CAPO X.La pace di Venezia.Mentre col passare dei giorni più si andava raffermando l'opinione della morte di Federigo, Federigo comparve ad un tratto in Pavia; ma sotto divise non sue, senza alcun seguito, sbaldanzito, altamente accorato. Egli nel totale sbandamento e soqquadro del campo dopo la sconfitta de' suoi, erasi sforzato invano arrestare i fuggenti e di raggranellarne intorno a sè una parte almeno, che gli valesse di scorta ad onesta ritirata. Niuno dava orecchio alle sue parole; ma tutti, imprecando la guerra e chi si ostinava a volerla, badavano ad assicurare la propria salvezza. Venuta meno ogni prova, Federigo fu costretto anch'egli a fuggire, e trovandosi d'ogni parte circondato da nemici, gli fu duopo, per non cader prigioniero, spogliarsi degli abiti imperiali e camuffatosi alla meglio, andar errando più giorni per luoghi fuori di mano, chiedendo per carità un ricovero ed un pane ai pastori e contadini della campagna. Una tanta umiliazione in quell'animo sì altero e così sitibondo di gloria avea fatta una impressione profondissima; la quale crebbe anche più nel trovar, che poi fece, tutta la corte e la imperatrice stessa in gramaglia. Gli parve a quella vista di ravvisare un manifesto segnale dell'ira divina; sicchè gli ricorrevano del continuo alla mente quelle parole del Salmo:Humiliasti tamquam vulneratum superbum.Era sì insistente quella voce, e tanto ilterrore che gl'inspirava, che non potè celarne lo sgomento al vigile occhio della pia ed affettuosa consorte.Beatrice, che quanto virtuosa, altrettanto prudente era ed accorta e niente altro più accesamente bramava che il ravvedimento dello sposo, intese quello essere il punto da tentare sopra l'animo di lui un colpo decisivo. Tenne dunque segretamente a consiglio i principali dell'Impero, che tuttavia si trovavano in corte; e rappresentata loro l'opportunità delle presenti disposizioni, in breve li ebbe convinti quel tempo essere acconcissimo per indurre Federigo a tornare all'ubbidienza della Chiesa. A procacciare poi più efficacemente lo scopo ottenne da que' Principi una scritta, nella quale dichiaravano che se l'Imperatore non si rappaciasse col Papa, essi non potevano più parteggiare per lui con danno sì manifesto della loro coscienza. Ciò fatto, l'illustre donna raccomandò fervidamente a Dio ed a S. Pietro l'esito di tanto affare e coltone il destro tenne un giorno a Federigo questo discorso:— Imperatore, tu sei conscio di quante lagrime io ho versato, e assai più ne ho sparse nel mio segreto, dinanzi a Dio per impetrare che tu uscissi dalla falsa e perigliosa via, per la quale ti sei messo. Ma quest'oggi io chieggo da te che tu mi ascolti benignamente e non m'interrompa, finchè io non abbia tutti esposti i miei angosciosi pensieri. Ti prego inoltre a non isdegnarti se io ti parlerò con quella libertà, che alla sollecitudine ed all'affetto di sposa è concesso. Posso io promettermi tanto dal magnanimo ed amoroso Federigo?L'Imperatore commosso dall'accento ond'ella accompagnava queste parole, le prese affettuosamente la mano e ponendosela sul cuore: Parla pure, o Beatrice,le disse; parla liberamente; che io ti ascolterò volentieri, quand'anche tu non dovessi dirigermi che riprensioni e rampogne.— Io non dirò nulla, ripigliò l'Imperatrice, che non sia rispettoso, e che non tenda anzi al restauro e incremento della tua grandezza. Indi soffermatasi alquanto, quasi per concentrare le proprie idee, così riprese: — Iddio nel sollevarti, o sposo, all'altezza del trono imperiale, ebbe tra gli altri suoi disegni quello certamente di costituire in te il sostenitore dell'ordine civile, e il difenditore armato della sua Chiesa. Questa ultima dote massimamente costituisce il distintivo carattere dell'imperatore cristiano. Qual fu l'idea che presedette alla formazione dell'impero nel Cristianesimo? Tu il sai. Essa venne espressa da quel Grande, che fu il primo ad essere investito di tale dignità. L'immortal Carlomagno scriveva in fronte alle sue leggi:Carlo Re, per la grazia di Dio, difensor della Chiesa ed umile aiutatore della Sede apostolica in tutte le cose.Or mira te e il tuo regno a fronte di sì sublime concetto. I tuoi popoli vessati da lunga e crudelissima guerra. Ogni ordine di persone travolto negli errori, che delle guerre sono inevitabili conseguenze. Da per tutto angherie di ministri, che da te, occupato nelle armi, poco o nulla vengono vigilati. L'impero diviso in parti e lacerato da lacrimevole scisma. Le chiese smunte, oppresse, vedovate dei proprii Pastori. Il capo civile della repubblica cristiana in aperta ribellione al capo spirituale della medesima, sotto il peso della degradazione e dell'anatema, costretto a rivendicar colla spada un'obbedienza, a cui la coscienza de' sudditi non può prestarsi. Finchè la verace elezione di Alessandro al supremo pontificatopotea sembrarti dubbiosa (se a ragione o a torto io qui non cerco), tu potevi aver qualche scusa, non fosse altro, al cospetto degli uomini. Ma ora che la cosa è chiarita e tutto l'orbe cattolico, ad eccezione di pochi, obbedisce e venera il vero Papa, qual difesa puoi tu recare in faccia a Dio ed al mondo? Alessandro è riconosciuto dalla Francia, dall'Inghilterra, dalla Spagna, da molti Principi ancora della Germania. Guglielmo poi di Sicilia e Manuele di Costantinopoli, non contenti di prestargli obbedienza, hanno impugnate le armi per sostenerlo contro di te; e alle armi altresì è ricorsa l'intiera Italia per la stessa cagione. Tu fidi nel tuo valor militare e nella tua esperienza nella guerra. Ma non vedi che il cielo con aperti prodigi ti contrasta? Per ben due volte due potentissimi eserciti, agguerriti, vittoriosi, invincibili, sono spariti, non si sa come, qual fumo al vento. Di tre antipapi, opposti al vero Papa, due sono già estinti miseramente, ed il terzo appena prolunga nell'oscurità e nel disprezzo universale la sua fellonesca usurpazione. Non sono questi perspicui e palpabili segni che Dio è contro di te? E ci sarà potenza o consiglio che possa prevalere in onta di Dio? Che aspetti di più? Guarda; perfino quei pochi Principi ecclesiastici o secolari, che pur ti erano restati ligi, apertamente protestano di non potere più innanzi seguirti nell'apostasia. — E qui gli diè a leggere la scritta, menzionata più sopra, la quale era del tenore seguente: «Noi, qui sottosegnati, saremo sempre pronti, secondo le leggi dell'Impero ad obbedirvi, o Sire, in tutte le cose temporali, e a prestarvi i servigi e l'ossequio che il sovrano vostro diritto da noi richiede. Ma voi, benchè Sovrano de' corpi, non siete tuttaviaSovrano altresì delle nostre anime. Noi non intendiamo di perderle per farvi piacere nè vogliamo più oltre preferire le cose della terra a quelle del cielo. Dichiariamo dunque alla Maestà vostra, che noi d'ora innanzi riconosciamo Alessandro per vero Papa cattolico; e non curveremo più la fronte al vano idolo che avete innalzato nella persona di Giovanni di Strum. Stante ciò, voi ben vedete, o Sire, non esserci possibile di rimanere più oltre presso di voi; finchè voi durate in contumacia di santa Chiesa.» Seguivano le firme.Federigo rimase attonito a quella lettura, e di subita ira avvampò. Ma l'accorta Beatrice fu presta a calmarne con bei modi lo sdegno, e ripigliò: — Questo franco parlare dei baroni, non dee offenderti, o Imperatore. Esso è segno di animo nobile e leale, che la tua sapienza dee anzi apprezzare. Guai a quel Principe i cui ministri e cortigiani a guisa di vili mancipii non sappiano fare altro che chinare il capo ai suoi voleri senza osar mai di contraddirgli liberamente, quando la giustizia o la verità lo richiede. Non vi è Principe più infelice e men sicuro di questo. Egli non avrà mai intorno a sè veri amici; ma sol piacentieri interessati ed egoisti, che, dove lor metta conto, lo tradiranno con la stessa facilità onde prima lo adulavano. Qui poi trattandosi di coscienza, saresti nonchè ingiusto ma sacrilego a pretendere di dominarla a tua posta. La stima che vedi fare da' tuoi Baroni della loro eterna salute, dee anzi esserti di stimolo a vincere te medesimo con una risoluzione comandata dalla legge divina, dal proprio onore, dagli stessi tuoi temporali interessi.Finito un tal discorso, ambidue restarono alquantoin silenzio, finchè Federigo lo ruppe dicendo con la consueta sua energia ed impeto di voce: — Ebbene, Imperatrice, io fin d'ora rinunzio allo scisma, e mi riconcilio a Papa Alessandro; ma non intendo dar pace nè ai Lombardi nè al Siciliano, nè al Greco. — Son contenta, riprese Beatrice, per ora non chieggo di più; il resto sarà materia di più maturi consigli. Cerchiamo da prima il regno di Dio; ogni altra cosa gli terrà dietro. Soltanto pregoti, o Imperatore, ad attener fedelmente la promessa e presto. — Ciò detto, rizzaronsi; e Beatrice si ritirò nella proprie stanze a ringraziare il Dator d'ogni bene; Federico chiamò presso di sè l'Arcicancelliere dell'impero per ispedire di subito ambasciatori al Papa.Questi furono lo stesso Arcicancelliere, Cristiano di Magonza, Wicmano Arcivescovo di Magdeburgo, Conrado designato Vescovo di Worms, e Weremondo Protonotario del regno. Partitisi senza dimora essi trovarono il Papa in Anagni; e con parole di somma devozione e rispetto gli esposero come l'Imperatore ardentemente desiderava di sottomettersi alla sua obbedienza e far la pace colla Chiesa e colla città di Roma, e ricevere l'assoluzione dell'incorsa censura. Gli presentarono poi una lettera di Beatrice, in cui ella, dopo aver dato sfogo agli affetti di sua devozione, narrava al S. Padre con filial confidenza l'operato da lei, e supplicavalo che ad imitazione di quel Dio, di cui sosteneva in terra le veci, volesse dimenticare ogni offesa ed accogliere con paterna pietà il prodigo ma convertito figliuolo. Se ad Alessandro riuscisse consolante una tale novella non è a dire. Egli rispose agli ambasciadori con termini di singolarebenevolenza e scrisse con sommo affetto alla pia Imperatrice;ma risolutamente protestò che non avrebbe giammai accettata la sottomissione di Federigo, se questi non dava in pari tempo la pace a tutti gli alleati della Chiesa e segnatamente ai Lombardi, all'Imperatore di Costantinopoli, al Re di Sicilia. Gli ambasciadori, che sapevano la contraria disposizione di animo del Barbarossa fecero ogni opera per distornare il Pontefice dalla posta condizione; ma vedendo l'irremovibile volontà di lui sopra tal punto, chiesero d'essere accompagnati nel loro ritorno da alcuni Cardinali Legati, i quali si adoperassero in nome del Papa a farvi condiscendere Federigo. Alessandro assegnò loro i due Cardinali Umbaldo e Raniero; e questi insieme con gl'inviati si recarono dall'Imperatore, che fuor d'ogni espettazione trovarono dispostissimo a rappaciarsi eziandio con gli alleati della S. Sede. Cagione di tal mutazione era stata Beatrice, la quale bel bello lo avea persuaso a cessare da ogni guerra contra popoli e signori cristiani, e volgere piuttosto la sua indole bellicosa a combattere gl'infedeli in Oriente, dove Saladino, divenuto soldano di Egitto e di Siria, minacciava grandemente il regno di Gerusalemme.Si stabilì coll'Imperatore un generale convegno tra lui, il Papa, i rappresentanti della Lega e gli ambasciadori del Re di Sicilia per fermare i patti della pace e giurarla. Per tal convegno si prescelse la città di Bologna, a cui poscia per varie ragioni venne sostituita Venezia.Grande fu il compiacimento dei Principi sì di Alemagna come d'Italia per un atto sì desiderato, ed ognuno si affrettava per assistervi di presenza. Tra questi non poteva mancare il marchese di Saluzzo, Manfredo, il quale tra i Principi dell'Impero grandeggiavanon poco per autorità e per potenza. Egli volle che tra i minori feudatarii a sè soggetti, destinati a seguitarlo, venisse Berardo, già divenuto come dicemmo, signore di Mozzatorre. Ma, anche senza un tale invito, Berardo sarebbesi offerto da sè per abbracciare più presto il figliuolo Eriberto, che nella restituzione dei prigionieri d'ambe le partì, da farsi in Venezia, doveva essere rimesso in libertà. La medesima ragione invogliava fortemente anche la moglie e la figliuola; e tante furono le preghiere d'entrambe, che Berardo acconsentì finalmente a condurlesi seco. Così Rafaella ebbe il contento di andare ancor essa a quella solennità, a cui oltre l'amore del fratello la sospingeva il desiderio di rivedere la pia Imperatrice per rinnovarle più pienamente i rendimenti di grazie.Frattanto Papa Alessandro partiva da Roma; e dopo essersi recato per pochi giorni a Benevento, imprendeva il viaggio di mare con sei Cardinali (giacchè gli altri si erano avviati per terra), accompagnato a segno di onore da undici grandi galere del Re di Napoli. Accostatosi a Venezia, vennergli incontro a riceverlo sopra elegantissime barche il Doge coi membri di quell'illustre Senato, il Patriarca co' suoi Vescovi suffraganei, i principali cittadini e una moltitudine sterminata di popolo. Giunti alla città, tutti si ordinarono in solenne processione e cantando le divine laudi si recarono al magnifico tempio di S. Marco. Quivi il S. Padre fatta orazione e benedetto il popolo si ritirò nel palazzo patriarcale. Siccome poi seppe non essere ancora giunti in Venezia i commissarii della Lega, l'amoroso Pontefice, per rimuovere ogni ostacolo che fosse sopravvenuto, ed anche per dare ai Lombardi un solenne attestato della sua benevolenza, invitollia mandare i loro rappresentanti in Ferrara, dov'egli si recherebbe per deliberare con essi intorno alle condizioni della pace. Trasferitosi dunque colà, accompagnato da gran numero di Cardinali e di Vescovi, non può dirsi a parole l'entusiasmo, ond'egli venne accolto dal popolo ferrarese e da tutti i magistrati e baroni delle diverse città lombarde. Il Papa li convocò il dì appresso nella chiesa dedicata a S. Giorgio, e tenne loro questo sermone: «Voi sapete, o cari miei figli, la persecuzione che la Chiesa ha sofferto da parte dell'Imperatore, che dovea proteggerla. Voi sapete quanti danni l'autorità della Chiesa romana ne ha ritratto. Imperocchè i peccati restavano in gran parte impuniti e i sacri canoni senza esecuzione; per nulla dire della distruzion delle chiese e dei monasteri, dei saccheggi, degl'incendii, delle uccisioni e dei delitti d'ogni maniera. Dio ha permesso questi mali; ma infine Egli ha rabbonacciata la tempesta, e volto il cuore dell'Imperatore a chieder la pace. È questo un miracolo della divina potenza. Imperocchè chi avrebbe pensato che un Vecchio Sacerdote ed inerme potesse resistere al furore teutonico e vincere senza combattere un Imperador sì possente? Ma ognuno intende che è impossibile guerreggiar contra Dio. Ora avendoci Federigo chiesta la pace, escludendone voi, noi considerando la devozione e il coraggio, onde voi avete combattuto per la Chiesa e per l'Italia, non abbiamo voluto accettarla senza di voi; affinchè come voi avete partecipato con noi della tribolazione, così partecipiate ancora con noi della gioia. È questa la ragione, per la quale noi, senza aver riguardo nè alla nostra dignità nè alla nostra vecchiezza, ci siamo esposti al mare e ai pericoli d'un lungo viaggio per venire a deliberarecon voi se dobbiamo o no accettare la pace che ci viene offerta.»I rappresentanti della lega, vivamente commossi da tanta degnazione, risposero di comune accordo per bocca d'uno dei loro capi. «Venerando Padre e Signore, tutta l'Italia si getta ai vostri piedi per rendervi grazie e testimoniarvi la sua letizia per l'onore che voi fate ai vostri sudditi di venire a loro, affine di cercare e rimenare all'ovile le pecorelle smarrite. Noi conosciamo per propria esperienza la persecuzione che Federigo ha fatta alla Chiesa ed a Voi. Noi siamo stati i primi ad opporci al suo furore ed impedire che egli distruggesse l'Italia ed opprimesse la libertà della Chiesa; e per una causa sì santa noi non abbiamo perdonato nè a spese, nè a travagli, nè a perdite, nè a pericoli. Per ciò, venerando Padre, è conveniente che voi non accettiate pace senza di noi; siccome noi l'abbiamo più volte ricusata, perchè ci veniva offerta senza di Voi. Pel resto noi siamo ben contenti di far pace coll'Imperatore, al quale noi non ricuseremo nessuna delle sue antiche ragioni sopra l'Italia; purchè sieno salvi i diritti che noi abbiamo ereditato dai nostri maggiori. Quanto al Re di Sicilia, noi approviamo che sia anch'egli compreso in questo trattato, perciocchè egli è un Principe che ama la pace e la giustizia. I nostri viaggiatori lo sanno per esperienza, giacchè vi ha più sicurezza nei boschi di quel reame che non nelle città degli altri Stati.»Romualdo Arcivescovo di Salerno e personalmente presente a quel consesso, ci ha nella sua cronaca conservato questi particolari.Saputosi da Federigo come il Papa trovavasi a Ferrara in uno coi rappresentanti della Lega e cogli ambasciatoridel Re di Sicilia, inviò colà suoi plenipotenziarii per conchiudere definitivamente le condizioni della pace, da giurarsi poi da lui e da tutti in Venezia. Terminate le conferenze, il Papa, con tutta quell'adunanza si restituì alla città reina dell'Adriatico; dove in breve recossi eziandio l'Imperatore, con gran seguito di Principi e Signori alemanni. Il giorno appresso del suo arrivo il Papa gl'inviò sei Cardinali, acciocchè ricevessero dalle sue mani per iscritto la rinunzia allo scisma, e la professione di obbedienza a lui ed a' suoi legittimi successori nella cattedra di S. Pietro, e in conseguenza di ciò lo assolvessero dalla scomunica. Lo stesso dovea farsi coi Prelati e Signori del suo seguito. Compiuto tutto ciò appuntino, il Doge di Venezia con gran moltitudine del Clero e del popolo andò a prendere l'Imperatore e processionalmente lo condusse alla chiesa di S. Marco, dove il Papa attendevalo. Federigo appena giunto alla presenza di Lui gittò via dalle spalle l'imperiale paludamento e prostesosi boccone a terra baciò reverentemente i piedi a sua Santità, implorando supplichevolmente perdono e benedizione. Il Papa, commosso fino alle lagrime, si piegò amorevolmente sopra di lui, lo benedisse con grande affetto, e sollevandolo da terra lo abbracciò e lo baciò in bocca. A tal vista un impeto di gioia invase tutti gli astanti, e Alemanni e Italiani, grandi e popolo, proruppero in alto grido di giubilo. Da ultimo il Papa, fattosi all'altare, intonò il solenne inno di grazie al Signore.Per più giorni durarono le pubbliche feste nella città con addobbi e luminarie e giuochi e conviti; le quali feste si raddoppiarono il giorno del giuramento della conchiusa pace. Radunatisi pertanto nella gransala del palazzo patriarcale, il Papa col Sacro Collegio, l'Imperatore, l'Imperatrice, i Principi, i Commissarii della Lega lombarda e gli Ambasciadori del Re di Sicilia; il Papa fece una breve allocuzione, relativa a quel fatto, ricordando i beneficii della pace e commendando altamente la virtù e la prudenza dell'Imperatrice, a cui dopo Dio, essa dovevasi. L'illustre donna, verso cui tosto si rivolsero gli occhi di tutti, si tinse il viso di modesto rossore ed avvallò dignitosamente gli sguardi. All'allocuzione papale seguì un discorso dell'Imperatore, dove egli confessando i suoi passati errori, rendeva grazie a Dio d'avernelo ritratto, e prometteva per ammenda d'andare a guerreggiare in Terra Santa, e protestava di rendere piena pace ai Lombardi e al Re di Sicilia. Tutti acclamarono con festevoli grida, e presentati poscia da' chierici i santi Evangelii e le reliquie della vera croce, l'Imperatore pel primo, e quindi i Principi e i Commissarii delle parti contraenti giurarono d'osservare fedelmente il trattato.La grandezza di questi avvenimenti, qui piuttosto accennati che narrati, ci avevano quasi fatto dimenticar Rafaella. Ma essi non erano estranei per lei; anzi meravigliosamente s'intrecciavano con le sue avventure. Riavuto il fratello, cui fuor d'ogni credere trovò florido e lieto, ella pensava d'aver tocco il limite d'ogni sua contentezza. Ma Iddio le serbava un altro benefizio, tanto più giocondo quanto meno da lei immaginato. Il dì che il Papa tornava da Ferrara, accompagnato dai magistrati e rappresentanti delle città lombarde, Rafaella insieme colla madre stavasi a una finestra del Doge mirando quel non più veduto spettacolo, e un ufficiale di corte le veniva indicando espiegando i singoli personaggi. — Osservate, madamigella; quelli che immediatamente seguono il corteggio papale, sono i Messi di Federigo Imperatore. Son tutti alemanni ed appartengono alle prime dignità dell'Impero. I due che vengono dopo, l'uno ecclesiastico, l'altro secolare, sono gli Ambasciadori del Re di Sicilia, Romualdo Arcivescovo di Salerno, e Ruggiero conte di Andria. Da ultimo vedete i Commissarii della Lega scelti tra i consoli e i magistrati delle diverse città. Hanno varie divise secondo la patria a cui appartengono. Questi sono Milanesi, questi di Cremona, questi altri di Treviso, quelli di Bergamo. — Rafaella osservava attentamente tutto e tutti, quando tra i consoli di Milano le parve vederne uno che al volto e agli atti si rassomigliava pienamente ad Ottolino. Trasalì a quella vista, e un gelido tremore le corse per le ossa. La madre che s'accorse di quella veemente ed improvvisa turbazione: — Che hai, figliuola, le disse, tu se' fatta pallida e quasi convulsa! — Vedi, mamma, rispose Rafaella, guarda quel terzo da parte destra, che ha la piuma nera al berretto e la cintura turchina ai fianchi, non sembra egli proprio Ottolino? — La buona vecchia aguzzando gli sguardi restava anch'ella meravigliata della totale rassomiglianza; ma non sospettando a pezza dell'identità di persona: — Veh, esclamava, coincidenza di fattezze e di movimenti! lo diresti gemello; se nonchè questi ha il volto più abbronzato. — Mamma, ripigliava Rafaella, a cui il cuore batteva in petto oltre l'usato, chi sa che non sia desso. — Che di' tu mai, figliuola mia, Ottolino! di cui non si è saputo più nulla, e che certo sarà a quest'ora in paradiso, giacchè era pio giovine, e Dio certamente gli avrà usata misericordia. E poi cheavrebbe a far egli coi Milanesi e molto più coi Consoli! Egli era un semplice arimanno di Saluzzo. — E che possiamo noi sapere, o mamma, delle vicende di questo mondo! Chi avrebbe mai predetto che io prigione in Mozzatorre vi sarei stata poi in qualità di signora! Non potrebbe ad Ottolino essere accaduto qualche cosa di somigliante? — E non ne sarebbe trapelato qualche sentore infine a noi? disse la madre: Rafaella, non fare che l'antico affetto t'illuda.Ma l'antico affetto non la illudeva; imperocchè veramente quegli era Ottolino, decorato dai Milanesi della loro cittadinanza ed ascritto tra' consoli in guiderdone del fatto egregio nella battaglia di Legnano. Egli veniva con gran desiderio in Venezia sì perchè sapeva d'avervi a rivedere Eriberto, e sì perchè sperava d'incontrarvi inoltre Berardo alla corte del Marchese Manfredo. Qual fu la sua sorpresa, quando udì che oltre a Berardo, eravi eziandio la figliuola! Esultò di gioia; e come prima gli fu concesso, corse subito all'albergo, dove gli fu detto che dimorava Berardo. Ognuno può immaginare le allegrezze che tutti i membri di quella famiglia fecero al vederlo, quasi redivivo e tornato dall'altro mondo. Egli altresì non capiva in sè medesimo dalla letizia, nè sapeva saziarsi di stare con essi; e ogni dì era a visitarli e intrattenerli piacevolmente col racconto delle sue avventure, ed a vicenda facevasi narrare da Eriberto e da Rafaella le loro. Così passarono tutti quei giorni, che precedettero la ratificazion della pace; ed Ottolino sembrava quasi divenuto un secondo figliuolo di Berardo; tant'era la confidenza e l'affetto, con che egli veniva trattato.È facile indovinare se in quel bollente animo si ridestassel'antica fiamma. Nondimeno egli non osava palesarsi, sì perchè non sapeva quali fossero le disposizioni di Berardo, e sì perchè avea concepito gran desiderio di seguitare l'Imperatore nell'impresa d'Oriente a difesa di Terra Santa. Senonchè la pia Imperatrice, che appena seppe di lui avea voluto vederlo e spesso lo chiamava in corte, un dì fe cadere il discorso sopra Rafaella e sopra la necessità di dover omai darle stato; e come dal mutamento di colore e dall'agitazione degli atti si accorse degli interni affetti del giovane, apertamente il dimandò se egli a riguardo della donzella era quel medesimo che fu un tempo, giacchè a lei tutto era noto. Ottolino, affidato da tanta benignità di quell'eccelsa Signora, interamente le confessò l'animo suo. Le espose come egli veramente per Rafaella non era in nulla diverso, ma che il desiderio di seguitar Federigo nella crociata contro gl'infedeli, e il timore non forse la mutata condizione di Berardo fosse ostacolo a contrarre con lui parentado lo facevano star titubante. Beatrice risposegli che, quanto all'andata in Palestina essa non potea eseguirsi se non dopo qualche anno, essendo indispensabile dar prima assettamento alle cose dell'Impero e far gli apparecchi di guerra; nè potea venirle ostacolo dalle nozze con Rafaella, la quale, pia come era, sarebbe stata anzi lieta di quella virtuosa risoluzione dello sposo. Quanto poi alla disparità di condizione, già egli, console milanese, non la cedea gran fatto al feudatario di picciol castello; ed oltre a ciò ella sarebbe stata presta a sollevarlo a grado più alto, se il Marchese Manfredo non l'avesse prevenuta. Conciossiachè questi ammirato del valore di Ottolino, avea già mosse pratiche presso la magistraturadi Milano per riavere l'antico suo suddito, affine di proporlo al comando generale di tutte le schiere della sua signoria. Ottolino fu oltremodo lieto a udir tali cose; giacchè gli frugava l'anima eziandio la brama di tornare al luogo nativo e rivedere i parenti e gli amici. Il perchè rendute all'augusta Imperatrice le maggiori grazie che per lui si potessero, tutto si commise nelle sue mani. La magnanima donna, accertatasi prima dei sentimenti eziandio di Rafaella, chiamò a se Berardo e manifestogli ogni cosa, con estremo contento di lui. Il perchè, iniziate e conchiuse in poco tempo le trattative, l'Imperatrice ebbe la soddisfazione di potere prima del suo ritorno in Germania, assistere ella stessa agli sponsali, decorandoli di ricchi doni.
Mentre col passare dei giorni più si andava raffermando l'opinione della morte di Federigo, Federigo comparve ad un tratto in Pavia; ma sotto divise non sue, senza alcun seguito, sbaldanzito, altamente accorato. Egli nel totale sbandamento e soqquadro del campo dopo la sconfitta de' suoi, erasi sforzato invano arrestare i fuggenti e di raggranellarne intorno a sè una parte almeno, che gli valesse di scorta ad onesta ritirata. Niuno dava orecchio alle sue parole; ma tutti, imprecando la guerra e chi si ostinava a volerla, badavano ad assicurare la propria salvezza. Venuta meno ogni prova, Federigo fu costretto anch'egli a fuggire, e trovandosi d'ogni parte circondato da nemici, gli fu duopo, per non cader prigioniero, spogliarsi degli abiti imperiali e camuffatosi alla meglio, andar errando più giorni per luoghi fuori di mano, chiedendo per carità un ricovero ed un pane ai pastori e contadini della campagna. Una tanta umiliazione in quell'animo sì altero e così sitibondo di gloria avea fatta una impressione profondissima; la quale crebbe anche più nel trovar, che poi fece, tutta la corte e la imperatrice stessa in gramaglia. Gli parve a quella vista di ravvisare un manifesto segnale dell'ira divina; sicchè gli ricorrevano del continuo alla mente quelle parole del Salmo:Humiliasti tamquam vulneratum superbum.Era sì insistente quella voce, e tanto ilterrore che gl'inspirava, che non potè celarne lo sgomento al vigile occhio della pia ed affettuosa consorte.
Beatrice, che quanto virtuosa, altrettanto prudente era ed accorta e niente altro più accesamente bramava che il ravvedimento dello sposo, intese quello essere il punto da tentare sopra l'animo di lui un colpo decisivo. Tenne dunque segretamente a consiglio i principali dell'Impero, che tuttavia si trovavano in corte; e rappresentata loro l'opportunità delle presenti disposizioni, in breve li ebbe convinti quel tempo essere acconcissimo per indurre Federigo a tornare all'ubbidienza della Chiesa. A procacciare poi più efficacemente lo scopo ottenne da que' Principi una scritta, nella quale dichiaravano che se l'Imperatore non si rappaciasse col Papa, essi non potevano più parteggiare per lui con danno sì manifesto della loro coscienza. Ciò fatto, l'illustre donna raccomandò fervidamente a Dio ed a S. Pietro l'esito di tanto affare e coltone il destro tenne un giorno a Federigo questo discorso:
— Imperatore, tu sei conscio di quante lagrime io ho versato, e assai più ne ho sparse nel mio segreto, dinanzi a Dio per impetrare che tu uscissi dalla falsa e perigliosa via, per la quale ti sei messo. Ma quest'oggi io chieggo da te che tu mi ascolti benignamente e non m'interrompa, finchè io non abbia tutti esposti i miei angosciosi pensieri. Ti prego inoltre a non isdegnarti se io ti parlerò con quella libertà, che alla sollecitudine ed all'affetto di sposa è concesso. Posso io promettermi tanto dal magnanimo ed amoroso Federigo?
L'Imperatore commosso dall'accento ond'ella accompagnava queste parole, le prese affettuosamente la mano e ponendosela sul cuore: Parla pure, o Beatrice,le disse; parla liberamente; che io ti ascolterò volentieri, quand'anche tu non dovessi dirigermi che riprensioni e rampogne.
— Io non dirò nulla, ripigliò l'Imperatrice, che non sia rispettoso, e che non tenda anzi al restauro e incremento della tua grandezza. Indi soffermatasi alquanto, quasi per concentrare le proprie idee, così riprese: — Iddio nel sollevarti, o sposo, all'altezza del trono imperiale, ebbe tra gli altri suoi disegni quello certamente di costituire in te il sostenitore dell'ordine civile, e il difenditore armato della sua Chiesa. Questa ultima dote massimamente costituisce il distintivo carattere dell'imperatore cristiano. Qual fu l'idea che presedette alla formazione dell'impero nel Cristianesimo? Tu il sai. Essa venne espressa da quel Grande, che fu il primo ad essere investito di tale dignità. L'immortal Carlomagno scriveva in fronte alle sue leggi:Carlo Re, per la grazia di Dio, difensor della Chiesa ed umile aiutatore della Sede apostolica in tutte le cose.Or mira te e il tuo regno a fronte di sì sublime concetto. I tuoi popoli vessati da lunga e crudelissima guerra. Ogni ordine di persone travolto negli errori, che delle guerre sono inevitabili conseguenze. Da per tutto angherie di ministri, che da te, occupato nelle armi, poco o nulla vengono vigilati. L'impero diviso in parti e lacerato da lacrimevole scisma. Le chiese smunte, oppresse, vedovate dei proprii Pastori. Il capo civile della repubblica cristiana in aperta ribellione al capo spirituale della medesima, sotto il peso della degradazione e dell'anatema, costretto a rivendicar colla spada un'obbedienza, a cui la coscienza de' sudditi non può prestarsi. Finchè la verace elezione di Alessandro al supremo pontificatopotea sembrarti dubbiosa (se a ragione o a torto io qui non cerco), tu potevi aver qualche scusa, non fosse altro, al cospetto degli uomini. Ma ora che la cosa è chiarita e tutto l'orbe cattolico, ad eccezione di pochi, obbedisce e venera il vero Papa, qual difesa puoi tu recare in faccia a Dio ed al mondo? Alessandro è riconosciuto dalla Francia, dall'Inghilterra, dalla Spagna, da molti Principi ancora della Germania. Guglielmo poi di Sicilia e Manuele di Costantinopoli, non contenti di prestargli obbedienza, hanno impugnate le armi per sostenerlo contro di te; e alle armi altresì è ricorsa l'intiera Italia per la stessa cagione. Tu fidi nel tuo valor militare e nella tua esperienza nella guerra. Ma non vedi che il cielo con aperti prodigi ti contrasta? Per ben due volte due potentissimi eserciti, agguerriti, vittoriosi, invincibili, sono spariti, non si sa come, qual fumo al vento. Di tre antipapi, opposti al vero Papa, due sono già estinti miseramente, ed il terzo appena prolunga nell'oscurità e nel disprezzo universale la sua fellonesca usurpazione. Non sono questi perspicui e palpabili segni che Dio è contro di te? E ci sarà potenza o consiglio che possa prevalere in onta di Dio? Che aspetti di più? Guarda; perfino quei pochi Principi ecclesiastici o secolari, che pur ti erano restati ligi, apertamente protestano di non potere più innanzi seguirti nell'apostasia. — E qui gli diè a leggere la scritta, menzionata più sopra, la quale era del tenore seguente: «Noi, qui sottosegnati, saremo sempre pronti, secondo le leggi dell'Impero ad obbedirvi, o Sire, in tutte le cose temporali, e a prestarvi i servigi e l'ossequio che il sovrano vostro diritto da noi richiede. Ma voi, benchè Sovrano de' corpi, non siete tuttaviaSovrano altresì delle nostre anime. Noi non intendiamo di perderle per farvi piacere nè vogliamo più oltre preferire le cose della terra a quelle del cielo. Dichiariamo dunque alla Maestà vostra, che noi d'ora innanzi riconosciamo Alessandro per vero Papa cattolico; e non curveremo più la fronte al vano idolo che avete innalzato nella persona di Giovanni di Strum. Stante ciò, voi ben vedete, o Sire, non esserci possibile di rimanere più oltre presso di voi; finchè voi durate in contumacia di santa Chiesa.» Seguivano le firme.
Federigo rimase attonito a quella lettura, e di subita ira avvampò. Ma l'accorta Beatrice fu presta a calmarne con bei modi lo sdegno, e ripigliò: — Questo franco parlare dei baroni, non dee offenderti, o Imperatore. Esso è segno di animo nobile e leale, che la tua sapienza dee anzi apprezzare. Guai a quel Principe i cui ministri e cortigiani a guisa di vili mancipii non sappiano fare altro che chinare il capo ai suoi voleri senza osar mai di contraddirgli liberamente, quando la giustizia o la verità lo richiede. Non vi è Principe più infelice e men sicuro di questo. Egli non avrà mai intorno a sè veri amici; ma sol piacentieri interessati ed egoisti, che, dove lor metta conto, lo tradiranno con la stessa facilità onde prima lo adulavano. Qui poi trattandosi di coscienza, saresti nonchè ingiusto ma sacrilego a pretendere di dominarla a tua posta. La stima che vedi fare da' tuoi Baroni della loro eterna salute, dee anzi esserti di stimolo a vincere te medesimo con una risoluzione comandata dalla legge divina, dal proprio onore, dagli stessi tuoi temporali interessi.
Finito un tal discorso, ambidue restarono alquantoin silenzio, finchè Federigo lo ruppe dicendo con la consueta sua energia ed impeto di voce: — Ebbene, Imperatrice, io fin d'ora rinunzio allo scisma, e mi riconcilio a Papa Alessandro; ma non intendo dar pace nè ai Lombardi nè al Siciliano, nè al Greco. — Son contenta, riprese Beatrice, per ora non chieggo di più; il resto sarà materia di più maturi consigli. Cerchiamo da prima il regno di Dio; ogni altra cosa gli terrà dietro. Soltanto pregoti, o Imperatore, ad attener fedelmente la promessa e presto. — Ciò detto, rizzaronsi; e Beatrice si ritirò nella proprie stanze a ringraziare il Dator d'ogni bene; Federico chiamò presso di sè l'Arcicancelliere dell'impero per ispedire di subito ambasciatori al Papa.
Questi furono lo stesso Arcicancelliere, Cristiano di Magonza, Wicmano Arcivescovo di Magdeburgo, Conrado designato Vescovo di Worms, e Weremondo Protonotario del regno. Partitisi senza dimora essi trovarono il Papa in Anagni; e con parole di somma devozione e rispetto gli esposero come l'Imperatore ardentemente desiderava di sottomettersi alla sua obbedienza e far la pace colla Chiesa e colla città di Roma, e ricevere l'assoluzione dell'incorsa censura. Gli presentarono poi una lettera di Beatrice, in cui ella, dopo aver dato sfogo agli affetti di sua devozione, narrava al S. Padre con filial confidenza l'operato da lei, e supplicavalo che ad imitazione di quel Dio, di cui sosteneva in terra le veci, volesse dimenticare ogni offesa ed accogliere con paterna pietà il prodigo ma convertito figliuolo. Se ad Alessandro riuscisse consolante una tale novella non è a dire. Egli rispose agli ambasciadori con termini di singolarebenevolenza e scrisse con sommo affetto alla pia Imperatrice;ma risolutamente protestò che non avrebbe giammai accettata la sottomissione di Federigo, se questi non dava in pari tempo la pace a tutti gli alleati della Chiesa e segnatamente ai Lombardi, all'Imperatore di Costantinopoli, al Re di Sicilia. Gli ambasciadori, che sapevano la contraria disposizione di animo del Barbarossa fecero ogni opera per distornare il Pontefice dalla posta condizione; ma vedendo l'irremovibile volontà di lui sopra tal punto, chiesero d'essere accompagnati nel loro ritorno da alcuni Cardinali Legati, i quali si adoperassero in nome del Papa a farvi condiscendere Federigo. Alessandro assegnò loro i due Cardinali Umbaldo e Raniero; e questi insieme con gl'inviati si recarono dall'Imperatore, che fuor d'ogni espettazione trovarono dispostissimo a rappaciarsi eziandio con gli alleati della S. Sede. Cagione di tal mutazione era stata Beatrice, la quale bel bello lo avea persuaso a cessare da ogni guerra contra popoli e signori cristiani, e volgere piuttosto la sua indole bellicosa a combattere gl'infedeli in Oriente, dove Saladino, divenuto soldano di Egitto e di Siria, minacciava grandemente il regno di Gerusalemme.
Si stabilì coll'Imperatore un generale convegno tra lui, il Papa, i rappresentanti della Lega e gli ambasciadori del Re di Sicilia per fermare i patti della pace e giurarla. Per tal convegno si prescelse la città di Bologna, a cui poscia per varie ragioni venne sostituita Venezia.
Grande fu il compiacimento dei Principi sì di Alemagna come d'Italia per un atto sì desiderato, ed ognuno si affrettava per assistervi di presenza. Tra questi non poteva mancare il marchese di Saluzzo, Manfredo, il quale tra i Principi dell'Impero grandeggiavanon poco per autorità e per potenza. Egli volle che tra i minori feudatarii a sè soggetti, destinati a seguitarlo, venisse Berardo, già divenuto come dicemmo, signore di Mozzatorre. Ma, anche senza un tale invito, Berardo sarebbesi offerto da sè per abbracciare più presto il figliuolo Eriberto, che nella restituzione dei prigionieri d'ambe le partì, da farsi in Venezia, doveva essere rimesso in libertà. La medesima ragione invogliava fortemente anche la moglie e la figliuola; e tante furono le preghiere d'entrambe, che Berardo acconsentì finalmente a condurlesi seco. Così Rafaella ebbe il contento di andare ancor essa a quella solennità, a cui oltre l'amore del fratello la sospingeva il desiderio di rivedere la pia Imperatrice per rinnovarle più pienamente i rendimenti di grazie.
Frattanto Papa Alessandro partiva da Roma; e dopo essersi recato per pochi giorni a Benevento, imprendeva il viaggio di mare con sei Cardinali (giacchè gli altri si erano avviati per terra), accompagnato a segno di onore da undici grandi galere del Re di Napoli. Accostatosi a Venezia, vennergli incontro a riceverlo sopra elegantissime barche il Doge coi membri di quell'illustre Senato, il Patriarca co' suoi Vescovi suffraganei, i principali cittadini e una moltitudine sterminata di popolo. Giunti alla città, tutti si ordinarono in solenne processione e cantando le divine laudi si recarono al magnifico tempio di S. Marco. Quivi il S. Padre fatta orazione e benedetto il popolo si ritirò nel palazzo patriarcale. Siccome poi seppe non essere ancora giunti in Venezia i commissarii della Lega, l'amoroso Pontefice, per rimuovere ogni ostacolo che fosse sopravvenuto, ed anche per dare ai Lombardi un solenne attestato della sua benevolenza, invitollia mandare i loro rappresentanti in Ferrara, dov'egli si recherebbe per deliberare con essi intorno alle condizioni della pace. Trasferitosi dunque colà, accompagnato da gran numero di Cardinali e di Vescovi, non può dirsi a parole l'entusiasmo, ond'egli venne accolto dal popolo ferrarese e da tutti i magistrati e baroni delle diverse città lombarde. Il Papa li convocò il dì appresso nella chiesa dedicata a S. Giorgio, e tenne loro questo sermone: «Voi sapete, o cari miei figli, la persecuzione che la Chiesa ha sofferto da parte dell'Imperatore, che dovea proteggerla. Voi sapete quanti danni l'autorità della Chiesa romana ne ha ritratto. Imperocchè i peccati restavano in gran parte impuniti e i sacri canoni senza esecuzione; per nulla dire della distruzion delle chiese e dei monasteri, dei saccheggi, degl'incendii, delle uccisioni e dei delitti d'ogni maniera. Dio ha permesso questi mali; ma infine Egli ha rabbonacciata la tempesta, e volto il cuore dell'Imperatore a chieder la pace. È questo un miracolo della divina potenza. Imperocchè chi avrebbe pensato che un Vecchio Sacerdote ed inerme potesse resistere al furore teutonico e vincere senza combattere un Imperador sì possente? Ma ognuno intende che è impossibile guerreggiar contra Dio. Ora avendoci Federigo chiesta la pace, escludendone voi, noi considerando la devozione e il coraggio, onde voi avete combattuto per la Chiesa e per l'Italia, non abbiamo voluto accettarla senza di voi; affinchè come voi avete partecipato con noi della tribolazione, così partecipiate ancora con noi della gioia. È questa la ragione, per la quale noi, senza aver riguardo nè alla nostra dignità nè alla nostra vecchiezza, ci siamo esposti al mare e ai pericoli d'un lungo viaggio per venire a deliberarecon voi se dobbiamo o no accettare la pace che ci viene offerta.»
I rappresentanti della lega, vivamente commossi da tanta degnazione, risposero di comune accordo per bocca d'uno dei loro capi. «Venerando Padre e Signore, tutta l'Italia si getta ai vostri piedi per rendervi grazie e testimoniarvi la sua letizia per l'onore che voi fate ai vostri sudditi di venire a loro, affine di cercare e rimenare all'ovile le pecorelle smarrite. Noi conosciamo per propria esperienza la persecuzione che Federigo ha fatta alla Chiesa ed a Voi. Noi siamo stati i primi ad opporci al suo furore ed impedire che egli distruggesse l'Italia ed opprimesse la libertà della Chiesa; e per una causa sì santa noi non abbiamo perdonato nè a spese, nè a travagli, nè a perdite, nè a pericoli. Per ciò, venerando Padre, è conveniente che voi non accettiate pace senza di noi; siccome noi l'abbiamo più volte ricusata, perchè ci veniva offerta senza di Voi. Pel resto noi siamo ben contenti di far pace coll'Imperatore, al quale noi non ricuseremo nessuna delle sue antiche ragioni sopra l'Italia; purchè sieno salvi i diritti che noi abbiamo ereditato dai nostri maggiori. Quanto al Re di Sicilia, noi approviamo che sia anch'egli compreso in questo trattato, perciocchè egli è un Principe che ama la pace e la giustizia. I nostri viaggiatori lo sanno per esperienza, giacchè vi ha più sicurezza nei boschi di quel reame che non nelle città degli altri Stati.»
Romualdo Arcivescovo di Salerno e personalmente presente a quel consesso, ci ha nella sua cronaca conservato questi particolari.
Saputosi da Federigo come il Papa trovavasi a Ferrara in uno coi rappresentanti della Lega e cogli ambasciatoridel Re di Sicilia, inviò colà suoi plenipotenziarii per conchiudere definitivamente le condizioni della pace, da giurarsi poi da lui e da tutti in Venezia. Terminate le conferenze, il Papa, con tutta quell'adunanza si restituì alla città reina dell'Adriatico; dove in breve recossi eziandio l'Imperatore, con gran seguito di Principi e Signori alemanni. Il giorno appresso del suo arrivo il Papa gl'inviò sei Cardinali, acciocchè ricevessero dalle sue mani per iscritto la rinunzia allo scisma, e la professione di obbedienza a lui ed a' suoi legittimi successori nella cattedra di S. Pietro, e in conseguenza di ciò lo assolvessero dalla scomunica. Lo stesso dovea farsi coi Prelati e Signori del suo seguito. Compiuto tutto ciò appuntino, il Doge di Venezia con gran moltitudine del Clero e del popolo andò a prendere l'Imperatore e processionalmente lo condusse alla chiesa di S. Marco, dove il Papa attendevalo. Federigo appena giunto alla presenza di Lui gittò via dalle spalle l'imperiale paludamento e prostesosi boccone a terra baciò reverentemente i piedi a sua Santità, implorando supplichevolmente perdono e benedizione. Il Papa, commosso fino alle lagrime, si piegò amorevolmente sopra di lui, lo benedisse con grande affetto, e sollevandolo da terra lo abbracciò e lo baciò in bocca. A tal vista un impeto di gioia invase tutti gli astanti, e Alemanni e Italiani, grandi e popolo, proruppero in alto grido di giubilo. Da ultimo il Papa, fattosi all'altare, intonò il solenne inno di grazie al Signore.
Per più giorni durarono le pubbliche feste nella città con addobbi e luminarie e giuochi e conviti; le quali feste si raddoppiarono il giorno del giuramento della conchiusa pace. Radunatisi pertanto nella gransala del palazzo patriarcale, il Papa col Sacro Collegio, l'Imperatore, l'Imperatrice, i Principi, i Commissarii della Lega lombarda e gli Ambasciadori del Re di Sicilia; il Papa fece una breve allocuzione, relativa a quel fatto, ricordando i beneficii della pace e commendando altamente la virtù e la prudenza dell'Imperatrice, a cui dopo Dio, essa dovevasi. L'illustre donna, verso cui tosto si rivolsero gli occhi di tutti, si tinse il viso di modesto rossore ed avvallò dignitosamente gli sguardi. All'allocuzione papale seguì un discorso dell'Imperatore, dove egli confessando i suoi passati errori, rendeva grazie a Dio d'avernelo ritratto, e prometteva per ammenda d'andare a guerreggiare in Terra Santa, e protestava di rendere piena pace ai Lombardi e al Re di Sicilia. Tutti acclamarono con festevoli grida, e presentati poscia da' chierici i santi Evangelii e le reliquie della vera croce, l'Imperatore pel primo, e quindi i Principi e i Commissarii delle parti contraenti giurarono d'osservare fedelmente il trattato.
La grandezza di questi avvenimenti, qui piuttosto accennati che narrati, ci avevano quasi fatto dimenticar Rafaella. Ma essi non erano estranei per lei; anzi meravigliosamente s'intrecciavano con le sue avventure. Riavuto il fratello, cui fuor d'ogni credere trovò florido e lieto, ella pensava d'aver tocco il limite d'ogni sua contentezza. Ma Iddio le serbava un altro benefizio, tanto più giocondo quanto meno da lei immaginato. Il dì che il Papa tornava da Ferrara, accompagnato dai magistrati e rappresentanti delle città lombarde, Rafaella insieme colla madre stavasi a una finestra del Doge mirando quel non più veduto spettacolo, e un ufficiale di corte le veniva indicando espiegando i singoli personaggi. — Osservate, madamigella; quelli che immediatamente seguono il corteggio papale, sono i Messi di Federigo Imperatore. Son tutti alemanni ed appartengono alle prime dignità dell'Impero. I due che vengono dopo, l'uno ecclesiastico, l'altro secolare, sono gli Ambasciadori del Re di Sicilia, Romualdo Arcivescovo di Salerno, e Ruggiero conte di Andria. Da ultimo vedete i Commissarii della Lega scelti tra i consoli e i magistrati delle diverse città. Hanno varie divise secondo la patria a cui appartengono. Questi sono Milanesi, questi di Cremona, questi altri di Treviso, quelli di Bergamo. — Rafaella osservava attentamente tutto e tutti, quando tra i consoli di Milano le parve vederne uno che al volto e agli atti si rassomigliava pienamente ad Ottolino. Trasalì a quella vista, e un gelido tremore le corse per le ossa. La madre che s'accorse di quella veemente ed improvvisa turbazione: — Che hai, figliuola, le disse, tu se' fatta pallida e quasi convulsa! — Vedi, mamma, rispose Rafaella, guarda quel terzo da parte destra, che ha la piuma nera al berretto e la cintura turchina ai fianchi, non sembra egli proprio Ottolino? — La buona vecchia aguzzando gli sguardi restava anch'ella meravigliata della totale rassomiglianza; ma non sospettando a pezza dell'identità di persona: — Veh, esclamava, coincidenza di fattezze e di movimenti! lo diresti gemello; se nonchè questi ha il volto più abbronzato. — Mamma, ripigliava Rafaella, a cui il cuore batteva in petto oltre l'usato, chi sa che non sia desso. — Che di' tu mai, figliuola mia, Ottolino! di cui non si è saputo più nulla, e che certo sarà a quest'ora in paradiso, giacchè era pio giovine, e Dio certamente gli avrà usata misericordia. E poi cheavrebbe a far egli coi Milanesi e molto più coi Consoli! Egli era un semplice arimanno di Saluzzo. — E che possiamo noi sapere, o mamma, delle vicende di questo mondo! Chi avrebbe mai predetto che io prigione in Mozzatorre vi sarei stata poi in qualità di signora! Non potrebbe ad Ottolino essere accaduto qualche cosa di somigliante? — E non ne sarebbe trapelato qualche sentore infine a noi? disse la madre: Rafaella, non fare che l'antico affetto t'illuda.
Ma l'antico affetto non la illudeva; imperocchè veramente quegli era Ottolino, decorato dai Milanesi della loro cittadinanza ed ascritto tra' consoli in guiderdone del fatto egregio nella battaglia di Legnano. Egli veniva con gran desiderio in Venezia sì perchè sapeva d'avervi a rivedere Eriberto, e sì perchè sperava d'incontrarvi inoltre Berardo alla corte del Marchese Manfredo. Qual fu la sua sorpresa, quando udì che oltre a Berardo, eravi eziandio la figliuola! Esultò di gioia; e come prima gli fu concesso, corse subito all'albergo, dove gli fu detto che dimorava Berardo. Ognuno può immaginare le allegrezze che tutti i membri di quella famiglia fecero al vederlo, quasi redivivo e tornato dall'altro mondo. Egli altresì non capiva in sè medesimo dalla letizia, nè sapeva saziarsi di stare con essi; e ogni dì era a visitarli e intrattenerli piacevolmente col racconto delle sue avventure, ed a vicenda facevasi narrare da Eriberto e da Rafaella le loro. Così passarono tutti quei giorni, che precedettero la ratificazion della pace; ed Ottolino sembrava quasi divenuto un secondo figliuolo di Berardo; tant'era la confidenza e l'affetto, con che egli veniva trattato.
È facile indovinare se in quel bollente animo si ridestassel'antica fiamma. Nondimeno egli non osava palesarsi, sì perchè non sapeva quali fossero le disposizioni di Berardo, e sì perchè avea concepito gran desiderio di seguitare l'Imperatore nell'impresa d'Oriente a difesa di Terra Santa. Senonchè la pia Imperatrice, che appena seppe di lui avea voluto vederlo e spesso lo chiamava in corte, un dì fe cadere il discorso sopra Rafaella e sopra la necessità di dover omai darle stato; e come dal mutamento di colore e dall'agitazione degli atti si accorse degli interni affetti del giovane, apertamente il dimandò se egli a riguardo della donzella era quel medesimo che fu un tempo, giacchè a lei tutto era noto. Ottolino, affidato da tanta benignità di quell'eccelsa Signora, interamente le confessò l'animo suo. Le espose come egli veramente per Rafaella non era in nulla diverso, ma che il desiderio di seguitar Federigo nella crociata contro gl'infedeli, e il timore non forse la mutata condizione di Berardo fosse ostacolo a contrarre con lui parentado lo facevano star titubante. Beatrice risposegli che, quanto all'andata in Palestina essa non potea eseguirsi se non dopo qualche anno, essendo indispensabile dar prima assettamento alle cose dell'Impero e far gli apparecchi di guerra; nè potea venirle ostacolo dalle nozze con Rafaella, la quale, pia come era, sarebbe stata anzi lieta di quella virtuosa risoluzione dello sposo. Quanto poi alla disparità di condizione, già egli, console milanese, non la cedea gran fatto al feudatario di picciol castello; ed oltre a ciò ella sarebbe stata presta a sollevarlo a grado più alto, se il Marchese Manfredo non l'avesse prevenuta. Conciossiachè questi ammirato del valore di Ottolino, avea già mosse pratiche presso la magistraturadi Milano per riavere l'antico suo suddito, affine di proporlo al comando generale di tutte le schiere della sua signoria. Ottolino fu oltremodo lieto a udir tali cose; giacchè gli frugava l'anima eziandio la brama di tornare al luogo nativo e rivedere i parenti e gli amici. Il perchè rendute all'augusta Imperatrice le maggiori grazie che per lui si potessero, tutto si commise nelle sue mani. La magnanima donna, accertatasi prima dei sentimenti eziandio di Rafaella, chiamò a se Berardo e manifestogli ogni cosa, con estremo contento di lui. Il perchè, iniziate e conchiuse in poco tempo le trattative, l'Imperatrice ebbe la soddisfazione di potere prima del suo ritorno in Germania, assistere ella stessa agli sponsali, decorandoli di ricchi doni.
NOTE:1.Arimannovuol direuomo libero.2.Stoiradicesi ancora oggidì dai Piemontesi l'aratro.3.Da più d'un secolo Robaldo conte di Nizza, Guglielmo conte di Provenza e Adriano III di Torino, aveano distrutto il nido dei Saracini in Frasinetto. Ma un piccolo resto di que' barbari, sfuggito allo sterminio, conservavasi qua e là sparpagliato. Alcuni campavano la vita coll'esercizio di qualche basso mestiere: e i più vagavano per le campagne, dando la buona ventura, medicando malati e rubacchiando, alla guisa dei zingari.4.Siracusanam civitatem cum pertinentiis suis et ducentas quinquaginta caballarias terrae in valle Nothi, etc. in unaquaque civitate maritima, quae propitia Divinitate a nobis capta fueritrugam unam, eorum negotiatoribus convenientem, cum ecclesia balneo, fundico et furno, etc.(V. Annali d'Italia delMuratori).5.Baronio, Annali, an. 1150,Acta Alexandri III.
1.Arimannovuol direuomo libero.
2.Stoiradicesi ancora oggidì dai Piemontesi l'aratro.
3.Da più d'un secolo Robaldo conte di Nizza, Guglielmo conte di Provenza e Adriano III di Torino, aveano distrutto il nido dei Saracini in Frasinetto. Ma un piccolo resto di que' barbari, sfuggito allo sterminio, conservavasi qua e là sparpagliato. Alcuni campavano la vita coll'esercizio di qualche basso mestiere: e i più vagavano per le campagne, dando la buona ventura, medicando malati e rubacchiando, alla guisa dei zingari.
4.Siracusanam civitatem cum pertinentiis suis et ducentas quinquaginta caballarias terrae in valle Nothi, etc. in unaquaque civitate maritima, quae propitia Divinitate a nobis capta fueritrugam unam, eorum negotiatoribus convenientem, cum ecclesia balneo, fundico et furno, etc.(V. Annali d'Italia delMuratori).
5.Baronio, Annali, an. 1150,Acta Alexandri III.
GIO. GNOCCHI — EDITOREScienza per tutti. Eleganti volumi in-16 illustratiStoria di un foglio di cartadi G. Pizzetta, traduzione del dott. G. Gorini, con incisioni. L. 1 —Storia d'un pezzo di carbonedi G. Hément, traduzione del dott. G. Gorini, con incisioni. 1 —Storia di un raggio di sole, di P. Papillon, traduzione del dott. G. Gorini, con incisioni. 1 —Un vezzo di perle, storia delle perle, loro formazione, pesca, commercio e imitazione di Paride Colucci-Nucchelli. 1 40La mia dimora, storia del corpo umano, di Alacot, tradotta dal prof. I. Malacarne. 1 30Il mondo prima del diluvio, di G. Pizzetta. Un volume in-16 illustrato. 1 —Legati in carta zigrinata oro in più al volume — 80Roncali A.Scienza e costanza, ossia Cristoforo Colombo e la scoperta dell'America. Un vol. in-16 illust. 1 40Una passeggiata in vacanza, trattenimenti scientifici e morali dedicati ai giovanetti. Un vol. in-16. 2 —Bazzoni G. B.Racconti storici edizione illustrata. Un vol. in-16. 1 20Verne G.Un viaggio aereo, ossia cinque giornate in un pallone. Un volume in-16 illustrato. 2 —Zoncada A.Quattro racconti ad istruzione dei giovinetti. Un vol. in-16. 2 —Massimo buon prezzo.Grandissime carte geografiche murali: Italia, Europa e Mappamondo, approvate dal Ministero di Pubblica Istruzione, di metri 2 per 1½, espressamente disegnate ed incise ad uso delle Scuole, Commercio e per famiglie, con parole e caratteri grossi, colorate e stampate su bella carta, in 9 fogli ciascuna, in fogli per sole 7 —Montata su tela con bastoni 14 —Mediante Vaglia Postale in lettera affrancata si spediscono franche di Posta.
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Nota del TrascrittoreOrtografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le grafie alternative (ognora/ogn'ora e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. L'Indice è stato spostato all'inizio del libro. Sono stati corretti i seguenti refusi (tra parentesi il testo originale):28—egli avea trovato nel Pontefice Adriano IV [Pontefice IV]31—non volesti abbandonare [abbondonare] questo paese39—da lontano Giovanna, e pensando [pensado] essere72—non esservi Dio, non esservi [eservi] giustizia110—Federigo avrebbe [aveebbe] dovuto comprendere116—si sentiva compresa da un subitaneo [subitano] raccapriccio117—Anche l'umor faceto di frate Uguccione [Ugucoione]121—pose l'assedio ad Alessandria [Allessandria]132—con termini di singolare benevolenza [benevoenza]
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