PARTE TERZAEntusiasmo.

La piccola città di... non aveva dato che cinque volontarii, avanzi anche questi dell'illustre drappello di Palermo e di Milazzo. — Era apatia? era diffidenza? Fatto è che una volta partiti quei cinque valorosi soprannominati i cinque abbonati delle vittorie garibaldine, non si ebbe più sentore in città che altri intendesse seguirli. A spegnere l'ardore della gioventù erano giunte — dicevasi — due lettere: l'una da Como, l'altra da Gallarate, nelle quali veniva dipinta coi più sinistri colori la situazione dei volontari già accorsi ai depositi. I preti e i così detti cittadini di senno esageravano le dicerie, fors'anche le sopracaricavano di calunnie, a quale scopo si intende.

La popolazione di... nelle prime settimane di giugno presentava ancora il suo aspetto normale. Alla stazione della ferrovia, malgrado il quotidiano passaggio delle truppe che traevano al Mincio, il concorso dei curiosi non era di molto accresciuto.

Volete di più? — Una compagnia comica era venuta ad installarsi nell'unico teatro della città, e mentre nelle capitali più popolose d'Italia si chiudevano tutti i luoghi di pubblico divertimento per mancanza di spettatori — quella piccola compagnia coglieva applausi e danaro.

Come vedete, la città di... rappresentava un anacronismo di storia contemporanea.

Nullameno, le produzioni drammatiche del piccolo teatro non mancavano di riflettere l'attualità co' suoicolori appassionati e vivaci — e gli avvisi quotidiani, da oltre una settimana, non avevano mai cessato di promettere un dramma bellicoso, scritto appositamenteda penna concittadinaper la benefiziata della prima attrice. Questo nuovo dramma si annunziava col titolo:La partenza dei Volontari.

In una città più infervorata di patriottismo poteva bastare un tal titolo a chiamare in teatro un insolito concorso. Ma qui la maggiore attrattiva dello spettacolo era riposta nella circostanza dell'autore concittadino. Un istinto maligno di curiosità e di invidia si era manifestato all'annunzio del nuovo dramma. La rappresentazione era attesa con ostile impazienza.

Non vi è città così meschina, starei per dire non vi è in Italia borgata o paese, che non abbiano il loro poeta disconosciuto e tribolato, qualche volta detestato dalla intera popolazione. — Gli è già molto che nei grandi e popolosi centri, il poeta e l'uomo di lettere vengano tollerati per la compassione che ispirano. Nelle piccole città predominate dalla crassa possidenza, nei borghi ove è sindaco il droghiere, dove i consiglieri della Giunta sono anche membri della fabbriceria, il poeta e il letterato rappresentano l'abbominio.

Povero Lanfranchi! — L'autore del nuovo drammaLa partenza dei Volontarisi chiamava Eugenio Lanfranchi — E all'età di venticinque anni egli aveva lasciato la sua piccola città per recarsi a Milano, dove sperava co' suoi talenti e col suo sviscerato amore per le lettere di raccogliere simpatia e protezione. — Era partito con due romanzi nella valigia e circa duecento franchi nel portamonete. Tornando, dopo un mese, alla terra natale, egli possedeva ancora i due romanzi, ma i suoi duecento franchi erano rimasti a Milano. Quand'egli scese alla stazione, taluni ebbero a notare con infinita compiacenza ch'egli era alquanto dimagrato, che indossava il medesimo abito col quale era partito, e che una delle sue scarpe mostrava la lingua. — La città prima di sera fu tutta piena di tale avvenimento — e la gioia fu universale. Due mesi dopo, egli fu costretto ad accettare un posto da scrivano nel consiglio del Comune. Nel deliberargli quell'impiego,al quale andava annesso lo stipendio di lire quaranta al mese, il Sindaco fece inserire nel resoconto della seduta che ciò si faceva onde togliere dall'inopia un giovane di condizione civile, il cui padre si era reso benemerito della città dirigendo per oltre venticinque anni le apparature per la funzione delCorpus Domini.

La rappresentazione del nuovo dramma era imminente. I comici, nel corso delle prove, si erano mostrati oltremodo soddisfatti dell'autore, preconizzandogli il più felice successo. Nullameno, all'avvicinarsi di quell'ora solenne e terribile nella quale il pubblico è chiamato a proferire il suo verdetto, Eugenio Lanfranchi sentì il bisogno di sottoporre il suo lavoro drammatico al giudizio di un amico. — Ma dove trovare un amico? — In città non vi era che uno solo, cui il Lanfranchi osasse dare questo nome — un altro poeta più giovine di lui e meglio favorito dalla fortuna, in quanto non avesse bisogno di esercitare la letteratura per vivere, o di subordinarsi, per necessità dell'impiego, alla dispotica albagia dei suoi concittadini.

Questo giovane poeta si chiamava Carlo De Santi. Toccava appena i venti anni, e faceva il suo corso di studi all'università di Pavia; ma da qualche tempo era tornato alla città natale per rimettersi da una grave malattia che l'aveva condotto a filo di vita.

La famiglia De Santi non aveva mai veduto di buon occhio l'intrinsichezza dei due giovani. Come abbiamo veduto, il Lanfranchi passava per un cervello matto, per un discolo. Ma forse la sua povertà più che la sua cattiva fama lo facevano reputare un soggetto pericoloso. Carlo ed Eugenio, all'epoca delle vacanze autunnali, si vedevano rare volte, di nascosto, attratti da quella omogeneità di caratteri e di studii che esercita un potere irresistibile negli anni della giovinezza.

Il Lanfranchi non aveva mai osato presentarsi alla casa dell'amico, dacchè questi era venuto da Pavia perrassodare la sua convalescenza. Il prepotente bisogno di interrogare il di lui giudizio sulla nuova produzione drammatica, prima di affrontare quello del pubblico, gli ispirò il coraggio di dirigersi a quelle soglie, malgrado il pericolo di vedersi respinto.

Entrò col cuore trepidante — salì le scale a celere passo — e ottenne di presentarsi all'amico, il quale non aveva ancora abbandonata la sua camera da letto.

Poichè i due giovani furono lasciati soli, essi presero a parlare con quell'enfasi esuberante, che fa sorridere gli scettici incalliti nella apatia, ma che è pure la espressione più naturale della giovinezza che sente e che crede.

— Ti sei fatto aspettare — cominciò Carlo con accento di mite rimprovero. — Son qui da dieci giorni, e il buon Giuseppe ti avrà portato i miei saluti e ti avrà detto come io desiderassi... una tua visita...

— Non ebbi coraggio... Mi avevano detto che la tua famiglia... il medico... che so io... non permettevano ai tuoi amici di venirti a trovare.... Come stai?... Molto debole, a quanto pare...

— Sì... debole ancora... molto debole!... Ma tu ricordi la visita di Bruto a Ligario... Se tu vieni a invitarmi perchè io ti accompagni laddove in questi giorni debbono accorrere tutti gli Italiani che sentono amore di patria, fammi vedere una camicia rossa ed un fucile — A quella vista... io riacquisterò in un momento le forze perdute... sarò guarito completamente... e marceremo, perdio!... e ci batteremo anche noi come si battono i leoni!

Le guancie di Carlo si erano animate di quel fuoco febbrile che è proprio dei convalescenti allorquando vengano assaliti da una emozione troppo viva. Eugenio arrossì a sua volta, ma il rossore di lui accusava l'imbarazzo e la vergogna di chi per la prima volta sente rinfacciarsi dalla propria coscienza un fallo inavvertito.

— Ah! tu vorresti partire per il campo? fartigaribaldino? — prese a dire il Lanfranchi con qualche esitazione... Ebbene: io ti ho portata la camicia rossa... ho pensato a te...

— Davvero?!

— Un momento... Non bisogna... per ora... prendere il discorso alla lettera... Prima che la guerra incominci noi avremo tempo di indossare la santa divisa del garibaldino e di recarci sul luogo dell'azione... Frattanto io ho creduto di far bene adoperandomi a suscitare negli altri quell'ardore che pur troppo nella città nostra è condiviso da pochissimi. A tale scopo ho scritto un dramma che domani dev'essere rappresentato all'anfiteatro...

— E questo dramma porta per titolo?...

—La partenza dei Volontari!...

— Me ne avevano parlato, ma ero lontano dall'immaginare che tu ne fossi autore... Bravo! Ottimamente! A maraviglia!... Io comprendo il tuo pensiero!... Tu vuoi scuotere l'apatia dei nostri concittadini... vuoi eccitare la gioventù... trascinarla a seguirti... o piuttosto a seguirci... perchè io... ve'! io l'ho già bello e fissato il mio piano... Fra tre o quattro giorni, sano o malato, con o senza permesso del medico e della famiglia, io troverò ben modo di portarmi al quartiere di Garibaldi e di prendere il mio fucile!

Lanfranchi era umiliato da quell'enfasi, e seco medesimo si maravigliava di non aver concepita l'idea di arruolarsi fra le schiere dei volontarii prima che l'amico gli ricordasse, col suo vigoroso e nobile linguaggio, un tale dovere.

Ma il giovane convalescente aveva accolta colla massima buona fede la giustificazione dell'amico. Si era lasciato convincere che il pensiero di scrivere un dramma per suscitare l'entusiasmo bellicoso dei concittadini era degno di un'anima grande e fieramente patriotica.

Dopo qualche esitazione, il Lanfranchi si levò di tasca il manoscritto, e diede principio alla lettura.

Il nuovo dramma non era un capolavoro d'arte; l'intreccio non brillava di originalità, i dialoghi riboccavano di quelle iperboli comuni che si fanno applaudire egualmente in teatro e alla Camera dei deputati. Il giovane autore mirava all'effetto. I suoi personaggi ritraevano con brutale naturalezza i tre partiti politici dell'Italia contemporanea, i quali, sulla scena, soglionsi ordinariamente raffigurare in un prete reazionario, in un sindaco moderato e servilmente ligio al potere, e in un gruppo di popolani, di poeti e di artisti infervorati di principii democratici e sempre disposti ad agire. Ma il carattere più spiccato, e diciamolo pure, il più falso, era quello di una eccentrica madre, la quale, avendo un unico figlio di età giovanissima e per giunta infermiccio, era pronta ad immolarlo sui campi di battaglia, dividendo con lui i disagi ed i pericoli. Questa madre spartana era la protagonista del nuovo dramma, e l'attrice benefiziata contava a buon dritto di suscitare immenso entusiasmo presentandosi colla divisa garibaldina ad insegnare a suo figlio la manovra del fucile.

Sublimi trasporti della giovinezza! Slanci maravigliosi dei vergini cuori, ai quali è dato sorvolare a quella pesante atmosfera di positivismo che è la caratteristica dell'epoca attuale! — Se la dolorosa esperienza della realtà ci obbliga qualche volta a sorridere di questi illusi sublimi, è anche vero che noi siamo costretti molto spesso ad ammirarli e ad invidiarli! — Noi dubitiamo, essi credono — ecco la differenza. Ciò che è falso per noi, considerato nei rapporti di un ignobile realismo — per essi, che vedono il creato attraverso al prisma abbagliante della giovane fede, è un ideale che somiglia al possibile. Leggendo Plutarco, noi disperiamo che il secolo parolaio produca dei nuovi giganti e dei magnanimi fatti — essi, come il Carlo Moor del poeta alemanno, si illudono di veder rivivere l'età degli spiriti gagliardi e dell'eroismo disinteressato.

Chi ha ragione? chi ha torto? — Qual è di noi chevede più giusto? — Curviamo la testa dinanzi a questi martiri predestinati che profondono il loro sangue. A ben considerare, essi non hanno che un solo torto, quello di esser pochi. Non per questo abbiamo noi diritto di ammonirli che essi spendono il loro entusiasmo e la loro vita a profitto di una turpe ed ignobile maggioranza che, pure disconoscendoli, farà traffico dei loro sacrifizii per amplificare la propria potenza. La società è orribilmente viziata e incadaverita. Essi rappresentano l'avvenire.

Alla lettura di quelle scene concitate e frementi, sul volto di Carlo si alternavano i pallori e le fiamme vivaci dell'entusiasmo.

Il dramma toccava la fine. Eravamo al punto in cui l'eroina dell'azione, strappato il figlio dalle branche di uno zio paolotto che si era attentato di impedirgli la partenza pel campo, fa sventolare una bandiera tricolore, e si volge alle madri italiane per animarle a seguire il di lei esempio.

Il Lanfranchi declamava quel brano drammatico coll'enfasi di un autore che si attende l'applauso: «Tu sei come me, Edoardo!... La voce di tua madre ha trionfato sulle arti dei rettili immondi che ti stringevano al piede... Essi non sono riusciti a contaminare la tua giovinezza... La voce di una madre ha parlato al tuo cuore più fortemente che non quella di un falso Dio! — Volevano farti credere di non essere abbastanza vigoroso per sopportare i disagi e le fatiche del campo! Ma io... tua madre... io che ti ho data la vita... saprò ben io infonderti la forza che ti abbisogna!...»

— Sublime! interruppe Carlo, balzando dalla seggiola, e percorrendo la camera a passo agitato.

— «Noi andremo insieme dove ci chiama la voce del cannone... la vera voce di Dio!... Tua madre ti starà a lato... per sorreggerti, per infonderti coraggio... e se una palla nemica colpisce il tuo petto... io raccoglierò il tuo cadavere con orgoglio... e lo porterò di città in città, di villa in villa, di contrada incontrada, e griderò alle madri italiane: vedete! era il mio unico figlio!... egli è morto per la patria... egli è morto combattendo... Vendicatelo, o madri italiane! e che tutti i vostri figli seguano il di lui esempio!»

A tali parole, il giovane convalescente che non avea cessato di passeggiare per la camera a grandi passi — si avvicinò all'amico, gli strinse la mano con trasporto, e gli disse:

«Fissami un luogo... dove possiamo trovarci assieme... domani a sera... dopo la rappresentazione.»

— Che? tu vorresti uscire di casa?... Nello stato in cui ti trovi?

— Non badare, Eugenio... Il tuo dramma mi ha ridonato la salute e il vigore... Io sono guarito, capisci? io sono guarito perfettamente — e dopodomani, all'alba, colla prima corsa intendo partire... Voglio ben credere che tu non avrai difficoltà ad accompagnarmi!...

Il Lanfranchi non poteva esitare. Egli era rapito di orgoglio in vedere la concitazione dell'amico; gli pareva che quell'entusiasmo fosse un effetto del suo dramma, fosse opera sua.

I due giovani si concertarono sul da farsi. A Carlo erano necessarie delle precauzioni per deludere la sorveglianza dei parenti. Fu convenuto, che dopo la rappresentazione, egli si sarebbe recato alla casa di Eugenio, e quivi sarebbero montati insieme in una vettura per trasferirsi alla più prossima stazione di ferrovia ad attendervi il convoglio del mattino. Questi concerti furono presi a bassa voce, senza spreco di parole. Infiammati dal medesimo ardore, quei due giovani cuori si indovinavano, si comprendevano a maraviglia.

— Un'ultima parola, disse Carlo all'amico nel momento in cui stavano per separarsi — ai mezzi penso io... la mia borsa è a tua disposizione. Solamente vorrei pregarti... ma temo che ciò non sia possibile... Mi dicono che ai depositi vi sia mancanza di camicie rosse... ed io muoio d'impazienza di indossare quella nobile divisa...

— Ci avevo già pensato! rispose Eugenio trionfalmente. — Io credo che domani a sera noi saremo tutti e due provveduti della nostra camicia. Per la rappresentazionedel mio dramma ne furono ordinate sei... Gli è l'ultima recita della compagnia... e i comici... tu mi intendi... non avranno difficoltà a cederci per poco danaro questa parte del loro equipaggio!

Carlo, per tutta risposta si gettò nelle braccia dell'amico, e indi a poco i due giovani si separarono coll'animo tripudiante di sublimi emozioni.

Quel giorno il Lanfranchi doveva pranzare cogli artisti della compagnia drammatica.

Verso le ore quattro, egli si recò dunque ad un modesto alberghetto a poca distanza dal teatro, dove era atteso dalla scapigliata comitiva.

Quando Eugenio pose il piede nella sala da pranzo, uno degli attori stava leggendo ad alta voce in un foglio teatrale, giunto quella mattina da Milano la seguente notizia:

«Le compagnie drammatiche hanno fornito all'armata dei volontari italiani un numeroso contingente. Fra i molti che disertarono dall'arte per militare sotto le insegne gloriose si citano gli attori: Francesco Benincasa ed Enrico Brissoni, Pagani, Belli-Blanes, Schmit, Lavaggi, De-Martini, Bozzo, Pesaco, Mazzoni, Bajesi e Bisi. A questi voglionsi aggiungere Tito Taddei e Napoleone Straccia, G. Mozzidolfo, Carlo Zannini, Luigi Mazzoli ed Antonio Bellotti. Anche dal Circolo Ciniselli di Milano è disertato il fratello di Achille Majeroni. Quest'ultimo ha già dato un figlio al contingente dell'esercito. I grandi esempi di Gustavo Modena non andarono perduti. Questa eletta generazione di artisti che crebbe alla scuola dell'attore insuperabile, doveva necessariamente ispirarsi alle tradizioni patriotiche lasciate da lui.»

— Viva Gustavo Modena!

— Viva gli artisti italiani!

— Viva la guerra!

— Viva l'Italia!...

Tali furono i gridi che proruppero dalla comitiva, appena terminata la lettura di quel breve articolo.

— Eh! sicuro... il giornale ha ragione! — disse la madre nobile con sussiego — tutto quel poco di buono che ci resta nell'arte... e nella politica... è tutto operadi lui... Povero Gustavo!... E dire che l'Italia non ha pensato ancora ad erigergli un monumento!... Ma gli era troppo grande quell'uomo... e certa gente che so io... ha perfino paura della sua ombra!

— Ma pure — sorse a dire il caratterista — anni sono si era aperta una soscrizione all'ufficio di non so qual giornale di Milano... ed io so di aver versato cinque lire...

— Cinque lire...! c'era ben altro che cinque lire nella cassa...! — entrò a dire un altro comico — la sommetta era abbastanza tonda... ma poi... chi ne ha saputo qualche cosa? Dove è andato a finire quel denaro? — Indovinalo grillo!... Si sono fatti dei monumenti per certi zucconi... Basta! Lasciamo là queste storie! Povera Italia! Povera arte! Ma lui, non era cavaliere dei SS. Maurizio e Lazzaro, il povero Modena!

— Ci vuol altro che innalzare dei monumenti! — esclamò il secondo brillante della compagnia — bisogna imitare gli esempi che i grandi ci hanno trasmessi!... Quel giornale, ove sono registrati i nomi dei nostri colleghi d'arte già partiti per il campo, quel giornale ci insegna la via che noi tutti dovremmo seguire!

A questo punto due giovani attori che sedevano vicini in un angolo della tavola, si scambiarono una occhiata di intelligenza.

— Basta! farà ciascuno ciò che gli piace meglio! disse il capocomico. — Domani sera finiscono le recite... e per ora io non ho stipulato verun contratto, nè saprei dove recarmi a dare delle rappresentazioni. Frattanto parliamo d'altro... Se non mi inganno, sarebbe ora che ci servissero da pranzo... Ci siamo tutti?...

— Non manca che il primo amoroso...

— È strano!... Cherubini non si fa mai aspettare all'ora del pranzo — disse il capocomico... Ma eccolo! Mettiti al tuo posto, Cherubini! La compagnia è completa... Signor oste, voi potete servire la minestra!

Il Cherubini, appena entrato nella sala, erasi avvicinato al poeta per domandargli non so quale avviso sul modo di abbigliarsi, nella nuova produzione. Finito quel breve colloquio, egli andò a sedere pressola prima donna, e mentre il direttore della compagnia dispensava la minestra:

— Signori e signore — prese a dire — scommetto che questa volta io sono il primo a darvi la grande notizia!

— Una notizia! sentiamo! — esclamarono tutti ad una voce.

— E quale!... Si vuole nientemeno... Ah! il signor poeta dovrà essere ben soddisfatto di quanto io sono per dire... Si vuole nientemeno che Garibaldi abbia lasciato Caprera...

— La bella novità!... IlPungolol'ha già data non meno di dieci volte... Io non crederò che Garibaldi sia realmente partito da Caprera se non quando l'avrò veduto coi miei proprii occhi!

— Ebbene: se altro non vi abbisogna per rimanere convinti, non avrete che a recarvi domani alle due pomeridiane presso la stazione della ferrovia, e di là vedrete passare il generale che si reca col suo stato maggiore a visitare i depositi di Como e di Varese.

— Egli!...

— Garibaldi!...

— Domani!

— Egli... Garibaldi... domani... Alle due pomeridiane e cinque minuti sarà visibile alla stazione, dove probabilmente si arresterà un quarto d'ora.

Tutti i volti si animarono come se una favilla elettrica avesse percorso la comitiva. Quelle mascelle da comici atrocemente fameliche sostarono improvvisamente in segno di stupore e di venerazione. Le guancie degli attori più giovani impallidirono. Il brillante mormorò delle parole incomprensibili — i due, che poco dianzi si erano scambiati delle occhiate di intelligenza, questa volta si parlarono all'orecchio e parvero accordarsi in una mutua promessa.

— A costo di passare attraverso le inferriate, questa volta nessuno mi torrà di vederlo — esclamò la madre nobile che era una grassona di sessant'anni.

— Darei l'intiero prodotto della mia benefiziata di domani pur di accostarmi al suo vagone e baciargli la mano! — soggiunse la prima donna.

Ciascuno esprimeva il proprio entusiasmo con quel frasario iperbolico che è proprio degli artisti da teatro. Durante il pranzo uno solo fu il tema della conversazione. Il nuovo dramma fu obliato completamente — il poeta, gli attori, il padrone dell'albergo, i camerieri, i guatteri, il mozzo di stalla non ripetevano che un nome. Nelle sale, nella cucina, nel cortile, tutti i cuori e tutti i labbri inneggiavano ad un uomo.

Vi è qualche cosa di magnetico nel nome di Garibaldi, come nella sua figura e nel suono della sua voce. La sua biografia si smarrisce nell'ideale come quella di tutti i profeti, di tutti i martiri della umanità. Delle sue gesta di Montevideo il popolo ignora i particolari, ma appunto da questo mistero che le involge quelle gesta assumono un carattere sovrumano. È accreditata la voce che Garibaldi in quelle remote regioni venisse orribilmente torturato dai nemici della libertà. Nelle tradizioni misteriose del popolo, Garibaldi apparisce vincolato all'albero di una nave come il Cristo alla colonna. Quando l'uomo delle Americhe apparve per la prima volta a Milano nel 1848, colla sua chioma raffaellesca, col suo sguardo fiammeggiante e soave, colla sua barba rossigna e flessibile, col prestigio di una virilità fiorente, colla sua tunica rossa e il fazzoletto a tracolla, egli parve il Nazareno risorto, il Cristo delle battaglie. L'apparizione fu breve, ma i tratti di quell'uomo si stamparono in tutti i cuori. Dopo i disastri d'Italia, Garibaldi dovette eclissarsi — pure le sue nobili sembianze rimasero scolpite nella mente del popolo come un simbolo di riscossa e di libero avvenire.

Che avvenne di Garibaldi dopo la sua ritirata da Roma? Dove si è recato? Quali furono le sue gesta?

Per circa dieci anni, l'eroe leggendario fu ancora travolto dal mistero. Un episodio lugubre, la morte di Anita, fu ripetuto sommessamente nei crocchi del popolo, il quale, tutto in massa, condivise i dolori del suo idolo. Milioni di cuori portarono il lutto per unadonna, milioni di cuori giurarono vendicare una morte. — Di Garibaldi si disse: egli va errando sull'oceano, egli spazia fra le libere onde, aspettando il gran giorno della rivincita. Per dieci anni alla fantasia degli italiani umiliati ed oppressi l'intrepido difensore di Roma si dipinse errabondo e pensoso sovra una piccola prora agitata dai flutti. — La prima bandiera tricolore che ebbe a sventolare sulle alture lombarde nel 1859 fu piantata da Garibaldi. Pei Lombardi egli fu il Cristo risorto che viene a portare la buona novella! Le vittorie di San Fermo e di Palermo fecero stupire l'Europa — la disfatta di Aspromonte rattristò tutti i cuori liberali — l'eroe ferito al tallone ricordò l'Achille fatato, e il sangue che grondò dalla piaga rese venerabile l'ignorato promontorio siccome un nuovo Calvario. Tutti i partiti politici guardano riverenti a quella sublime figura. I despoti lo rispettano ed ammirano — i potenti gli invidiano la popolarità — i deboli e gli oppressi sentono che, lui vivo, la loro causa non è perduta. Dovremo noi aggiungere che le donne adorano in lui l'ideale della energia e della dolcezza, che le madri gli affidano la vita dei loro più cari con uno slancio di fiducia che tocca la passione? — Divinizzare una creatura umana è peccato di fanatismo, un peccato che molto spesso viene a scontarsi con amare delusioni. Ma quando il fanatismo si estende all'universo, quando un uomo diviene il simbolo di una idea, e come tale può rendersi adorato da tutti i suoi contemporanei, convien credere che questo uomo riunisca in sè medesimo tali doti da apparire colossale e quasi sovraumano. Se Garibaldi non è un colosso, è d'uopo confessare che a di lui confronto la società attuale è pigmea.

La notizia era vera. Garibaldi, partito il giorno innanzi da Caprera, si recava nelle provincie lombarde ad ispezionare i suoi volontari e ad assumerne il comando.

All'indomani, verso le ore due, una folla considerevole traeva alla stazione della ferrovia. Quella popolazionescettica e letargica si era improvvisamente scossa. Nelle fisonomie brillava la luce. I fanciulli e le donne — questa eletta porzione della società che è la più ingenua e la più impressionabile — rivelavano nell'incesso, nel movimento concitato della persona, un immenso tripudio. Il popolo scamiciato, il popolo vestito di velluto si arrampicava sulle muraglie, invadeva i capitelli delle colonne. C'erano dei nani che parevano giganti, dei giganti che parevano pigmei. Quella moltitudine che si era precipitata nella sala di aspetto, che si era distesa per oltre mezzo miglio lungo il margine della ferrovia, all'approssimarsi dell'ora desiderata divenne immobile e muta. Quegli ultimi minuti di aspettazione parvero secoli.

Non mai il fischio di una locomotiva parlò più eloquente alla folla. Tutti i volti impallidirono. I fanciulli giunsero le mani — qualcuno cadde in ginocchio e fece il segno della croce.

Al silenzio, all'immobilità successe un uragano di grida, una agitazione indescrivibile. Il convoglio aveva rallentata la corsa, e tutti gli sguardi si erano pasciuti di una sublime visione. Garibaldi avea reso il saluto alla folla e ciascuno si era vivificato.

Prima ancora che il convoglio si arrestasse, i più enfatici erano saliti sui gradini e sui tetti delle carrozze. Il vagone occupato da Garibaldi e da' suoi intimi fu preso d'assalto con impeto formidabile.

— Silenzio! gridavano mille voci; lasciatelo parlar lui!... Sentiamo cosa dice lui... Ma altre migliaia di voci non cessavano di urlare a tutta possa: «viva Garibaldi! viva l'Italia! viva la guerra!»

A un tratto la fisonomia di Garibaldi da ilare e benigna divenne radiante. I suoi occhi parevano salutare al di là della folla qualche persona amica e desiderata.

In un lampo tutte le teste si volsero.

— Fate largo! fate largo! tuonò il generale levandosi in piedi — ecco qualcuno che non perde il suo tempo in vane dimostrazioni... No: non è tempo di parole codesto!... l'Italia domanda soldati e carabine!

Tre giovani in camicia rossa si apersero il varcoattraverso a quella immensa barricata di popolo, e animati dal sorriso e dalla voce del generale che loro stendeva le braccia come a fratelli, si lanciarono nella sua carrozza.

Quasi al medesimo punto la campanella diede il segnale della partenza e il convoglio fra un uragano di viva uscì trionfalmente dalla stazione ed indi a poco disparve.

Quei tre giovani, apparsi inaspettatamente a completare la solennità e l'entusiasmo di un istante, divennero il soggetto di tutti i discorsi.

Chi erano? Nessuno li aveva riconosciuti. La camicia rossa aveva abbagliato gli sguardi. I meglio informati sostenevano che erano tre faccie forestiere; altri invece, affidandosi alle ipotesi, profferivano dei nomi e inventavano delle favole assurde; ma l'episodio dei tre garibaldini non cessava per questo di rappresentare un enigma.

Com'era da prevedersi, quella straordinaria effervescenza di popolo tornò propizia alla attrice che in quella sera dava in teatro la sua serata di benefizio. Il nuovo drammaLa partenza dei volontarii, ritraeva dagli avvenimenti del giorno un'interesse di attualità quale l'autore ed i comici erano lungi dall'aspettarsi.

Allo schiudersi delle porte il teatro fu invaso dalla folla. La platea, le gallerie, il loggione traboccarono di spettatori. L'intera città si era travasata in quell'angusto recinto.

Eugenio Lanfranchi, l'autore della commedia, passeggiava fra le quinte collo sgomento nell'anima. S'egli avesse preveduto quel formidabile concorso di spettatori e di giudici, non avrebbe osato sfidarlo.

Gli pareva che in paragone degli avvenimenti reali il suo dramma fosse una frivola e sbiadita parodia. Le forti commozioni da lui provate al cospetto di Garibaldi, alla vista dei tre sconosciuti che si erano slanciati nella carrozza dell'eroe per seguirlo sui campi di battaglia, gli rinfacciavano la pochezza dellesue espansioni drammatiche. Due giorni innanzi egli temeva di aver esagerato le tinte; ed ora vedeva impallidire i colori e smarrirsi i contorni de' suoi personaggi. — Quale orribile fiasco! pensava egli misurando la scena a passo concitato — darei due anni del mio stipendio, perchè la rappresentazione non avesse luogo!

Frattanto gli attori attraversavano il palco scenico per recarsi ai loro camerini. Al di là del sipario la platea muggiva sordamente siccome un oceano in tempesta.

Lo spettacolo doveva incominciare alle otto, e nondimeno alle ore sette e mezzo il pubblico imperversava di schiamazzi. Ciò accade quasi sempre nei teatri eccessivamente affollati. La insolita agitazione degli animi questa volta irritava le impazienze, produceva un parossismo.

Si accendono i lumi — i professori di orchestra seggono ai loro posti innanzi tempo, e tentano, accordando gli istrumenti, di ammansare la belva-pubblico. — L'ispettore della questura va sul palco scenico per ottenere si anticipi la rappresentazione. Il buttafuori fa osservare che mancano dieci minuti all'ora convenuta — nondimeno egli dà il segnale ai suonatori, e frattanto percorre i camerini per avvertire gli artisti che si tengano pronti.

Ai primi suoni dell'orchestra, — parecchie voci gridano: silenzio! — la platea si rimette in calma, non pochi sembrano disposti a prestare attenzione alla musica.... — La sinfonia è troppo lunga... Basta! Avanti! Fuori! urlano ad un tratto diverse voci. — L'uffiziale di questura abbandona per la seconda volta la sua sedia e ritorna sul palco scenico per sollecitare gli attori.

L'orchestra, o bene o male, ha finito il suo pezzo, e i professori deponendo gli istrumenti, lanciano sotto voce mille imprecazioni sul rispettabile pubblico. Questi, che al cessare della musica non vede alzarsi il sipario, riprende con maggior veemenza le proteste. I piedi, le mani, i bastoni, gli ombrelli, tutto serve a far chiasso. Gli uomini d'ordine si provano a reprimere lo schiamazzo con dei sibili impotenti. Ma ognipretesto di ritardo compatibile, viene a cessare.... L'orologio ha segnato le otto ore... la sfera non si arresta... Uno... due... tre minuti... l'edifizio sta per crollare... Il sipario si agita... Che vorrà dire?... Qualche accidente impreveduto? Qualche malattia?... La curiosità, l'impazienza toccano il colmo... La benemerita arma dei carabinieri si prepara a sedare un tumulto...

Ecco finalmente qualcuno che potrà appagare la curiosità pubblica se non placare l'agitazione. — Un uomo di circa sessant'anni si è presentato al proscenio come una vittima che viene spontanea ad immolarsi. È il direttore della compagnia. I suoi capelli sono scomposti come la sua cravatta, gli occhi stralunati, le guancie coperte di pallore. Egli serra nella mano una lettera... si inchina a destra e a sinistra e accenna di voler parlare. «Abbasso!... dentro!... silenzio!» Prima che cessi il baccanale trascorrono parecchi minuti.

Ma alla fine il partito dell'ordine riesce a dominare la situazione. L'intrepido capocomico ottiene di far intendere la propria voce e comincia a parlare in tal guisa:

«Inclito pubblico... rispettabile guarnigione... cioè... mi inganno... io voleva dire il contrario... ma presso a poco è la medesima cosa... È avvenuto uno di quei fatti... uno di quei casi che fanno epoca nella storia del teatro e della civilizzazione europea... Nella mia lunga, e starei per dire, eterna carriera di capocomico non ricordo un avvenimento più deplorabile, e al tempo istesso più glorioso per l'arte... Io mi appello, o incliti abitatori di questa illustre... e commerciale città, mi appello al vostro specchiato buon senso come al vostro inalterabile patriotismo. Voi sapete che nel corso di queste brevi ma fortunate rappresentazioni per parte nostra, non vennero risparmiate spese e fatiche... onde appagare le legittime esigenze di un pubblico intelligente e benevolo. Noi toccavamo felicemente la riva... noi sbarcavamo gloriosamente in quel porto, donde un capocomico, simile al naufrago dell'immortale Alighieri,

Si volge all'acqua perigliosa e guata...

Si volge all'acqua perigliosa e guata...

«Per chiudere le nostre rappresentazioni luminosamente, avevamo allestito un grandioso dramma di circostanza, scritto, come più volte fu ripetuto nei pubblici avvisi, da un attore troppo modesto per rivelare il proprio nome, ma troppo famoso in questa ed in altre città d'Italia per rimanere ignorato. — Voi siete accorsi al triplice appello dell'autore concittadino, dell'umile attrice benefiziata, e diremo anche del vostro illuminato patriotismo. Voi avete con urbane ma abbastanza sensibili dimostrazioni palesata la vostra impazienza. — Ed ora... che direte voi... nell'udire ciò che purtroppo io sono costretto ad annunziarvi? Quale sarà la vostra sorpresa... e fors'anche il vostro giusto risentimento allorquando mi udirete annunziare che la rappresentazione non può aver luogo, per questa semplice e durissima circostanza che i tre principali attori giovani della compagnia erano quegli stessi che oggi, vestiti della gloriosa camicia garibaldina, si sono slanciati nella carrozza del leone di Caprera per combattere con lui le supreme battaglie della indipendenza italiana...?...»

Il pubblico, che ascoltando diffidente ed iroso la lunga tirata del capocomico, più volte si era permesso di interromperla con grida poco benevoli, rimase profondamente colpito dalla inaspettata conclusione. Un silenzio solenne successe improvvisamente alla sorda agitazione. Le parole del capocomico non solo scioglievano l'enigma della giornata, ma proponevano un nobile esempio. I generosi istinti della moltitudine furono scossi da quell'annunzio. Tutti obliarono lo scopo pel quale erano venuti in teatro; tutte le aspirazioni si portarono sovra un altro campo.

I tre attori che avevano seguito Garibaldi erano un avvenimento reale, un avvenimento che sorpassava l'interesse di una rappresentazione drammatica, che trascinava le menti ed i cuori in un realismo più elevato e più poetico di qualsiasi finzione ideale.

Il capocomico indovinò immediatamente il pensiero del pubblico — e profittando di quel silenzio solenne, riprese a parlare con maggiore naturalezza di linguaggio.

«Per mostrarvi che non vi fu da parte nostra verun inganno o soperchieria, io vi leggerò, o signori, la lettera che ci venne recata pochi minuti sono — la lettera di quei disgraziati... e diciamolo pure... generosi figli dell'arte!»

Il capocomico spiegò il foglio e proseguì leggendo:

«Cari colleghi:

«Al momento in cui riceverete questo foglio, noi saremo a Como, sdraiati probabilmente sulla paglia della caserma. La persona a cui affidiamo la presente è incaricata di consegnarla alle ore otto precise, al punto in cui sarà per aver principio la rappresentazione. Abbiamo promessoLa partenza dei volontari, e nessuno vorrà accusarci di aver mancato di parola. — Noi siamo partiti! — L'autore del nuovo dramma si era proposto di spronare i suoi concittadini ad accorrere sotto le bandiere di Garibaldi — orbene: noi crediamo che il nostro esempio gioverà meglio allo scopo. Noi abbiamo profittato delle camicie rosse che dovevano servire alla rappresentazione. Badate che c'è penuria di camicie rosse: quelle che ancora vi rimangono io vi consiglio di donarle ai giovani di buona volontà. Noi vi permettiamo di leggere in pubblico la nostra lettera. Dessa servirà a discolparvi. Noi conosciamo i cittadini di... Vedrete che gli spettatori, in luogo di esigere la restituzione del biglietto, proclameranno ad una voce di destinare l'introito della serata a benefizio della Commissione per le camicie rosse. Salute a voi, diletti colleghi, salute ai patriottici abitanti di.... Viva l'Italia! Viva Garibaldi! Viva la camicia rossa!

«Vostri affezionatissimi fratelli

«Simonelli — Viscardini — Rizzi.»

All'ultime parole della lettera rispose un uragano di grida che fece impallidire il capocomico. — Gli spettatori della platea salirono sulle panche agitando i cappelli e i bastoni — tutti i fazzoletti sventolarono dai palchi e dalle gallerie — i professori dell'orchestra per impulso istintivo ripresero i loro stromenti, esi diedero a suonare con lena da invasati l'inno di Garibaldi.

Vi sono delle commozioni popolari che nessuna penna può descrivere — e noi, per parte nostra, rinunziamo ad esprimere quell'entusiasmo collettivo, del quale ogni singolo episodio fornirebbe un poema.

Il capocomico non trovava la via per andarsene dal proscenio. Egli si inchinava, piangeva, rideva, e da ultimo era rimasto impietrito colle mani in saccoccia.

— Presto! una camicia rossa! — gridava un giovane pallido e scarno aggirandosi fra le quinte.

— Carlo!... tu qui!... esclamò Eugenio Lanfranchi, muovendo incontro all'amico.

— Non si perda un istante... Io ho contato sulla tua parola, e vengo a reclamare la mia camicia rossa prima che il palco scenico sia invaso.

La prima donna che era presente a quel breve dialogo, corse nel camerino e ne uscì poco dopo con due camicie rosse, che offerse ai due giovani.

— Andate! — disse l'attrice ad Eugenio Lanfranchi — è forse il primo caso in cui un autore drammatico debba supplire la prima donna... Io vi presto di cuore il mio vestiario — voi me lo renderete dopo la recita.

— Non oso promettervi di riportarvelo intatto, rispose Eugenio sorridendo.

E i due giovani si presero ciascuno una camicia rossa, e stretta la mano dell'attrice, uscirono dal teatro per la scala riservata agli artisti.

Qual mutamento di scena dopo quella giornata!

La città di... in proporzione de' suoi abitanti è forse quella che ha fornito a Garibaldi il maggiore contingente di volontari.

Un giorno, un'ora di entusiasmo basta talvolta a trasformare un'intera popolazione, a convertire un popolo scettico e sonnolento in una falange di eroi!


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