SCENA II.

SCENA II.

La Marchesa(entra pensosa). Io vorrei sapere chi sia quel saggio che disse pel primo essere la donna una creatura debole! — Senza vantarmi, ora che sono sola posso dirlo a me stessa, se quel tale si fosse imbattuto in una donna quale io mi sono, avrebbe fatto eccezione. — Da due anni che sono vedova, me la spasso liberamente e godo in vedere questianimalidel sesso forte che si avvicendano a farmi proteste d’amore senza che io prenda mai sul serio una parola (si disadorna). Per me, a dirla vera, ci credo tanto agli uomini quanto agli spiriti... E sì che fra i miei corteggiatori ve n’ha di quelli che si meritano qualche riguardo; ma quando vengono ai soliti slanci sentimentali mi prende gran voglia di ridere. — Già tutti usano le stesse frasi, e ciò riesce sommamente ridicolo — tutti compagni.

Per esempio, sarà follia, se fossi capace di qualche debolezza, sarei portata per quel signor Luigi.... signor Luigi!... che povero titolo!... non un grado, non una distinzione;eppure, se voglio esser sincera, quei suoi modi franchi ed eleganti, quell’aria sempre gioviale, quel fare senza affettature, mi va a genio. — Eppoi è uomo di molto spirito; il più brillante de’ miei conoscenti... eppure non mi ha mai corteggiata. — Cioè, è innamorato di me, ma non mi fa quelle smorfie, e non mi lascia tempo di ridere del suo amore, giacchè ne ride egli prima.... Fa tutto contrario degli altri. Figuratevi, la settimana scorsa lo invitai ad accompagnarmi al teatro — più di cento avrebbero accettato con gioia, egli si rifiutò perchè aveva impegno per una partita a scacchi colla zia. — Questa sera si festeggiò il mio onomastico, ed io mi sono vendicata rifiutandomi di invitarlo. Dio, com’era in collera! giurò persino che sarebbe venuto a mio dispetto, ma gli mancò il coraggio. C’era ordine alla porta di non lasciarlo passare (vede il biglietto sul tavolino). Che è ciò? (legge) «Signora Marchesa, voi mi chiudeste la porta di vostra casa, ed io passai per la finestra. Sono sul balcone, ed aspetto i vostri ordini.»

«Luigi.»

(Indignata). Oh! quale arditezza! ma io chiamerò gente (riflette) no, non va bene.... nascerebbe uno scandalo. Ah, signor Luigi, voi siete sul balcone con questo gelo, eccovi punito, stateci tutta la notte (chiude col catenaccio). Ora sono sicura. Cioè, non mi metto certo in letto; leggerò qui accanto al fuoco, e domani lo troverò gelato (siede sulla poltrona). La è però una crudeltà; poverino, fa un freddo dannato.... ebbene, se ne vada per la strada che è venuto. Ma ora che ci penso, di là non c’è mezzo a discendere, non vi è il pergolato sotto. Dunque resti, per me ci penso punto, faccia il suo comodo e buona notte (pausa). Infine che vuole? cos’è venuto a far qui?... Mio Dio! mi prende rimorso; potrebbe morirsi pel freddo. — Per carità, è meglio aprire, e farlo ridiscendere dalla finestra (va verso il balcone), mi tremano le mani. Ah, prima chiudasi questa porta che mette nelle stanze di mia cognata; potrebbero sentirlo (chiude l’uscio a destra, poi apre il balcone). Signore! venga fuori, e se ne vada per dove è venuto (siede sulla poltrona voltando le spalle a Luigi che entra).

Luigi(entra lentamente, rinchiude la vetriata e resta indietro).

Marchesa(senza voltarsi). Dunque, signore,se ne va, oppure debbo farlo accompagnare da’ miei servi?... non risponde nemmeno? ha forse la lingua gelata?

Luigi.Eh! ci manca poco.

March.Si sbrighi, apra la finestra, e buona notte. Fortuna per lei che non ha trovato una donna di cuor duro.

Luigi.Ci aveva contato prima sul suo buon cuore.

March.Non ascolto verbo, vada via.

Luigi.Ma prima... mi permetta...

March.Signore! Io mi meraviglio di lei. Che fosse ardito, lo sapeva, ma sino a questo punto... (sempre senza voltarsi).

Luigi.Per carità, marchesa, non si alteri, ne avrei troppo dolore. Lo depongo qui sul tavolo?

March.Che cosa?

Luigi.Il mio mazzolino che le offro pel suo giorno onomastico. Le pare che io avrei potuto lasciarmi sfuggire una sì bella occasione senza darle prova del mio profondo rispetto?

March.Ah! ella intende darmi prova di rispetto passando per la finestra?

Luigi.Il rispetto si esprime come si può. Per la porta non c’era il passo libero, e sarebbe stata dal canto mio una grave mancanza quella di non rimediarvi alla meglio.

March.Ho capito. Ora può andare.

Luigi.Signora marchesa, non mi faccia quest’affronto; accetti i fiori di mia mano, poi me ne vado. Poverini sono intirizziti.

March.No. Le ho detto d’andare, e badi che se indugia ancora chiamo gente.

Luigi.Se avesse quest’intenzione l’avrebbe già fatto; ma ella è tanto buona.

March.Eppure le ripeto che...

Luigi.Non si faccia cattiva; io non ci credo; tanto è vero che ella ha persino chiuso quella porta.

March.(con stizza). Ah!...

Luigi.Dunque? (con preghiera).

March.Dia qui quei fiori.

Luigi(avanzandosi lentamente). Eccoli.

March.Presto.

Luigi.Gli è che non posso camminare, ho le membra irrigidite dal gelo.

March.(voltandosi a guardarlo). Mio Dio, com’è stravolto!

Luigi.Lo credo... se restava là un altro poco, era finita.

March.(con premura generosa). Oh! mi perdoni, signore, sono una gran trista! (lo fa sedere sulla poltrona).

Luigi(riscaldandosi al fuoco). Grazie, signora marchesa, il cielo vi restituisca altrettanto.

March.(ironica). Spero che non ne avrò di bisogno, perchè certo non vado ad arrampicarmi per le finestre come...

Luigi.Come un furfante. Dica pure, signora. Ma io ho una gran giustificazione.

March.E sarebbe?

Luigi.Sarebbe che io son venuto qui a cercare della cosa mia.

March.Il giudizio forse?

Luigi.Cerco la mia testa che si ostina a gironzarle intorno.

March.Questo sarebbe un confessare che ella è senza testa. A lei, eccole il mio Album, cerchi, e se la porti via.

Luigi.Scusi, ma la mia testa non ci può stare lì dentro.

March.Perchè? ce ne sono tante d’altri.

Luigi.Saranno teste piccole.

March.Certo la sua è più grossa; c’è tanto fumo!

Luigi.È tutto quello mi resta del mio amor proprio.

March.Basta; ora che si è riscaldato, spero che se ne vorrà andare.

Luigi.Io, no certo.

March.Oh!

Luigi.Non già che io voglia, è lei che mi manda.

March.Come le aggrada.

Luigi(alzandosi). Se debbo dir il vero non avrei mai sperato di trovare tanta indulgenza; ho scoperto in lei una dote superiore a quella già grande della sua bellezza...

March.Sentiamola.

Luigi.La generosità.

March.Ma siccome non bisogna dare negli eccessi, così nel ringraziarla tanto della sua bontà, la prego di andar via.

Luigi.Lo vuole proprio?

March.(affettando serietà). Signor Luigi! se io non la conoscessi per originale, direi che ella è...

Luigi.Animo, me lo dica su.

March.Un pocolino temerario...

Luigi.È un sistema che adotto; dicono che così facendo s’incontra fortuna colle donne.

March.Questa volta però...

Luigi.Fui fortunatissimo, perchè mi trovo qui a quest’ora, solo, colla più amabile fra le donne.

March.Ella si schermisce a complimenti.

Luigi.Faccio come il cane, il quale lambisce la mano che gli tira le orecchie.

March.Ecco, per esempio, una similitudine mal trovata.

Luigi.E perchè? l’atto di mandarmi via è per me assai più che tirarmi le orecchie, e perconto mio le giuro che accetterei di restar qui tutta la notte anche a costo di pagar domani la mia felicità colla vita.

March.Va bene.... ho capito, ma vada.

Luigi.È troppo giusto. Signora marchesa, i miei rispetti. Ridiscendo dalla finestra, come i gatti. È il caso di dire che l’amore invece dell’ali, mi ha datoQUATTRO GAMBE(verso la finestra). Dunque buona sera; mi perdoni l’audacia, e se domani sentirà dire che io fui trovato morto sotto le sue finestre, pensi pure che mi sono scavezzato il collo.

March.Via, signore, non faccia pompa di eroismo. Scommetto che c’è una corda alla finestra.

Luigi.La signora s’inganna... venga a vedere.

March.(dopo aver guardato). E come farà?

Luigi.Mi provo.

March.E se ruzzolasse abbasso?

Luigi.Pazienza! siamo tanto in alto, che non avrei tempo di pensarci sopra.

March.Signore! Ella ha voluto rendermi complice di qualche disgrazia!

Luigi.Starebbe a lei prevenirla.

March.Allora scenda come può; già infine tutto è commedia; avrà preso le sue precauzioni.

Luigi.Le giuro che no, tanto è vero che era disposto a morir di freddo sul suo verone. L’ho scritto nel mio biglietto.

March.Nego. Sul biglietto non vi è nulla di tutto ciò.

Luigi.Guardi meglio.

March.(riprende il biglietto). Ecco qui. Non c’è altro.

Luigi.Ma volti. (legge) «Comprendo benissimo che la mia è temerità eccessiva; se vorrà punirmene, mi lasci fuori per tutta la notte, e colla presente, scritta di mio pugno, l’assolvo da ogni responsabilità qualora diventassi sorbetto.»

(La marchesa resta sopra pensiero). Dopo tutto, signora, mi sembra d’essere stato poco indulgente con me stesso.

March.Sì, ma infine avrebbe picchiato per farsi aprire.

Luigi.No certo. Anzi, se madama la marchesa lo desidera, ritorno sul verone, e vi starò a suo piacimento. Dal canto mio sarò ben lieto di scontare un poco il mio peccato.

March.Manco male che ne conviene.

Luigi.Certo! e se mi fosse lecito proclamerei ai quattro venti la sua grande indulgenza.

March.Badi, signore, che non mi merito questaréclame, tanto è vero che la costringo a scendere dalla finestra.

Luigi.E che perciò? Ella fa il dover suo.

March.Tuttavia se le accadesse qualche malore ne sarei desolata.

Luigi.Grazie, bella marchesa! le sue parole mi danno coraggio. Scenderei dalla luna per farle piacere. Però, una preghiera. Io scendo, ma può darsi che invece precipiti, ed allora... felice notte.

March.Ebbene?

Luigi.Ebbene, mi rincrescerebbe passare all’altro mondo senza esser certo del suo perdono.

March.È perdonato.

Luigi.Desidero altro, un bacio su quella graziosa manina.

March.Oh!

Luigi(con grazia). È la preghiera di un morente!

March.(tende la mano). A lei (Luigi la bacia, ma mentre fa per andarsene ella lo trattiene serrando la mano). Peraltro, signor mio, non riesco a comprendere la cagione di questa sua eccentricità. Per portarmi i fiori? non valeva la pena d’arrischiarsi a tanto.

Luigi.La signora marchesa mi permetterà di tacere — preferisco scender subito.

March.Si tratta forse d’una scommessa?

Luigi(serio). Signora, aveva pur detto d’avermi perdonato, ma quel suo pensar così male sui miei propositi, mi addolora.

March.Dunque dica su.

Luigi.Signora, no. Se entro nella via delle confidenze ridivento colpevole. Eppoi l’ora è tarda. Ella avrà forse bisogno di riposo. (Notisi che qui parla maliziosamente, e fingendo una riserva che non ha).

March.Chissà! forse non ci penso ancora, passerò qualche tempo leggendo; anzi, se ella avesse qualche storiella in pronto, così tanto per impiegare una mezz’ora...

Luigi.E poi?

March.Poi studieremo un mezzo per farlo scender con minor pericolo.

Luigi.Accetto di cuore.

March.Allora s’accomodi... racconti ed io lavorerò un poco. (La marchesa occupa la poltrona, Luigi siede presso di lei).

Luigi.Signora marchesa, io sono franco, e le dico sinceramente che se domani dovessi morire, non mi lamenterei.

March.Lo credo io, non ne avrebbe più il tempo.

Luigi.Ah! mi dimenticava che ella è materialista.

March.E lei?

Luigi.Una volta lo era io pure, ma mi sono corretto; ho cambiato dottrina.

March.Evviva la fede.

Luigi.Non mi parli di fede, tutto è convenzionea questo mondo; si giudica sempre dal punto di vista delle convenienze.

March.Se ne avessi il tempo, mi proverei a convertirlo.

Luigi.Lo tenti, ma sarà fatica sprecata, ed anzi in questo momento mi persuado viemmeglio delle assurdità del materialismo.

March.Mi dica in grazia, perchè ha cambiato bandiera?

Luigi.Non è cosa agevole il dirlo, ma quello che sento alla vista del bello mi esalta, mi commove, e certo la materia non ha tanto potere. Oh! io mi meraviglio altamente che ella non creda nell’ignoto! ma si guardi, signora marchesa, si guardi nello specchio, cerchi ne’ suoi occhi pieni di fuoco, e mi neghi se lo può la potenza del fascino. Io poi che la vedo nel suo insieme, io che in guardarla mi sento acceso d’entusiasmo non posso porre in dubbio l’esistenza di quell’anima che si cela sotto forme sì vaghe; non posso negare che vi siano degli angioli, se me ne vedo davanti uno tanto bello.

March.(con fino motteggio). Molto bene. Ella si serve di tutto per venire allo scopo. — Ha spezzato una lancia contro il materialismo per farmi un po’ di corte.

Luigi.No, proprio davvero, non c’entra la premeditazione;egli è nella foga di parlare che mi sono tradito.

March.Poverino, si è tradito! — Ella fa gran sfoggio d’ingenuità, ma, caro mio, gli ingenui non vanno in casa delle signore passando per le finestre.

Luigi.Madama la marchesa si dimentica che per me la porta era chiusa.

March.Eravi forse necessità di venir stassera?

Luigi.Certo, passata la festa si spegne il moccolo, dice il proverbio, domani era tardi per portare i fiori.

March.Non era un gran male!

Luigi.Comprendo benissimo che il mio omaggio è per lei cosa di poco conto, e che altri migliori di me si meritano preferenze, tuttavia, anche colla certezza di essere tenuto fra gli ultimi, non sarei stato meno colpevole lasciandomi sfuggire l’occasione per dimostrarle che la mia devozione per lei è tanto grande, quanto la sua degnazione per me.

March.Signor Luigi! io non credo d’averle mai dato diritto ad un rimprovero così acerbo. Se a mostrarsi sinceramente amica si guadagna il compenso di essere mal compresa, ne sono dolente. — Ella non è per nulla l’ultimo fra i miei amici, anzi se mi fosse lecito far delle distinzioni, ne farei a suo riguardo.Lo sa più di quanto io possa provarglielo. La mia condizione m’impone dei riguardi che io debbo subire rassegnata, epperciò quando incontro un amico sincero, mentre col cuore gli sono gratissima, debbo però usare seco lui quel fare vago che non desta sospetti o maldicenze. Sa pure che io voglio mantenere assoluta la mia libertà d’azione. Ho i miei capricci e dubito molto degli uomini; sono vedova e voglio godermi in pace la vita; ma ciò non impedisce che io possa degnamente apprezzare un sentimento d’amicizia vera ed affettuosa. Ella dunque, signor mio, è un ingrato; perchè sa tutte queste cose senza che io mi sforzi a provargliele, eppure si diletta a metterle in dubbio.

Luigi.In fede mia, ella ha tutte le ragioni (stringendole la mano). Sono proprio un ingrato, giacchè se è vero che posseggo un poco della sua amicizia, ho assai più che non mi meriti.

March.Così va bene.

Luigi.A dirla franca, mi pareva che il barone Calani occupasse un posto distinto.

March.Oh! Cielo, mi fa una corte ostinata, non trascura nulla, dai mazzolini parlanti ai confetti colle cartoline amorose; ma io non sono tanto ingenua da cader nelle reti per sì poco.

Luigi.E quel marchesino?

March.Mio cugino? Colui mi fa il galante colla certezza d’averne diritto. È mio parente, e lo tratto come tale. Del resto è una creatura molto noiosa.

Luigi.Il conte Pollini però è uomo di spirito, e mi sembra degno di occupare una sedia chiusa.

March.Sì, il conte è meco molto amabile, ma anche lui ha il suo difetto. Si figuri che dice di sognarmi tutte le notti, o colle corna da diavoletto, o colle ali d’angelo.

Luigi.E lei ci crede.

March.Può chiedermelo? non credo agli uomini quando son desti, dovrei fidarmi se dormono?

Luigi.Peccato!

March.Perchè mai?

Luigi.Aveva io pure un sogno da raccontarle.

March.Dica, sentiamo, per lei faccio un’eccezione.

Luigi.Ma non crede?

March.(ironica). Altrochè! e ci punterò sopra cento lire al lotto.

Luigi.Allora ritiro il sogno; ma badi, signora marchesa, i sogni sono rivelazioni divine, Giuseppe salvò l’Egitto.

March.E lei sarebbe un nuovo Giuseppe?

Luigi.Signora no, per quanto poco ci tenga al mio carattere d’uomo, pure le confesso che non sarebbe necessario di lacerarmi il mantello per trattenermi.

March.Peccato che le manchi l’occasione.

Luigi.Si provi lei a prendermi per i panni.

March.(alzandosi). Invece la storia è alquanto modificata; madama Putifarre manda via Giuseppe.

Luigi.Dunque non vuol saperne del mio sogno? Ella è una donna senza fede.

March.Tutt’altro! di fede ne ho molta, quella che mi manca è labuona fede.

Luigi.Ecco una graffiata che non mi merito. Mandarmi via sta bene, ma così bruscamente... Se non racconto il mio sogno, non morirò tranquillo.

March.Me ne rincresce tanto, ma la è proprio così.

Luigi.In guardia, signora marchesa! questa sua repentina risoluzione potrebbe contraddirla alquanto su quella indifferenza che vanta tanto.

March.Vale a dire?

Luigi.Vale a dire che mandandomi via ella confessa in certo modo che la mia presenza le desta un po’ di turbamento.

March.Oh! questo poi no. Ma ella è un granbriccone, e mi costringe a darle prova del mio sangue freddo. Animo ritorni qui, e mi racconti il suo sogno.

Luigi.Così va bene! (si siedono ancora).

March.Racconti pure.

Luigi.Eccomi (tossisce), prima di tutto, dichiaro che trattandosi di un sogno io non ci ho nessuna responsabilità. Quando si entra nel regno di Morfeo, bisogna adattarvisi alla meglio.

March.Questa è la prefazione.

Luigi.Se la signora marchesa sel ricorda, pochi giorni sono, mi invitò a scrivere dei versi nel suo album.

March.(con intelligenza). Ah! sì.

Luigi.C’è una strofa infine che dice:

Talor sognando appagasiLa brama che mi strugge,Mi desto allora... ahi misero!Il labbro tuo mi sfugge.

Talor sognando appagasiLa brama che mi strugge,Mi desto allora... ahi misero!Il labbro tuo mi sfugge.

Talor sognando appagasi

La brama che mi strugge,

Mi desto allora... ahi misero!

Il labbro tuo mi sfugge.

March.(sorridendo). È una petizione quella poesia.

Luigi.Quasi. Oh i poeti sono ben pazzi!

March.Con tutta modestia ella si mette fra i poeti?

Luigi.Mi permetterà almeno di stare fra i pazzi.

March.Non lo contesto.

Luigi.Il mio sogno s’attacca a quei versi. Si figuri che una notte ella venne in casa mia, proprio nella mia camera. Io me ne stava al tavolo leggendo ilFaustdi Göethe, e vagolava colla mente per la notteClassica di Valburgasui campi di Farsaglia, e nei gorghi dell’Egéo fra sirene, najadi,sfingiegnomi, quando ad un tratto vidi proprio lei, signora marchesa, comparirmi innanzi... bella, bella come Elena, avvolta in una lunga veste bianchissima. In vederla io rimasi sorpreso, confuso, elettrizzato, e tratteneva il respiro per la tema di turbare la dolce visione. Vi fu qualche minuto di silenzio per ambe le parti, finalmente l’ombra sclamò con voce delicata:

«Signor Luigi, siete uno sciocco.»

March.Aveva dello spirito quell’ombra (ride).

Luigi.Era la vostra, poteva esserne priva?

March.Continui pure.

Luigi.Perchè? chiesi io, e l’ombra rispose:

«Perchè non avete coraggio; da un anno mi fate la corte, e non sapeste trovare un momento buono.

«Ma, risposi io, marchesa mia, voi avete un’antipatia marcata per gli uomini... diceste voi stessa di non creder più all’amore.

«Sono cose che si dicono, soggiungeste voi (fingendo d’essersi sbagliato). Oh! perdono m’imbroglio, mi lasci che le dia del voi, sarò più libero nella parola.

March.Fate pure.

Luigi.Signora marchesa, se io sapessi... se potessi... dunque vi do del voi?

March.Sentiamo cosa rispondeste all’ombra.

Luigi.[1]Balbettai qualche parola, e poi facendomi animo sclamai: «Ma io, cara marchesa, sono timido, non so dirvi l’animo mio... non l’oso; voi avete delle tristi prevenzioni sugli uomini. D’altronde posso io aspirare ad un vostro sguardo?... voi il fiore della nobiltà, voi così bella, così vagheggiata, non trovereste neanche un sorriso di pietà pel temerario che ardisse alzare gli occhi sino a voi. — Infine io riconosco troppo bene la distanza che ci separa; voi mi stimate assai, ma io valgo poco, perchè indegno della vostra amicizia come della vostra stima, oso di volervi un po’ di bene, ed alimento in me una passione insensata.»

March.Per fortuna che siete timido... del resto chissà dove vi sareste fermato.

Luigi.La timidezza è il mio debole; sognando ho del coraggio, ma quando vi sono vicino mi manca l’animo di aprir bocca.

March.Allora continuate a sognare.

Luigi.Quando ebbi finito, stetti aspettando una severa risposta; ma la vostra ombra invece mi si appressò, e mi stese la mano che io baciai sclamando: «Oh! signora voi siete la creatura più buona che io mi conosca. La vostra anima generosa chiude in sè una scintilla divina, e beato quegli che ne saprà comprendere le segrete aspirazioni!»

March.E l’ombra?

Luigi.Mi rispose: «Vedete, Luigi, non sono poi quella ritrosa indifferente che mi credevate. Ho del cuore io pure, tutto sta saperne trovare la strada. Nata col retaggio di un nome che porta corona di nobiltà; non mi inorgoglisco d’un titolo che sarebbe vano se non fosse accompagnato da prodigalità di cuore e squisitezza di sentire. — Io vi ho compreso benissimo, e voi che siete tanto timido, voi solo meritate un poco del mio affetto, e sì dicendo.... (esita).... e sì dicendo....

March.Avanti.

Luigi.Io non ci ho colpa, marchesa, è un sogno.

March.Ma infine! (durante il racconto la marchesa ricama sempre affettando indifferenza).

Luigi(con fare elegante). E sì dicendo, si abbassò su me, ed io la baciai in fronte.

March.(indifferente). Eppoi?

Luigi(sorpreso). E poi... mi sono svegliato.

March.E l’ombra?

Luigi.Sparita! — d’allora in poi mi punge il desiderio di realizzare il mio bel sogno, e da un mese tento tutti i mezzi, tutti i sotterfugi leciti per venire allo scopo. Mille volte dissi fra me: oggi vado da lei e le dico: Signora marchesa, io ho bisogno di farvi un bacio, del resto morrò... non dormirò più, non mangerò... Siate tanto buona da concedermelo... fate conto di far limosina... ma quando sono qui, mi trema il cuore, divento timido come uno scolaretto, e succede di me come di quell’Olindo che

Brama assai, poco spera, e nulla chiede.

Brama assai, poco spera, e nulla chiede.

Brama assai, poco spera, e nulla chiede.

March.Ammiro la vostra timida riservatezza... gli ardimentosi mi vanno poco a genio.

Luigi.Dunque?

March.(fingendo stupore). Dunque che cosa?

Luigi.È proprio un sogno?

March.E sarà sempre tale.

Luigi.Insomma, signora marchesa, se tantimesi d’un’amicizia disinteressata, se una devozione rispettosa si meritano qualche distinzione, lasciate che io deponga un bacio sulla vostra bella fronte... eppoi discendo di botto dalla finestra, anche colla certezza che ho d’ammazzarmi.

March.Io non mi altero punto, nè mi offendo; so che la indiscrezione degli uomini tocca il sublime, ma vi giuro che se anche foste lì per morire di questa voglia, mi rifiuterei ugualmente (sempre con fare di motteggio).

Luigi.Infine, marchesa mia, per voi non la è la gran cosa! vi lasciate baciar la mano da chi lo desidera.

March.Ma nella mano ho le unghie, e graffio.

Luigi.E non avete lì due occhi che straziano assai più.

March.Ah! poverino, fate sforzi da Ercole per trovare una goccia di spirito, ma in questo momento non siete in voi...

Luigi.È verissimo, sonoin voi.

March.Ci manca il mio permesso.

Luigi.Non ne abbisogno, io sono nel mio diritto. La chiesa dice:Non desiderare la donna d’altri, ma voi siete di nessuno. Siete vedova, che è quanto dire in disponibilità.... dunque posso arrischiarmi.

March.Bevete del papavero e sognerete ancora.

Luigi.Signora marchesa, la vostra ombra è un po’ più arrendevole. Infine poi non vi ha nulla di male in quello che chieggo. Un bacio sulla fronte ha del paterno.

March.Avrei un padre molto scapestrato.

Luigi(con qualche stizza). Oh! sogno traditore! se non fosse troppo vecchia la cavata esclamerei: (comicamente) Perchè mi risvegliai!?

March.Davvero che se esamino bene, trovo in voi la solita presunzione, eterno retaggio di questouomoche si chiamaforte. Ah! la vi par cosa facile realizzare un sogno! e con un coraggio degno di miglior sorte, voi siete qui venuto per dirmi che sognate delle corbellerie... ma, mio caro, andando di questo passo vi fisserete in mente qualche giorno di abbracciare la luna. Avrete detto fra voi: m’è venuto il ghiribizzo di fare un bacio alla marchesa, ho dello spirito, delle risorse, e posso tentare il colpo. Colle vostre circonlocuzioni viziose un giorno mi obbligaste a domandarvi dei versi, e voi subito una stoccata per cantarmi in rima il vostro desiderio inqualificabile. Oh le donne sono scioccamente ingenue, cascano presto nella rete!... Quattro versi stirati alla meglio, alcune cadenze pescate nel Rimario, fanno un grand’effetto. Elì giù a comporre e scrivermi sull’Album una poesia ch’io leggo per esilararmi.

Luigi.Oh!

March.Ma sì, certo, credete forse che io presti fede al vostrostruggimento?(lo canzona) poverino! se vi batte il cuore prendete delcloraglio... oppure bagni freddi; vi gioveranno per la testa che è un pochino guasta. Credete voi altri che bastino alle donne le vostre affettature galanti, e le eterne frottole che andate snocciolando coi soliti sospiri e contorcimenti d’occhi?... Ih! ih! ci vuol altro! cuore e sincerità, non presunzione e frivolezza. Credete di ingannar noi, ma quasi sempre siete voi gli ingannati. Ci vuol altro, caro signor Luigi, ci vuol più spirito e più giudizio. Dopo tutto una cosa sola mi dà pena, ed è quella di vedervi fare una figura molto comica in quest’affare. (ridendo) Per carità non raccontate l’avventura ai vostri amici, ne riderebbero un’eternità.

Luigi(sopraffatto). Signora marchesa, felice notte.

March.Dove andate adesso?

Luigi.Mi butto di balzo giù dalla finestra, non mi resta a fare altro per provarvi di non esser tantoleggiero.

March.So benissimo che non mettereste le ali.

Luigi.Ma se resto qui ancora mi spunteranno le orecchie.

March.Non avete giustificazioni?

Luigi.Sì, signora, ne ho una che vale per tutte. Se io caddi in errore si fu per creder troppo nell’esperienza di uno dei nostri grandi poeti.

March.Quale?

Luigi.Il Tasso che scrisse nell’Aminta quei versi:

Oh tu non sai com’è fatta la donna!Fugge, e fuggendo vuol ch’altri la segua.Nega, e negando vuol ch’altri si tolga,Pugna, e pugnando vuol che altri la vinca.

Oh tu non sai com’è fatta la donna!Fugge, e fuggendo vuol ch’altri la segua.Nega, e negando vuol ch’altri si tolga,Pugna, e pugnando vuol che altri la vinca.

Oh tu non sai com’è fatta la donna!

Fugge, e fuggendo vuol ch’altri la segua.

Nega, e negando vuol ch’altri si tolga,

Pugna, e pugnando vuol che altri la vinca.

Io ci ho creduto; voi negaste ed io volli togliermi, pugnaste e volli vincervi, e mi resto dopo tutto con un pugno di vento.

March.Ma voi che siete poeta, come mai credete alle fanfaluche dei vostri confratelli? pensate a tutte le bugie che diceste in rima, e ditemi se avete ancor coraggio di credere. Però debbo riconoscere in voi un abile strategico, avete esplorato il mio campo di battaglia, studiato i miei libri. Davvero che siete assai previdente; duolmi che abbiate sciupato la fatica per battagliare contro un mulino a vento. Don Giovanni è diventato don Chisciotte! (ride).

Luigi.Sono lieto di una cosa, ed è che se non altro riesco a mettervi di buon umore.

March.Sfido io a star seria con questi squarci di lirica che m’andate tirando fuori. Ah voi siete della scuola del Tasso? vi compiango di cuore, perchè se seguite in tutto il vostro maestro finirete voi pure in un ospizio di pazzi, con molto minor gloria.

Luigi.Se ciò accadesse, voi signora marchesa, dovrete averne rimorso.

March.Oh! bella, e perchè mai?

Luigi.È facile respingere una responsabilità, e certo a bella prima sembra che voi siate la creatura più innocente del mondo. Pure non è così, la bellezza, signora mia, in certi casi è un reato. Che ne possiamo noi poveri uomini dalla fantasia accendibile se al fascino d’uno sguardo, alle graziose movenze, al suono di una voce soave, non sappiamo tener salda la ragione? Ma io mentre vi guardo mi sento capace di tutto, non sono più padrone di me, e se mi comandaste di passarmi il cuore vi ubbidirei!... E tutto ciò non è forse l’effetto di una malìa, l’influenza del fascino che esercitate? Se domani venissi tratto in giudizio, io vi citerei come mia complice, perchè colla vostra cortesiaseverami faceste dar di volta al cervello.

March.Molto bene; ma è forse nostra colpa se gli uomini sono tanto buoni da far pazzie per nostro conto?

Luigi.Sì, e ve lo provo. Voi siete bella, lasciate che vel dica, so che vi fa piacere; ostentate indifferenza per questa dote eccelsa della vostra persona, ma il fatto vi contraddice. Perchè se non badate agli uomini, perchè vi fate più bella coi ricci bizzarri della capigliatura, con abiti provocanti, con pizzi e merletti che sfumano misteriosi confini? Così facendo, tradite la vostra intenzione, quella di piacere. Ecco la colpa, ecco il male. Noi poveri uomini alla vista di tanta leggiadria andiamo in delirio; il tocco di una bella manina ci desta dei fremiti, le movenze graziose ci esaltano, un’occhiata ci fulmina... noi vediamo e siamo vinti. Supplichiamo per una grazia ed eccoci un rifiuto; domandiamo un sorriso e ci si risponde con un’occhiata torva. Dunque resta provato che tiranneggiate per progetto, e la responsabilità dei nostri errori ricade tutta su di voi! — (La marchesa lo guarda con aria quasi di crederlo... Luigi dopo una pausa si avanza dubbioso e sorridente). — Dopo tutto, signora marchesa, eccomi ancor qui umile e supplichevole; lasciate che realizzi il mio bel sogno, eppoi farò quello che più vi piacerà.

March.(con malizia). No, no. Ah! credete che io mi lasci persuadere da dolci parole? Io non mi piego.

Luigi.È la virtù delle canne deboli; si rompono.

March.Dite quel che vi piace. In quanto alvostro sogno, farete meglio giuocandolo al lotto.

Luigi.È questa l’ultima parola?

March.No, la penultima... eccovi l’ultima (gli dà la mano); felice notte.

Luigi(risoluto). E sia. Signora marchesa, io ricorderò quest’ora passata insieme come quella più lieta di mia vita.

March.Ciò è cavalleresco! Badate, nello scendere, con alquanta precauzione, vi troverete sul pergolato. Domani, se siete ancor vivo, venite a dirmi come ve la siete cavata.

Luigi(un po’ serio). Mi rincresce, ma domani non posso, vado via.

March.Ebbene dopo domani.

Luigi.Nemmeno.

March.Andate dunque molto lontano?

Luigi.Oh molto... vado in America!

March.(colpita). Oh! che dite?

Luigi.Parto per Lima, ove raggiungo mio fratello.

March.E poi?

Luigi(commosso). E poi... mi fermo là.

March.(c. s.) Per sempre?

Luigi.Chi sa!

March.Necessità d’affari forse?

Luigi.No, signora, disgusto di stare in questa vecchia Europa, terra per me di fallaci lusinghe.

March.(con apprensione). Che volete voi dire?

Luigi.Voglio dire, signora marchesa, che quando si fanno dei bei sogni, bisogna scontarli con un triste risveglio. Voglio dire che quando si è tanto stolti da crescere nel seno delle false speranze, bisogna sopportarne le delusioni. Ma io non ho la forza di restar qui coll’eterno spettacolo dinanzi agli occhi di una felicità che sarà sempre un sogno per me. Parto, il viaggio, e gli affari faranno forse più di quanto non potè la ragione.

March.(commossa). Luigi! giuratemi che questa partenza non è uno stratagemma.

Luigi.Sull’onor mio, signora!

March.(con qualche imbarazzo). Ebbene, poichè andate tanto lontano... e forse non ci vedremo più! non voglio certo lasciarvi partire disgustato. Se veramente vi fa piacere... se lo desiderate proprio di cuore, eccovi la fronte, fatevi un bacio!

Luigi(con slancio represso). Matilde, voi siete un angelo!... (la bacia).

March.(un po’ confusa). Ricordatevi degli amici... e di me!

Luigi.Sempre serberò di voi la più cara memoria (la bacia ancora poi fa per partire).

March.(con tenerezza). Luigi! restate in Europa?

Luigi.È impossibile, soffrirei troppo.

March.(dopo breve esitanza). Allora PORTAMI con TE in America.

Luigi(tornando a lei). Che dite?

March.(con slancio stringendogli le mani). Dico che un cuore nobile come il TUO si merita assai più che non sia il meschino dono della mia mano!

Luigi(inginocchiandosi). Oh! grazie!

March.(rialzandolo). Dunque, partirai ancora?

Luigi.No, resto in Europa! (l’abbraccia).

FINE DEL LEI, VOI E TU.


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