LA BISCIA AMOROSADANZA MILANESE

LA BISCIA AMOROSADANZA MILANESE(ANNO 1580)

(ANNO 1580)

Chi di saper desiaMovere i passi ora veloci or lenti.Con grazia e leggiadriaConcordi al suon de’ musici concenti,Miri la bella schieraChe con un dolce inchino, un giro, un passoFerisce i cor di sasso,Ma di colpi sì cari e sì graditiCh’ognor bramâr gli amanti esser feriti.Madrigaledell’Etereo Accademico Inquieto.

Chi di saper desiaMovere i passi ora veloci or lenti.Con grazia e leggiadriaConcordi al suon de’ musici concenti,Miri la bella schieraChe con un dolce inchino, un giro, un passoFerisce i cor di sasso,Ma di colpi sì cari e sì graditiCh’ognor bramâr gli amanti esser feriti.Madrigaledell’Etereo Accademico Inquieto.

Chi di saper desiaMovere i passi ora veloci or lenti.Con grazia e leggiadriaConcordi al suon de’ musici concenti,Miri la bella schieraChe con un dolce inchino, un giro, un passoFerisce i cor di sasso,Ma di colpi sì cari e sì graditiCh’ognor bramâr gli amanti esser feriti.Madrigaledell’Etereo Accademico Inquieto.

Chi di saper desia

Movere i passi ora veloci or lenti.

Con grazia e leggiadria

Concordi al suon de’ musici concenti,

Miri la bella schiera

Che con un dolce inchino, un giro, un passo

Ferisce i cor di sasso,

Ma di colpi sì cari e sì graditi

Ch’ognor bramâr gli amanti esser feriti.

Madrigale

dell’Etereo Accademico Inquieto.

In casa Sforza davasi una magnifica festa da ballo. Affluivano sulla piazza di san Giovanni alla Conca, ove sorge quel palazzo, servi e valletti, precedendo colle torce i loro signori. Nelle lettiche fiancheggiate da staffieri muniti di fiaccole venivano le dame, altredalla contrada di Zebedia, altre da quella de’ Nobili o dalla strada de’ Settali[24]; alcuni de’ gentiluomini giungevano a cavallo.

Sulla piazza era un mescolamento infinito di persone, ed un immenso bisbiglio. La luce di tanti lumi si rifletteva sui circostanti edificii congiunta a quella che più viva e splendente riboccava da tutte le finestre e dalla gran porta del festante palazzo. Quel chiarore riverberavasi da un lato sulle mura del convento de’ Barnabiti di sant’Alessandro, ch’era allora un basso e modesto edificio, dall’altra parte diffondevasi sulla facciata della chiesa di san Giovanni in Conca, e andava perdendosi sulla torre di san Zenone, imbiancata dal raggio della luna nascente, che listavasi a traverso le gottiche arcate del portico, il quale congiungeva laCasa de’ canicol castello della torretta, antico monumento della grandezza e potenza di Bernabò Visconti.

Sulla soglia della porta del palazzo Sforzaerano quattro alabardieri che formavano ala, e paggi e servi della casa in ricche assise che introducevano gl’invitati; nell’atrio e per lo scalone altri ve ne avevano che rispettosamente facevangli passar oltre. Giungevano continuamente dame e cavalieri; entravano a due, a tre insieme i giovani patrizii, altri silenziosi, altri chiacchierando, ridendo, o vivacemente interpellandosi: tutti portavano la cappa, il berretto con ala in giro strettissima, e la spada; nel rimanente la foggia de’ loro vestimenti era svariatissima. Si videro venire l’un dopo l’altro i giovani più conosciuti nella città, sia per lo sfoggio degli abiti e de’ cavalli, sia per l’ardimento nelle galanti imprese, o pel numero de’ duelli: tale celebrità se la dividevano allora un Lonato, un Lampugnano, Costanzo d’Adda, Ermes Visconte, Manfredo Poro, Triulzo, e i due spagnuoli Camarasso e Cordova.

Le dame arrivavano ne’ più sfarzosi abbigliamenti conducendovi le figlie e seguite dai mariti. Vi si presentarono per le prime laCicogna e l’Erba, i cui palazzi erano vicini: vi venne la contessa Elena Archinto col conte Orazio suo sposo, e la di lui sorella Massimilla moglie di Battista Litta con tre leggiadre nipoti; il conte Giovanni Arcimboldi vi condusse la sua bella consorte Cassandra degli Affaitati cremonese; Renato Borromeo, la sua Ersilia dei duchi Farnesi, il barone Bonifazio Visconti di Castelletto la sua Antonietta Cadamosta. Livia Barbò venne insieme al marito Galasso Landriani; i due senatori Marc’Antonio Aresi e Lodovico Taverna v’accompagnarono le mogli Ippolita Clara e Dorotea Filiodona, entrambe madri di amabilissima prole. L’elegante e spiritosa francese Claudia di Saint-Germain sposa del Conte Giambattista Arconati, la dignitosa Irene d’Avalos, la vezzosa Deidamia Vistarini, Marcellina Balbiano di Belgiojoso, Deianira Corio, Sigismonda d’Este, Laura Gonzaga, Bianca Beccaria, furono per avvenenza le più distinte tra quelle che onorarono quel festoso convegno.

Le sale erano addobbate colla pompa ches’addiceva alla nobiltà ed alla ricchezza della casa, non che al solenne impegno. Nelle prime camere scorgevansi tutte le pareti coperte di arazzi fiamminghi, altri istoriati, altri rappresentanti ogni specie di frutti e d’animali, trapunti con arte squisitissima; progredendo miravansi stanze adorne di statue antiche, di quadri, di tavole con vasi preziosi. La profusione però dell’oro e dei lumi era nella vastissima sala destinata al ballo: quivi lo splendore dei doppieri e delle lampade veniva moltiplicato da’ grandi specchi di Venezia, oggetto a que’ tempi di sommo lusso, che pendevano obbliqui alle pareti in ampie cornici.

Volgendo lo sguardo alla moltitudine che spesseggiava sotto quella ricca vôlta, l’occhio rimaneva abbagliato dalla quantità dei giojelli, delle pietre preziose, de’ vezzi sfolgoranti, de’ drappi contesti d’oro e d’argento di che andavano adorni sì le dame che i cavalieri colà raccolti e frammisti.

Allora la moda, sempre imperante, capricciosa, non concedeva al gentil sesso i lievissimiveli, i vaporosi tessuti, la semplice seta: un abbigliamento da festa o da gala consideravasi tanto più sontuoso ed elegante quanto più era pesante e sopraccaricato di guarnimenti. Infatti le dame s’avevano vesti lunghe di damasco o di broccato: i collari, sia lisci od increspati, a lattuga od a canna, sia rotondi, ellittici, ovali o quadrati, erano tutti alti, eretti, imbozzimati colla salda, sì che punto non iscomponevansi. Gli ornamenti sulle gonne e le sopravvesti mostravansi infiniti: se ne miravano di quelle tutte sparse di rose di perle, altre di capocchie d’oro, altre persino listate da piume d’uccelli. L’acconciamento femminile del capo variava di poco; alcune portavano da un lato della testa una penna d’airone, altre s’avevano pennacchietti e spilli brillantati. Rispetto alla capigliatura la foggia in che la tenevano gli uomini era conforme al costume moderno: avevano i capelli corti su tutto il capo, eccetto i giovani che li portavano più abbondanti alle tempia e sull’alto della fronte per comporli a ciuffo. Come giàaccennammo i cavalieri avevano al fianco la spada e portavano il berretto e la cappa, ossia mantelletto breve, che dai più galanti veniva raccolto con arte sul braccio, lo che aggiungeva grazia e maestà alla persona. Al principiare dell’adunanza, mentre continuava il giungere degli invitati, molti furono qua e là gli inchini, i saluti delle coppie che si scontravano per le sale, molto il curioso girar delle persone per rimirarsi a vicenda.

Il portamento degli uomini e delle donne, se in generale si parli, era dignitoso e sostenuto, poichè in questa città le maniere sociali sapevano già alquanto dello spagnuolesco. E per vero dire vedevansi alcuni dei nobili più elevati in grado o dignità assumere nel loro contegno l’ibericosussiego. Altri all’incontro inclinava di troppo a quella baldanza avventata che manifesta un’indole ardita e venturiera, propria in que’ giorni della nazione che signoreggiava queste contrade. Non è per questo da inferire, che l’antico carattere patrio fosse totalmente smarrito: era troppo recentelo straniero dominio per avere già operato un sì funesto cambiamento, e infatti non vi bastarono due secoli interi. Molti vedevansi ancora che nei loro modi e nell’espressione degli sguardi e della fisonomia chiaro dimostravano non avere patito influsso delle genti d’oltremare, in tutto serbando quel fare veramente lombardo, cioè gajo, giocondo e svegliato.

Fra quelli che potevano essere per tal guisa più meritamente designati eravi un giovine, Lindo Manfredi, di vent’anni allo incirca, di chiara stirpe, ilare e dolce, ma pieno d’una naturale vivezza e vigoría di sentimenti. Bello della persona, snello e leggiadro quant’altri mai, s’aggirava, lieto in volto, per quelle aule popolose, al braccio or d’un compagno, ora d’un altro, colmo il cuore d’una contentezza ingenua e pura. Tutto ei mirava con occhio soddisfatto: i singoli oggetti recavangli un mare di piacevoli sensazioni: poichè oltre l’appagamento che mettevagli in cuore il vedersi fra tante meraviglie in così magnifico e splendidoluogo, s’aveva in aspettativa un diletto più sentito, di una dolcezza indicibile, intorno a cui tutta quella profusione di chiarori, quell’oro, quelle gemme, formavano come un cerchio sfolgorante, che colorito dai prestigi di una focosa immaginazione ne duplicava l’incanto.

Era entrata nella sala una giovine donna a lato ad un cavaliero. Lindo Manfredi velocemente staccatosi da quegli a cui stava vicino, aveva fatto ai due venuti un saluto distinto ed avevagli seguiti sin là dove la giovine donna s’assise fra altre fanciulle e matrone. Gli sguardi degli astanti s’erano tutti rivolti verso la nuova beltà sopraggiunta, ed era forza infatti per sino al più freddo ed accigliato vegliardo di accordarle un tributo d’ammirazione. Si rammenterà forse il lettore d’avere vedute in alcuni dipinti del Gaudenzio o dei Luino certe giovinette di perfettissime forme, tutte spiranti candore e floridezza, co’ capelli biondi divisi sulle tempia in due masse di minutissimi ricci, nel viso allequali v’ha un’impronta di beltà sublime ma tutta verità e naturalezza; ebbene una di tali immagini rappresentare gli può colei che qui indichiamo.

Varii giovani patrizii che stavano a gruppo nel mezzo della sala, dopo averla rimirata attentamente, avevano preso, com’è costume, a parlarne con calore, chi l’una cosa, chi l’altra intorno a lei esponendo, quando s’avanzò verso di essi, con portamento altiero, obbliquo il berretto sulla testa, espanso il bruno mantelletto, Camarasso, figlio dell’ispanico marchese dell’Hynoiosa, e piantatosi fra loro chiese a forte voce:

— Chi è quel bel sole?

— A che vuoi tu saperlo? (rispose l’uno) non è per te che qui risplende.

— Per cento teste di mori! ti domando il suo nome: me lo vuoi tu dire?

— Io non lo so.

— È dei Guaraldi (aggiunse un altro), si chiama Gabriella, ed ha la casa vicino all’ospizio de’ Pellegrini bianchi.

— Gabriella? ai Pellegrini bianchi? Per sant’Ovidio (gridò Camarasso), mi colga il fulmine se non è la prima volta ch’io la veggo. In questa maledetta città non si finisce mai di conoscere le belle donne.

— È fanciulla, sai tu? non le leggi in volto che potrebbe entrare domani nelle verginelle della Pietà?

— Anche questo pretendi sapere?... ma sull’essere fanciulla, Sagramoro, ne menti: è venuta al ballo con suo marito: i miei occhi valgono quelli del re nostro signore.

— Che tu possa perderli sull’istante! Apprendi che quello che la condusse non le è marito; ma è Brunato, suo fratello.

— Un cancro al cuore! non lo credo.

— Sì, sì, è vero (disse con rapide parole un ragazzetto ch’era quivi pure a cerchio): Brunato è proprio il fratello della signora Gabriella: io li conosco; hanno un bel giardino ove comandano essi soli, poichè padre e madre li sono morti da gran tempo. La signora Gabriella poi balla tanto bene, che è unamaraviglia a vederla: sarà venuta qui a bella posta; e questa sera ballerà, eh, signor Sagramoro?

— Quanto m’annoii, chiacchierino! vuoi cacciare il naso ove non ti spetta. Guarda là Luchetto Vimercate; va, va a girare con lui per le sale.

— Non ha più nè padre nè madre, ha detto quel ragazzo? (così riprese uno della brigata). È dunque un castello senza bastioni e rivellini: allora niente niente che si possa intendersi col presidio, il ponte levatojo vien calato. Non dico bene? — e diede in uno scoppio di riso.

— Mi voto alla bella bionda de’ Pellegrini bianchi! (esclamò Camarasso, con un sorriso maligno, portando la destra al cuore).

— Alto là: la piazza è già presa (esclamò un terzo). Conoscete Lindo Manfredi?

— Sì: il figlio del conte Riccardo. Apprese con me la scienza d’armi alle lezioni di Morone del Pino in san Pietro all’Orto (rispose uno degli interlocutori).

— Con me veniva da Cesarino Negri, il Trombone, che c’insegnava a ballare (disse un altro); e ohei! era un mustacchio per far da mattaccino alla gagliarda. —

Camarasso si tolse dispettosamente il berretto, passò le dita ne’ capegli arruffandogli, diede un’occhiata irosa a quegli che aveva nominato Lindo Manfredi, e con voce risentita disse:

— Chi è costui? Che c’entra?... Giuoco mille crocioni contro una patacca, che a chi volesse disputarmi quella testa d’oro non lascio il tempo d’aggiustare i conti col demonio.

— Tu ciarli al vento; e Lindo intanto è padrone del cuore della bella — profferì Sagramoro, che col chiudere e riaprire lestamente un occhio fe’ intendere ai compagni l’intenzione che aveva di sollazzarsi coll’istizzire Camarasso, e proseguì: — Non l’hai veduto, che appena ella fu qui entrata le si fece vicino, e si dissero varie parolette melate: l’ha impegnata di certo pel Tordiglione, il Pastor leggiadro, o la Biscia; li vedremodanzare insieme poichè ella gli ha detto un sì, uno di quei sì da far correre l’acquolina alla bocca a un uom di stucco. Vedilo, ei viene verso di noi: osserva n’è ancor radiante in faccia. —

Ciò detto Sagramoro s’allontanò. Camarasso che fermo su’ due piedi, s’era riposto il berretto più obbliquo di prima: accuminò le basette, e rilevato il collare, incrocicchiò sul petto le braccia. Lindo assorto in deliziosi pensamenti dirigevasi inavveduto verso quella parte della sala, nè si accorse di lui che quando gli fu affatto d’appresso. Allora rimase colpito quasi da paura al vedere colui, ch’ei neppure conosceva, tenergli addosso fisamente gli occhi fieri, minacciosi, mostrando nell’atteggiamento della persona un’aria tutta di disprezzo e di provocazione. A bella prima, fosse effetto della sorpresa o del turbamento, progredì per alcuni passi sotto il giogo della timidezza: ma sbandito ad un tratto quell’inusitato sgomento, si rivolse arditamente, e alto il capo, una mano sull’elsa della spada,ritornò verso quegli ch’ei già qualificava suo insultatore. Quando gli fu di contro si arrestò: l’altro stava immobile ancora: nè potrebbesi descrivere con parole la ferocia dello sguardo che quei due si scambiarono in tal istante; conteneva tutto il fuoco dell’odio, dell’abborrimento.

Alcuni de’ cavalieri astanti senza punto avvedersi di quel tacito sfidarsi de’ due giovani, passarono congiuntamente favellando in mezzo a loro, ond’essi rimasti per tal modo divisi, si scostarono movendo per la sala in parti opposte. Camarasso si frammischiò alla sua brigata che si diresse ove era Sagramoro. Lindo Manfredi solo e concentrato in sè stesso andava con premura investigando nella sua mente qual essere poteva la cagione di quell’ira ingiuriosa sì inaspettatamente contro di lui manifestata. E conoscendosi innocente d’ogni atto offensivo, l’ingiusto oltraggio gli piombava più amaro nell’anima e suscitavagli vampe di sdegno, e progetti di vendetta: ma furono lampi passaggieri, però che apparve in quella nascentetempesta un pensiero, che il bollore furente del sangue acquetò, ricondusse negli spiriti il sereno: un pensiero innanzi a cui fuggì rapida la nera nube dell’odio; e Lindo compiacendosi in esso, sentì il cuore riaprirsi e s’espandere sì dolcemente, che avrebbe in quel punto stretta al seno affettuosamente la mano del più abbominato nemico. Era un pensiero d’amore. — Maravigliosa potenza! — Gabriella trovavasi colà e attendevalo impaziente di slanciarsi seco lui nella giojosa danza: ciò bastava ond’ogni tetra idea sparisse incontanente. Egli la cercò collo sguardo, e fra il vano lasciato dagli astanti la vide che verso di lui intendeva le pupille: le sorrise, e s’incamminò alla sua volta.

Ella senza punto tradire il più modesto contegno, l’andava osservando con viva cura, ed al suo appressarsi si vide cessarle sul volto la traccia di un lieve corruccio. In quel geloso convegno d’altere donne fra cui Gabriella sedeva, non fu lecito a Lindo d’arrestarsi a favellarle; solo passandole innanzi le rammemorò in brevie cortesi parole l’impegno della danza, a cui ella rispose con atto gentile.

Incominciava il ballo. — I suonatori coi loro strumenti, ch’erano liuti, viole e dolcemele, andatisi a collocare sul palco che a guisa di loggia era appositamente eretto fra due colonne, avevano preludiato per accordarsi, indi eseguito come ad avvertimento il primo ritornello dell’Alta Visconte, specie di ballo che a’ nostri giorni verrebbe ascritto al novero dei minuetti. Tutti gli spettatori avevano sgombrato il centro della sala, e gli uomini s’erano affollati dietro i sedili delle dame. Quattro cavalieri presentatisi ad altrettante di esse, le conducevano a mano in atteggiamento rispettoso verso il mezzo, e postesi le varie coppie di fronte davano principio al ballo. L’Alta Visconteera una danza tutta gravità e compostezza; voleva movimenti posati, lentezza ne’ passi, e portamento serio e maestoso. Solevasi con essa aprire la festa affinchè vi potessero prender parte le dame e i cavalieri più ragguardevoli fra i convenuti, e spesse volte nè le une,nè gli altri trovavansi nel fiore dell’età. Il rigoroso cerimoniale de’ tempi, che voleva appartenesse il primato in ogni cosa ai gradi sociali più cospicui, costrinse talvolta a danzare le principesse settuagenarie, gli arcivescovi, i cardinali, come ben sa chi ha in uso la storia.

Datosi compimento al primo ballo i danzatori ricondussero a’ loro seggi le dame, indi si ritrassero per far luogo a quattro giovani tutti di aspetto vigoroso, i quali si presentarono per ballare ilTorneo alla Normanda, ch’era una specie di danza pirrica accompagnata da musica forte e guerresca, portando ciascuno di quelli che l’eseguivano un lungo bastone rivestito di velluto bianco con un pomo dorato all’estremità, il quale simulava un’asta. I moti or misurati, ora precipitosi indicavano assalti e difese che s’andavano variando con bell’accordo, sì che le posizioni de’ ballerini riuscivano sempre simmetriche, ed era vago a vedersi l’intreccio delle aste, l’alzarle, l’abbassarle, il congiungerle, il disunirle in rigore di tempo e di misura.

Questi quattro ebbero le lodi di tutta l’adunanza; e successero al loro ballo rumorosi ragionamenti che continuarono sinchè fu intuonata laBiscia Amorosa. La musica di questa danza era sommamente melodiosa, e terminava con una frase patetica, la quale ritornava ogni volta come un intercalare significativo d’un sentimento dolce e melanconico. Il risuonare di tal musica espressiva ricondusse un silenzio universale fra gli spettatori, quasi fosse sorta una voce soave ad annunziare una desiata novella. Quel silenzio venne rotto da un generale mormorio d’approvazione tosto che si videro le belle persone di Lindo e Gabriella avanzarsi nel mezzo della sala per eseguire la danza. Allorchè essi ebbero con un dolce inchino salutata l’assemblea, rinacque in tutta la sala il silenzio, eccetto che in un lato solo ove stava Camarasso, che con faccia turbolenta proferiva bestemmie e minaccie, e Sagramoro, il quale facendosi forza a soffocare le risa l’andava acquetando, e non vi riuscì che al momento in cui ebbe principio il ballo.

Con placide movenze in consonanza alla queta armonia, la leggiadra Guaraldi incominciò ad avanzarsi e ritrarsi, mentre più discosto ed a riscontro di lei, Lindo eseguiva eguali moti e figure. Quasi due timidi amanti, che al primo scorgersi da lungi non osano accostarsi, i due danzanti esprimevano dubbietà e ritrosìa; ma al sorgere della frase più patetica, quasi fossero tratti dalla magìa del suono, s’avanzarono l’un verso l’altro rimirandosi in volto. Cambiò la musica e la fanciulla e il giovine stornati gli sguardi e ripiegate le mani al sottile del corpo con passi lisci strisciati a terra girarono a cerchio l’un contro l’altro e si dipartirono ai lati opposti.

Ricominciò il passeggio de’ due ballerini in distanza, e lo fecero d’alcun poco più mosso ed animato che pria non fosse, quindi s’avvicinarono e dipartirono con maggior brio. La terza volta ruppero con leggiadria indescrivibile in fioretti e passi vivi. Lindo alternava con somma bravura, spezzate, capriole, salti del fiocco, mentre l’avvenente Gabriella rapiva gli sguardicon intrecciate, passate e giri. Sotto di lei sembrava elastico il suolo, tanto era la leggerezza con cui s’alzava, ricadeva, gruppava e sgruppava i piedi, sempre sostenendo in vaghissima foggia le braccia, il corpo, la testa. Le sue forme facevansi più o meno apparenti a seconda della rapidità delle mosse, come nello slancio del volo si manifestano sotto il velo d’un’angioletta i suoi contorni divini. Al ripetuto invito del patetico suono i due giovani si fecero nuovamente incontro continuando la loro danza animata. Lo sguardo d’entrambi era fulgente e pieno di vita. Non si divisero questa volta; ma congiunta destra a destra, seguendo l’impulso della musica che divenne più rapida indi precipitosa, movevano concordemente i piedi in passi agilissimi, avanzandosi, ritraendosi, girando intorno a sè stessi, e fu sempre sì giusto l’accordo, sì grazioso l’atteggiarsi d’entrambi, che i più rumorosi applausi scoppiarono da tutti gli spettatori, ed essi diedero termine alla loro danza con vero trionfo.

Gabriella nè lassa, nè scomposta, con unsorriso gentile sull’animate guance, veniva ricondotta da Lindo al seggio ch’essa occupava da prima. I giovani cavalieri facevano ressa sul suo passaggio e la miravano intenti e curiosi con isguardi accarezzanti, inviandole studiate parole di lode per la di lei valentia nella danza e più forse per i pregi della persona.

L’ardito Camarasso sbrigatosi da Sagramoro che pur trattenere lo voleva, uscendo di mezzo agli altri, le si piantò in faccia, e:

— Vaghissima dea, le disse, io vi proclamo regina della bellezza, ed a chi ardisse accusarmi di menzogna, lo sosterrò con taglio e punta. Ma come si osservano le macchie del sole senza che quel lucido astro si sdegni, permettete voi pure di dirvi che rimarrebbe offuscato il più vivo raggio di vostra beltà se in luogo di premiare un valoroso campione, foste resa tributaria d’amore da un cialtroncello, salterino, bellimbusto. —

La sconvenevolezza e la temerità di tali inaspettate parole, che tutti compresero essere dirette al giovine Manfredi, fecero nascere ungrave susurro fra i circostanti, ma nessuno osò farne apertamente rimprovero allo Spagnuolo di cui era nota l’avventatezza, la gagliardia, e la fortuna nel giuoco delle armi. Gabriella progredì dignitosa senza che pur sembrasse avervi prestato orecchio, e si riassise in aspetto placida e tranquilla. Sul volto di Lindo ad un pallore di morte, successe un vivo rossore; appena fu congedato da lei si diresse alla volta di Camarasso e lo percosse colla mano sulla spalla.

— Oh che vuole, signor mio? — disse lo Spagnuolo rivolgendosi con aria beffarda.

— Usciamo da questa sala — rispose l’altro a bassa voce, ma in tuono risoluto.

Camarasso, volto ai compagni con un sogghigno. — V’ho detto io, che avrei trovato modo di far venire la lepre da sè sullo spiedo. — Usciamo pure. —

Si recarono accompagnati da Sagramoro in una delle camere lontane ove non eravi persona. Ivi lo Spagnuolo ripetè: — Qui siamo liberi, dica adunque che vuole?

— Voglio ragione dell’insulto che mi hai fatto.

— Giacchè stimi così poco la tua vita, la ragione te la darò.

— Può darsi ch’io sia destinato a fiaccare la tua baldanza.

— Se non fossi certo di crivellarti il petto a stoccate, ti darei una mano nel viso.

— Fuori la spada, vigliacco impudente!

— Oibò! (proferì Sagramoro interponendosi) in casa degli Sforza un duello e nel tempo d’una festa da ballo? volete farvi chiudere in rocchetta? Pazzie! Aspettate domani: vi sono tanti bei luoghi adattati.

— Ebbene domani — esclamò Lindo.

— Sì, domani — rispose Camarasso.

— Ma dove, ed a qual ora? qui bisogna intendersi (continuò Sagramoro). Le buone regole vorrebbero che fosse di mattino; ma a causa della festa di questa notte si può differire al dopo pranzo, così verso le ventidue ore: quanto al luogo il migliore parmi la rotondadel bosco presso il convento di sant’Ambrogioad Nemus[25]. Che ne dite?

— Ottimamente. Riguardo poi alle armi (aggiunse Camarasso) io sono lo sfidato, voglio la scelta: spada e pugnale.

— Sia come brami: ci rivedremo domani a ventidue ore nella Rotonda del bosco.

— Ci rivedremo. —

Sagramoro e Camarasso rientrarono nella sala sghignazzando tra essi. Il maggior numero degli astanti ben erasi avveduto che aveva avuto luogo una sfida; ma ciò essendo un avvenimento consueto non produsse punto maraviglia, nè venne per il capo ad alcuno di porre ostacolo all’esecuzione, sebbene variigià deplorassero la sorte di Lindo. Ritornato esso pure indi a poco nella sala, s’accorse che Gabriella era sparita, e persuaso che fosse cagione dell’offesa fattagli dallo Spagnuolo si consolò d’averlo tratto a cimento e anelava l’istante di misurarsi con lui.

Lasciò trascorrere qualche poco di tempo ancora, quindi si ritrasse passo passo dalla festa, e uscito dal palazzo Sforza s’avviò alla propria casa. Qual doloroso contrasto far dovevano nell’animo suo lo splendore delle sale festose, la gioja passata, i palpiti d’amore, colla fredda oscurità della strada, colla solitudine, il notturno silenzio, e l’aspetto d’un avvenire sì vicino ch’essergli poteva fatale!

Il giorno seguente presso le ventidue ore[26], Lindo camminava lungo i terrapieni esterni del castello avviandosi a passi affrettati verso il bosco di sant’Ambrogioad Nemus. Altri non aveva seco che un fido servo, a cui nell’usciredi casa aveva ingiunto d’accompagnarlo senza palesargli però l’oggetto di quell’andata. Lasciate a destra le case del borgo, quando toccarono il sentiero che attraversava l’ultime ortaglie confinanti colla selva del monastero, Lindo allentò il passo, e rivolto al servo:

— Senti, Ippolito, (disse) tu mi rendi un servigio che può forse essere l’ultimo; ma se tale non fosse, io te ne sarò grato per tutto il tempo della vita.

— Come l’ultimo, signor mio bello? che brutti pensieri gli passano per la testa?

— Ora è pur d’uopo ch’io te lo dica. Mio buon Ippolito, noi andiamo sul terreno d’una sfida.

— Una sfida? senza cartello?... e con chi?

— Con un tracotante spagnuolo; il figlio del marchese dell’Hynojosa.

— Oh povero di me! ma come è nata tal faccenda? —

— Questa notte alla festa da ballo in casa Sforza egli mi ha oltraggiato nel modo piùiniquo e più vile; io lo sfidai, poichè non v’ha che il sangue che possa lavare la macchia dell’ingiuria sofferta.

— Ah ch’io quest’oggi m’era avveduto di qualche cosa! quel non voler mangiare a pranzo, quel far dare con tanta premura la cote allo stiletto! si trattava d’un duello! Benedetto signor padroncino, perchè non ispiegarsi prima con me? sa pure ch’io ho pratica in certi affari e avrei trovato qualche rimedio. V’ha tanta brava gente in Milano, che si possono far levare i grilli di capo a chicchessia senz’ombra di pericolo o d’incomodo.

— Che mi proponi tu?... un assassinio?

— Oh! non si tratta mica di fare svaligiare lo spagnuolo: non era che per insegnargli la creanza; e di simili lezioni se ne danno quasi ogni giorno in Milano.

— Io non mi servirò mai della mano altrui per vendicare le mie offese.

— E se rimanesse ammazzato! sgraziato me, che sventura! oh mio caro signor Lindo!torniamo indietro, avvenga poi quel che sa avvenire.

— Ora non v’ha più luogo a retrocedere; confido ne’ miei santi protettori, e penso alfine che la ragione è dalla mia parte, essendo esso stato il primo provocante e l’insultatore.

— Ma se accadesse una disgrazia, come s’ha da fare a contarlo a suo padre? povero signor conte!

— Egli mi ripetè sovente che alla mia età aveva già sostenuti varii duelli per assai minore cagione che non sia questa. Allorchè entriamo insieme nella galleria, indicandomi i ritratti degli avi, mi suol dire: «Lindo, tutti i personaggi che vedi mantennero illesa la gloria della casa; io cercai di fare altrettanto: guai a te, se lasciasti segnare d’infamia il nome della famiglia! pensa che la vita è nulla, e che non si deve dubitare un istante di sacrificarla all’onore». Ora obbedisco a’ suoi detti; quindi, se la sorte mi fosse avversa, tu lo consolerai, dicendogli che a suo figlionon rimaneva altra via che questa per salvare l’onore.

— Ah! che san Giorgio lo possa ajutare!

— Sì, lo spero: sento un’interna fiducia che mi rincuora. Però ascolta: se cadessi gravemente ferito, lascia partire l’avversario, indi chiama soccorso e fammi trasportare al convento. Se poi rimanessi morto di colpo, siccome ho fede d’essere in grazia di Dio, segnami della croce colla tua mano, indi aprimi il farsetto, levami dal collo la catenella d’oro colla santa immagine che vi è unita, avvolgila nel mio fazzoletto bianco e portala....

— Perchè diventa così smorto?....... ohimè gli vien male?

— Portala nella casa che ha la seconda porta a destra prima d’arrivare all’ospizio de’ Pellegrini Bianchi; nella casa Guaraldi: quivi chiederai.... della signora....

— Di qual signora?

— Di Gabriella: ed a lei consegnandola le dirai (ricordati) le dirai, che per vendicare un insulto ch’ella meco divise ho sagrificatovolentieri la vita; vita cara e felice, poichè era beata dal prezioso amor suo! ma che un codardo sarebbe stato indegno di lei; le dirai che s’io ho perdonato al mio uccisore, ella nol deve.... che si ricordi sempre di me e faccia tutto quel bene che può all’anima mia.

— Oh che caso!.... venire a queste estremità, e pensare che si viveva così quieti! maledetta la festa da ballo!

— Glielo dirai?

— Lo dirò, ma....

— Taci. —

Eransi già innoltrati fra le piante, ed appressandosi allo spazio vacuo d’alberi detto laRotonda del bosco, il giovine Manfredi v’aveva scorto il suo avversario, lo Spagnuolo, ch’era quivi con Sagramoro al fianco, e volgeva lo sguardo dal lato da dove esso veniva. Uscito al largo Lindo fece del capo un saluto; e Camarasso, dopo averlo squadrato coll’occhio dalla testa ai piedi, bisbigliò alcune parole all’orecchio dell’amico, indi con ironica voce inchinandolo disse:

— La Signoria Vostra si è fatta attendere alquanto. È forse la danza di jeri, labiscia amorosa, che lo ha costretto a stare tanto tempo in riposo? od ha voluto da prima andare a prendere congedo dalla sua ballerina? Quanto pagherei ch’ella pure fosse qui presente, per vedere che specie di pirlotti sogliono fare quelli che hanno l’impertinenza di sfidare un Camarasso, un marchese dell’Hynojosa! —

Lindo strinse le labbra con moto sdegnoso, e senza dargli alcuna risposta, si tolse il manto e il cappello, che pose nelle mani d’Ippolito, in un col pendone ed il fodero della lunga spada, della quale armò la destra; e cavato colla sinistra il pugnale andò a collocarsi a quattro passi circa di fronte allo Spagnuolo. Questi si liberò pure della cappa e del berretto, e munito d’armi eguali si preparò al cimento. Sagramoro e il servo di Lindo si ritrassero a moderata distanza, ciascuno verso la destra di quello a cui serviva di patrino.

I due combattenti, alzate le spade e tenendol’impugnatura dello stilo prossima al petto, stettero da principio varii istanti misurandosi dello sguardo, indi abbassate con pari velocità le punte spinsero i loro ferri ad incrociarsi. Battuti questi e ribattuti più volte, senza che nè l’uno nè l’altro potesse entrare a ferire, sebbene accompagnassero i colpi con diversi e studiati moti del corpo, si scostarono entrambi simultaneamente sospendendo per poco la lotta. Camarasso uniti i piedi, ritirate le braccia, si curvò tutto in sè raccolto, come tigre che si rannicchia per islanciarsi d’un salto sulla preda. Lindo posato saldamente, colla spada spianata dinanzi, il pugnale sollevato in alto, attendevalo intrepido. Ricominciò il combattimento. Lo Spagnuolo scagliandosi ad assalirlo appoggiò l’acciajo contro il suo e glielo slisciò con forza verso il petto; la botta era decisiva se Manfredi interponendo con somma lestezza la lama del pugnale non ne avesse fatta sviare la punta, ricevendo nel momento medesimo sulla tazza della propria spada il colpo di stilo che diretto alla testa gli vibrò l’avversario.Questi balzò tosto all’indietro e si percossero e ripercossero quindi le lame con maggior veemenza.

Tutto d’un tratto al povero Ippolito corse un ghiaccio per le ossa e quasi mancarono sotto le ginocchia vedendo il suo padrone stretto seno a seno collo Spagnuolo, il quale, abbassato lo stilo, lo rialzò grondante di sangue, accompagnando quell’atto d’un feroce sorriso.

La ferita era stata fatta alla sommità del braccio destro che si rigò tosto in rosso; ma Lindo non parve sentirla, tanto rimase imperturbato: si svincolò d’un colpo e puntate entrambe le mani armate contro le mani del nemico, ajutandosi di tutta la forza della persona lo respinse da sè, ed egli stesso indietreggiò varii passi. Allora stese subito le armi, e piegata la testa in avanti si gettò di nuovo impetuoso contro l’avversario. Questi andava parando con tutta maestria i suoi colpi, ma la punta della spada di Lindo entrava, rientrava lungo la sua colla rapidità d’una viperea lingua e gli balenava incessantemente agli occhi.

— Ah ti sei infuriato? (esclamò Camarasso sempre difendendosi). Ora imparerai che contro di me ci vuol altro che un leccardo milanese tuo pari: sono gli ultimi tuoi sforzi.

— Se n’accorgerà chi cadrà il primo.

— Ebbene, prendi questa e va all’inferno.

— Sono in piedi ancora... tu ci andrai... Tò questa... ah!... e quest’altra. —

La sua lama si fisse e rifisse nel petto allo Spagnuolo, che torcendo gli occhi, allentate le braccia, cadde rovescio all’indietro con tutto il corpo.

Sagramoro appena vide cadere Camarasso gli si avvicinò, lo guatò bene, poi calato il cappello sugli occhi s’affrettò ad allontanarsi di là. Ippolito respirando alfine liberamente, corse d’appresso al proprio padrone, sollecitandolo ad uscire con prestezza da quel bosco ove potevano essere sorpresi. Il giovane Manfredi grondante di sudore, traendo a stento la lena, stava appoggiato alla spada immobile, stordito, nel posto stesso ove aveva scambiato l’ultimo colpo. Lo trasse da quel momentaneo letargo uncalpestío che s’udì di cavalli approssimantisi di corsa alla selva. Prima sua cura, anzi che prendere pensiero di sè stesso, fu d’ingiungere ad Ippolito volasse al vicino monastero a chiedere soccorso per il caduto, onde salvarne la vita s’eravi tempo ancora, o per farne almeno raccogliere la salma.

Appena Ippolito, benchè a contr’animo, si fu diretto verso il convento, apparve ansante fuori degli alberi nella rotonda un giovinetto che a passi precipitati accostatosi a Lindo:

— Oh mio contento! (esclamò) non è troppo tardi!... Che veggo?... dunque il cielo fu giusto, le mie speranze son coronate, foste voi che vinceste? — e nel volto a quel giovine, bello come una bellissima fanciulla, brillava un lampo inesprimibile di gioja.

Lindo lo rimirava stupito, e quasi non prestasse fede ai propri occhi: — Voi?... (profferì con trasporto), siete voi veramente?

— Sì, son io: nulla valse a trattenermi. Ben prevedendo jeri a che sareste venuti, feci spiarei vostri passi, seppi l’ora, il luogo e qui venni, o Lindo, per dividere la vostra sorte.

— Oh mia divina Gabriella! quanto amore!... darei per voi mille volte la vita. Sì: noi siamo vendicati, ma ohimè! chi sa quale può essere il mio destino!

— Stanno là fuori tre palafreni: balzate a cavallo e salvatevi prontamente, io vi seguirò col mio servo.

— Ma Brunato vostro fratello!...

— Egli è avvertito di tutto, e ci raggiungerà nel luogo che sceglieremo ad asilo. —

In questo frattempo ritornò Ippolito, a cui tenevano dietro frettolosi due laici del monastero. Lindo pria che giungessero, annunziò al servo in rapide parole la propria partenza, e gli impose che narrando l’evento a suo padre lo accertasse che gli avrebbe prestamente data notizia di sè.

Raggiunti quindi i cavalli che stavano al limitare del bosco, vi salirono e li misero con rapidità sulla via. Inoltravasi la notte, pur essi continuarono al chiarore delle stelle il lorocammino, sin che pervennero tra le valli dell’Olona. Quivi discesero in un rustico casolare; ove l’affettuosa non meno che intrepida Guaraldi, volle di propria mano medicare la ferita al braccio di Lindo. Nel dì seguente ripresero il viaggio; dai colli pervennero ai monti, e oltrepassate le rupi di Gana, valicarono la Tresa. Là nella terra elvetica presero queta e stabile dimora. V’andò Brunato; ed allorchè, indi a pochi mesi, furono dal vecchio conte Manfredi composti i dissidii colla famiglia dell’ucciso, ritornò Lindo con sicurtà a Milano e presentò al padre Gabriella perchè l’abbracciasse qual figlia, poichè egli avevale già dato il diletto nome di sposa.

FINE.


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