso l'alba, il curato ed il sacrista entrarono nel Campo Santo, e quivi trovarono il povero Rubly abbracciato ad una croce di marmo. Lo chiamarono a nome, lo scossero leggermente. Quella nobile fronte era piena di sorriso e di luce, ma irrigidita dalla morte.La promessa di due anime innamorate si era compiuta.—Maria non era tornata al suo Paolo, ma questi era andato a lei.
Il ReddivivoI.Enrico Lanfranchi dormiva già da sei mesi nel cataletto, quando, una bella sera d'estate si riscosse, all'improvviso, rimosse il coperchio della cassa, si levò in piedi, e gittato dalle spalle il logoro lenzuolo onde era involto, uscì passo passo dal Campo santo.Era proprio una bella sera d'estate. Una pioggia abbondante aveva rinfrescato l'atmosfera; i passerotti correvano pipilando dal giardino alle tettoie, e dagli alberi scossi leggermente da un fresco venticello cadevano i goccioloni come un nembo di perle. Chi non è pago di questo schizzo, vi aggiunga una fetta di luna, una dozzina di stelle, tre o quattro rossignoli che gemano d'amore, un ruscelletto che mormori fra l'erbe—ed avrà il quadro compiuto.Cionullameno, per un reddivivo, quella non era una serata troppo propizia. Grazie alla cortesia degli eredi (che sogliono seppellirci pressochè ignudi sia la state come il verno), il povero Lanfranchi, attraversando le vie del nativo villaggio senz'altro indumento che quello del proprio epidermide, dibatteva le gengive, come un ragazzetto di cinque anni che s'avvia alla scuola sotto la fiocca del mese di gennaio.Gli antichi (confessiamolo a nostra vergogna) trattavano i loro morti più generosamente di noi. Nella cassa del morto essi collocavano eccellenti pasticci freddi, bottiglie di vecchio falerno, pietre preziose emonete di vario conio, onde se mai quei tapinelli si fossero desti alla vita, avrebbero trovato di che confortarsi lo stomaco, e provvedersi una tunica per far buona comparsa nel mondo. Dal modo che noi usiamo trattare coi nostri morti si direbbe che abbiamo una paura terribile di vederli un giorno o l'altro ricomparirci dinanzi. Diffatti, appena uno de' nostri congiunti ha esalato l'ultimo soffio, noi ci diamo premura di involgerlo in un lenzuolo, di legargli i piedi e le mani: quindi, dopo poche ore, di inchiodarlo ben bene in una solida cassa, e gittarlo in una fossa profonda, dalla quale, s'egli avesse la vitalità, la forza e l'energia d'un Ercole, non potrebbe evadere per verun modo. Per buona sorte, le leggi hanno prescritto l'indugio delle ventiquattr'ore; senza di che, io credo sarebbe maggiore il numero de' sepolti vivi che non quello dei morti.—Quand'uno è morto non è possibile ch'ei torni al mondo, dirà taluno crollando il capo.Dite piuttosto quand'uno è sepolto: ed anche su tale proposito potrei farvi qualche eccezione... Ma, via! non perdiamoci in digressioni, e narriamo la nostra istoriella.II.Chi era Eugenio Lanfranchi? Un uomo di trentacinque anni, bello della persona, onesto, cortese, vero modello d'ogni virtù. Morendo, egli aveva lasciato sulla terra una sposa ancor giovane ed avvenente, un fratello ed una sorella che molto lo avevano amato e che già da sei mesi si struggevano in lacrime e vestivano a lutto.—Qual dolce sorpresa pe' miei cari parenti, qual gioia nel rivedermi! Mia moglie! Mio fratello, mia sorella... essi che mi amano tanto... essi che al letto di morte mi prodigavano tante cure, e piangevano inconsolabili nel darmi l'ultimo addio! Sarà una festa di famiglia... Mi correranno incontro, mi opprimeranno di baci e di carezze... Ah! non vorrei che la consolazione soverchia fosse causa di qualche malanno!Bisognerà ch'io mi presenti colle cautele dovute... Mia moglie sopratutto...! La mia tenera Carlotta... Da dieci giorni ella ha cessato di visitare la mia tomba... Forse il soverchio dolore ha consunto le sue forze... e, sola, estenuata dalla malattia, implora dal cielo il favore di scendere con me nella tomba, per starmi a lato eternamente... Ma io giungo in tempo... Solleva, il capo illanguidito o troppo sensibile creatura; ravvisa il tuo sposo... il tuo amante... l'oggetto de' tuoi desideri...Con tali pensieri, il nostro reddivivo s'è avvicinato alla porticella del giardino, di quel giardino, ove, nelle ore melanconiche del tramonto, egli veniva a sedere ogni giorno presso la sposa adorata, inebriandosi delle sue carezze e de' suoi baci.Una voce soave e melanconica ferisce il suo orecchio. Quella voce ha proferito il nome di Enrico.—Il mio nome! Ella pensa dunque al suo sposo! Ella confida al salice piangente ed al ruscello i dolorosi segreti dell'anima... Ella invoca la mia ombra, e cerca un sollievo ai mali presenti nelle dolci memorie del passato! Enrico incurva la persona, mette l'occhio al buco della serratura, e vede infatti sua moglie seduta sur un banco di pietra, presso un salice piangente.Ma non è già al salice piangente ed al ruscello che Carlotta confida i propri dolori. Un raggio di luna che in quel momento rischiara la scena, mostra al curvato esploratore un pajo di pantaloni di tela russa, entro cui si agitano due nerborute gambe da acrobatico, e più in alto ungiletdi seta disteso sovra un torace atletico, quindi una ciarpa di raso azzurro, e una barba di becco che serve di appendice ad una bellissima testa di venticinque anni.—Enrico! torna a ripetere la donna con voce più fioca.—Lunge una volta queste lugubri memorie! A che giova il piangere eternamente i trappassati? Dimenticate, e pensate all'avvenire di felicità che ci attende.—Ah! già troppo io l'ho dimenticato quel poveroEnrico! E dire che non per anco sei mesi son trascorsi... Ed io aveva giurato di conservargli il mio amore... la mia fede!..—Siate ragionevole, via! Carlotta... Se vostro marito tornasse al mondo, egli non potrebbe rimproverarvi d'aver ceduto alle attrattive di un amore fondato sulla onestà e mosso da rette intenzioni. Voi siete giovane, voi avete un'anima sensibile, appassionata... Perchè seppellire in eterna vedovanza tanti tesori di bellezza e di virtù? Trovaste un uomo che seppe apprezzarvi ed amarvi... un uomo che giura di rendervi felice. Egli sarà il padre dei vostri figli... egli ravviverà la vostra esistenza, vi darà il coraggio e la forza per adempiere ai santi doveri di donna e di madre...—Voi mi parlate un linguaggio sì vero, sì insinuante... Lasciatemi! basta... Ogni vostra parola è nuova esca all'incendio che mi arde nel cuore. Lasciatemi... ve lo ripeto.—Non vi lascio, se prima non mi promettete...—Quale promessa?... mio Dio! Ma non vedete?.... io sono più morta che viva... Voi abusate della mia debolezza... Sì... sarò vostra... malgrado i giuramenti fatti. Sarò vostra malgrado i rimorsi che mi straziano l'anima, malgrado la certezza che questa nostra unione debba essermi sorgente di gravi sciagure...—Carlotta!—Giacomo!...—Questa tua promessa mi dischiude il paradiso... Dimmi ancora che mi ami...—Ma non te l'ho ripetuto mille volte, che dal giorno che ti vidi, conobbi che prima d'allora io non aveva mai amato...?—Ho inteso quanto basta—mormora Enrico allontanandosi dalla porticella. Da uomo prudente è meglio ch'io mi ritiri... Se indugiassi ancora un minuto, potrei udire o vedere qualche cosa di peggio.E il poveretto se ne va a capo chino, riflettendo alla propria posizione, e studiando a qual miglior partito gli convenga appigliarsi.III.Passato il muricciuolo del giardino e giunto al lato destro della propria abitazione, gli par d'intendere una voce sconosciuta. Che fare? Se alcuno lo vede in quello stato di nudità, può nascere uno scandalo, ed egli corre pericolo d'essere accolto a bastonate. Fatti bene i suoi calcoli, e meditati i consigli della prudenza, s'appiatta sotto ad un mucchio di fieno, e si pone in agguato, finchè cessi il pericolo.A un tratto, ecco spalancarsi le imposte d'una finestra, ed affacciarvisi una donna, che fa cenno della mano ad un giovinotto.—Pst! Pst!—Mariuccia!—Lodovico!—Buone nuove!—Tuo padre?—Ha dato il suo assenso.—Dunque?—Fra quindici giorni saremo uniti.—Lodovico, tu mi fai morire dalla consolazione.La giovinetta che sta per morire di consolazione è la sorella di Enrico. Ella amava da due anni il signor Lodovico Remoli, e n'aveva ricambio di tenero affetto; ma il padre del giovane, desiderando che suo figlio aspirasse ad unpartito vantaggioso, e sapendo che la dote di Mariuccia non ammontava che a venti mila lire, si era costantemente opposto a quelle nozze. La morte di Enrico Lanfranchi tornò propizia ai due innamorati. Mariuccia vide aumentare la propria dote d'altre venti mila lire; e il padre di Lodovico, dopo aver verificata e ponderata la quantità e qualità dei solidi, diede alfine l'assenso desiderato.Il colloquio di quei due giovani amanti fu in quella sera più lungo e più animato del solito. Era tolto ogni ostacolo alla loro felicità; l'avvenire sorrideva ad essi splendido, bello e senza alcuna nube.Enrico Lanfranchi porgeva orecchio a quel dialogo, e di tratto in tratto si asciugava una lagrima.—Povero Enrico! esclamava Mariuccia; ho sofferto tanto quand'egli è morto... ed ora... Lungi questo pensiero abbominevole!.... Benediciamo alla memoria di quel poveretto... Egli contempla dal cielo la mia felicità, e ne gioisce... Mi amava tanto... Pure quando io penso... che s'egli vivesse ancora... il nostro matrimonio non potrebbe aver luogo... Ah! come l'amore ci rende egoisti! Enrico... fratello mio... perdonami questo orribile pensiero.—Io ti perdono, onesta fanciulla, disse Enrico soffocando le lagrime a stento; e per verun conto non vorrei turbare la tua gioia innocente. Sposati all'uomo che adori e vivi felice; la mia morte ti ha recato qualche vantaggio; se io fossi vissuto più a lungo, ora entrambi saremmo forse infelici.Tutto commosso di tenerezza e di affetto, Enrico stava sul punto di uscire dal nascondiglio e presentarsi ai due fidanzati; ma temendo che la sua improvvisa apparizione non disturbasse la gioia di quel dolce colloquio, si trattenne; e prorompendo in lacrime dirotte, si lasciò sfuggire per la prima volta dal labbro queste parole:—Quale stolido capriccio fu il mio di abbandonare il cimitero, ove dormiva sì tranquilli i miei sonni, per venir qui.... a disturbare il sonno e la felicità dei viventi?IV.Verso mezzanotte, i due fidanzati si separarono ricambiandosi mille teneri baci; Mariuccia chiude le imposte, e Lodovico si allontana zuffolando lietamente come un passero testè sfuggito alla gabbia.—Non monta, dice Enrico sbucando dal nascondiglio: farò una visita a mio fratello, ed a norma del suo contegno, prenderò la risoluzione che più mi parrà conveniente.Fatta una breve conversione a sinistra, il dabben uomo tocca il limitare della propria casa. Batte tre colpi; il cane gli risponde dagli atrii con urli di allegrezza; poco dopo la porta si spalanca, e il vecchioportinaio in mutande e berretto da notte comparisce sulla soglia.—Misericordia! un uomo nudo... a quest'ora...!—Sì, Bernardo; il tuo padrone...che viene dal Campo santo... ed ha bisogno di ristorarsi con una buona cena ed un buon letto.Il vecchio domestico lascia cadere la lanterna, e, fatto tre volte il segno della croce, balbetta con voce tremante una dozzina dideprofundis. Frattanto il fido barbone dimena la coda, spicca salti di allegrezza, e lambisce amorosamente le polpe dell'antico padrone.—Non temere, Bernardo; io non venni qui per farti alcun male, tu mi fosti sempre il più fedele e il più amorevole dei servitori, nè potrò mai scordare le tue cure e la tua assistenza durante la lunga malattia che mi condusse al sepolcro. Io so ancora che non dimenticasti di recitare ogni sera qualche prece pel mio eterno riposo, e te ne sono riconoscente. A Dio è piaciuto ch'io tornassi al mondo, nè saprei dirti come ciò avvenisse. Sentendo in me rinascere la vita ed il vigore, e trovata la cassa aperta, volai senza indugio all'amplesso dei miei più cari. Via! un abbraccio, mio buono, mio fedele e diletto Bernardo!Il portinaio non può riaversi dalla sorpresa e dal terrore.—Dunque... siete proprio voi... il mio antico padrone... il signor Enrico... che or fanno sei mesi... abbiamo seppellito con tanti onori?....—Io son quel desso in anima e in corpo...—E siete vivo... propriamente vivo.... quale eravate prima di.... morire?—Se più indugi a darmi una veste e a prepararmi da cena, tu mi farai morire un'altra volta. Presto! vanne alla guardaroba, e cavami fuori qualcuno dei miei abiti, sicchè io mi riscaldi la pelle.—I vostri abiti... signor padrone...—Ebbene?—I vostri abiti furono in parte venduti, in parte donati. Supponendo che voi foste morto davvero, io mi sono appropriato il vostro tabarro, e n'ho fatto dei pantaloni pe' miei piccoli bimbi. La vostra vesteda camera fa convertita in due sottane per mia moglie, e quel bellissimo paletot che voi indossavate ai giorni di festa, l'ho fatto raccorciare alle falde ed ai manicotti, e v'assicuro che mi si attaglia mirabilmente.—Tanto meglio. Vedi se nel forziere si trovasse una coperta di lana, tanto ch'io non m'agghiacci stanotte. Domani ricorreremo al sartore, e provvederemo nuovi abiti. Frattanto dammi notizie di mio fratello. Come se la passa quel caro Aurelio? L'udisti mai lamentare la mia perdita immatura? Pensi tu ch'egli sarà lieto nel rivedermi?—Vi amava tanto! non passa giorno che egli non versi qualche lagrimuzza proferendo il vostro nome; l'altro ieri lo vidi in istretto colloquio con un valente scultore, al quale diede incarico di farvi un monumento che verrà a costare più di mille lire.—Giungo in tempo per risparmiargli una tal spesa.—Oh! il nostro padrone non è uomo che badi a spese!—Cuore generoso! Io lo conosco troppo per dubitare di lui.—Dopo la vostra morte si può dire ch'egli abbia ricostrutta la casa. Vedrete che lusso di pitture, di decorazioni, di mobili! Vostro padre, morto due mesi dopo di voi....—So tutto. Il buon uomo è venuto a trovarmi laggiù nell'altro mondo, e mi ha mostrato il suo testamento che io trovai ragionevole e degno d'approvazione. Aurelio ereditò circa ottantamila lire, Mariuccia quarantamila, ed a mia moglie fu fissata un'annua pensione di ottocento lire.—Vedo che siete informato di tutto. Ottantamila lire! Sapete voi che la è una fortuna colossale! Il signor Aurelio è al giorno d'oggi ilprimo estimatodel paese. Quanto alla padroncina, vi dirò che, mercè l'aumento della dote, ella sposerà fra pochi giorni il signor Lodovico Remoli, figlio dello spedizioniere.—Povera figliuola! sono contento di saperla felice!—Il signor padrone... (scusate s'io parlo sempre di lui) il signor padrone Aurelio sta anch'egli perammogliarsi, e la sua fidanzata gli recherà in dote, per quanto ne fu detto, cento e più mille lire in denaro sonante. È un partito eccellente che, come vedete, raddoppierà la sua fortuna. Ma... ora che ci penso... converrà bene che il signor padrone Aurelio... e la padroncina... vi ritornino la porzione dei beni che vi spetta di diritto, giacchè in fin dei conti... se siete propriamente vivo... come io non oserei più dubitare all'appetito che dimostrate, la roba vostra, è roba vostra, ed è giusto vi sia resa integralmente. La giustizia avanti tutto. Io vi prego di perdonarmi se ho ardito indossare il vostro paletot e convertire la vostra veste da camera in un paio di gonnelle per mia moglie. Chi mai avrebbe creduto che voi sareste tornato ancora al mondo? Tant'è; abbiamo veduta anche questa! Oh, il signor Aurelio deve rimanere ben sorpreso!Mentre il vecchio portinaio si stempera in questa lunga cicalata, Enrico, ravvolto in una coperta di lana, smaltisce di tutta fretta un pasticcio freddo, e vuota un fiaschetto di barolo. Ma nè il cibo nè la bevanda giovano a rasserenargli lo spirito; che anzi, abbandonandosi a sconfortanti riflessioni sull'egoismo degli uomini, egli piega il capo sul petto e non risponde parola.—Ebbene? prosegue il vecchio portinaio; debbo io risvegliare il signor Aurelio e la padroncina?—No, mio buon amico; questa sera non conviene ch'io mi presenti ad alcuno. La mia apparizione inaspettata produrrebbe cattivo effetto. Converrà attendere il domani, e quando tu li avrai prevenuti del mio arrivo, allora...—Come vi aggrada, signore.—Frattanto spegni il lume, e buona notte per ora. Il giorno seguente, verso il mezzogiorno, Aurelio Lanfranchi, Mariuccia e Carlotta erano adunati in una magnifica sala a pian terreno, e ragionavano lietamente vicino al caminetto, quando il portinaio comparve dinanzi ad essi, e, fatto un rispettoso inchino, aperse quattro volte la bocca senza proferire parola.—Che c'è di nuovo, Bernardo?—Oh!—Stamattina m'hai l'aria d'uno spiritato: si direbbe che in sogno ti è apparso il diavolo.—Non il diavolo precisamente, ma qualche cosa di simile... cioè.... voleva dire... una persona dell'altro mondo...—Spiegati! via! tu ci fai rizzare i capelli.—Prima di tutto... conviene ch'io vi faccia una interrogazione.... tali sono gli ordini ch'io ho ricevuti....—Da chi?—Da lui stesso.... dalla persona che viene dall'altro mondo.—Costui per certo è impazzato.—No, signor padrone, io non sono impazzato; l'ho veduto, gli ho parlato, abbiam passata la notte insieme ed ora è là fuori nell'anticamera...—Chi dunque? vuoi tu spiegarti una volta?—Chi? vostro fratello Enrico.—Decisamente quest'uomo ha perduto il cervello. Carlotta è presa da terrore; Mariuccia volge al portinaio uno sguardo inquieto, mentre Aurelio, assumendo un tono scherzevole, prosegue di tal guisa:—Il mio povero fratello (che Iddio gli conceda eterna requie) avea troppo buon senso quando era al mondo, per permettersi, ora che è morto, una burla da sì cattivo genere. Sai tu, Mariuccia, che se ai morti venisse il capriccio di risorgere, la sarebbe pei vivi e massime pei parenti una vera desolazione! Supponiamo che il sogno di Bernardo si avverasse; che il nostro Enrico ricomparisse un bel giorno in mezzo a noi; credi tu che la nostra reciproca posizione non sarebbe oltremodo imbarazzante? Converrebbe in primo luogo cedergli una parte dei nostri beni; tu, Mariuccia, dovresti rinunziare a metà della tua dote, e quindi alle speranze d'un felice matrimonio!....—Basta, fratello, non ragioniamo di cose impossibili...—Eppure il nostro Bernardo ci assicurava poco dianzi...—E ancora vi torno a ripetere...—Che nostro fratello Enrico...—È la fuori, e domanda il favore d'essere ammesso alla vostra presenza.L'accento calmo e sicuro del buon vecchio; la voce, il volto, il gesto, da cui traspare l'intima convinzione dell'animo, raddoppia il terrore delle due donne, che, stringendosi l'una presso all'altra, non osano trarre un sospiro, nonchè proferire una parola. Aurelio comincia a crollare il capo in segno d'impazienza; poi, volgendosi al servo con piglio severo:—Basta per oggi, gli dice: se altro non hai ad annunziarci, vattene per le faccende tue.—E qual risposta debbo io recargli?—A chi dunque? risponde Aurelio stizzito.—A lui... all'altro mio padrone... al signor Enrico insomma...—Al diavolo entrambi! ch'io sono oggimai ristucco di queste tue baje! prorompe Aurelio balzando in piedi.Il servo s'inchina, ed esce dalla sala per pochi minuti; quindi, rientrando poco dopo, pallido in volto, i capelli irti in sulla fronte, s'inchina di bel nuovo innanzi ad Aurelio, e gli porge una lettera.Perchè mai la mano di Aurelio trema convulsa nell'aprire quel foglio?Sulla soprascritta egli ha riconosciuti i caratteri di suo fratello; le cifre sono recenti ed umide tuttavia; non più dubbio... la mano del morto... ha vergate quelle cifre.«Dilettissimi!«Ieri sera ho lasciato il Campo santo colla dolce speranza di rivivere per qualche tempo in mezzo a voi. Le lacrime che voi spargeste intorno al capezzale del mio letto, quando io vi dava l'ultimo addio, e quelle che versaste dappoi sulla mia tomba, m'erano pegno del vostro affetto e guarentigia d'amorevolee festosa accoglienza. Mi sono ingannato. Non temete però ch'io vi muova alcun rimprovero: il torto è mio e son pronto ad espiarlo. Veggendo la vostra esitazione e il vostro imbarazzo, per non accrescerli davantaggio colla mia presenza, io riprenderò fra poco la via del cimitero, e mi adagierò nuovamente nella cassa col fermo proposito di non uscirne più mai. Questa seconda morte mi accora assai meno della prima, essendo io convinto oggimai di questa grande verità: che cioè i parenti morti giovano assai meglio dei vivi.
Enrico Lanfranchi dormiva già da sei mesi nel cataletto, quando, una bella sera d'estate si riscosse, all'improvviso, rimosse il coperchio della cassa, si levò in piedi, e gittato dalle spalle il logoro lenzuolo onde era involto, uscì passo passo dal Campo santo.
Era proprio una bella sera d'estate. Una pioggia abbondante aveva rinfrescato l'atmosfera; i passerotti correvano pipilando dal giardino alle tettoie, e dagli alberi scossi leggermente da un fresco venticello cadevano i goccioloni come un nembo di perle. Chi non è pago di questo schizzo, vi aggiunga una fetta di luna, una dozzina di stelle, tre o quattro rossignoli che gemano d'amore, un ruscelletto che mormori fra l'erbe—ed avrà il quadro compiuto.
Cionullameno, per un reddivivo, quella non era una serata troppo propizia. Grazie alla cortesia degli eredi (che sogliono seppellirci pressochè ignudi sia la state come il verno), il povero Lanfranchi, attraversando le vie del nativo villaggio senz'altro indumento che quello del proprio epidermide, dibatteva le gengive, come un ragazzetto di cinque anni che s'avvia alla scuola sotto la fiocca del mese di gennaio.
Gli antichi (confessiamolo a nostra vergogna) trattavano i loro morti più generosamente di noi. Nella cassa del morto essi collocavano eccellenti pasticci freddi, bottiglie di vecchio falerno, pietre preziose emonete di vario conio, onde se mai quei tapinelli si fossero desti alla vita, avrebbero trovato di che confortarsi lo stomaco, e provvedersi una tunica per far buona comparsa nel mondo. Dal modo che noi usiamo trattare coi nostri morti si direbbe che abbiamo una paura terribile di vederli un giorno o l'altro ricomparirci dinanzi. Diffatti, appena uno de' nostri congiunti ha esalato l'ultimo soffio, noi ci diamo premura di involgerlo in un lenzuolo, di legargli i piedi e le mani: quindi, dopo poche ore, di inchiodarlo ben bene in una solida cassa, e gittarlo in una fossa profonda, dalla quale, s'egli avesse la vitalità, la forza e l'energia d'un Ercole, non potrebbe evadere per verun modo. Per buona sorte, le leggi hanno prescritto l'indugio delle ventiquattr'ore; senza di che, io credo sarebbe maggiore il numero de' sepolti vivi che non quello dei morti.
—Quand'uno è morto non è possibile ch'ei torni al mondo, dirà taluno crollando il capo.
Dite piuttosto quand'uno è sepolto: ed anche su tale proposito potrei farvi qualche eccezione... Ma, via! non perdiamoci in digressioni, e narriamo la nostra istoriella.
Chi era Eugenio Lanfranchi? Un uomo di trentacinque anni, bello della persona, onesto, cortese, vero modello d'ogni virtù. Morendo, egli aveva lasciato sulla terra una sposa ancor giovane ed avvenente, un fratello ed una sorella che molto lo avevano amato e che già da sei mesi si struggevano in lacrime e vestivano a lutto.
—Qual dolce sorpresa pe' miei cari parenti, qual gioia nel rivedermi! Mia moglie! Mio fratello, mia sorella... essi che mi amano tanto... essi che al letto di morte mi prodigavano tante cure, e piangevano inconsolabili nel darmi l'ultimo addio! Sarà una festa di famiglia... Mi correranno incontro, mi opprimeranno di baci e di carezze... Ah! non vorrei che la consolazione soverchia fosse causa di qualche malanno!Bisognerà ch'io mi presenti colle cautele dovute... Mia moglie sopratutto...! La mia tenera Carlotta... Da dieci giorni ella ha cessato di visitare la mia tomba... Forse il soverchio dolore ha consunto le sue forze... e, sola, estenuata dalla malattia, implora dal cielo il favore di scendere con me nella tomba, per starmi a lato eternamente... Ma io giungo in tempo... Solleva, il capo illanguidito o troppo sensibile creatura; ravvisa il tuo sposo... il tuo amante... l'oggetto de' tuoi desideri...
Con tali pensieri, il nostro reddivivo s'è avvicinato alla porticella del giardino, di quel giardino, ove, nelle ore melanconiche del tramonto, egli veniva a sedere ogni giorno presso la sposa adorata, inebriandosi delle sue carezze e de' suoi baci.
Una voce soave e melanconica ferisce il suo orecchio. Quella voce ha proferito il nome di Enrico.
—Il mio nome! Ella pensa dunque al suo sposo! Ella confida al salice piangente ed al ruscello i dolorosi segreti dell'anima... Ella invoca la mia ombra, e cerca un sollievo ai mali presenti nelle dolci memorie del passato! Enrico incurva la persona, mette l'occhio al buco della serratura, e vede infatti sua moglie seduta sur un banco di pietra, presso un salice piangente.
Ma non è già al salice piangente ed al ruscello che Carlotta confida i propri dolori. Un raggio di luna che in quel momento rischiara la scena, mostra al curvato esploratore un pajo di pantaloni di tela russa, entro cui si agitano due nerborute gambe da acrobatico, e più in alto ungiletdi seta disteso sovra un torace atletico, quindi una ciarpa di raso azzurro, e una barba di becco che serve di appendice ad una bellissima testa di venticinque anni.
—Enrico! torna a ripetere la donna con voce più fioca.
—Lunge una volta queste lugubri memorie! A che giova il piangere eternamente i trappassati? Dimenticate, e pensate all'avvenire di felicità che ci attende.
—Ah! già troppo io l'ho dimenticato quel poveroEnrico! E dire che non per anco sei mesi son trascorsi... Ed io aveva giurato di conservargli il mio amore... la mia fede!..
—Siate ragionevole, via! Carlotta... Se vostro marito tornasse al mondo, egli non potrebbe rimproverarvi d'aver ceduto alle attrattive di un amore fondato sulla onestà e mosso da rette intenzioni. Voi siete giovane, voi avete un'anima sensibile, appassionata... Perchè seppellire in eterna vedovanza tanti tesori di bellezza e di virtù? Trovaste un uomo che seppe apprezzarvi ed amarvi... un uomo che giura di rendervi felice. Egli sarà il padre dei vostri figli... egli ravviverà la vostra esistenza, vi darà il coraggio e la forza per adempiere ai santi doveri di donna e di madre...
—Voi mi parlate un linguaggio sì vero, sì insinuante... Lasciatemi! basta... Ogni vostra parola è nuova esca all'incendio che mi arde nel cuore. Lasciatemi... ve lo ripeto.
—Non vi lascio, se prima non mi promettete...
—Quale promessa?... mio Dio! Ma non vedete?.... io sono più morta che viva... Voi abusate della mia debolezza... Sì... sarò vostra... malgrado i giuramenti fatti. Sarò vostra malgrado i rimorsi che mi straziano l'anima, malgrado la certezza che questa nostra unione debba essermi sorgente di gravi sciagure...
—Carlotta!
—Giacomo!...
—Questa tua promessa mi dischiude il paradiso... Dimmi ancora che mi ami...
—Ma non te l'ho ripetuto mille volte, che dal giorno che ti vidi, conobbi che prima d'allora io non aveva mai amato...?
—Ho inteso quanto basta—mormora Enrico allontanandosi dalla porticella. Da uomo prudente è meglio ch'io mi ritiri... Se indugiassi ancora un minuto, potrei udire o vedere qualche cosa di peggio.
E il poveretto se ne va a capo chino, riflettendo alla propria posizione, e studiando a qual miglior partito gli convenga appigliarsi.
Passato il muricciuolo del giardino e giunto al lato destro della propria abitazione, gli par d'intendere una voce sconosciuta. Che fare? Se alcuno lo vede in quello stato di nudità, può nascere uno scandalo, ed egli corre pericolo d'essere accolto a bastonate. Fatti bene i suoi calcoli, e meditati i consigli della prudenza, s'appiatta sotto ad un mucchio di fieno, e si pone in agguato, finchè cessi il pericolo.
A un tratto, ecco spalancarsi le imposte d'una finestra, ed affacciarvisi una donna, che fa cenno della mano ad un giovinotto.
—Pst! Pst!
—Mariuccia!
—Lodovico!
—Buone nuove!
—Tuo padre?
—Ha dato il suo assenso.
—Dunque?
—Fra quindici giorni saremo uniti.
—Lodovico, tu mi fai morire dalla consolazione.
La giovinetta che sta per morire di consolazione è la sorella di Enrico. Ella amava da due anni il signor Lodovico Remoli, e n'aveva ricambio di tenero affetto; ma il padre del giovane, desiderando che suo figlio aspirasse ad unpartito vantaggioso, e sapendo che la dote di Mariuccia non ammontava che a venti mila lire, si era costantemente opposto a quelle nozze. La morte di Enrico Lanfranchi tornò propizia ai due innamorati. Mariuccia vide aumentare la propria dote d'altre venti mila lire; e il padre di Lodovico, dopo aver verificata e ponderata la quantità e qualità dei solidi, diede alfine l'assenso desiderato.
Il colloquio di quei due giovani amanti fu in quella sera più lungo e più animato del solito. Era tolto ogni ostacolo alla loro felicità; l'avvenire sorrideva ad essi splendido, bello e senza alcuna nube.
Enrico Lanfranchi porgeva orecchio a quel dialogo, e di tratto in tratto si asciugava una lagrima.
—Povero Enrico! esclamava Mariuccia; ho sofferto tanto quand'egli è morto... ed ora... Lungi questo pensiero abbominevole!.... Benediciamo alla memoria di quel poveretto... Egli contempla dal cielo la mia felicità, e ne gioisce... Mi amava tanto... Pure quando io penso... che s'egli vivesse ancora... il nostro matrimonio non potrebbe aver luogo... Ah! come l'amore ci rende egoisti! Enrico... fratello mio... perdonami questo orribile pensiero.
—Io ti perdono, onesta fanciulla, disse Enrico soffocando le lagrime a stento; e per verun conto non vorrei turbare la tua gioia innocente. Sposati all'uomo che adori e vivi felice; la mia morte ti ha recato qualche vantaggio; se io fossi vissuto più a lungo, ora entrambi saremmo forse infelici.
Tutto commosso di tenerezza e di affetto, Enrico stava sul punto di uscire dal nascondiglio e presentarsi ai due fidanzati; ma temendo che la sua improvvisa apparizione non disturbasse la gioia di quel dolce colloquio, si trattenne; e prorompendo in lacrime dirotte, si lasciò sfuggire per la prima volta dal labbro queste parole:
—Quale stolido capriccio fu il mio di abbandonare il cimitero, ove dormiva sì tranquilli i miei sonni, per venir qui.... a disturbare il sonno e la felicità dei viventi?
Verso mezzanotte, i due fidanzati si separarono ricambiandosi mille teneri baci; Mariuccia chiude le imposte, e Lodovico si allontana zuffolando lietamente come un passero testè sfuggito alla gabbia.
—Non monta, dice Enrico sbucando dal nascondiglio: farò una visita a mio fratello, ed a norma del suo contegno, prenderò la risoluzione che più mi parrà conveniente.
Fatta una breve conversione a sinistra, il dabben uomo tocca il limitare della propria casa. Batte tre colpi; il cane gli risponde dagli atrii con urli di allegrezza; poco dopo la porta si spalanca, e il vecchioportinaio in mutande e berretto da notte comparisce sulla soglia.
—Misericordia! un uomo nudo... a quest'ora...!
—Sì, Bernardo; il tuo padrone...che viene dal Campo santo... ed ha bisogno di ristorarsi con una buona cena ed un buon letto.
Il vecchio domestico lascia cadere la lanterna, e, fatto tre volte il segno della croce, balbetta con voce tremante una dozzina dideprofundis. Frattanto il fido barbone dimena la coda, spicca salti di allegrezza, e lambisce amorosamente le polpe dell'antico padrone.
—Non temere, Bernardo; io non venni qui per farti alcun male, tu mi fosti sempre il più fedele e il più amorevole dei servitori, nè potrò mai scordare le tue cure e la tua assistenza durante la lunga malattia che mi condusse al sepolcro. Io so ancora che non dimenticasti di recitare ogni sera qualche prece pel mio eterno riposo, e te ne sono riconoscente. A Dio è piaciuto ch'io tornassi al mondo, nè saprei dirti come ciò avvenisse. Sentendo in me rinascere la vita ed il vigore, e trovata la cassa aperta, volai senza indugio all'amplesso dei miei più cari. Via! un abbraccio, mio buono, mio fedele e diletto Bernardo!
Il portinaio non può riaversi dalla sorpresa e dal terrore.
—Dunque... siete proprio voi... il mio antico padrone... il signor Enrico... che or fanno sei mesi... abbiamo seppellito con tanti onori?....
—Io son quel desso in anima e in corpo...
—E siete vivo... propriamente vivo.... quale eravate prima di.... morire?
—Se più indugi a darmi una veste e a prepararmi da cena, tu mi farai morire un'altra volta. Presto! vanne alla guardaroba, e cavami fuori qualcuno dei miei abiti, sicchè io mi riscaldi la pelle.
—I vostri abiti... signor padrone...
—Ebbene?
—I vostri abiti furono in parte venduti, in parte donati. Supponendo che voi foste morto davvero, io mi sono appropriato il vostro tabarro, e n'ho fatto dei pantaloni pe' miei piccoli bimbi. La vostra vesteda camera fa convertita in due sottane per mia moglie, e quel bellissimo paletot che voi indossavate ai giorni di festa, l'ho fatto raccorciare alle falde ed ai manicotti, e v'assicuro che mi si attaglia mirabilmente.
—Tanto meglio. Vedi se nel forziere si trovasse una coperta di lana, tanto ch'io non m'agghiacci stanotte. Domani ricorreremo al sartore, e provvederemo nuovi abiti. Frattanto dammi notizie di mio fratello. Come se la passa quel caro Aurelio? L'udisti mai lamentare la mia perdita immatura? Pensi tu ch'egli sarà lieto nel rivedermi?
—Vi amava tanto! non passa giorno che egli non versi qualche lagrimuzza proferendo il vostro nome; l'altro ieri lo vidi in istretto colloquio con un valente scultore, al quale diede incarico di farvi un monumento che verrà a costare più di mille lire.
—Giungo in tempo per risparmiargli una tal spesa.
—Oh! il nostro padrone non è uomo che badi a spese!
—Cuore generoso! Io lo conosco troppo per dubitare di lui.
—Dopo la vostra morte si può dire ch'egli abbia ricostrutta la casa. Vedrete che lusso di pitture, di decorazioni, di mobili! Vostro padre, morto due mesi dopo di voi....
—So tutto. Il buon uomo è venuto a trovarmi laggiù nell'altro mondo, e mi ha mostrato il suo testamento che io trovai ragionevole e degno d'approvazione. Aurelio ereditò circa ottantamila lire, Mariuccia quarantamila, ed a mia moglie fu fissata un'annua pensione di ottocento lire.
—Vedo che siete informato di tutto. Ottantamila lire! Sapete voi che la è una fortuna colossale! Il signor Aurelio è al giorno d'oggi ilprimo estimatodel paese. Quanto alla padroncina, vi dirò che, mercè l'aumento della dote, ella sposerà fra pochi giorni il signor Lodovico Remoli, figlio dello spedizioniere.
—Povera figliuola! sono contento di saperla felice!
—Il signor padrone... (scusate s'io parlo sempre di lui) il signor padrone Aurelio sta anch'egli perammogliarsi, e la sua fidanzata gli recherà in dote, per quanto ne fu detto, cento e più mille lire in denaro sonante. È un partito eccellente che, come vedete, raddoppierà la sua fortuna. Ma... ora che ci penso... converrà bene che il signor padrone Aurelio... e la padroncina... vi ritornino la porzione dei beni che vi spetta di diritto, giacchè in fin dei conti... se siete propriamente vivo... come io non oserei più dubitare all'appetito che dimostrate, la roba vostra, è roba vostra, ed è giusto vi sia resa integralmente. La giustizia avanti tutto. Io vi prego di perdonarmi se ho ardito indossare il vostro paletot e convertire la vostra veste da camera in un paio di gonnelle per mia moglie. Chi mai avrebbe creduto che voi sareste tornato ancora al mondo? Tant'è; abbiamo veduta anche questa! Oh, il signor Aurelio deve rimanere ben sorpreso!
Mentre il vecchio portinaio si stempera in questa lunga cicalata, Enrico, ravvolto in una coperta di lana, smaltisce di tutta fretta un pasticcio freddo, e vuota un fiaschetto di barolo. Ma nè il cibo nè la bevanda giovano a rasserenargli lo spirito; che anzi, abbandonandosi a sconfortanti riflessioni sull'egoismo degli uomini, egli piega il capo sul petto e non risponde parola.
—Ebbene? prosegue il vecchio portinaio; debbo io risvegliare il signor Aurelio e la padroncina?
—No, mio buon amico; questa sera non conviene ch'io mi presenti ad alcuno. La mia apparizione inaspettata produrrebbe cattivo effetto. Converrà attendere il domani, e quando tu li avrai prevenuti del mio arrivo, allora...
—Come vi aggrada, signore.
—Frattanto spegni il lume, e buona notte per ora. Il giorno seguente, verso il mezzogiorno, Aurelio Lanfranchi, Mariuccia e Carlotta erano adunati in una magnifica sala a pian terreno, e ragionavano lietamente vicino al caminetto, quando il portinaio comparve dinanzi ad essi, e, fatto un rispettoso inchino, aperse quattro volte la bocca senza proferire parola.
—Che c'è di nuovo, Bernardo?
—Oh!
—Stamattina m'hai l'aria d'uno spiritato: si direbbe che in sogno ti è apparso il diavolo.
—Non il diavolo precisamente, ma qualche cosa di simile... cioè.... voleva dire... una persona dell'altro mondo...
—Spiegati! via! tu ci fai rizzare i capelli.
—Prima di tutto... conviene ch'io vi faccia una interrogazione.... tali sono gli ordini ch'io ho ricevuti....
—Da chi?
—Da lui stesso.... dalla persona che viene dall'altro mondo.
—Costui per certo è impazzato.
—No, signor padrone, io non sono impazzato; l'ho veduto, gli ho parlato, abbiam passata la notte insieme ed ora è là fuori nell'anticamera...
—Chi dunque? vuoi tu spiegarti una volta?
—Chi? vostro fratello Enrico.
—Decisamente quest'uomo ha perduto il cervello. Carlotta è presa da terrore; Mariuccia volge al portinaio uno sguardo inquieto, mentre Aurelio, assumendo un tono scherzevole, prosegue di tal guisa:
—Il mio povero fratello (che Iddio gli conceda eterna requie) avea troppo buon senso quando era al mondo, per permettersi, ora che è morto, una burla da sì cattivo genere. Sai tu, Mariuccia, che se ai morti venisse il capriccio di risorgere, la sarebbe pei vivi e massime pei parenti una vera desolazione! Supponiamo che il sogno di Bernardo si avverasse; che il nostro Enrico ricomparisse un bel giorno in mezzo a noi; credi tu che la nostra reciproca posizione non sarebbe oltremodo imbarazzante? Converrebbe in primo luogo cedergli una parte dei nostri beni; tu, Mariuccia, dovresti rinunziare a metà della tua dote, e quindi alle speranze d'un felice matrimonio!....
—Basta, fratello, non ragioniamo di cose impossibili...
—Eppure il nostro Bernardo ci assicurava poco dianzi...
—E ancora vi torno a ripetere...
—Che nostro fratello Enrico...
—È la fuori, e domanda il favore d'essere ammesso alla vostra presenza.
L'accento calmo e sicuro del buon vecchio; la voce, il volto, il gesto, da cui traspare l'intima convinzione dell'animo, raddoppia il terrore delle due donne, che, stringendosi l'una presso all'altra, non osano trarre un sospiro, nonchè proferire una parola. Aurelio comincia a crollare il capo in segno d'impazienza; poi, volgendosi al servo con piglio severo:
—Basta per oggi, gli dice: se altro non hai ad annunziarci, vattene per le faccende tue.
—E qual risposta debbo io recargli?
—A chi dunque? risponde Aurelio stizzito.
—A lui... all'altro mio padrone... al signor Enrico insomma...
—Al diavolo entrambi! ch'io sono oggimai ristucco di queste tue baje! prorompe Aurelio balzando in piedi.
Il servo s'inchina, ed esce dalla sala per pochi minuti; quindi, rientrando poco dopo, pallido in volto, i capelli irti in sulla fronte, s'inchina di bel nuovo innanzi ad Aurelio, e gli porge una lettera.
Perchè mai la mano di Aurelio trema convulsa nell'aprire quel foglio?
Sulla soprascritta egli ha riconosciuti i caratteri di suo fratello; le cifre sono recenti ed umide tuttavia; non più dubbio... la mano del morto... ha vergate quelle cifre.
«Dilettissimi!
«Ieri sera ho lasciato il Campo santo colla dolce speranza di rivivere per qualche tempo in mezzo a voi. Le lacrime che voi spargeste intorno al capezzale del mio letto, quando io vi dava l'ultimo addio, e quelle che versaste dappoi sulla mia tomba, m'erano pegno del vostro affetto e guarentigia d'amorevolee festosa accoglienza. Mi sono ingannato. Non temete però ch'io vi muova alcun rimprovero: il torto è mio e son pronto ad espiarlo. Veggendo la vostra esitazione e il vostro imbarazzo, per non accrescerli davantaggio colla mia presenza, io riprenderò fra poco la via del cimitero, e mi adagierò nuovamente nella cassa col fermo proposito di non uscirne più mai. Questa seconda morte mi accora assai meno della prima, essendo io convinto oggimai di questa grande verità: che cioè i parenti morti giovano assai meglio dei vivi.
Il violino a corde umaneCorreva l'anno 1831.Paganini, il diabolico Paganini, si era prodotto al teatro dell'Operain sei concerti, suscitando entusiasmi anche maggiori di quelli lo aveano accompagnato nelle sue trionfali escursioni in Italia e in Germania.—In presenza dell'artista fenomenale, alcuni professori d'orchestra del grande teatro aveano spezzato i loro strumenti.Alla medesima epoca, era in Parigi un altro violinista dotato di una abilità straordinaria, ma tuttora ignorato nel gran mondo dell'arte. Si chiamava Franz Sthoeny;—era nato a Stocarda, e in quella città avea trascorso la gioventù nella pace della famiglia, alternando alle severe meditazioni della filosofia, gli esercizi dell'istrumento a quattro corde.All'età di trentacinque anni, Franz era rimasto orfano e solo. Al morire della madre che lo avea adorato, che aveva esaurite per l'unico figlio tutte le economie di un patrimonio assai tenue, Franz si era accorto di esser povero.La prospettiva dell'avvenire gli si era affacciata alla mente coi più lugubri colori.Che fare?—Il suo vecchio maestro di musica Samuele Klauss si era incaricato di rispondere alla terribile domanda. E la risposta, muta di parole, era stata eloquente.Klauss avea preso per mano il suo allievo diletto, e, condottolo nella piccola sala dove tante volte avevanodiviso insieme i fantastici diletti della musica, gli aveva additato la piccola cassetta dove il violino stava rinchiuso come un essere vivente in una tomba obbliata.Quel cenno apriva a Franz Sthoeny una nuova carriera. Vendute le mobilie e le suppellettili della casa, l'artista era partito per Parigi in compagnia del suo maestro ed amico.Prima che Paganini avesse dato al teatro dell'Operai suoi meravigliosi concerti, Franz si era fatta, per una serie di esperienze e di raffronti, una convinzione superba ed un proposito irremovibile.—La convinzione era questa: di ritenersi superiore a tutti i più rinomati violinisti ch'egli aveva uditi nella capitale della Francia—il proposito era di spezzare il proprio istrumento, e con esso la sua esistenza, qualora non fosse riuscito a tenere il primo posto fra i suonatori dell'epoca. Il vecchio Klauss si compiaceva di quel nobile orgoglio, e credeva, lusingandolo, di compiere in buona fede una sant'opera.Ma prima di prodursi al cospetto del pubblico, Franz aveva aspettato con trepida impazienza che il tanto decantato italiano facesse le sue prove a Parigi. Il nome di Paganini era stato, per alcuni mesi, una spina rovente al cuore di Franz—un incubo, un fantasma minaccioso allo spirito del vecchio Samuele.Sì l'uno che l'altro aveano più volte tremato per quel nome di artista—sì l'uno che l'altro avevano presagito sinistramente della sua venuta a Parigi.Chi può descrivere le ansie, gli spasimi, gli atroci entusiasmi di quella nefasta serata?—Franz e Samuele, alle prime arcate di Paganini, avevano rabbrividito. Il maestro e l'allievo, compresi da un entusiasmo che era per entrambi angoscia tremenda, non osarono guardarsi in faccia, non che ricambiarsi un accento.A mezzanotte, dopo il concerto, rientrarono muti e lugubri nel loro appartamento.—Samuele!—disse Franz gettandosi sovra una seggiola con portamento disperato—va!... noi altrinon siamo buoni a nulla—hai capito?—a nulla!... proprio a nulla!...Le rughe del vecchio maestro divennero livide.—Dopo breve silenzio, Samuele riprese con voce cupa:—Eppure tu hai torto, Franz—io ti ho insegnato quanto si può insegnare da un maestro, e tu hai tutto imparato ciò che l'uomo può imparare dall'uomo. Qual colpa ci ho io, se questi dannati italiani, per primeggiare nel regno dell'arte, hanno ricorso alle ispirazioni del diavolo ed agli obbrobri della magia?...Franz fissò gli occhi nel vecchio maestro con espressione sinistra:—quello sguardo parea dire: «ebbene! a che mai tanti scrupoli?... pur di elevarmi a tanta potenza nell'arte, ed io pure mi darei al diavolo, anima e corpo!»Samuele indovinò quell'atroce pensiero, e riprese la parola con calma simulata:—Tu conosci la storia miseranda del celebre Tartini. Egli morì in una notte di sabbato, strangolato dal suo demonio familiare che gli aveva insegnato la maniera di dare anima al violino, incorporando in esso lo spirito di una vergine. Paganini ha fatto di più. Paganini, per comunicare al proprio istromento i gemiti, i gridi desolati, le note più strazianti della voce umana, si è fatto assassino dell'uomo che più gli era affezionato sulla terra, e coi visceri della sua vittima ha composto le quattro corde del suo violino fatato. Eccoti il segreto di quel fascino, di quella potenza irresistibile di suoni, che tu, mio povero Franz, non potresti mai uguagliare, se prima...E il vecchio troncò a mezzo la frase.La sua voce era paralizzata da uno sgomento misterioso.Franz, abbassando gli occhi, uscì dopo alcuni minuti in questa domanda:—E tu credi, Samuele, che arriverei anch'io ad ottenere gli effetti inauditi, a suscitare gli entusiasmi di Paganini, qualora le corde del mio istromento fossero composte di fibra umana?—Pur troppo!—esclamò il maestro con singolareespressione—ma per ottenere l'intento, non basta che le corde sieno composte di fibra umana; è necessario che questa fibra abbia fatto parte di un corpo simpatico. Tartini comunicò la vita al proprio violino, introducendo in esso l'anima di una vergine—ma quella vergine era morta di amore per lui; e il satanico artista, assistendola nelle ultime agonie, a mezzo di una cannuccia, avea fatto passare nello istromento lo spirito della moribonda. Quanto a Paganini, t'ho già detto che egli assassinò il migliore dei suoi amici, la persona che più gli era legata di benevolenza—e la assassinò per strappargli le viscere e per convertirle in altrettante corde da suono.—Oh! la voce umana!—il miracolo della voce umana, proseguì Samuele dopo breve silenzio.—Credi tu dunque, mio povero Franz, che io non ti avrei insegnato a produrla, se questa si potesse ottenere coi mezzi dell'arte, di quell'arte nobile e santa che vuol vivere di sè stessa, che vuol risplendere della sua propria luce, che disdegna le bassezze e le ciurmerie, che ha in orrore i delitti?Franz non ebbe forza di proferire un accento. Si levò in piedi con una pacatezza sinistra che rivelava la più profonda agitazione—prese in mano il violino—fissò nelle corde un'occhiata sprezzante e minacciosa—e poi, afferratele con impeto convulso, le strappò dallo istrumento.Il vecchio Samuele mandò un grido. Le corde ridotte a gomitolo erano state lanciate nelle brage del caminetto, e quivi si contorcevano stridendo, come al contatto del fuoco un gruppo di serpenti assiderati.Samuele tolse dalla tavola un candeliere, e si avviò alla sua camera da letto senza salutare l'allievo.Passarono settimane—passarono mesi. Una cupa malinconia si era impossessata di Franz. Il violino, vedovo delle corde, pendeva dalla parete, polveroso e negletto. Samuele e Franz pranzavano insieme ogni giorno e ogni sera stavano assisi l'uno di fronte all'altro, nel medesimo salottino—ma l'uno non osavarivolgere all'altro la parola—si guardavano in silenzio come due muti. Dal momento che il violino non ebbe più corde, anche quei due esseri animati parvero smarrire l'uso della favella.—È tempo che ciò finisca!—esclamò finalmente il vecchio Samuele. E quella sera, prima di ritirarsi nella camera da letto, si accostò all'amico per imprimergli un bacio sulla fronte. Franz si riscosse dal suo triste letargo, e ripetè meccanicamente le parole del maestro—«È tempo che ciò finisca!»Si separarono—e ciascuno andò a coricarsi.All'indomani, quando Franz aperse gli occhi alla luce del giorno, si meravigliò di non trovare vicino al suo letto il vecchio maestro che era solito levarsi prima di lui.—Samuele! mio buono... mio ottimo Samuele!—gridò Franz balzando dalle coltri per slanciarsi nella camera del maestro.Franz fu atterrito dalla propria voce, ma più ancora dal silenzio lugubre che a quella rispose.Vi sono dei silenzi profondi che annunziano la morte.Presso al letto dei cadaveri e nel vano delle tombe, il silenzio acquista una intensità misteriosa che colpisce l'anima di terrore.La severa testa di Samuele giaceva irrigidita sul capezzale—i contorni salienti di quella testa erano una fronte calva sfolgorante di luce e una barba grigia accuminata che pareva erigersi al cielo.Alla vista di quel cadavere Franz provò una scossa terribile—ma la natura dell'uomo e la natura dell'artista si risentirono in lui ad un medesimo tempo, e in quella lotta di sentimenti, il dolore rimase ben tosto paralizzato. Le passioni dell'artista prevalsero sui più teneri istinti dell'uomo, e li soffocarono.Una lettera all'indirizzo di Franz giaceva sulla tavola da notte.—Il violinista l'aperse tremando:«Mio caro Franz,«Al momento in cui leggerai questo scritto, avrò compiuto il più grande e l'ultimo sacrifizio che io, tuo maestro e tuo unico amico, poteva fare per latua gloria.—La persona, che al mondo ti amava sopra ogni altro, non è più che un corpo insensibile: del tuo vecchio maestro non rimane oggimai a te dinanzi che la materia organica impassibile. Io non ti suggerirò ciò che ti resta a fare.»Non lasciarti atterrire da scrupoli vani o da stolte superstizioni.—Io ti immolo il mio cadavere perchè tu abbia ad usarne per la tua gloria—ti macchieresti della più nera ingratitudine rendendo vano il mio sacrificio.—Quando tu avrai ridonate le corde al tuo violino—quando queste corde si comporranno della mia fibra, e avranno la voce, il gemito, il pianto del mio fervido amore—allora, o Franz, non temere di nessuno,—allora prendi il tuo istrumento, mettiti sulle orme dell'uomo che ci ha fatto tanto male—presentati nel campo dov'egli superbamente ha potuto imperare fino a questo giorno—gettagli in volto il tuo guanto di sfida! Oh! sentirai come la nota di amore uscirà potente dal tuo violino, quando tu, accarezzando le corde, ti sovverrai che desse furono parte del tuo vecchio maestro, che ora ti bacia per l'ultima volta e ti benedice.Samuele.»Due lacrime sgorgarono dagli occhi di Franz, ma tosto parvero essiccarsi per effetto di una vampa latente. Le pupille del fantastico suonatore, fisse nel morto, lampeggiavano come quelle della strige.La nostra penna rifugge dal descrivere ciò che accadde in quella stanza di morte, dacchè i medici ebbero praticata l'autopsia del cadavere.—A noi basti accennare che le ultime volontà dell'eroico Samuele vennero compiute, che Franz non esitò punto a procacciarsi le corde fatali onde egli sperava dar anima al suo violino.Quelle corde, di là a quindici giorni, erano distese sullo stromento. Franz non osava guardarle. Una sera volle provarsi a suonare, ma l'arco gli tremava nella mano come lama di stocco nel pugno di un assassino esordiente.—Non importa! esclamò Franz, rinserrando il violino nella cassetta—questi sciocchi terrori spariranno quando io mi troverò in presenza del mio potente rivale. La volontà del mio povero Samuele vuol essere compita... sarà un grande trionfo per me e per lui... se riescirò ad uguagliare... a superare Paganini!Ma il celebre violinista non era più a Parigi. A quell'epoca Paganini dava al teatro di Gand una serie di concerti.Una sera, mentre il diabolico artista sedeva a mensa circondato da una eletta compagnia di musicisti, Franz entrò nella sala dell'albergo, e muovendo all'indirizzo di Paganini, senza dir motto, gli consegnò un biglietto di visita.Paganini lesse—lanciò sullo sconosciuto una di quelle occhiate fulminee cui l'occhio più temerario non può sostenere—ma vedendo che l'altro teneva fermo e pareva a sua volta sfidarlo colla impassibilità dello sguardo: Signore, gli disse con voce secca, i vostri desiderii saranno esauditi!—E Franz, salutando cortesemente i convitati, uscì dalla sala.Due giorni dopo, nella città di Gand era esposto un avviso che annunziava l'ultimo concerto di Paganini. Nelle ultime linee del programma, stampato a lettere cubitali, spiccava una nota singolare che eccitava in sommo grado la pubblica curiosità, ed era oggetto di mille commenti!In detta sera, diceva la nota, si produrrà per la prima volta l'egregio violinista alemanno signor Franz Sthoeny, il quale si è recato espressamente a Gand per gettare il guanto di sfida all'illustre Paganini, dichiarandosi pronto a competere con lui nella esecuzione dei pezzi più difficili. Avendo l'illustre Paganini accettata la sfida, il signor Franz Sthoeny dovrà eseguire, in confronto dell'insuperato violinista, la famosafantasia-capriccioche si intitolale streghe.L'effetto di quell'annunzio fu magnetico. Paganini, che in mezzo alle agitazioni ed ai trionfi, non perdeva mai d'occhio il punto luminoso della speculazione,credette bene, per quella occasione, di rincarire del doppio il prezzo dei biglietti.—È inutile dire ch'egli aveva calcolato perfettamente. Tutta la città di Gand, quella sera, parve riversarsi in teatro.All'ora terribile del cimento, Franz si recò nella sala del ridotto, dove Paganini lo aveva preceduto.—Bravo figliuolo! avete fatto bene ad anticipare la vostra venuta—disse Paganini—sarà bene che noi invertiamo l'ordine del programma. Mi preme di sbrigare questa faccenda, per non essere disturbato nella esecuzione degli altri miei pezzi.—Siete voi pronto?—Io sono ai vostri ordini, rispose Franz pacatamente.Paganini fece alzare il sipario e tosto si presentò al proscenio fra un uragano di applausi e di grida frenetiche.Non mai l'artista italiano, nell'eseguire quella diabolica composizione che si intitola leStreghe, aveva rivelato una potenza così diabolica. Le corde del violino, sotto la pressione delle falangi scarnate, si contorcevano come viscere palpitanti—l'occhio satanico del violinista evocava l'inferno dalle cavità misteriose del suo istromento.—I suoni prendevano forma, e, intorno a quel mago dell'arte, parevano danzare oscenamente delle figure fantastiche. Nel vuoto del palco scenico una inesplicabile fantasmagoria formata dalle vibrazioni sonore rappresentava le orgie invereconde e gli osceni connubi del Sabba.Quando Paganini potè finalmente ritirarsi dalla scena, ove ad ogni tratto lo richiamavano le strepitose acclamazioni del pubblico, nella sala del ridotto incontrò Franz che aveva finito di accordare il violino, e già muoveva per slanciarsi nell'arringo.Paganini rimase stupito nel mirare l'impassibilità del suo competitore, e l'aria di sicurezza che gli brillava nel volto.Franz si avanzò verso il proscenio, accolto da un silenzio glaciale. Soggiogati dal fascino di Paganini, gli spettatori guardavano il nuovo arrivato come si guarda un povero ebete, che affronta un assurdo cimento.Nullameno, alle prime arcate di Franz, l'attenzione degli spettatori si fece vivissima.Franz era un esecutore abilissimo, uno di quegli esecutori pei quali la difficoltà non esiste. Il vecchio Samuele non aveva mentito il giorno in cui gli aveva detto: io ti ho insegnato tutto ciò che si può insegnare, e tu hai imparato tutto quello che si può apprendere.Ma ciò che Franz aveva sognato di ottenere per effetto delle corde simpatiche; il gemito della passione, il grido straziante dell'agonia, il ruggito della foresta e l'ululo dei dannati—ciò che il vecchio Samuele avrebbe voluto comunicare al suo allievo ed amico, immolandogli se stesso e dotando di corde umane lo strumento di lui—tutto questo edifizio di illusioni, di speranze, che nell'anima dell'artista alemanno si erano tramutate in fede sicura—tutto svanì in un istante..Sotto il colpo di un terribile disinganno, Franz smarrì il coraggio e le forze.... Invocò sommessamente il nome del defunto maestro—lo pregò... lo maledì nel segreto dell'anima sua—lo gridò traditore, scellerato. Poi, stanco della prova, disperato dell'esito, strappò dal violino le corde fatali, le gettò al suolo, e si fece a calpestarle con rabbia feroce.—È pazzo! è pazzo!—fermatelo... soccorretelo! gridarono cento voci dalla platea.Franz si allontanò dal proscenio, ed entrato precipitosamente nelle quinte, andò a prostrarsi ai piedi di Paganini.—Perdono! mille volte perdono!—gridò Franz con accento disperato—io aveva creduto... io aveva sperato...Paganini stese le braccia a quel povero sconfitto; lo sollevò da terra, e, abbracciandolo come un fratello, gli disse:—Tu hai suonato divinamente... tu sei un grande artista... ciò che ti manca...—Oh! so ben io ciò che mi manca—esclamò Franz singhiozzando; ma il vecchio Samuele mi ha tradito!....E Franz narrò a Paganini l'istoria delle corde umane, esponendogli ingenuamente le illusioni a cui si era affidato.—Povero Franz!—esclamò il violinista italiano con sarcastica pietà—tu hai dimenticato una circostanza per la quale le corde del tuo violino non potevano competere colle mie nella vivacità, nel calore, nell'impeto della passione... Non hai tu detto che il tuo vecchio maestro era tedesco?—Senza dubbio—egli era tedesco come io lo sono....—Ebbene: ecco appunto la circostanza sfavorevole—proseguì Paganini battendo sulla spalla del povero Franz.—Un'altra volta, quando vorrai comunicare al tuo violino l'anima, il fuoco, la passione, la vivacità che io possiedo, fa che le tue corde sieno composte di fibra italiana.E aggiunse sottovoce: «E fa anche di procacciarti, se lo puoi, un'anima da italiano».
Correva l'anno 1831.
Paganini, il diabolico Paganini, si era prodotto al teatro dell'Operain sei concerti, suscitando entusiasmi anche maggiori di quelli lo aveano accompagnato nelle sue trionfali escursioni in Italia e in Germania.—In presenza dell'artista fenomenale, alcuni professori d'orchestra del grande teatro aveano spezzato i loro strumenti.
Alla medesima epoca, era in Parigi un altro violinista dotato di una abilità straordinaria, ma tuttora ignorato nel gran mondo dell'arte. Si chiamava Franz Sthoeny;—era nato a Stocarda, e in quella città avea trascorso la gioventù nella pace della famiglia, alternando alle severe meditazioni della filosofia, gli esercizi dell'istrumento a quattro corde.
All'età di trentacinque anni, Franz era rimasto orfano e solo. Al morire della madre che lo avea adorato, che aveva esaurite per l'unico figlio tutte le economie di un patrimonio assai tenue, Franz si era accorto di esser povero.
La prospettiva dell'avvenire gli si era affacciata alla mente coi più lugubri colori.
Che fare?—Il suo vecchio maestro di musica Samuele Klauss si era incaricato di rispondere alla terribile domanda. E la risposta, muta di parole, era stata eloquente.
Klauss avea preso per mano il suo allievo diletto, e, condottolo nella piccola sala dove tante volte avevanodiviso insieme i fantastici diletti della musica, gli aveva additato la piccola cassetta dove il violino stava rinchiuso come un essere vivente in una tomba obbliata.
Quel cenno apriva a Franz Sthoeny una nuova carriera. Vendute le mobilie e le suppellettili della casa, l'artista era partito per Parigi in compagnia del suo maestro ed amico.
Prima che Paganini avesse dato al teatro dell'Operai suoi meravigliosi concerti, Franz si era fatta, per una serie di esperienze e di raffronti, una convinzione superba ed un proposito irremovibile.—La convinzione era questa: di ritenersi superiore a tutti i più rinomati violinisti ch'egli aveva uditi nella capitale della Francia—il proposito era di spezzare il proprio istrumento, e con esso la sua esistenza, qualora non fosse riuscito a tenere il primo posto fra i suonatori dell'epoca. Il vecchio Klauss si compiaceva di quel nobile orgoglio, e credeva, lusingandolo, di compiere in buona fede una sant'opera.
Ma prima di prodursi al cospetto del pubblico, Franz aveva aspettato con trepida impazienza che il tanto decantato italiano facesse le sue prove a Parigi. Il nome di Paganini era stato, per alcuni mesi, una spina rovente al cuore di Franz—un incubo, un fantasma minaccioso allo spirito del vecchio Samuele.
Sì l'uno che l'altro aveano più volte tremato per quel nome di artista—sì l'uno che l'altro avevano presagito sinistramente della sua venuta a Parigi.
Chi può descrivere le ansie, gli spasimi, gli atroci entusiasmi di quella nefasta serata?—Franz e Samuele, alle prime arcate di Paganini, avevano rabbrividito. Il maestro e l'allievo, compresi da un entusiasmo che era per entrambi angoscia tremenda, non osarono guardarsi in faccia, non che ricambiarsi un accento.
A mezzanotte, dopo il concerto, rientrarono muti e lugubri nel loro appartamento.
—Samuele!—disse Franz gettandosi sovra una seggiola con portamento disperato—va!... noi altrinon siamo buoni a nulla—hai capito?—a nulla!... proprio a nulla!...
Le rughe del vecchio maestro divennero livide.—Dopo breve silenzio, Samuele riprese con voce cupa:
—Eppure tu hai torto, Franz—io ti ho insegnato quanto si può insegnare da un maestro, e tu hai tutto imparato ciò che l'uomo può imparare dall'uomo. Qual colpa ci ho io, se questi dannati italiani, per primeggiare nel regno dell'arte, hanno ricorso alle ispirazioni del diavolo ed agli obbrobri della magia?...
Franz fissò gli occhi nel vecchio maestro con espressione sinistra:—quello sguardo parea dire: «ebbene! a che mai tanti scrupoli?... pur di elevarmi a tanta potenza nell'arte, ed io pure mi darei al diavolo, anima e corpo!»
Samuele indovinò quell'atroce pensiero, e riprese la parola con calma simulata:
—Tu conosci la storia miseranda del celebre Tartini. Egli morì in una notte di sabbato, strangolato dal suo demonio familiare che gli aveva insegnato la maniera di dare anima al violino, incorporando in esso lo spirito di una vergine. Paganini ha fatto di più. Paganini, per comunicare al proprio istromento i gemiti, i gridi desolati, le note più strazianti della voce umana, si è fatto assassino dell'uomo che più gli era affezionato sulla terra, e coi visceri della sua vittima ha composto le quattro corde del suo violino fatato. Eccoti il segreto di quel fascino, di quella potenza irresistibile di suoni, che tu, mio povero Franz, non potresti mai uguagliare, se prima...
E il vecchio troncò a mezzo la frase.
La sua voce era paralizzata da uno sgomento misterioso.
Franz, abbassando gli occhi, uscì dopo alcuni minuti in questa domanda:
—E tu credi, Samuele, che arriverei anch'io ad ottenere gli effetti inauditi, a suscitare gli entusiasmi di Paganini, qualora le corde del mio istromento fossero composte di fibra umana?
—Pur troppo!—esclamò il maestro con singolareespressione—ma per ottenere l'intento, non basta che le corde sieno composte di fibra umana; è necessario che questa fibra abbia fatto parte di un corpo simpatico. Tartini comunicò la vita al proprio violino, introducendo in esso l'anima di una vergine—ma quella vergine era morta di amore per lui; e il satanico artista, assistendola nelle ultime agonie, a mezzo di una cannuccia, avea fatto passare nello istromento lo spirito della moribonda. Quanto a Paganini, t'ho già detto che egli assassinò il migliore dei suoi amici, la persona che più gli era legata di benevolenza—e la assassinò per strappargli le viscere e per convertirle in altrettante corde da suono.
—Oh! la voce umana!—il miracolo della voce umana, proseguì Samuele dopo breve silenzio.—Credi tu dunque, mio povero Franz, che io non ti avrei insegnato a produrla, se questa si potesse ottenere coi mezzi dell'arte, di quell'arte nobile e santa che vuol vivere di sè stessa, che vuol risplendere della sua propria luce, che disdegna le bassezze e le ciurmerie, che ha in orrore i delitti?
Franz non ebbe forza di proferire un accento. Si levò in piedi con una pacatezza sinistra che rivelava la più profonda agitazione—prese in mano il violino—fissò nelle corde un'occhiata sprezzante e minacciosa—e poi, afferratele con impeto convulso, le strappò dallo istrumento.
Il vecchio Samuele mandò un grido. Le corde ridotte a gomitolo erano state lanciate nelle brage del caminetto, e quivi si contorcevano stridendo, come al contatto del fuoco un gruppo di serpenti assiderati.
Samuele tolse dalla tavola un candeliere, e si avviò alla sua camera da letto senza salutare l'allievo.
Passarono settimane—passarono mesi. Una cupa malinconia si era impossessata di Franz. Il violino, vedovo delle corde, pendeva dalla parete, polveroso e negletto. Samuele e Franz pranzavano insieme ogni giorno e ogni sera stavano assisi l'uno di fronte all'altro, nel medesimo salottino—ma l'uno non osavarivolgere all'altro la parola—si guardavano in silenzio come due muti. Dal momento che il violino non ebbe più corde, anche quei due esseri animati parvero smarrire l'uso della favella.
—È tempo che ciò finisca!—esclamò finalmente il vecchio Samuele. E quella sera, prima di ritirarsi nella camera da letto, si accostò all'amico per imprimergli un bacio sulla fronte. Franz si riscosse dal suo triste letargo, e ripetè meccanicamente le parole del maestro—«È tempo che ciò finisca!»
Si separarono—e ciascuno andò a coricarsi.
All'indomani, quando Franz aperse gli occhi alla luce del giorno, si meravigliò di non trovare vicino al suo letto il vecchio maestro che era solito levarsi prima di lui.
—Samuele! mio buono... mio ottimo Samuele!—gridò Franz balzando dalle coltri per slanciarsi nella camera del maestro.
Franz fu atterrito dalla propria voce, ma più ancora dal silenzio lugubre che a quella rispose.
Vi sono dei silenzi profondi che annunziano la morte.
Presso al letto dei cadaveri e nel vano delle tombe, il silenzio acquista una intensità misteriosa che colpisce l'anima di terrore.
La severa testa di Samuele giaceva irrigidita sul capezzale—i contorni salienti di quella testa erano una fronte calva sfolgorante di luce e una barba grigia accuminata che pareva erigersi al cielo.
Alla vista di quel cadavere Franz provò una scossa terribile—ma la natura dell'uomo e la natura dell'artista si risentirono in lui ad un medesimo tempo, e in quella lotta di sentimenti, il dolore rimase ben tosto paralizzato. Le passioni dell'artista prevalsero sui più teneri istinti dell'uomo, e li soffocarono.
Una lettera all'indirizzo di Franz giaceva sulla tavola da notte.—Il violinista l'aperse tremando:
«Mio caro Franz,
«Al momento in cui leggerai questo scritto, avrò compiuto il più grande e l'ultimo sacrifizio che io, tuo maestro e tuo unico amico, poteva fare per latua gloria.—La persona, che al mondo ti amava sopra ogni altro, non è più che un corpo insensibile: del tuo vecchio maestro non rimane oggimai a te dinanzi che la materia organica impassibile. Io non ti suggerirò ciò che ti resta a fare.
»Non lasciarti atterrire da scrupoli vani o da stolte superstizioni.—Io ti immolo il mio cadavere perchè tu abbia ad usarne per la tua gloria—ti macchieresti della più nera ingratitudine rendendo vano il mio sacrificio.—Quando tu avrai ridonate le corde al tuo violino—quando queste corde si comporranno della mia fibra, e avranno la voce, il gemito, il pianto del mio fervido amore—allora, o Franz, non temere di nessuno,—allora prendi il tuo istrumento, mettiti sulle orme dell'uomo che ci ha fatto tanto male—presentati nel campo dov'egli superbamente ha potuto imperare fino a questo giorno—gettagli in volto il tuo guanto di sfida! Oh! sentirai come la nota di amore uscirà potente dal tuo violino, quando tu, accarezzando le corde, ti sovverrai che desse furono parte del tuo vecchio maestro, che ora ti bacia per l'ultima volta e ti benedice.
Samuele.»
Due lacrime sgorgarono dagli occhi di Franz, ma tosto parvero essiccarsi per effetto di una vampa latente. Le pupille del fantastico suonatore, fisse nel morto, lampeggiavano come quelle della strige.
La nostra penna rifugge dal descrivere ciò che accadde in quella stanza di morte, dacchè i medici ebbero praticata l'autopsia del cadavere.—A noi basti accennare che le ultime volontà dell'eroico Samuele vennero compiute, che Franz non esitò punto a procacciarsi le corde fatali onde egli sperava dar anima al suo violino.
Quelle corde, di là a quindici giorni, erano distese sullo stromento. Franz non osava guardarle. Una sera volle provarsi a suonare, ma l'arco gli tremava nella mano come lama di stocco nel pugno di un assassino esordiente.
—Non importa! esclamò Franz, rinserrando il violino nella cassetta—questi sciocchi terrori spariranno quando io mi troverò in presenza del mio potente rivale. La volontà del mio povero Samuele vuol essere compita... sarà un grande trionfo per me e per lui... se riescirò ad uguagliare... a superare Paganini!
Ma il celebre violinista non era più a Parigi. A quell'epoca Paganini dava al teatro di Gand una serie di concerti.
Una sera, mentre il diabolico artista sedeva a mensa circondato da una eletta compagnia di musicisti, Franz entrò nella sala dell'albergo, e muovendo all'indirizzo di Paganini, senza dir motto, gli consegnò un biglietto di visita.
Paganini lesse—lanciò sullo sconosciuto una di quelle occhiate fulminee cui l'occhio più temerario non può sostenere—ma vedendo che l'altro teneva fermo e pareva a sua volta sfidarlo colla impassibilità dello sguardo: Signore, gli disse con voce secca, i vostri desiderii saranno esauditi!—E Franz, salutando cortesemente i convitati, uscì dalla sala.
Due giorni dopo, nella città di Gand era esposto un avviso che annunziava l'ultimo concerto di Paganini. Nelle ultime linee del programma, stampato a lettere cubitali, spiccava una nota singolare che eccitava in sommo grado la pubblica curiosità, ed era oggetto di mille commenti!
In detta sera, diceva la nota, si produrrà per la prima volta l'egregio violinista alemanno signor Franz Sthoeny, il quale si è recato espressamente a Gand per gettare il guanto di sfida all'illustre Paganini, dichiarandosi pronto a competere con lui nella esecuzione dei pezzi più difficili. Avendo l'illustre Paganini accettata la sfida, il signor Franz Sthoeny dovrà eseguire, in confronto dell'insuperato violinista, la famosafantasia-capriccioche si intitolale streghe.
L'effetto di quell'annunzio fu magnetico. Paganini, che in mezzo alle agitazioni ed ai trionfi, non perdeva mai d'occhio il punto luminoso della speculazione,credette bene, per quella occasione, di rincarire del doppio il prezzo dei biglietti.—È inutile dire ch'egli aveva calcolato perfettamente. Tutta la città di Gand, quella sera, parve riversarsi in teatro.
All'ora terribile del cimento, Franz si recò nella sala del ridotto, dove Paganini lo aveva preceduto.
—Bravo figliuolo! avete fatto bene ad anticipare la vostra venuta—disse Paganini—sarà bene che noi invertiamo l'ordine del programma. Mi preme di sbrigare questa faccenda, per non essere disturbato nella esecuzione degli altri miei pezzi.—Siete voi pronto?
—Io sono ai vostri ordini, rispose Franz pacatamente.
Paganini fece alzare il sipario e tosto si presentò al proscenio fra un uragano di applausi e di grida frenetiche.
Non mai l'artista italiano, nell'eseguire quella diabolica composizione che si intitola leStreghe, aveva rivelato una potenza così diabolica. Le corde del violino, sotto la pressione delle falangi scarnate, si contorcevano come viscere palpitanti—l'occhio satanico del violinista evocava l'inferno dalle cavità misteriose del suo istromento.—I suoni prendevano forma, e, intorno a quel mago dell'arte, parevano danzare oscenamente delle figure fantastiche. Nel vuoto del palco scenico una inesplicabile fantasmagoria formata dalle vibrazioni sonore rappresentava le orgie invereconde e gli osceni connubi del Sabba.
Quando Paganini potè finalmente ritirarsi dalla scena, ove ad ogni tratto lo richiamavano le strepitose acclamazioni del pubblico, nella sala del ridotto incontrò Franz che aveva finito di accordare il violino, e già muoveva per slanciarsi nell'arringo.
Paganini rimase stupito nel mirare l'impassibilità del suo competitore, e l'aria di sicurezza che gli brillava nel volto.
Franz si avanzò verso il proscenio, accolto da un silenzio glaciale. Soggiogati dal fascino di Paganini, gli spettatori guardavano il nuovo arrivato come si guarda un povero ebete, che affronta un assurdo cimento.
Nullameno, alle prime arcate di Franz, l'attenzione degli spettatori si fece vivissima.
Franz era un esecutore abilissimo, uno di quegli esecutori pei quali la difficoltà non esiste. Il vecchio Samuele non aveva mentito il giorno in cui gli aveva detto: io ti ho insegnato tutto ciò che si può insegnare, e tu hai imparato tutto quello che si può apprendere.
Ma ciò che Franz aveva sognato di ottenere per effetto delle corde simpatiche; il gemito della passione, il grido straziante dell'agonia, il ruggito della foresta e l'ululo dei dannati—ciò che il vecchio Samuele avrebbe voluto comunicare al suo allievo ed amico, immolandogli se stesso e dotando di corde umane lo strumento di lui—tutto questo edifizio di illusioni, di speranze, che nell'anima dell'artista alemanno si erano tramutate in fede sicura—tutto svanì in un istante..
Sotto il colpo di un terribile disinganno, Franz smarrì il coraggio e le forze.... Invocò sommessamente il nome del defunto maestro—lo pregò... lo maledì nel segreto dell'anima sua—lo gridò traditore, scellerato. Poi, stanco della prova, disperato dell'esito, strappò dal violino le corde fatali, le gettò al suolo, e si fece a calpestarle con rabbia feroce.
—È pazzo! è pazzo!—fermatelo... soccorretelo! gridarono cento voci dalla platea.
Franz si allontanò dal proscenio, ed entrato precipitosamente nelle quinte, andò a prostrarsi ai piedi di Paganini.
—Perdono! mille volte perdono!—gridò Franz con accento disperato—io aveva creduto... io aveva sperato...
Paganini stese le braccia a quel povero sconfitto; lo sollevò da terra, e, abbracciandolo come un fratello, gli disse:
—Tu hai suonato divinamente... tu sei un grande artista... ciò che ti manca...
—Oh! so ben io ciò che mi manca—esclamò Franz singhiozzando; ma il vecchio Samuele mi ha tradito!....
E Franz narrò a Paganini l'istoria delle corde umane, esponendogli ingenuamente le illusioni a cui si era affidato.
—Povero Franz!—esclamò il violinista italiano con sarcastica pietà—tu hai dimenticato una circostanza per la quale le corde del tuo violino non potevano competere colle mie nella vivacità, nel calore, nell'impeto della passione... Non hai tu detto che il tuo vecchio maestro era tedesco?
—Senza dubbio—egli era tedesco come io lo sono....
—Ebbene: ecco appunto la circostanza sfavorevole—proseguì Paganini battendo sulla spalla del povero Franz.—Un'altra volta, quando vorrai comunicare al tuo violino l'anima, il fuoco, la passione, la vivacità che io possiedo, fa che le tue corde sieno composte di fibra italiana.
E aggiunse sottovoce: «E fa anche di procacciarti, se lo puoi, un'anima da italiano».
La Tromba di RublyOgni giorno la cronaca dei giornali registra un suicidio per amore.Eppure: sentiteli un po', questi imberbi filosofi dello scetticismo! Interrogatele, queste larve nuotanti nella seta e nei pizzi, queste mummie intonacate di cosmetico che si chiamano le donne del gran mondo!Vi diranno che l'amore è una metafora da poeti, un mito ingegnoso e gentile, con che si piacquero gli idealisti raffigurare l'attrazione fisica dei due sessi.E frattanto, i figli della ignobile plebe amano e si uccidono—e mentre una bella fanciulla del popolo, irradiata di innocenza e di giovinezza tacitamente e coll'estasi in volto, dà il fuoco ai carboni che devono addormentarla per sempre; un colpo di pistola annunzia la fine di un appassionato artista, di un povero operaio, di un bersagliere animoso, i quali lasciarono scritto col loro sangue queste due sante parole: ho amato!Il suicidio è una grande follia, forse... un delitto; ma le follie e i delitti qualche volta rappresentano l'unico sintomo vitale di una generazione. Le anime candide e serene, che respirano l'amore, hanno bisogno, per rattemprare la loro fede, che qualcuno sparisca dal mondo per aver troppo amato. L'amore è la religione del cuore; è necessario che essa abbia i suoi martiri.Era un giovane suonatore di tromba, nato—se non m'inganno—sulle coste della Dalmazia, e venutoadolescente a domiciliarsi in Venezia, dove all'età di venti anni aveva preso posto nell'orchestra del teatro laFenice.Paolo Rubly aveva sortito dalla natura una di quelle fisonomie caratteristiche, le quali, in chi le abbia vedute una volta, lasciano una impressione indelebile.Mi ricordo di esser partito con lui da Venezia, nell'estate del 1857. Egli recavasi a Padova per suonare alla fiera del Santo; io doveva proseguire sino a Milano.Appena lo vidi entrare nella sala d'aspetto, i miei occhi, il mio cuore, tutta l'anima mia furono assorti in lui e nella giovine donna che si appoggiava al di lui braccio.La più parte dei viaggiatori, vedendolo entrare nella sala, rimasero ugualmente impressionati. Nel volto di tutti io lessi una commozione di vivissima simpatia.—Chi sono?—domandai ad un signore veneziano che li aveva salutati.—È il Rubly... un professore della Fenice.... un bravo professore di tromba; e la poveretta che gli sta al fianco è sua moglie—una sposina da tre mesi che forse non ne vivrà altrettanti.—Voi credete, signore?—Guardatela bene, e vedrete che non c'è luogo ad illudersi.... Là dentro ci lavora ilmal sottileda un pezzo.Mentre noi parlavamo, il giovine, colla sua pallida compagna, si era posto a sedere in un angolo della sala.Si tenevano allacciati per le mani con ingenua famigliarità, come due fanciulli—si parlavano cogli sguardi.... coi sorrisi.... come non è dato parlarsi colla voce—Ma i sorrisi erano brevi, e spegnendosi, non lasciavano traccia, o solo una traccia di dolore.La campanella invitava i viaggiatori a salire nel convoglio; tutti si precipitarono verso la porta. Io feci come gli altri—e, lasciando dietro me quei due simpatici personaggi che tanto mi avevano interessato, andai in cerca del mio vagone di seconda classe.Sbadatamente entrai in uno di quei compartimenti dove non è permesso fumare, e già io muoveva per uscirne, quando mi si affacciarono i due giovani sposi che accennavano di voler salire.—Qui dentro non si fuma? domandò languidamente la donna.—No, Maria! E poi.... non c'è che un solo viaggiatore... e tu potrai adagiarti comodamente.In luogo di discendere, io mi ritirai verso l'estremità della carrozza—i due sposi vennero a collocarsi sulla panchetta che stava di fronte alla mia, e, come se nessuno fosse là ad osservarli, la giovane donna abbandonò la sua pallida testa sulla spalla del marito, e questi la attirò a sè dolcemente, accarezzando i bruni capelli e baciando la pallida fronte.—Ciò le farà bene—mi disse—vedrete ch'ella dormirà tosto.E mi parlava come se io lo conoscessi da un pezzo, come se io, consapevole d'ogni sua disavventura e partecipe de' suoi dolori, avessi a ritrarre qualche conforto dalle sue parole.Poco dopo (il convoglio era già uscito dalla stazione, e quell'uomo singolare non aveva mai levati gli occhi dalla sua donna) egli portò l'indice al labbro, e volgendosi a me colla espressione della più viva compiacenza «ella dorme!—mi disse—così giungerà a Padova senza avvedersene—non soffrirà! Osservate! Quando ella dorme, la sue guancie prendono un bel colore di rosa... Credete voi che la sua malattia sia grave?»Io rimasi colpito da quella inattesa interpellanza, ma più ancora dall'ansia affannosa ond'egli attendeva la mia risposta.Tentai di rassicurarlo. Gli feci osservare che il respiro della dormente era dolce e regolarissimo.Per tutta risposta, egli mi strinse la mano—e stette parecchi minuti senza profferire parola.Poi, contemplando con espressione ineffabile la povera malata—no! non è possibile!....—parlava fra sè—una donna non può morire quando è amata come tu la sei, o mia buona Maria!—E voltosi dinuovo a me «Io credo, mi disse, che se questa poveretta avesse a morire, ella mi trarrebbe seco inesorabilmente dopo pochi giorni, o io avrei tale potenza da farla rivivere!»Queste parole mi afflissero come un lugubre vaticinio.—Ed ora, nel ricordarle, mi sento commuovere da superstizioso terrore, poichè la fine del povero suonatore di tromba fu quale egli stesso la aveva preconizzata in quel giorno.Quel signore, che alla stazione della ferrovia aveva presagita la prossima fine dell'ammalata, non si era punto ingannato.Quella debole fiammella, che era l'anima della povera Maria, a Padova si andava spegnendo di ora in ora. Finita la fiera del Santo, la malata espresse il desiderio di trasferirsi ad un paesetto in vicinanza dei colli Euganei,—dove—sperava ella—avrebbe respirato la salute e la vita. Una mattina fu veduta uscire dalla città una grande carrozza tirata da un solo cavallo che andava al passo. Dentro la carrozza, adagiata tra quattro guanciali, stava la pallida Maria sorridendo mestamente al marito che, seduto di faccia, la accarezzava con sguardi di madre.Giunsero al paesello in sull'ora del tramonto. Dalle colline verdeggianti spirava il tiepido soffio della vita—da ogni parte un cinguettio, un tripudio, una festa. Le contadine uscivano dalle case, e vedendo passare quel lento convoglio, cessavano dal canto e guardavano attonite.La carrozza si fermò presso una casetta di fresco costruita, bianca come una sposa.Il Rubly scese a terra.—Ah! siamo dunque arrivati! Grazie... Paolo!...come si sta bene qui... Oh... qui... non si può morire.—Vedrai... vedrai la bella stanzetta che ti ho preparata! No... non muoverti, Maria!... Lascia aprire la porta... e poi... Ecco... hanno aperto!... Ora vieni!...Così parlando, il Rubly si prese fra le braccia la donna, e questa si abbandonò a lui come una bimba dormente—e così entrarono nella casetta, e salirono al piano superiore.«Che Iddio le renda la salute»—esclamò una giovane donna, facendo il segno della croce.—I fanciulli, che erano accorsi festosamente all'arrivo della carrozza, d'un tratto ammutirono. Un vecchio prete crollò la testa mormorando: «Sarà bene che io non mi allontani!»Il Rubly frattanto entrava in una cameretta al primo piano, e, deponendo sovra un candido letticciuolo la gracile creatura che non aveva parlato sin là—qui starai bene—diceva—qui vivrai felice, Maria! Domattina verranno gli uccelletti a svegliarti come il giorno... ti ricordi?—Fu appunto in una stanzetta come questa che noi ci siamo destati all'indomani del nostro matrimonio... Tu hai schiuse le finestre allo spuntare dell'alba ed hai esclamato: come il mondo è felice!Maria aperse gli occhi—portò la mano alla fronte di Paolo, e, accarezzandogli i capelli—è tempo che tu ti riposi, gli disse, son due notti che non dormi—va!—domattina sarai tu che aprirai le finestre; sarai tu che farai entrare nella stanza la bella luce dell'alba. Se dormo, svegliami... Vedrai come sarò bella... come sarò allegra domani!La tisi ha un presagio infallibile di morte, la gioia. Quando il povero Rubly si destò all'indomani, quando ebbe schiuse le finestre per dar adito alla luce, chiamò dolcemente per nome la sua Maria, ma questa non rispose. La chiamò una seconda volta baciandola in fronte, ma le sue labbra sentirono in quel bacio i geli della morte. Dalle finestre si versava nella stanzetta il tripudio mattutino della natura; ai riflessi di quell'alba, il mondo pareva ancora felice, ma nell'anima del Rubly entrava la notte e la disperazione. A Padova, a Venezia, si disse per alcun tempo che il professore di tromba del teatro laFeniceaveva smarrita la ragione. Era altresì corsa voce ch'egli si fosse suicidato sulla tomba della sua donna. Fatto è che dopo la morte di Maria, il Rubly divenne invisibile nel paesello dov'era accaduta la dolorosa catastrofe; nessuno ebbe più nuove di lui; non vi era quindi chi fosse in grado di darne agli altri.All'approssimarsi del carnevale, l'impresario della Fenice stava in forse di scritturare un altro professore di tromba per sostituirlo a questo assente misterioso, che non dava più segno di esistere; ma ecco sopraggiunge una inattesa lettera diretta al presidente del teatro—è il Rubly che annunzia il suo prossimo ritorno a Venezia, che promette di trovarsi al suo posto la sera della prima prova d'orchestra.Il Rubly, all'ora fissata, entrò nel teatro e si assise dinanzi al leggio senza far motto ai colleghi. La sua nobile fisonomia, improntata di mestizia serena, attraeva irresistibilmente gli sguardi. Nessuno osava interrompere quel misterioso silenzio, nel quale si rivelava un profondo cordoglio e una speranza sublime.Ma ciò che sorprese, ciò che scosse di ineffabile meraviglia i professori dell'orchestra, fu il primo squillo che il Rubly evocò dalla tromba—un squillo potente, febbrile, convulso, ma pieno di dolcezza.La prova fu sospesa per un istante. Tutti i professori si alzarono come un sol uomo per fissare in volto l'artista.Il Rubly comprese il suo trionfo, e senza levarsi dallo sgabello salutò i colleghi con uno sguardo irradiato di gioia.—Poi, come uno che parli a sè stesso: non basta ancora, mormorò sommessamente—ma quattro o cinque mesi di esercizio costante mi renderanno onnipotente.In quel carnevale, la tromba del Rubly divenne famosa a Venezia, e i frequentatori del teatro la Fenice, ad ogni nuova rappresentazione, notavano nell'artista un sensibile progresso. Le signore di temperamento delicato, al prorompere di quegli squilli, impallidivano—gli uomini di carattere appassionato si sentivano compresi da una tristezza inesplicabile, e qualche volta erano costretti a fuggire dal teatro, come si fugge, per istinto, da ciò che affascina e soggioga.Il Rubly era additato nelle vie come una eccentricità della specie umana. Egli passeggiava sempre solo: suoi occhi si affissavano, con rapida vicendaora al cielo ed ora alla terra, mutando ad ogni tratto espressione. I più lo dicevano pazzo.In quell'anno, uno spettacolo insolitamente grandioso si allestiva al teatro di Padova per la fiera del Santo. La stagione doveva aprirsi coll'operaRoberto il diavolo, concertata e diretta da Angelo Mariani.Il Rubly fu chiamato a far parte dell'orchestra.Tutti ricordano la fantastica evocazione di Beltrame nel convento di Santa Rosalia: tutti sanno come in quella stupenda ispirazione fantastica predomini lo squillo della tromba. Il Rubly, nell'accentare le potenti frasi del sublime maestro, divenne a sua volta sublime.—Quanti assistevano alla prova si sentirono, a quegli accenti, correre per le vene un brivido di terrore.Il direttore dell'orchestra impallidì—egli non ricordava di aver udito mai tanta potenza di suoni; gli pareva che quello squillo di tromba rappresentasse qualche cosa di sopranaturale, di divino.—E poichè nessuno alla fine di quel pezzo si levò per applaudire, tanto era lo stupore e lo sgomento di tutti, il Mariani, nel cupo silenzio della sala, si volse al Rubly:—«Quando Iddio avrà bisogno di una tromba per evocare dagli avelli i trapassati e chiamarli al finale giudizio, non potrà affidare meglio che a voi la solenne missione—voi siete predestinato ad essere l'arcangelo del giudizio universale.»A tali parole, insorse dall'orchestra e dal palco scenico un grido di approvazione.—Il Rubly non si mosse dal suo posto. Solamente affissò il direttore dell'orchestra colla espressione del dubbio e della speranza.—Poi abbassò il capo, e, stringendosi al petto lo strumento col trasporto d'un amico che abbraccia l'amico—ora, a noi due, esclamò sospirando—il momento è venuto!All'indomani, gli artisti del teatro erano convocati alla seconda prova—il Rubly non comparve. Al direttore dell'orchestra fu presentata una lettera nella quale era detto: «perdonate se oggi manco ai miei impegni—io sono chiamato altrove da una necessitàprepotente—se non torno fra ventiquattro ore, non contate di rivedermi più mai.» È egli necessario di aggiungere che quella lettera portava la firma del Rubly?...E voi avete già indovinato, o lettori, quale via abbia preso il povero suonatore di tromba.—Non chiamatelo pazzo—questa parola rappresenta la nefanda calunnia con che lo scettico mondo pretenderebbe demolire tutte le grandi e generose passioni. Il Rubly era dominato dall'esaltazione dell'amore.Arrivò nel paesello a un'ora di notte—visitò divotamente la camera dove era morta la sua Maria; poi andò tutto solo a vagare nei campi infino a quando dalle ville, dalle colline non si intese più suono di voce umana.—Il di lui volto, come il modo di camminare, nulla presentava di strano. Era calmo, sereno. Portava sotto le ascelle la sua tromba involta in una tela verde.Innanzi che battesse la mezzanotte, per una stradicciola obliqua, egli si diresse verso il piccolo Campo Santo che sottostava alla collina.Il paesello bianco, illuminato dalla luna, era muto. I viventi dormivano come i morti—le case non erano più animate delle tombe.Si accostò al muricciuolo—si guardò intorno—poi in un lampo lo sorpassò—Le croci erano scarse in quell'ultimo asilo dei poveri—ma una ve n'era, più bianca delle altre e costeggiata da un'ajuola di fiori.—Il Rubly si diresse a quella. Là, da circa un anno, giaceva la sua Maria.Si inginocchiò dinanzi alla croce, e curvata la testa, parlò sommessamente, come un giovane parla all'orecchio della sua innamorata. Dei suoni indistinti, dei susurri quasi impercettibili si alzavano dalle zolle.—Forse quella ardente fantasia di innamorato credette udire degli accenti conosciuti.«Io sono venuto, Maria!... Perdonami se mi sono fatto aspettare... Io ho sofferto al pari di te. Ma oramai non è più possibile che noi viviamo disgiunti—o tu verrai meco o io non partirò più da questo luogo.»Batteva la mezzanotte.—Il Rubly si alzò in piedi, e levato l'involto alla sua tromba, la portò alle labbra, e cominciò ad emettere degli squilli pieni di un fascino sovrumano. Non si può descrivere l'effetto di quei suoni, lanciati così improvvisamente a traverso i silenzi della notte, e ripercossi con varie gradazioni dagli echi delle case e delle colline.Quegli echi parevano la risposta dei sepolti, il gemito della umanità tutta intera che da un sonno profondo e misterioso si riscuote ai terrori della vita.Il villaggio sovrastante al cimitero si destò ai primi squilli—le finestre si illuminarono—si vedevano, attraverso la luce, agitarsi delle creature umane che avevano l'aspetto di ombre.Il Rubly, già stranamente impressionato dagli effetti sonori della propria tromba, parve ravvisare in quella reale agitazione di viventi il miracolo della risurrezione. Le upupe e le strigi, che spaventate battevano le ali mandando strida sinistre, crescevano le illusioni di quella scena fantastica...Vi fu un momento in cui gli squilli della tromba divennero spaventevoli. Le case dei viventi risposero con un grido di terrore.La era l'ultima crisi di un sublime delirio. A poco a poco, i suoni rallentarono; la disperazione parve placarsi, gli accenti illanguidirono e l'ultima voce limpida e amorosa, come la nota di un flauto, fu simile all'ultima favilla di una face che si spegne.Gli abitatori del villaggio chiusero le finestre, e si ritrassero nelle loro stanze.All'indomani, verso l'alba, il curato ed il sacrista entrarono nel Campo Santo, e quivi trovarono il povero Rubly abbracciato ad una croce di marmo. Lo chiamarono a nome, lo scossero leggermente. Quella nobile fronte era piena di sorriso e di luce, ma irrigidita dalla morte.La promessa di due anime innamorate si era compiuta.—Maria non era tornata al suo Paolo, ma questi era andato a lei.
Ogni giorno la cronaca dei giornali registra un suicidio per amore.
Eppure: sentiteli un po', questi imberbi filosofi dello scetticismo! Interrogatele, queste larve nuotanti nella seta e nei pizzi, queste mummie intonacate di cosmetico che si chiamano le donne del gran mondo!
Vi diranno che l'amore è una metafora da poeti, un mito ingegnoso e gentile, con che si piacquero gli idealisti raffigurare l'attrazione fisica dei due sessi.
E frattanto, i figli della ignobile plebe amano e si uccidono—e mentre una bella fanciulla del popolo, irradiata di innocenza e di giovinezza tacitamente e coll'estasi in volto, dà il fuoco ai carboni che devono addormentarla per sempre; un colpo di pistola annunzia la fine di un appassionato artista, di un povero operaio, di un bersagliere animoso, i quali lasciarono scritto col loro sangue queste due sante parole: ho amato!
Il suicidio è una grande follia, forse... un delitto; ma le follie e i delitti qualche volta rappresentano l'unico sintomo vitale di una generazione. Le anime candide e serene, che respirano l'amore, hanno bisogno, per rattemprare la loro fede, che qualcuno sparisca dal mondo per aver troppo amato. L'amore è la religione del cuore; è necessario che essa abbia i suoi martiri.
Era un giovane suonatore di tromba, nato—se non m'inganno—sulle coste della Dalmazia, e venutoadolescente a domiciliarsi in Venezia, dove all'età di venti anni aveva preso posto nell'orchestra del teatro laFenice.
Paolo Rubly aveva sortito dalla natura una di quelle fisonomie caratteristiche, le quali, in chi le abbia vedute una volta, lasciano una impressione indelebile.
Mi ricordo di esser partito con lui da Venezia, nell'estate del 1857. Egli recavasi a Padova per suonare alla fiera del Santo; io doveva proseguire sino a Milano.
Appena lo vidi entrare nella sala d'aspetto, i miei occhi, il mio cuore, tutta l'anima mia furono assorti in lui e nella giovine donna che si appoggiava al di lui braccio.
La più parte dei viaggiatori, vedendolo entrare nella sala, rimasero ugualmente impressionati. Nel volto di tutti io lessi una commozione di vivissima simpatia.
—Chi sono?—domandai ad un signore veneziano che li aveva salutati.
—È il Rubly... un professore della Fenice.... un bravo professore di tromba; e la poveretta che gli sta al fianco è sua moglie—una sposina da tre mesi che forse non ne vivrà altrettanti.
—Voi credete, signore?
—Guardatela bene, e vedrete che non c'è luogo ad illudersi.... Là dentro ci lavora ilmal sottileda un pezzo.
Mentre noi parlavamo, il giovine, colla sua pallida compagna, si era posto a sedere in un angolo della sala.
Si tenevano allacciati per le mani con ingenua famigliarità, come due fanciulli—si parlavano cogli sguardi.... coi sorrisi.... come non è dato parlarsi colla voce—Ma i sorrisi erano brevi, e spegnendosi, non lasciavano traccia, o solo una traccia di dolore.
La campanella invitava i viaggiatori a salire nel convoglio; tutti si precipitarono verso la porta. Io feci come gli altri—e, lasciando dietro me quei due simpatici personaggi che tanto mi avevano interessato, andai in cerca del mio vagone di seconda classe.
Sbadatamente entrai in uno di quei compartimenti dove non è permesso fumare, e già io muoveva per uscirne, quando mi si affacciarono i due giovani sposi che accennavano di voler salire.
—Qui dentro non si fuma? domandò languidamente la donna.
—No, Maria! E poi.... non c'è che un solo viaggiatore... e tu potrai adagiarti comodamente.
In luogo di discendere, io mi ritirai verso l'estremità della carrozza—i due sposi vennero a collocarsi sulla panchetta che stava di fronte alla mia, e, come se nessuno fosse là ad osservarli, la giovane donna abbandonò la sua pallida testa sulla spalla del marito, e questi la attirò a sè dolcemente, accarezzando i bruni capelli e baciando la pallida fronte.
—Ciò le farà bene—mi disse—vedrete ch'ella dormirà tosto.
E mi parlava come se io lo conoscessi da un pezzo, come se io, consapevole d'ogni sua disavventura e partecipe de' suoi dolori, avessi a ritrarre qualche conforto dalle sue parole.
Poco dopo (il convoglio era già uscito dalla stazione, e quell'uomo singolare non aveva mai levati gli occhi dalla sua donna) egli portò l'indice al labbro, e volgendosi a me colla espressione della più viva compiacenza «ella dorme!—mi disse—così giungerà a Padova senza avvedersene—non soffrirà! Osservate! Quando ella dorme, la sue guancie prendono un bel colore di rosa... Credete voi che la sua malattia sia grave?»
Io rimasi colpito da quella inattesa interpellanza, ma più ancora dall'ansia affannosa ond'egli attendeva la mia risposta.
Tentai di rassicurarlo. Gli feci osservare che il respiro della dormente era dolce e regolarissimo.
Per tutta risposta, egli mi strinse la mano—e stette parecchi minuti senza profferire parola.
Poi, contemplando con espressione ineffabile la povera malata—no! non è possibile!....—parlava fra sè—una donna non può morire quando è amata come tu la sei, o mia buona Maria!—E voltosi dinuovo a me «Io credo, mi disse, che se questa poveretta avesse a morire, ella mi trarrebbe seco inesorabilmente dopo pochi giorni, o io avrei tale potenza da farla rivivere!»
Queste parole mi afflissero come un lugubre vaticinio.—Ed ora, nel ricordarle, mi sento commuovere da superstizioso terrore, poichè la fine del povero suonatore di tromba fu quale egli stesso la aveva preconizzata in quel giorno.
Quel signore, che alla stazione della ferrovia aveva presagita la prossima fine dell'ammalata, non si era punto ingannato.
Quella debole fiammella, che era l'anima della povera Maria, a Padova si andava spegnendo di ora in ora. Finita la fiera del Santo, la malata espresse il desiderio di trasferirsi ad un paesetto in vicinanza dei colli Euganei,—dove—sperava ella—avrebbe respirato la salute e la vita. Una mattina fu veduta uscire dalla città una grande carrozza tirata da un solo cavallo che andava al passo. Dentro la carrozza, adagiata tra quattro guanciali, stava la pallida Maria sorridendo mestamente al marito che, seduto di faccia, la accarezzava con sguardi di madre.
Giunsero al paesello in sull'ora del tramonto. Dalle colline verdeggianti spirava il tiepido soffio della vita—da ogni parte un cinguettio, un tripudio, una festa. Le contadine uscivano dalle case, e vedendo passare quel lento convoglio, cessavano dal canto e guardavano attonite.
La carrozza si fermò presso una casetta di fresco costruita, bianca come una sposa.
Il Rubly scese a terra.
—Ah! siamo dunque arrivati! Grazie... Paolo!...come si sta bene qui... Oh... qui... non si può morire.
—Vedrai... vedrai la bella stanzetta che ti ho preparata! No... non muoverti, Maria!... Lascia aprire la porta... e poi... Ecco... hanno aperto!... Ora vieni!...
Così parlando, il Rubly si prese fra le braccia la donna, e questa si abbandonò a lui come una bimba dormente—e così entrarono nella casetta, e salirono al piano superiore.
«Che Iddio le renda la salute»—esclamò una giovane donna, facendo il segno della croce.—I fanciulli, che erano accorsi festosamente all'arrivo della carrozza, d'un tratto ammutirono. Un vecchio prete crollò la testa mormorando: «Sarà bene che io non mi allontani!»
Il Rubly frattanto entrava in una cameretta al primo piano, e, deponendo sovra un candido letticciuolo la gracile creatura che non aveva parlato sin là—qui starai bene—diceva—qui vivrai felice, Maria! Domattina verranno gli uccelletti a svegliarti come il giorno... ti ricordi?—Fu appunto in una stanzetta come questa che noi ci siamo destati all'indomani del nostro matrimonio... Tu hai schiuse le finestre allo spuntare dell'alba ed hai esclamato: come il mondo è felice!
Maria aperse gli occhi—portò la mano alla fronte di Paolo, e, accarezzandogli i capelli—è tempo che tu ti riposi, gli disse, son due notti che non dormi—va!—domattina sarai tu che aprirai le finestre; sarai tu che farai entrare nella stanza la bella luce dell'alba. Se dormo, svegliami... Vedrai come sarò bella... come sarò allegra domani!
La tisi ha un presagio infallibile di morte, la gioia. Quando il povero Rubly si destò all'indomani, quando ebbe schiuse le finestre per dar adito alla luce, chiamò dolcemente per nome la sua Maria, ma questa non rispose. La chiamò una seconda volta baciandola in fronte, ma le sue labbra sentirono in quel bacio i geli della morte. Dalle finestre si versava nella stanzetta il tripudio mattutino della natura; ai riflessi di quell'alba, il mondo pareva ancora felice, ma nell'anima del Rubly entrava la notte e la disperazione. A Padova, a Venezia, si disse per alcun tempo che il professore di tromba del teatro laFeniceaveva smarrita la ragione. Era altresì corsa voce ch'egli si fosse suicidato sulla tomba della sua donna. Fatto è che dopo la morte di Maria, il Rubly divenne invisibile nel paesello dov'era accaduta la dolorosa catastrofe; nessuno ebbe più nuove di lui; non vi era quindi chi fosse in grado di darne agli altri.
All'approssimarsi del carnevale, l'impresario della Fenice stava in forse di scritturare un altro professore di tromba per sostituirlo a questo assente misterioso, che non dava più segno di esistere; ma ecco sopraggiunge una inattesa lettera diretta al presidente del teatro—è il Rubly che annunzia il suo prossimo ritorno a Venezia, che promette di trovarsi al suo posto la sera della prima prova d'orchestra.
Il Rubly, all'ora fissata, entrò nel teatro e si assise dinanzi al leggio senza far motto ai colleghi. La sua nobile fisonomia, improntata di mestizia serena, attraeva irresistibilmente gli sguardi. Nessuno osava interrompere quel misterioso silenzio, nel quale si rivelava un profondo cordoglio e una speranza sublime.
Ma ciò che sorprese, ciò che scosse di ineffabile meraviglia i professori dell'orchestra, fu il primo squillo che il Rubly evocò dalla tromba—un squillo potente, febbrile, convulso, ma pieno di dolcezza.
La prova fu sospesa per un istante. Tutti i professori si alzarono come un sol uomo per fissare in volto l'artista.
Il Rubly comprese il suo trionfo, e senza levarsi dallo sgabello salutò i colleghi con uno sguardo irradiato di gioia.—Poi, come uno che parli a sè stesso: non basta ancora, mormorò sommessamente—ma quattro o cinque mesi di esercizio costante mi renderanno onnipotente.
In quel carnevale, la tromba del Rubly divenne famosa a Venezia, e i frequentatori del teatro la Fenice, ad ogni nuova rappresentazione, notavano nell'artista un sensibile progresso. Le signore di temperamento delicato, al prorompere di quegli squilli, impallidivano—gli uomini di carattere appassionato si sentivano compresi da una tristezza inesplicabile, e qualche volta erano costretti a fuggire dal teatro, come si fugge, per istinto, da ciò che affascina e soggioga.
Il Rubly era additato nelle vie come una eccentricità della specie umana. Egli passeggiava sempre solo: suoi occhi si affissavano, con rapida vicendaora al cielo ed ora alla terra, mutando ad ogni tratto espressione. I più lo dicevano pazzo.
In quell'anno, uno spettacolo insolitamente grandioso si allestiva al teatro di Padova per la fiera del Santo. La stagione doveva aprirsi coll'operaRoberto il diavolo, concertata e diretta da Angelo Mariani.
Il Rubly fu chiamato a far parte dell'orchestra.
Tutti ricordano la fantastica evocazione di Beltrame nel convento di Santa Rosalia: tutti sanno come in quella stupenda ispirazione fantastica predomini lo squillo della tromba. Il Rubly, nell'accentare le potenti frasi del sublime maestro, divenne a sua volta sublime.—Quanti assistevano alla prova si sentirono, a quegli accenti, correre per le vene un brivido di terrore.
Il direttore dell'orchestra impallidì—egli non ricordava di aver udito mai tanta potenza di suoni; gli pareva che quello squillo di tromba rappresentasse qualche cosa di sopranaturale, di divino.—E poichè nessuno alla fine di quel pezzo si levò per applaudire, tanto era lo stupore e lo sgomento di tutti, il Mariani, nel cupo silenzio della sala, si volse al Rubly:—«Quando Iddio avrà bisogno di una tromba per evocare dagli avelli i trapassati e chiamarli al finale giudizio, non potrà affidare meglio che a voi la solenne missione—voi siete predestinato ad essere l'arcangelo del giudizio universale.»
A tali parole, insorse dall'orchestra e dal palco scenico un grido di approvazione.—Il Rubly non si mosse dal suo posto. Solamente affissò il direttore dell'orchestra colla espressione del dubbio e della speranza.—Poi abbassò il capo, e, stringendosi al petto lo strumento col trasporto d'un amico che abbraccia l'amico—ora, a noi due, esclamò sospirando—il momento è venuto!
All'indomani, gli artisti del teatro erano convocati alla seconda prova—il Rubly non comparve. Al direttore dell'orchestra fu presentata una lettera nella quale era detto: «perdonate se oggi manco ai miei impegni—io sono chiamato altrove da una necessitàprepotente—se non torno fra ventiquattro ore, non contate di rivedermi più mai.» È egli necessario di aggiungere che quella lettera portava la firma del Rubly?...
E voi avete già indovinato, o lettori, quale via abbia preso il povero suonatore di tromba.—Non chiamatelo pazzo—questa parola rappresenta la nefanda calunnia con che lo scettico mondo pretenderebbe demolire tutte le grandi e generose passioni. Il Rubly era dominato dall'esaltazione dell'amore.
Arrivò nel paesello a un'ora di notte—visitò divotamente la camera dove era morta la sua Maria; poi andò tutto solo a vagare nei campi infino a quando dalle ville, dalle colline non si intese più suono di voce umana.—Il di lui volto, come il modo di camminare, nulla presentava di strano. Era calmo, sereno. Portava sotto le ascelle la sua tromba involta in una tela verde.
Innanzi che battesse la mezzanotte, per una stradicciola obliqua, egli si diresse verso il piccolo Campo Santo che sottostava alla collina.
Il paesello bianco, illuminato dalla luna, era muto. I viventi dormivano come i morti—le case non erano più animate delle tombe.
Si accostò al muricciuolo—si guardò intorno—poi in un lampo lo sorpassò—Le croci erano scarse in quell'ultimo asilo dei poveri—ma una ve n'era, più bianca delle altre e costeggiata da un'ajuola di fiori.—Il Rubly si diresse a quella. Là, da circa un anno, giaceva la sua Maria.
Si inginocchiò dinanzi alla croce, e curvata la testa, parlò sommessamente, come un giovane parla all'orecchio della sua innamorata. Dei suoni indistinti, dei susurri quasi impercettibili si alzavano dalle zolle.—Forse quella ardente fantasia di innamorato credette udire degli accenti conosciuti.
«Io sono venuto, Maria!... Perdonami se mi sono fatto aspettare... Io ho sofferto al pari di te. Ma oramai non è più possibile che noi viviamo disgiunti—o tu verrai meco o io non partirò più da questo luogo.»
Batteva la mezzanotte.—Il Rubly si alzò in piedi, e levato l'involto alla sua tromba, la portò alle labbra, e cominciò ad emettere degli squilli pieni di un fascino sovrumano. Non si può descrivere l'effetto di quei suoni, lanciati così improvvisamente a traverso i silenzi della notte, e ripercossi con varie gradazioni dagli echi delle case e delle colline.
Quegli echi parevano la risposta dei sepolti, il gemito della umanità tutta intera che da un sonno profondo e misterioso si riscuote ai terrori della vita.
Il villaggio sovrastante al cimitero si destò ai primi squilli—le finestre si illuminarono—si vedevano, attraverso la luce, agitarsi delle creature umane che avevano l'aspetto di ombre.
Il Rubly, già stranamente impressionato dagli effetti sonori della propria tromba, parve ravvisare in quella reale agitazione di viventi il miracolo della risurrezione. Le upupe e le strigi, che spaventate battevano le ali mandando strida sinistre, crescevano le illusioni di quella scena fantastica...
Vi fu un momento in cui gli squilli della tromba divennero spaventevoli. Le case dei viventi risposero con un grido di terrore.
La era l'ultima crisi di un sublime delirio. A poco a poco, i suoni rallentarono; la disperazione parve placarsi, gli accenti illanguidirono e l'ultima voce limpida e amorosa, come la nota di un flauto, fu simile all'ultima favilla di una face che si spegne.
Gli abitatori del villaggio chiusero le finestre, e si ritrassero nelle loro stanze.
All'indomani, verso l'alba, il curato ed il sacrista entrarono nel Campo Santo, e quivi trovarono il povero Rubly abbracciato ad una croce di marmo. Lo chiamarono a nome, lo scossero leggermente. Quella nobile fronte era piena di sorriso e di luce, ma irrigidita dalla morte.
La promessa di due anime innamorate si era compiuta.—Maria non era tornata al suo Paolo, ma questi era andato a lei.