IL SOTTERRANEODI PORTA NUOVA

IL SOTTERRANEODI PORTA NUOVA

O Dieu! l’ange était un demon!V. HugoMarion De Lorme.

O Dieu! l’ange était un demon!V. HugoMarion De Lorme.

O Dieu! l’ange était un demon!V. HugoMarion De Lorme.

O Dieu! l’ange était un demon!

V. HugoMarion De Lorme.

Nel corso del giorno l’aria era sempre stata calda, soffocante, e il sole ardentissimo; tutte le imposte delle finestre del palazzo erano rimaste chiuse ermeticamente, nè era apparsa persona nel giardino, sembrando che nessuno osasse uscire, per non metter piede sulle lastre di sasso della spianata su cui s’apriva la porta che metteva colà, nè sulla gradinata dalla quale si calava alle ajuole, poichè quelle bianche pietre avendo riflesso per tante ore i cocenti raggi solari essere dovevano infuocate. Non udivasi il canto d’alcun uccello, appena appena ronzavano gli insetti, sembrava che lanatura e gli animali riposasero oppressi dalla vampa estiva. Il nero molosso, notturno custode dalla casa, stava sdrajato dentro il suo canile, collocato presso il cancello, teneva fuori dell’apertura parte del muso abbandonato sulle zampe, e aveva gli occhi chiusi; esso rassembrava ad un grosso serpente che sporgendo la testa dalla fenditura di una roccia vi si fosse addormentato.

Mano mano però che il sole piegava verso occidente l’ardore andava scemando, e ad un’ora circa avanti sera sorse un venticello che spirando a frequenti intervalli rinfrescò l’atmosfera e scuotendo dolcemente le frondi, i steli, i calici de’ fiori ne mescolò il profumo e tutta imbalsamò l’aria.

L’ombra delle piante s’allungava; facevasi più bruno il verde del fogliame, e spiccava maggiormente il variato colore de’ pennacchi delle campanelle, de’ bottoni fioriti che a forma di mazzo sorgevano ne’ grandi vasi posti a scalea sulla balaustrata marmorea che fiancheggiava la gradinata.

Le imposte delle finestre e della porta finalmente si spalancarono, e come negli antichi teatri al cominciare d’un dramma usciva qualche bizzarro personaggio a declamarne il prologo, il primo ad apparire dal palazzo fu uno scimiotto che balzò fuori saltellando, e trascinandosi dietro una cordicella attaccata ad un anellino che gli pendeva da un cerchio metallico che s’aveva intorno al corpo. S’arrestò un momento a guardare in qua e in là poi s’avviò verso il canile, dal quale alzatosi il mastino gli uscì incontro ringhiando, ma non potè scostarsene che di pochi passi, poichè ne lo impediva una salda catena che lo teneva al collare. La beffarda bestiuola fece mille salti e smorfie innanzi al prigioniero, poi fuggì via cacciandosi per entro i viali. Venne accorrendo un Nano a tutta lena, ed inseguì la scimia, sparendo entrambi alla vista fra l’ombra delle piante.

Comparve dopo il Nano, un bel fanciullo valletto o paggio che fosse, coll’abito a quartieri di differenti colori, portando un ombrello scarlattocon frangie d’oro; fermossi sulla spianata a breve distanza dalla porta. Dentro di questa s’udì suono di pedate, poi nell’oscurità in fondo alla sala si scorsero due figure che venivano avanzandosi; esse prendevano lume a poco a poco; erano una dama e un cavaliero. In vicinanza al limitare avendo la parte anteriore della persona fortemente rischiarata dai caldi sbattimenti della luce esterna e il rimanente del corpo restando nel nero dell’ombra, rassomigliavano a certi ritratti appesi in vecchie gallerie di cui il tempo e la polvere fecero crescere gli scuri oltre modo. Uscirono fuori al fine essi pure l’uno a fianco dell’altro.

Quand’io avverta che la scena si passa in Milano, nell’anno 1510, nel palazzo del marchese Reginaldo Buoso, che quel cavaliero era il Marchese stesso, e quella dama sua moglie la marchesa Cunizza; ch’egli era presso d’età ai cinquant’anni ed ella ne aveva una ventina di meno, il Lettore se è alcun poco artista pittorico, o amatore delle antichità si figurerà agevolmente come fossero abbigliati ambidue.

Se poi fosse un’agiata Leggitrice, che affaticare non volesse la fantasia, e per caso si trovasse seduta sopra il morbido divano presso il tavoliere d’acajou, allunghi la mano al suoAlbume si compiaccia d’aprirlo e di sfogliarlo. — Passa una capanna della Svizzera, passa una veduta di Napoli, passa la testa di un leone, passano le ruine a chiaro di luna, passa un amorino, passa un eremita nel deserto, passano fiori, navi in burrasca, urne, ritratti; l’acquarello, l’acquatinta, il pastello, la semplice matita, la penna, l’olio, tutti in somma i metodi e gli stili furono posti a contributo per formare quel libro che racchiude in picciolo volume i tesori d’una pinacoteca, allo stesso modo che una goccia d’essenza contiene l’odore di migliaja di rose. — Ma che non vi si trovi ciò che fa d’uopo per noi? — Non v’ha un fatto storico, uno schizzo, quattro tocchi gettati là da mano maestra, una figura segnata col vero spirito caratteristico dei tempi, che dir si possa il tipo del marchese Reginaldo quale apparve nel giardinonel momento in cui lo descrìviamo? — Oh vi sarà di certo; ecco qual egli era.

Testa alta, portamento grave; il destro braccio ripiegato sul fianco, la man mancina posata sull’elsa della spada; calzoni stretti alle forme, giustacuore arricciato intorno alla persona, maniche larghe, collaretto a lattuga inamidato con punta di merletti, su cui sorge la testa come se fosse su un bacile d’argento. Ha il capo scoperto; grigi i capelli ma folti ancora, specialmente alle tempia e alla sommità della fronte. I tratti del suo viso sono risentiti; la pelle n’è rossiccia, e alcune pieghe, che si potrebbero dir rughe, la solcano ove circolarmente, ove a raggi; non ha mustacchi, ma porta sul mento una breve ciocca di pelo che s’allarga all’estremità. Il carattere di sua fisonomia indica fierezza ed alterigia, temperate però dallo sguardo che spira certa quale bontà cavalleresca.

Non così agevole sarebbe il rappresentare con tinte evidenti quella che gli stava a lato, vogliam dire la marchesa Gunizza sua consorte,giovin donna il cui aspetto ora eccessivamente mutabile, ora freddo impassibile, non lasciava luogo che difficilmente a penetrarne i pensieri e le passioni. Quanto al suo abito esso consisteva in una veste intiera di broccato color marone sparsa di pagliette d’aurei fili. Portava una cuffia con punta scendente nel mezzo alla fronte, ornata intorno di trine tessute d’oro, sotto le quali si nascondevano pressochè interamente i suoi nerissimi capelli rimandati senz’arte dietro le orecchie. Aveva pallide le guancie, colorite le labbra, nere le pupille. Belle e dilicate sono le sue forme; i tratti del suo viso attraggono lo sguardo e si stampano profondamente nell’anima, per l’indefinita espressione che vi erra, truce ad intervalli, addolorata, o ridente, quale suole appalesarla chi chiude nel cuore un grave secreto.

Procedette a paro al marito sulla spianata sin presso la gradinata del giardino, alla sommità della quale entrambi s’arrestarono, tratti quasi involontariamente a contemplare il luminoso spettacolo della caduta del sole. Il cielod’occidente che sta loro di prospetto pare di fuoco: su quel fondo avvampante si disegnano con linee decise le masse ombrose delle piante, e vi si distinguono le chiome dell’elce, del bosso, del cipresso, del pino. Fra le minute foglie trapassano infiniti raggi brillanti, e v’ha nell’aria un non so che di vaporoso, che come fosse un velo d’oro e di porpora, pare discenda a ricoprire le cose. Il getto d’una fontana che ricade con grato mormorìo nell’ampio bacino, riflette al pari d’un prisma di cristallo tutti que’ splendidi colori.

«Magnifico tempo!... Se domani e ancora si bello il cielo fruiremo infinitamente di nostra gita al castello di Cassano» — così disse il marchese Reginaldo rivolgendosi con affabile sorriso alla moglie e porgendole in atto dignitoso sostegno della mano nella discesa de’ gradini.

La Marchesa fece una lieve inclinazione di capo e appoggiando alla sua la propria destra — «Avete deciso che si parta per tempo?» — chiese in tuono di non curanza discendendo.

«Farò quanto a voi piace: ma non so tacervi che avrei desiderio che le nostre genti fossero allestite pel viaggio all’alba del giorno.

«Sia come v’aggrada». — essa rispose chinando di nuovo leggiermente la testa.

Scesi che furono nelle ajuole, rimandarono il paggio poichè non v’era più d’uopo di parasole, e s’innoltrarono pel viale da minuta arena ricoperto ed orlato da fiorellini d’ogni specie; quel viale giungeva al bacino della fontana indi s’internava fra i recessi delle piante.

Dopo avere fatti alquanti passi assorto tra sè e sè, il Marchese ruppe di nuovo il silenziodicendo con voce animata e quasi sdegnosa:

«Domani il sire d’Amboise[12]terrà torneamento nello steccato che fece erigere con sfarzose loggie nel cortile del suo palazzo a Porta Vercellina.... Superbo Francese!... credendo forse ch’io mi tenessi onorato di potervi intervenire mandò due volte li scudieri a farmi invito: risposi loro replicatamente che in talgiorno avrei abbandonata la città... Mischiarmi con quegli arroganti stranieri! che ci conquistarono per tradimento, che il nostro legittimo signore, il nostro Duca presero prigioniero colla più scellerata frode, e fecero perire di stenti in tetro carcere!... Infamia!... Ci vadi il gran Maresciallo, ci vadi il Da Corte, lo Stanga; essi li ajutarono a impadronirsi del nostro paese, essi sono degni di applaudirne le gesta. Ma Reginaldo Buoso nutre un astio che non si estingue: se sapessi che alcuno de’ miei attinenti intervenisse al torneo, tosto lo dichiarerei mio nemico, come per me già lo sono tutti coloro che non giurarono odio eterno a quei di Francia.

La marchesa Cunizza durante il discorso del marito aveva sempre tenuto abbassato lo sguardo; all’ultime di lui parole un vivo rossore era apparso e sparito come un lampo dalle sue guancie, ed essa stringeva il labbro inferiore fra’ denti. Il Marchese aveva già d’alcun tempo cessato di parlare quand’ella rilevò lentamente la testa, e come rivenisse da pensieriaffatto diversi, disse sommessamente ma con voce di sorpresa.

«Egli è dunque domani che si tiene il torneo?... Sì presto?... davvero io l’ignorava». Poscia aggiunse in tuono più risoluto — «Vi sono grata che abbiate stabilito di passare un tal giorno lungi da Milano; il rumore delle feste non mi reca che noja e fastidio.

Il Marchese le rivolse uno sguardo di gratitudine e di compiacenza, chè quella spontanea dichiarazione uscita dalle labbra di lei le parve una delicata deferenza alla propria volontà. Ella proseguì con accento moderato e quasi timido:

«Vanno però dicendo che debb’essere splendidissima la giostra del Gran Maestro, e che essa è data ad onore d’un giovine cavaliero de’ Reali di Francia che proclamano valentissimo nelle armi.

«Sì: egli è Gastone di Foix nipote del Re, quegli che qui venne da alcuni mesi colle lancie di Normandia; ed al quale presentemente fu dato il comando di tutto l’esercito d’Italia.I suoi lo portano a cielo per valore militare e vigorìa di braccio: ma, somme stelle! gli sponta appena la barba sul mento, e per l’onor mio m’ha più l’aspetto di garbare alle dame che d’atterrire in guerra i nemici.

«Le dame a cui garba potranno giudicare almeno del suo valore, s’egli è desso domani il mantenitore del torneo» — così ella disse con fuoco e si scostò bruscamente dal marito, appressandosi all’orlo della fontana.

Questi la seguì attribuendo lo slancio inopinato di lei, ad un tratto di vivacità naturale, onde accostatosele di nuovo, riprese placidamente bensì ma con tuono ironico — «Conquistare il pallio d’onore nello steccato non sarà forse malagevole al giovine Gastone di Foix; egli è stretto in parentela ad una testa coronata, è Duca di Nemours ed i Cavalieri giostranti non avranno a biasimo di lasciarsi levare d’arcione da lui. Ma se facesse il cielo che Papa Giulio Secondo potesse venire a capo di comporre la santa Lega, per ricacciare di là dai monti queste galliche bande, vedrebbe allorail presontuoso garzone qual differenza v’ha fra le prodezze d’un torneo e quelle del campo, sentirebbe come sono affilate le spade italiane e come le mazze degli Svizzeri colpiscono grevemente.

Cunizza nulla rispose: il suo sguardo stava fiso sull’acqua lucida-tremolante della marmorea vasca nella quale si ripetevano i colori del cielo, su cui degradandosi le accese tinte dell’occaso davano luogo ad un crepuscolo d’amore. Essa era nella piu graziosa attitudine, e sì perfettamente immobile, che poteva rassomigliarsi alla Castellana incantata in riva alla fonte di Mondoro com’è descritta in uno de’ più leggiadri racconti delle Fate — Ma la sua mente ove vagava? con quali esseri stava in consorzio? che immagini seducenti le presentava la fantasia? — I suoi occhi, rivolti troppo intensamente sopra un punto solo, annunziavano il rapimento de’ suoi pensieri, nè bastavano certo ad incatenarli quivi sì a lungo i variati accidenti di luce offerti con successione continua dai mobili cerchii dell’onda.

Contemplò Reginaldo la sua bella moglie in quel meditativo atteggiamento, e non potè reprimere un secreto sospiro, poichè fu compreso ad un tempo da un soave sentimento d’affetto e da una vaga inquietudine. Le si appressò ancor di più e con dolce, espressiva favella guardandola amorosamente le disse: — «Sento con maggior forza in questo istante, come non dubito lo sentirà il vostro cuore, che intorno a noi v’ha una dolorosa mancanza. Noi non fummo benedetti di prole. Ah! se la Provvidenza ci avesse concesso un frutto della nostra unione tutto obblierei sulla terra, e sarei felice. Per ottenere un sì prezioso dono non v’ha sagrificio o voto ch’io non offrirei all’anime celesti! Qual consolazione per me se potessi chiamarvi madre di un mio figliuolo!... e potessi rimovere dalla mente il tristissimo pensiero che la nobile mia stirpe deve perire con me! Se voi già non possedeste tutto l’amor mio parmi che s’addoppierebbe a tale sospirato avvenimento.

La marchesa Cunizza fu scossa da questi accenti;guardò il marito con un languente sorriso, e passando un braccio nel suo vi si abbandonò mollemente. Essi entrarono così uniti nel viale sotto l’opaca volta delle verdi frondi.

Una lurida cenciosa Vecchia apparve in quel punto dalla strada presso il cancello del giardino. Dopo avere guardato per entro a più riprese traverso i rabeschi di ferro, sollevò pian piano la bandella e cominciò ad aprire il rastrello. Al cigolìo quantunque lento de’ cardini il mastino, ch’era quivi d’appresso, si diede ad abbajare a tutta gola. La Vecchia impaurita s’arrestò un istante; ma poscia vedendolo incatenato sì che non era ad esso possibile di slanciarsi sino a lei, penetrò francamente nei giardino. Raddoppiarono allora i latrati del fiero molosso che ardente negli occhi ed irto il pelo scuoteva inferocito la catena; ma la lacera vecchiarda non punto sgomentata da quell’ira impotente, disse con ischerno rivolta all’incollerito animale — «Tu non mi vuoi; no eh! non vuoi la povera Zarlatona, ma io a tuo dispettoci son venuta e ci tornerò; v’è qualcuno qui che comanda più di te e che... cosa sai tu brutto cagnaccio?... sì brutto... abbaja pure, ma quand’ella verrà tacerai subito come un poltrone... ah, ah, ah!» e la Vecchia sogghignando volse altrove il capo ad osservare. Aveva costei una fisonomia che appalesava la malignità, l’accortezza più vigile e raffinata; era grinza e gialliccia la pelle del suo volto, i pomelli sporgenti delle sue guancie mostravansi pezzati di colore violaceo; aveva gli occhi piccioli incavati e chiari, ed i capelli colore della cenere: nè gli anni mostravano d’avere consunto o istupidito alcuno de’ suoi sensi.

Essa poste le braccia sotto una falda di sdruscito e rattoppato traliccio, che portava per grembiale sopra la gammurra, e raccolte così le mani al petto si pose a recitare ad alta voce un’orazione, come usano i pitocchi presso gli usci per avvertire di loro presenza chi fosse disposto a porgere ad essi l’elemosina.

Il cane continuava a latrare rumorosamente,ed i suoi urli divennero più forti e iterati quando senti la voce sgridante del padrone, ed una pedata avvicinarsi frettolosa. Il marchese Reginaldo sdegnato per l’importunità e l’audacia di quella femmina miserabile, chiamava i servi onde ne la scacciassero, e rimproverava acremente perchè non fosse stato chiuso con diligenza il cancello; nello stesso mentre Cunizza veniva colà ispeditamente come per ispiare chi vi fosse. La questuante non cessò dalla sua cantilena sin che non la vide giunta vicino, allora vi fu tra essa e la Marchesa uno scambio lestissimo di parole sommesse, e nell’istante che la Vecchia s’allontanava a passo celere uscendo dal giardino, Cunizza faceva atto di riporre alcun che nel seno tra le pieghe della veste.

Venne quivi correndo nello stesso momento un servo, munito di grosso bastone, seguito dal giardiniere da guatteri e da mozzi, ma non yedendo che la sola Marchesa, la quale stava accarezzando il cane già caduto in bonaccia, chiuse il cancello rivolgendo a doppio giro nellatoppa la chiave e tutti si ritirarono. Sopraggiunse il Marchese; s’appressò esso pure a palpeggiare il collo e il muso al suo tigro, il mastino, che festoso dimenando la coda lambiva la mano ora all’uno ora all’altro de’ padroni, i quali poscia si ricondussero passo passo nella casa, cominciando allora a luccicare nell’azzurro le prime stelle.

Il dì seguente fu dato in Milano il torneo nella casa del governatore d’Amboise siccom era stato annunziato; ed il giovine duca di Nemours, Gastone di Foix, che n’era il tenitore, contro di cui si provarono alla spada ed alla lancia i combattitori più valenti, ricoprissi di gloria, tutti di gran lunga eclissandoli colla sua prodezza. I nobili spettatori lo applaudirono ed acclamarono a gara, e le belle ammiratrici unendo spontanee i loro omaggi a quelli che rendevansi all’eroe del torneo, fecero rimarco ch’ei non s’aveva nel bel sembiante improntato alcun segno di letizia, nè manifestava la vivacità e cortesia, che sapevansi essere proprie di sì gentile e distinto cavaliero.

Il marchese Reginaldo Buoso partito pel suo castello di Cassano non fu reduce colla consorte che dopo alquanti giorni.

Nè trascorse lungo spazio di tempo che Cunizza cominciò a mostrarsi fuor dell’usato moderatissima verso le ancelle ed i servi della casa, ma d’un umore affatto solitario e restìo. Reginaldo benchè sorpreso dal cangiamento che avveniva in lei, essendo persuaso che avrebbe tosto riprese le primitive consuetudini, la lasciò tranquilla. Però s’avvedendo indi a non molto ch’ella aveva preso costume all’avvicinarsi della sera di recarsi tutta sola in giardino, nè rientrava nel palazzo che dopo gran tempo, gli nacque curiosità di sapere che mai quivi facesse.

Un bel dì appostatosi in sito opportuno, quando venne l’ora consueta la mirò discendere dalla gradinata nelle ajuole, arrestarsi colà per qualche istante di fiore in fiore come se attendesse a rialzarne i calici, poi condursi lentamente verso le piante, e appena giunta dietro i cespugli correre lesta lesta al cancello, aprirlo, uscirne, chiuderlo di nuovo e sparire.Egli allora recandosi da un’altra porta frettolosamente sulle di lei traccie potè osservarla nel momento che volgeva i passi ad una contrada appartata dal lato di Porta Nuova.

Maravigliato la vide accostarsi alla porta d’una casa d’antico aspetto che sembrava disabitata, ed ivi sospendere i passi e leggiermente percuotere l’imposta. Ei s’arrestò e stette in agguato osservandone ogni moto senza quasi trarre il respiro; ma allorchè mirò il pesante battente socchiudersi, ed ella dopo avere girato intorno un rapido sguardo penetrarvi come di soppiatto, lo stupore fece luogo in esso lui al sospetto più nero.

Stette un istante immobile, oppresso da atroci pensieri che si presentarono in folla alla sua mente.... Sola.... in tal’ora.... in quella casa deserta!... qual scellerato intrigo ve la traeva? — Oh colpo irreparabile all’onore, alla fede! — Impallidì: grondò sudore dalla fronte. Trasse la spada, corse a quella porta ne spinse con gran vigore l’imposta, la quale con sua sorpresa cesse all’impeto agevolmente.Passò d’un andito ed entrò in un cortile; era questi folto di sterpi e d’erbe selvatiche che sembravano non essere mai state calpeste da piede umano; i quattro lati dell’edificio che formavano parete a quel cortile apparivano in istato di totale deperimento. Cadenti li stipiti, le grondaje; sfasciati gli ornati e le cornici. Non ombra, non traccia d’abitatori.

Un’idea più scura, più orribile s’affacciò a Reginaldo a quella vista! Si rammentò che quelle erano mura maledette, abbominate, asilo d’empietà e di vituperio su cui pesava un secolo d’esecrazione, poichè quivi era stato il luogo de’ secreti convegni de’ proseliti di Guglielma, l’eretica Boema, l’amante del Saramita, maestra di nefande dottrine cui arsero per venti anni i cerei nel tempio, e poscia ne furono l’ossa tratte dal sepolcro e combuste sul rogo[13].

Dal dì che vennero inceneriti i resti dell’empia donna nessuno aveva osato prendere dimora colà, ed era destinato quell’edifizio a divenire per la sola forza del tempo un mucchio di macerie.

Mentre il Marchese coll’animo inorridito e in tempesta volgeva torbido l’occhio onde scoprire in qual parte potesse essersi ricettata Cunizza, ode in una delle camere terrene calpestìo di piedi. Sta in aspetto, e vede entro l’uscio di fronte lo svolazzo delle vesti d’una persona passante: si precipita in quella stanza e tosto ascolta uno strido e il tramutare di passi accelerati; seguendone il rumore trapassa varie sale, e penetra in un oscuro e ristretto corritojo, in fondo al quale s’accorge dal suono delle pedate che la fuggente discende una scala. Gridando e minacciando s’avanza verso quel lato, trova tasteggiando i gradini e cala velocemente esso pure.

Assai profonda scendeva la scala, e giuntone al termine s’avvide dal rimbombo della propria voce d’essere sotto ampie volte ma affatto tenebrose. S’arrestò, porse l’orecchio e più non udì alcun rumore: regnava in quel sotterraneo un silenzio di morte. Ritornò allora alquanto in se stesso, pensò al periglio cui poteva andare incontro fra que’ ciechi avvolgimenti, ondedeterminò ritornare sui proprii passi, affine di poter uscire da quella casa, farla circondare d’armati e sorprendere così la scellerata che lo tradiva.

Si volse, cercò brancolando la scala, ma dopo avere fatti qua e là varii passi nel vano, sentì d’essersi accostato all’umido e freddo sasso della parete: la seguì da destra e da sinistra sempre toccandola impaziente di rinvenire l’uscita, ma quel muro era per tutto chiuso e continuo. Si rimise più volte all’opera, ripetè diligentemente le ricerche, e quando alfine vide riuscire inutile ogni tentativo un secreto terrore gli ricercò le vene, poichè paventò d’essere disceso entro cieco fondo che avesse la scala fatta a ribalta, la quale fosse già stata rialzata, volendo la rea consorte lasciarlo perire colà per seppellire con esso lui la propria ignominia.

Mentre assorto nell’angoscia disperata di tal pensiero stava immoto tra quelle tenebre mute e profonde, una voce sconosciuta profferì il suo nome a breve distanza da lui. Reginaldosobbalzò a tal suono inaspettato, poichè non aveva udita in quella quiete sepolcrale movimento o respirazione che annunziasse la presenza di persona viva. Ridestato però tostamente l’usato ardire — «Chi sei tu? (esclamò). Palesati, e se mi conosci t’avvicina. Ho d’uopo d’una mano che mi guidi perchè son perduto in questa oscurità». — Così dicendo allungò la destra movendo in giro la spada per trovare ove fosse quei che lo aveva chiamato onde poterlo afferrare e costringere a liberarlo di là.

Il suo ferro però non potè incontrare corpo alcuno, e un gelo mortale gli corse per l’ossa, rizzandoglisi sul capo le chiome, quando udì presso all’orecchio la stessa voce pronunziare in tuon minaccioso le seguenti parole: —Reginaldo! tu sei in mio potere. Inesplicabile è l’arcano che ti circonda; nè tu uscirai da queste nere cave se non deponi il pensiero della vendetta.— Per alcuni istanti mancarono ad esso le forze, onde articolare un solo accento. Era quella forse la voce dello spirito d’abbominazione che regnava colà ove aveva presiedutoalle orgie infernali degli adepti nel sacrilego dogma della Boema?... od era ella stessa revocata dal seno degli abissi ond’essere pronuba del nuovo delitto che si consumava nella chiostra di sue iniquità? — La di lui mente si turbò, gli si offuscarono le idee; profferì varii motti che parvero assentire a ciò che gli andava chiedendo quella voce, la quale poscia allontanandosi da lui l’invitò a seguirla. Egli si mosse e dopo avere camminato a lungo per una ristretta via nel tetro bujo, gli venne a ferire lo sguardo un leggiero bagliore. Avanzandosi con meno incerto passo pervenne ad una spaziosa Rotonda, nel mezzo alla quale ardeva sopra un’ara una fiamma azzurrognola. Elittica era la volta di quella camera circolare, lucido il pavimento e per tutto andava figurata ad emblemi tali da non potersi descrivere che co’ più impudenti numeri fescennini; compivano un giro intorno gran numero di porticelle che davano adito forse ad altrettante camerette. Presso all’ara vedevasi ancora ilmoggiodi ferro, arnese sacro ai nefarj riti de’ settatori diGuglielma, che quivi avevano formato l’abside del loro sotterraneo tempio[14].

Benchè il lavoro degli anni avesse guasti con iscrostamenti le modanature ed i dipinti, pure ne rimaneva ancora più che a sufficienza per dimostrare che l’opera era stata fatta con tutta la squisitezza dell’arte che concedevano i tempi. Reginaldo nello stordimento mentale in cui trovavasi provò maggior ribrezzo e paura alla vista delle strane oscene figure ch’erano in quel sepolto luogo, le quali alla tremula e livida luce che spandeva la fosforescente fiamma dell’ara sembravano moversi ed agitarsi con magico sussulto.

Chiamato dall’incognita voce entro una delle molteplici porticelle che circondavano la Rotonda, esso vi penetrò e presto trovossi di nuovo totalmente nell’oscurità. Dopo molto andare, essendo disceso e salito a più riprese, giunse in luogo ove sentì l’aria rinfrescarsi ed alleggerirsi; travide un pallidissimo chiarore ed indi a poco pervenne ad un foro, che s’aveva l’aspetto della bocca d’un antro ingombrodi bronchi e di spini, uscito dal quale si trovò nell’aperta campagna[15].

La luna coperta da bianco velo di nebbie mandava una smorta luce sui campi circostanti al di là de’ quali vedevansi sorgere le torri della città. Il Marchese non era più in se stesso, l’ordine delle sue idee s’era guasto e scomposto del tutto, i suoi pensieri aberravano. Fu rinvenuto il mattino a poca distanza di là seduto sopra un ammasso di pietre col sorriso della demenza impresso in volto.

Riconosciuto dalle persone accorse, fu ricondotto in Milano al proprio palazzo, ove gli si spiegò immediatamente una fierissima malattia che fece crescere in lui lo stato di delirio. Le sue genti ed i famigliari, pieni di stupore e di rammarico per sì strano e doloroso avvenimento, fantasticavano invano onde comprenderne la cagione; nè mancò tra essi chi lo attribuì ad effetto di malìa, di sortilegio, o d’altro diabolico potere; alla quale credenza oltre che già inclinavano con troppa agevolezza le menti in quella età, prestavano assai le paroleche di quando in quando uscivano dalle labbra del Marchese, le quali palesavano trovarsi il suo spirito in preda al profondo terrore ed all’angoscia prodotta dalla presenza d’un essere malefico e formidabile.

Le molteplici cure che gli vennero prestate, scemarono alfine le forze del morbo, e a capo ad alcuni mesi, ricuperato in parte il vigore delle membra, cesse in lui la perturbazione dell’intelletto per cui potè riprendere le assuetudini della vita. Rimaneva però il marchese Reginaldo di continuo immerso in una grave tristezza; mai gli spuntava sulle labbra un sorriso, non profferiva quasi parola, nè oltrepassava la soglia di sua camera se non per recarsi in abito di lutto ad orare nella chiesa più vicina, ch’era di Monaci obbedienti ad una regola austera; e qualche rada volta couducevasi a passeggiare nel giardino d’onde però sembrava sempre rinvenire più oppresso ed afflitto.

Ma ch’era addivenuto mai della marchesa Cunizza? — Una falsa apparenza, un precipitatogiudizio, avevano forse illuso il marito od era essa veramente colpevole? gioiva delle conseguenze del proprio fallo o le aveva questo già recati gli amari suoi frutti? Varie correvano le voci intorno ad essa. Alcuno asseriva ch’ella era stata rapita da un Cavaliero di Francia e trasportata in estraneo paese; altri pretendeva che si trovasse tuttavia in Milano, celata gelosamente nella casa d’un potente signore; e alcuni finalmente dicevano ch’erasi ritirata in un castello sul Ticino presso i suoi materni parenti. — Infelice! — Vittima della seduzione e d’un’anima appassionata, pagò il suo errore con una serie di quelle amare sventure che si concentrano nel cuore, e lo trascinano sino alla disperazione. La battaglia di Ravenna[16], gloriosa e fatale ad un tempo, aveva troncato l’ultimo filo di sue sciagurate speranze.

Riconobbe allora, ahi troppo tardi! i proprii falli. Benchè avesse facoltà di condurre signorilmente la vita lungi dal teatro delle sue colpe, ella volle a costo d’affrontare ogniumiliazione rientrare nella casa maritale, ove chiamavala il pentimento e il dovere.

L’error suo era grave, ma che non possono le lagrime spremute dal più sincero cordoglio? Il Marchese sentiva ch’egli andava mancando solo, deserto come pianta isterilita: la compagna de’ suoi giorni lo aveva abbandonato per sempre! viveva sconsolato senza sperare di rinvenire sulla terra chi gli recasse un istante di conforto. Quando un giorno la moglie gli si gettò ai piedi, pallida, estenuata con tutti i segni d’un lungo accoramento, soffocata da singhiozzi sì che non poteva formar parola, egli sorpreso, agitato da contrari affetti, stette esitando fra le smanie della vendetta e la commozione, ma quest’ultima vinse alfine, ei le stese impietosito le braccia e perdonò.

INDICEAvvertimento dell’Editorepag. 1Ingelinda o la Suora Benedettina7Il Bravo e la Dama. Scena Storica39Adelberta Boniprandi. Episodio della Storia Novarese59Macaruffo venturiero o la Corte del Duca Filippo Maria Visconti73Il Bacio Fatale163Le Nozze al Castello. Scene feudali185Il Sotterraneo di Porta Nuova245La presente Edizione è sotto la tutela delle Leggi.

La presente Edizione è sotto la tutela delle Leggi.

NOTE:1.Robiallo fu nel secolo XIV interamente distrutto. Veggonsi ancora su un’eminenza petrosa i ruderi del vasto castello.2.Fu nel 16 maggio 1412.3.Andrea Baggi e Giovanni Pusterla, nipote di quello sopra rammentato, erano stati capi della congiura ed uccisori del duca Giovan Maria.4.Si vegga la nota in fine a questo racconto.5.Il Carmagnola in premio de’ suoi servigi venne dal Duca nel 1415 creato Conte di Castel Nuovo, essendosene fatta la cerimonia all’altare maggiore del Duomo. Fu dieci anni dopo che sdegnatosi col Visconte egli passò allo stipendio della Repubblica di Venezia. Veggasi la rinomata tragedia di Alessandro Manzoni.6.Essa potè chiamarsi ben avventurata tra le Favorite, perchè il Duca gli si serbò costante, e il popolo soleva pregare per lei nelle chiese. Ebbe una figlia di nome Bianca Maria, che fu isposata a Francesco Sforza, il quale per tal matrimonio pretese alla successione dei Visconti ed ottenne il Ducato.7.Il seguente articolo è relativo al personaggio storico rammentato alla pagina129.8.PonteschieBreneschierano due nemiche fazioni, una Guelfa, l’altra Ghibellina, che si formarono nell’Ossola verso il 1300, prendendo nome dai due capi rivali Ponti e Breni. Sussistettero più d’un secolo pugnando soventi fra loro e mantenendo vivissimi gli odii non solo fra le diverse valli coll’Ossola confinanti, ma tra le terre d’una stessa valle e per sino tra famiglia e famiglia. I Ponteschi portavano per impresa negli abiti e nelle bandiere i colori rosso, verde e nero; ed i Breneschi il rosso, argentino e bianco.9.Gazzaro parola corrotta usata dal volgo per significareCattarosossiaPuri, nome assunto dagli eretici in quell’epoca.10.Fra Dolcino famoso eresiarca, capo d’una setta numerosa, stanziò per lungo tempo nei monti dell’alto Novarese. Egli s’aveva una donna detta Monaca Margherita che lo seguiva dovunque. Il Vescovo di Vercelli Rainerio coadiuvato da molti nobili di Novara lo vinse nella battaglia datagli il Giovedì Santo del 1307 a Zebello; e consegnatolo con Margherita in potere del frate domenicano Emanuele Testa, inquisitore generale, questi li condannò entrambi a perire nelle fiamme.Nel Canto XXVIII dell’Inferno, ove è descritto il modo in cui sono puniti i seminatori delle eresie, Maometto così parla a Dante di Frate Dolcino.Or dì a Fra Dolcin dunque che s’armi,Tu che forse vedrai il sole in breve,S’egli non vuol qui tosto seguitarmi;Sì di vivanda, che stretta di neveNon rechi la vittoria al NovareseCh’altrimenti acquistar non sarìa lieve.11.Esso era uno de’ più possenti feudatari dell’alto Novarese. Il dominio feudale nella famiglia Biandrate ebbe principio sino dall’anno 1209 essendo stato alla medesima accordato dall’Imperatore Ottone, col privilegio di portare nello scudo l’aquila nera in campo d’oro.12.Carlo d’Amboise di Chaumont gran Maestro, era in quell’epoca Governatore di Milano per Luigi XII Re di Francia, il quale dieci anni prima, cioè nel 1500, aveva tolto il dominio e la libertà al Duca Lodovico Sforza soprannominato il Moro.13.La storia dell’eretica Guglielma o Guglielmina Boema va annoverata tra le cose patrie più singolari ed importanti, anzi si può dire l’avvenimento che offre maggior campo all’analisi delle vicende e de’ pregiudizj dello spirito umano nel decimo terzo e decimoquarto secolo. Regna però su di esso tuttavia una misteriosa oscurità che merita d’impegnare il criterio d’alcuno de’ nostri moderni scrittori a diradarla; nè v’ha a tal uopo scarsezza de’ documenti, imperciocchè ne parlarono estesamente molti storici, e in particolar modo il Puricelli ne’ commentarj sul di lei processo.14.Sacerdotali ornata amictu ad aram obmurmurat:In unum co... et lumen submodioponite. — Trist. Calc. Hist. Patriae.15.Flexuosum os informemque aditum habebat spelunca obsita vepribus. — Ripamon. Hist. Urb. Med. an. 1300.16.Il giorno 11 aprile del 1512 fu data contro il Pontefice ed i suoi collegati la battaglia di Ravenna, in cui la vittoria costò all’armata di Francia il fiore de’ suoi cavalieri. In essa cadde estinto pugnando Gastone di Foix, duce delle squadre, fulmine di guerra, che partito tre mesi prima da Milano aveva sconfitto don Pietro di Navarra, liberata Bologna, vinti i Veneziani, riconquistate Bergamo e Brescia, e recata la guerra nella Romagna. Il suo cadavere fu trasportato in questa città circondato dai conquistati trofei, tra cui v’aveva la spada dello stesso Giulio II il più guerriero de’ Pontefici. Gastone venne sepolto nel Duomo alla foggia de’ Duchi, ed essendo stato dagli Svizzeri distrutto il suo tumolo in quel tempio, al nuovo ritorno de’ Francesi gli fu eretto un magnifico mausoleo nella chiesa delle Monache di Santa Marta.

1.Robiallo fu nel secolo XIV interamente distrutto. Veggonsi ancora su un’eminenza petrosa i ruderi del vasto castello.

1.Robiallo fu nel secolo XIV interamente distrutto. Veggonsi ancora su un’eminenza petrosa i ruderi del vasto castello.

2.Fu nel 16 maggio 1412.

2.Fu nel 16 maggio 1412.

3.Andrea Baggi e Giovanni Pusterla, nipote di quello sopra rammentato, erano stati capi della congiura ed uccisori del duca Giovan Maria.

3.Andrea Baggi e Giovanni Pusterla, nipote di quello sopra rammentato, erano stati capi della congiura ed uccisori del duca Giovan Maria.

4.Si vegga la nota in fine a questo racconto.

4.Si vegga la nota in fine a questo racconto.

5.Il Carmagnola in premio de’ suoi servigi venne dal Duca nel 1415 creato Conte di Castel Nuovo, essendosene fatta la cerimonia all’altare maggiore del Duomo. Fu dieci anni dopo che sdegnatosi col Visconte egli passò allo stipendio della Repubblica di Venezia. Veggasi la rinomata tragedia di Alessandro Manzoni.

5.Il Carmagnola in premio de’ suoi servigi venne dal Duca nel 1415 creato Conte di Castel Nuovo, essendosene fatta la cerimonia all’altare maggiore del Duomo. Fu dieci anni dopo che sdegnatosi col Visconte egli passò allo stipendio della Repubblica di Venezia. Veggasi la rinomata tragedia di Alessandro Manzoni.

6.Essa potè chiamarsi ben avventurata tra le Favorite, perchè il Duca gli si serbò costante, e il popolo soleva pregare per lei nelle chiese. Ebbe una figlia di nome Bianca Maria, che fu isposata a Francesco Sforza, il quale per tal matrimonio pretese alla successione dei Visconti ed ottenne il Ducato.

6.Essa potè chiamarsi ben avventurata tra le Favorite, perchè il Duca gli si serbò costante, e il popolo soleva pregare per lei nelle chiese. Ebbe una figlia di nome Bianca Maria, che fu isposata a Francesco Sforza, il quale per tal matrimonio pretese alla successione dei Visconti ed ottenne il Ducato.

7.Il seguente articolo è relativo al personaggio storico rammentato alla pagina129.

7.Il seguente articolo è relativo al personaggio storico rammentato alla pagina129.

8.PonteschieBreneschierano due nemiche fazioni, una Guelfa, l’altra Ghibellina, che si formarono nell’Ossola verso il 1300, prendendo nome dai due capi rivali Ponti e Breni. Sussistettero più d’un secolo pugnando soventi fra loro e mantenendo vivissimi gli odii non solo fra le diverse valli coll’Ossola confinanti, ma tra le terre d’una stessa valle e per sino tra famiglia e famiglia. I Ponteschi portavano per impresa negli abiti e nelle bandiere i colori rosso, verde e nero; ed i Breneschi il rosso, argentino e bianco.

8.PonteschieBreneschierano due nemiche fazioni, una Guelfa, l’altra Ghibellina, che si formarono nell’Ossola verso il 1300, prendendo nome dai due capi rivali Ponti e Breni. Sussistettero più d’un secolo pugnando soventi fra loro e mantenendo vivissimi gli odii non solo fra le diverse valli coll’Ossola confinanti, ma tra le terre d’una stessa valle e per sino tra famiglia e famiglia. I Ponteschi portavano per impresa negli abiti e nelle bandiere i colori rosso, verde e nero; ed i Breneschi il rosso, argentino e bianco.

9.Gazzaro parola corrotta usata dal volgo per significareCattarosossiaPuri, nome assunto dagli eretici in quell’epoca.

9.Gazzaro parola corrotta usata dal volgo per significareCattarosossiaPuri, nome assunto dagli eretici in quell’epoca.

10.Fra Dolcino famoso eresiarca, capo d’una setta numerosa, stanziò per lungo tempo nei monti dell’alto Novarese. Egli s’aveva una donna detta Monaca Margherita che lo seguiva dovunque. Il Vescovo di Vercelli Rainerio coadiuvato da molti nobili di Novara lo vinse nella battaglia datagli il Giovedì Santo del 1307 a Zebello; e consegnatolo con Margherita in potere del frate domenicano Emanuele Testa, inquisitore generale, questi li condannò entrambi a perire nelle fiamme.Nel Canto XXVIII dell’Inferno, ove è descritto il modo in cui sono puniti i seminatori delle eresie, Maometto così parla a Dante di Frate Dolcino.Or dì a Fra Dolcin dunque che s’armi,Tu che forse vedrai il sole in breve,S’egli non vuol qui tosto seguitarmi;Sì di vivanda, che stretta di neveNon rechi la vittoria al NovareseCh’altrimenti acquistar non sarìa lieve.

10.Fra Dolcino famoso eresiarca, capo d’una setta numerosa, stanziò per lungo tempo nei monti dell’alto Novarese. Egli s’aveva una donna detta Monaca Margherita che lo seguiva dovunque. Il Vescovo di Vercelli Rainerio coadiuvato da molti nobili di Novara lo vinse nella battaglia datagli il Giovedì Santo del 1307 a Zebello; e consegnatolo con Margherita in potere del frate domenicano Emanuele Testa, inquisitore generale, questi li condannò entrambi a perire nelle fiamme.

Nel Canto XXVIII dell’Inferno, ove è descritto il modo in cui sono puniti i seminatori delle eresie, Maometto così parla a Dante di Frate Dolcino.

Or dì a Fra Dolcin dunque che s’armi,Tu che forse vedrai il sole in breve,S’egli non vuol qui tosto seguitarmi;Sì di vivanda, che stretta di neveNon rechi la vittoria al NovareseCh’altrimenti acquistar non sarìa lieve.

Or dì a Fra Dolcin dunque che s’armi,Tu che forse vedrai il sole in breve,S’egli non vuol qui tosto seguitarmi;Sì di vivanda, che stretta di neveNon rechi la vittoria al NovareseCh’altrimenti acquistar non sarìa lieve.

Or dì a Fra Dolcin dunque che s’armi,

Tu che forse vedrai il sole in breve,

S’egli non vuol qui tosto seguitarmi;

Sì di vivanda, che stretta di neve

Non rechi la vittoria al Novarese

Ch’altrimenti acquistar non sarìa lieve.

11.Esso era uno de’ più possenti feudatari dell’alto Novarese. Il dominio feudale nella famiglia Biandrate ebbe principio sino dall’anno 1209 essendo stato alla medesima accordato dall’Imperatore Ottone, col privilegio di portare nello scudo l’aquila nera in campo d’oro.

11.Esso era uno de’ più possenti feudatari dell’alto Novarese. Il dominio feudale nella famiglia Biandrate ebbe principio sino dall’anno 1209 essendo stato alla medesima accordato dall’Imperatore Ottone, col privilegio di portare nello scudo l’aquila nera in campo d’oro.

12.Carlo d’Amboise di Chaumont gran Maestro, era in quell’epoca Governatore di Milano per Luigi XII Re di Francia, il quale dieci anni prima, cioè nel 1500, aveva tolto il dominio e la libertà al Duca Lodovico Sforza soprannominato il Moro.

12.Carlo d’Amboise di Chaumont gran Maestro, era in quell’epoca Governatore di Milano per Luigi XII Re di Francia, il quale dieci anni prima, cioè nel 1500, aveva tolto il dominio e la libertà al Duca Lodovico Sforza soprannominato il Moro.

13.La storia dell’eretica Guglielma o Guglielmina Boema va annoverata tra le cose patrie più singolari ed importanti, anzi si può dire l’avvenimento che offre maggior campo all’analisi delle vicende e de’ pregiudizj dello spirito umano nel decimo terzo e decimoquarto secolo. Regna però su di esso tuttavia una misteriosa oscurità che merita d’impegnare il criterio d’alcuno de’ nostri moderni scrittori a diradarla; nè v’ha a tal uopo scarsezza de’ documenti, imperciocchè ne parlarono estesamente molti storici, e in particolar modo il Puricelli ne’ commentarj sul di lei processo.

13.La storia dell’eretica Guglielma o Guglielmina Boema va annoverata tra le cose patrie più singolari ed importanti, anzi si può dire l’avvenimento che offre maggior campo all’analisi delle vicende e de’ pregiudizj dello spirito umano nel decimo terzo e decimoquarto secolo. Regna però su di esso tuttavia una misteriosa oscurità che merita d’impegnare il criterio d’alcuno de’ nostri moderni scrittori a diradarla; nè v’ha a tal uopo scarsezza de’ documenti, imperciocchè ne parlarono estesamente molti storici, e in particolar modo il Puricelli ne’ commentarj sul di lei processo.

14.Sacerdotali ornata amictu ad aram obmurmurat:In unum co... et lumen submodioponite. — Trist. Calc. Hist. Patriae.

14.Sacerdotali ornata amictu ad aram obmurmurat:In unum co... et lumen submodioponite. — Trist. Calc. Hist. Patriae.

15.Flexuosum os informemque aditum habebat spelunca obsita vepribus. — Ripamon. Hist. Urb. Med. an. 1300.

15.Flexuosum os informemque aditum habebat spelunca obsita vepribus. — Ripamon. Hist. Urb. Med. an. 1300.

16.Il giorno 11 aprile del 1512 fu data contro il Pontefice ed i suoi collegati la battaglia di Ravenna, in cui la vittoria costò all’armata di Francia il fiore de’ suoi cavalieri. In essa cadde estinto pugnando Gastone di Foix, duce delle squadre, fulmine di guerra, che partito tre mesi prima da Milano aveva sconfitto don Pietro di Navarra, liberata Bologna, vinti i Veneziani, riconquistate Bergamo e Brescia, e recata la guerra nella Romagna. Il suo cadavere fu trasportato in questa città circondato dai conquistati trofei, tra cui v’aveva la spada dello stesso Giulio II il più guerriero de’ Pontefici. Gastone venne sepolto nel Duomo alla foggia de’ Duchi, ed essendo stato dagli Svizzeri distrutto il suo tumolo in quel tempio, al nuovo ritorno de’ Francesi gli fu eretto un magnifico mausoleo nella chiesa delle Monache di Santa Marta.

16.Il giorno 11 aprile del 1512 fu data contro il Pontefice ed i suoi collegati la battaglia di Ravenna, in cui la vittoria costò all’armata di Francia il fiore de’ suoi cavalieri. In essa cadde estinto pugnando Gastone di Foix, duce delle squadre, fulmine di guerra, che partito tre mesi prima da Milano aveva sconfitto don Pietro di Navarra, liberata Bologna, vinti i Veneziani, riconquistate Bergamo e Brescia, e recata la guerra nella Romagna. Il suo cadavere fu trasportato in questa città circondato dai conquistati trofei, tra cui v’aveva la spada dello stesso Giulio II il più guerriero de’ Pontefici. Gastone venne sepolto nel Duomo alla foggia de’ Duchi, ed essendo stato dagli Svizzeri distrutto il suo tumolo in quel tempio, al nuovo ritorno de’ Francesi gli fu eretto un magnifico mausoleo nella chiesa delle Monache di Santa Marta.

Nota del TrascrittoreOrtografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.


Back to IndexNext