Nemo propheta in patria.

Nemo propheta in patria.

Per tutta quella giornata il povero Pomponio ebbe la febbre dell’impazienza. Il momento decisivo non era lontano, e tutto lasciava sperare bene.

Chi mi sa dire l’onda di speranza che cullava la fantasia del povero autore? egli era certo, certissimo dell’esito, e già sognava una pioggia di fiori sul suo capo, e quel che è più, quella benedetta croce tanto desiderata.

Un’ora prima di cominciare, il teatro era zeppo di spettatori.

La curiosità aveva attirato molti amici e conoscenti dell’autore, e l’avidità di sentire era tanta che non si volle aspettare più oltre, ed il pubblico proruppe in unanime applauso per invocare la sollecitudine.

Si alzò finalmente il sipario fra un’esclamazione generale, e la prima parte del primo attopassò sotto silenzio. L’autore era convulso, febbricitante e trottolava dietro le quinte come uno spiritato.

Il primo atto terminò con una grande risata del pubblico, e certo quell’ilarità non era troppo a proposito, giacchè il dramma accennava allora ad un assassinio.

Una metà del secondo atto passò pure inosservata, ma poco dopo alcuni sbuffi d’impazienza che venivano dalla platea indicavano che il pubblico non s’interessava gran fatto. Però verso la fine dell’atto parve che risorgesse un fil di vita, giacchè s’udirono per la prima volta alcuni fischi che scoppiarono in vari punti dell’uditorio.

La pazienza è virtù dei somari; vero è che bene spesso il pubblico non ischerza in fatto di tolleranza, ma quando per avventura la noia comincia ad assalirlo è impossibile evitare una burrasca. Domandatelo a Pomponio che fu costretto di svignarsela a metà del terzo atto, e buon per lui che se la cavò senza peggio.

Difatti il pubblico dopo di aver sopportato mezza la produzione, non ebbe il coraggio di portar più a lungo la sua sofferenza, ed il fischio che proruppe ad un certo punto fu così spontaneo, unanime, ed arrabbiato, che si credette prudente calar la tela, e troncare la rappresentazione.

Io non tenterò certo di salvare il povero Pomponio, me ne guardi il cielo! Il suo dramma non era cosa sopportabile, e ne fa fede lo stesso titolo, e l’origine della produzione.

Mi prenderò ben guardia di raccontarvi l’argomento per non addossarmi le ire della gente.

Basti sapere che il povero Pomponio invece di trionfo e croce, si ebbe un’apoteosi di fischiate da togliergli la malinconia di scrivere per il teatro.

Non è dunque sì facile diventar cavaliere? A sentir taluni basta un raglio d’asino per procurarsi una croce. Alla malora dunque i maldicenti, poichè infine noi vediamo quanto malagevole sia guadagnarsi questa distinzione. Nossignori non basta esser ciuco per giungere a tanto, e se anche così fosse, che prova? La parte dell’asino è difficile a sostenersi; s’interroghi Lucio Apulejo e si vedrà che farla da somaro, è spesso più arduo che non si pensi.

Nè va pure obliato l’asino di messer Domenico Guerrazzi, che se tutti i cavalieri avessero un briciolo appena del senno di quell’arguto somarello, l’umanità potrebbe andarne lieta.

Per me lo confesso, quando leggo l’orazione funebre che il Casti fa recitare all’asino, penso che se tutti i discorsi di circostanza fossero come quello, sarebbe meno penosa la situazione degli ascoltatori.

Insomma anche farla da asino non è agevol cosa, e trovo che si abusa troppo di questo epiteto applicandolo agli imbecilli.

La catastrofe toccata a Pomponio fu tale, da levargli la mania del teatro, ma non valse a reprimere quella benedetta voglia di diventar cavaliere.

La sola sua costanza si meritava la croce, ma sfortunatamente la fermezza di proposito non è più una virtù in questo secolo del progresso in cui tutto cammina fra le sfumature bizzare d’una varietà senza fine.

Dopo alcuni giorni, smessa la vergogna, il povero drammaturgo si azzardò ad uscire, ma correva a testa bassa come se fosse passato sotto le forche caudine.

La più gran bestialità al giorno d’oggi si è quella di ricredersi di un errore e confessarlo, oggimai ci vuol disinvoltura, e se tutti quelli che fecero fiasco curvassero le spalle sotto il peso della vergogna, il mondo andrebbe tutto a capo chino.

Se lo potessi vorrei tessere tutta intera la storia dell’infaticabile ardore posto in opera da Pomponio per ottenere l’ambita croce; ma tralascio, perchè il lettore assiste pur troppo giornalmente alle fatiche d’Ercole, di tante nullità che si arrampicano in mille guise perpoggiare in alto. Dirò solo che il nostro eroe nulla lasciò d’intentato, e che si fece perfino nominare capitano della guardia nazionale.

Il fatto è che a ventotto anni Pomponio si chiamava semplicemente signor Pomponio.

Il desiderio passò quasi allo stato di manìa, il poverino dimagrava a vista d’occhio ed una profonda malinconia lo assalì sì fortemente, che suo padre d’accordo col medico lo consigliò a viaggiare l’Italia per distrazione.

Pomponio si arrese, ed un mattino partì per alla volta di Firenze, ove contava di fermarsi un mese, e poi recarsi a Napoli per passarvi l’inverno.


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