4.

Ma due anni dopo, quando il Papa ritornò in essere, fece di tutto per rendere alla sua famiglia il potere che aveva perduto in Firenze. I Fiorentini s'ostinarono a non volerne saper più nulla, e si preparavano a far la guerra. Ci voleva molto coraggio, tanto più che erano minacciati da altri nemici e tormentati dalla peste. Ma in quel tempo ce n'era del coraggio e del valore. E delle persone di proposito ve ne furono tante, che la storia d'allora è veramente famosa, a quel che ho udito dire. Già voi la saprete. Sicché mi basta di rammentarvi soltanto che il maestro di Riguccio fu chiamato in Firenze a difendere col suo sapere la patria nel pericolo estremo nel quale si ritrovava. Ed egli, che essendo buon cittadino amava sopra ogni altra cosa Firenze, lasciò subito i suoi lavori a mezzo, e partì. Riguccio che nel saccheggio di Roma era rimasto salvo proprio per miracolo, stava sulle spine per via della Marta, della quale non aveva potuto avere più nuova. Quando sentì che il maestro era per tornare a Firenze, gli si raccomandò perchè lo conducesse seco.Questi glielo accordò subito volentieri, ma dandogli consigli e denari, lo fece partire solo, perchè egli aveva bisogno di viaggiare segretamente.

Fermatosi Riguccio in una città chiamata Perugia, udì narrar mirabilia di una certa compagnia di gente colà arrivata di poco, e che si metteva sulla piazza con suoni e canti a rappresentare a forza di gesti un monte di storie. A Riguccio, che era un po' curioso, venne voglia d'andare a vedere questo spettacolo. Vi trovò una folla straordinaria, e sentiva da tutti mettere a cielo la bellezza d'una fanciulla che era tra quelli Zingani.

Fattosi largo, e arrivato a poter fissare da lontano gli occhi su lei, restò basito a mirarla. Essa aveva tutte le fattezze della Marta, e se fosse stata meno pallida, l'avrebbe subito presa per sua sorella. Ma intanto si sentiva come ribollire tutto il sangue nelle vene, e gli nacque una smania così grande di avvicinarsi di più, che spingendosi avanti all'impazzata, a furia di dare e di ricevere spinte, si trovò in un batter d'occhio sotto il palco degli Zingani.

Allora quella fanciulla, aperte le braccia, cadde bocconi verso di lui gridando: «Eccolo, eccolo!» Riguccio non dubitò più che fosse la Marta; con un lancio saltò sul palco, la prese in collo, prima che nessuno s'accostasse, e la menò via come un lampo. Sulle prime tutti rimasero estatici a questa scena. Poi tre o quattro di quegli Zingani, accesi dalla collera, misero fuori gli stiletti, e corsero addosso a Riguccio. Subito le guardie entrarono in mezzo, ed egli seguitando con ogni sforzo a difenderla gridava: «È la mia sorella! Guai a chi la tocca!» Molti del popolo, inteneriti, e presa parte per lui, si misero a spalleggiarlo; ed era per seguire una gran tragedia. I più se la battevano a gambe; le donne urlando e fuggendo cascavano e rimanevano calpestate; i fanciulli strillavano, e il fracasso cresceva a furia, come un terribile temporale. Riguccio difendendo sempre la sorella avviticchiata al collo, si raccomandava alla giustizia di Dio e degli uomini.

Finalmente arrivò sulla piazza un Commissario con molti soldati, che circondando quella coppia ordinarono al giovine di arrendersi, e gli promisero di non fare alcun male nè a lui nè alla fanciulla. Riguccio allora si diede un po' di pace; ma non volle mai lasciar la Marta, e furono insieme arrestati e condotti al palazzo alla presenza del Podestà. Quando la Marta si fu un poco riavuta, cominciò a tremare forte forte e a raccomandarsi che non la dividessero più dal fratello. A Riguccio fu fatto un esame per sapere se veramente era fratello di quella ragazza. Il capo degli Zingani, parimente arrestato e condotto ad esame, confessò che da cinque o sei mesi viaggiando per quelle parti l'aveva trovata svenuta di notte sulla strada di Roma, e che fattala ritornare in sè, non aveva potuto sapere da lei per qual combinazione fosse capitata in quel luogo, nè qual nome avesse nè di qual città o di qual famiglia venisse. Alle sue interrogazioni restava muta, o rispondeva soltanto: «Roma... Riguccio.» Ritenutala seco, si accorse che era mentecatta, e provatosi a farla gestire nei suoi pantomimi, ella faceva tutto quello che le dicevano, purchè le pronunziassero il nome di Riguccio.

Dopo questo processo, la Marta fu condotta in uno spedale; Riguccio che non voleva abbandonarla, fu costretto a separarsene ed a restare nelle mani del Commissario, finchè non avessero scritto alla Signoria di Firenze per conoscere meglio la verità. Quanto fu crudele per i due sventurati questa nuova separazione dopo essersi visti per così poco tempo e in mezzo a tanto scompiglio! La Marta che era spesso fuori di sè non lo seppe subito; ma arrivata allo spedale, e guardate le persone che la circondavano, cominciò a darsi alla disperazione, accorgendosi che Riguccio non v'era. Poi ricadde in un deliquio mortale, e temerono più volte che la poverina volesse render l'anima a Dio.

Dopo otto giorni arrivarono a Perugia le risposte di Firenze, per le quali Riguccio e la Marta furono liberati.Quando Riguccio lo seppe, corse subito allo spedale, ma il dottore che aveva preso la cura della Marta, non lo lasciò andar subito da lei, perchè v'era pericolo di farla ricadere. Cominciò dunque a prepararvela a poco a poco, e finalmente le cose andarono bene, perchè quando la Marta lo rivide, gli si buttò al collo, e diede in un pianto dirotto che fu proprio il suo salvamento. Poi, come se non potesse credere a tanta felicità, gli prese il volto con ambedue le mani, e facendogli un monte di carezze lo guardava immobilmente con certi occhi da fare' scoppiare il cuore; e diceva sorridendo: «Sì, sì; è lui; Iddio me l'ha reso; ringraziamolo, Riguccio, ringraziamolo Iddio, che ha avuto pietà delle sue povere creature. Me lo diceva stanotte la mamma, sì, me lo diceva che tu dovevi tornare e pigliarmi. Andiamo via subito; non mi par vero d'essere a casa dopo tante tribolazioni. Se tu sapessi quant'ho patito, fratello mio!...» — E Riguccio piangendo s'inginocchiava al capezzale, e le chiedeva perdono d'averle dati tanti dolori. «No, no; tu non ci hai colpa; non ne parliamo più dunque, ma andiamo subito a casa nostra.»

Riguccio non avrebbe voluto esporla a viaggiare vedendola così rifinita; ma per lei sarebbe stato peggio rimaner lì, perchè vi si consumava dalla passione. Cominciarono dunque a far poca strada per giorno, e intanto si raccontavano i loro patimenti. La Marta non sapeva nè anch'essa spiegare in che modo fosse sparita da Fiesole; non si ricordava di quando gli Zingani la presero, nè di ciò che le facevano fare allorchè era con loro. Dal momento che uscì fuor di sè quando le fu narrata la strage di Roma, fino all'incontro con Riguccio, non aveva pensato ad altro che a cercare in ogni luogo di lui, a guardare se fosse tra quelli che le andavano intorno.... Ragionando di ciò arrivarono finalmente sani e salvi a casa; e fu una gioja e una sorpresa grandissima per tutti i Fiesolani, quando una mattina li videro comparire all'improvviso.

Tutte le fandonie messe fuori dagl'ignoranti sul conto della Marta furono smentite; e le bambine che le volevanotanto bene, e che avevano paura ad accostarsi di sera a quella casa, perchè dicevano che ci si sentiva o ci si vedeva, corsero allegre ad accarezzarla, e conobbero che non era un'ombra. La Marta, alla buon'aria della sua patria, ritrovò un po' le sue forze, ma non era più quella di prima. I dolori e gli strapazzi grandi come quelli sofferti da lei rovinano la salute. Ma il suo spirito le tornò tutto; e quantunque la fosse quasi sempre tra il letto e il lettuccio, pure non metteva tempo in mezzo e aveva trovato subito da guadagnare col lavoro delle sue mani. E il bisogno era grande, perchè in tempi di guerra come quelli v'era carestia d'ogni cosa, e nessuno faceva più lavorare gli artisti. Riguccio andò a Firenze a trovar Michelangiolo, e a raccontargli ogni cosa. Il maestro si afflisse molto delle disgrazie di quella buona fanciulla; ed aiutò più che potè lo scolaro. Ma non aveva lavoro da dargli; e poi gli fece questo discorso: «La nostra patria è in pericolo grandissimo, Riguccio mio, ed ha bisogno di braccia che la soccorrano. Tu vedi in armi tutta la gioventù valorosa per sostenere la libertà della patria, e i vecchi e le donne preparate a difendere i propri focolari. Io so che se ti dicessi: Prendi una spada e seguimi, tu mi daresti subito retta. Ma la tua sorella ha sofferto abbastanza, poverina, tu non le devi dare altri dolori; altrimenti la faresti morire. E poi questo sforzo che noi facciamo, se un tradimento non ci rovina, anche senza le tue troppo tenere braccia avrà buon effetto. Oh sì, tu sei ancora troppo giovine, troppo inesperto nelle armi; sicchè non aver paura di passare da vile se rimarrai ad assistere la tua Marta. Ritorna subito a casa tua, prendi questi denari per il vostro campamento, e aspetta che sia passata la burrasca. Dopo ci rivedremo forse con pace, e torneremo a lavorare insieme sul marmo. Addio. Non posso più trattenermi teco. Ti raccomando la tua sorella.» — «Ma se la vostra vita fosse in pericolo, io darei tutto il mio sangue....» — «Lo so; ma non per me, per la patria io ti permetterei di sacrificarlo, se tu non avessi quella sorella. Torna, torna dalei, te lo comando.» Riguccio, che lo riguardava come suo padre, non rifiatò, e dopo averlo ringraziato dell'aiuto e del consiglio, volò a Fiesole. E fece bene, perchè la sua povera Marta cominciava di già a tremare. Infatti poco tempo dopo[26]quei medesimi ladroni che avevano saccheggiato Roma, assalirono a un tratto Firenze; e non bastò la bravura di molti valorosi a liberarla, perchè il generale dei Fiorentini li tradì colla più infame perfidia, e bisognò che alfine si arrendessero, perdendo per sempre la libertà con la distruzione della repubblica. Riguccio non si pentì d'aver dato retta a Michelangiolo ed all'amore per l'adorata ed infelice sorella, perchè passate tutte le burrasche il grand'uomo non si dimenticò del suo scolaro fiesolano; e questi potè far vivere alla Marta una vita meno infelice, senza mai più abbandonarla. Essa continuò sempre a fargli da madre amorosa, e Iddio benedisse la loro virtù; giacchè Riguccio ebbe sempre dei buoni lavori, si guadagnò un pane per la vecchiaia, e si fece onore al suo tempo. Ma siccome non ebbe altra bramosia che di vivere onestamente adempiendo al proprio dovere, e assistendo la sorella, così il suo nome non è venuto sino a noi con altra fama che quella più bella e più durevole di tutte, con la fama della virtù; e morì tutto contento d'aver potuto rasciugare una volta le lacrime della sorella. —

La Milla finì così il suo racconto. Le fanciulle intenerite la ringraziavano, ed avevano un visibilio di cose da domandarle; ma la signora Elena le mandò a letto, perchè era tardi. La Luisa continuava piangendo in segreto a preparare la valigia di Tito; e Vittorino se ne stava immerso in profondi pensieri, aspettando che l'amico proferisse qualche parola. Questi, che aveva attentamente ascoltato il racconto, si riscosse a un tratto, e sospirando esclamò: «Perchè non posso io fare come Riguccio! Milla, è stata una crudeltà la tua a portarmi quest'esempio, ora che non c'è più rimedio.» La signora Elena che incominciavaad accorgersi dell'intenzione della vecchia, ma non poteva neppur essa immaginare uno scampo alla partenza del figliuolo, si accorava più che mai. «Io ho sempre sentito dire che ad ogni cosa c'è il suo rimedio, fuorchè alla morte, rispose la vecchia a Tito.» — «Parla, ed io sono pronto a far di tutto per rimanere.» — «Raccomandiamoci a Dio; c'è ancora una nottata di tempo.» — «Ma io non so vedere come mai.... Se mi riuscisse di nascondermi....» — «Credo di averlo trovato io un mezzo, interruppe risolutamente Vittorino, dando un'occhiata d'intelligenza alla vecchia. Sì, la Milla ha ragione. A tutto c'è rimedio, fuorchè alla morte.» — «Sentiamo!» dissero a un tempo la madre e la Luisa, correndo verso di lui. — «Ancora non posso parlare, continuò Vittorino; e poi non vi abbandonate così presto a una speranza che potrebbe fallire.» — «Ah! lo diceva io!» disse fra sè la Luisa. — «Mi pareva impossibile!» ripetè la madre, che era già rassegnata al suo destino. — «Non ci tormentare così, Vittorino, soggiunse Tito; su cosa fondi le tue speranze?» — «Rispetta il segreto del tuo amico. Ora ho bisogno d'esser libero, e mi basta di sapere che tu resterai volentieri, potendo, ad assistere la tua famiglia.» — «Il cielo lo volesse!» — «Ed io non ne ho mai dubitato: dunque lasciate fare a me. Non c'illudiamo, ve lo ripeto; ma intanto bada bene, Tito, finchè io non ritorno qui, non ti muovere. Fidati di me; dammi un abbraccio e buona notte a tutti. Ma a te, Milla, prima che io me ne vada, una parolina in segreto.» — «Son qua,» rispose tutta allegra la vecchia alzandosi, e pigliando un lume per accompagnarlo.

E agitati tutti da incerti e vari sentimenti si separavano senza sapere più cosa dirsi. Tito non poteva staccarsi dalle braccia di Vittorino. Essi si amavano svisceratamente, e quella separazione produceva in tutti e due un'insolita e fortissima commozione. Finalmente Vittorino rimasto solo con la vecchia, e ritiratosi con lei in una stanza remota, sentì il bisogno di un po' di sfogo; si rasciugò un sudore diacciato che gli bagnava tutte le membra, e poidisse alla Milla: «Ora non ho più paura di lasciarmi vincere dalla debolezza. Cosa vuoi? questi sono passi che a un tratto non si possono fare. Ti confesso il vero che io mi credeva più forte. Ma, finalmente, vi sono riuscito. Benedetta tu che sei capace di fare questi miracoli!» — «Che miracoli? io conosco il suo cuore, e tanto basta.» — «Va bene; dunque ci siamo intesi. Portami da scrivere.» In un batter d'occhio Vittorino scrisse e consegnò alla vecchia un biglietto dicendole: «Domattina, più tardi che tu potrai, dallo alla signora Elena, e bada bene che Tito non ti scappi, se no tutte le tue premure....» — «Eh lasci fare a me (e non poteva trattenere le lacrime), dovrei perdermi sul più bello?» — «Dunque!.... addio, Milla.... ci rivedremo noi?» — «Io spero di sì; ma voglio chiederle un'altra grazia....» — «Di' pure.» — «Il bene che io voglio a questa famiglia infelice mi ha fatto arrischiare un po' troppo con lei, povero giovine.... mi perdonerà?» — «Io? io ti debbo ringraziare, perchè tu hai risvegliato il mio coraggio. Se quella che io fo è una buon'azione, e mi rende stimabile ai miei occhi ed ai tuoi, è tutto tuo merito.» — «Dunque, che Iddio l'accompagni: pregherò sempre per lei.» — «Brava Milla! Addio!» E la vecchia dai singulti non poteva più articolare una parola; gli si buttò al collo, e gli prese le mani per baciarle. «Un bacio, un bacio sulla tua venerabile fronte, generosa vecchia! Io ti amo come la Provvidenza di questa famiglia. Finchè tu starai con lei, non vi saranno più disgrazie. Amami tu pure come se ti fossi figliuolo; io anderò superbo di poterti chiamare mia madre!» E in così dire si staccò dalle sue braccia, e scomparve. La vecchia passò tutta quella notte in orazione; e la mattina dopo, quando s'accorse di non poter più tenere il segreto, e che tutti stavano in gran pena per l'indugio di Vittorino, chiamò in disparte la signora Elena, e le consegnò il biglietto scritto da lui la sera innanzi: v'erano queste parole:

«Il dovere dell'amicizia e della parentela m'ha consigliato a partire per l'armata invece di Tito. Se questarisoluzione può essere grata alle persone che mi sono più care su questa terra, ne ringrazino specialmente la buona Milla. Tito accetti volentieri questo sacrifizio che io ho voluto fare per il bene della sua famiglia. Io sono già in viaggio; a ogni modo sarebbe inutile qualunque tentativo per farmi tornare indietro. Spero che presto ci rivedremo. Un abbraccio a tutti.»

La signora Elena s'ebbe quasi a svenire. Tito voleva a ogni costo correr dietro a Vittorino; ma la Milla si mostrò così risoluta a impedirlo, che gli convenne fare a suo modo. La Luisa fuori di sè dalla gioia, Eugenio, le altre sorelle, tutti circondarono la vecchia benedicendola mille volte, e chiamandola loro benefattrice, loro angiolo custode. Ed ella s'aiutava a dire che tutto era derivato dalla virtù di Vittorino. Ma ripensando al racconto della Marta, tutti conobbero bene che ella non l'aveva fatto a caso, e che se Vittorino era un amico raro, la Milla era una donna veramente di proposito.

Ora, voi già sapete che le buone azioni prima o poi sono premiate. Un giorno vi sarà dunque narrato come Vittorino non avesse a pentirsi del bel sacrificio che egli fece di se stesso alla vera amicizia. Intanto vi dirò che in casa della signora Elena non vi furono più disgrazie tanto grandi. Tito fattosi abile nella legge, si acquistò una buona clientela e provvide comodamente ai bisogni della sua famiglia. Eugenio cominciò a far progressi nei suoi studi di chirurgia, e la signora Elena potè condurre una vecchiaia confortata dalle consolazioni che le davano i suoi figliuoli. E della Milla? Abbiate pazienza; ma prima di parlare nuovamente di lei, prendiamo un po' di riposo.

La capacità e il buon successo di Tito nella sua professione avevano procacciato alla famiglia della signora Elena una discreta agiatezza che era mantenuta e quasi aumentata dalla provvida economia della Milla. Quindi,fatto un consiglio domestico tra la madre, Tito e la Milla, deliberarono di trasferirsi in campagna, per far godere alla famiglia i benefizi della buon'aria o per aumentare il risparmio. Questa risoluzione fu un tripudio per tutti, e cominciarono a ragionare della scelta del luogo. Un giorno che la Milla non v'era, e le fanciulle parlavano con la mamma, la Luigia si pose a dire come la vecchia rammentasse talvolta con passione il paesello dov'era nata, un luogo di poggio, in conseguenza di aria buona, e lontano dalle grandigie dei villeggianti. Quantunque la Milla ne fosse uscita da fanciullina, pure lo descriveva con diletto mirabile notando ogni cosa, e la fonticella dove sua madre la mandava in compagnia dell'altre bambine ad empire la brocca, e la buona memoria del prior vecchio e l'onesta semplicità degli amorevoli contadini. La signora Elena capì per aria il pensiero gentile della figliuola, e fissato tra loro di mantenere il segreto aspettarono il ritorno di Tito per ragionarne con lui. Applaudì egli alla proposta, e presa tosto informazione del luogo seppe che il priore attuale era un degno sacerdote giovine, stato suo condiscepolo, e che aveva sotto la sua giurisdizione un convento soppresso, nel quale avrebbero potuto facilmente trovare abitazione per tutti. Un giorno di festa andò a visitarlo, riscontrò opportuno il paese e l'abitazione e concertò ogni cosa col virtuoso suo condiscepolo, salva l'approvazione di sua madre. Essa la diede; e una sera Eugenio rinfrescò alla Milla la memoria del suo paese. Per lo più la sua prima risposta era un sospiro, perchè sebbene lo rammentasse volentieri, purenon v'è dolce senza l'amaro, soleva ella dire; e la più favorita tra le sue ricordanze era quella del giorno dei morti che ella passò nel casolare nativo. «Avevo undici anni (diceva ella); mia madre, quell'angiolo benedetto di mia madre era morta giovine pochi giorni prima; il babbo, povero pigionale, sconsolato tanto da non si dire, perchè le voleva un bene dell'anima, si messe in capo di lasciare quei luoghi che a ogni passo gli rammentavano la sua disgrazia. I nostri parenti eranopochi, e poveri quanto noi. Il priore le scavò di sotto terra le ragioni per trattenerlo; gli parlò della rassegnazione ai voleri di Dio, gli promise d'aiutarci, gli fece toccare con mano ch'era meglio cento volte anche per via di me rimaner lì che andare vagabondo per il paese senza un pensiero fatto, col pericolo di dovermi lasciare alle mani degli altri.... Non vi fu verso di rimuoverlo dal suo proposito. Io potevo far poco, ma ogni sforzo lo feci per consolarlo, e avevo bisogno anch'io, e dimolto, di chi mi facesse coraggio. Ma egli non ci si poteva più vedere ormai nella casa dell'afflizione; aveva paura di commettere qualche eccesso e non voleva staccarmi da sè un istante. La sera nel canto del fuoco mi guardava fisso per ore ed ore, finchè io non cominciavo a piegare il capo in seno; che il sonno, quantunque fossi addolorata, non mi voleva dar pace; allora mi abbracciava stretto stretto piangendo, e mi conduceva a letto. Egli poi, senza spogliarsi, tornava a singhiozzare tutta la notte seduto presso il cammino. Finalmente il priore, vedendo che neppure il tempo serviva a moderare il dolore di mio padre, e che egli si sarebbe consumato d'inedia, lo raccomandò ad un negoziante suo amico di città che ci prese a servizio. Dovevamo partire il giorno dei morti, e il priore, date al babbo tutte le istruzioni opportune, gli aveva più che altro raccomandato, giacchè ormai la risoluzione era presa, di partir subito, d'andar via la mattina a buon'ora. Infatti il babbo, appena levato, e dopo aver fatto fagotto di quella po' di robicciola che potevamo portare con noi, sospirando mi prese per la mano; andammo a dire addio a tutti, e uscimmo dal paese. Ma, fatti pochi passi, e appena entrati fra le macchie più alte che ci coprivano la vista della nostra povera casa, il babbo si pose a camminare più adagio, e invece d'andare verso Firenze cominciò a vagolare pei viottoli senza dirmi mai una parola; e ogni poco si rasciugava le lacrime. Di quando in quando si metteva a sedere su qualche greppo coi gomiti, sulle ginocchia e il capo nelle mani. Io a raccomandarmi, in ginocchioni che si facesse coraggio, che si staccasse unavolta da quei luoghi funesti. Nè anch'io mi sarei potuta ridurre ad allontanarmene, ma vederlo spasimare in quel modo era un'altra passione più grande. Eppure tutta la giornata.... (quanto mi paresse lunga non lo so dire) era scorsa con quella passione, senza che un'anima ci venisse a dare un po' di conforto. Eravamo in certi luoghi dove la terra non è lavorata, e nessuno vi capita quasi mai; e poi quel giorno tutti vanno alla chiesa a pregare per i poveri defunti. Poi cominciò ad imbrunire, ed io fui più sgomenta che mai.... Quand'ecco la campana che suona a morto. Allora il babbo si riscosse tutto, mi prese per un braccio, e mi disse: Andiamo a dire addio alla mamma. — Quasi correndo mi tirò sopra un poggetto vicino al camposanto, di dove dietro una siepe folta potevamo vedere e non esser visti; appunto in quell'ora il priore in processione coi fratelli della Compagnia incappati, con la croce dei morti innanzi, e tutto il popolo dietro, andava a benedire le sepolture. Mio padre s'inginocchiò, e tutti e due cominciammo a rispondere sotto voce alle orazioni che il priore intonava. Quand'egli fu arrivato alla cappellina del camposanto, si fermò sulla soglia a fare un discorso: tutti i popolani gli stavano davanti prostrati intorno alle sepolture, e qualche volta il vento ci portava fin lassù le parole del vecchio venerabile che alzava la voce in mezzo ai singhiozzi della gente contrita. Io sentivo bene che egli parlava dell'amore per la memoria dei defunti, e della concordia tra i vivi. Oh! di questa ne ragionò per un pezzo; e mi ricordo come se fosse ora, delle ultime parole di quel discorso; ch'e' le proferì a voce più alta e più commossa: — «Sì, oggi rammentiamoci più che mai d'esser fratelli; figuriamoci che ora i più venerandi, e i più cari tra quelli che dormono il sonno delle generazioni passate, ritornino per un istante agli amplessi d'amore, e pigliando le nostre destre le congiungano in segno di fratellanza. Oh! che questa riconciliazione sia perfetta e costante, e frutti il vostro bene e quello dei vostri figliuoli! Ecco, io benedico queste ossa e i pensieri santi e le virtù che vi chiedo.Addio, anime benedette! Che nessuno di noi tradisca le promesse fatte in vostro nome. Addio! Che il rispetto e l'amore pei defunti siano alimento al rispetto e all'amore pei vivi.» — Quindi, benedicendo con larghe aspersioni la terra del camposanto, intuonò ilMiserere, e abbracciò i popolani a sè più vicini. Allora questi si abbracciarono tutti fra loro; e baciavano le fosse e le croci, e poi rimessi in processione adagio adagio, singhiozzando ritornarono in chiesa che era quasi buio. Allora mio padre, che in tutto quel tempo non aveva fatto altro che piangere dirottamente, scese, e mi condusse tremando nel camposanto rimasto aperto. Sulla fossa di mia madre l'erba non era ancora spuntata; il babbo vi si lasciò cader sopra a baciarla mille volte, a chiedere a Dio che se era possibile facesse ritornare sulla terra quell'angiolo, oppure che gli dasse più forza di sopportarne la perdita, per non lasciare me orfana di tutti e due. Io che non sapevo come levarlo da quella tribolazione, pensai che avrei forse alleggerito il suo dolore onorando la sepoltura della mamma; e incominciai a cogliere erba di sulle prode e a spargerla su quella terra: il babbo si pose a guardarmi estatico; io continuai a strappare erba e portarla lì, ed egli a poco a poco mi sembrò allora più consolato; poi girando gli occhi scintillanti gli parve di vedere una vanga in un canto, forse quella stessa con la quale avevano scavato la fossa alla povera mamma. Corse a pigliarla; andò fuori del camposanto in un pratello a cavare piote, io a portarle e distenderle sulla terra nuda della fossa, e in momenti restò tutta coperta d'erba come se vi fosse nata da molto tempo. Finito questo, il babbo non pianse più; andammo via dopo aver baciato un'altra volta la fossa, e, zitti zitti, rientrammo in casa che tutti dormivano. Quella notte, dopo tanto sfogo di dolore, mio padre fu più rassegnato del solito; e appena spuntata l'alba, partimmo senza che nessuno si fosse accorto di noi.» Dopo questo racconto la Milla passava alle descrizioni, e soleva finire di parlare del suo paese coll'augurarsi d'esser seppellita nel medesimo camposantodove erano i suoi genitori. Quindi Eugenio e l'Angiolina, che non si saziavano mai di farle ripetere queste cose, volevano che parlasse di Vittorino, del come ella aveva fatto a conoscerlo, e di molti particolari della sua infanzia; che appunto il signore al quale fu raccomandato il padre della Milla, era nonno di Vittorino; ed essa lo aveva visto nascere, crescere ed educare quasi sotto i suoi occhi. Ma la signora Elena gl'interruppe e domandò alla Milla: «Dunque ci torneresti volentieri al tuo paese, a finire di passarvi la tua vecchiaia?» — «Magari! soggiunse la vecchia tutta ringalluzzata; ma ora che sto tanto volentieri con loro, finchè mi faranno la carità di tenermi, non ci penso.» — «La carità di tenerti? La fai tu a noi la carità di seguitare ad assisterci. Dopo che hai fatto tanto per noi, in età così avanzata, sarebbe tempo che tu pigliassi un po' di riposo.» — «Vergine benedetta! esclamò la Milla facendosi tutta seria, sono io tanto decrepita da aver bisogno di riposo?» — «Non dico questo; ma se ti facesse piacere di goderti la tua pace lassù, non potresti farlo, ora che le ragazze sono grandette?...» — «Dunque, dunque, sentiamo un poco (disse ella tra il serio e il faceto, perchè la signora Elena parlava con piacevolezza, e le fanciulle sorridevano), questa è una licenza bell'e buona. Che ho io fatto, meschina me! per meritarmela?» — «Finiamo la celia (riprese tosto la signora Elena); noi facciamo i bauli, e presto partiremo per il tuo paese; vuoi tu venire con noi?» — «La celia comincia ora (diceva la vecchia ridendo); che domine di bizzarrie son ellen queste?» — «Io ti dico che lo faremo; non è vero? (a Tito che in quel momento entrava nella stanza) non è egli vero, Tito, che abbiamo fissato di andare in campagna, proprio nel paese della Milla?» — «Verissimo (rispose egli).» — «Ebbene (continuò la madre); ella non vuole accompagnarci; vuol rimanere in Firenze.» — «Possibile! (diceva Tito maravigliandosi).» — «Non dico questo (riprese la vecchia con fuoco); magari, se vi andassero! verrei con loro in carne e in ossa; ma non possocredere che vogliano sacrificarsi lassù in una catapecchia come quella; l'aria è buona, non dico, eccellente; Eugenia avrebbe da scavallare e da trovare di belle cose.... Ma se non vi sono villeggianti vicini, non vi sono passeggiate! è un saliscendi; un vento che respinge più che uno va innanzi.»

Lui.E dove sono dunque tutte le bellezze che tu ci descrivevi?

Mil.Oh! quelle sono le delizie dei poveri montanari, ma non possono dare nel genio ai cittadini.

Tito.Eppure le ci piacciono più delle bellezze ricercate e artificiali della città. Sempre Cascine, sempre Boboli, sono cose che vengono a noia. Ma un po' di libertà, fra le boscaglie pittoresche, sulle colline scoscese, lungo quei torrentelli, sui prati freschi, senza polvere, senza rumori di carrozze, senza ostentazioni di lusso.... queste sono le vere delizie per chi è assuefatto a vivere nella città.

Eug.Sarebbe un incanto.

Lui.E ce ne hai fatto innamorare tu di quei luoghi.

Mar.Anche Vittorino, te ne ricordi? ne parlava con tanta passione.

Ele.E poi è il tuo paese....

Ter.Ci sei tu con noi....

Ang.Ci farai tanti bei racconti....

Mil.Non so che dire: se hanno proprio quest'intenzione, bisognerebbe che cercassero almeno dove soggiornare con comodo... Io non ho più casa.... e poi.... le nostre case non sono per loro.

Eug.Oh! si starebbe volentieri anche in quelle.

El.E che cosa ci consiglieresti di fare?

Mil.E' v'è un convento senza frati....

Tito.Appunto lì noi staremo (disse Tito, correndo ad abbracciarla); Milla mia, te l'abbiamo fatta la celia. Io l'ho già visto quel convento; ho parlato col priore; è fissato ogni cosa; aspettiamo te.

Mil.Vengo subito (con uno slancio d'allegrezza). Maqueste son cose.... cose da farmi dare la volta al cervello! Una consolazione come questa non me l'aspettavo davvero. Ah! (sospirando profondamente), perchè non è egli tornato ancora il signor Vittorino?

Tito.Ed anche su questo ti darò una consolazione. Ho parlato oggi all'Ambasciatore di Francia, e tra poco avremo le sue lettere. Tu sai che non entra in Russia, perchè venne la nuova della ritirata di Napoleone, e che fu destinato alla cura dei feriti negli spedali di frontiera. Egli ha mostrato tanto zelo e tanta bravura nell'assistenza di quei disgraziati, che è stato nominato chirurgo di reggimento col grado di capitano, ed ha avuto la croce della Legion d'Onore. Il suo nome è già pubblicato onorevolmente nei giornali francesi e lombardi; e nel paese dov'egli è lo considerano come un benefattore mandato dal cielo a sollevarli dalle ultime e più lacrimevoli sciagure della guerra. Gli era stata decretata anche una bella ricompensa in denaro; ma egli l'ha rilasciata a benefizio di tanti divenuti miserabili dopo la rovina di Napoleone, e si è fatta una bella riputazione d'uomo caritatevole e valoroso. Ora qualunque sia l'esito degli avvenimenti, Vittorino non è più esposto ai pericoli della guerra; e quando non vi sarà più bisogno di lui negli spedali, tornerà da noi sano e salvo, e carico d'onore.

A queste nuove tutti si abbandonarono a un giubbilo indescrivibile; la Milla piangeva dalla consolazione; e il giorno dopo cominciarono a fare i preparativi per la campagna, aspettando con ansietà le lettere di Vittorino che confermassero quelle notizie, e cercando tutti di provvedere chi una cosa chi un'altra per accomodargli una stanzetta secondo il suo genio, per quando egli fosse di ritorno.

Mentre in casa della signora Elena tutti aspettavano con impazienza il ritorno di Vittorino, quasi ogni seraparlavano di lui, e la Milla ne raccontava, come a dire la vita. Una volta tra le altre ella narrò questi fatti: «Io entrai a servizio del signor Dottore, padre di Vittorino, due mesi dopo la morte della sua moglie. Vittorino aveva allora poco più di sette anni, e si era ammalato per dolore d'aver perduto la madre. Suo padre mi si raccomandò caldamente che lo assistessi, e che non pensassi che a lui. Quando mi accostai per la prima volta al letto di quel caro fanciullo, e' mi guardò fisso fisso, poi gli venne da piangere, e voltò il capo dall'altra parte. Vedeva una donna accanto a lui, ma non era quella che avrebbe voluto. Poi voltandosi meno afflitto, e con una specie di rammarico d'avermi accolto in quel modo, mi disse: «Oh sì! ti vorrò bene. Milla, ti vorrò bene, di molto; il babbo mi ha detto che tu sei tanto buona! Ma tu mi parlerai sempre di mia madre, non è vero?» — «Io l'ho conosciuta poco (risposi), ma so quanto era buona, e.... sì signore, le ripeterò tutto quel bene che ho udito dire dagli altri.» — «Eh! bisognerebbe che tu l'avessi conosciuta in casa e di molto!... Faremo così: io ti racconterò tutto quello che ella faceva per me e pei poveri malati che venivano da mio padre; e tu di mano in mano mi ripeterai queste cose, perchè non sto meglio altro che quando parlo di lei.» E subito cominciò a descrivermi la sua vita, le sue carità, e sto per dire, tutta l'educazione ch'essa gli dava. Mi fece sapere che in casa vi erano quattro letti per quei ragazzi poveri che arrivavano malati dalla campagna, e che, secondo il signor Dottore, non era bene che fossero messi tra gli uomini allo spedale; e mi disse che sua madre faceva loro da infermiera. Io, benchè queste cose le sapessi, lo lasciai dire un pezzo, perchè mi accorsi che era proprio il suo bene; e poi gli risposi in questo modo: «Se mi riescisse di fare qualcheduna di quelle cose che faceva sua madre buon'anima, me ne ingegnerei. Ma a forza di sentirlo dire imparerò, e mi proverò.» — «Davvero? esclamò egli tutto allegro. Brava Milla! oh! bella cosa! lo dirò al babbo, che appunto era afflitto per non poter più fareassistere quei poveri ragazzi. Come si fa? egli è costretto a star tutto il giorno fuori di casa; io ancora non son buono a nulla; e poi mi sono ammalato. Ma tu ci rimedierai, e almeno per quei poveri figliuoli, la morte della mamma non sarà una disgrazia tanto grande come è stata per me.» — «Ma io (risposi) avrò bisogno d'essere istruita di tutto punto.» — «T'insegnerò io quel che potrò, non dubitare.» — «Dunque guarisca presto per potermi fare questo servizio.» — «Eh! se non mi sentissi tanto debole!... Ma ora, quest'idea che t'è venuta mi dà coraggio. Guarisco più presto.»

Bisogna dire che la fosse proprio così, perchè in pochi giorni potè levarsi. Allora concertammo con suo padre l'assistenza de' ragazzi malati ch'egli accoglieva in casa, e Vittorino m'istruì di tutto veramente bene.

Così dopo che ebbi preso pratica di tutte le faccende, il signor Dottore ricominciò ad accogliere in casa qualche povero figliuolo che avesse avuto bisogno della sua assistenza. A volte ce ne erano due, a volte tre; chi si tratteneva 15 giorni, chi un mese e più; nell'inverno specialmente i letti erano quasi sempre tutti e quattro occupati. Allora si faceva venire un'altra donna per ajutarci. Vittorino poi, tornato da scuola e finite le sue lezioni, si metteva meco attorno a quei piccoli malati, e sfaccendava continuamente, in specie quando cominciò a studiare la medicina.

Suo padre poi era infaticabile. La mattina si levava all'alba, e se non aveva malati in casa o da far subito qualche visita fuori, si metteva a studiare, anche da vecchio. E ogni giorno venivano tanti a consultarlo, che spesso spesso n'era piena la sala. Il resto della giornata sempre fuori, e rade erano quelle volte che non mangiasse alla peggio un boccone in qualche bottega, o che non aspettasse a desinare la sera per mancanza di tempo. Prima d'andare a letto, se non era passata la mezza notte, studiava; e quasi mai lo lasciavano riposare in pace, perchè non venivano meno di due o tre chiamate per notte. Sempresano, sempre robusto, sempre di buon umore, non vi fu un momento della sua vita nel quale stasse senza fare o senza pensare al bene del prossimo. Mai divertimenti, mai ozio; le sue conversazioni erano al letto dei malati o nello studio di Vittorino. «Benissimo» diceva egli quando ve lo trovava innanzi di lui; «procura di renderti presto abile a qualche cosa, giacchè la capacità d'imparare non ti manca. Io non ho risparmiato nè risparmierò spese per farti istruire. Invece di mettere assieme ricchezze, ti preparerò il patrimonio della scienza, che non è sottoposto a disgrazie. Lo vedi? io guadagno molto perchè la società ricompensa bene le mie fatiche; ma tolte le spese del nostro campamento e della tua istruzione, il rimanente voglio restituirlo alla società con ajutar gl'infelici. Ora che ho da pensare a te, mi convien negare a molti il mio debole ajuto; ma quando avrai imparato la tua professione, io non avrò più il rammarico di queste negative. Quindi rammentati che se arrivo alla vecchiaia dovrai assistermi: oppure potrei morir presto, e saresti costretto innanzi il tempo a provvedere da te medesimo ai tuoi bisogni.» Ma Vittorino non aveva d'uopo di quegli stimoli. Studiava, studiava tanto, che, io avevo paura non gli dovesse far male. Ma si vede che lo studio spontaneo, e fatto in regola, non guasta la salute. Vittorino non ha mai più avuto un dolor di capo, ed è stato sempre bianco e rosso come una rosa. Oh! qualche volta impallidiva, sì, poverino! ma quando si parlava di sua madre; e se ne parlava spesso!

Talora esortava suo padre a non si strapazzare poi tanto, specialmente in certe giornate piovose, umide e fredde dell'inverno: ed egli soleva rispondergli: «Figliuol mio, la vita sarebbe nojosa ed inutile se non vivessimo più per gli altri che per noi stessi. Stando in mezzo agli uomini, e trovandoci sani, ben vestiti e nutriti, mentre vi son tanti che tribolano per le malattie o che patiscono il freddo e la fame, ti darebbe il cuore di godere dei tuoi comodi senza aver prima diminuito i mali del prossimo?E che ti varrebbe l'aver campato tanti anni, se poi morendo non ti consolasse l'idea di aver potuto rasciugare le lacrime altrui anche a costo di qualunque tua privazione, di aver lasciato buona fama di te nella patria, non per vanagloria, ma per esempio dei tuoi figliuoli? I veri piaceri dell'uomo son questi. Ti rammenti tu della vita di Vittorino da Feltre che io ti ho fatto leggere tante volte? Vedesti come ogni suo pensiero, ogni sua azione furon sempre rivolti al bene degli uomini, educando e istruendo i fanciulli? Ti ho pur messo quel nome così venerato perchè tu ne segua l'esempio, perchè tu abbia sempre presente la memoria delle sue virtù, perchè t'infonda la gagliardìa del suo animo.» E poi, e poi.... io gli ho udito dire tante altre cose bellissime, che se fossi capace di ripeterle, vi sarebbe da scrivere un libro.

Così in quella casa era una vita sempre laboriosa pel bene del prossimo; e anch'io mi sentii tanto infiammata nella carità, che mi diventò un bisogno di secondare come io potevo i padroni. V'erano poi le più belle soddisfazioni, allorchè quei meschini accolti nei nostri letti ne uscivano risanati. A volte una povera madre aveva recato il suo figliuolino senza speranza di rimedio, e poi che tenerezza quando lo ripigliava guarito! E spesso una dolce paternale invece della ricetta, toglieva le cause di malattie derivanti dalle sregolatezze, e faceva ritornare la pace e l'ordine nelle famiglie. Insomma tutti benedicevano nel nome di Dio quella casa ed i suoi padroni.

Erano già passati dieci anni che io facevo codesta vita, quando sopraggiunse al padrone una terribile disgrazia. Ogni volta che mi rammento di quella notte mi vengono i brividi, e mi sgomenta solamente il pensiero di doverla ridire.

Spesso accadeva che il padrone prevedesse di dover tornare a casa dopo la mezza notte, e ordinava allora che Vittorino andasse pure a letto senza aspettarlo. Io sola mi trattenevo levata, perchè non mi riusciva di dormiretranquilla finchè non lo avessi udito tornare. Una volta d'inverno, la mezza notte era già passata d'un pezzo, e il padrone era sempre fuori. Avevamo in casa un ragazzo malato piuttosto gravemente, e che avrebbe avuto bisogno di lui; e mi faceva specie che non tornasse. Aspetta, aspetta, principiai a stare in pensiero; e Vittorino che era levato per custodire l'infermo, mi dava di quando in quando certe occhiate come per domandarmi del padre. Mi affacciai alla finestra: solitudine per tutto. Il cielo era più qua e più là ricoperto di nuvoli neri neri; la luna illuminava a pezzi alcune case, e lasciava l'altre coperte da cupe tenebre. Di tratto in tratto si scatenava un vento da far paura; e portando seco il fragore del fiume che aveva la piena, somigliava alla romba del terremoto. Mi levai di lì, perchè quel cielo nero e quel vento strapazzone proprio mi sgomentavano. Passò un'altra mezz'ora, e nessuno comparve. Tornai alla finestra: il tempo s'era fatto più tetro che mai, e cominciava a fioccare il nevischio con un freddo pungente. Alla fine odo un rumore di passi lontani; ma era gente che correva in altra parte; poi a un tratto comincia uno scampanìo insolito e così sgangherato, che io non mi sapevo raccapezzare; e il vento lo straportava qua e là, sicchè non c'era verso di capire d'onde venisse. Fui assalita da una farragine d'idee così tetre, che appena mi accorsi di uno che passava a gambe di sotto casa. Allora mi feci animo, e gli domandai che diavoleto ci fosse: «Brucia nel borgo!» rispose, e via come un lampo. A quella nuova mi sentii subito gelare sangue: il padrone aveva dei malati nel borgo.... Ero per uscire dalla finestra, quando Vittorino risolutamente mi dice: «Milla, custodisci il malato; io vo a cercare del babbo.» — «Dio l'assista!» esclamai. Egli era già fuori e correva.

Pensate come rimasi? Le gambe mi si ripiegarono sotto, e in quel momento non sarei stata più buona a nulla, se non mi avesse scosso il pensiero di dover assistere quel malato. Ah! Quanto furon crudeli quei momenti d'incertezza! Poiecco uno strepito sordo che via via cresceva tanto da scuotere tutta la casa e da far tremare i cristalli. Erano i pompieri con le loro macchine. Dunque il bruciamento è grosso dissi tra me.... Dio mio! cosa sarà dei miei padroni? Intanto il ragazzo si lamentava perchè doveva esser medicato, ed io da me sola non potevo farlo. Nondimeno lo confortai alla meglio, e lo feci chetare. Stando sempre in orecchi, mi parve d'udire nuovamente un calpestìo. Corsi alla finestra, e vidi uno sparirmi proprio di sotto gli occhi. «Che fosse entrato in casa?» Vo all'uscio di scala; nessuno saliva; piglio il lume, apro con impazienza, nessuno; mi soffermo, neanche uno zitto; scendo, e allora scorgo una persona appoggiata nel canto del terreno. Chi va là? gridai risoluta prima di accostarmi. La persona si mosse e a voce bassa esclamò: «Per amor del cielo, lasciatemi ripigliar fiato; vengo dal bruciamento; non ho potuto più reggere.... Ora v'è tanta gente che io posso andare a riposarmi. Oh! se mi faceste la carità di un bicchier d'acqua!» — «Magari, diss'io, venite su: vi darò un po' di vino, vi rasciugherete.» Era un povero manifattore conciato in modo da far compassione; aveva le mani e il viso affumicati, e le vesti fradice mézze. Gli detti da bere, gli feci mutare il vestito, e lo condussi alla stufa; e quando si fu un poco riavuto, mi pareva mill'anni d'interrogarlo. Egli mi diceva: «Benedetta la vostra carità!...» Ma udendo in quel mentre i lamenti del malato nella stanza accanto, si rattenne e poi esclamò: «Per tutto miserie! non badate più a me; tanto vo via....»

Ma io lo pregai ad aspettare un poco: corsi a confortare il malato, e tornata a lui: «Oh! che rovina! (mi disse) io non ne potevo più a portar acqua: non avrei lasciato il mio posto.... ma come si fa? Dopo aver lavorato tutto il giorno, stasera mi mancava la forza.» — «Ma ditemi se nessuno è in pericolo.... Io sto in pena.» — «Poco prima che uscissi ho visto calare dalle finestre un malato....» — «È vicino l'incendio?» interruppe allora, convoce da farmi scoppiare il cuore, il ragazzo che aveva udito queste parole. — «È distante, è distante (dicemmo subito tutti e due), non abbiate paura. E poi (aggiungeva il manifattore) il vento è diminuito; comincia a piover più forte; non c'è alcun pericolo.» Indi seguitò a voce bassa, perchè il povero ragazzo non l'udisse: «Dunque hanno calato uno o una che era in fine, per quanto dicevano; e poi sono scesi i pompieri. Appena levate le scale, il palco già sprofondava (mi si rizzano i capelli a pensarvi).... e sono venute alcune grida di mezzo alle fiamme. V'era sempre gente, e i pompieri non lo sapevano! In quell'istante di terrore è comparso un giovine urlando:Mio padre, mio padre!Passa tra i pompieri, afferra una scala, e sale senza paura del tetto che veniva giù a pezzi. Dietro a lui si slanciano coraggiosamente i pompieri; arrivano alla finestra; il giovine vi salta sopra cavalcioni, e gridasoccorso!I pompieri l'aiutano a tirar su per le braccia uno rimasto aggrappato al parapetto senza aver più pavimento sotto i piedi. Come Dio vuole, quasi per miracolo, riesce loro di calarlo: era vivo; ma in uno stato da far pietà. A un coraggio come questo ci è venuto da piangere a tutti e abbiamo dato in uno scoppio d'applausi. Ora non so altro.» Potete figurarvi come rimanessi a questo racconto! Il povero malato piangeva, quantunque non avesse bene udito tutte le parole del manifattore; e poi dall'indugio del padrone si accorgeva di qualche guaio, e i suoi dolori crescevano. Ma poveretto! non pensava più a sè; il crepacuore lo aveva per gli altri. Io, sgomentata ma non avvilita, mi raccomandai al manifattore che picchiasse alla vicina casa d'un medico, e lo mandasse subito da me, che v'era bisogno di lui. Quel buon uomo non si fece pregare. Almeno, avevo io pensato, solleviamo quest'infelice; e facciamo che vi sia un medico in casa per il padrone e per Vittorino, se ne avessero bisogno. Il racconto del manifattore mi faceva pur troppo immaginare che avesse parlato di loro. Intanto mi posi a cercar fila, fasce ed ogni altro occorrente per medicare le bruciature.

Ma tutti questi preparativi io li facevo con una specie di disperazione. Come sarà andata a finire? pensavo. Nessuno veniva a dir nulla.... Che momenti, figliuole mie, che momenti furon quelli! Arrivato il dottore, visitò subito il ragazzo, e lo medicò. Quando era per andarsene me gli raccomandai che restasse ad aspettare il padrone, ed egli guardandomi con aria afflitta, mi disse: «Poveretto! non gli mancano assistenti; ma rimango volentieri per saper come sta. Io credo d'essermi svenuta a quelle parole, perchè poi fui come improvvisamente riscossa da molte voci; e vidi la stanza piena di gente. Mi feci innanzi, scorsi il padrone che appena dava segni di vita, i medici che lo assistevano e Vittorino che piangendo gli aiutava. Allora mi diedi anch'io a fare quel che potevo; ed il padrone fu posto a letto. Bisognava veder con che prontezza, con che animo Vittorino dava mano a tutti per medicarlo! Era bruciato nelle gambe e nelle spalle, e aveva una ferita grave dietro la testa. Oh! che spettacolo da straziare il cuore! Più volte avevamo scongiurato il figliuolo a ritirarsi da quella vista, a pensare alle sue bruciature; anch'egli n'aveva molte; ma no! finchè il padre non fu assicurato, finchè non udì pronunziare che non v'era pericolo di morte, non gli si volle staccare dal fianco. Alla fine mi riesci di strapparlo di lì, e chiamato il chirurgo che aveva finito d'assistere il padrone, lo condussi in camera sua. Povero giovine! fino allora s'era sostenuto con la forza dell'animo; alla fine si buttò sul letto, perchè la forza del corpo lo aveva già abbandonato. Per buona sorte le bruciature erano superficiali, e le ferite poco gravi. Io restai a custodir Vittorino, e il chirurgo dopo che m'ebbe istruita sul modo di assisterlo, ritornò a vegliare al capezzale del mio padrone. Dopo qualche tempo credei che Vittorino si fosse addormentato; ma era una specie d'assopimento; poi cominciò a delirare. A un tratto si alzò sul letto; io durai fatica a tenerlo. Ei gridava: «Qua.... c'è uno, qua.... salvate questo.... questo.... Oh Dio! è lui! è mio padre!... aiuto!» Io mi studiai di calmarlo, di dirgli chesuo padre era salvo.... E come Dio volle, tornando in sè a poco a poco, spalancando gli occhi spauriti cominciò a guardarmi fissa, a fregarsi la fronte come per rimettere in ordine le idee, e a un tratto esclamò: «Milla mia!» e gettandomi al collo le braccia, proruppe in un pianto dirotto. Io mi sentivo una serratura alla gola, e tribolavo dimolto senza potermi sfogare. Poi venne da piangere anche a me, e stetti meglio. Allora Vittorino: «Mi son riposato (disse); sto bene: voglio far nottata al babbo da me: lasciami un momento solo, ch'io mi vesta, anzi va' a dormire; riposati anche tu.» Io mi studiai di dissuaderlo; andai a vedere il padrone; gli dissi che anch'egli stava meglio, che il chirurgo non lo lasciava un istante; ma fu inutile; volle vestirsi, e andare in camera di suo padre. Già era l'alba; tuttavia mi obbligò a buttarmi sul mio letto; ed egli assisteva ora il padre, ora il ragazzo malato.

Non passarono molti giorni, che il padrone cominciò a migliorare, e, bisogna che lo dica, i medici ed i chirurghi suoi amici gli fecero sempre una grande assistenza Di Vittorino non se ne discorre. Volle fargli tutte le nottate da sè; e furono diciassette di seguito; il giorno dormiva forse un'ora; io non so come potesse reggere a tanto strapazzo senza ammalarsi. Alla fine, dopo due mesi di medicature e di letto, il padrone guarì e cominciò a muoversi, ma col bastone in una mano e con l'altro braccio sulle spalle di Vittorino. Facevano tenerezza a vedergli girare in quel modo per casa, e parlare amorevolmente; ed il padre ringraziava il figliuolo d'avergli salvata la vita. Questi non voleva udire ringraziamenti e diceva di non aver fatto altro che il suo dovere. La convalescenza durò più d'un mese. Presto ricominciarono a venire i malati; il padrone a andar fuori. Vittorino praticava nello spedale e tutti ripresero la solita via, senza che avvenissero dipoi cose straordinarie.» — Qui la Milla tacque.

Anche nella famiglia della signora Elena nulla avvennedi nuovo fino al ritorno di Vittorino. Di quanta consolazione fosse per tutti rivederlo sano e salvo lo potete facilmente immaginare. Egli non si separò più da quella famiglia. La buona vecchia se ne separò, e per sempre, con immenso dolore di tutti; ma quel dolore fu consolato dall'aspetto sereno ed angelico di colei che faceva la morte del giusto.


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