XIII.Il primo viaggio d'un Giovinetto.
Un valente Capitano di marina, che è morto non è gran tempo, lasciò alcuni scartafacci contenenti la narrazione di varie avventure della sua adolescenza, e gli indirizzò ai suoi cari nipotini: «Io non vi lascio ricchezze, dice il buon vecchio; voi sapete che quelle che mi furono date dall'industria e dal mare, il mare stesso me le ritolse; ma non potè privarmi con esse della buona riputazione, la quale non è soggetta a perire se non per colpa di chi non sa custodirsela. Perciò mi è riuscito di sopportare con pace quella disgrazia; e la ricompensa dei servigi, che, adempiendo al dovere di cittadino, ho potuto fare alla mia patria, è stata bastantea salvarmi dalla povertà fino all'ultimo giorno della mia vecchiaja. Abbiatevi dunque per solo retaggio del vostro zio la sua onorata memoria, i suoi libri, le sue carte geografiche, le sue armi adoperate sempre in difesa dei suoi concittadini, e questi ricordi dai quali vedrete che anche un fanciullo, benchè povero e colpito dalle disgrazie, può sostenersi in mezzo ai pericoli e porgere qualche aiuto ai genitori, quando ha per alimento al suo coraggio l'amore verso di essi, l'amor della patria, e il desiderio d'essere virtuoso. Queste parole sarebbero al certo piene di vanità nella bocca di un vivo; ma furono scritte soltanto perchè voi le leggeste quando il mio corpo sarà celato per sempre dalla terra alla vista degli uomini, e il mio nome sarà cancellato dalla loro memoria.»
Io son nato a Montalto nella Maremma degli Stati romani. Ma i miei genitori erano di Firenze. Mio padre dovè abbandonare questa città per motivi che certamente non gli facevano vergogna; li tacerò nondimeno, perchè troppo lungo sarebbe l'accennarli, e ad ogni modo voi non ci capireste nulla. Egli era negoziante, e quell'esilio dalla città nativa fu la ruina della sua industria mercantile. Siccome operò sempre da uomo onesto, così volle, prima della partenza, pagare i suoi debiti, ma non gli riuscì di riscuotere con la stessa prontezza i suoi crediti, e gli rimase poco denaro da portar seco. Mia madre, che erasi a lui sposata da poco tempo, non volle separarsi dal suo caro marito, benchè i parenti la esortassero a tornare nella casa paterna, e ad abbandonarlo nella disgrazia. Io vedo che pur troppo molti sono tra gli uomini quelli che operano come se avessero cattivo cuore; ma ho sempre creduto, e anche da vecchio proseguo a credere con fondamento, che quelli di buon cuore siano in maggior numero; e tuttora mi pare impossibile che i parenti di mia madre le avessero dato proprio con riflessione quel consiglio inumano.Bisogna dire ch'e' non l'avessero conosciuta come l'ho conosciuta io, ch'e' non credessero al suo amore pel marito, o che il loro affetto per lei gli avesse accecati a segno di scordarsi che era divenuta moglie d'un giovine degno in tutto del suo amore. Fatto sta che ella preferì alle agiatezze, che potea ritrovare se fosse rimasta coi parenti, la povertà e l'esilio in compagnia dell'infelice marito; e allora coloro se ne sdegnarono, e negaronle ogni assistenza. Vedete un po' che pensare da insensati! — Giacchè, dicevano, tu vuoi, contro la nostra volontà, dividere la sorte di un disgraziato, noi non vogliamo saper più nulla dei fatti tuoi: se tu sarai anche più infelice, non ce ne importa. — Così, per conseguenza di un falso e spietato ragionamento, quell'azione virtuosa che essi non sapevano approvare, doveva essere piuttosto punita che ricompensata!
Mia madre mi partorì dunque nell'esilio, e in quel remoto e povero castello di Montalto, ove mio padre aveva trovato rifugio, ed ove, industriandosi anche lì con la mercatura, sapeva alla meglio provvedere al nostro campamento. Io era pervenuto all'età di dodici anni; mio padre m'aveva istruito da sè nel leggere, nello scrivere, nell'abbaco e nel disegno, e mi faceva imparare l'arte del tornitore, nella quale si era molto impratichito da giovine ma per semplice passatempo. Io però doveva impararla per trarne guadagno ed ajutare i miei genitori, e o fosse questo pensiero o una inclinazione particolare a tale arte, io divenni presto abile, e già qualche mio lavoruccio andava in opera, essendomi posto come lavorante apprendista nella bottega dello stipettaio del paese. Il nostro stato era divenuto a poco a poco meno misero, quando mio padre fu colto dalle febbri perniciose che predominano nella Maremma, e lo travagliarono con tanta nerezza, che nè l'assistenza indefessa di mia madre nè quella del medico poterono salvarlo. In poco tempo io restai orfano di padre; la nostra desolazione fu estrema, e poco mancò che mia madre, per l'acerbo dolore e per glistrapazzi, non andasse con lui nel sepolcro. Forse l'affetto materno le diede la forza di sopravvivere a tanta sciagura. Appena che si fu un poco rimessa, volle venir via da Montalto, ove niuna ragione aveva per rimanere, ma invece molte per andarsene.
Temeva che io potessi venire assalito dalla stessa malattia di mio padre, ed io aveva il medesimo timore per lei: e quando avessimo consumato ogni nostro avere, già nella massima parte diminuito dalle spese di quella infermità che fu per noi sì funesta, come avremmo noi fatto a campare? Il mio guadagno era meschino, nè in quel paese sarebbe stato possibile cavarne di più dall'arte del tornitore; inoltre sperava che tornando vedova a casa sua, i parenti l'avrebbero, com'era lor dovere, soccorsa. Dunque ci preparammo a lasciare Montalto innanzi che venissero a mancarci anco i denari pel viaggio, e i preparativi furono prestamente fatti.
Un rozzo barroccio, forse migliore che si potesse noleggiare nel paese, doveva condurci in una giornata di viaggio a Orbetello nella Toscana. Con un buon calesse ci saremmo andati in cinque o sei ore, ma noi non potevamo spendere che pel baroccio. In Orbetello mia madre si sarebbe riposata un giorno o due per andar poi a Grosseto.
Voi potete immaginarvi quanto fosse dolorosa la nostra partenza. Le ossa dello sventurato mio padre rimanevano nel cimitero di Montalto, nella terra dell'esilio! La povertà ci aveva impedito d'onorarle, come i ricchi far sogliono, e di mandarle a seppellire nel paese nativo. Non bastò che io suggerissi al vetturale di prendere una strada traversa, perchè mia madre non avesse a passare in tanta vicinanza del campo santo. Appena che fu salita nel baroccio incominciò a lacrimare occultamente; e più che si allontanava dal paese, più la sua afflizione cresceva. Nemmeno io potei alla fine reprimere il pianto, io che mi era proposto di confortarla. Deserto, incolto, squallido e insalubre era, ed è sempre, ma in quel tempo assai più che ora, il paese da noi percorso; e nulla mai s'incontravache potesse con gradevole veduta distrarci alcun poco dal nostro dolore. Pareva che la natura medesima si rattristasse con noi. Eravamo di settembre: le nebbie coprivano la vasta pianura, e i pochi alberi che s'incontravano di rado, erano già nudi delle loro foglie. Il barocciaio colle sue cantilene che parevano ululati, non ci ricreava dicerto. Per molte miglia non trovammo nè case nè terre coltivate, ma solo due o tre capanne in sfacelo, dove, se la pioggia ci avesse sorpresi, non avremmo potuto trovare alcun ricovero. La pioggia non venne, ma fummo molestati dall'umido diaccio della nebbia che il sole non potè dissipare prima del mezzodì. Mia madre di quando in quando era assalita da brividi violenti, e io temeva molto per la sua debole salute.
Allorchè qualche raggio di sole ebbe incominciato a risplendere, noi dovemmo perderne la vista e il calore per entrare in una boscaglia folta, vasta, solitaria, più malinconica assai della campagna aperta. Allora il barocciaio sferzò il cavallo per farlo andare più lesto, poichè, quantunque non lo dicesse, io ben m'accorsi che v'era da temere qualche sinistro incontro: e il moto più rapido del baroccio sopra una strada ineguale e fangosa riusciva maggiormente incomodo alla mia povera madre. Ma come fare? bisognava sollecitarsi perchè l'oscurità della sera non ci sorprendesse nel folto della macchia.
Eravamo appunto nella boscaglia, allorchè voltando in un luogo ove la strada fa gomito, ci trovammo incontro, alla distanza di pochi passi, una frotta di gente che se ne veniva a piedi e silenziosa. Sulle prime rimasi un po' sconcertato, essendomi parso di vedervi due uomini col fucile sopra la spalla, e domandai subito sotto voce al barocciaio: Chi sono? — Una famiglia di tribolati vagabondi, — mi rispose con aspetto accigliato; e guardò subito la legatura dei fagotti, inalberò la frusta, e tirò da un lato il cavallo. Il modo della risposta e tutte queste cautele mi fecero specie; ma poi, guardando meglio, mi accorsi che gli uomini invece di fucile avevano bastoni con un fardellettoinfilato, e che le altre persone erano due donne con bambini in collo e per la mano; e tutta questa povera gente era cenciosa, sparuta, col viso giallo, rifinita dalla stanchezza, sicchè più che paura svegliava compassione. Le donne e i bambini vennero attorno a chiederci con supplichevoli grida un po' d'elemosina, e gli uomini passarono oltre a capo basso senza fiatare. Noi avevamo portato un grosso pane, un boccone di carne e una fiaschetta di vino per ristorarci a mezza strada. Ma l'appetito mancava affatto a mia madre; io aveva appena spelluzzicato il pane, e il barocciaio s'era provvisto di suo. Sicchè io, col consenso della mamma, diedi a quelle donne quasi tutto il pane e tutta la carne, e vuotai il vino in una delle loro scodellette di legno. Esse ci lasciarono con mille benedizioni, e volgendomi vidi che corsero a portare il vino agli uomini e spezzarono il pane ai figliuoli che subito si posero a divorarlo come se fossero stati digiuni da due giorni. Mentre io, confrontando col nostro stato la miseria di quegli accattoni, rifletteva che pur troppo non si danno sciagure, comunque grandi, che non possano essere sempre superate da maggiori disgrazie, udii che il barocciaio brontolava tra sè e sè guardandosi sospettoso ai lati e alle spalle: — Andatevene chiotti quanto volete, ma io vi conosco. Se non si fosse di giorno e vicini all'aperto, non vi sareste contentati del pane. Animo! — e sferzava il povero cavallo già stanco, — noi l'abbiamo scampata bella! Un'altra mezz'ora di viaggio, e poi me la rido di tutti i malandrini che infestano questo maledetto paese! —
Io non so esprimere quanto crescesse la mia mestizia a pensare che sotto le spoglie di così luttuosa miseria potesse occultarsi la malvagità, e che quegli accattoni così umili potessero a tempo e luogo presentarsi in aspetto di masnadieri. La compassione cede il luogo al ribrezzo, e andava cercando con l'animo contristato da cupi pensieri quali sciagurati avvenimenti potessero aver ridotto coloro in così lacrimevole condizione. Che ciò dipendesse dallasola povertà io non poteva darmene pace; forse l'ineducazione, l'ignoranza, il cattivo esempio che i figliuoli ricevono dai genitori bighelloni.... Ed allora.... ah! l'acerbo destino di quegl'innocenti ch'io vedeva camminare a stento aggrappati alle gonnelle, o ciondolare sonnacchiosi la testolina sul seno delle loro madri, mi fece rabbrividire assai più che la brezza gelata della sera avvicinantesi al tramonto.
Io avrei interrogato il barocciaio per sapere se propriamente quel ch'egli aveva detto fra' denti era vero, o non piuttosto una delle solite esagerazioni della paura.... Ma non volli che le sue risposte avessero a cagionare maggior malinconia a mia madre, la quale sebbene mi paresse addormentata, e anche per questo io me ne stava in silenzio, pure poteva darsi che si covasse in segreto il suo dolore e i patimenti di quel disastroso viaggio. No, io non credeva possibile il suo dormire a quelle continue scosse del baroccio. Infatti, me lo disse molto tempo dopo, ella taceva, non si lamentava, non sospirava per non affliggermi; ma soffriva di molto, ed erale già entrato addosso quel male che poi la costrinse a fermarsi più giorni in Orbetello.
Mezz'ora dopo l'incontro degli accattoni, come il barocciaio aveva detto, noi uscimmo dalla macchia; e quando fummo in capo a un'erta mi si piegò a un tratto dalla sinistra l'immensa veduta del mare, e il sublime spettacolo del sole che s'ascondeva dietro l'orizzonte delle acque dipingendo a colori di fuoco le nubi. Io mi sentii subito sollevato, e non potei trattenermi dall'esclamare: «Oh bello!» Anche mia madre guardò, e mi parve alquanto rasserenata; ma dopo un poco, tornando a sdraiarsi, con un sospiro disse: «Ti ricordi tu, eh? Anche tuo padre si rallegrava tutto alla vista dei bei tramonti. Ah! per lui il sole non si leva più, nè più tramonta!» Che mestizia in quelle parole e nel mio animo! Pel rimanente del viaggio io e mia madre restammo tutti muti, e le lacrime scorrevano sopra le nostre gote. Arrivammo a Orbetelloun'ora dopo il tramonto, e ci fermammo ad un albergo; credo anzi al solo albergo che allora si trovasse in quella città singolare.
La frasca inalberata per insegna d'osteria a quell'albergo era molto lunga e ramosa, e trovammo l'uscio spalancato, ma niuno si fece vivo alla nostra venuta. Non bastò che il barocciaio facesse schioccare la frusta, e chiamasse ad alta voce: Oste! Matteo! Teresa! e prorompesse in bestemmie e in ingiurie, perchè gli premeva anco di riporre subito nella stalla il cavallo stracco e sudato. Io smontai dal baroccio, salii due scale sudice, buie e sconquassate, girai due o tre stanze che parevano porcili; chiamai, e sempre invano; giunsi in una cucina che aveva il focolare spento, e quivi trovai due bambini sudici e sdraiati per terra, i quali al mio comparire mi guardarono maravigliati, poi si diedero carponi a fuggire, strepitando come se avessero visto il lupo. Scesi giù sconfortato, con la intenzione di farci condurre altrove; ma appunto allora comparve l'oste, così almeno lo chiamò il barocciaio, benchè a me paresse ciabattino, avendo egli il grembiule di pelle e le mani impeciate.... Era oste e ciabattino nel tempo stesso; e si preparava a dar di braccio a mia madre per farla scendere dal baroccio. Io gli domandai se avesse avuto una buona camera e un buon letto, e se fosse stato possibile preparar subito una zuppa, un cordiale.... A tutte le quali domande l'oste-ciabattino rispose con tanta prontezza che pareva fossimo capitati in un palazzo principesco e nel paese dell'abbondanza. Dunque, dissi tra me, io aveva sbagliato scale. Ma sventuratamente, poichè mia madre con molto patire fu scesa da quel baroccio, e appoggiandosi a me ebbe messo in casa i piedi vacillanti, l'oste-ciabattino c'invitò a salire quelle medesime scale, c'introdusse in quelle medesime stanze, e ci mostrò la miglior camera che, secondo lui,fosse in tutto il paese, ed in cui, per ultimo, non so qual principessa, a dir suo, aveva alloggiato più settimane. Mia madre, poveretta, non aveva fiato di parlare; Matteo ci lasciò soli per correre in cerca della moglie e farle accendere il fuoco; io dovei esaminare ben bene tutte le scranne nella camera, prima di trovarne una su cui mia madre avesse potuto sedersi senza rischio di cadere per terra. Tutto il suo corpo era indolenzito dalle scosse del duro baroccio; aveva la voce fioca e tremula, il viso pallido, e le mani le scottavano. Avrei voluto che si stendesse sul letto; ma vidi bene che per quanto anch'ella ne sentisse il bisogno, pure vi repugnava con ragione, perchè il sozzume e il puzzo di quel canile non erano da comportare.
Passò quasi mezz'ora senza che altri comparisse; e in quel tempo mia madre peggiorò a segno che giudicai fosse necessario mandare in cerca del medico; e appena che l'oste fu tornato col lume ad annunziarci che l'ostessa sua moglie era in cucina per mettere al fuoco la pentola, io lo condussi in disparte e lo pregai di correre immediatamente pel medico. Intanto andai in cucina; vidi l'ostessa in faccende attorno al focolare; mi parve una buona donna, un po' meno sudicia del marito, ma assai impicciata. Allora le diedi mano io perchè assettasse uno scaldaletto, e preparasse l'occorrente pei panni caldi e per mettere a sfumare le lenzuola. Tornai da mia madre, e la trovai sempre in peggiore stato. Non istò a dirvi quanta fosse la mia afflizione. In quel tempo il barocciaio portava su i nostri fagotti; e mi disse che un signore del paese, avendo saputo da lui il nostro casato, e dicendo d'essere stato amico di mio padre, chiedeva di visitare la mamma.
Mentre che io andava pensando se convenisse farle ricevere questa visita a motivo dello stato in cui era, il signor Damiano entrò francamente in camera, si diresse a mia madre che voleva alzarsi per riverirlo, e impedendole di far cerimonie le disse con garbatezza: «Scusi semi son fatto avanti: ma io non posso permettere che venendo lei a Orbetello s'abbia a fermare a un albergo. Ho ricevuto più volte ospitalità in casa sua, e non foss'altro per ricambio, ella deve ora accettarla da me. Vetturino, portate subito la roba della signora in casa mia, e dite al mio figliuolo che attacchi il calesse coperto e venga qui. È vero, siamo vicini; Orbetello non è Firenze; ma lei dev'essere stracca, e bisogna coprirsi bene perchè è notte; con quest'aria non si scherza.»
La cortesia e la risolutezza del signor Damiano non ammettevano replica. È vero quel ch'egli aveva detto, d'essere stato più volte in casa nostra, ed io sono persuaso che anche senza questo e' ci avrebbe voluto ospitare. Nella provincia, e in specie nella Maremma, dove n'è maggiore il bisogno, questi uffici scambievoli sono comuni. Ecco perchè, io rifletteva, gli alberghi son così rari e meschini, e servono soltanto a quella povera gente che non ha conoscenze nel paese, e a qualche principessa, come quella citata dall'oste-ciabattino, perchè a motivo della gran distanza tra personaggi titolati e semplici provinciali, si trovano questi in tal soggezione da non arrischiarsi ad offerire ad essi i loro servigi.
L'oste rimase un poco impermalito allorchè, tornando a dirmi che il medico non poteva venir subito, si accorse dalla sola presenza del signor Damiano che noi non avremmo più avuto bisogno del suo magnifico albergo; e a dir vero anch'io rimasi afflitto per lui, ma più assai per l'indugio del medico. Il disappunto dell'oste potè essere, almeno in parte, rimediato facilmente col pagargli, come feci, l'alloggio di un giorno e il costo di quella cena che egli mi disse d'averci provvista e quasimente allestita. Quanto al medico io mi feci animo a dire al signor Damiano, dopo che la mamma fu salita nel suo calesse e mentre noi la seguivamo a piedi: «Io mi approfitterò della sua bontà verso di noi per dirle che la mia povera madre ha bisogno più che altro di un medico.» — «Pareva anche a me che la soffrisse più di quello che non mi sareiimmaginato, e perciò ho voluto che il mio figliuolo venisse a prenderla col calesse. Ora subito, lasci fare, vado io....» — «L'ho già mandato a chiamar per l'oste; ma dice che ora non può....» — «Eh! che discorsi! non risponderà così a me. Vada col calesse, e non dubiti.» — Ciò detto s'incamminò sollecitamente per una stradella traversa; e, non senza mia sorpresa, quando fummo arrivati alla sua abitazione (il cavallo andava di passo ed era costretto a serpeggiare a motivo delle buche profonde e frequenti in quella strada che pareva il letto d'un torrente) io lo vidi raggiungerci in compagnia d'un'altra persona; e al gesto ch'ei mi fece quando ci riunimmo per dar di braccio a mia madre, potei capire che il suo compagno era il medico. Seppi di poi, ma per caso, che quel signor dottore, buona persona quanto al resto, era tanto viziato nel giuoco della tavola-reale, che spesso per non lasciare a mezzo la partita non rispondeva alle chiamate dei malati con quella sollecitudine che il suo dovere avrebbe voluto. Se per altro l'invito gli veniva da un benestante e non da un povero, allora lasciava subito il giuoco ancorchè fosse in vincita.... E qui sta il peggio; perchè tanto il povero che il ricco devono essere soccorsi con la stessa prontezza.
Scesero ad incontrarci la moglie del signor Damiano con due fanciulle, che erano le sue figliuole, e una donna che le precedeva col lume; e fummo accolti da quella buona famiglia come se fossimo stati propriamente di casa. Per lo che io mi sentii cotanto sollevato da dimenticare quasi affatto i disagi del viaggio.
Anche mia madre parve un poco riavuta; ma era uno sforzo, poveretta, uno sforzo ch'ella faceva per corrispondere alle amorevolezze dei nostri ospiti. Ma il signor Damiano procurò accortamente che le prime accoglienze fossero brevi.
Fummo condotti dalla sua moglie nella camera destinata a mia madre; e nel tempo che la donna di servizio preparava il letto, il medico venne a fare la sua visita.Dopo l'esame de' polsi giudicò che mia madre avesse la febbre. A questa parola per noi così tremenda, io mi turbai subito, e non potei reprimere un sospiro doloroso: ma il medico, il quale si accorse di tutto, soggiunse subito: «Badiamo, non trovo indizi di febbre pericolosa; questa mi pare semplice alterazione momentanea, cagionata da debolezza e dallo strapazzo del viaggio.... Il letto caldo, i senapismi, qualche ristorativo leggiero la faranno migliorar presto. Al più al più io dubiterei d'una costipazione che il riguardo scioglierà facilmente. La signora deve stare di buon animo e riposarsi: il riposo, il riposo farà meglio di tutto. Qui ella è come in casa sua. Noialtri maremmani, lo sa, formiamo tutti una famiglia. Dunque entri in letto, beva qualche sudorifero, e più tardi, se sarà sveglia, tornerò a visitarla; se no, domattina; e poi, a qualunque ora, son qui vicino ai suoi comandi.»
Se io dovessi narrarvi tutte le attenzioni che fin d'allora furono fatte a mia madre dall'egregia famiglia del signor Damiano e dal medico, scriverei un capitolo sterminato. Vollero che io mi refocillassi cenando alla loro tavola, e inghiottii qualche boccone più per compiacenza che per bisogno che ne sentissi. Mi destinarono una cameretta accanto a quella di mia madre; e la moglie del signor Damiano s'accingeva a vegliare nella stanza contigua per farle da infermiera.
Non dirò che questo fosse troppo quanto alla padrona di casa, perchè mia madre nella medesima congiuntura avrebbe fatto lo stesso; ma io conobbi bene che la ne sarebbe rimasta mortificata e fors'anche impensierita, dubitando che il suo male fosse maggiore di quello che il medico aveva detto. Dunque io posi arditamente in campo questa ragione, e la signora Beatrice ne restò persuasa; e quando fu fatto tutto ciò che il medico aveva ordinato e parve che la mamma incominciasse a chiudere gli occhi al sonno, io rimasi solo con lei, dopo aver dovuto promettere peraltro di chiamare pel più leggiero motivo.
— E va' a riposarti anche tu, mi disse allora la mamma.Io non ho bisogno d'altro, sto meglio; anche tu sei stracco, hai sofferto. Approfittiamoci del soccorso di questi buoni amici, mandatoci proprio dalla Provvidenza. Ah! che cosa sarebbe se io mi ammalassi!
— No, mamma, non sarà nulla. Questa non è malattia. Un poco di ritardo nel viaggio; ci vorrà pazienza.
— Ma fuori di casa!... Oh! Giulio, tu sei la mia consolazione! ma infelice così presto! Ramingo in così tenera età! Io non posso far nulla per te.... — E con queste ed altre parole di grande afflizione si sfogava ad abbracciarmi e a baciarmi, bagnandomi il volto con le sue lacrime. Io come meglio potei, mi diedi a confortarla e a mostrarmi pieno di coraggio e di buone speranze. Di queste peraltro non ne avevo alcuna, e del coraggio ben poco; ma le mie parole qualche effetto produssero per calmarla; e poi conobbi, e in seguito ebbi occasione di convincermene, che a forza di figurarsi d'averne, il coraggio viene e va crescendo a proporzione del bisogno. La temerità è pregiudicevole, ma una certa fiducia nelle nostre forze ci vuole, e giova molto.
Quel libero sfogo al dolore fece sì che mia madre potesse infine addormentarsi; ed io piano piano mi collocai a sedere sopra una poltrona a piè del letto, standomi celato dietro le cortine e sforzandomi a respingere il sonno. E questa invero fu impresa difficile più che non mi sarei aspettato. Non avevo mai fatto nottate, ero stracco, indolenzito anch'io dal baroccio: dopo due ore di resistenza penosa m'incominciò a dolere il capo e a venire freddo. Nondimeno, a costo di qualunque patimento, io la vinsi, e non chiusi mai gli occhi. Per buona sorte fu inutile quanto alla mamma, perchè dormì bene per tre o quatr'ore, e nel rimanente della nottata non ebbe bisogno d'assistenza. Quanto a me poi, essendomi posto a pensare, ora seduto ora in piedi, a' casi nostri, che è il migliore espediente per vincere il sonno, ricavai dalla veglia molto vantaggio; e quella lunga meditazione mi premunì forse contro qualche futura inconsideratezza giovanile.
Benchè la mamma non fosse gravemente malata, pure il medico annunziò che la guarigione sarebbe stata assai lenta, e non volle udir parlare di viaggio. Quello già fatto, comunque breve, l'aveva posta in un gran rischio, e le forze per continuarlo, secondo lui, non le potevano ritornare che tra un mese. Quest'indugio accorava mia madre; ma il signor Damiano trovò nuovi argomenti e invigorì quelli del medico per esortarla a sospenderlo quanto occorreva e per mettere un po' in quiete il suo animo.
Il signor Damiano era stato amico di mio padre, e ben conosceva il nostro stato. Offerse dunque la sua intromissione. Come non poteva ella essere accettata? Fu deciso intanto di scrivere a Firenze ai parenti della mamma; ma a due o tre lettere scritte da lei medesima non giunse risposta. Allora il signor Damiano chiese notizie ad un suo amico, e da questo potemmo ricavare che appunto in quei giorni era morta una vecchia zia di mia madre. Questa donna le aveva sempre voluto bene, ed era stata sola a non disapprovare la partenza della nipote in compagnia del marito sventurato. Essa era piuttosto facoltosa, e mia madre avrebbe avuto diritto a ereditare una parte dei suoi averi. Ecco dunque una forte ragione per sollecitare il nostro viaggio; ma non conveniva mettere a repentaglio la salute di mia madre.
Mentre essa e il signor Damiano andavano ricercando quale fosse il miglior partito da prendere, mi venne la ispirazione di metter bocca, dicendo: «Se andassi io a Firenze potrei far nulla di buono?» — «Anzi, disse subito il signor Damiano, Giulio è franco, è avveduto, io credo che sarebbe capacissimo; lo raccomanderei a questo mio amico.... senz'altro mi sembra cosa fattibile....» Io guardava mia madre; e vidi subito che in lei combattevano, com'era naturale, due opposti pensieri: il desiderio di darmi un segno di fiducia col permettere che io ponessi a prova in questo frangente la mia capacità, e il dolore di doverci separare per molti giorni e di vedermi esposto così solo e giovinetto ai rischi d'un lungo viaggio. L'affettoe la trepidanza di una tenera madre prevalsero in principio a tutte le riflessioni; ma poi si lasciarono vincere dalla speranza che questo tentativo potesse in conclusione essere più utile a me che a lei, col somministrarmi gli aiuti dei quali io avevo bisogno. Essa non manifestò chiaramente questo pensiero, ma io lo lessi nel suo animo e nei suoi sguardi. Fu stabilito dunque che io mi sarei incamminato quanto prima per Firenze; e il signor Damiano prese sopra di sè ogni cura perchè la mia gita avesse buon esito.
La mamma peraltro non seppe che io dovevo andarvi per mare; il suo timore si sarebbe troppo accresciuto. Il signor Damiano, che sapeva essere nel porto S. Stefano una nave preparata a portare un carico di legname da costruzione a Livorno, giudicò che per quella via mi sarei potuto sollecitare maggiormente; ed essendo egli amico del capitano, mi dava così un compagno fidato fino a Livorno.
Innanzi di narrarvi la mia prima spedizione marittima, concedete che un viaggiatore in erba vi parli alquanto del luogo dov'ei si trovava quando fu preso il partito per lui memorabile d'esporlo a un viaggio di più che cento miglia sul mare.
Orbetello è una piccola città che risiede in mezzo a uno stagno marino. Lo stagno è chiuso da due anguste lingue di terra che si prolungano in mare e si congiungono al Monte Argentario; il quale senza di esse sarebbe isola; ma essendo così riunito alla terraferma, si può chiamare piuttosto penisola o promontorio. Una terza lingua si parte dalla terraferma tramezzo alle due laterali, ma non si prolunga fino all'Argentario; e sulla sua estremità è fabbricata Orbetello[30].
Lo stagno è salso e poco profondo, e vi si fa abbondante pesca d'anguille e di muggini. Orbetello è anche fortezza; e le sue mura antichissime sono dei tempi deipopoli Etruschi, composte d'enormi pietre commesse senza cemento. Il clima è dei meno insalubri del territorio maremmano, e la sua temperatura è mite a segno che vi nascono e molto si propagano alcune piante crasse dei caldi paesi affricani, come l'agave e l'aloe; gradevole è vederle mescolate ai pini e far da siepe agli orticelli.
Una mattina, prima della mia partenza, il figliuolo del signor Damiano volle condurmi a visitare il Monte Argentario, di sulla cima del quale si scorge una magnifica veduta di mare con le isolette di Giannutri, del Giglio, di Montecristo, della Pianosa e l'isola dell'Elba ch'è la maggiore dell'Arcipelago toscano. Il monte è vestito di macchie; si trovano alle sue falde alcune grotte spaziose piene di bellissime stallattiti. Scendendo alla costa si trova tra il mezzodì e il levante l'antico porto denominato Port'Ercole, che è quasi affatto in abbandono da lungo tempo, perchè inservibile alle grosse navi a motivo dei suoi interramenti. Nel lato opposto rivolto a settentrione è Porto S. Stefano; e questo nella sua piccolezza giova a quel po' di commercio che gli abitanti fanno; è frequentato da molte barche, ed ha buoni marinari. Per me che venivo da Montalto, povero e squallido paese, e che non avevo veduto altri luoghi, questi dei quali vi parlo avevano già molte attrattive; ma non sono da mettersi in confronto con le terre più popolose e più coltivate, e con le coste marittime dove ha principal sede il commercio. Se ne eccettuate la selvatica bellezza, che più non si può ritrovare in vicinanza delle grandi città, nè laddove l'industria instancabile dell'uomo toglie il naturale aspetto a tutte le cose e in mille modi le trasforma, quei paesi sono malinconici, perchè fa compassione vedervi pochi abitanti, per lo più poveri e malati e sudici e pieni d'ignoranza e di pregiudizi; casucce in rovina; terre incolte; uomini indolenti come se fossero scoraggiti; è penuria insomma di tutto ciò che si trova in un popolo quando è prosperante e incivilito. Poche sono le famiglie, che, come quella del signor Damiano, mostrano agiatezza, educazione, operosità equalche cultura d'intelletto. Da queste alle altre passa una differenza sproporzionata, come se fossero poche piante rigogliose sparse qua e là in un campo di triboli arsi dal sole o di cespugli marciti sul margine di putride pozze. Io non potevo fare allora le riflessioni di chi ha esperienza degli ordinamenti sociali; ma ben mi rammento che mi fece molta specie vedere, soprattutto in Orbetello e nei pochi villaggi circonvicini, i fanciulli e i ragazzi starsene tutto il giorno strasciconi per le strade, giuocare, abbaruffarsi; e poi sentir fare le maraviglie allorchè domandai se vi erano scuole. Ho veduto molti altri luoghi più remoti e in apparenza più sterili di quelli, ove per altro la popolazione è meno miserabile, meno oziosa, meno sofferente. E perchè? in grazia dell'amore al lavoro, dell'industria e dell'istruzione procacciata ai ragazzi e nella scuola e nelle officine. A queste cose non può provvedere il povero da se stesso, ma ci pensano i benestanti, quelli che amministrano il patrimonio del Comune, essendo tra i loro principali doveri quello di soccorrere la popolazione, affinchè possa educarsi, istruirsi, e prosperare con l'industria. Mi parve adunque che i benestanti e i magistrati della Comunità d'Orbetello abbandonassero addirittura tutto il rimanente della popolazione alla sua ignoranza e alla sua miseria, come se quei meschini non fossero stati loro fratelli, come se migliorando la loro condizione non ne fosse poi venuto molto vantaggio anche ad essi. Ma io parlo di molti anni fa. Ora potrebbe darsi che le cose anche in quel paese andassero meglio, come meglio vanno in alcuni altri luoghi.
Fui condotto a vedere le vestigia dell'antica Ansedonia già città degli Etruschi. Sono sulla costa di terraferma, in cima ad un poggio, presso la più larga di quelle due lingue di terra che rinchiudono lo stagno. Trovansi una parte delle mura quasi sepolte fra la terra e la macchia, e anche quelle sono composte di enormi massi posati l'uno sull'altro; poco più che queste ruine rimane a memoria di un popolo celebre per cultura, floridezza e potenza. Quel popolo è estintoda molti secoli; ma la gente che viveva allora in mezzo a così vantate ruine mi parve moribonda, in uno stato di tanta prostrazione da potersi dire peggiore della morte. Ecco i funesti effetti della schiavitù, della violenza, della depravazione con cui un popolo conquistatore opprime sempre il popolo conquistato. Molte generazioni ne risentono i danni.
Lasciai mia madre molto migliorata; e questa prima separazione fu assai bene sostenuta dal suo coraggio. Mi diede alcuni savi ricordi sul modo di contenermi coi parenti: mostrassi francamente la nostra povertà, che l'esser poveri quando non deriva da imprudenza ma da irrimediabili disgrazie, non fa vergogna; fossi umile e modesto, ma senza bassezza; chiedessi che fossero sostenuti i suoi diritti per ottenere giustizia, ma usando sempre modi amorevoli, non mai ostili; badassi bene insomma di tenere in tutto quella prudenza di cui mi credeva capace: «Tu vai in una gran città, ed è la prima volta! hai pochi anni, poca esperienza.... Affidati dunque nelle persone alle quali il signor Damiano e io ti abbiamo raccomandato. Mentre il tuo amoroso zelo pel mio bene mi dà grande consolazione, io non ti nascondo che questo passo mi pare ardito, che starò in qualche pensiero.... Tu sei ora il mio solo appoggio. Se la molta giovinezza e l'inesperienza non ti concederanno ora d'essermi utile anche in questo, rassegnati: aspetteremo; non precipitiamo nulla oggi per non avere a perdere la possibilità d'ottenere qualche cosa domani. Molti altri pericoli può incontrare un giovinetto quasi libero di sè nella capitale, ma io so che un solo pensiero vi ti conduce, quello di giovare alla tua sventurata madre; sicchè non ho ragione di temerli.» Avrebbe pianto nel dirmi addio, e quando fu rimasta sola avrà pianto dicerto; ma io non vidi le sue lacrime; si studiava di mostrarsi serena. Quell'esempio di forza d'animo accrebbe il mio coraggio.
In Porto San Stefano vidi più gente affaccendata, più gaiezza, meno poveri, qualche casa con la facciata pulita, maggior numero di campi coltivati, alcuni orticelli e giardinetti con abbondanza di fiori e d'aranci; sicchèil luogo è ameno; e al primo giungervi io mi sentii ricreare. Ecco gli effetti d'un po' d'industria e d'un po' di commercio. Erano nel porto parecchie barche arrivate quello stesso giorno da Piombino e da Portoferraio, e alcune si apparecchiavano a partire; molti marinari occupati a scaricar quelle e a caricar queste popolavano la riva del porto e ne solcavano le onde con le barchette. Questo andirivieni, la varietà degli oggetti, e la vista del mare messo in moto da un buon vento di levante, mitigarono la mia mestizia, e mi fecero nascere una grande smania di pormi in viaggio.
Il capitano della nave che doveva condurmi a Livorno era in una bottega sul porto, e compieva le sue faccende con alcuni del paese. Quando vide il signor Damiano corse lietamente a noi, e guardandomi: «È questi, disse, il nostro compagno di viaggio? Va bene! Non è stato mai per mare eh? Avrà paura?» — «Per ora non credo, dissi io.» — «Tanto meglio; staremo allegri. Il vento è propizio. Domani presto, se si mantiene, siamo a Livorno.» — «Quindi parlò d'affari col signor Damiano; il quale gli consegnò alcune lettere e molti denari. Andammo a far colazione in un'altra bottega che era caffè, drogheria e merceria nel tempo stesso; e un'ora dopo, la nostra nave, denominata la Pia, era pronta per far vela. Mi piacque la franca giovialità del capitano; e quand'egli si fu congedato, e m'ebbe preso la mano, dicendo: «Andiamo dunque a far l'altalena fino a domani,» io mi sentii un'improvvisa commozione che non era nè paura nè giubbilo, ma.... io non saprei spiegarla. Mi addolorava un poco il separarmi dal signor Damiano; non vedevo l'ora d'essere sulla nave; lasciando la terra sentivo il distacco di mia madre; affidandomi al mare si risvegliava con tutta la sua forza una certa smania che sempre avevo avuto per le avventure, e che forse era nata dalla lettura della vita di Cristoforo Colombo. E vi confesserò che scendendo nella lancia per andare a bordo della Pia, mi ricordai di quell'illustre italiano e della scoperta dell'America. Non ridete, di grazia, perchè in quella reminiscenzanon vi fu alcun sentimento d'amor proprio, nè vi poteva essere nemmeno nella testa d'un fanciullo; io volli soltanto venerare di nuovo il genio di quel grande, e compiangere le sventure che a lui provennero dall'ingratitudine dei potenti, e quelle che impedirono alla nostra patria di soccorrerlo e d'onorarlo com'ei meritava.
Appena che fui salito a bordo della Pia, mi fece meraviglia il cambiamento improvviso dei modi del capitano. Non era più un uomo gioviale; il suo volto non aveva più un sorriso: in quella vece, ordini pronti, severi; sguardi focosi, accigliati; poche parole, ma proferite con tono sonoro, risoluto: pareva burbero, pronto alla collera inesorabile; sei marinari della nave l'obbedivano nell'atto, senza fiatare, e ad ogni sua voce erano tutti all'erta. Io me ne stavo immobile nel posto dove il capitano m'aveva fatto cenno di rimanere. Se non avessi trovato questa osservazione tra i ricordi che scrissi in quel tempo, ora non l'avrei notata davvero; perchè ho dovuto in seguito assuefarmi io stesso a quella austerità di comando senza la quale un capitano non sarebbe o sarebbe male obbedito. Non mi pare d'esser burbero; anzi la giovialità e l'allegria mi piacciono; ma quando mi son trovato a dover capitanare una nave, sono stato costretto ad essere rigoroso. La indiscretezza e la inumanità stanno male in tutti, malissimo in chi deve farla da superiore anche nel governo d'un bastimento; ma la soverchia dolcezza, l'indulgenza, il poco vigore sarebbero difetti molto più pericolosi a bordo che in qualunque altro luogo. Il minimo indugio, la minima negligenza d'un marinaro possono mettere in gran rischio la vita di tutti e le sostanze di chi vive della mercatura. La salvezza dei marinari e dei passeggeri, la sorte delle loro famiglie, il buon andamento dei negozi d'uno o di più mercanti dipendono dal capitano. Quand'uno pensa a tanti gravi doveri e ai molti pericoli in mezzo ai quali si trova, ha bisogno di farsi animo risoluto davvero, e di poter avere molta fiducia nella sua perizia. Tutto ciò contribuisce a dargli quandoè in funzione un forte sentimento della propria autorità e a valersene con molto vigore. Io che sognavo viaggi per mare e che avevo la smania d'esser capitano, ammiraglio e che so io, mi raumiliai tutto facendo queste riflessioni in alto mare sopra una piccola nave, non vedendo più altro che cielo e terra, e avvicinandosi le tenebre della notte. Egli è poi necessario che ognuno faccia quelle riflessioni che si riferiscono alla professione alla quale si crede inclinato o si trova destinato, perchè in ogni ufficio il cittadino può fare gravi danni se lo esercita male. Ho udito spesso i giovinetti esclamare: io farò il medico, io l'avvocato, io entrerò nella milizia e diventerò ufiziale, io mi metterò l'abito da prete per cantar messa, per confessare, io sarò pittore, scultore, negoziante, impiegato e via discorrendo; e molti studiando poco, e pensando meno ai doveri del loro stato, si tirano su per ammazzare i malati più presto che non avrebbe fatto la malattia, per imbrogliare le faccende nel tribunale, per essere gravosi alla società invece di difenderla, per fare della religione un mestiero venale e non un ministero dignitoso, per disonorare le belle arti, la mercatura, il servigio del pubblico nell'amministrazione dello Stato, per tradire insomma se medesimi e gli altri.
In minor tempo di quello che ci voleva a pensare e stendere un po' meglio questo lungo periodo, il buon vento che empiva le vele della Pia, facendole velocemente solcare le acque, ci condusse al largo. La nave scorreva tutta piegata dalla parte dove le vele si vedevano far seno al vento; e di quando in quando alzava ed abbassava a guisa d'altalena ora la prua ora la poppa per sormontare i lunghi gioghi dei cavalloni. Quando il capitano ebbe dato tutti i suoi ordini e riscontrato che ogni cosa andava bene, si volse a me con un lampo di quella giovialità che mi aveva mostrato sopra terra, e io volevo movermi per andargli incontro; ma per quanto mi fossi disposto a farla da franco, non potei staccare un passo senza sentirmi uscire d'equilibrio. Allora il capitano sorridendo mistese la destra, e stringendola forte mi condusse a passeggiare seco; io lo seguivo barcolloni barcolloni badando più ai passi che alle parole; e poi mi dovei presto mettere a sedere perchè mi venne il capogiro, il sudorino freddo, e, per dirla alla buona, la voglia di dar di stomaco. «Ma,» diceva il capitano ponendomi a sedere sopra una matassa di gomena a piè dell'albero maestro, «io son contento; sei stato saldo finora; buon segno. Il mare non ti darà noia; un'altra passeggiatina più tardi, e poi a dormire sotto coperta.»
Mi lasciò lì; fece un fischio; i marinari subito al loro posto; e a forza d'altri fischi, eseguirono nuove manovre, perchè il vento si andava mutando.
Noi avevamo già oltrepassato di qualche miglio quegl'isolotti o scogli che si chiamano le Formiche di Grosseto e che sorgono dirimpetto alla foce dell'Ombrone maremmano. Il sole era vicino al tramonto. Io mi godevo una magnifica veduta; molte nebbie lontane sull'orizzonte si colorivano di porpora, o splendevano come l'argento ai raggi del sole, e la brezza autunnale investendomi di faccia mi rinfrescava e mi invigoriva. Ma dopochè «il ministro maggior della natura» si fu celato ai nostri sguardi oltre la curva della tremula marina, e le nubi che gli facevan corteggio ebbero a poco a poco perduto i loro vivaci colori e quelle fantastiche forme che ora parevano montagne ricoperte di candida neve, ora splendide e immense grotte, ora laghi di luce limpidissima con isolette di smeraldo, incominciò l'oscurità a distendersi dietro a noi, e una nebbia sottilissima e pungente ricoperse la superficie delle acque. La nostra nave aveva rallentato molto il suo corso, perchè il buon vento più non spirava, e le vele ciondolavano inoperose dai loro alberi.
Il capitano si mostrò dolente di questa inaspettata variazione del tempo, e parlando col timoniere gli disse: «Io non vorrei che una calma noiosa ci avesse a far perdere la nottata. Almeno fossimo più vicini al canale (di Piombino)! lì un po' di vento si troverebbe, e tra questoe la corrente in favore potremmo andare innanzi alla meglio. Io vedo che bisognerà aiutarci co' remi.» La Pia era una nave poco più grossa di una paranzella, quasi nuova, costruita bene, eccellente veliera, e al bisogno vi si potevano adattare i remi affinchè non fosse sempre necessario rimorchiarla con la lancia quando il vento mancava. Difatti il capitano ordinò che fossero ammainate le vele, e che i marinari facessero di tutto a forza di remi per entrare presto nel canale. Ma prima lasciò che quella buona gente cenasse, e cavò dal suo bugigattolo un paio di bottiglie di vino generoso per preparare le loro forze a una lunga remata. Quando essi, dopo aver cenato, incominciarono a vogare, il capitano chiamò a mensa anche me, e lì sopra coperta ci levammo l'appetito. Io ne avevo molto, e mi piacque assai quel pasto marinaresco. Quando venne la notte preferii di starmene sopra coperta, poichè appunto m'era proposto di non addormentarmi finchè fossi stato a bordo; tanta era la smania di vedere il mare e tutte le manovre dei marinari. Il capitano non si oppose al mio desiderio; ma perchè non fossi preso dal freddo, mi diede uno dei suoi cappotti, e poi andò a riposarsi.
Trovandomi così rinfagottato mi divenne più difficile resistere al sonno; ma ormai, dopo la nottata che avevo fatto per mia madre in casa del signor Damiano, m'ero avvezzato a domarlo, e v'assicuro io che questa abitudine può riuscire molto vantaggiosa.
Quei poveri marinari vogavano e vogavano; ma la calma era così profonda che la Pia, ad onta della sua riputazione, pareva la più infingarda tra tutte le navi che costeggiavano allora il Mediterraneo. Dopo tre ore di tanta fatica la nostra ciurma era spossata, e il capitano che non aveva potuto chiuder occhio per la stizza di così ostinata mancanza di vento, concesse ai remiganti un po' di riposo, e mandò a dormire anche il piloto prendendo sopra di sè il governo del timone. Allora mi posi a colloquio con lui, e ritrovandolo cortese come m'era sembrato sopra terra, gli feci mille domande sull'arte di navigare,per la quale mi pareva d'avere grandissima vocazione. Egli mi rispose con compiacenza, e da quanto mi ricordo, conosco ora ch'ei doveva possedere molta perizia della nautica. Discorso facendo mi parve di scorgere in lontananza, di mezzo alla nebbia, un oggetto che dirigevasi verso di noi; e siccome la curiosità mi distraeva dal colloquio, anche il capitano si volse e mi domandò che cosa io guardassi con tanta attenzione. Io gli accennai con la mano, ed egli: «Non vedo nulla. Avete voi buona vista?» — «Buonissima, risposi; e con quanti ne ho fatto paragone non ho trovato finora chi l'avesse migliore della mia.» — «Me ne rallegro; buon requisito per un nocchiero. Anch'io l'ebbi eccellente; ma una fiera flussione, l'affaticarla molto, me l'hanno indebolita.» In ciò dire ei guardava con un canocchiale che si trasse di tasca, e poco dopo s'alzò subitamente, chiamò il timoniere al suo posto, svegliò i marinari, diede subito ordine che corressero ai remi. «E vogate a distesa; bisogna entrar nel canale più presto che sia possibile; è vicino; avanti, figliuoli; io credo che ci siano gli Algerini alle spalle, avete capito? Lestezza e silenzio. Viva la Pia!» Avevano già obbedito prontamente; ma alle ultime parole io li vidi accendersi subito d'un ardore incredibile. I remi si movevano rapidissimi, e dopo poche vogate la Pia fendeva le onde come se avesse avuto il vento in poppa. Io a un cenno del capitano mi tirai in disparte. Egli disse allora non so che cosa al timoniere, andò presso i rematori, visitò tutte le corde, le gomene, ogni parte della nave; tanto egli che il timoniere avevano gli occhi continuamente rivolti a quell'oggetto che io avevo scoperto, e m'accorsi che ambedue esaminarono quasi di soppiatto le pistole che avevano ai fianchi sotto il gabbano. Io, potete figurarvi se avevo grande ansietà di sapere che cosa tutto questo significasse; e mi pareva anche d'averne un certo diritto, subitochè se non fossi stato io.... Ma il capitano troncandomi la domanda, mi prese dolcemente pel braccio, e mi condusse sotto coperta, dicendomi:
«Dovete aver sonno, dormite senza alcun timore. La vostra vista penetrante ci ha forse recato un gran servigio. Potrebbe darsi che alcuni corsari ci dassero la caccia; ma se sapessero che questa nave è la Pia, e che gli abbiamo già scoperti, si risparmierebbero la fatica. Volevano approfittarsi della calma e della nebbia per tentare una preda; ma, con altre poche vogate, questa medesima nebbia farà perdere a costoro la nostra traccia.» Mentre egli così parlava era occupato a mettere, in punto alcune carabine ed altre armi che stavano riposte sotto chiave nel suo bugigattolo; sicchè io riflettendo che, sebbene mi dicesse non esservi nulla da temere, nondimeno si apparecchiava alle difese, mi feci animo a dirgli; «E se vi fosse qualche pericolo, credete voi che io sia tanto fanciullo da sgomentarmi? Date una carabina, se c'è d'avanzo, anche a me; io so maneggiarla; mio padre, buon'anima, m'insegnò l'esercizio militare. Se vi fosse bisogno d'un aiuto al remo, eccomi qui; dianzi, col permesso del timoniere, perchè io credevo che voi dormiste, ho aiutato a remare il più vecchio dei vostri marinari, e ora so come va fatto.» — «Va bene, soggiunse sorridendo il capitano, se vi sarà bisogno di voi, io vi prometto di chiamarvi.» A queste parole mi parve d'esser diventato più alto quattro dita e robusto come un leone. Ma intanto, io diceva tra me, si tratta di fuggire. Convengo che non è vergogna fuggire quando sappiamo d'avere alle spalle dei masnadieri; ma le nostre forze sono o non sono superiori alle loro? Se potessimo catturarli noi, e liberarne il mare che infestano con le loro scorrerie, non sarebbe una gloria di più per la Pia, che va tanto fastosa del suo soprannome disnella? non sarebbe un bel servigio per gli altri naviganti? Ed eccomi al solito a fare castelli in aria di avventure, di prodezze; e tanto m'infervoravo in quei sogni, che non mi accorsi della partenza del capitano.
Dopo molto fantasticare mi ricordai di mia madre, a riflettei che se mi fossi ritrovato a mal partito con quegli Algerini ch'io avevo tanta smania d'assalire e di catturare;se avessi dovuto, con tutto il coraggio di Don Chisciotte, andare schiavo in Barberia, senza speranza d'essere riscattato, perchè mia madre era povera, ella sarebbe stata più infelice che mai, e forse un nuovo dolore e così grande l'avrebbe fatta morire. Ma di nuovo la soverchia fidanza nelle mie forze mi seduceva; e quasi avrei accusato d'ingiustizia il capitano, perchè a me, che in sostanza per aver saputo stare sveglio avevo potuto scoprire il nemico, a me si dovesse fare l'oltraggio di costringermi a rimanere acquattato sotto coperta nel tempo del pericolo. Intanto io sentivo che la Pia vogava celermente, come se le forze dei marinari fossero raddoppiate; e non seppi resistere alla tentazione di far capolino sul ponte, e vidi che uno dei rematori più stanchi era al timone, e che il timoniere e il capitano avevano preso anch'essi il remo e vogavano alla disperata. Nell'alzarmi feci qualche rumore; e il capitano mi diresse subito la parola con voce sommessa ma autorevole, dicendo: «Ancora non c'è bisogno di voi; state al vostro posto, e non fate strepito.» Tornai corrucciato a rimpiattarmi; e un eroe spartano avrebbe mosso meno querele di quelle che io feci segretamente nel trovarmi così condannato alla vergognosa figura del poltrone. Ma nello stesso tempo m'accorsi di qualche movimento straordinario sopra coperta; poi udii alcuni spari di fucile a certa distanza, e subito in risposta a quelli una scarica gagliarda di carabine dal bordo della Pia. Successe breve e profondo silenzio, tanto che io potessi accertarmi d'aver avuto paura, e persuadermi col fatto della gran differenza che passa dall'immaginare pericoli e prodezze, al ritrovarsi davvero nel cimento. La curiosità allora non fu tanto forte da vincere il mio timore; e obbedii al capitano, senza mio merito, perchè i piedi non volevano camminare. Non indugiò un altro sparo dei pirati che erano in due barche sottili e snelle; nè i nostri marinari se ne stettero con le mani alla cintola. Subito dopo questa seconda scarica della Pia, io udii molti urli disperati e selvaggi che venivano dalla parte dei pirati,e dilungandosi per la quieta superficie delle acque ispiravano terrore; ma nella Pia al contrario furon grida di giubbilo. — Vittoria! Vittoria! Sono stati colpiti! Hanno dato volta! Siamo nel canale! Ecco il vento! — Tra queste voci proferite quasi tutte in un tempo si fece sentire il fischio del capitano; tutti tacquero, e si diedero a manovrare secondo i varii ordini; furono riaperte le vele, ripresi i remi perchè ancora il vento era debole, e l'ultima cosa che mi ferisse le orecchie fu un languido eco degli ululati lamentevoli degli Algerini che si allontanavano, come il cane che guaisce fuggendo dopo essere stato percosso. Quei masnadieri, è vero, tentavano di rapirci la libertà, di predare la nave, ed erano pronti a toglierci la vita per mandare ad effetto questo malvagio divisamento; ma la loro insidia fu scoperta in tempo; le loro forze erano inferiori a quelle dell'equipaggio della Pia; e quei gemiti lugubri, che certo indicavano che alcuno di essi era rimasto ferito, forse anco a morte, mi commossero, in specie pel contrapposto dei lieti gridi dei marinari. Vedete un poco per quanti sciagurati casi gli uomini, che pur dovrebbero essere tutti fratelli, si riducono a gioire del male dei loro simili! Io ero rimasto assorto in queste considerazioni. Alzai gli occhi, e vidi di faccia a me il capitano che mi guardava sorridendo: — «Avete avuto paura?» — «Paura? No; cioè, a dir vero, sì, ma contro mia voglia.» — Lo credo; e avreste avuto desiderio di essere spettatore; ma io non lo potevo permettere. Non è questa, ragazzo mio, la prima volta che ho avuto che fare con quella canaglia; e sebbene fossi sicuro che ce ne saremmo liberati facilmente, nondimeno mi premeva troppo che voi non vi esponeste al minimo rischio. Eh! costoro possono ringraziar voi....» — «Come? Non dovrebbero anzi lagnarsene, se sapessero che la mia vista casualmente gli ha fatti scoprire un po' prima?...» — «Se voi, che avete una madre.... è egli vero? se voi non foste stato a bordo, io non gli avrei fuggiti, no. A qualunque costo mi sarei misurato con loro, e avrei cercato di sodisfareun'antica vendetta!...» Ciò dicendo il capitane fremeva, aggrottando gli occhi scintillanti di fuoco e stringendo i pugni. Poi guardò il cielo, ed esclamò sospirando profondamente: «Povero figliuolo! povera madre!» E gli vidi spuntare alcune lacrime ch'egli s'asciugò con la mano dopo essersi percossa la fronte. Io rimasi sbigottito ed afflitto; e il capitano che aveva già calmato quella subita commozione, prese a dirmi così:
«Io ero semplice pilota di una nave mercantile, avevo moglie e un figliuolo, la nostra sola, la nostra diletta creatura. Quando fu giunto all'età di sette anni incominciai a condurlo meco per mare perchè si avvezzasse per tempo alla vita a cui forse era destinato. Bello, gagliardo, coraggioso, sarebbe riuscito un fiore di marinaro. Una volta fummo assaliti dai Barbareschi; erano molti, bene armati, e ci diedero la caccia nel colmo della notte mentre la burrasca infuriava. Noi facemmo buona resistenza, e ci liberammo da quel pericolo: ma la lotta fu lunga e atroce. Tre dei nostri perirono; l'orrore delle tenebre, i tuoni, i fulmini, l'impeto del vento tra gli spari delle carabine e delle spingarde, tra le urla degli assalitori e dei feriti, avrebbero messo lo sgomento nell'animo del più ardito nocchiero. Io non potevo abbandonare il mio posto; una palla di moschetto mi colpì nel braccio sinistro, e nondimeno rimasi fermo al timone, se no avremmo fatto naufragio. Il mio figliuolo era stato messo in luogo sicuro sotto coperta, e in tutto il tempo della mischia e della burrasca io non lo vidi, nè udii la sua voce, nè dubitai che gli fosse accaduta alcuna disgrazia. Poichè i pirati furono messi in fuga e la burrasca ebbe fatto posa, potei affidare ad altri il governo del timone, e prima di medicare la mia ferita, corsi in cerca di quella povera creatura. Non lo trovai nel luogo ove doveva essere; guardai altrove; ne dimandai; nessuno sapeva rispondermi; divenni furente.... Allora uno dei miei compagni quasi piangendo mi esortò a darmi pace; mi disse ch'io l'avrei cercato inutilmente.... Ah! io non so che cosa facessi allora;perdetti il lume degli occhi e l'uso della ragione, e mi diedi a brancolare, benchè due o tre mi rattenessero a forza, in cerca delle mie viscere.... Poi la perdita del sangue dalla ferita mi fece cadere in deliquio, e mi spossò talmente che dovei pur troppo calmarmi. Seppi allora il tristo caso: il fanciullino s'era mosso dal suo ricovero per venir forse da me; un marinaro che lo vide in pericolo d'esser colpito da una palla, mentre la nostra nave per la forza dei vento si piegava tutta verso quella dei Barbareschi, corse a prenderlo per un braccio; ma in quello stesso tempo egli restò ferito, e precipitò in mare traendosi seco il mio figliuolo! Fecero gli altri ogni prova per salvarli, ma fu inutile, e mi nascosero il fatto sinchè il mio dovere mi tenne presso il timone e alla bussola. Figuratevi con che cuore io tornassi a terra, con che cuore io mi accostassi a casa! Anzi non so come la vita mi bastasse a reggere a tanto dolore, come facessero i miei compagni a frenare la mia disperazione. Pur tornai, e la mia moglie mi vide solo, e impallidì. Mosse le labbra tremanti a interrogarmi; e prima che la mia risposta fosse intera, capì che io non sarei più potuto ritornare a lei insieme col nostro figliuolo. Allora la misera madre gettando un grido disperato chinò il capo sul petto; io la sostenni perchè non stramazzasse per terra; piansi, ma ella non rispose al mio pianto; mi provai a confortarla, ma il dolore le aveva impietrito le lacrime e le parole; aveva nel viso il color della morte, nelle membra il freddo della morte; ma il cuore batteva, batteva rapidissimo, e le sue braccia stavano avviticchiate al mio corpo con una forza incredibile.
«Parve che a poco a poco la fiera convulsione si calmasse, ma niuno udì più la sua voce, nè i suoi occhi più si chiusero al sonno, ed ella guardava me solo, e me solo seguiva sempre come l'ombra il corpo, e sembrava che fosse di continuo presa dal timore di perdere anche me. Quindi non fu mai possibile dissuaderla dal venir sempre meco per mare; e la misera se ne stava nella naveseduta, immobile dovunque io la ponessi, purchè mi vedesse; poco cibo e poca acqua bastavano a nutricarla; e niuna cura avea più nè delle sue vesti nè del suo corpo fuorchè in nettezza della quale era oltremodo scrupolosa; e solo ambiva d'essere coperta d'una gonnella bianca stretta alla cintola da un nastro nero, quasi volesse significare la innocenza del figliuolo e il lutto d'averlo perduto. La terza volta che io tornai a bordo con lei facemmo lo stesso viaggio che fu per noi tanto funesto. Ma nessuno le aveva detto nè dove nè come la nostra creatura fosse perita.... Or bene, quando fummo in quel medesimo luogo, io la vidi precipitarsi verso la sponda; poi si rattenne; io ero già accorso; le mie braccia le impedirono di cadere; ma la sua vita era spenta! Forse l'immenso amore materno l'aveva fatta indovina.... Chi sa?... È stato per me e sarà sempre un mistero che io lascerò spiegare alle madri.»
Ciò detto, il capitano mi voltò subito le spalle e andò via, probabilmente per nascondermi le lacrime che tornavano a spuntargli sotto le ciglia. Poco dopo io salii sopra coperta, e lo rividi tutto occupato secondo il solito a dare gli ordini ai marinari per le loro manovre. Il vento fresco ci aveva condotti rapidamente alle viste di Livorno. Il sole incominciava a spuntare di dietro i monti. Allora con la luce mattutina io potei scorgere le coste toscane da un lato, e dall'altro le isole infino alla lontana Corsica altiera dei suoi monti elevati e scoscesi. A poco a poco distinsi il fanale di Livorno, e poi gli alberi dei bastimenti che erano ancorati nella rada e nel porto, e le molte case della città che incominciava allora a crescere a quella floridezza a cui è giunta ai dì nostri. Io non avevo fino allora veduto che borghi e castella o città così anguste da meritare poco più che il nome di castella. Potete dunque immaginarvi quanto cotal vista mi dilettasse. Basti dire che quasi dimenticai la dolorosa istoria del capitano. E quanto più la nave s'accostava al porto, tanto più io rimaneva estatico ad ammirare gli oggetti crescenti sempre in grandezza e in numero. Incontrammoalcuni grossi navigli che a vele spiegate salpavano dal porto o vi giungevano insiem con noi. Com'era divenuta umile la Pia in confronto di quelli! E nondimeno le ondate che la nostra nave facevano scendere e salire come una penna portata dal vento, davano anche a quelli tanto moto che l'enorme peso e la mole enorme parevano cosa da nulla. E spingendo poi lo sguardo in giro all'immenso orizzonte, la grossezza di quei corpi scompariva, come se si paragonasse un grano di sabbia a una montagna. Che cosa sono le opere dell'uomo a petto alla immensità della natura? Tuttavia quest'uomo col suo ingegno ardisce sfidarne le forze. Alcuni dei navigli che noi incontrammo o andavano a traversare l'Oceano, o ne venivano, preparati a viaggi di più mesi e a resistere alle burrasche. E se allora taluno avesse detto a quei naviganti: voi siete prodi, ed è impresa non lieve attraversare l'Oceano in mezzo a tanti pericoli; ma tra pochi anni una settimana di tempo basterà pel tragitto che voi fate in un mese, e senza che siano necessarie le vele, ad onta delle burrasche e dei venti contrari; e tutto questo con l'aiuto del semplice vapore dell'acqua bollente!... costui sarebbe parso per lo meno un visionario. Or voi vedete, nipoti miei, come l'ingegno dell'uomo sappia valersi della forza del vapore per far più rapide le comunicazioni dei popoli, delle cose e delle idee! E chi sa quali altri mirabili trovati sorgeranno anche prima che voi siate vecchi! Che cosa potete ricavare da queste riflessioni? Pensateci un poco; io non farò che domandarvi se l'ozio, la ignoranza, la pigrizia, cose pessime e dannose sempre, non arrecheranno anco maggior vergogna e maggiore scapito in mezzo a tanto progredire della civiltà dei popoli!
La Pia era per entrare in porto; le vele furono ammainate, e l'àncora fu gettata tra la prima fila dei navigli, dove n'erano alcuni tre o quattro volte più grossi del nostro. Due ore dopo aver preso pratica nel porto, il capitano mi condusse a terra con la sua lancia, e andò pe' fatti suoi, abbracciandomi e dicendomi addio. In quelcommiato, che anco per me fu doloroso, conobbi bene che il valente uomo s'intenerì pensando di non aver più un figliuolo da abbracciare al ritorno dai suoi viaggi.
Il signor Damiano m'aveva dato una lettera per un banchiere di sua conoscenza, affinchè questi mi agevolasse il modo di proseguire il viaggio da Livorno a Firenze. Io andai subito, col fardelletto dei miei panni sotto braccio, in cerca di questo banchiere; e strada facendo vidi la Darsena e il Cantiere ov'erano gran numero di navi d'ogni misura e di varie forme che venivano racconciate o costruite. Lo strepito dei lavori, l'andirivieni dei marinari, dei lavoranti, dei negozianti, l'attività che si vedeva in ogni angolo, era per me spettacolo nuovo e incantevole. Se non avessi avuto il pensiero d'affrettarmi per le faccende di mia madre, sarei stato lì tutta la giornata. Comperai una libbra di pane ed alcune frutta, e mi vi trattenni, girellando, il tempo soltanto che occorreva a fare la mia colazione. Ma il diletto di quella vista rimase presto angustiato da un incontro che mi fece orrore. Due uomini vestiti di panno grossolano, e senza calze e con in capo un berretto dello stesso colore del vestito, venivano innanzi legati ambedue a una stessa catena di ferro che, pesante e grossa e attaccata con un anello al piede destro dell'uno e al sinistro dell'altro, cigolava strascicando sopra il terreno. Un aguzzino armato di carabina li guidava. Dimandai a chi mi era vicino: «Che è questo, e perchè?» E quegli maravigliato della mia ignoranza: «Son galeotti, mi rispose; hanno fatto del male al prossimo e sono condannati, quale per pochi, quale per molti anni o per tutto il rimanente della vita, a portarsi dietro quella catena e a lavorare ai lavori pubblici sotto la vigilanza d'un aguzzino. Quella là (e m'additava la rocca della Fortezza Vecchia) è la loro carcere, giù in fondo nei sotterranei del torrione.» Con grande repugnanza guardai inviso a quegli sciagurati; il più vicino a me era vecchio; girava attorno lo sguardo così francamente come se fosse stato libero al pari di noi, come se la memoria del suo delitto, come se la infamia pubblica alla quale era esposto, più non lo toccassero da gran tempo. L'altro era più giovine, più estenuato, più pallido, e andava a fronte bassa, con gli sguardi aggrottati. Mi fece ribrezzo la inverecondia del primo; restai commosso dalla vergogna feroce del secondo. Pensai che questi poteva avere ancor vivi i genitori, poteva aver qualche fratello, qualche sorella, fors'anco era marito! Sciagura, afflizione ineffabile per la sua famiglia! Stavano lì attorno parecchi ragazzi.... Questo esempio terribile sempre sottocchio, io pensava, li terrà a dovere; sapranno che dalle colpe leggiere uno si può grado a grado ridurre a commettere i delitti più gravi.... Ma intanto alcuni di quei garzoncelli giocavano e si accapigliavano, trattandosi di ogni vituperio e bestemmiando, e ne vidi perfino uno che colse il destro di rubare una frutta al rivendugliolo dal quale io avevo comperato la mia colazione. Dunque ho sbagliato, pensai, a credere che l'esempio di un gastigo tremendo.... Ah! forse l'abitudine gli toglie ogni efficacia; questo spettacolo miserando rattrista i buoni cittadini, ma diviene indifferente per quelli che sono volti a mal fare, ed anzi inferocisce i loro costumi quasi selvaggi. Io credo poi che assai più dell'esempio del gastigo sia profittevole la buona educazione; che anzi, ove questa manchi, quello sia piuttosto dannoso, o per lo meno inutile.
Io mi allontanavo tutto sconfortato da quel luogo, allorchè mi abbattei a vedere allo scalo due barcaruoli che si contendevano a chi dovesse condurre un passeggiere. Il più giovine diceva all'altro: «Io son venuto prima di voi, e sono stato chiamato: dunque uscite di qui e non mi levate il guadagno. Non è vero, signore, volgendosi al passeggiere, non ha chiamato me?» — «Non posso negarlo,» rispose quegli. Allora l'altro barcaruolo che era vecchio, abbassò il capo con segno di mestizia, e si mossein silenzio per allontanarsi. «Ma no, riprese il giovine staccandosi dalla riva con una vigorosa remata, buscatela voi questa mancia; voi siete vecchio e avete famiglia, e oggi c'è scarsità di passeggieri. Io son solo e giovine; posso aspettare.» E se ne andò via lesto canterellando a guisa di spensierato, e allegro, secondo me, per aver fatto una buona azione. Anche il vecchio mi parve intenerito, e lo ringraziò come potè da lontano, mentre l'avventore scendeva nella sua barca. Questo fatto valse a dissipare in parte la mestizia che dalla vista dei galeotti m'era venuta addosso.
Il banchiere che io cercavo non era in Livorno. Alla risposta secca secca che mi fu data: «È partito,» io non seppi fare altro che andarmene alquanto confuso. Avrei potuto chiedere d'alcuno della sua famiglia, del suo ministro di banco; mostrare la lettera aperta che m'era stata data per lui.... Ma insomma io feci lo stolido, perchè non avevo antiveduto il caso di non trovarlo; e fors'anco per la sorpresa che a me, non avvezzo a vedere mercanti, banchieri e molta gente affaccendata, recarono le varie persone che andavano e venivano da quel banco, e la gran quantità di monete che erano schierate sopra un tavolone nella stanza del banchiere. Certo che in quel luogo nessuno mi aspettava, nessuno poteva badare a me, non sapendo chi io mi fossi, nè da chi raccomandato, nè perchè in cerca del banchiere. Toccava a me a chiedere che altri invece sua potesse leggere la commendatizia del signor Damiano, e darmi quelle istruzioni di cui avevo bisogno per continuare il viaggio.
Io sapevo soltanto che avrei fatto bene a sollecitarmi e a spender poco. Trovai in piazza alcuni vetturini che offrivano posti in carrozza per Pisa, per Firenze e per altri luoghi, annunziando d'esser pronti a partire. Io per approfittarmi della occasione, fissai subito con uno di essi per salire a cassetta e spendere il meno che fosse possibile. Ma, aspetta, aspetta, il vetturino, con una scusa o con l'altra, mi teneva a bada. Non era vero che la suacarrozza fosse già piena: ed egli indugiava per trovare altri passeggieri. Allora io mi tenni sciolto dall'impegno, mi feci insegnare la porta di dove bisognava muovere per Firenze, e mi proposi di camminare a piedi finchè non mi fossi stancato.
Alla porta i gabellini[31]mi fermarono per fiutare i poveri panni del mio fardelletto, e mi fecero molte interrogazioni, e d'onde venivo, e dove andavo, e a che fare.... Alle quali risposi francamente, perchè io non ero nè uno sfaccendato nè un profugo, non senza peraltro maravigliarmi che coloro volessero o dovessero sapere a puntino i fatti miei.
Allora mi diedi a battere di passo lesto la strada maestra, dilettandomi assai di guardare la pianura, le case, i monti lontani, i campi coltivati, che quanto più io m'allontanavo da Livorno, tanto più floridi e ameni mi comparivano. E più mi rallegrò la vendemmia. M'accompagnai con un contadino che recava le bigoncie cariche d'uva; due o tre fanciulli lo seguivano facendo il chiasso. Il buon uomo vedendomi piuttosto accaldato dal camminare e molestato dalla polvere, mi offerse alcuni grappoli d'uva. Io accettai volentieri il donativo, e fu proprio opportuno. Così festeggiavo anch'io la vendemmia, e mi crescevano le forze per arrivare prima della notte a Pisa.
Strada facendo vedemmo venire contro a noi di galoppo un cavallo focoso attaccato al calesse e guidato da un giovine, come suol dirsi, sgargiante. Il contadino tirò da parte il carro, e chiamò a sè i fanciulli; anch'io corsi a prendere per la mano il più piccino; eravamo già tutti riparati; ma il giovine non badando a noi, e seguitando a correre a rompicollo, ci strinse addosso il calesse con tanta furia che a mala pena io mi potei salvare saltando nel fosso insieme col fanciullino. Allora suo padre, dopo avermi ringraziato con molto affetto, d'essermi preso curadel suo figliuolo, lanciò veementi querele contro quel giovine, e mi narrò che era un cattivo soggetto, che aveva dato noja e fatto del male a molti, che per la smania di spassarsi coi cavalli e di spendere alle feste e alle osterie co' suoi compagnacci, s'era ridotto povero, e lasciava languire nella miseria sua madre vecchia, vedova e malata; tutti in quei contorni avevano da lagnarsi di lui; e il contadino finì con dirmi: «Quello sciagurato anderà prima o poi nelle mani della giustizia, e la sua povera madre ad accattare.» Poi si accomiatò voltando il carro nella viottola della sua casa.
Contuttochè io fossi addolorato dal pensiero di quella madre infelice, non potei liberarmi da un sentimento d'amor proprio ponendomi a confronto col giovine dissipatore. Che differenza passa tra me e lui! io diceva. Egli per godere, impoverisce la madre e l'abbandona; io per ispender meno vo a piedi, mi contento di mangiar pane e di bevere acqua, e via discorrendo. Manco male che invece d'inorgoglirmi di quello che in sostanza altro non era che un adempimento del mio dovere, mi trovai anzi vie più animato a far di tutto per riuscire utile a mia madre e per mostrarle il grande amore che nutrivo per lei
Entrai in Pisa sul far della notte. Questa città, quasi disabitata, mi cagionò da prima una certa malinconia, in specie ripensando a Livorno che nella sua Darsena e nella Via Grande[32], è così gremito di gente. Ma, quant'è bello, veramente maestoso il Lungarno pisano! Più volte avevo udito celebrare la Cattedrale, il Campanile pendente, il Camposanto: e benchè fossi stanco e quasi affamato, mi feci insegnare la via che conduce a quei monumenti, e strada facendo mangiai un pezzo di pane comprato dal primo fornaio che vidi, e bevvi a una fonte. Essendo già sera, la Cattedrale, il Camposanto e il Battistero erano chiusi. Mi contentai di contemplarne l'esterno, girandovi attorno più d'una volta: ed essendomi aggrappato ai cancelli di ferro del Camposanto, potei abbastanza vederloanco dentro, perchè la luna illuminava il bellissimo porticato. La solitudine e il silenzio di quella vasta piazza appartata dal rimanente della città, la grandezza maestosa degli edifizi, ed erano i primi che io vedessi, m'esaltarono tanto che non trovavo il verso d'allontanarmene. Anzi mi posi a sedere sulla soglia della porta di mezzo del Duomo; e allorchè, dopo aver guardato a bell'agio il Battistero che mi rimaneva di faccia, volli alzarmi per andar via, le congiunture indebolite e indolenzite dalla stanchezza non volevano più obbedire. Allora mi adagiai: appoggiai il capo sul mio fardelletto, e il sonno mi prese con tanta forza che quella volta mi fu impossibile di resistere. Io avevo già fatto una buona dormita quando una voce roca e una percossa di bastone mi svegliarono all'improvviso. Aprendo gli occhi rimasi abbagliato dalla luce di una lanterna, senza poter vedere chi fosse colui che me la cacciava sotto il naso. Sulle prime credei di sognare; poi un po' di paura, il freddo della notte che m'aveva intirizzite le membra, il dolore della bastonata, la roca voce che tornava a domandare: «Chi siete voi? Che cosa fate qui?» e una mano robusta che mi ghermì il braccio furono bastanti a persuadermi che io dovevo essere sveglio. Alle ripetute interrogazioni risposi: «Fate prima sapere a me chi vi ha dato autorità di svegliarmi col bastone, di chiedermi il nome, di sapere i fatti miei, di tenermi così stretto....» — «Meno discorsi! io sono la pulizia in persona.» — «Me ne rallegro tanto, ma i vostri modi, e questa lanterna affumicata, mi danno poca aria di pulizia.» — «Qui non si scherza. Avanti! (e vidi comparire altri due uomini che come il primo avevano il bastone e le sciabole alla cintura) bisognerà condurre in arresto questo mariuolo!» I due uomini mi presero per le braccia con maggior furia dell'altro; io credevo che volessero troncarmele. Intanto il loro caporale s'impadronì del mio fardello. «Adagio! esclamai allora con risolutezza. Io sono un ragazzo onesto; quella è roba mia; dormivo qui per non spendere alla locanda, e perchè questa bella piazzami piace più d'una camera. Vi darò altri schiarimenti se siete proprio la polizia; ma in nome di una signora così rispettabile, lasciatemi libero. Come potete voi pretendere che uno dica le sue ragioni con le braccia legate?» — «Queste son ciarle; voi non m'infinocchiate. Avanti, avanti; dal Commissario: lì il gastigamatti ti farà rispondere a tono, monello! Eh! tu vorresti fare il dottore: ma noi....» E per farla breve breve, costoro mi condussero in una stanzuccia terrena, puzzolente, dov'erano alcuni altri dei loro compagni, parte addormentati, parte a giuocare fumando e bevendo. Io rimasi più stordito che impaurito, immobile e silenzioso; senza curarmi dei sospetti ingiuriosi che essi facevano sul conto mio, e solo tenendo continuamente d'occhio il fagottino dei miei poveri panni. Venne la mattina, e coloro mi condussero, come dicevano, al Commissariato, tenendomi, al solito, per le braccia, passando in mezzo alla gente che mi guardava maravigliata e con ribrezzo, come se fossi stato un malfattore. Io peraltro camminavo franco e a testa alta, perchè certo non mi pareva delitto l'essermi addormentato di notte sopra la soglia del Duomo. Eppure mi toccò a sentirmi dire dietro le spalle: — Vedete quella birba con che sfacciataggine se ne va in mezzo ai birri! — Cospetto! pareva dunque che il mio delitto consistesse nel trovarmi in mezzo ai birri! che la loro compagnia soltanto mi facesse colpevole! Ma avrei potuto rispondere a chi mi giudicava con tanto rigore, che io non l'avevo davvero nè desiderata nè accettata volentieri quella spiacevole compagnia! Dopo lungo aspettare nell'anticamera del Commissario, i birri furono introdotti meco al suo cospetto e gli narrarono come e dove e quando mi avessero trovato, e che io non aveva voluto render loro ragione dell'esser mio. Il Commissario era vecchio, burbero, vestito di nero, e se ne stava seduto sopra una poltroncina ricoperta di pelle, davanti a un tavolone pieno di scartafacci, con la corda di un campanello tra le mani. Credo che al mio arrivo si mettesse anco maggiormente in sul serio; e: «Così presto,esclamò, voi vi trovate sulla strada della galera?» Questo brutto saluto mi spiegò in parte il mistero, e dubitai subito che coloro m'avessero preso per un ladroncello. Allora vidi che bisognava usare molta prudenza, perchè l'equivoco non avesse a farmi perdere il tempo a danno di mia madre. Chiesi con buon garbo, ma francamente, perchè la coscienza m'assicurava, che i birri posassero sul tavolone i miei panni, e mi lasciassero solo col signor Commissario, essendo io pronto a dire i fatti miei, ma all'autorità superiore, non ai subalterni. Prima il Commissario mi guardò sorpreso, interrompendo la faccenda col soffiarsi il naso; poi diede un colpo sul tavolino facendo traballare la scatola del tabacco che era lì semiaperta; e poi ordinò ai birri d'allontanarsi. «O sentiamo, aggiunse quando fummo restati soli, sentiamo che cosa hai da dirmi con tanta franchezza.» E quasi che egli temesse qualche insolenza, pose in tirare la corda del campanello, a guisa della sentinella che imposta il fucile contro chi fa mostra di accostarsi per aggredirla. Io allora mi posi a spiegargli pacatamente l'esser mio, il perchè del viaggio e dell'essermi addormentato di notte sulla soglia del Duomo, e gli mostrai le lettere che avevo, e gli apersi il fardello dei panni dov'erano un giubbino usato che stava bene al mio dosso, e le camicie segnate della mia cifra, tutti riscontri che confermavano a puntino la verità delle mie parole. Avrete visto l'acqua allorchè bolle nella pentola: se il soffietto non mantiene acceso il fuoco movendo l'aria, i tizzoni si cuoprono di cenere e si spengono, il bollore a poco a poco cessa, l'acqua si ferma, si raffredda.... Così il Commissario: dopo il primo impeto che era dipeso dal credermi qualche mariuolo matricolato, incominciò a calmarsi gradatamente alle mie parole, rallentò la corda del campanello, raccolse, senza guardarmi sospettoso, il tabacco versato, servendosi di uno zampetto d'agnello; e baloccandosi ora con lo zampetto ora con la penna, alla fine mi disse che potevo andarmene, ma che non mi esponessi più a farmi arrestare dai birriscegliendo per letto la soglia di una chiesa. Io peraltro gli domandavo perchè coloro mi avessero subito creduto colpevole. Egli non volle rispondermi altro che avevo fatto male a lasciarmi sorprendere dal sonno in quel luogo; e ordinò che mi lasciassero andare, dicendo che non aveva tempo da perdere coi ragazzi.