AVVENTUREIN UN VIAGGIOPERLA VALDOPPIA(dal vero)

AVVENTUREIN UN VIAGGIOPERLA VALDOPPIA(dal vero)

Mi torna il giovineTempo nel cor.Fausto.

Mi torna il giovineTempo nel cor.Fausto.

Mi torna il giovineTempo nel cor.Fausto.

Mi torna il giovine

Tempo nel cor.

Fausto.

Nel liceo convitto, in cui era stato posto fanciullo, il primo libro d’amena lettura ch’avessi nelle mani, furono le novelle del Boccaccio, edizione compiuta statami donata da un mio parente ora defunto, il quale era uomo di buona pasta, poichè ne’ giorni festivi veniva immancabilmente a levarmi dal liceo per farmi pranzare in sua casa, ordinando sempre si cucinasse qualche manicaretto di particolare mio gusto, e dopo il pranzo mi lasciava poicorrere e saltellare in piena libertà pel giardino, permettendomi eziandio di montare a bisdosso d’un cavallaccio, docile come un montone, pel quale io partiva sempre dalla mensa colle taschette del giubberello colme di frusti di pane. Del rimanente, quanto giudizio egli s’avesse a dare le novelle del Boccaccio ad un ragazzetto di nove anni, lascio considerare a voi. Eppure lo udiva allora (1812) lodar forte qual uomospregiudicato, come dicevasi, non essendomi che posteriormente accorto, che appunto gli uomini troppo spregiudicati riescono il più delle volte pregiudizievolissimi. Le trasposizioni al modo latino, i vocaboli vieti e ricercati, fecero però buona difesa al mio piccolo cervello, non lasciandomi comprendere un jota di tutto il libro; se non che mi servii del nome che vi lessi diBuffalmacco, per farne un appellativo derisorio a un convittore grande e grosso e manesco; il qual soprannome avendo preso voga, mi capitarono non poche ceffate e pugni per sua parte, e deia pane ed acquaper parte del prefetto della camerata.

Eravi nel liceo un inserviente, vecchio ex-militare, che non sapeva parlare che di Laudon e dei Turchi, coi quali aveva scambiato nel loro paese qualche colpo di moschetto; esso co’ giovinetti collegiali era tollerante, compiacentissimo, servizievole, una specie insomma di caporale Trim, che ben conoscerete. Quest’inserviente, che si chiamava Carlo, di cui mi pare ancora vedere la pelle arsiccia del volto, i capelli grigi e corti, e il soprabito turchino speluzzato, possedeva due volumetti, coperti d’un cartoncino azzurrognolo, tanto laceri ed unti, quanto lo dovevano essere, avendo fatta per anni ed anni fida compagnia ad un povero soldato, col quale viaggiarono sino a Temisvar e fecero ritorno in Lombardia, sempre nella bisaccia militare, omocciglia, non uscendone che di rado per divertirlo nelle ore di ozio dei bivacchi e delle caserme, allorchè ne profumava le pagine dell’incenso della pipa.

Ad onta di tutto il sudiciume, che ingialliva e anneriva que’ due volumi, a me andavano sommamente a genio, e li preferiva infinite volte almio Boccaccio. Erano i viaggi di Robinson Crosuè. Quand’io guardava rappresentato sul frontispizio quell’uomo col berrettone acuto di pelo di capra, col parasole da una mano e il fucile dall’altra, passeggiare in riva al mare, quando lo vedeva fatto compagno di Venerdì, sorgevano in me non so quali idee di mare, d’avventure, di solitudine, una poesia in embrione che m’ardeva d’una curiosità indescrivibile. Proposi a quell’antico figlio di Marte il cambio del suo Robinsone col mio Boccaccio: tremava non l’accettasse, e quand’egli v’accondiscese, me ne volai co’ miei due tomi nelle mani, che quasi non capiva in me dalla gioja, nè fu più contento Giasone quand’ebbe conquistato il vello d’oro. Ogni momento che poteva rubare alla grammatica del Porretti, ed allaRegia Parnassi, era dedicato al mio carissimo Robinsone il quale gettò nella mia infantile fantasia, già a bell’apposta organizzata ad assorbire ogni sensazione straordinaria e vibrata, gettò, dico, una smania e quasi una monomanìa pel viaggiare.

Allorchè, cresciuto in età, leggendo viaggi ememorie d’ogni maniera, seppi che quel libro aveva prodotto lo stesso effetto in molti altri uomini illustri, mi congratulai meco stesso d’essere stato capace di sentire al pari di loro la forza d’un simigliante eccitamento.

Ma se la lettura di Robinson Crosuè, fatta in età fanciullesca, potè esser cagione che alcuni, divenuti viaggiatori, toccassero i due circoli polari, o andassero a servir di pasto ai selvaggi della Terra, del Fuoco e della Papuasia, quanto a me, mentre fui giovinetto, non potè spingermi che qualche volta pedestremente da Milano sino a Monza, a Desio o a Melegnano, o farmi errare all’avventura per i prati ed i campi seminati di frumento e di grano turco che fiancheggiano il naviglio di Abbiategrasso e della Martesana.

Venne alfine per me quell’età sospirata (e la sospiro ancora) in cui potei, come si suol dire, allargare le ali. Da due anni era studente dell’università. Il titolo distudentedona un non so che di baldo, di fiorito, d’ornato, che accresce la persuasione del valore di sè medesimi, così che, avendo tante volte percorso il lastricatodel portico legale, io credetti possedere criterio sufficiente per intraprendere da solo un vero viaggio. Al tempo delle vacanze quando mi trovai padrone di me stesso, tratto da due buoni cavalli sulla strada postale, avviato a Venezia, mi sentii un piccolo Byron, unGiovine Aroldo.

Il mio delirio era il mare. Lo aveva tanto desiderato, che sembrandomi troppo poca cosa la laguna, appena entrato in Venezia mi feci condurre al lido per vedere il mare veramente libero e senza limiti. Ma, ho da dir la verità? al primo guardarlo, causa forse la prevenzione, mi fece pochissimo effetto, e mi parve fosse assai più pittoresco e seducente allo sguardo quando lo vedeva in teatro rappresentato sulle scene di Sanquirico. Oh ignoranza! Però, osservato un giorno, e due, e tre, il mio occhio comprese alfine la vera magnificenza di quella vastità d’acqua sì una e sì varia; e mi sentiva poi orgoglioso, passeggiando all’ombra dell’aguglia del nostro Duomo, d’aver veduto il mare e di essere stato sobbalzato su per le sue onde, e averle valicate a gonfie vele.

La è curiosa! noi milanesi che siamo penisolani, e abbiamo da ponente a una giornata di cammino il mare mediterraneo, da levante a due giornate l’adriatico, e che, mettendoci a sedere in barchetto alla riva di Porta Ticinese, potremmo andare sempre navigando sin oltre ben anco il Monopotapa, siamo uomini sì radicati nella nostra terra ferma, che, avuto riguardo al numero ed alle persone che avrebbero facoltà di farlo, si trovano ben pochi che tra noi abbiano intrapresi de’ viaggi marittimi: onde, se non è in difetto la mia erudizione, toltine quelli d’alcuni missionari, manca per la patria gloria, a compiere la serie de’ nomi famosi, un viaggiatore di gran rinomanza. Quanto sarebbe lusingato il nostro amor proprio, se qualche ardito milanese di vero sangue, avesse piantato e fatto sventolare il biscione sovra una terra ignota d’un altro continente! ma adesso, addio speranze! si sono già cacciati gli altri da per tutto sulla faccia di questo nostro globettino; si ritrovano alberghi e caffè fin là dove nascono le aurore boreali,e vi si potrà andare tutti fra poco in battello a vapore.

Veduta adunque la grand’acqua, volli l’anno successivo contemplare le Alpi e toccarne la sommità, per mirare d’appresso le ghiacciaje, quegli eterni cristalli sì decantati.

Venuto il benedetto settembre, ecco che colla mia valigia sulle spalle, il mio berretto di drappo scozzese, m’avvio al Sempione. Tutto il mondo è stato almeno sin là, ha vedute le gallerie, ha letto l’Ære Italo, fece colezione, pranzo o cena all’albergo del villaggio, servito (allora) da amabili giovanette, e prese poi qualche reficiamento gratuito all’ospizio. Ma pochi saranno stati di sì bizzarro cervello, proseguendo il viaggio, di lasciare al pari di me la nuova strada agevole ed ampia (condotta sul versante opposto del Sempione con dolci e facili svolgimenti giù fino a Briga), per cacciarsi sull’antico e dirupato sentiero, il quale, abbandonato com’è, va a smarrirsi fra antiche e folte selve di larici, molti de’ quali dalla vetustà rovesciati s’accatastano qua e là, eformano barriera quasi insuperabile, incontrandosi per ogni dove salti di torrenti e trabalzi perigliosissimi. E allora appunto non sembravami di essere nelle Alpi, ma mi figurava di trovarmi, che so io, nelle selvaggie foreste del Brasile, essendo impossibile che la mia fantasia voglia rimanersene un istante laddove realmente si trova, e, non badando al rischio che correva ad ogni passo di rompermi l’osso del collo, io mi sentiva rapito dal maraviglioso aspetto di quella solitudine, e faceva in prosa della poesia lamartiniana, da mandare in ruina, pubblicandola, qualsiasi librajo.

Attraversato il Vallese, toccato il lago di Ginevra, volli visitarne la deliziosa riviera, e potete immaginarvi quante sentimentali esclamazioni m’uscirono dal labbro al mirare Vevey, e tutti i luoghi che l’appassionata immaginazione di Rousseau fece scena al suo celebrato romanzo amoroso; e meritarono veramente di trovare un pittore di quella forza e delicatezza squisita di pennello, poichè vanamente si cercherebbe un’altra contrada ove l’amore puòtrovare negli aspetti di natura sì sublimi corrispondenze con tutte le sue fantastiche fasi, sieno esse di felicità o di disperazione.

Retrocedendo, pensai poscia di rientrare in Italia varcando il gran san Bernardo. Avrete letto in molti giornali la diabolica pittura che fece Alessandro Dumas della salita a quella montagna; è probabile, per poco che siate dilettanti di romanzi, che l’abbiate parimenti letta in Cooper nel suo Carnefice di Berna. Ma l’autore dell’Antony, e il romanziere americano, credetemelo, hanno esagerato la fatica e i perigli di quel viaggio, per produrre un effetto straordinario, così come in certi quadri si rafforzano le tinte, anche contro natura, affinchè facciano più efficace mostra di sè all’esposizione di Brera. Non voglio sostenere che, durante la cattiva stagione, nel valicare quell’alpe non si corra pericolo d’essere sepolti sotto qualche valanga, ma per sei o sette mesi dell’anno vi si arriva alla cima con tutta facilità e agevolezza; e conosco io migliaja di sentieri per le valli a noi contigue,ove l’andata è assai più disastrosa e a rompicollo che sul gran san Bernardo, e pure sono calcate ogni dì da brigatelle di signorine dai piedini dilicati che vi vanno a sollazzo in partite di piacere. Ho veduto colassù, la famosa stanza dei morti, che chiamanocarnajo, e non dipenderebbe che dalla mia volontà di farvene una descrizione bellissima d’orrore, e d’innestarvi qualche episodio drammatico, ma v’attendo a un altro varco.

Lasciato l’ospizio, e quegli ottimi Padri, giù corsi a Saint-Remy, e la sera era di già nella città d’Aosta. Alla mattina successiva, desto per tempo, mi recai a visitare la torre del Lebbroso e le stupende antichità romane. Mi parve strano che, per ammirare i resti d’un anfiteatro, fossi costretto d’entrare dalla casa d’un contadino in un rustico cortiletto, ove, mentre immobile contemplando un alto pezzo d’antica muraglia rifabbricava nella mia immaginativa quel circo, commettendone le gradinate al podio ed agli spalti, e su vi vedeva i togati patrizii, le gemmate matrone; il popolo romoreggiante, e mipareva udire il ragghio de’ lioni e l’urlo delle pantere chiuse nelle carceri, o vedere i gladiatori scannarsi fra i fischi o gli applausi degli umanissimi spettatori, una frotta di polli e di pulcini beccava sulle punte de’ miei stivali de’ granelli di miglio che si erano appiccicati nel transito della villereccia cucina, e mai più s’immaginavano le innocenti bestiuole che dovessero quel piccolo reficiamento ad Ottaviano Augusto, ed al mio maestro di storia.

Mi lasciai alle spalle anche la città d’Aosta; e proseguiva il mio cammino giù per la valle fiancheggiando la Dora. Lungo la strada mi sovvien che entrato in una picciola osteria a prender fiato, in un paesello chiamato, se pur non erro, Chambave, vi bevetti un eccellentissimo vino moscato, il quale si spreme da grappoli che maturano sovra apriche collinette che s’alzano ivi d’appresso; e se vi dico io ch’era prelibatissimo, io che rare volte ho potuto mirare sino al fondo del bicchiere per ritrovarvi la verità, me lo dovete credere. Registrate adunque questa notizia nel vostroMemoranda,poichè potrebbe essere di qualche peso (so quel che dico a certi miei lettori) nel determinarvi un giorno ad intraprendere un viaggio per contemplare i monumenti romani della città di Aosta.

Aveva fatta promessa, anzi partire da Milano, di recarmi al ritorno dalla mia gita sul lago Maggiore; e m’era sì gradita l’aspettativa di villeggiare colà che oramai il viaggio mi tediava, e non desiderava che l’istante di quivi giungere fra una diletta comitiva. Ad accorciare il cammino pensai dunque che la via più breve per me (tralasciando di recarmi sino ad Ivrea, e di là per Biella o per Novara al lago) si era di valicare i monti che dividono la Val d’Aosta dalla Val Sesia, e discendere a Varallo da dove la strada per Romagnano e Borgomanero mette capo ad Arona.

Trapassata quindi la pittoresca terra di Chatillon, lasciai le sponde della Dora, e presi cammino su per la montagna. Fatto buon tratto di via, e giunto a bell’altezza sul dorso del monte, me ne stava assiso sovra un sasso a guardar giùla sottoposta valle, la quale di là si presentava a’ miei occhi pressochè in tutta la sua estensione, e m’immaginava di vedervi sfilare i molti eserciti che in diversi tempi vi transitarono, calando per la stessa via ch’aveva fatta io stesso. Da Annibale, anzi dai Celto Galli in poi, quanti guerrieri o armati di clave, e coperti di pelli, o colla lorica e la lancia, o colla pesante armatura del medio evo, o col fucile e gli spallini, passarono là giù per venire in Italia! e a far che?... a farsi ammazzare la maggior parte senza cavarne mai alcun buon costrutto. Ma io veramente allora non pensava a ciò, altro non mi rappresentava che l’effetto pittoresco delle variate file di quelle soldatesche sparse lungo la valle, coi cavalli, i carri e i loro bellici strumenti. Oh! se avessi avuta l’abilità di quel bravo marchese, che dipinse quest’anno con tanta fantasia la rocca adamantina da cui scende il mago sull’ipogrifo a pugnare con Bradamante, mi pare che avrei fatto un quadro di genere da fare stordire gli amatori. Ma, che volete? io non ho potuto riuscire a far altromai in pittura, che degli ometti sui libri di scuola.

Mentre era là vidi salire pel sentiero, e venire alla mia volta, due bei contadinelli, l’uno de’ quali s’aveva qualche cosa sulle spalle: conobbi ch’erano pellegrini al pari di me. Allorchè mi furono vicini m’alzai, per proseguire con esso loro la via. Avevano entrambi fisonomia dolce, ma spezialmente l’un d’essi, biondo di capelli e con occhi azzurri, mostrava una tale finezza di lineamenti, che l’avresti detto una fanciulla travestita. Chiesi loro d’onde venissero, e dove si recassero, e mi risposero in francese ch’erano savojardi, ch’erano stati a Torino e si recavano a Gressoney, presso un loro parente. Ciò ch’aveva sulle spalle l’un d’essi era una cassetta sostenuta da una cinghia di pelle, e mi disse che vi stavano rinchiuse due marmottine, che sono le bestiuole che ognun conosce, le quali andavano facendo vedere per le piazze, suonando la ribeca, ch’era lo stromento portato dall’altro, e ciò per buscarsi qualche soldoonde campar la vita. Domandai loro che cosa avessero guadagnato, mi risposero che in un mese ch’erano stati a Torino avevano potuto mettere a parte quindici franchi, coi quali contavano di recarsi nell’inverno in Francia, passando poi nella primavera a Gand nel Belgio, ove era il loro padre col quale esercitavano il mestiere diramoneur.

Mi sentii toccare il cuore pensando che quel bel fanciulletto dalla pelle sì dilicata, e con quello sguardo tanto dolce, dovesse arrampicarsi su per le gole dei cammini ad imbrattarsi di fuliggine e col pericolo di spezzarsi un braccio od una gamba. Invocai che qualche pietosa padrona di casa, commossa dalla simpatica fisonomia del bello spazzacamino, gli procacciasse modo di guadagnarsi la vita con mezzi meno sucidi e perigliosi. Superata la montagna, discendemmo insieme dal lato opposto a Gressoney, ove separandoci, augurando ad essi ogni fortuna, feci diventar sedici i loro quindici franchi.

Io passai la notte a Gressoney. Oh, sevedeste che singolare paesetto è desso mai! giace in fondo ad una valle che ha la forma d’imbuto, e vi sta queto, isolato da tutto il mondo, presso un torrentello che move il suo mulino, e in cui abbevera le sue mandre. Durante il tempo delle nevi non è possibile nè di andarvi, nè di partirne; onde per alcuni mesi quegli abitanti vi rimangono così separati dal resto dei viventi, come se fossero nella Groenlandia o nella Lapponia. Se vedeste che zoccoli che portano le donne; e che pannilani verdi e rossi dello spessore di tavole di noce, ma hanno certe guancie pienotte e una solidità di contorni che si confanno a meraviglia con que’ vestimenti. La pace del luogo, la prosperità degli abitanti, mi fece spesse volte tornare col pensiero a Gressoney, e avrei voluto in certi bruschi momenti di mia vita esservi nato, e non aver mai superata la cerchia de’ monti che lo racchiudono: non avrei forse potuto sentirvi egualmente le impressioni della natura e dell’amore, fonti inesauribili di felicità nella vita?

Al dì seguente, essendo già alto il sole, abbandonai quel romito villaggio, e ricominciai a salire la montagna opposta a quella dalla quale vi era venuto.

Oltrepassato un altro monte discesi a Saint-Jean, altro paesello più ameno fra quell’Alpi, e di là non mi rimaneva che a superare l’ultima giogaia della Valdoppia per essere in Valsesia.

Non mi sentiva punto stanco, era spinto dalla brama di giungere presto alla mia meta, ove m’attendevano piacevolezze d’ogni genere, quindi rifocillatomi abbondantemente, concessemi un pajo d’ore di riposo, e prese tutte quelle notizie intorno alla via che l’oste a malincuore volle somministrarmi, attribuendo io a sola sua cupidigia il consiglio che ripetevami di fermarmi colà quella notte e non mi porre in via di quell’ora, che era già verso il declinare del giorno, mi strinsi alle spalle le cinghie della valigia, e, impugnato il mio bastone, me ne andai pel mio cammino.

Il sentiero s’arrampicava pel fianco delmonte, fra boschi e cespugli: era assai erta, anzi quasi perpendicolare la via: pur salendo con buona lena, in poco d’ora mi trovai molto elevato dal fondo della valle, ove vedeva rosseggiare il paesetto di Saint Jean ad un raggio obbliquo che gl’inviava il sole dalla sommità dell’opposto monte dietro cui stava per celarsi; e vedeva pure luccicare il torrente che serpeggiava per la valle, ed era quell’acqua stessa che romoreggiando balzava giù dal monte sulla costa del quale io m’innalzava.

Mi avevano detto che la salita voleva un’ora circa; ma io non aveva calcolato che le mie gambe non erano quelle d’un montanaro, e che se que’ del paese v’impiegavano un’ora, io non avrei potuto a meno di consumarvi doppio spazio di tempo. E così fu. Il sole, già tutto nascosto dietro gli opposti dossi, mandava appena un ultimo rossore sulle cime più elevate che mi stavano sul capo, ed io m’arrampicava ancora su per l’erta, e sentiva che le gambe scemavano di vigore ad ogni passo,e un’ansa affannosa mi toglieva quasi il respiro. Dopo la salita esser vi doveva uno spianato, inoltrandomi pel quale doveva poi giungere ai casali componenti il paesetto detto La Montà; ivi contava passare la notte, per esser pronto al mattino a discendere pel versante opposto in Valsesia al paese di Riva, da dove avrei potuto ancora arrivare la sera sino a Varallo.

Fatto è ch’io giunsi al margine di quel benedetto spianato, e cessai di salire quand’erasi già quasi fatto interamente oscuro, e sdrajatomi sull’erba, per prender fiato, mi giunse all’orecchio debolissimo il suono de’ tocchi dell’avemmaria del paesetto di Saint-Jean. Provai allora un po’ di pentimento di non aver voluto cedere ai consigli dell’oste, poichè per giungere a La Montà non rimanevami da far meno d’un’altra buon’ora di cammino, e chi sa qual cammino! Feci però cuore a me stesso, anzi gioii meco medesimo, e mi congratulai di trovarmi una volta nella condizione di tanti viaggiatori, le cui avventure aveva lette consì vivo trasporto di curiosità. Che di meglio infatti per un giovine di venticinque anni, di testa romantica (così si suol dire), che ha costume la sera di passeggiare le strade ben illuminate e lastricate della capitale, vedersi solo fra le tenebre, errante pei boschi alla sommità delle Alpi, colla probabilità di scontrarsi nel genio delle ghiacciaje che sotto forma d’un orso venisse a divorarlo, senz’altra speranza di vendetta che di far urlare quell’animale nelle sue rupi un mese intero, per le punture che gli avrebbe cagionate entro le sue viscere il cervello, intingolo indigeribile formato col deposito d’ogni specie d’idee letterarie, metafisiche, poetiche e legali?

Questo pensiero m’aveva fatto sorridere tra me stesso, avanzandomi per l’incerta traccia del sentiero, quando ad un tratto vedo un chiarore che subito scompare, e appena ebbi campo di rivolgere la testa ch’udii rumoreggiare il tuono. Fermandomi a guardare indietro, scôrsi nubi nerissime che s’erano avanzate alle mie spalle, e che, venendo da versola valle di Saint-Jean, andavano nascondendo sul mio capo la volta del cielo. Che gusto m’avessi lo lascio immaginare a voi. Io camminava in una pianura, che, per quanto poteva rilevare, era come una vasta prateria, sparsa qua e là d’alberi radi. Tratto tratto però mi sentiva sotto i piedi il nudo macigno. Facendosi sempre più dense le tenebre, io non iscorgeva il sentiero che al bagliore dei lampi che si succedevano quasi incessantemente. Cominciarono i soffj del vento, e il tuono echeggiava arrotolandosi fra quelle teste di montagne. Vi dico da vero che principiai a non aver più nessun piacere di trovarmi in quell’ignota solitudine con un tempo spaventoso di quella fatta. Sperava, ad ogni passo che m’inoltrava, di trovarmi nel desiderato paese di La Montà, o di scorgere almeno qualche lumicino che annunziasse una capanna, fosse stata anche l’abitazione delle streghe, dei briganti, o dei falsi monetarj: ma non vedeva niente, altro che la corona delle rupi che circondavano quel piano, che si mostravano piùnere ancora del nerissimo cielo. Un romore, uno scroscio grandissimo accompagnato da un sibilo spaventoso di vento, veniva avanzandosi precipitoso, e vedeva al chiarore dei lampi le chiome degli alberi flettersi ed alzarsi rapidissimamente. Ad un tratto fui inondato dalla pioggia, e, quasi al tempo stesso, ciò che mi diede più paura, fu di sentire che i miei piedi diguazzavano nell’acqua sino alla caviglia, per cui credetti d’essere entrato inavvertentemente in qualche stagno o fondo paludoso. Di sentiero non eravi più insegna. Rimasi un momento immobile, e mi credetti perduto: ma al luccicare della saetta, avendo veduto che il terreno a man manca si rialzava, mossi i passi da quella parte, e infatti in due o tre minuti mi sentii fuori del guado, e compresi che andava ascendendo. — Meno male (dissi fra me), il pericolo d’affogarmi sembra passato. — Ma la pioggia e il vento incalzavano con tal violenza, ch’io dovetti appoggiarmi ad una pianta per sostenermi in piedi. — La scena è più teatrale che in un ballo di Viganò(diceva in me stesso), ma minaccia d’andare troppo in lungo, e se dovessi starmene qui tutta notte sotto questo diluvio coll’aquilone che spira, mi prendo tale un malanno che non rientro mai più in velocifero da porta Tanaglia. —

Mentre io era colà in una posizione così critica, guardando attentamente ad ogni gettata di luce intorno a me, mi venne veduto, non molto all’insù dal posto ove mi trovava, un piccolo edificio coperto di paglia, un tugurio. Mi sentii rinascere, e tosto mi diressi a quella volta. Pervenutovi, m’accorsi ch’era una capannetta deserta, uno di que’ casolari ove alloggiano i pastori quando conducono alle alpi le mandre, e che partendo abbandonano. Alla porta s’ascendeva per alcuni gradini; ne mancava l’imposta e dentro appariva vuoto ed oscuro. Salii tosto quella scomposta scaletta, e giunto al limitare tastando col bastone, e sentendo che il pavimento era più basso, prima di discendervi per entro vi feci rimbombare la mia voce, porgendo l’orecchio,per udire se mai cosa alcuna vi si rimovesse, poichè v’era pericolo vi fosse rifuggita qualche fiera.

Non udendo alito balzai giù dalla porta nell’interno, e m’accorsi con mio sommo contento che v’era sull’impalcato un bel letto di foglie. Staccai dalle spalle la mia valigia, mi tolsi l’abito tutto molle d’addosso, mi soffregai per asciugarmi alla meglio, ringraziai la provvidenza, e me le raccomandai: indi stesi tutta la mia stanchissima persona su quelle foglie, che mi sembrarono uno strato di morbide piume, e provai quel sentimento di felicità, che m’immagino debba sorgere in cuore a chi afferra il lido campando dal naufragio.

Descrivervi quali pensieri mi passassero per la mente sarebbe impossibile cosa: quello ch’è certo si è che m’addormentai pensando a chi pensava a me, e che forse vaneggiava amorosamente alle melodie d’una gaja serenata, senza pur dubitare ove diavolo mai si trovasse il suo Trovatore. E tanto più che l’ultima sera nel darmi l’addio di partenza,conoscendo l’indole mia arrischiata, m’aveva fatta calda preghiera, di non espormi a inutili perigli, e di non mettere a repentaglio unavita troppo cara. — Che belle paroline, eh? — Ma, e chi non le ha udite all’età di venticinque anni? — Pure, onde gustarle completamente, bisogna credersi esseri privilegiati, e tale io mi riputava allora in buona fede: onde ricordava quell’affettuosa espressione coll’accompagnamento d’una voce commossa, d’uno sguardo pieno di soavità e di sentimento, vedeva quelle forme gentili, quella bianca mano che mi salutava ancora dal balcone, e tutto ciò mi mandava un miele per le vene, mi faceva più beato d’un re, benchè perduto là sull’alpi tutto solo, e sdrajato sovra aride foglie in un deserto tugurio; e credo che gli spiriti ilari che si esalavano da me, mi servissero di riparo contro l’influenza funerea che stagnava sotto quella volta.

Non so quanto dormissi, ma mi svegliai che fitta era ancora l’oscurità, però cessati i lampi, i tuoni, il vento e la pioggia. Stirai le membra,e mi sentii assalito da un brivido di freddo; volendo addormentarmi di nuovo, allungai un braccio per internarlo nelle foglie, onde averne calore, e nel così fare urtai in qualche cosa, che toccando sentii essere una valigia. Mi pareva d’aver collocata la mia dall’altra parte, e subito mossi l’altro braccio per accertarmene, e infatti sento che la mia valigia è colà! — «Gran Dio! due valigie! qui v’è alcun altro; dissi tra me, traendo a stento per la sorpresa il respiro. Ma tosto mi animo, e grido: — Ohe! ohe! chi c’è qui. — Nessuna risposta: mi rialzo, porgo attentissimo l’orecchio, non odo fiato, non odo respiro, era un silenzio profondo, non interrotto che dal cader lento delle goccie che stillavano dalla paglia del tetto. Mi metto a frugare a tentoni per le foglie, allungando anche i piedi, e urto con questi in due altri piedi, che sembravano rivestiti di grosse scarpe. Li premo con forza, ma non ne segue alcun effetto. Mi do a cercare colle mani e sento un braccio rivestito di panno — lo scuoto — niente — Cheaffare è questo? — dissi tra me preso da spavento, e diressi la mano ove doveva essere il volto, e l’abbassai — misericordia! — le mie dita s’inforcano nelle caverne delle ossa nasali d’un teschio umano, che si scompone a pezzetti — misericordia! — chi m’avesse fatto un salasso non ne avrebbe cavata goccia di sangue: rimasi più morto che vivo.

Ebbi appena il vigore di balzar fuori di là lasciando nel casolare, abito, valigia e berretto, e non trassi il respiro che vedendomi all’aria aperta. Sedetti sui scalini della capanna, col capo in mano, lasciando si calmasse la terribile palpitazione di cuore che mi aveva assalito. Alzai poscia gli occhi al cielo: era sereno e stellato: da levante veniva un venticello foriero dell’aurora; il suo fiato per me fu un balsamo, e più di tutto alcune voci che udii, e mi sembravano di persone che fossero sul sentiero da me percorso la sera. Mi posi a gridare chiamando; mi fu risposto; io continuai a gridare e sentii ch’alcuni uomini venivano alla volta. Quando li vidi da vicino,narrai loro la mia trista ventura, ed essi tosto, tratta l’esca, il ferro e la pietra focaja, accesero una piccola lucerna, ch’un d’essi trasse da una bisaccia che recava ad armacollo; e ravvisai in essi tre cacciatori da camosci.

Penetrammo tutti insieme in quella capanna, e si vide, pressochè tutto coperto dalle foglie, un uomo, dirò meglio uno scheletro, rivestito d’abiti militari. Mi dissero che doveva essere qualche sgraziato disertore sorpreso là su da un male violento, il quale trattosi in quella capanna vi morì senza soccorsi: avvenimento accaduto, almeno da due mesi in addietro.

Ritrovata la valigia di lui fu slacciata e vi si rinvennero per entro alcuni pochi oggetti di vestimento, e un portafoglio. Questo pure venne aperto, e vi si vide una carta d’iscrizione militare su cui leggemmo —Gaudenzio D...., d’anni ventinove, nativo di, ecc.— con tutti gli altri consueti connotati personali che lo indicavano per un giovine ch’essere doveva d’assai bello aspetto. Nel portafoglio vi erano pure due lettere, ed una picciolabusta di seta verde da cui levammo una cartolina, la quale era circondata per più giri da un sol capello biondo, le cui estremità erano rattenute da un po’ di cera. Una di queste lettere era suggellata e mancava d’indirizzo. L’altra portava nella direzione il nome del soldato colla mansione a Saluzzo; questa, essendo aperta, noi la spiegammo e vedemmo essere del curato del suo paese che gli scriveva in nome di sua madre. Vi si parlava di nozze di persone conoscenti, e della spedizione che veniva fatta a lui d’una picciola somma di danaro: non vi si leggeva altro, nè trovammo cosa alcuna di più, che ci potesse rischiarare intorno a quell’individuo ed al funesto suo destino.

Uno di que’ cacciatori, il più attempato, disse ch’egli era fratello del sindaco di Saint-Jean, e che avrebbe dato avvertimento onde que’ resti umani venissero sepolti, e fosse partecipata notizia del fatto all’autorità superiore.

Io rimasi compreso da tanta pietà per quell’infelice, e al tempo stesso da tale orrore eribrezzo d’aver avuto un simile compagno di letto, che non aveva quasi più vigore da riprendere i miei arnesi.

Alla fin fine ajutato da que’ cacciatori mi rivestii, e mi rimisi, accompagnato da loro, in viaggio; ma quello scheletro mi opprimeva l’immaginazione, mi disperava. Mano mano però che si spandeva la luce mattinale, si andava scemando anche lo squallore della mia mente, e veniva a poco a poco riconoscendo me stesso. Quando alfine m’affacciai dal vertice del monte all’ampia vallata, e vidi le nebbie candide e natanti volare in fuga innanzi al sole che mi sorgeva luminoso di fronte, ogni mia tristezza si dissipò, ed altro non mi parve quel caso che una romanzesca ventura.

FINE.

INDICEMilano nell’anno 305 dell’erapag. 1Un Episodio dell’assedio del Barbarossa18I Guelfi dell’Imagna o il Castello di Clanezzo39Edemondo ed Adelasia o la Torre di Gombito87La Biscia Amorosa121Campo di Battaglia sul Duomo di Milano161Avventure in un Viaggio per la Valdoppia183La presente Edizione è sotto la tutela delle Leggi.

La presente Edizione è sotto la tutela delle Leggi.

NOTE:1.Poco lungi dal luogo ov’è la chiesa di S. Giorgio inPalazzo.2.Alla Maddalena alCerchio.3.In vicinanza di porta Vercellina che aprivasi ove ora è situata santa Maria allaPorta.4.Il nostro paese era anticamente tutto sparso di laghi, che il tempo e l’opera dell’uomo asciugarono. Il lago Gerundio stendevasi nelle vicinanze del sito ove vi ha presentemente Cassano; il lago Eghezzone era tra Lodi e Crema, e serbasi ancora memoria dell’isola Fulcheria, che esisteva in quel lago.5.Nella contrada di tal nome ove fu eretta a quella santa una chiesa, sul luogo appunto ove i primi cristiani avevano celato il suo corpo.6.Lungo la corsia de’ Servi, dove fu eretta poi la chiesa di s. Paolo.7.Stava ove trovasi ora s. Vittoreal teatro.8.Ne serbò il nome l’attualeVerzaro.9.Sorgeva sulla via romana presso al luogo in cui a’ nostri giorni fu costruito il teatro Carcano.10.Era al Carrobbio.11.Quelle che trovansi tuttavia avanti la chiesa di s. Lorenzo.12.Renza, od Orientale ch’era al Leone presso s. Babila.13.A s. Giovanni alle Quattro Faccie.14.Alla Zecca vecchia.15.Nell’anno 539.16.Salì alla cattedra arcivescovile nell’anno 863 e morì nel 881.17.Ne serba il nome il Palazzo che sorge in quella località.18.Personaggio storico. Vedi ilCorio.19.Avevasi sospetto, e il fatto lo accertò che il conte Guido Biandrate tradisse i Milanesi favorendo l’imperatore Federigo, di cui passò poscia nel campo. Crediamo però che nessuno avesse pensato a lui nella giornata del 20 aprile 1814.20.Nel 26 marzo 1162.21.Era il mese di marzo dell’anno 1373.22.I fedeli lo riedificarono poscia più vasto e magnifico.23.È desunta da una cronaca latina di quella Valle al capo ove si legge:Die XX martii fuit interfectus Bertramus Dalmasanus dominus Clanetii super pontem de Clanetio per homines Guelphos Vallis Himaniæ, etc.Nel secolo seguente i valligiani della Brembilla continuarono a commettere sui vicini paesi le più crudeli rappresaglie. Stanco il veneto governo (di cui divenne poi suddita tutta la terra bergamasca) delle loro sfrenate scelleratezze, faceva imprigionare diciotto capi, ordinava che fossero smantellati tutti i villaggi della Brembilla, ed il sole del giorno settimo dell’anno 1443 più non illuminava di quella popolosa vallata che le immense ruine.24.Ora de’ Moroni.25.Quel bosco, contiguo al sobborgo detto degli Ortolani, era il solito convegno dei duellanti dell’epoca. Il convento che dava nome al bosco, esiste tuttavia, e venne ai nostri giorni da privata beneficenza cangiato provvisoriamente in ospitale di donne, che s’intitola delleFate-bene-sorelle, a similitudine di quello per gli uomini assistito dai Regolari di san Giovanni di Dio.26.Vale a dire due ore prima dell’avemaria della sera, essendo allora ignota la partizione della giornata secondo il sistema francese or fatto universale.27.L’unita incisione che rappresenta la battaglia di Landriano, è tratta dal quadro del valente Sala, rapito sì immaturamente all’onore dell’arte. Esiste tal dipinto presso i conti Cicogna, uno de’ cui antenati prese parte a quella battaglia, ed è il guerriero rappresentato in atto di parlar col De Leyva.

1.Poco lungi dal luogo ov’è la chiesa di S. Giorgio inPalazzo.

1.Poco lungi dal luogo ov’è la chiesa di S. Giorgio inPalazzo.

2.Alla Maddalena alCerchio.

2.Alla Maddalena alCerchio.

3.In vicinanza di porta Vercellina che aprivasi ove ora è situata santa Maria allaPorta.

3.In vicinanza di porta Vercellina che aprivasi ove ora è situata santa Maria allaPorta.

4.Il nostro paese era anticamente tutto sparso di laghi, che il tempo e l’opera dell’uomo asciugarono. Il lago Gerundio stendevasi nelle vicinanze del sito ove vi ha presentemente Cassano; il lago Eghezzone era tra Lodi e Crema, e serbasi ancora memoria dell’isola Fulcheria, che esisteva in quel lago.

4.Il nostro paese era anticamente tutto sparso di laghi, che il tempo e l’opera dell’uomo asciugarono. Il lago Gerundio stendevasi nelle vicinanze del sito ove vi ha presentemente Cassano; il lago Eghezzone era tra Lodi e Crema, e serbasi ancora memoria dell’isola Fulcheria, che esisteva in quel lago.

5.Nella contrada di tal nome ove fu eretta a quella santa una chiesa, sul luogo appunto ove i primi cristiani avevano celato il suo corpo.

5.Nella contrada di tal nome ove fu eretta a quella santa una chiesa, sul luogo appunto ove i primi cristiani avevano celato il suo corpo.

6.Lungo la corsia de’ Servi, dove fu eretta poi la chiesa di s. Paolo.

6.Lungo la corsia de’ Servi, dove fu eretta poi la chiesa di s. Paolo.

7.Stava ove trovasi ora s. Vittoreal teatro.

7.Stava ove trovasi ora s. Vittoreal teatro.

8.Ne serbò il nome l’attualeVerzaro.

8.Ne serbò il nome l’attualeVerzaro.

9.Sorgeva sulla via romana presso al luogo in cui a’ nostri giorni fu costruito il teatro Carcano.

9.Sorgeva sulla via romana presso al luogo in cui a’ nostri giorni fu costruito il teatro Carcano.

10.Era al Carrobbio.

10.Era al Carrobbio.

11.Quelle che trovansi tuttavia avanti la chiesa di s. Lorenzo.

11.Quelle che trovansi tuttavia avanti la chiesa di s. Lorenzo.

12.Renza, od Orientale ch’era al Leone presso s. Babila.

12.Renza, od Orientale ch’era al Leone presso s. Babila.

13.A s. Giovanni alle Quattro Faccie.

13.A s. Giovanni alle Quattro Faccie.

14.Alla Zecca vecchia.

14.Alla Zecca vecchia.

15.Nell’anno 539.

15.Nell’anno 539.

16.Salì alla cattedra arcivescovile nell’anno 863 e morì nel 881.

16.Salì alla cattedra arcivescovile nell’anno 863 e morì nel 881.

17.Ne serba il nome il Palazzo che sorge in quella località.

17.Ne serba il nome il Palazzo che sorge in quella località.

18.Personaggio storico. Vedi ilCorio.

18.Personaggio storico. Vedi ilCorio.

19.Avevasi sospetto, e il fatto lo accertò che il conte Guido Biandrate tradisse i Milanesi favorendo l’imperatore Federigo, di cui passò poscia nel campo. Crediamo però che nessuno avesse pensato a lui nella giornata del 20 aprile 1814.

19.Avevasi sospetto, e il fatto lo accertò che il conte Guido Biandrate tradisse i Milanesi favorendo l’imperatore Federigo, di cui passò poscia nel campo. Crediamo però che nessuno avesse pensato a lui nella giornata del 20 aprile 1814.

20.Nel 26 marzo 1162.

20.Nel 26 marzo 1162.

21.Era il mese di marzo dell’anno 1373.

21.Era il mese di marzo dell’anno 1373.

22.I fedeli lo riedificarono poscia più vasto e magnifico.

22.I fedeli lo riedificarono poscia più vasto e magnifico.

23.È desunta da una cronaca latina di quella Valle al capo ove si legge:Die XX martii fuit interfectus Bertramus Dalmasanus dominus Clanetii super pontem de Clanetio per homines Guelphos Vallis Himaniæ, etc.Nel secolo seguente i valligiani della Brembilla continuarono a commettere sui vicini paesi le più crudeli rappresaglie. Stanco il veneto governo (di cui divenne poi suddita tutta la terra bergamasca) delle loro sfrenate scelleratezze, faceva imprigionare diciotto capi, ordinava che fossero smantellati tutti i villaggi della Brembilla, ed il sole del giorno settimo dell’anno 1443 più non illuminava di quella popolosa vallata che le immense ruine.

23.È desunta da una cronaca latina di quella Valle al capo ove si legge:Die XX martii fuit interfectus Bertramus Dalmasanus dominus Clanetii super pontem de Clanetio per homines Guelphos Vallis Himaniæ, etc.

Nel secolo seguente i valligiani della Brembilla continuarono a commettere sui vicini paesi le più crudeli rappresaglie. Stanco il veneto governo (di cui divenne poi suddita tutta la terra bergamasca) delle loro sfrenate scelleratezze, faceva imprigionare diciotto capi, ordinava che fossero smantellati tutti i villaggi della Brembilla, ed il sole del giorno settimo dell’anno 1443 più non illuminava di quella popolosa vallata che le immense ruine.

24.Ora de’ Moroni.

24.Ora de’ Moroni.

25.Quel bosco, contiguo al sobborgo detto degli Ortolani, era il solito convegno dei duellanti dell’epoca. Il convento che dava nome al bosco, esiste tuttavia, e venne ai nostri giorni da privata beneficenza cangiato provvisoriamente in ospitale di donne, che s’intitola delleFate-bene-sorelle, a similitudine di quello per gli uomini assistito dai Regolari di san Giovanni di Dio.

25.Quel bosco, contiguo al sobborgo detto degli Ortolani, era il solito convegno dei duellanti dell’epoca. Il convento che dava nome al bosco, esiste tuttavia, e venne ai nostri giorni da privata beneficenza cangiato provvisoriamente in ospitale di donne, che s’intitola delleFate-bene-sorelle, a similitudine di quello per gli uomini assistito dai Regolari di san Giovanni di Dio.

26.Vale a dire due ore prima dell’avemaria della sera, essendo allora ignota la partizione della giornata secondo il sistema francese or fatto universale.

26.Vale a dire due ore prima dell’avemaria della sera, essendo allora ignota la partizione della giornata secondo il sistema francese or fatto universale.

27.L’unita incisione che rappresenta la battaglia di Landriano, è tratta dal quadro del valente Sala, rapito sì immaturamente all’onore dell’arte. Esiste tal dipinto presso i conti Cicogna, uno de’ cui antenati prese parte a quella battaglia, ed è il guerriero rappresentato in atto di parlar col De Leyva.

27.L’unita incisione che rappresenta la battaglia di Landriano, è tratta dal quadro del valente Sala, rapito sì immaturamente all’onore dell’arte. Esiste tal dipinto presso i conti Cicogna, uno de’ cui antenati prese parte a quella battaglia, ed è il guerriero rappresentato in atto di parlar col De Leyva.

Nota del TrascrittoreOrtografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.


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