—Il colloquio era durato ancora, ma rotto, a pezzi e bocconi, non sapendo il Fiesco rassegnarsi ancora a finirlo e chiedendo sempre qualche cosa, il Ximenes strascicando le parole e mostrandogli di aver detto abbastanza. Ma quanti dubbi restavano nell’anima del povero capitano! E non gli si poteva almeno concedere di veder la sua donna?
—Troppo chiedete, senza averlo meritato!—rispondeva qui l’arcivescovo.—Prenderò ordini da Sua Altezza. Quando avrete veduto il re.... quando egli vi avrà date le sue istruzioni.... chi sa? non dispero. Ferdinando è buono per chi lo serve con amore. Ed io, signor conte, ho desiderio di contentarvi. Ma voi siate ragionevole; è nell’utile vostro.—
Il capitano Fiesco baciò l’anello pastorale, e più morto che vivo si ricondusse a casa. Era aspettato, e non potè tacere il colloquio che aveva avuto, con un frutto così scarso per sè, con tanto danno imminente per le speranze del suo grande concittadino. Terribil dilemma! otradire gl’interessi dell’Almirante, o perdere Fior d’oro.
—Figliuol mio,—disse Cristoforo Colombo,—non vi date pensiero di me. So bene che il trionfo di Ferdinando è la perdita d’ogni speranza mia, d’ogni fede nella giustizia degli uomini. Ma se Iddio non volesse farmi morire contento?... Tutto quello che accade dimostra che questo è il suo alto disegno. Sia fatta la sua volontà. Certo, ho gravi colpe da scontare; e non è giusto che altri ne soffra per me. Andate dal re, accettate ogni cosa. Ciò che Dio vuole sarà; ciò ch’egli non vuole non sarà; sia benedetto il suo nome.—
Nè già l’Almirante conosceva per intiero i disegni della marchesa di Moya, e le probabilità su cui erano fondati. Ma di tutto ciò era informato l’Adelantado, che vedeva nella trista commissione imposta al capitano Fiesco pericolare ogni speranza di giustizia. Era quello un gran colpo, e forse mortale, per il suo sventurato fratello, che ad ogni tratto, per ogni commozione un po’ forte, ricadeva prostrato, bene lasciando intendere ai suoi familiari che le fonti della vita s’inaridivano in lui.
Tornava frattanto alla mente del Fiesco il risolino del Ximenes, quando si era sentito accennare alle Fiandre. E se ne apriva coll’amico. Che cosa poteva significare quel risolino dell’arcivescovo di Toledo? E che segreto era quello del re, a proposito delle Fiandre, che l’arcivescovo riconosceva con tanta soddisfazione essere stato così bene custodito?
—Amico mio,—rispondeva l’Adelantado,—vorrà dire che dal lato delle Fiandre sono sicuri;che il re non ha timori, sapendo impazzita davvero la sua figliuola e rivale; che finalmente, e questo è il peggio, da quella parte là non c’è più da sperar nulla per noi.
—L’ho pensato ancor io;—disse il Fiesco.—Ma allora è inutile che temano, e chiedano man forte alla Francia.
—Eh, non si sa mai;—replicava l’Adelantado.—Se Giovanna è pazza, non è scemo il marito, e può cagionar dispiaceri, forte com’è dell’appoggio di suo padre, l’imperatore Massimiliano d’Austria. Castiglia è poco disposta a riconoscere l’autorità di Ferdinando d’Aragona. Non potrebbe ella voltarglisi contro?—
Il resto della giornata passò in ansie continue per il povero capitano, che quando non aveva l’amico a tenerlo occupato coi ragionamenti, si lasciava andare alla disperazione, e piangeva come un bambino. E non era un animo fiacco: ma in quella inerzia forzata, non aveva altro sfogo che le lagrime. Nè v’hanno poi animi forti contro un dolore che terribili incertezze rendano sempre più acuto.
Fior d’oro! povera donna cara! che sarebbe avvenuto di lei? come viveva in quelle ore? Il ministro di Ferdinando aveva promesso che sarebbe stata trattata bene, con tutto il rispetto dovuto ad una regina. E il poveretto amava ad ogni tanto richiamarsi a mente le parole del Ximenes. Certo, quell’uomo era debole, come lo aveva giudicato Diego di Deza; ma non si poteva negare che fosse un uomo virtuoso. Debole, finalmente, era fatto dal vivo amore di patria, che i suoi concittadini non mostravano di intendere, e a cui uno straniero era tanto menoobbligato di render giustizia: ma le sue intenzioni erano pure; le aveva chiarite egli stesso, con sincerità tanto più bella, quanto più era stata spontanea. Sì, il Ximenes avrebbe fatto ciò che prometteva. Non aveva egli anche giurato per la sua croce? Ma questo per il tempo che il capitano Fiesco sarebbe stato lontano. E se tornava senza aver nulla ottenuto? Cessava la pietà del ministro, e sottentrava la durezza del re. Trattata come una regina!... Sì; e non si poteva ricordar troppo, allora, che Fior d’oro era stata regina, e condannata ad una morte ignominiosa?... Orribile pensiero, che faceva fremere, raccapricciar di spavento! E c’era intanto da piangere di disperazione, in una notte lunga, lunga, che non voleva finire mai più.
La mattina seguente, appena gli parve ora da ciò (ed era già in volta da un pezzo) il capitano Fiesco andò al palazzo di giustizia. L’arcivescovo di Toledo lo ricevette senza indugio, e lo accolse con un bel sorriso paterno.
—Ho buone notizie per voi;—gli disse subito.—È tranquilla. L’ho veduta io medesimo.
—Stamane! già?
—Sì, stamane, signor conte. Voi venite per tempo; ma io sono stato anche più pronto a lasciare il letto. I vecchi, figliuol mio, dormono così poco! È tranquilla, vi ripeto, ed anche di buon animo. Le ho detto che pensate a lei, cercando di abbreviare i termini della sua liberazione, e correndo perciò a prender le carte comprovanti il vostro matrimonio. Non era bene che le si parlasse d’altre imputazioni; vi pare?
—Ringrazio Vostra Eccellenza;—mormoròil capitano Fiesco, piangente.—È stato un buon pensiero; e mi promette cose maggiori. Non mi sarà dato vederla?
—Non correte, non correte tanto, vi prego. E non vi ho detto or ora che voi già dovevate correre sopra un’altra via? A quest’ora, secondo quello che io ho detto alla contessa, voi dovreste essere molto lontano, a Medina Celi, e forse a Calatayud, sulla strada di Saragozza. Del resto, non avevo ottenuto nulla dal re. Per esservi largo di favori, egli vuole la prova della vostra obbedienza.
—E gliela porto;—disse il Fiesco, sforzandosi di parer contento del suo destino.—Si degni Vostra Eccellenza di accompagnarmi.
—No, non occorre;—rispose il Ximenes.—Sua Altezza ha voluto lasciare a me la cura di tutto.—
Il capitano Fiesco s’inchinò. Bene intendeva che Ferdinando non si sentisse di rivederlo, dopo il brutto colpo del giorno prima. Ed anche per lui, forse, era meglio non vedersi davanti quella faccia di traditore.
—Qui,—proseguiva l’arcivescovo, prendendo in mano un foglio di carta,—è un disegno di trattato. Una semplice minuta, senza intitolazione, senza formole di cancelleria, per ovviare ad ogni pericolo di smarrimento. Il re Cristianissimo, del resto, conosce bene questa mano di scritto. C’è la sostanza; quanto alla forma, parola più, parola meno, può esser variata; e veda il vostro eccelso cugino di far le cose per bene; Sua Altezza non tralascerà di mostrargliene il suo gradimento. Ci sono contee e marchesati anche in Aragona, o in Castiglia, a suascelta, ma per il giorno che la reggenza di Castiglia sia assicurata al re Ferdinando.
—E se Gian Aloise non accetta di recarsi in Francia?
—Come?—esclamò il Ximenes.—E perchè non accetterebbe, se voi lo pregate.... con quelle ragioni che avete? Amerebbe egli così poco i suoi parenti? così poco si curerebbe della loro felicità? e della propria fortuna? Per qual ragione, poi? Egli non ha vincoli coi nostri nemici di qui; nè può veder male che il re Cristianissimo, già amico del re Cattolico a Napoli, gli diventi più amico ai Pirenei. Vedrete che accetterà, e per l’utile suo, che non sarà poco, e per l’utile vostro, che saprete ben mettergli sott’occhio. Andate dunque sicuro, e partendo fin da quest’oggi. Avete bisogno di denaro?
—No;—rispose il Fiesco, fremendo.—Son provveduto abbastanza.—
E si congedò, per mettersi quel giorno istesso in viaggio. Spendendo del suo, per Iddio! Non voleva denaro dai carcerieri di Fior d’oro; non voleva denaro, per un’opera che sapeva di tradimento. Lo aveva assolto l’Almirante; lo aveva anzi incuorato; ma era sempre un’infamia. Ed egli si sentiva preso al laccio, preso senza rimedio, come quando lo aveva colto il selvaggio Guatigana alle cascatelle del Verde. Ma allora era solo, e non doveva pensare ad altri che a sè. Il soldato era stato preso in una imboscata; eventi di guerra, a cui bisognava adattarsi. In guerra c’è sempre la morte, alla prima svolta del sentiero; il soldato lo sa, e ne sorride, provando un aspro diletto a sfidarla. Ma ora! Non c’era il pericolo della morte per lui; c’era bensì,a prezzo dell’infamia sua, la salvezza di una povera donna adorata. E gentiluomini, e cristiani, avevano potuto meditare un’insidia così vile?
Andava, frattanto, proseguiva il suo cammino verso la casa del signor Almirante. Le vie per cui passava si vedevano piene di gente affaccendata, che non faceva calca, ma si spartiva in crocchi, in capannelli, in brigate, che vociavano confusamente, alternando tra loro domande e risposte, facendo atti di maraviglia e d’allegrezza, di sdegno, di sconforto, secondo le opinioni e gli umori, come sempre accade nelle popolari ragunate, quando qualche cosa bolle in pentola, e chi la vuol cotta e chi cruda, e chi si contenta e chi no, ma tutti ad un modo si riscaldano nel giuoco.
—Felici voi!—pensò il capitano Fiesco, passando.—Felici voi, che gridate i vostri desiderii e le vostre passioni in piazza! Io griderei morte e dannazione a questo mondo vigliacco, che lo inghiottisse una volta l’abisso; e per tutta l’eternità, quanto è lunga, e per un’altra, e un’altra ancora, si sprofondasse tutti nel vuoto!—
Nè egli sentiva pure il desiderio di rallentare il passo, per cogliere a volo qualche frase di quei discorsi animati, per intendere di che ragionassero tutti quei cittadini di Valladolid, che parevano morsi dalla tarantola. Dei fatti altrui non era curioso: quanto a sè, tutto ciò che poteva accadergli di peggio era accaduto da un giorno. E che cosa, finalmente, potevano aver di nuovo, i cittadini di Valladolid? Forse li metteva in festa una delle tante solennità del calendario; forse li commoveva in vario modo uno di quei truci spettacoli che l’Inquisizioneregalava ogni settimana nel Campo Grande, a maggior gloria di Dio e dilettazione del popolo?
Ma no, niente di questo; dovevano essere di politica, quegli animati discorsi.—Le Cortes!...—Burgos!...—Perchè Burgos, e non Valladolid? Queste parole, spiccando tra tante altre men chiare, giunsero a lui, e il suo orecchio involontariamente le accolse.
—Politica!—diss’egli tra sè.—Lasciamola ad Aristotile; io ne ho piena la testa. E le tasche;—soggiunse con amara celia, mentre si tastava il giubbone.—Ce l’ho qui, io, buoni Castigliani, il trattato che dovrà farvi contenti come pasque.—
E andava ancora, e giungeva in vista della meta. Ma la strada non era così deserta e tranquilla come il giorno prima, quando gli era parsa tanto serena, tanto innocente. Presso la casa di Gil García, e proprio davanti al portone, si vedeva uno stuolo, quasi un drappello d’uomini, tutti vestiti d’una foggia. Soldati? no, perchè apparivano disarmati. Famigli, piuttosto, staffieri di grande casata, come mostrava l’assisa uniforme, rossa e nera, dei loro mantelli e dei loro farsetti.
—Visite!—pensò il capitano Fiesco.—E di gran personaggi!—
Ma egli doveva salire, per congedarsi dall’Almirante; e passò, in mezzo a quello sciame di staffieri. Giunto al pian di sopra, trovò ancora l’Adelantado, che passeggiava col nipote Fernando.
—Novità;—gli disse il vecchio marinaio;—e varranno, spero, un po’ meglio delle vostre.
—Le mie,—rispose il capitano,—son quelled’ieri. Si vuole ch’io parta, e per servizio del re d’Aragona. Le vostre?
—È giunta la signora marchesa di Moya;—replicò l’Adelantado.—Essa è di là, nella camera dell’Almirante.
—Già qui!—esclamò il Fiesco.—Ma non ho veduto il frate scudiero, salendo.
—E non potevate vederlo, perchè non è venuto. Lo ha lasciato a Siviglia, o mandato altrove, che bene non ricordo. Egli dovrà capitare fra due o tre giorni. Ma entrate; la marchesa vi aspetta.—
Il signor Almirante era seduto su d’un seggiolone accanto alla finestra, appoggiato le spalle e il capo ad un alto guanciale; bianco, cereo la fronte e le guance, ma sfavillanti i grandi occhi cerulei, e vermiglio le bellissime labbra, come nei giorni migliori della sua vita. Non era quello da annoverare tra i più belli che mai avesse vissuti il grand’uomo? Beatrice di Bovadilla era là, seduta accanto a lui, tenendone una mano tra le sue, e guardandolo amorosamente negli occhi. Piangeva, labellissimadonna; ma tra le lagrime brillavano le ciglia, e sorridevano le labbra, dicendo la contentezza di quell’ora solenne.
Temeva di giungere importuno, il capitano Fiesco; ma fu accolto come persona desiderata. Ed anche l’arrivo suo metteva fine ad una scena di gran commozione, che non voleva essere prolungata.
Beatrice di Bovadilla si mosse alquanto sulla vita, e stese una mano al conte Fiesco, mentre l’altra non abbandonava la mano del signor Almirante.
—Amico,—diss’ella,—eccomi qua, come avevo promesso, e prima ancora che voi non mi doveste aspettare. Ma si fan presto le cose che si fanno volentieri; ed anche altre ragioni che saprete mi hanno messe le ali. E giungo in tempo per molte cose;—soggiunse, stringendo la mano del nuovo venuto.
Bartolomeo Fiesco s’inchinò, rispose con una stretta più forte alla stretta di donna Beatrice; ma non seppe che dirle. Era confuso, ed aspettava di sapere dell’altro.
—Ebbene,—domandò l’Almirante,—che cosa vi han detto laggiù?
—Che debbo partire. Ed io,—soggiunse il Fiesco, sospirando,—avendo la vostra licenza, obbedirò.
—Ma che! non obbedirete affatto;—interruppe la marchesa di Moya, col suo piglio imperioso.—So tutto. In poche parole mi ha informata il signor Adelantado di tutto. E per servizio d’Aragona non occorre più niente.—
Il capitano Fiesco era rimasto sconcertato, guardando Beatrice di Bovadilla, poi l’Adelantado, che era entrato dietro a lui nella stanza.
—Non chiedete perchè m’abbiano informata;—ripigliò la marchesa.—Non potevano già tacermi l’infamia che è stata commessa a danno vostro. E poi, ci sono forse più segreti tra noi? Nè io li tradirò, buon amico, e leal servitore di don Cristoval. E voi, e l’Almirante, e suo fratello, serberete anche un segreto, che non è intieramente il mio, ma di tutta Castiglia. Vengo con molti, e precedo moltissimi, un vero esercito di gentiluomini. Veramente, dovevo venire con altra compagnia, che voi ben sapevate, signorconte: ma che volete? gli eventi son corsi più rapidi dei miei disegni, ed io sono stata travolta dagli eventi. I segnali, benedetti segnali di fiamma, hanno scompigliato ogni cosa.
—I segnali!—ripetè il Fiesco, che non riusciva ad intendere.
—Già, le belle fiammate, che secondo una certa intesa dovevano divampare sulle vette dei monti, dalle Asturie alla nuova Castiglia, per tutto il confine del Portogallo, hanno dato un ben lieto annunzio alla nobiltà Castigliana. Ed eccoci qua. Ho dovuto correre, colla mia gente, lasciando a Siviglia il vostro scudiero, con una lettera mia, che terrà luogo delle parole. Egli verrà; accompagnato o solo, non importa; ma verrà, e voi lo riavrete.—
Questo importava poco, per allora, anche al capitano Fiesco. Egli capiva così ad occhio e croce che lo stato delle cose si mutava stranamente per tutti. Ma quei segnali di fiamma, quell’esercito di gentiluomini, quell’arrivo anticipato di donna Beatrice, quella sua stessa aria di trionfo, volevano una spiegazione.
—Dobbiamo custodire un segreto, e sia;—diss’egli di rimando.—Ma almeno vogliate confidarcelo intero.
—Non lo avete indovinato? Quello che io ve ne avevo lasciato trapelare in Santa Chiara, non bastava a mettervi sull’orma? La Nuova Castiglia si rovescia sulla Vecchia, per darle man forte; tutt’e due s’imporranno alla ostinazione del re Ferdinando, con la convocazione delle Cortes nella città di Burgos.—
Il capitano Fiesco ricordò allora i discorsi che aveva sentiti per via. La Nuova Castiglia,arrivando, spandeva già il gran segreto alle turbe.
—Il re d’Aragona ha giuocato una grossa posta;—continuava frattanto la marchesa di Moya.—E l’ha perduta; tanto peggio per lui. Gli premeva di nascondere il vero in Segovia, di nasconderlo a Valladolid, come lo avrebbe nascosto a Burgos, dove sarebbe andato a far capo, accostandosi al confine minacciato, andandoci come la biscia all’incanto. Giovanna e Filippo non dovevano da principio lasciare le Fiandre; questa la certezza ch’egli voleva istillare negli animi di Castiglia. E non dovevano averle lasciate, nemmeno quando si erano imbarcati, e il vento li cacciò sulle coste d’Inghilterra. Egli intanto mandava a Londra i suoi messaggeri, che tentassero la fede ospitale di Arrigo VII. Questo abbiamo saputo noi, come sapevamo già il resto; ed abbiamo voluto lasciarci credere ignari di tutto, inerti, discordi, ingannati da lui. Ora egli non sa ancora una cosa, che a noi è stata annunziata da quelle belle fiammate sui monti; Giovanna e Filippo hanno lasciata l’Inghilterra; saranno domani in vista di Laredo, nel golfo di Biscaglia. Capite, ora? capite perchè siamo qua noi? Dico noi, così per dire;—soggiunse la marchesa, sorridendo, ed anche arrossendo un pochino;—che io, veramente, se un’altra più potente cagione non mi avesse chiamata su questa via, avrei potuto assistere al trionfo della buona causa dal mio modesto ritiro, nel convento di Santa Chiara, ove le anime tristi covano meglio la loro tristezza che altrove. Comunque sia, eccomi qui, imbrancata, come una nuova Bradamante, nel grande esercito dei cavalieridi Castiglia; l’ho anzi preceduto, con una e bella e fiorita avanguardia. Giudicatene voi: Ossuna e Gandia, Carmona, Ubeda e Montilla, duchi; Avila, Lucena, San Felipe, Valdepeña, Almagro, Albacete, marchesi; Almanza, Andujar, Cabriel, Huete, Velez Rubio, e via discorrendo, non so più bene se una ventina o una trentina di conti. Li raccattavamo per via; quanti erano pronti, venivano con noi; tutti gli altri verranno in giornata, o domattina; e tutti avviati a Burgos, con una parola d’ordine, le Cortes, le Cortes di Castiglia, per Giovanna e Filippo. E voglia o non voglia il re d’Aragona, si convocheranno a Burgos, dove Lerma, Aranda, Soría, Alar, Espinosa, Miranda, Zamora, Medina Rio Seco, Alba de Tormes, tutti i più grandi nomi della vecchia Castiglia ci attendono.
—E Ferdinando non ha fumo di tutto ciò?—disse il Fiesco.—Oggi, in Valladolid, si deve già saperne qualche cosa.
—Oggi, sicuramente; se hanno occhi, egli e i suoi cortigiani, debbono averci veduti arrivare. Ma ieri non dovevano sapere ancor nulla, perchè lungo la strada altro non abbiamo incontrato che popolo in festa, e nessuna faccia proibita d’esploratori reali. Castiglia ha fatte le cose per bene; tutti volevano venire incontro a Giovanna, e nessuno ha tradito il segreto.
—Pure,—notò il capitano Fiesco,—si era saputo che io ero venuto a Siviglia, e nel convento di Santa Chiara.... a cospirare con voi.
—Bella forza!—esclamò la marchesa.—Non vi ha mica tradito Siviglia. Vi hanno seguitato da Segovia, dove il vostro arrivo saràparso sospetto. Odiano l’Almirante del mare Oceáno, come odiano noi; hanno voluto sapere dove andaste, mettendovi in cammino appena arrivato; e l’hanno saputo, tenendovi dietro. Quanto alle cospirazioni, è naturale che ne sospettassero. Le sentivano nell’aria. Ma che non sapessero fin dove potessimo giungere, ve lo dimostri l’esser noi giunti senz’ombra di ostacoli.
—Non avranno osato;—disse il capitano Fiesco.
—E ben per loro!—replicò la marchesa.—Questa non è cospirazione di pochi signori; è cospirazione di tutti. Anzi, non è nemmeno cospirazione; è volontà d’un popolo intiero. Le Cortes, a Burgos, per Giovanna e Filippo! Ed ora, vedrete quel che avverrà. Posso predirvelo, senza avere il dono della profezia. Andremo a Burgos, e il re Ferdinando verrà a Burgos; sempre come la biscia all’incanto; verrà a Burgos, coi suoi gentiluomini Aragonesi. Dico gli Aragonesi, perchè i Casigliani della sua Corte l’avranno già abbandonato, prima che tramonti il sole, per unirsi ailorocompagni.
—Anche l’arcivescovo di Toledo?
—Ah, il sant’uomo? No, egli non verrà con noi; ma si accosterà, per metter parole di pace. Virtuoso Ximenes! Lo rispettano tutti, e lo ascolteranno con riverenza, non potendo obbedirlo; poi gli faranno cerchio, e gli diranno: a Laredo, signor primate di Spagna, a Laredo, per ossequiare la vostra regina, la figlia della grande Isabella, la erede legittima, venuta ad occupare il suo trono. A Laredo! a Laredo!
—Perchè non posso io seguirvi laggiù!-dissel’Almirante, sospirando.—Se ancora mi potessi reggere in sella!...
—Giovanna verrà da voi, se ama la gloria del suo regno;—rispose Beatrice di Bovadilla, col suo bell’accento ispirato.—Con me, intanto, verrà il signor Adelantado, se voi lo permettete; e porterà una lettera vostra, e la presenterà alla regina.
—In tanta rèssa di cortigiani!—notò l’Adelantado.—Sarà difficile.
—C’è Bovadilla;—replicò la marchesa.—E la lettera di don Cristoval Colon sarà aperta e letta dalla regina, appena ella avrà toccato il suolo di Spagna.—
Un cavaliere, giunto allora in anticamera, chiedeva di parlare alla marchesa di Moya. Donna Beatrice, chiesta licenza a don Cristoval, lo fece entrare. Era il marchese di Lucena.
—Signora,—diss’egli, dopo aver fatto riverenza al signor Almirante,—il duca di Ossuna vi chiede consiglio. La città è tutta con noi; prega che siano qui convocate le Cortes. Che si risponde?
—Ecco Bradamante nel consiglio dei paladini;—gridò Beatrice di Bovadilla, ridendo.—Dite al duca di Ossuna che la risposta è facile. Non si può far torto a Burgos, città del Cid Campeador, e capitale della Vecchia Castiglia. Inoltre, prima di risolvere questa od altra questione, dobbiamo prendere i comandi della regina. E per noi, frattanto, l’essenziale è di giungere a Laredo.—
Il marchese di Lucena s’inchinò, salutò l’Almirante, e partì. Ma la conversazione aveva appena potuto riprendere il suo corso, che un altrocavaliere giungeva; e questo, senza farsi annunziare, entrava nella stanza, precipitandosi tosto nelle braccia del signor Almirante.
Era il figliuol suo, don Diego Colon, gentiluomo della corte di Ferdinando. Si odiava il padre, e si teneva a corte il figliuolo; per un resto di pudore, forse, o piuttosto per salvar le apparenze. Nè l’Almirante, sebbene ferito in tanti modi, nella sua dignità come nei suoi più sacri interessi, aveva mai permesso che il suo Diego lasciasse il servizio del re. Gli pareva l’ultimo anello che ancora congiungesse ai reali di Spagna il vicerè delle Indie, e non voleva spezzarlo.
—Non ti aspettavo, quest’oggi;—disse l’Almirante, dopo aver ripetutamente baciato ed abbracciato il suo primogenito.
—Nè io avrei potuto venire da voi, padre mio, prima di domani, essendo oggi di servizio. Ma ho avuto licenza, per prender commiato da voi, se restate a Valladolid. La Corte, domattina, si trasferisce a Burgos.—
Beatrice di Bovadilla volse un’occhiata in giro, come per far intendere all’Adelantado e al conte Fiesco:
—Che cosa vi dicevo io? Senza avere il dono della profezia, non vi pronosticavo quel che doveva accadere?—
All’occhiata della marchesa di Moya, il capitano Fiesco rispose con un inchino, che voleva dire: avevate ragione. Ma fece ancora un gesto di preghiera, che voleva aggiungere: ed io, come rimango, se partite? come rimarrà una povera prigioniera, se i carcerieri maggiori l’abbandonano all’arbitrio dei minori?
Tutte queste cose non capì la nobil signora ad un tratto. Ma intese che il capitano Fiesco aveva bisogno di lei.
—Signor Almirante,—diss’ella,—vi lascio per qualche momento col vostro don Diego. Ripasserò a salutarvi, prima di partire da Valladolid, ove ad ogni modo ritornerò per far più lunga dimora, se pure non seguirete la Corte anche voi. Ora, se permettete, vi rubo per una mezz’ora il conte di Lavagna.—
Così prese commiato. E uscendo dalla stanza col capitano Fiesco, che la seguiva tutto trepidante, gli disse colla sua bella voce che incantava la gente, e col suo bell’accento sicuro che ridava la vita:
—Pensiamo ora al mozzo Bonito. Sapete che lo amo, e che abbiamo fatto una sacra alleanza tra noi. Come sono contenta di esser venuta incontro ad una regina, per mettermi ai servigi di un’altra!
—Sapete già?...—chiese egli confuso.
—So tutto, signor conte. Ero giunta dall’Almirante mezz’ora prima di voi. Molte cose si possono dire e sapere in mezz’ora. E adesso, a noi.—
Indice
La mattina del 7 maggio, dell’anno 1506, gli abitanti di Laredo, gran pescatori e salatori di pesce nel cospetto di Dio, ebbero il magno spettacolo d’una armatetta navale che s’accostava con buon vento al loro porto, forse il più vasto, ma per allora il più sabbioso di tutta la costa di Biscaglia. Essi non avevano da temere uno sbarco di nemici, poichè le navi battevano bandiera castigliana; e del resto, fin dalla sera innanzi, troppa gente li aveva avvertiti, accorrendo a Laredo; troppa più gente che non potesse albergare la piccola città marinara; tanto che, rimpinzate le case, si era dato, od era stato preso alloggio nei magazzini, nelle scale, nei portoni, sotto gli archivolti, dovunque fosse un po’ di riparo; e molti poi s’erano adattati all’albergo della bella Luna, battendo i denti dal freddo. Ma per amore non si sente dolore: ed era amore quello che aveva tirate tante migliaia di grandi e piccoli gentiluomini a Laredo, per assistere all’arrivo di Giovanna di Castiglia, l’aspettata, l’invocata, l’adorata regina.
Le navi avevano ammainate le vele e gittata l’áncora fuori del porto; segno che non si fidavan troppo del suo fondo, o che abbastanza lo conoscevano. Subito dopo si spiccò dalla capitana un palischermo, a cui altri due se n’aggiunsero, fiancheggiandolo, ma rimanendo rispettosamente indietro due o tre palate di remi. E via via dalle altre navi si spiccarono altre imbarcazioni, venendo a formare sull’acqua una specie di falange macedone, la cui punta era il palischermo anzidetto, che portava a poppa lo stendardo regale, di rosso al castello d’oro, che era di Castiglia, ma partito di Leone, cioè d’argento al leone di rosso. Come il palischermo fu presso alla calata del porto, in mezzo alle grida e agli evviva della moltitudine affollata, si levò dal sedile di poppa una donna vestita di bianco, che portava sul capo, trattenuta fra le ciocche dei capelli nerissimi, una piccola corona d’oro. A lei volevano dare il passo i gentiluomini che le erano venuti compagni; ma ella, mentre un alfiere spiccava il vessillo dalla poppa, si trasse indietro verso un giovane cavaliere, a cui disse con accento di tenerezza:
—Filippo, siate voi il primo a toccare il suolo di Castiglia, che vi appartiene, come io vi appartengo.—
Pareva una bella cortesia di regina al suo compagno di reame; ma era un grido dell’anima, e Giovanna di Castiglia amava pazzamente quell’uomo.
Filippo d’Austria meritava egli un amor così forte? Per la bellezza, sì, certo. Giovane, che ancora non aveva toccati i ventotto; biondo dorato i capegli; bianco rosato la carnagione, ecosì fine la pelle, che contro la luce del sole pareva di vederci correre il sangue di sotto; d’una maravigliosa delicatezza i lineamenti del viso; snello di membra, elegantissimo in ogni movenza, dava l’immagine di tutte le perfezioni raccolte in un tipo esemplare di umana bellezza; con molta propensione, s’intende, alla grazia femminile, anzi che alla energia mascolina. Ma queste, che sarebbero inezie in ogni caso, non potevano neanche venire alla mente, guardando quel miracolo di principe. Tutti, in Europa, lo chiamavano Filippo il Bello, e con assai più di ragione che non si decorasse d’ugual soprannome un altro Filippo, di due secoli innanzi, e di Francia. Le donne, poi, specie se avevano la fortuna di vederlo da vicino, lo chiamavano l’arcangelo Gabriele; non sappiamo con quanta verità, ma certo con gran dispetto della regina Giovanna. E questo non forse per la irriverenza usata all’arcangelo, di compararlo ad un personaggio mortale, ma certamente perchè quell’ardito paragone le pareva ispirato da sentimenti troppo più arditi. Ammirassero da lontano, e tacessero; questo avrebbe voluto Giovanna. Erano già tante le sue paure! Così bello, da passare in proverbio, e sapendo che il sorridere gli stava bene a viso, mettendo in mostra un vero scrigno di perle, Filippo sorrideva spesso alla gente; e quando si trovava alla presenza di belle donne, fossero dame od ancelle, gli sfolgoravano gli occhi, e le dolci paroline gli fiorivano sul corallo tenero delle labbra stupende. E Giovanna ne soffriva, quantunque non avesse vere ragioni, o non gliene fossero venute sott’occhio, di lagnarsi del suo maritino.Sposata a lui nel 1490, ne aveva già avuti cinque figliuoli, Carlo, Ferdinando, Eleonora, Elisabetta, Maria: un sesto rampollo, Caterina, era ancora di là da venire; in viaggio, come si dice ai bambini curiosi.
Giovanna di Castiglia non si poteva dir brutta, perchè non era deforme; ma non si poteva dir bella, perchè non era piacente. Nata in un grado sociale più umile, non sarebbe stata osservata, nè per un verso, nè per l’altro, restando in quella mediocrità che solo può tornar gradita ai filosofi. Avrebbero potuto nondimeno piacere in lei due grandi occhi neri pensosi, ma troppo spesso velati, Dio buono, come smarriti in estatiche contemplazioni; le quali non erano infrequenti, ed occorrevano lì per lì, dovunque ella fosse, e in qual si fosse più numerosa brigata, solo che fosse lasciata un istante a sè stessa. S’incantava, allora; e quei grandi occhi, fissi in un punto dello spazio, perdevano la lucentezza insieme con la mobilità; onde appariva ch’ella non guardasse fuori e lontano, ma dentro di sè. Vedeva allora Filippo, il suo bel Filippo; e a volte gli sorrideva, a volte torceva la bocca, si sbigottiva, e usciva allora in rotte parole. Oh Filippo, no, no! Che ti ha mai fatto, questa povera Giovanna? Chiamata di schianto, ritornava in sè stessa, sorrideva malinconicamente, e si scusava del suo vaneggiare, dicendo:
—O sire Iddio, che sogno spaventoso ho mai fatto!—
Nè mai, per pregarla che si facesse, voleva dire che sogno fosse. Onde già intorno a lei si sussurrava che fosse un po’ matta; mentre al padre di lei sarebbe stato caro (e ne sappiamooramai la cagione) che fosse matta del tutto.
Il voto di quel padre amoroso doveva essere esaudito, pur troppo; ma non per allora. Per allora, la nuova regina di Castiglia, senza darne avviso a nessuno, senza riconoscer reggenti volontarii, nè amministratori del regno, approdava a Laredo, per venire ad occupare il suo trono. E mentre l’accolgono a festa i cavalieri di tutta Castiglia, scodelliamo qui alcune notizie genealogiche di lei e dei suoi. Non saranno molte; appena quel tanto che basti a far intender le cose che dobbiamo descrivere.
Giovanna era nata la seconda di quattro figliuole della grande Isabella. La prima, pur essa di nome Isabella, e la terza chiamata Maria, erano state successivamente maritate ad Emanuele il Fortunato, re di Portogallo; il quale, per verità, non si chiamò Fortunato perchè la prima moglie spagnuola gli fosse morta (che anzi n’avrebbe avuto, se viva, il diritto alla corona di Castiglia; onde Dio sa quante cose mutate nel mondo!), nè perchè la seconda fosse più bella e più cara, ma perchè in un regno di ventisei anni come fu il suo, la potenza portoghese era giunta al suo colmo, colla voltata del capo di Buona Speranza, colla fortuita scoperta del Brasile, con una serie di guerre felici e di utili conquiste nell’Asia, nell’Africa, nelle Indie occidentali. La quarta figliuola, Caterina, era andata sposa in Inghilterra, da prima al principe Arturo, erede del trono, e poscia, lui morto, al principe Arrigo, che fu Arrigo VIII, l’uomo delle sei mogli: due ripudiate, due decapitate, una morta per miracolo nel suo letto, un’altraper miracolo anche maggiore riuscita a sopravvivergli. Non dimentichiamo di dire che la prima delle sei, Caterina, fu tra le ripudiate: strana sorte, dopo che a forza l’avevano voluta tenere. Il suocero suo, Enrico VII, era chiamato il Salomone dell’Inghilterra; per la sua molta saviezza, certamente, non già per la sua magnificenza. Aveva ricevuto dalla Spagna dugento mila scudi d’oro per la dote, che per quei tempi era un gran fatto. Morto il principe Arturo, quel savio babbo avrebbe dovuto rimandar la sposa e la dote. Per la prima, niente di male; ma restituir la dote pesava al Salomone d’Inghilterra: ond’egli aveva fatto il savio proposito di dar la vedova del primo figliuolo in isposa al secondo. Ferdinando e Isabella se n’erano contentati; papa Giulio II aveva mandate le necessarie dispense.
Innanzi alle quattro principesse d’Aragona, com’erano chiamate dal titolo regio del padre, era nato un principe, don Giovanni; ma da alcuni anni era morto per una caduta da cavallo. Delle tre principesse superstiti, adunque, una era regina del Portogallo; l’altra principessa di Galles in Inghilterra; la terza, e prima per ragione di età, erede del trono di Castiglia, poichè fu morta la madre. Questa la regina che approdava la mattina del 7 maggio a Laredo. Moglie ad un arciduca d’Austria, portava in casa d’Austria la corona di Spagna; e le era già nato da sei anni quel Carlo, che, primo del nome in Ispagna, doveva poi essere Carlo V nell’Impero di Germania, così potente, anzi prepotente nella storia d’Europa.
Col suo bel Filippo era partita Giovanna daBrusselles; si era con lui imbarcata il giorno 8 di novembre dell’anno 1505, avviata alle coste di Biscaglia. Ma il vento e il mare cospiravano quella volta con Ferdinando d’Aragona, e il naviglio combattuto dagli elementi ebbe per gran sorte di poter appoggiare alle coste d’Inghilterra. Arrigo VII ebbe ospiti i giovani sovrani, e si può credere che con tutta la sua avarizia rallentasse un pochino i cordoni della sua borsa per trattarli a dovere. Ferdinando, che stava alle vedette, a mala pena ebbe fumo dell’appoggiata, mandò messaggi ad Arrigo, ed esortazioni e preghiere, perchè volesse trattenere quei due ragazzi, per suo avviso incapaci di regnare. Arrigo VII, il Salomone d’Inghilterra, non fu mai tanto Salomone come in quella circostanza difficile. Tenne a bada i suoi giovani ospiti più che potè, con le feste e le cacce, così mostrando di esaudire l’Aragonese; ma come gli parve che il giuoco durasse troppo, nè si potessero trovare altre scuse agli indugi, pensò che i due ospiti, se volevano andarsene, gli dovessero pagare lo scotto. Il suo regno era stato lungamente turbato da pretendenti di varia derivazione: li aveva sbaragliati tutti, presi tutti, salvo uno, Edmondo Pole, conte di Suffolk, riparato nelle Fiandre. Glielo poteva consegnare il suo ospite Filippo? Non gli avrebbe torto un capello: ma gli sarebbe stato caro di averlo sotto la sua vigilanza. Filippo glielo consegnò, e non fu bella cosa: nè certamente se ne vantò, sebbene il Tudor gli mantenesse la parola di non levar la vita all’ultimo dei suoi disgraziati rivali; grata cura che si prese parecchi anni dopo l’ottavo Arrigo, il Roboamo di quel Salomone. Così pagatolo scotto, uscivano dal Tamigi i sovrani di Castiglia, dopo tre mesi e più di quell’ozio forzato, a cui era stata buona scusa la stagione, cattiva oltre ogni termine, ed oltre ogni pronostico. E il Salomone dell’Inghilterra usava ai giovani ospiti la cortesia prelibata di non avvisare il re d’Aragona del non averli potuti trattenere di più. Di che si poteva lagnare il re Ferdinando? Per i fini di lui, per il tempo che gli occorreva a suscitar loro qualche ostacolo in casa, non erano stati trattenuti abbastanza? Il fare di più sarebbe stato come un venir meno agli obblighi sacri della cortesia, un tener prigionieri i suoi ospiti, un trattarli da nemici; cose tutte che le potevano fare un Procuste, un Licaone, un Litiersa, ed altri re birboni dell’antichità leggendaria; ed egli era il Salomone dell’Inghilterra, per bacco!
Non si lagnò Ferdinando. Oltre che sarebbe stato tardi, per potersi lagnare utilmente, egli era un esemplare di pazienza. Avvezzo ad ingannare, non si doleva troppo di essere ingannato, mettendo il guaio sul conto della sua poca prudenza, e promettendo a sè stesso di far meglio un’altra volta. Colla filosofica costanza del ragno a cui sia stata distrutta la sua tela, che si rimpiatta nel buco finchè non veda passato il pericolo di peggio, e poi riprende animoso a distendere le sue fila maestre, il re Ferdinando chinava il capo a quella buriana improvvisa, che dalla nuova Castiglia si rovesciava sulla vecchia. Come avessero quelle migliaia di signori avuto notizia della partenza di Giovanna e di Filippo dalla foce del Tamigi, mentre egli non n’era stato avvertito, non occorreva per allora indagare.Volevano la convocazione delle Cortes; era quello il grido, con cui si animavano a vicenda. Ebbene, facessero a lor posta. Egli, poveraccio, aveva lavorato fino allora per l’onore e per la grandezza della Spagna; vedessero loro di fare altrettanto, o almeno almeno di non guastare il già fatto. Se ne volevano andare i gentiluomini castigliani della sua Corte, per accorrere da Giovanna? Andassero pure; facevano bene, come sudditi di Castiglia; si ricordassero poi d’essere Spagnuoli.
In questa forma, con questi sentimenti, parlava per lui il Ximenes; con sincerità d’animo, questi, che in ogni evento restava il primate di Spagna, e da cose mutate, o rimaste com’erano, non aveva da guadagnare nè da perdere. E il re, per non parere stizzito della burla patita, il ministro per parer largo con tutti, prudentemente deliberarono di muovere a Burgos, ove del resto un giorno o l’altro sarebbero trasportate le tende.
Burgos, vasta città irregolare, piantata a semicerchio sul pendio d’un’alta collina, non aveva ancora perduto del tutto lo splendore di quei tempi che vi risiedevano i conti, poi re di Castiglia. Come quasi tutte le città medievali, era corsa da vie strette, tortuose e malinconiche: ma le sue piazze ornate di severi edifizi e di fontane, le davano una bell’aria di capitale antica. E si gloriava anch’essa d’una cattedrale gotica, del secolo XIII; ma più assai era orgogliosa della suaCalle Alta, dove ancora sorgevano le case di Rodrigo di Bivar, detto il Cid Campeador, e di Fernando Gonzales, primo conte di Castiglia. Salamanca, Valladolid, Medina delCampo, Segovia, tutte a vicenda residenze reali dei re di Castiglia, avevan fatto un po’ di torto a Burgos, il cui clima si riteneva troppo umido e freddo. Ma a Burgos, capitale antica, si erano tenute in momenti solenni le Cortes, segnatamente nel 1188, le prime in cui alla nobiltà ed al clero si aggiungessero i procuratori, o deputati delle città e dei borghi, che furono appunto in numero di cinquanta; bel principio e pronta fioritura di libertà comunali, che l’autorità regia aveva dovuto riconoscere, o forse trovato utile di mettere a fronte dei due corpi privilegiati, per tenerli in rispetto con quel nuovo elemento.
La Corte di Castiglia, recandosi a Burgos, non aveva da scegliere la sua residenza, essendo ancora in piedi l’antico palazzo di Fernando Gonzales nella Calle Alta. Non era vasto, il palazzo; non potevano trovarci alloggio due corti, se non a patto di starci pigiate. Le persone che si amano scambievolmente stanno di buon grado a disagio, pur d’essere insieme; non così quelle che stanno un po’ grosse, vedendosi volentieri come cani mastini.
Con quest’animo era corso a Burgos il re Ferdinando, e si piantava nel palazzo di Fernando Gonzales, destinato ad accoglier sovrani: per allora il solo sovrano era ancor lui, e gli altri erano di là da venire. “Li aspetterò alla Calle Alta, diceva; li riceverò io, e vedremo che cosa ne nascerà„.
Perchè non andar loro incontro fino al porto di Laredo? Ah, no, fin laggiù: non lo avevano avvisato dell’arrivo, e l’andarli a cercare, ad aspettare all’approdo, sarebbe stato ufficio di vassallo che volesse farsi ricevere in grazia.A Burgos era in luogo decente, in condizione regale. Sarebbero venuti a lui; li avrebbe accolti con ogni dimostrazione di affetto paterno; e magari, prendendo norma dalle circostanze, avrebbe rimessa loro ogni autorità sulla Castiglia, o l’avrebbe ritenuta in nome loro, per utilità del regno, per quell’onore e per quella grandezza di Spagna, che il re Ferdinando aveva spesso sulla bocca, come il suo ministro Ximenes l’aveva sempre nel cuore.
Ma coloro che avevano guidata così vittoriosamente la congiura di Castiglia non erano meno accorti del re d’Aragona. Burgos accolse la comitiva trionfale, che da Laredo era venuta alle sue nobili mura; ammirò il bellissimo re, che magnifico in sella cavalcava al fianco di Giovanna, seduta con molta eleganza su d’una bianca chinéa; applaudì, gridò l’amor suo con tutte le frasi più calde; gittò alla coppia gentile dei suoi sovrani le prime rose della stagione; ma non vide salire fino alla Calle Alta il regale cortéo. Parve cortesia profumata il volersi fermare al palazzo di città, quasi come ospiti dei sudditi loro. E i buoni sudditi di Burgos, con nuovi applausi, con grida insistenti, chiamarono tante volte al balcone del palazzo i sovrani, quante furono necessarie a contentare della loro vista i quarantamila abitanti della nobil città. E parve finalmente ricambio di cortesia lasciarli riposare un tratto, e prender ristoro, essendosi sparsa la voce che accettavano la refezione di rito presso il preposto del comune. La refezione, con tutte le cerimonie concomitanti, voleva andar per le lunghe; si sarebbero mossi verso sera, i sovrani, per salire alla Calle Alta; c’eratempo per tutti di andare al pasto quotidiano, di farci la siesta consueta, e poi ritornare in tempo a tutte le novità di quella bella giornata.
La prima novità fu questa, che l’araldo regale andò attorno per tutte le piazze di Burgos, con le trombe, e con un drappello d’arcieri. Su tutte le piazze, dopo una suonata di trombe, il nobile personaggio, ben ritto sulla sella del suo cavallo bianco, e con una voce squillante quasi come le sue trombe, lèsse al popolo la parola sovrana: