La dabbenaggine alla prova.

La dabbenaggine alla prova.

Il cugino fu d’una esattezza diplomatica, ed arrivò proprio col convoglio fissato.

Pomponio e la moglie erano ad aspettarlo, nè qui è caso di rimestare tutte le galanterie del ricevimento.

Due righe per il ritratto del nuovo personaggio.

Era oltre la quarantina, ma pareva assai più giovane. Portamento franco e spigliato proprio delle persone avvezze al vivere del gran mondo. Una figura discreta, occhio penetrante; era insomma un bel uomo degno al tutto di far capo ad una legazione.

Pomponio lo pressava lo stringeva fra mille gentilezze, e quando seppe che il cugino si fermava qualche giorno in casa sua, non ebbe più limite alla gioia.

Dopo cena il cugino si dichiarò stanco, e chiese di ritirarsi; Pomponio lo accompagnò nella sua camera, e ritornando poscia alla moglie le rinnovò la solita raccomandazione.

All’indomani il cugino non aveva ancora aperto gli occhi che si vide parato innanzi Pomponio inchinevole e sorridente; a pranzo poi il nostro diplomatico doveva schermirsi in mille modi per non fare delle indigestioni. Era insomma una specie di tirannia esercitata a furia di gentilezze, ma il cugino ne aveva a macca delle cortesie del marito, tanto più che costui lo perseguitava siffattamente che non ci era mezzo di abboccarsi da solo colla cugina. Si sa, i parenti hanno sempre alcuna cosa a dirsi.

Allegra, vedendo che un tale stato di cose non poteva più oltre durare, e pressata sempre dal marito per l’affare della croce, gli rispose un giorno:

— Capirai, caro mio, che fino a quando tu starai ai fianchi del cugino, non potrò mai aprir bocca. Non sono queste cose che si possano dire su due piedi; lasciaci in libertà per qualche ora, e parlerò per te.

Pomponio non domandava di meglio, ed una sera, manifestando desiderio d’andare al teatro, lasciò la felicenotte alla moglie ed al cugino e se n’andò....

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Lasciate o benevoli lettori, lasciate che io segni con tanti verecondi puntini il colloquio intimo dei due cugini; se così non facessi verrei tacciato di lesa morale.

Siamo in epoca rigeneratrice, tutti caricano la croce al povero scrittore che per essere verosimile trovasi bene spesso costretto a rivelare certe verità disgustose. Mio Dio! il vero non s’inventa, epperò bisogna adattarsi e pigliarlo dov’è.

Infine vogliasi o no, tutto concorre al grande scopo umanitario e riformatore, ed anche l’umile scrittore colla sua pietruzza qualunque sia, porta il tributo all’immenso edifizio sociale.

È curiosa però cotesta sete di morale che invade il nostro secolo cadente, si direbbe che tende a purificarsi delle magagne riportate in giovinezza. Ma ohimè! anche il concetto della morale che si sente oggi è puramente una smania della moda, e più spesso la cuccagna di tanti filosofi moralisti ad un tanto per pagina.

Oh perchè, signori miei, si pretende che lo scrittore pel primo entri nella palestra per infarinarsi di un trascendentalismo sociale che esiste nelle idee, ma non nel fatto?

La morale sarà buona se vera, ma finchè le generazioni proseguiranno per questa via di lubriche costumanze, la parola dello scrittore sarà buttata al vento.

È la moda! Giacchè la virtù va via sloggiando dalle nostre case giacchè la corruzione entra per tutte le fessure, si pretende che il senso morale resti almeno sui libri come se si volesse ingannare la posterità.

Di questo passo la letteratura non sarà altro che un museo destinato a custodire una collezione di ipocrisie che non sono per nulla l’espressione dei nostri tempi.

La missione della letteratura non è tale; ella è di ritrarre e correggere, non di simulare e mentire. Si pratichi la morale, si facciano le buone azioni, ed allora lo scrittore avrà soggetti d’onestà da studiare sul vero.

I libri d’un secolo sono lo specchio de’ suoi costumi......

Intanto, i puntini mi hanno fornito una digressione che m’ha tutta l’aria di una predica, ma se a caso la pigliaste sul serio vi dirò per scarico di coscienza: Fate quel che dico... non quel che faccio.

Il lettore non sarà certo così curioso da voler sapere quello che passò fra i due cugini, e si appagherà di sentire le ultime parole di quel colloquio.

Supponiamo che siano trascorse due ore dacchè li lasciammo soli... Supponiamo quel che si vuole le argomentazioni sono libere; riferisco le ultime parole.

(Allegra è un po’ commossa, il cugino fuma uno sigaro).

— Mia cara Allegra, tu sai se per farti un piacere mi lascio tanto pregare, ma in questo caso mi trovo imbarazzato.

— Non intendo di crearti imbarazzi. Se tu potrai contentarlo mi farai libera d’una gran seccatura. È un buon uomo, ma ha le smanie ambiziose.

— Del resto è proprio un buon uomo.... non è geloso.

— Niente, niente.

— Io, al suo posto, con una moglie come te...

— Eh, mi ricordo benissimo che eri terribilmente geloso.

— Te lo ricordi?

— Certo, non si dimentica sì presto un passato tanto bello.

— Davvero cugina, che quando ci penso, sento di aver perduto gran cosa.

— E non era forse in tua mano far sì che noi non ci separassimo mai più?

— Hai ragione Allegra, oh quanto me ne duole! Ora fra la rigida freddezza degli affari, sento proprio il bisogno di avere al fianco una persona affettuosa. Ti ricordi dei bei giorni che si passava insieme, nella mia villetta fuori di Firenze?

— Ah! ci penso sempre.

— Fra pochi dì parto, e chissà quando ci rivedremo. Prima di lasciar l’Italia, pagherei non so cosa per godermi ancora alcuni giorni di felicità; ma ciò non è possibile, a meno di allontanare tuo marito....

Allegra non rispose, ma sorrise, ed il cugino corrugando la fronte con quell’atto proprio delle persone avvezze al pensiero, si fece a meditare in silenzio, indi come colpito da un’idea sclamò vivamente:

— Ah! l’ho trovata.

— Cosa? chiese l’Allegra fissandolo.

— Ho trovato il mezzo di far rivivere alcuno di quei bei giorni.

— In che modo?

— Ascolta: Tu dici che tuo marito farebbe qualunque cosa per guadagnarsi la croce.

— Ne sono sicura.

— Si tratterebbe di farlo viaggiare sino a Firenze con una mia lettera da consegnare al segretario di gabinetto. Forse, chissà, è probabile che si riesca a crocifiggerlo.

— Ma ci vuole un motivo.

— Si troverà, lasciane a me la cura. Questa sera tu parli a tuo marito, domani lo faremo partire...

Pomponio ritornando dal teatro, trovò la mogliegià in letto, e mentre calzava la berretta da notte, Allegra gli parlò del viaggio a Firenze progettato dal cugino.

A tale annunzio, il baggeo si mise a saltare per la gioia, e ci mancò poco se non corse in mutande a ringraziare il cugino. Si pose a letto, ma non chiuse occhio, il viaggio per Firenze gli trottolava per la mente togliendogli ogni quiete.

All’indomani si alzò per tempo, fece la valigia, abbracciò il cugino, strinse la mano alla serva, diede uno scudo alla moglie, schiacciò la gattina, ruppe un vetro, e dopo quel parapiglia, si avviò alla stazione.

È gran cosa sentirsi gravato di un incarico diplomatico; la lettera pel segretario, eccitava la vana gloria del suo portatore.

Non sembrava più il Pomponio d’una volta; il miserello era ringalluzzito e posava proprio come un uomo d’affari.

E dire che di simili stolidi è ripieno il mondo.

Quando ci penso mi vengono i brividi, e mi persuado sempre più che ormai si vive fra infiniti pericoli; accade di noi come dell’agnello, che scappato dagli artigli dell’aquila, cade nell’ugne del leone.

Se non la si fa agli altri, gli altri la fanno a noi, e credo che alla fin fine sia miglior consiglioprendere il bene dove si trova, come Molière, e non curarsi del resto.

Guai a colui che ascoltando la voce degli scrupoli di coscienza si lascia sfuggire la più piccola occasione di godersi la vita. Mentre tu disputi per una cosa, un altro te la contende.

— Se tu osi, un altro ardisce, se desideri, un altro brama, un terzo agogna.

Col progresso di cui è satura l’atmosfera, fa d’uopo essere risoluti e pronti a tutto. Evviva il progresso!

Guardatevi attorno, e vedrete adolescenti che fumano la pipa e guardano procacemente in viso alle signore.

Vedrete le giovani popolane attillate, profumate come tante marchese; fantesche che fraternizzano colla truppa.

Vedrete delle coppie di sposi che sommano trent’anni in due, delle civettone attempate, che invece di riconciliarsi con Dio si lasciano corteggiare da uno sciame di studenti di primo pelo. La morale del giorno non ha più scrupoli, e la si vede andar di conserva colla più spudorata sfrontatezza, che con altro nome si chiama ardire... coraggio.

Vedrete delle ragazzine sgusciate appena dal collegio che portano ancora le gonne corte, e leggono gli amori del cavaliere diFaublas. Levedrete nascoste dietro le persiane in atto di agitare un fazzoletto che a sua volta agita il cuore di un damerino che si stira i baffi nella strada.

Varcate la soglia dei nostrisalons, Dio mio! un moralista del secolo passato cadrebbe come tocco dal fulmine. Ivi vedrete il sublime dell’assurdo, la quintessenza del ridicolo, una mostruosità comica. Vedrete là un turbine di donne spensierate, sciocche, pettegole, impudenti che sotto l’artifizioso apparato di un’educazione ipocrita ostentano una pudicizia sommamente ridicola.

Eppure le sono tutte oneste. Oramai questa santa parola esprime tutt’altro che quel sentimento virtuoso che anima la donna. L’onestà dei nostri giorni non impedisce ad una madre di mostrare le spalle ed il seno a tutto il pubblico d’un teatro.

Ora si usa un certo modo di velare le membra che val peggio che mostrarle; il velo è una specie di richiamo che simulando un onesto pudore segna agli sguardi dei curiosi i misteriosi confini del vero.

Chiudetevi gli occhi, acciecatevi come il fringuello se volete cantar l’amore anime candide dei poeti! Se voi vedeste queste beltà di moda, queste damigelle discinte e spudorate, perderested’un tratto il sentimento della poesia. Torcete lo sguardo da queste giovani sacerdotesse d’amore che immolano il loro candore alla voluttuosa tendenza dei costumi. Non potrete più sognarlo il seno d’una vergine, o poeti! essa lo espone senza reticenze.

Quell’anima delicata del Tasso, non potrebbe più dire delle nostre signorine:

Parte appar delle mame acerbe e crudeParte altrui ne ricopre invida vesta;Invida, ma se agl’occhi il varco chiude,L’amoroso pensier già non s’arrestaChe non ben pago della bellezza esterna,Nelle pieghe secrete anco s’interna.

Parte appar delle mame acerbe e crudeParte altrui ne ricopre invida vesta;Invida, ma se agl’occhi il varco chiude,L’amoroso pensier già non s’arrestaChe non ben pago della bellezza esterna,Nelle pieghe secrete anco s’interna.

Parte appar delle mame acerbe e crude

Parte altrui ne ricopre invida vesta;

Invida, ma se agl’occhi il varco chiude,

L’amoroso pensier già non s’arresta

Che non ben pago della bellezza esterna,

Nelle pieghe secrete anco s’interna.

Ma ci vuol altro che velo ai dì nostri! che parte! venite e vedrete tutto senza usare il telescopio dell’amoroso pensiero.

Dopo tutto questo impasto di sciocchezze, vanità, spudoratezza, riesce ben poca cosa la dabbenaggine d’un marito che si lascia civilmente incoronare.

Per me lo confesso mi vien poca voglia di ridere al pensarvi, perchè un giorno o l’altro potrebbe accadermi la stessa cosa, e chi mi legge, se ha moglie, pensi due volte a casi suoi prima di ridere sulle spalle di Pomponio.


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