RE

Quel trotto monotono della sua cavalcatura sembrava cullarlo a guisa di un bambino; l'acqua che gli percoteva a spruzzi leggerissimi e quasi vaporosi sui capelli e sul viso, pareva accarezzarlo come una mano di donna adorata; il vento che spirava leggerissimo, pareva soffiargli sul viso come l'alito profumato d'una fanciulla; oltre a ciò gli alberi erano pieni di usignuoli che cantavano nonostante l'imperversare della pioggia; e vi era nell'aria qualche cosa di sì voluttuoso e sì molle che rendeva impossibile qualunque sentimento che non fosse stato calmo, affettuoso e gentile.

Ad onta di questo stato di cose, Rosen pensava in che modo gli sarebbe riuscito domani di morire, giacchè egli era intollerante d'indugii, e vagheggiava nuove venture e nuovi progetti.

Ad ogni ombra che pareva disegnarsi ai lati della via, ad ogni lieve rumore di passi, il cuore di Rosen batteva più concitato e si riapriva alla speranza e alla gioia. Egli entrò ad arte nelle macchie, e attraversò il piccolo bosco diCok-sautintrattenendo quasi il respiro tanta era la sospensione d'animo in cui si trovava, e l'impazienza di imbattersi in qualche pericolo, o di dare in una imboscata di malandrini.

Ogni gruppo di piante gli pareva un assembramento di ladri, ogni cespuglio un assassino appostato sul suo sentiero, ogni ramo copertodi lichene bianco una lama di coltellaccio, o una canna di trombone.

Egli pensava in che modo si sarebbe contenuto con essi. Certo i ladri non sarebbero stati meno di due o di quattro, forse anche di più—che gioia!.... e avrebbero avuto delle buone armi.... E come trattarli?... Colle buone?.. peggio! non si sarebbe fatto nulla: bisognava dir loro—assassini, furfanti, paltonieri, non mi sfuggirete; sono il Commissario generale io, domani sarete arrestati, e giuro al cielo che vi farò impiccare come tanti cani, senza darvi il tempo di fare un esame di coscienza.

Rosen si era talmente investito della sua parte che inveiva ad alta voce contro questi assassini immaginarii come se li avesse avuti dinanzi, ed era già uscito dal bosco diCok-sautinsenza avvedersene.

Il giorno era sull'albeggiare allorchè egli incominciò a scorgere in lontananza i campanili della città, e sentì i rintocchi misurati di una campana che pareva suonare l'allarme. Aguzzando lo sguardo su quella linea bianchiccia dell'orizzonte, sul cui fondo si disegnavano a masse oscure e confuse le case di Montdidier, gli parve distinguere un'ampia colonna di fumo che si sollevava a spire nere e pesanti e si riuniva alle nubi che pendevano ancora fitte ed oscure sulla città. Rosen spronò il suo cavallo, e come fu più dappresso alle mura, distinse delle lingue di fiamme che uscivano dal tetto e dalle finestre d'una casa, e conobbe che si trattava d'un incendio.

Rianimato da questa nuova speranza abbandonòle briglie sul collo della sua cavalcatura, le ficcò nel ventre gli sproni e giunse alle porte di Montdidier prima che gli abitanti di quel paese, che hanno fama di essere la gente più dormigliona, e le teste più tarde di tutta la Francia, fossero accorsi a domare in qualche modo l'incendio.

Rosen arrivò dunque dei primi, e non aveva ancora avuto agio d'osservare da che parte e con quale pretesto avrebbe potuto gettarsi, nella casa incendiata, che lo colpirono queste voci:

—Bisogna salvare papà Caupin, povero papà Caupin! egli deve essere inchiodato sul suo letto dall'artritide... egli morrà soffocato. Non vi è alcuno che voglia salvare papà Caupin?

—Sono qua io, disse Rosen, dove è la stanza di questo malato?

—O signore, che il cielo ve ne rimuneri; è la prima stanza a sinistra, al secondo piano, vi è l'uscio lì sulla scala; se non vi fosse lo trovereste nel gabinetto appresso.

Rosen senza aspettar altro, sicuro che quel mezzo di morte era infallibile, entrò sorridente nel pianerottolo e si avviò risoluto su per le scale, esclamando tra sè stesso: è la provvidenza che mi ha mandato a Montdidier.

Ma non aveva salito due gradini che le fiamme lo circondavano da tutte le parti, e gli toglievano il respiro; i capelli e la barba friggevano cagionandogli terribili scottature alle guancie; i suoi abiti incominciavano ad arricciarsi; e fu caso se un sentimento istintivo di umanità e la fermezza sua nel propositodi morire, valsero a spingerlo fino al secondo piano nella stanza di papà Caupin che giaceva svenuto sul pavimento. Sollevarlo, recarselo sulle spalle, ridiscendere a precipizio le scale, fu l'opera d'un istante per Rosen, che si presentò alla folla accolto da una salva di grida e di battimani; e stava per rigettarsi nell'incendio, quando si sentì afferrare l'abito da una giovine donna tutta discinta e coi capelli disciolti a onde giù per le spalle, che gli diceva lacrimando:—Deh? per carità, signore, salvate i miei due bambini, li troverete nella terza stanza a destra, al terzo piano... ma fate presto.... andate... pregherò sempre il cielo per voi!

Rosen non aspettava altro, e si ricacciò nell'incendio. Fu visto ricomparire poco dopo, tenendo nelle braccia i due fanciulli che venne a consegnare alla loro madre, ma sì sfigurato dalle bruciature e dalle fatiche, che lo si poteva riconoscere a stento. Nondimeno egli non aveva smarrito ancora la ragione, nè dimenticato lo scopo vero e diretto del suo disegno.

Benchè stordito dal dolore, affannato dall'anelito, e quasi acciecato dal fumo e dalla luce, si gettò una terza volta nelle fiamme. Gli spettatori tentarono invano di trattenerlo, gridando:—Cosa fate? È inutile... non c'è più nessuno da salvare. Povero giovine, non capisce più nulla... già... non discenderà più questa volta. Che eroismo! che cuore! Ed è dei nostri? È di Montdidier?

Ma Rosen non aveva inteso o voluto intendere nulla: era suo disegno di raggiungereil piano più elevato, buttarsi sul primo pavimento che minacciasse di sfondare, e farsi travolgere con esso nelle rovine.

Era giunto così al quarto piano, sotto l'arco di un uscio che poneva in comunione due stanze; le travi dei due solai crepitavano, e le fiamme ne uscivano qua e là lungo le pareti; egli scelse quello tra i due che pareva sarebbe sfondato più presto, ma vi s'era appena gettato che vide l'altro piegarsi nel mezzo, aprirsi e precipitare scompostamente con un orribil rovinio, mentre quello su cui egli stava distaccatosi soltanto dalle pareti, scendeva dolcemente tutto intero, e senza piegare, sfondando i piani sottostanti che ne ammorzavano l'urto e la rapidità col loro ostacolo.

In una parola Rosen si trovò in fondo come se ve lo avessero calato con delle carrucole, e non aveva avuto tempo a meditare sulla sua situazione, che gli spettatori, vistolo dalle finestre del pian terreno, vi penetravano da tutte le parti, e lo estraevano, suo malgrado, da quelle rovine.

Rosen era sì sofferente e sì addolorato che svenne. La folla piena di gratitudine e di ammirazione per lui, lo accompagnò, acclamandolo, fino ad un'altra casa del signor Caupin, dove fu portato in lettiga, e posto a letto per essere medicato delle sue ferite.

Nella sera di quello stesso giorno Lamperth, giunto a Montdidier, si recò al caffè della Pace, dove Rosen gli aveva dato convegno, e dopo avervi bevuto il fiore di latte, che hafama di essere il migliore che si beva nella Francia, tolto in mano il giornale della provincia, vi lesse con suo stupore queste parole:

«Eroismo.—Un grande incendio si è sviluppato stamane nella casa del signor Caupin. Si avrebbero avuto a deplorare perdite dolorose,—quella dello stesso Caupin impedito nel camminare, e di due piccoli fanciulli—se un viaggiatore inglese arrivato in quel momento nella nostra città, non li avesse tratti a salvamento, gettandosi, senza esitare, nelle fiamme, e riportandone tali ferite che lo costringono al letto nell'altra casa dello stesso signor Caupin dove venne ricoverato. Egli è certo barone Alfredo di Rosen, nativo di Londra. Siamo lieti di annunciare che il comune di Montdidier, in seduta d'oggi, gli ha conferita ad unanimità di voti, la medaglia d'argento al valore civile.»

** *

Lamperth, dopo essersi informato del luogo ove era situata la casa del signor Caupin, andò a rendere una visita a Rosen. Lo trovò profondamente abbattuto, e sì trasfigurato dalle scottature e dalla perdita delle sopraciglia, dei capelli e della barba, che durò fatica a riconoscerlo. Lamperth stesso che non aveva un cuore tenero come la giuncata, si sentì tuttorimescolare a quella vista, e stendendogli la mano con atto di pietà e d'interessamento che pareva, ed era certo, sincero, gli chiese: Come state?

—Voi vedete in me, gli disse Rosen con aria di abbattimento profondo e senza rispondere direttamente alla sua domanda, voi vedete in me un uomo che è incontrastabilmente il più sventurato fra quanti abbiano patite sventure d'ogni sorta nel mondo. E ciò non di meno sento che questo dolore non ha il potere di uccidermi; e ho non so quale presagio nel cuore che mi dice che io devo vivere, vivere inesorabilmente a dispetto della mia volontà, e de' miei progetti. Ah! domandare soltanto di morire.... e non poter morire! È una cosa orribile!—Che volete? sono travagliato da un'idea fissa, da un dubbio, da un sospetto che mi atterisce. Sarei io mai dotato di una natura immortale? È un pensiero che mi fa rabbrividire, e non di meno non lo posso scacciare dalla mia mente. È un pensiero che se io fossi suscettibile di morire, basterebbe solo ad uccidermi.

—Sentite, riprese Rosen dopo qualche intervallo di silenzio, se io potessi morire di veleno, dopo il fatto di ieri, dopo che si conosce a Montdidier la mia qualità di barone, credete che potrei destaresospettodi suicidio?

—Non lo credo, disse Lamperth, ma dovete pensare che ne cadrebbe il sospetto sopra persone innocenti. Le cronache giudiziarie registrano a questo proposito dei fatti terribili,e i primi tentativi che avete fatto per morire vi hanno già creata una responsabilità abbastanza grave.

—È vero, interruppe Rosen, con accento mortificato, ma la verità verrebbe poi sempre alla luce.

E avendo veduto che Lamperth aveva come accennato del capo in atto di adesione, dopo un istante di silenzio, afferrò le sue mani, si sollevò un poco sul guanciale, e gli disse con suono di voce supplichevole:

—Lamperth, mio buon amico, ve ne scongiuro, deh! procuratemi un veleno.

—Impossibile, rispose Lamperth con aspetto grave e severo; io posso assistere alla vostra morte, posso assecondare fino ad un certo punto i vostri disegni, giacchè ho compreso che è impossibile di potervene distogliere; ma non posso procurarvi io medesimo i mezzi di morire. Rivolgetevi ad altri. La mia coscienza m'impedisce di favorirvi.

—Bene, bene, disse Rosen, sia come non detto, ma ciò non di meno voi sapete che ho della simpatia per voi.... voi siete incaricato di una lettera per mia moglie... avete ricevute le mie confidenze... ve ne prego, ottimo signor Lamperth, non mi abbandonate sì presto.... Se non posso morire qui, conto di venire con voi in Italia, dove credo che un uomo che non chieda che di morire, possa correre miglior fortuna che in Francia.

—Oh! in quanto a questo rassicuratevi, disse Lamperth, io vi seguirò dappertutto, e indugierò a partire da Montdidier fino a chenon sarete guarito. Tanto più che si beve realmente dell'ottimo fiore di latte a Montdidier... bisogna dirlo, non è un cattivo soggiorno...

—No, no, riprese Rosen, vi ho passati alcuni mesi nella mia infanzia, e non è veramente un soggiorno dispiacevole, ma io non domando che di morirvi.

—Speratelo, conchiuse Lamperth stringendogli la mano, e accomiatandosi da lui; la fortuna è capricciosa, e può concedervi domani ciò che vi ha rifiutato oggi; e quando meno state in aspettazione delle sue grazie, colmarvi de' suoi doni e de' suoi favori. Ma rimanete tranquillo; verrò a rivedervi domani; spero trovarvi peggiorato.

Appena Lamperth si fu allontanato, ciò che Rosen aspettava con impazienza, egli fece chiedere d'un giovine commesso di farmacia che gli aveva recate alcune medicine, e applicate alcune striscie di taffetà nel giorno antecedente, e gli disse:

—Voi dovete essere un ottimo ragazzo, e ho in mente di giovarvi per quanto mi è possibile, combinando l'interesse vostro ed il mio in un affare che vado a spiegarvi in due parole. Il cuore mi dice che noi riusciremo a qualche cosa. Ecco come sta il fatto. Si tratterebbe di un.... bisognerebbe.... ascoltatemi.

—Dite, io sono tutto orecchi.

—Vado a spiegarmi: io ho un'amante nel mio paese, una ragazza a dovere... figuratevi... una bellezza rara, una bellezza prodigiosa; una di quelle donne che hanno diritto a pretenderein un amante delle attrattive irresistibili.... ora... non dico d'averle avute io, ma certo... voi lo vedete, la mia faccia, i miei lineamenti sono alterati, io sono ora un uomo brutto, diciamolo francamente, brutto, è la parola. Io non ho più il coraggio di farmi rivedere da lei in questo stato, ho preso una risoluzione energica, irremovibile; ho deliberato di... Come vi chiamate signor Tricotèt?

—Tricotèt, l'avete detto.

—E a che somma ascendono i vostri onorarii?

—Oh! ad una somma assai lieve, se volete, ma considerevole sempre per un giovine commesso di farmacia, a venticinque lire mensili.

—Bene! riprese Rosen, sappiate adunque che per i motivi che vi ho esposti, io ho deliberato di... morire; e vi darò qui su due piedi venticinque mila franchi se voi mi procurate un veleno per farlo.

—Un veleno! esclamò Tricotèt alzandosi due spanne dalla sua sedia; ma, signore, se non è che il timore della vostra deformità che vi consiglia questa determinazione, io vi assicuro che voi guarirete: fidatevi di me, sono in grado di accertarvelo, io; studio il terzo anno di farmaceutica; e non sono più di due mesi che colla pomata vergine di Vernicot, ho fatto rinascere le ciglia e i capelli all'illustrissimo signor Verrier, che è l'avvocato generale del dipartimento, e che era raso quanto una guancia... Avete detto venticinque mila franchi?

—Venticinque mila.

—E che veleno vi occorrerebbe?

—Oh! un veleno qualunque..... purchè sia potente, pronto, efficace, ma sopratutto potente.

—In quanto a questo, non avreste a temere.... credo avervi detto che studio il terzo anno di farmaceutica; queste cognizioni le ho sulle punta delle dita.

—Bene, bene, riprese Rosen, pensateci seriamente, ne va della vostra fortuna.

—Ci penserò, disse Tricotèt avviandosi verso la porta per uscirne. Ma non aveva ancora chiuso l'uscio dietro di sè, che ritornò nella stanza di Rosen e gli disse:

—Signore, ci ho pensato... parmi di poter accettare.... ho a mia disposizione una certa pasta nera, il cui effetto è terribile, è immediato, benchè procuri una irritazione intestinale abbastanza sensibile... se voi credete... se persistete nella stessa offerta, io ve la potrei procurare dietro la riscossione della somma su cui abbiamo convenuto.

—Non v'è che dire, riprese Rosen, voi mi darete il veleno... la pasta.... ciò che dite, ed io vi sborserò i venticinque mila franchi.

—Accettato, rispose Tricotèt con risolutezza, volo a provvedermene: fra due minuti sarò di ritorno.

Rosen, sicuro finalmente di morire, si abbandonò tutto alla voluttà di questo pensiero.

Un istante dopo Tricotèt ricomparve portando con sè un piccolo vaso ripieno d'unapasta nera che liberò con molta precauzione da cinque o sei fogli di carta in cui era avviluppato, e lo presentò a Rosen dicendogli:—Non avrete tempo a prenderne quattro boccate che sarete freddo.

Rosen gli sborsò i venticinque mila franchi che erano tutto ciò che gli rimaneva della sua fortuna. Tricotèt li intascò con tutta l'impassibilità d'un uomo d'affari; ridiscese a saltelloni la scala, e, preso un posto nella diligenza di Lafitte, partì in quella stessa mattina per Parigi.

—Rosen, rimasto solo, si raccolse tutto in sè stesso, richiamò tutte le sue memorie, ripensò alla sua fanciullezza e a sua moglie, fece un breve esame di coscienza, si pose in pace alla meglio con essa e con sè medesimo, e dato un addio alla vita e alle sue rimembranze, rinchiuse gli occhi e ingoiò in quindici o venti boccate tutto il suo veleno.

Era un sapore acre ma dolce, e pareagli d'averlo gustato altre volte; non aveva nulla di disgustoso, nulla di forte, e Rosen stava per dubitare della fede di Tricotèt, quando lo incominciarono ad assalire degli spasimi colici così potenti che non potè trattenere suo malgrado le grida. Erano dolori orribili, insopportabili, atroci. Rosen, come tutte le nature vivaci, ma deboli, era vile dinnanzi al dolore. I suoi lamenti fecero accorrere il signor Caupin che, non ostante le sue proteste, si affrettò a mandare pel medico.

Rosen nell'entusiasmo del suo sacrificio non aveva preso tutte le precauzioni opportune,e aveva dimenticato sul tavolo il vaso del veleno. Se ne avvide troppo tardi quando il medico se l'era già tolto in mano, e esaminandone le reliquie gli diceva:

—Che diavolo avete preso o signore? Chi è quell'asino di dottore che vi ha fatto una simile ordinazione? Oh la scienza! E c'è tanto da vergognarsene... siamo giunti davvero a un bel punto!... Quattr'oncie di conserva di prune coll'emetico! È una cosa orribile, un'ordinazione da cavallo!....

—È il signor Tricotèt, mormorò Rosen tra lo spasimo, un commesso di farmacia che....

—Il signor Tricotèt!.... diamine... ho trovato or ora il suo padrone, il degno farmacista Sapiston, che ne va in cerca per monti e per mari; egli ha ricevuto in questo momento una sua lettera in cui gli annunzia che parte oggi stesso per Parigi, e va ad acquistarvi una delle farmacie meglio avviate della capitale.

—Ah Tricotèt scellerato! disse Rosen, tenendosi il ventre colle mani, piccolo malandrino! giuro al cielo che io vo' guarire a posta, rinunciare a tutti i miei progetti per andargli a strappare le orecchie a Parigi.

—Via, via, disse il dottore in aria di conciliazione, quel piccolo monello vi ha fatto uno scherzo di cattivo genere, ma la cosa non ha in sè nulla di conseguente, prima di domani sarete perfettamente guarito.

Venti giorni dopo questo avvenimento, Rosen ristabilito della sua malattia, prendeva con Lamperth la strada della capitale.

Un nuovo campo di avventure doveva aprirsi adesso per Rosen. In quel gran centro che è Parigi dove le statistiche registrano ogni giorno centinaia di furti, di aggressioni, di delitti, di calamità d'ogni genere, non doveva riuscirgli difficile di morire. Almeno Rosen lo sperava; considerava le avversità passate come un brutto giuoco della fortuna, ma nulla più che un giuoco; era impossibile ch'essa potesse contendergli più a lungo la realizzazione di un desiderio sì semplice e sì naturale, il compimento di un destino inevitabile e comune a tutte le cose. Oltre a ciò egli era divenuto triste e soffrente; bisognava aggiungere alle cause che lo eccitavano a desiderare con tanta ostinazione la morte, quel non so che di mesto e di inusitato che gli era provenuto dalla sua infermità, e il dispiacere delle traccie che ella aveva lasciato sulle sue fattezze. Perchè Rosen ci teneva alla sua avvenenza, e non aveva totalmente mentito quando aveva detto a Tricotèt che non avrebbe potuto reggere al pensiero di rivedere l'Inghilterra così malconcio.

Il più delle volte noi amiamo di essere belli per noi stessi, perchè amiamo anzi tutto noi stessi, e consideriamo la bellezza fisica come un riflesso, come un'espressione della bellezza morale.

I fanciulli che ignorano ancora tutta l'influenza che la beltà esercita sugli affetti, ambiscono nondimeno di essere leggiadri, ed è questo il primo istinto di vanità che apparisca ordinariamente nell'uomo. Vi furono inogni tempo delle donne segnalate per avvenenza straordinaria, le quali non amarono alcuno, e furono tuttavia felici, e trovarono nella sola coscienza di questa loro beltà un conforto a mali grandi e reali della vita che non avrebbero saputo tollerare altrimenti. Egli è che esse amavano potentemente e sovra tutto sè stesse; e si è spesso tentati di credere che quell'amore che si dà ad altrui non sia che un'esuberanza, un residuo di quello che si dà a noi medesimi. Si toglie a sè, e si dà ad altri; più amate altrui e meno amate voi stesso: da ciò il sacrificio in amore, e quella legge immutabile di egoismo che lo governa provvidamente e lo frena.

Rosen incominciò da quei giorni una nuova serie di tentativi.

Risoluto a non ritentare le sorti del duello che non gli avevano fruttato fino allora che dei rimorsi crudeli, immaginò nuove imprese e nuovi disegni: ma non era così agevole l'immaginarne di efficaci e di utili. Ne concepiva molti, e molti ne rigettava come ineffettuabili. Vi era sempre in ciascuno di essi qualche ostacolo, qualche conseguenza probabile che lo distoglieva dall'eseguirla. Perchè egli si era fatto saggio dopo quelle prime prove, e la sua coscienza infiacchitasi, come suole nella malattia, gli suggeriva rimedii più cauti e più onesti.

In quel primo periodo della sua dimora a Parigi aveva cercato, ma indarno, di morire con qualche mezzo comune; si era buttato tre o quattro volte tra le carrozze che gli attraversavanola via, come persona che ha difetto d'udito, o che non bada molto a sè per distrazione soverchia; ma i cocchieri erano sempre stati troppo avveduti, e s'erano sempre trovati importuni che gli avevano strillato alle orecchie:—Ehi, signore, la si guardi, badi che le viene addosso una carrozza; e talora ne l'avevano sottratto a forza, afferrandolo e trattenendolo violentemente per l'abito. S'era provato a passeggiare lungamente e pazientemente sotto i ponti e sotto le bertesche degli edificii in costruzione, sperando la caduta d'una tavola, d'una pietra, o di un arnese qualunque che avesse potuto ucciderlo, ma indarno: aveva girato tutto il vecchio Parigi, e cercato tra quelle case antiche e tra quei vecchi recinti di giardino qualche muro che minacciasse di sfasciarsi, e vi aveva passato notti intere aspettando che rovinasse, ma non era stato più fortunato in ciò, di quanto lo fosse già stato dapprima. Un destino misterioso altrettanto che strano, governava la vita di Rosen.

Spesso nello scorrere per passatempo i giornali della sera, si arrestava con un senso di sdegno e d'invidia a meditare sull'elenco dei morti nella giornata—tre o quattrocento ogni giorno; e tra essi molti più giovani di lui, molti fanciulli che vi avevano diritti infinitamente minori..... E tuttavia egli viveva.... Talora si sentiva sgomentato nello scorgere che la maggior parte di quei morti erano vissuti fino ad una età molto avanzata, fino a settanta, a ottant'anni; ve n'erano spessoalcuni che per poco non avevano toccato il secolo.... Se egli avesse avuto lo stesso destino.... se fosse stato condannato ad una vita sì lunga!

In quegli intervalli di scoraggiamento tornavalo ad assalire il sospetto che egli fosse dotato di una natura immortale, che tutti i suoi sforzi sarebbero riusciti vani, eternamente vani... Non poteva reggere al pensiero di una vita che non doveva aver fine; era questo fine che egli voleva affrettare, che egli voleva raggiungere; e quantunque si avvedesse dell'assurdità di un simile sospetto, n'era soventi in timore, e passava giornate angosciose, travagliato, come era, da un pensiero così scoraggiante e terribile.

In quei giorni avendo appreso che molti assassinii succedevano la notte nei quartieri più remoti di Parigi, suiboulevards, al bosco di Boulogne, in quelle vecchie e strette viuzze che si trovano dal lato occidentale della città, Rosen vi si cacciava tutte le sere, e vi errava per lunghe ore senza frutto; rientrava a notte inoltrata, e talora, verso il mattino, scoraggiato, prostrato, vinto da quella cieca fatalità che vigilava con tanta costanza sulla sua vita. Oltre a ciò egli doveva struggersi di celare l'entità della sua persona: le sue avventure di Dover e di Amiens avevano messo la polizia sulle sue tracce, e benchè egli non avesse palesato a persona il suo nome, bastava un indizio, un sospetto, perchè si fosse venuto in chiaro di tutto. Più che di una pubblicità disonorante, Rosen temeva dellaviolazione del suo segreto, dell'inutilità del suo sacrificio, e delle ristrettezze domestiche di sua moglie. Si era creato mille sorgenti di dolori, mille motivi di pene e d'inquietudini, e comprendeva di non potervi rimediare che morendo.

Aveva risolto di abbandonare Parigi, quando una sera essendo entrato in una bettola, come soleva fare, per corrervi qualche avventura, e essendosi seduto colle spalle rivolte a un assito che tramezzava la camera, scorse da una fessura delle tavole quattro persone, che sedevano in un angolo della stanza, discutendo a bassa voce circa un complotto di furto che si proponevano di effettuare in quella notte medesima. Quantunque essi parlassero assai piano, non riuscì difficile a Rosen che stava origliando alla fessura, d'intendere queste parole:

—Vi ripeto che il teatro dell'Opera non finisce che dopo la mezzanotte. È impossibile che egli ritorni prima di quell'ora.

—Ma siete poi sicuro che il signor Meustrier vi vada tutte le sere?

—Tutte le sere.

—Bene! ma io credo ad ogni modo che convenga indugiare fino alle undici. Sapete che al secondo piano la signora Ronson non si corica mai prima di quell'ora, e si ferma spesso sulpianerottoload inacquarvi i suoi vasi di basilico. Già, io temo di voi, mio caro amico, perdonatemi, ma siete così smemorato; metterei un occhio della testa che prima che siate partito e tornato per le nostre provviste,avrete dimenticato la strada, la casa, il numero, e perfino la qualità di dottore dell'onorevole signor Meustrier, e lo scopo per cui andiamo a rendergli quella visita.

—Via, e lo so a mente come le litanie: vicolo della Chiusa, n. 42, piano terzo, uscio a sinistra, quattro finestre sul vicolo, abitazione del signor Meustrier, dottore in ambo le leggi. Ma a me passano pel capo ben altri timori.

—E sarebbero....

—Ve l'ho già detto; voglio dire quella persona che ci spiava alla cantina del Falcone, e che sarebbe stato scambiato per un ispettore di polizia anche da un cieco. Temo che ci abbia uditi.

—Voi non vedete che ispettori di polizia. Ma è tempo che andiate per le cose nostre... già non vi dimenticherete del convegno... al tocco delle undici sull'angolo.

—E se...

—Cosa?

—Se nel discendere e nel salire, incontrassimo il signor Meustrier, se lo trovassimo in casa...

—In casa è impossibile, non torniamo sulle questioni già appianate: se lo incontreremo per le scale sarà un altro paio di maniche, bisognerà fargliele ridiscendere a capo fitto.

Rosen non volle udire altro, non mancava più alcun dettaglio al suo piano; uscì a precipizio dalla bettola, deciso di rappresentare la parte del signor Meustrier, e di appostarsi sulle scale del suo palazzo. Ma la cosa più difficile era trovare il vicolo della Chiusa;non è sì agevole il trovare un vicolo a Parigi sulla semplice indicazione del suo nome, e Rosen temeva di compromettersi chiedendone notizia a qualche passeggiero. Non erano però le nove, e gli avanzavano due ore per farne ricerca: poteva sperare ragionevolmente di riuscirvi. Fino dal primo momento che aveva sentito i ladri accennare a quel luogo, aveva supposto che non sarebbe stato molto lontano da quel quartiere, perchè essi non si sarebbero radunati in un punto opposto della città: era d'uopo passare ad una ad una per tutte quelle vie e leggervi le indicazioni dei viottoli traversali: dopo ciò se tutto fosse stato inutile, richiederne con franchezza qualche persona, e non trovando chi glielo indicasse, cacciarsi in una vettura pubblica e farvisi condurre come a casa propria.

Concepito questo piano, Rosen si accinse di buon animo alle sue ricerche. Ma era inutile; il tempo volava con una rapidità spaventosa, e Rosen non era adesso più fortunato di quanto lo fosse stato in quei giorni. Ad ogni breve intervallo di tempo guardava con trepidazione sull'orologio, e vedeva la lancetta affrettarsi a raggiungere l'ora fatale, senza che potesse aver indizio alcuno di quella strada. Erano le dieci e mezzo, mancava mezz'ora al convegno... Risolse allora di chiederne notizia ad alcune persone che gl'inspiravano qualche fiducia, ma nessuna di esse seppe indicarglielo. Si azzardò a interpellarne una guardia di polizia, che lo guardò di traverso come una persona sospetta, ma anche questi non ne sapevapiù dei primi. Intanto erano già trascorse le undici, Rosen era sulle spine; conobbe che bisognava tentare rimedii estremi, e aprendo lo sportello d'una vettura pubblica vi si buttò dentro come una persona disperata strillando alle orecchie del cocchiere: vicolo della Chiusa, n. 42, a gran corsa.

Il cocchiere dopo essersi raccolto un momento quasi per chiamare a rassegna tutte le sue cognizioni topografiche, fece scoppiettare la sua frusta, e spinse il cavallo in una direzione opposta a quella per cui era venuto Rosen. Si corse per una buona mezz'ora; Rosen era al colmo della desolazione; mancavano pochi minuti alla mezzanotte, e già aveva deliberato seco stesso di rinunciare a quel tentativo e di farsi condurre invece da Lamperth, quando vide la carrozza voltare in una piccola via, e appena girato l'angolo, arrestarsi. Rosen ne discese, guardò in alto e vide il numero 42 illuminato dal fanale della strada che pareva dirgli: questa è la casa, venite. Pagò sontuosamente il cocchiere, e raccogliendo tutto il suo coraggio entrò nell'atrio, e cominciò a salire le scale. Era giunto appena al terzo piano, quando gli parve d'intendere del rumore nell'appartamento del signor Meustrier; e appressandosi all'uscio, conobbe che le imposte ne erano socchiuse, e vide uscirne un filo di luce che le illuminava di dentro.

Non v'era dubbio, ladri non ne erano ancora usciti; bisognava usare dell'audacia, far la parte del signor Meustrier, entrarvi,assalirli, e lasciarvisi sgozzare come un agnello. Ma Rosen non aveva ancor messa la mano all'imposta, che udì una voce maschia chiedere di dentro: Chi va là?

—Io, disse Rosen, spalancando la porta e precipitandosi nella stanza, io, il dottore Meustrier; chi è che è entrato in mia casa?

—Onorevole dottore, rispose una persona che Rosen riconobbe subito per un gendarme, li abbiamo pigliati nella trappola; e aprendo l'uscio della seconda stanza disse: il signor Meustrier è arrivato in questo momento.

Rosen guardò, e vide una quantità di gendarmi, intenti ad ammanettare i quattro personaggi che aveva conosciuto alla bettola. L'ispettore di polizia, appena vedutolo, gli si appressò con aria di soddisfazione, e togliendosi rispettosamente il berretto, gli disse:

—Egregio signor Meustrier, ella ci vorrà perdonare se abbiamo dovuto violare la sua casa, ma la giustizia ha esigenze sulle quali non è possibile transigere... D'altra parte le abbiamo ricuperati i quaranta mila franchi di deposito che ella incassò stamattina, e che questi galantuomini avevano già fatto passare nelle loro saccoccie. Fu un fatto molto onorevole per la polizia di Parigi, questo; non lo dico per vantarmene, io, ma... già, tutto il merito è dovuto al nostro agente, il signor Chaperron, che ha saputo scoprire il complotto nella cantina del Falcone, dove questi signori si erano radunati per concertare il loro piano. Aveva fatto cercare di lei, ma non ci è stato possibile di trovarla. Ho sentitoin questo momento la sua carrozza, e ho detto tra me stesso: il signor Meustrier è qui, egli rimarrà ben stupito di trovar tanta gente in sua casa. Come fare? E bisognerà ora che ella abbia anche la bontà di accompagnarci all'uffizio della sezione, dove redigeremo il verbale, e le restituiremo il danaro rubato, appena verificata esattamente la somma.

—Sono ben grato, disse Rosen, che si sentiva calare il sudore gelato dalla fronte, sono ben grato delle cure che questa benemerita autorità si assume per la tutela della proprietà privata, e mi duole di non poterle offrire che un attestato verbale della mia riconoscenza: del resto, signor ispettore, io mi farò un dovere di far conoscere a tutti la di lei avvedutezza e il di lei zelo, segnalandolo per le stampe alla ammirazione ed alla gratitudine del paese.

L'ispettore s'inchinò fino a terra. Rosen, avendo ammiccato dell'occhio ai quattro arrestati, che lo guardarono stupiti, come avesse voluto dir loro: non temete, non mi tradite, non sono il signor Meustrier, io; lo so bene che non mi conoscete, ma sono uno dei vostri, uno che saprà liberarvi, purchè abbiate un'oncia di giudizio, riprese:

—Signor ispettore, io sono ai di lei ordini, andiamo.

E si avviarono all'ufficio dipolizia.

Quivi Rosen che si sentiva i bordoni alla testa, dovette subire un lungo interrogatorio, declinare il suo nome, la sua qualità, la provenienzadel danaro rubato; dopo di che, avendo firmato il verbale che faceva constare del fatto, l'ispettore generale gli disse, consegnandogli i quarantamila franchi, che erano stati tolti a Meustrier:

—Signor dottore, ella può ora ritirarsi, ma è necessario che ritorni domani al nostro ufficio per assistere all'interrogatorio degli accusati.

Rosen, intascando alla meglio il danaro, si cacciò giù per le scale, leggiero come una rondine, si ficcò in una carrozza da nolo, si fece condurre dal suo amico Lamperth, e gli disse:

—Io parto in questo istante per Melun; sono stato costretto a rubare quarantamila franchi, e non potrei rimanere un'ora di più a Parigi; raggiungetemi domani in quella città, dove desidero di giustificarmi con voi di questa appropriazione.

—Sta bene, ci rivedremo domani a Melun, rispose Lamperth con freddezza.

** *

Quel piccolo gruzzolo del signor Meustrier non era giunto inopportuno per Rosen; egli era stato a un filo dal vedersi senza un quattrino; e d'altra parte considerava quel dono singolare della fortuna, come un compenso alle somme che Lachard eTricotètgli avevano arraffateprima del suo arrivo a Parigi. Ciò di cui egli si sgomentava non era tanto il ritardo che tutte quelle mille fatalità frapponevano al raggiungimento del suo scopo, quanto quel non so che di ostinato e di derisorio con cui quelle stesse fatalità tentavano di paralizzarne l'azione. Tuttavia, appena arrivato a Melun, si era avveduto che una nuova serie di avventure le attendeva in quella città. La Senna, ingrossatasi per le pioggie che erano state frequenti in quei giorni, era uscita dal suo letto e aveva allagato buona parte di quelle campagne. Molte case di coloni erano rimaste sepolte a metà dalle acque, senza che le famiglie che le abitavano avessero avuto il destro d'uscirne: non poche di esse mancavano di provvigioni, o erano minacciate in altro modo nelle loro case medesime, che scalzate dal fiume alle fondamenta erano in procinto di rovinare. Ogni giorno si numeravano nuove vittime, e quei pochi generosi che s'erano spinti in loro soccorso ne costituivano la maggior parte.

Rosen aveva appreso queste notizie non appena partito da Parigi, ond'è che giunto a Melun, era corso tosto alla riva del fiume per vedere le cose da sè, e confortarsi della certezza di questo avvenimento.

Tutta quell'estensione di campagna così allagata presentava uno spettacolo stupendo. Dalla parte di Corbeil, l'occhio non giungeva a distinguere il limite estremo dell'allagazione, e l'orizzonte si chiudeva in una linea confusa e bianchiccia, come avviene in una scena dimare, quando le onde agitate presentano alcune creste di una bianchezza abbagliante sopra un fondo oscuro e verdastro. Dal lato opposto, la via di Fontainebleau, dove le acque si erano arrestate in un declivio, porgeva l'aspetto di un serpente smisurato che stesse per uscire dal fiume. Dappertutto biancheggiavano delle case, quali scoperte in gran parte, quali sepolte fino al tetto, di cui non si scorgevano che i comignoli, simili ad alberi di nave naufragata; le piante investite dalla corrente oscillavano sui loro fusti; e molte di esse sradicate erano travolte impetuosamente dalle onde; in alcuni punti il fiume era limpido e calmo, in alcuni altri scorreva con un fragore spaventoso, e si riversava negli avallamenti, che riempiuti si scaricavano negli altri seni più bassi. Mille altri particolari completavano la scena stupenda di quel quadro.

Rosen gioiva dal più profondo del cuore nel contemplarlo. Quanti pericoli non avrebbe egli potuto corrervi domani, e quanti pretesi non avrebbe egli avuto per correrli? Come doveva essere facile il morire in quel luogo!—una barca rovesciata, una riva franata, una casa sfasciata dall'acqua, un naufrago che invoca soccorso.... no, era impossibile che questa volta non riescisse a Rosen di morire.

Dopo che egli ebbe passato alcune ore beandosi in quella vista, rientrò nella città che la notte era di molto inoltrata, si gettò sul letto fantasticando, ebbe sogni pieni di voluttà e di visioni. Gli pareva che, essendosi gettato nella Senna, le onde lo avessero travolto e inghiottitosenza che egli od altri avessero avuto tempo di opporvi la menoma resistenza; le acque si erano chiuse sopra di lui, egli si sentiva affondare affondare, scendere scendere continuamente senza poter giungere al fondo, la corrente lo portava con impeto e lo faceva girare su sè stesso come una foglia investita dal vento. In quel lungo sommergersi Rosen provava una strana sensazione di piacere, avrebbe voluto scendere così eternamente senza toccare il letto del fiume; ma non avea concepito questo desiderio che ne scorse il fondo tutto coperto di musco e di conchiglie, e non l'ebbe raggiunto che disse a sè stesso con un senso di tranquilla rassegnazione: sono morto sono finalmente morto!

Allora una miriade di pesciolini e di piccoli mostri acquatici si precipitarono sopra di lui per divorarlo.

A quella vista Rosen si spaventò e destossi.

—Sia lodato il cielo, diss'egli, questo sogno è una previsione, andiamo. E vestitosi in fretta si avviò verso il fiume.

Appena giunto alla Senna fu lieto di apprendere che si era costituita fra alcuni filantropi di Melun una società di soccorso per le persone che si trovavano chiuse nelle case allagate. Rosen domandò sull'istante di farne parte e lo ottenne. Da lungo tempo egli godeva nel suo paese fama di abile nuotatore, e pensò con piacere che prima di morire avrebbe potuto rendere realmente qualche servigio a quegli sventurati: in fondo in fondo egli non era cattivo, e un istinto di umanità lo aveva trattosovente a sacrificare per l'utile altrui, il bene proprio, come aveva fatto in occasione dell'incendio di Montdidier.

Rosen chiese che gli fosse affidata una barca colla qualeavessepotuto trasportare alcune provvigioni nelle fattorie che ne avevano difetto, o tentare di trarre in salvamento gli abitanti di quelle case che minacciavano rovina.

Per due giorni fu un prodigio di attività e di fortuna, e rese beneficii immensi alle vittime di quell'innondazione—tutta Melun era occupata di lui e del suo coraggio, il nome di Rosen era sulle bocche di tutti—ma, al terzo giorno, quando appunto prostrato da quelle fatiche e impaziente di morire, aveva risolto di tentare qualche cosa di decisivo, avvenne che guidando egli una barca su cui trasportava alla riva due fanciulle raccolte sopra un piccolo rialzo di terra che era stato circondato dal fiume, questa investì in un albero che scendeva giù trascinato dalla corrente, e n'andò rovesciata. Al momento in cui Rosen incominciava a sommergersi guardò alla riva, vide la folla che assisteva al triste caso; e non potendo più dubitare che la sua morte non potesse venir impedita e non dovesse essere considerata affatto accidentale, provò nel fondo dell'anima una strana gioja, e disse: oh finalmente.... Ma non aveva ciò pensato, che si sentì afferrare da una di quelle fanciulle che si erano sommerse con lui, e che gli s'avvinghiava alla persona con tutta quella disperata tenacità che dà l'istinto della vita. Il cuoredi Rosen non era eccessivamente pietoso, ma pure ne sentì compassione, e slacciandosi alla meglio dalle sue braccia, e stringendola con una mano alla cintura, incominciò a nuotare verso la riva. V'è un'altra vittima da salvare pensava egli tra sè stesso, mentre lottava disperatamente colle onde, nessuno mi toglierà il pretesto di rituffarmi nel fiume.

E messo in pace da questo pensiero continuò ad affrettarsi alla sponda.

Rosen vi giunse sì spossato, sì oppresso dalla fatica che appena potè intendere le grida e gli applausi della folla, che stava schierata lungo la riva. Ma non ebbe posata a terra la fanciulla, che, fingendo di voler correre alla salvezza dell'altra, tornò ad immergersi, e prese a nuotare verso il largo della Senna.

Intanto alcune barche si erano distaccate dalla sponda; Rosen le vide, e fosse la fatica fosse il timore che potessero venire in suo soccorso, si sentì venir meno, incominciò a perdere la vista dell'orizzonte, a gettare le braccia inerti sull'acqua, a diventare leggiero, nel tempo stesso che si sentiva inghiottire dalle onde; e smarrendo in un istante ogni forza ed ogni coscienza di sè, si sommerse.

In quell'intervallo di tempo due barche lo avevano raggiunto, e due francesi si erano già gettati nell'acqua per salvarlo. Rosen non aveva avuto tempo di toccare il letto del fiume, che uno di essi lo aveva afferrato alla cintura e trattolo fuori e coricatolo nella barca, lo aveva ricondotto alla riva. Tutto ciò era avvenutoin istante, e senza che Rosen, che era svenuto, avesse potuto avvedersene.

Ma quale non fu la sua maraviglia, quando nel risensare si trovò nella sua stanza, nel suo letto; e vide Lamperth seduto al suo fianco; e richiamando in un istante le sue memorie, potè indovinare agevolmente tutte le particolarità della sua sventura.

—Ah! sono ancora vivo, egli disse, sono ancora vivo!... e si riposò con dolore su questa parola.

Egli era sì debole che un istante dopo si pose a piangere e singhiozzare come un fanciullo, esclamando colla voce interrotta dalle lagrime:—Io non morirò più!... Io non potrò più morire!...

Indarno Lamperth si provò a consolarlo: il suo abbattimento era estremo.

—Io morirò di crepacuore, io morirò di angoscia, ripeteva Rosen ad ogni frase del suo amico. E l'altro a soggiungergli:—è il genere di morte più valido dinanzi alla società di assicurazione.

Alcuni giorni dopo Rosen guarito aveva detto a Lamperth:—Andiamo via di qui, non fermiamoci più fino a che non saremo giunti in Italia. E stavano per partire, quando una deputazione del municipio di Melun entrò nella stanza recando a Rosen un indirizzo di quel comune, nel quale lo si ringraziava del soccorso prestato durante l'inondazione, e gli si offriva, come unico compenso degno di tanta abnegazione, la cittadinanza di Melun.

Rosen volle rispondere, ma provò tale uneccesso di sdegno contro la sua fortuna e contro sè stesso, che si sentì soffocare dalla bile; e non potendo reagire e superare la sua emozione, cadde svenuto sopra una sedia.

—Egli è ancora assai debole, disse un membro della deputazione a Lamperth, e questo attestato di onore che ha voluto porgergli la nostra città, lo ha profondamente commosso.

—Sì, disse Lamperth, lo ha commosso molto profondamente.

** *

Dopo quindici giorni di viaggio, Rosen e Lamperth giunsero a Grenoble, col pensiero di passare le Alpi presso Brianzure, e di passarle a piedi come due buoni inglesi. Rosen era prostrato dalle tante disillusioni sofferte; ma come suole avvenire in tutte le nature immaginose e fantastiche, si confortava di nuove speranze. Gli pareva che in Italia sarebbe riuscito, che anzi sarebbe riuscito alla prima prova, e aveva deciso di non tentare più che avventure serie, avventure utili, nelle quali la sua sensibilità e la sua coscienza non avessero più a distoglierlo dallo scopo immediato dei suoi tentativi. Oltre a ciò sentiva in sè stesso un presagio consolante, il presagio che egli si avvicinava al suo fine, che qualche cosa di solenne, qualche cosa di decisivo doveva accadergli in quei giorni.

Gli s'erano già offerte tre o quattro occasioni, ma aveva ricusato di approfittarne, come quelle che non promettevano un esito sicuro, quando, essendo giunto ad un piccolo villaggio alle falde dalle Alpi, e avendo saputo che in una foresta vicina era imboscata una grossa masnada di assassini che vi commettevano delitti inauditi, risolse di andarli ad incontrare.

Fino allora non s'era dato esempio di viaggiatori che fossero capitati nelle loro mani e che ne fossero usciti vivi, per quanto danaro avessero lor dato, e per quante preghiere avessero rivolte; era naturale che Rosen, deciso a difendersi e a provocarli, potesse lusingarsi di correre lo stesso destino.

Accomiatandosi da Lamperth che sicuro della morte del suo amico lo abbracciò colle lagrime agli occhi, Rosen tolse pretesto di una passeggiata su pel monte, e s'inoltrò arditamente nella foresta.

Camminava triste e pensoso, guardando gli alberi che distendevano i loro rami sopra di lui, come un ombrello gigantesco; raccogliendo per distrazione qualche corbezzolo, e compiacendosi di sentire sotto i suoi piedi quel non so che di molle e carezzevole che hanno gli alti strati di foglie così accumulate da anni nelle montagne. Era pensoso, è vero, ma lo era pel timore di non imbattersi nella masnada: oramai Rosen era sì indispettito dei suoi casi trascorsi e della sua triste fortuna, che quasi avrebbe bastato quel suo risentimento, quella specie di amor proprio che lo rendeva incaponitonel suo progetto, a fargli desiderare e affrontare qualunque sorta di morte.

Ma i suoi timori erano vani come le sue speranze. Non aveva camminato più di mezz'ora che udì suonarsi all'orecchio un: Chi vive? uscito da un petto così robusto, e pronunciato così d'appresso a lui e con suono di voce così minaccioso, che Rosen, assorto in quell'istante in altro pensiero, si arrestò, e emise, suo malgrado, un leggiero grido di spavento. Nel tempo stesso un uomo uscì fuori da una macchia, e spianando verso di lui il suo fucile, gli disse:

—Fermatevi, o siete morto.

—Miserabile! disse Rosen; e fingendo di prendere la mira, sparò un colpo di pistola verso l'assassino. La palla passò in aria fischiando; l'assassino dal canto suo sparò il suo fucile, ma sparò in fallo.

Rosen si percosse la fronte col pugno.

Al rimbombo di quello scoppio, cento masnadieri comparvero da tutte le bande; e Rosen si vide ad un tratto circondato. Pieno di speranza e di gioia, deciso a difendersi per eccitarli ad ucciderlo, impugnò le sue pistole, e avventandosi contro coloro che gli erano più d'appresso sparò i tre colpi che gli rimanevano, evitando di ucciderne alcuno.

I masnadieri erano rimasti sì colpiti da tanto ardimento, che nessuno di loro aveva tentato di trattenerlo; e solamente quando lo videro slanciarsi, già disarmato, contro il nucleo maggiore della loro banda, si avventarono per colpirlo coi loro coltelli.

A quella vista il capo dei masnadieri accennò loro di arrestarsi, venne incontro a Rosen, ordinò che non gli si torcesse un capello; e afferrandolo per le mani, che gli diedero una stretta simile a quella d'una morsa, gli disse:

—Che cosa volete fare? arrendetevi; avete coraggio, ma siete un insensato, credete di poterla spuntare con noi?

—Io non mi arrenderò mai, disse Rosen, dovessi combattere a morsi; e tentò di slacciarsi una mano per menargli un colpo alla guancia, ma era impossibile.

Il suo avversario riprese con tranquillità:

—Voi siete decisamente un uomo coraggioso; acquietatevi, avete nulla a temere da noi; non uccidiamo gli uomini della vostra tempra, noi; uccidiamo quelli che guaiscono come le femmine, che ci ricusano la loro borsa, che non vogliono ammettere il diritto che noi abbiamo sulle sostanze dei ricchi, e la missione che ci siamo imposta di migliorare la società, distruggendo la disparità delle fortune. Voi siete un uomo straordinario: è a deplorarsi che vi sciupiate così miseramente nella vita corrotta della città.... ma sareste ancora in tempo a riabilitarvi; io vi offro uno dei posti più onorevoli nella mia banda; spero che non sarete per ricusare.

Il capo dei masnadieri aveva rallentato sensibilmente la stretta delle sue mani nel pronunciare queste parole; Rosen annientato da tanta avversità di fortuna, taceva.

Dopo un istante di silenzio, l'altro riprese:

—La vostra fisionomia, il vostro coraggio... sareste voi mai un inglese?

—Sì, disse Rosen rianimato dalla speranza.

—Oh! permettete che io vi abbracci; ho goduto per quattro anni dell'ospitalità del vostro paese, e ho sempre sentito una simpatia irresistibile per la vostra nazione. L'Inghilterra è l'asilo di tutti gli uomini liberi. Non ci vogliate usare scortesia, aggiunse abbandonando le mani che teneva strette nelle sue—qui vi sono uomini che hanno ammirato il vostro coraggio, e che sanno di dovervi rispettare.... Sono lieto di aver fatto il vostro incontro, e vorrei dimostrarvi in qualche modo la gratitudine che ho pel vostro paese.... Il governo pontificio in Italia mi offre un posto di capobanda con un corpo di quattrocento uomini; io sono disposto a cedervi il comando di questa onesta brigata... accettate?

—No, mormorò Rosen, è impossibile...; dei legami di famiglia.... dei doveri... duolmi sinceramente di dover respingere un'offerta così onorevole; anzi io devo accommiatarmi; sono atteso per stassera al villaggio.

—Bene, bene, disse l'altro, sia come non detto; aggradite ad ogni modo prima di partire un attestato della mia ammirazione per voi e della mia gratitudine pel vostro paese.

Così dicendo si tolse dal dito un anello di molto valore, e lo fece passare nel dito di Rosen; quindi, riconsegnandogli le sue pistole, ordinò a due dei suoi soggetti che lo accompagnassero fuori del bosco per difenderlo da qualunque malvivente; e lo abbracciò con effusione,mentre molti dei masnadieri venivano a stringergli la mano e offrirgli rispettosamente i loro servigii.

** *

Rosen, giunto a casa, si pose a letto; era malato, aveva la febbre: ciò che gli era successo era stato superiore a tutte le sue previsioni più scoraggianti. Oramai gli era venuto meno il coraggio di tentare altre vie, e doveva risolversi a tornare in Inghilterra.

Dieci giorni dopo stava per riprendere il suo viaggio, quando gli giunse all'orecchio la notizia di un disastro accaduto in quel giorno lungo la via che egli doveva percorrere. Una carrozza, il cui cavallo aveva perduto il freno era precipitata, in un abisso profondissimo che costeggiava la strada, e che era chiamato il Picco del diavolo; non una persona si era salvata.

Una nuova luce si fece allora nella mente di Rosen; andò a visitare quell'abisso, e conobbe che era impossibile sopravvivere a quella caduta: risolse sull'istante, uscì solo in vettura, spinse il cavallo alla carriera più concitata, e si precipitò giù dal picco. La carrozza, discendendo orizzontalmente, si impigliò nelle liane che crescevano lungo il fianco dell'abisso, e si rovesciò rimanendovi sospesa, quando non rimaneva più che un terzo della rupe a raggiungere il fondo.

Rosen ne fu sbalzato fuori, e cadde sul corpo del cavallo che era morto.

Raccolto da alcuni terrieri fu trasportato all'albergo, dove aveva lasciato Lamperth. Da principio fu creduto estinto, ma alcune ore dopo la sua caduta rinvenne; e il chirurgo constatò che si era spezzato il femore sinistro, e che era d'uopo amputare la gamba nello spazio di quattro ore, prima che si sviluppasse la cancrena di cui avrebbe dovuto morire.

Quando Rosen, che era già poco meno che morto per la meraviglia di ritrovarsi vivo, udì parlare della cancrena, sentì finalmente che tutto era finito, che tutto era compensato; e rivolgendosi al chirurgo gli disse:

—Voi potete ritirarvi.... io non mi farò amputare mai.... io sono vile dinnanzi al dolore.... preferisco morire.

—Pensateci, rispose l'altro, ripasserò fra due ore, e mi lusingo che sarete di parere diverso.

Partito il chirurgo, Lamperth entrò nella stanza dove Rosen era stato lasciato solo; e levandosi gli occhiali dal naso, ciò che non era solito fare che nelle circostanze solenni, e assumendo un nuovo tuono di voce gli disse:

—Signor Alfredo di Rosen, è tempo che noi definiamo la nostra posizione, è tempo che io cessi dal rappresentare una parte che mi affligge per quanto sia doverosa, e che io desista da una finzione che è oramai divenuta inutile. Io sono un'agente della Società d'assicurazione. Quando ella è venuta ad assicurarela vita di sua moglie, la nostra società non ignorava la di lei posizione finanziaria e le gravi perdite che ella aveva subite al giuoco nella notte precedente. Si sospettò ciò che era vero, che ella volesse, cioè, ingannare la società con una morte volontaria; e io fui incaricato di seguirla e procurarmi le prove che avessero constatato questa determinazione. Questa è la lettera che ella mi ha incaricato di rimettere alla signora baronessa sua moglie, e nella quale ella dichiara di voler morire spontaneamente per darle diritto all'assegnamento vitalizio. Ancorchè ella avesse ora a morire, a questa lettera che i doveri della mia qualità m'impongono di consegnare alla società, priverebbero la signora Rosen di qualunque compenso. Ella intende ora che non le rimane una via più onorevole e più doverosa che quella di sottoporsi a questa amputazione e di tentare di vivere per compiere quei doveri di uomo e di marito che ha troppo trascurato finora. In quanto a me io non ho fatto che obbedire alle esigenze della mia carica.

Rosen stette lungo tempo senza poter rispendere, tanto il dolore, lo sdegno e la meraviglia lo avevano reso muto e agghiacciato. Quando fu in grado di pronunciare alcune parole, disse:

—Oh Lamperth, voi mi avete rovinato.... Un colpo simile in questo momento!... una rivelazione di questo genere nell'istante in cui io stava per raggiungere la mia felicità!... ah, voi avete un cuore di tigre, Lamperth!...fingere in questo modo... trascinarmi a questo punto... senza una gamba!... Ma noi ci batteremo, per l'inferno noi ci batteremo; io vi domanderò conto di questa indegna simulazione.

—È inutile, non avrete più che una gamba.

—Ci batteremo alla pistola, seduti.

—Via, via, disse Lamperth riponendosi gli occhiali; sono un padre di famiglia io, ho sette figli, e ci penso alla mia vita e a miei doveri. Voi avete profusa una fortuna, avete tenuta una condotta riprovevole, avete tentato d'ingannare una società di onesti speculatori, l'avete tentato a costo della vita degli altri; vergognatevi, io sento in questo momento tutta la superiorità morale che ho sopra di voi.... Non costringetemi ad abusare del vostro stato.

—Avete ragione, esclamò Rosen piangendo come un fanciullo, oh! avete ragione; voi siete ciò che io non sono più, un uomo onesto... Io vedo troppo tardi il male che ho fatto.

—No, no, non è troppo tardi, riprese in tuono affettuoso Lamperth, tornandosi a levare gli occhiali, e stringendo le mani del malato. Ecco qui, io vi restituisco la lettera che vi accusa dinanzi alla società; voi guarirete, me ne ha accertato il chirurgo; e io vi farò ottenere un posto elevatissimo in questa stessa società di cui avete voluto eludere le disposizioni. Potrete essere ancora felice, perchè potrete ancora meritarlo.

Due mesi dopo, Rosen amputato e guarito, ritornava in Inghilterra, dove Lamperth cheve lo aveva preceduto, manteneva la sua promessa.

La natura che gli aveva ricusato fino allora le gioie della paternità gli diede ora dei figli. Lamperth divenne il suo subordinato e ad un tempo il suo amico. Nulla turbò più da quel giorno la sua vita.

Alfredo di Rosen è il più esemplare dei padri e dei mariti.

Fine.

Perchè la sola storia di un giorno?

E se voi credete che gli avvenimenti della vostra vita possano formare soggetto d'una storia curiosa e dilettevole, perchè non tessere il racconto intero della vostra esistenza?

Io ho supposto nello scrivere la prima linea di queste pagine che qualche lettore mi avrebbe indirizzata una simile domanda.

Devo giustificarmi.

Anzi tutto se la vita vuolsi misurare dagli anni piuttosto che dalle passioni, io non ho fatto finora che un primo passo nella vita. Sappiano le mie lettrici—ed è ad esse specialmente che io rivolgo questa osservazione—che io non ho che ventisette anni, e sono in tutto il vigore della gioventù e della salute: Oltre a ciò la mia esistenza scorse finora sempre uguale, sempre modesta e ignorata, fu una vita come tutte le altre, unalotta del bisogno coll'impotenza, dell'aspirazione col nulla, dell'ideale col fango;—e in mezzo a tutto ciò qualche punto nero e qualche raggio di sole, qualche virtù, qualche vizio, alcune colpe, molti affetti, molte lacrime e molte delusioni—tale è la storia sintetica della mia esistenza.

Ma pure in questo povero dramma della mia vita fuvvi un giorno così splendido, così ricco di avvenimenti bizzarri e insperati, così fertile di piaceri sommi come di sommi dolori, che mi parrebbe non poter essere più in pace con me stesso, se dappoichè mi sono dato al mestiere del letterato, e mi sono proposto di destare nell'anima degli altri un eco delle sensazioni della mia, frodassi l'umanità di un racconto così meraviglioso.

E sento nel cuore una voce che mi dice: non ti si presterà fede, ti si accuserà di menzogna... No miei lettori, no chè voi non mi potreste smentire: io vi esporrò il mio racconto con tutta la coscienziosa veracità di uno storico, io non esagererò menomamente l'importanza delle mie avventure, e se queste vi parranno da principio o un poco strane o impossibili, esitate nondimeno a giudicare della loro veracità fino a che non avrete letto compiutamente il mio racconto.

La grande isola di Potikoros giace nell'Oceano equinoziale, al trentesimo grado di latitudine, non molto lontana dal piccolo arcipelago dei Navigatori.

È uno dei punti più meravigliosi della terra: tutte le delizie favolose dell'Eden, i paesaggiincantevoli del Bosforo, le rive stupende del Reno, la vegetazione rigogliosa dell'Asia, le mille meraviglie della natura disseminate qua e colà sulla vasta superficie del globo—tutto ciò riunito e disposto in un punto solo dalla mano maestra del Creatore, potrebbe offrire un'idea ancora assai debole delle bellezze di quel piccolo paradiso sconosciuto che è l'isola di Potikoros.

Ebbene, nel mattino memorabile del ventisette aprile milleottocentosessantadue, io giungeva a quell'isola—il trono di quell'isola era vacante, ed io era l'erede di quel trono.

Premetto uno schiarimento.

Venti anni prima di quell'epoca, mio padre onesto commerciante di cotone, nel recarsi a Caledonia, aveva naufragato sulle coste di Taiti. Dodici viaggiatori si erano salvati con lui sopra una zattera di tavole, e avevano approdato a Potikoros. Erano essi i primi europei che ponessero piede in quell'isola: gli indigeni erano in parte selvaggi, ma umani, la civiltà americana aveva ingentiliti in qualche modo i loro costumi, un trattato di commercio colla piccola repubblica di Tongia li aveva pressochè educati alla vita sociale, e ammaestrati nelle arti e nelle costumanze delle altre nazioni; ma la vanità che è sentimento istintivo nell'uomo li rendeva tenaci nei loro pregiudizii e nelle strane esigenze della loro toeletta—portavano infisso attraverso al naso un osso bianco di balena; e quando mio padre co' suoi dodici compagni di naufragio chiese loro l'ospitalità e la vita,essi, pure annuendo alle loro preghiere, presentarono a ciascuno di loro uno di quegli ornamenti, perchè dessero così la prima prova di sottomissione nell'usarlo.

Vanitosi e timorosi ad un tempo, gli altri europei esitarono, vacillarono, rifiutarono, e gli indigeni li trafissero colle loro freccie; ma mio padre che era uno spirito forte, brandì in aria il suo osso di balena, e gridando! viva l'isola di Potikoros, se lo infisse eroicamente nel naso. Le tribù indigene meravigliate a quell'atto, lo portarono in trionfo sui loro archi e lo elessero a Presidente della repubblica. Un anno dopo mio padre faceva un colpo di stato, e assicurava una corona alla sua dinastia. Quella corona gli era costata il naso, ma non tutti i re si conquistarono un trono a questo prezzo.

Io stava scrivendo un giorno una dissertazione sull'influenza del debito nell'equilibrio sociale, quando fui avvertito che una deputazione d'ambasciatori Potikoresi veniva ad annunciarmi la morte di mio padre e la mia successione al trono di Potikoros.

Tutti coloro che, come l'autore di questa storia, furono condannati al mestiere del letterato,—il pessimo dei mestieri—e giova sperare pel bene dell'umanità che sieno pochi—potranno immaginare la mia contentezza febbrile, mortale, e i trasporti forsennati della mia gioia. Io che aveva disperato sì spesso di me, che aveva sognato come la più gran meta possibile nella mia fortuna quello stato d'imbecillità di mente e di coscienza che solapuò recare fama e agiatezza ai letterati in Italia, io che aveva lottato sì a lungo con quell'istinto ribelle di dignità che mi aveva preclusa ogni via, e indarno sempre.... ora ero figlio di un re, e re io stesso, ed erede di un trono.

Non poteva prestar fede a tanta felicità, durai fatica ad accertarmene: affrettai la mia partenza, diedi un ultimo addio ad Elettra!..... (povera creatura!.... Elettra.... essa che mi aveva soccorso sì spesso di pane e di amore) e dopo tre mesi di navigazione, nel mattino del ventisette aprile milleottocentosessantadue, giungeva finalmente all'isola di Potikoros.

Alla distanza di alcune miglia, mi appariva come una vasta conca di fiori emergente dalle acque; alcune isolette disposte qua e là, attorno al mio regno, somigliavano a quelle foglie gigantesche di ninfe che si cullano sulla placida superficie dei nostri laghi: il cielo era alto, sereno, limpidissimo, e si tingeva curvandosi verso l'orizzonte, d'un colore abbagliante di croco e di cinabro: il mare giaceva calmo e maestoso; uno zeffiro profumato ne increspava leggermente la superficie come l'alito che appanna il velo d'una vergine. Innumerevoli stuoli di lire e di uccelli di paradiso s'inseguivano a volo nei punti più luminosi del cielo, e riflettevano i primi raggi del sole colle loro code di argento. Alcune rondini di mare, posatesi sulle gomene della nostra nave festeggiavano il mattino con un trillo vivace e armonioso. Nulla di più incantevoledi quella scena, nulla di più celeste di quella musica: i sogni del fanciullo e della vergine non possono immaginare un eden più delizioso, nè i poeti un idillio più puro e più divino.

Quando io potrei rammentare ora delle impressioni di quel mattino non formerebbe che un quadro tanto imperfetto, tanto lontano dal vero, che io temerei quasi di nuocere alla mia descrizione tentando di palesarle, e non lasciandole piuttosto indovinare al lettore. Ma il tumulto che v'era nell'anima mia sarebbe ancora più inesplicabile. Chi potrebbe esprimere le mille sensazioni soavissime che agitavano il mio petto, le mille lusinghe che venivano a blandire la mia vanità; i miei progetti, i miei sogni, tutto ciò che ha accompagnato questa meravigliosa trasformazione di uno scrittorimo povero e conosciuto in un re dovizioso e potente?

Strano prestigio di una corona! Strano potere di far supporre delle virtù sovrumane nella testa spesso insensata che la sostiene! Più volte ho desiderato conoscere se tra gli evviva del popolo, in mezzo alle ovazioni delle folle, allo spettacolo degli archi trionfali e delle moltitudini accorse da lontano per bearsi della loro vista, qualcuno di essi abbia sentito risvegliarglisi in cuore la coscienza della propria nullità, ed abbia o disprezzato, o compianto il suo popolo, e si sia sdegnato di quella stupida e vile ammirazione. E pure, io stesso, io che m'era più volte inacerbito per ciò cogli uomini, non poteva contemplaresenza un sentimento di compiacenza il gran cordone dell'ordine dell'Annunziata che mi pendeva sul petto, e che trasfondendo qualche stilla di sangue reale nelle mie vene plebee, mi aveva reso a un tratto cugino di Sua Maestà!... Cugino di Sua Maestà!... Dio, quale onore! Ma io stesso era re, e la prospettiva di una corona rendeva debole e lieve la gioia di quella parentela reale.

Pochi istanti prima di approdare, chiamai a me il mio primo ministro, che pure faceva parte della Commissione Potikorese, e volli essere informato sulle condizioni finanziarie, sull'esercito, sull'indole del mio popolo e sulle costituzioni del mio Stato.

—In quanto alla popolazione che il cielo vi ha chiamato a governare, mi diceva il mio primo ministro, facendosi scorrere tra l'indice e il pollice il suo osso di balena, essa non si divide che in due tribù numerosissime, separate l'una dall'altra per una distinzione speciale della natura, e sono la tribù dei Denti bianchi, e la tribù dei Denti neri.

—Denti neri! io dissi, ma ciò è orribile, i loro denti non saranno tutti assolutamente neri.

—Tutti, rispose il ministro con quella dignitosa impassibilità che gli conferiva l'abitudine della sua carica; e tolga il cielo che io voglia esaltare la tribù cui appartengo—e in ciò dire mi fece osservare con una specie di orgoglio i suoi trentadue denti nerissimi—per deprimere l'altra che pure ha dato dei sudditi valenti a vostro padre; mai Denti neri sono la metà migliore del vostro Stato.

—E le femmine, aggiunsi, esse pure....

—Sì, ancor esse, toltene le donne del vostro harem che la compianta Serenità di vostro padre scelse tutte esclusivamente dalla nostra tribù dei Denti bianchi.

Io confesso che quest'ultima notizia del mio ministro mi riempì l'animo d'una gioia straordinaria Ah! l'idea di avere un harem inebbriava tutti i miei sensi.Èlà, io diceva, che mi solleverò dalle cure del mio stato, che mi rifarò ad usura della mia gioventù avvizzita senza piaceri, che mi vendicherò di questa simulata virtù delle nostre donne europee.


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