Dissi un dì la tua figuraUn prodigio di natura,Or non cesso d’ammirarteSei prodigio.... ma dell’arte!
Dissi un dì la tua figuraUn prodigio di natura,Or non cesso d’ammirarteSei prodigio.... ma dell’arte!
Dissi un dì la tua figura
Un prodigio di natura,
Or non cesso d’ammirarte
Sei prodigio.... ma dell’arte!
Ah se tutti gli uomini avessero il caritatevole coraggio di ripetere questi versi alle civette che invecchiano, non si assisterebbe più al ridicolo spettacolo di alcune donne che sdegnano l’umile portamento della sposa onesta per sconciarsi scioccamente con ambiadure affettate che tradiscono la rigidezza dei loro muscoli già troppo affaticati. — Non si vedrebbero certe fronti impastate di gomma e bianchetto, labbra fatte aride dalla corallina, e guancie inverniciate che ti ricordano quelle delle marionette. — Non si vedrebbero tante stolide donne che contendono gli amori alle fanciulle, e scendeano in lizza, rivaleggiando con giovanette, come se bastasse tutta la loro malizia di vecchia volpe a vincere lo splendore di una vergine fronte.
Fu per me vera fortuna quando lasciai quella casa per andar nelle mani di una brava ed onesta madre di famiglia che aveva molto meno d’anni di quella leziosa, ma assai più saggezza.
A questo punto le mie peregrinazioni hanno poco o nulla d’importante, e pel periodo di quasi un anno non ho niente a dirti. — Errai in molti luoghi, fui portato all’ospedale per varj mesi, passai di nuovo in caserma ed in tanti altri siti che non mi lasciarono alcuna impressione.
Ho di notevole un salto curioso di cui mi ricorderò eternamente. Dalla catapecchia di uno spazzaturaio entrai difilato negli appartamenti Reali. — Non ti canto più miserie, non più gente che muore per fame, non più stenti della vita, ma feste, splendori e grandezze. Alla Corte compresi che vi possano essere dei fortunati mortali lontanissimi dal supporre che vi siano dei miserabili al mondo.
Ho assistito a tanti episodj, a tante storielle curiose, che sono certo di divertirti immensamente.... A proposito che professione hai?
— Sono impiegato del governo.
— Tu? esclamò lo spirito del mio soldo con accento di sorpresa.
— Ti sorprende ciò? gli chiesi io.
— No, ma m’impedisce di narrarti quello che vidi alla Corte.
— Perchè mai?
— Perchè ti suppongo un buon impiegato, e nel mio racconto vi sono certe cose che potrebbero offendere il tuo zelo.
— Non monta; tira innanzi.
— È inutile, non parlo...
Cercai di sforzarlo con tutta la mia forza magnetica, ma non vi riuscii, ed infine, per non irritarlo viepeggio, lo pregai di continuare come voleva.
Si arrese subito, e proseguì:
— Un giorno venne sotto alle finestre del palazzo un suonatore d’organetto, ed io fui gettato nella strada e portato via da colui.
Per i soliti e varj giri finii di entrare nella casa d’un ex-oste, divenuto ricco non si sa come. — Era una piccola famiglia composta dell’oste, della moglie, e d’un unica figlia, amabilissima giovinetta e molto bella. — Appunto di costei voglio intrattenerti, non già per dirti gran che d’interessante, ma per aprirti alquanto gli occhi sul conto di tante civettine che a prima vista sembrano modelli d’ingenuità.
L’oste, mio padrone, in grazia di un bel capitaletto, aveva dato l’addio al commercio per vivere col frutto de’ suoi.... voleva dir sudori, ma sta meglio denari, non mi comprometto mai con giudizii avventati. Aveva quest’unica figliae tu sai bene che sovente questi alberi di un frutto solo, rovinano a forza di cure l’oggetto delle loro tenerezze.
Amelia (così si chiamava la fanciulla) cresceva fra le continue sollecitudini di papà e mamma, i quali, per compensare la loro ignoranza, volevano rimpinzare la figlia d’ogni sapere. — Una contessina non ha certo più maestri di quanti ne aveva la fortunata giovinetta. — Disegno, musica, canto, ballo, inglese, francese, tedesco, ricamo e tante altre belle cose venivano amministrate senza freno al piccolo cervello di quella ragazza, che se avesse preso sul serio tutte quelle materie, ne sarebbe per lo meno impazzita.
Non starò a dirti quanto ridicola io reputi codesta farragine d’insegnar tante cose alla donna, la quale, secondo me, non ha altra missione tranne quella di dar latte ai bimbi e curare le cose del marito; ma siccome su questo proposito sono varj i pareri, e si dibattono attualmente delle grandi questioni, evito di dilungarmi maggiormente.
La ragazza, cresciuta sotto la sferza di tanto scibile, imparò bene una cosa sola — la vanità — e con vero rammarico dovetti rinunziare alle simpatie che m’erano nate al primo vederla; ma che cosa vuoi? fui testimonio ditante leggierezze ridicole, che anche un innamorato si sarebbe ravveduto.
Amelia era una piccola vipera, capricciosa, intollerante fino all’incredibile, e ciò malgrado, quei poveri genitori le erano sempre attorno, e non facevano altro che carezzarla, lisciarla, alimentando così i germi della vanità innati in quella frivola creatura.
Mi dicono che le damigelle dell’Alta sono civettine leggiere e senza cuore, ma costei superava ogni concetto che si possa fare della civetteria. E sì che non da molto i suoi genitori avevano chiuso la bettola delMerlo Bianco, convegno tradizionale di tutti i beoni, e suonatori vagabondi. La vezzosa Amelia doveva ricordarsi queste cose, e pensare talvolta che tutti i suoi cenci di roba, le sue vesti, la sua musica, le sue gioie erano frutto di lunghi anni di privazioni dei suoi parenti, e che tutti gli ubbriaconi della città avevano contribuito a formare la sua dote. — Ma studiando il tedesco e l’inglese, ella aveva dimenticato il grossolano linguaggio degli avventori del suo negozio.
Non voglio certo farle carico del passato, ma, mio Dio! quando certe memorie sono ancor recenti, è bene avere un po’ di moderazione, e non gonfiarsi tanto.
A quindici anni Amelia scriveva bigliettini amorosi che lasciava cader sul naso di uno scolaretto ronzante sotto le sue finestre. Un anno dopo eravi una pluralità d’adoratori che non ti dico altro, ed ella, con una grazietta tutta sua, tirava pel becco quella turba di stolti, e quando io entrai in casa sua, la signorina aveva tanto bene imparato a far la civetta, che mezza la gioventù del paese le sospirava dietro.
Dopo tutto malgrado quella falange di maestri e professori, Amelia era sempre una donnicciuola ignorante. — Suonava malamente il pianoforte, cantava come un ranocchio, ballava goffamente stecchita, disegnava come una gallina, parlava tedesco come un turco, e francese come un papagallo. — Credevasi di aver dello spirito, ed era sciocca, credevasi maliziosa ed era ridicola.
Ma il padre la paragonava ad un angelo, la madre sclamava ad ogni poco che lo sposo della sua Amelia non era ancor nato; quasicchè si aspettasse il Messia. Tutti la lodavano, la carezzavano, ed infine la giovinetta, rigonfia e satura di elogi, portò l’intima convinzione di essere un’arca di sapere, e guatava la gente con un’aria di trionfo, degna della moglie di un deputato.
Andava a spasso pettoruta come un dindo, e,se rispondeva talora ai saluti che le facevano quei merli del suo corteo, tradiva un senso di degnazione sommamente ridicolo.
Ma era bella! questo te lo posso giurare, tanto bella quanto vana e leggiera.
Ti sembrerà un po’ strano il mio accanimento contro quella fanciulla, e mi dirai che non vale la pena di corrucciarsi per sì poco; ma non ne hai ragione, e se non mi mancasse il tempo, vorrei dimostrarti quanto male arrecano codeste vane pettegole alla società.
Se tu vedi gironzare per le città una gioventù snervata e frivola, non cercarne in altro la causa che nell’educazione e nel cuore delle fanciulle.
Esse comunicano a chi le avvicina le loro leggierezze, sono teste guaste, e bisogna guastarsi per piacerle. Oh se io ne avessi l’opportunità, vorrei tanto fregare e flagellare le spalle a tutte le piccole zanzare che tormentano i costumi, che non si mostrerebbero tanto ardite nello sfoggio dei loro impertinenti pettegolezzi.
— Non pensi tu che coteste farfalline dalle ali diafane sono destinate a diventare un giorno compagne di altrettanti poveri diavoli i quali andranno con esse alla malora? Non ti spaventa l’idea della pessima educazione che daranno ai figli quando per disgrazia ne abbiano? — E conuna gioventù tanto corrotta, con delle donne sì malamente cresciute, pensate voi altri di pervenire a quel grado di civiltà e di benessere che da tanto tempo agognate invano?
Che scienza, che studio ci vuole per fare una madre di famiglia? Bisogna aver del cuore non delle fantasticherie. Mi guardi il cielo dal ricusare alla donna l’alimento necessario allo sviluppo delle sue facoltà intellettive, ma non se ne facciano delle scimmie che operano grottescamente, non deiperroquetsdalle piume appariscenti che ti fanno smascellare dalle risa se aprono il becco; non delle asinelle messe in gonne e guanti.
Guardatevi attorno e vedrete le vostre donne fatue quando son fanciulle, spensierate quando madri, stolte e ridicolissime quando vecchie.
Vuoi un mio consiglio? Se ti piace amare una giovinetta non cercarla fra le tante che brillano in società, che battono tutti i balli, e vanno pei teatri a far disonesta mostra dei loro vezzi. — Quella che studia meno, ne saprà più delle altre; non avrà spirito, ma ci sarà del cuore.
Mi fermai quasi un mese in casa dell’oste, ed una sera fui lasciato in un caffè, ove passai nelle mani di un signore attempato che mi portò a casa sua.
Eravi colà una festa di famiglia; si ballavaallegramente in onore di un matrimonio celebratosi in quel giorno.
Fui portato nella sala di ricevimento, e con mio grandissimo stupore, riconobbi nella fidanzata un’antica conoscenza.
Ti rammenti ancora di Lisa? quella che mi aveva levato dalla saccoccia dell’amante, e che mi fu prodiga di tanti baci. Era proprio dessa.
Cercai lo sposo, e con mio rammarico vidi non essere quello che m’aspettava. — Era invece un capitano.
Dunque tutto quell’amore sviscerato, quelle promesse, quei giuramenti della giovinetta? mi chiederai tu, ed io ti rispondo: Fumo! — Oh la fede e la costanza sono gran belle parole, ma pesano poco.
Sarei stato desideroso di sapere qual fine avesse fatto il segreto amatore del giardino, ma mi fu impossibile avvicinare la sposa.
Ben vedi che tutti gli episodj della mia storia, portano seco un colpo alla mia buona fede; man mano crescono cogli avvenimenti le delusioni, per cui spero che non ti farà stupore il mio scetticismo.
Uscito da quella casa errai oziosamente per sei mesi senza trovar nulla d’importante, ma un giorno, con molta mia maraviglia, fui portato sopra un bastimento ancorato nel porto di Napoli.
Era mio padrone un bel giovane che, per quel che ne seppi di poi, erasi compromesso nei trambusti politici di quei tempi, e perciò mandato in esiglio.
Andava in America cercando miglior ventura, ed io fui destinato a condividere la sua sorte.
Per vero dire, non mi dispiacque gran fatto cambiar regione e dar l’addio a questa vecchia Europa, sperando di trovare nel nuovo mondo qualche cosa di meglio.
Feci un viaggio di oltre due mesi toccando varii porti, ma le mie impressioni, furono di poco conto.
Sbarcai col mio padrone a Valparaiso, e quando mi vidi a terra, ne fui lietissimo.
In mare, temeva sempre di andar sommerso e troncare così il filo de’ miei errori. — La fortuna mi sorrise, e non ebbi a soffrire alcuna avaria.
Il mio padrone era sempre malinconico, sospirava molto, e mangiava poco. Io sperava che un giorno o l’altro egli mi mettesse in circolazione; ma m’ingannai di grosso.
Mi tenne sempre seco come una reliquia, un ricordo del suo paese.
Passai qualche anno in America, senza che assistessi alla benchè minima avventura.
Il mio padrone divenne malato di nostalgia, e puoi figurarti quanto mi divertissi.
Durante il mio soggiorno nel nuovo mondo, fui portato in giro per varie città.
A Montevideo mi ebbi una gradevole sorpresa.
Il mio padrone passeggiava mesto come al solito fumando la sua grossa pipa; un signore ci passa appresso, e si ferma domandando del fuoco per accendere il suo sigaro.
Parlava lo spagnuolo, ma al suono di quella voce, fui scosso vivamente.
Colui ringrazia, ed il mio padrone risponde in italiano:niente.
Di botto l’altro s’arrestò sclamando:
— Voi siete Italiano.
— Sì, signore — Ed anche voi?
— Ma sì — Qua patriota, una buona stretta di mano.
— Di tutto cuore!
La mia confusione cresceva sempre più, quel signore non mi era nuovo; eppure non ricordava dove l’avessi veduto.
Certo la memoria non mi tradiva; quella voce, quell’accento, mi richiamavano il tuono d’uno che era stato mio padrone.
Mentre pendeva indeciso, i due continuavano allegramente a discorrere, ed era una festa il sentirli.
— Di che paese siete?
— Ferrarese, rispose il mio padrone.
— Io bolognese.
Allora un lampo di memoria mi chiarì di tutto; quel signore così ben messo, così franco, non era altri che quel buon diavolo di ladro che aveva dato tanta prova di buon cuore. — Il ladro del fattore.
Se ti rammenti, egli era scappato dal carcere, e da parecchi anni viveva in America. — Seppi poi qualche giorno dopo, che si era arricchito commerciando, e che nel paese aveva fama di galantuomo; vedi che non mi era sbagliato nel buon concetto che aveva di lui.
Non mi fermerò a dirti quanto amici divenissero il mio padrone ed il ladro, sai che fuori di patria si fa presto a stringere relazione coi connazionali.
Un bel giorno il mio padrone ricevette la notizia della sua amnistia, e difilato senza quasi darsi tempo di far su le valigio, prende posto in un piroscafo e lascia l’America con una gioja pari a quella di Colombo quando la scoperse.
Sbarcò a Genova, ed era tanto felice che si sentiva una gran voglia d’abbracciare tutti quelli che incontrava.
Aveva fatto un voto, quello cioè di darmi al primo povero che gli capitasse sul suolo italiano.
Ne vide uno difatti che teneva per mano unabambina; corse tosto a lui, ed io cambiai domicilio.
Era tempo!
Il mio padrone se ne andò tosto senza aspettar ringraziamenti, ma io che rimasi, m’accorsi tosto come egli nella sua gioja furiosa avesse commesso un grosso sbaglio.
Il mio nuovo proprietario non era un mendicante, ma sibbene un impiegato di terza classe che portava a spasso la sua ragazzina. — A dir il vero l’equivoco era scusabile, perchè a prima vista sembrava proprio un pezzente, e sul suo logoro e sdruscito paletot si leggeva a chiare note la generosa prodigalità del suo governo.
L’impiegato fu non poco sorpreso vedendosi scambiato per un poverello, e pensò che quel signore fosse un pazzo.
Intanto mi mise in saccoccia.
Cammin facendo s’imbattè in un suo amico che aveva un abito molto sciupato, ed un cappello frusto. — Era un professore di letteratura italiana.
— Oh, signor Paolino, come sta? —
— Eh, la va alla carlona, e lei professore?
— Così, così. — Dica, per gentilezza; avrebbe venti soldi? non ho spiccioli con me.
— Davvero che mi duole di non averli, rispose l’impiegato.... non ho che dodici soldi.
— Mi bastano anche quelli....
L’impiegato mise mano alla tasca sospirando, ne trasse alcuni soldi, mise me cogli altri, e se ne andò stringendo le labbra, come se avesse i dolori colici.
Il mio professore oltre al non avere spiccioli non possedeva l’anima di un bottone. — Mi portò a casa sua, ove rimasi molto addolorato per la vista di una miseria sconfinata.
Il poverino viveva in una catapecchia orribile, mangiava polenta vecchia e muffita.
Era professore e per soprasello anche poeta. Ingrate lettere! In qual stato lasciate i vostri sacerdoti!
L’esser poeta a Genova è un’anomalia come quella d’un uomo con cresta e becco. Nè ciò ti faccia meravigliare, ricordati che siamo di unaterra di Mercanti, come direbbe il povero Chatterton.
A Genova, come in Inghilterra, la roba si tratta a peso, e le parole sono imponderabili.
C’è forse bisogno d’un poeta per concludere un affare?
Bisogna confessarlo, quella buon’anima di Dante aveva gran ragione quando sclamava:
«Ahi Genovesi, uomini diversi...
«Ahi Genovesi, uomini diversi...
«Ahi Genovesi, uomini diversi...
Mai no, tanto è vero che quel tapino di genovese che chiamavasi Cristoforo Colombo perchè aveva solamente del genio, lo si lasciò languire miserabile e cencioso, vagolante di terra in terra, portando seco una ben triste prova della protezione che la sua patria accordava agli ingegni eletti.
Il mio professore da un anno era senza impiego, e sai perchè? perchè in un suo discorso ebbe l’ardire di scrivere che la storia dellaSine-Labeera una sciocchezza.
Cessato lo stipendio, il poverino fu ridotto, come suol dirsi sulla paglia, e certo egli avrà finito la sua vita come Camoens, morto di fame all’ospedale.
Sperava il poveretto in un impiego che gli era stato promesso, ma io lo lasciai prima che si realizzasse quella dolce speranza. — Lo lasciai, meschino, con un soldo di pane che si ebbe per mezzo mio.
Fu per me vera fortuna, giacchè in quello stesso giorno potei dare un addio alla città di Maria Santissima, e girando la costa di mare fui portato a Livorno, e di là internato nella simpatica Toscana.
L’Italia è il paese della fortuna e ripatriando dall’America me ne toccò una grandissima. — Portato dal turbine del destino che mi spinge senza posa, caddi nelle mani di Garibaldi!....
Giù il cappello, padron mio.
Io so che voialtri impiegati del governo avete delle meschine suscettibilità contro quel grande, ma ve la passo buona perchè la è questione di pagnotta. — Le vostre apprezzazioni in fatto di cose politiche vanno di pari con quelle degli ufficiali d’esercito, che hanno per gran principio lo stipendio, per scopo l’avanzamento, per meta, la pensione.
Eppure, anche a costo di urtare alquanto la tua opinione, lascia che io colga l’opportunità a volo per dire una parola d’ammirazione a quell’anima grande.
Nelle mie lunghe peregrinazioni non mi sono mai incontrato in un uomo più affabile e modesto, e ciò mi tira senza che il voglia a far dei confronti con certuni grossi personaggi che mi possedettero per alcuni giorni, durante i quali mi diedero assai prove di essere fanfaroni di poco conto.
Mio caro padrone, parlando di Garibaldi ti pregai di scoprirti il capo per rispetto.... ti prego ancora.
Bisogna rispettare prima di tutto le opinioni e tu ti ostini a tenerti il cappello. — Male. Ho salvato la tua delicatezza, evitando il racconto di certi episodii che potevano offendere il tuo zelo, ma tu mi ricambii di poca cortesia se faiquestione di personalità ove non è caso che di deferenza.
Lasciai presto Garibaldi, e vagolando come al solito di paese in paese, mi ridussi a Napoli, proprio nell’epoca in cui l’atmosfera era satura d’idee liberali.
Il popolo napoletano voleva la libertà cantando strambotti per le strade.
Quel genere d’azione mi andava poco a genio, prima di tutto perchè a Napoli si canta male, poi perchè era certo che un popolo non si fa libero a suon di ghitarra.
Ritornai in Toscana, e vidi che anche là si tentava l’emancipazione, scrivendo dei bisticci sulle muraglie.
Fui portato in Lombardia ed a Milano, capitando nelle mani di una vecchia pinzocchera, andai sepolto in una cassetta che raccoglieva le elemosine per la Madonna. — Giacqui rinchiuso per ben lungo tempo, ignorando qual frutto avesse portato quell’entusiasmo nazionale che agitava tutta Italia.
Uno scaccino benedetto mi restituì la libertà, e mi mise nuovamente in giro.
Io mi credeva che il mondo invecchiando mettesse giudizio, ma ohimè, appena uscito dal bussolotto della Vergine, dopo dodici anni di prigionia, se dovetti persuadermi che gli uominifecero grandi progressi in cose di scienza, ho pure toccato con evidenza una piaga fatale sorta di fresco nel seno della vostra società.
Nel corso del mio racconto ti parlai acerbamente di certi nobili che io considerai sempre come un’assurdità dei tempi. Ma se è vero che le gerarchie del sangue vanno scomparendo, è pur vero che nacque una calamità peggiore.
Il progresso ha atterrato il dispotismo feudale ed il favoritismo, ma ora che i vassalli presero il posto dei padroni il senso morale se ne va a rotoli.
Fra i nuovi ricchi ve n’ha molti che, portati in alto da colpi di cieca fortuna, alzarono un cipiglio ed un’arroganza tale da far desiderare una ripresa di cento anni addietro.
Entrai nella casa di un ricco possidente divenuto padrone di quelle terre che in altri tempi aveva lavorato egli stesso colla marra.
Era un asino grosso e grasso; aveva un figlio degno di lui, ed una ragazza seducente di aspetto.... ma.... in quanto al resto, malgrado che l’avessero rimpastata alla meglio in un collegio, dava poca speranza.
Chi è quello stordito che disse esser l’abito che fa il monaco? Certo colui non si guardò mai nello specchio.
Le apparenze, mio caro, sono belle e buone, ma pesano poco.
Vesti un asino da dottore, sarà pur sempre un asino.
La tirannia di una persona educata si fa tollerare; ma certi boari in guanti, cresciuti in comune coll’asino e la vacca, non faranno mai le cose con garbo.
Io mi credeva che precipitando il fantoccio delle aristocrazie sorgesse la prevalenza dell’intelletto, ma a quel che vedo, le vostre rivoluzioni sociali vi hanno ridotto a cambiar padroni e null’altro.
Cercate, poveri mortali, cercate un mezzo per liberarvi dei tiranni. — Ci vogliono delle risorse nuove; tanto fa, basta che si ottenga lo scopo.I tiranni sono ben morti in qualunque modo si ammazzino— così disse quel buon diavolo di Lorenzino dei Medici.
Quando io m’ebbi la libertà da quel sacrista mi fermai per qualche tempo in Milano. — In quei giorni la fisonomia della città aveva un aspetto singolare, e seppi poi che era causa di ciò vittoria di Solferino.
Passai nelle saccoccie di un giovane soldato gracile e malaticcio, che per le privazioni e le fatiche del campo si trovava a mal partito.
Era un volontario piemontese. — Trasportato da quel turbine che è l’entusiasmo patriottico, egli era partito coll’anima piena di generoso impulso.
Aveva un’amante, e prima di separarsi da lei promise che se la sorte lo serbava in vita al suo ritorno l’avrebbe subito sposata.
Ma l’uomo propone ed il tempo dispone. — Non avvezzo alla vita cruda del campo, ed estenuato nelle forze, dovette rinunziare alle sue generose aspirazioni e dopo di essere stato qualche tempo nelle file dell’esercito, ed un mese all’ospedale, cedette al consiglio d’amici e superiori, e si preparò a far ritorno in patria.
Viaggiava con alquanto rammarico per aver dovuto troncare una sì nobile impresa, pur lo confortava il dolce pensiero di rivedere la sua Ada.
Giunto qui al suo paese lo colpì il più terribile disinganno.
Ada era morta portando seco nella tomba il suo santissimo affetto. — Morì senza sapere quale fosse la sorte del suo povero volontario!...
Io non la conobbi cotesta giovinetta, ma a quanto ne sentii, doveva essere un angelo di bellezza e bontà.
Il mio soldato fu a poco per uccidersi al funesto annunzio della sua morte; ma tutto passa, ed il poverino, colla salute, ricuperò un po’ di calma.
Durante tutto un anno egli visitò giornalmente la tomba della sua diletta fanciulla, eduna sera, per una di quelle idee che sono un privilegio degli sventurati, mi trasse di tasca, e mi sotterrò in quel tumulo.
Per qualche mese continuò le sue visite; ma un giorno non lo vidi comparire. — All’indomani nemmeno. — Una settimana dopo sentii che i becchini scavavano una fossa presso di me. — Era la fossa del povero volontario!
Io me ne stetti colà per varii anni guardiano costante di quelle tombe che chiudono due generose creature.
Col tempo, smovendosi la terra, mi trovai allo scoperto, ma passava delle giornate molto malinconiche, e di notte mi spiaceva il monotono silenzio che vi regnava.
Sperava di assistere una volta o l’altra alla famosaDanza de’ mortidi cui canta Goethe, ma nulla, e ciò m’induce a credere che i morti ballino solamente in Germania.
Qui finisce la mia storia; tu mi levasti di là, e se col racconto delle mie vicende mi meritai alquanto la tua riconoscenza, e se mi sarà lecito farti una preghiera, vorrei che tu mi appagassi di un desiderio.
Nelle mie peregrinazioni non mi fu dato mai di trovarmi in mano d’una fanciulla che fosse bella, modesta ed ingenua.
Ciò mi farebbe supporre che non ve ne abbiaalcuna, e ti sarò grato se saprai darmi una smentita.
Cerca dunque questa ragazza, e consegnami a lei,
Addio.
················
Da un anno tengo in tasca il mio soldo, cerco, cerco sempre, ma sarò forse di difficile contentatura, se non trovai ancora una fanciulla che si meriti in tutto di possederlo. Se qualcuna ha la coscienza di potervi degnamente aspirare, mi mandi i documenti necessarii, e per conto mio sarò ben lieto di dare una smentita allo scetticismo desolante del mio Soldo.
FINE DEL SOLDO.