Capitolo XVIII.In manus tuas, Domine....

—O Abner, sapientissimo vecchio!—disse il Fiesco, ridendo.—Prega Dio che non ti sentano Giacobbe e Salomone. Quanto a me, tuhai la mia amicizia. E l’abbia in te la tua schiatta. Siete infine il popolo re.

—Fummo, signor mio, fummo;—rispose il vecchio Abner, abbassando la fronte.

—A buon conto, avete la storia più antica del mondo. La tua nobiltà, Ben Meir e.... il resto che non ricordo, va due mill’anni almeno più su della mia. Che siamo noi, conti e marchesi, al vostro paragone, o liberati d’Egitto? In Ispagna si fa molto, quando si rimonta agli ultimi dei Goti; più su sta monna Luna. In Italia si fa molto, quando si rimonta agli ultimi dei Longobardi, o ai primi dei Franchi; stirpe di soldatacci, di scorridori, di tagliacantoni, che Iddio ne scampi ogni fedel cristiano. Voi altri venite giù netti, diritti come spade, da Abramo. La vecchia religione con le sue benedizioni vi aveva tenuti fuori d’ogni contatto; la nuova, con le sue maledizioni, vi ha preservati da ogni miscela. Capisco, c’è l’odio, che qualche volta annoia. Ma gli odiatori prendono volentieri il vostro denaro ad imprestito. E voi arricchite. Un giorno o l’altro, io lo prevedo, sarete i padroni del mondo. Il nuovo Israele corre alla religione del vitello d’oro; e voi dal Sinai detterete la legge.

—Possa tu dire il vero!—mormorò il vecchio Abner, mentre sotto le ispide sopracciglia gli brillavano gli occhi d’insolita luce.—E vorrei che lo conosceste, il Sinai;—soggiunse ad alta voce, facendo bocca da ridere.—Ci ho di là ancora qualche bottiglia d’un vino, che ridarebbe la vita ai morti; ed è stato spremuto sulla montagna sacra.

—No, grazie, vecchio Abner; non ho voglia di bere.

—Ma l’ho io, Ben Meir Aben Ezra;—disse il frate scudiero.—Sia questo almeno per la mancia, a chi t’ha condotto un così generoso avventore.

—Che è pronto a darti i cinquanta castigliani;—aggiunse il Fiesco, rimettendo mano alla borsa.—Dio santo! li hai ben guadagnati.—

La contessa Juana era apparsa sulla soglia, splendente di bellezza e di grazia, nella sua lunga veste di rascia finissima, e involta la testa e le spalle nelle morbide pieghe del suo manto di ferrandina. Entrò ridente, la bella, e con un rapido moto della snella persona venne a gittarsi nelle braccia dell’amante marito.

—Damiano!—gli bisbigliò tra due baci, che non la regina Giovanna, non la marchesa di Moya, nè l’ostessa della Gaita Zamorana ne avevano sentiti i più ardenti.

Abner Ben Meir, e tutto il resto, aveva finito di contare i suoi cinquanta castigliani, e si voltava a guardare, dopo aver sentite quelle vivaci dimostrazioni d’affetto.

—Sposi novelli, capisco;—diss’egli, ammiccando.

—Ecco la seconda volta che ce lo sentiamo dire in un giorno;—esclamò il capitano Fiesco.—E l’abbiamo per una benedizione in tutte le forme, del nuovo Testamento e del vecchio.—

Ad un cenno del padre, la buona Noemi era andata a prendere quella tal bottiglia di vino del Sinai. Panciuta, per non distaccarsi ancora dal tipo dell’anfora antica, polverosa e non senza avanzi di ragnateli, la sacra bottigliaportava il suggello della sua autenticità in una piastra di ceralacca, segnata dall’impronta d’un convento di frati.

—Alla gloria di santa Caterina dell’Oreb!—disse il frate scudiero, quando ebbe pieno il suo calice.—Ed alla felicità degli sposi novelli!—

I quali, indi a pochi minuti, salutato Abner Ben Meir Aben Ezra e la sua bella figliuola Noemi, uscivano finalmente di là, l’uno, o l’una, al braccio dell’altro. Il frate scudiero, per non perder l’usanza dei fardelli, aveva fatto un involto degli abiti del mozzo Bonito, e se li portava sotto il braccio, come tante altre volte la sua tonaca francescana.

Indice

La liberazione di Fior d’oro aveva recato un gran sollievo allo spirito dell’Almirante, che si accusava (e non sapeva darsene pace) d’essere stato cagione d’un guaio così grave agli amici suoi, invitando il capitano Fiesco in Ispagna. Egli sorrise al vedere la contessa vestita finalmente in modo conveniente al suo sesso e al suo grado, e gli parve d’intendere la ragione per cui la coppia gentile aveva tanto indugiato a prendere la via della casa: ma più sorrise del suo proprio errore, che era pur tanto naturale, quando seppe che i due “sposi novelli„ avevano trovato il modo d’indugiarsi dell’altro a far le scorribande campestri, come scolaretti in festa. Poveri amici! e si capiva che dopo tanti giorni di pena non badassero ad altro che a prendere una boccata d’aria e d’allegrezza all’aperto.

—Siete contessa, signora mia, ma siete sempre una regina; ed anche tale da illuminare una corte del vecchio Mondo;—diss’egli a Fior d’oro, con quel suo bel sorriso, che gli rischiarava il volto, trasfigurandolo.

Per quel resto di giornata non parve sentir più i suoi dolori, che pure coll’inoltrarsi della primavera s’erano fatti più acerbi. A compir l’opera giungeva sul tardi la marchesa di Moya.

—Voi siete il nostro buon angelo;—le disse, volendo ad ogni costo baciarle la mano.—Quanto vi dobbiamo, marchesa! e quanto vi debbo io particolarmente! Voi sola, infine, avete pagato il mio debito a questi “sposi novelli„ che hanno dovuto soffrir tanto per la disgrazia di essermi amici.—

La serata passò in lieti ragionamenti. Non pareva di essere al letto di un infermo, bensì di un convalescente alla vigilia della sua partenza per un pellegrinaggio di ringraziamento a qualche famoso santuario. L’Almirante parlò lungamente di Genova, riandando tutte le memorie della sua infanzia lontana. E da Genova si spingeva volentieri più in là, fino alla Gioiosa Guardia, che aveva in animo di visitare.

—Andremo, donna Beatrice;—diceva.—Perchè voi non mi farete il torto di lasciarmi andar solo, a visitare i nostri amici nel loro maraviglioso castello. E dicono che il nostro capitano n’abbia fatto un luogo di delizie, come ai tempi suoi Lancillotto del Lago, quando ebbe occupata la Dolorosa Guardia, e mutatole il nome. Son graziosi, questi cambiamenti di nome; e pare che allarghino il cuore. Chi si spaventa più del capo Tormentoso, del capo delle Tempeste, dopo che Bartolomeo Diaz lo ha girato, imponendogli il nome di Buona speranza? Nel castello di Gioiosa Guardia passeremo una settimana piacevolissima; anche due, se ci vorrete, amico Fiesco. E voi sarete anche tantocortese da farmi capitare lassù tutti i vecchi marinai di Chiavari, di Lavagna, di Zoagli, di Rapallo, di Santa Margherita, di Portofino, perchè io possa ragionare con tutti, a modo nostro, parlando un poco la madre lingua di Lanzerotto Maluccello e di Ugolino Vivaldi, nostri precursori nobilissimi sulla marina d’Atlante. Ho ancora negli occhi le immagini d’una bella giornata nel golfo Tigulio, col suo specchio d’acque tranquille, e quelle tre punte verdi del promontorio là in fondo. E l’abbazia di San Fruttuoso a Capodimonte! Che pace, là dentro, sotto le arcate di quei portici, dove non c’erano neanche più i frati d’una volta! Ricordo che contemplando quel po’ di mare turchino, chiuso tra due scogliere, e quasi senza orizzonte, non avrei voluto andarmene più via. Si stava così bene, non pensando a nulla, non desiderando più nulla! È vero che non avrei scoperte le nuove terre di là dall’Atlantico, restando in contemplazione laggiù.

—Meglio dunque aver lasciata la vita contemplativa per l’attiva;—disse il capitano Fiesco.

—Chi sa?—riprese l’Almirante.—Lo spirito umano non ha pur esso qualche diritto alla pace? Ed anche altre creature, a migliaia di migliaia, avrebbero avuto pace, se io fossi rimasto colà, nella vecchia abbazia, a conversare con le ombre dei Doria. Ma ecco, senza volerlo, incappo in un brutto pensiero.... quasi in una eresía. Se io rimanevo laggiù, come si sarebbero aperte tante regioni al Vangelo, e condotti tanti popoli alla conoscenza del Dio vero? Aggiungiamo che la vita è milizia, e che l’uomoè soldato. Il soldato ha diritto di posare un istante sulla sponda del ruscello, per prender l’acqua nel cavo della mano e ristorarsene. Ma niente più di così; Gedeone, forza demolitrice, li chiama, e bisogna saltare in piedi, precipitarsi nella notte, colla fiaccola e con la spada, sopra la gente di Madian.—

Così parlava quell’uomo semplice e grande, anima di guerriero e di poeta; e gli fioriva naturalmente sul labbro la immagine biblica, che è della più alta poesia onde sia stata mai rallegrata la terra. Ma fu l’ultimo giorno lieto di quell’uomo, che sopraffatto dal suo male, nutrendosi sempre più scarsamente, era diventato cereo, diafano, quasi l’ombra di sè stesso, non vivendo altrimenti che per gli occhi, animati tuttavia del raggio divino, e per le labbra, su cui si veniva spegnendo il vermiglio, ma donde spiravano sempre in calde parole gli elevati pensieri.

Beatrice di Bovadilla fu ancora un giorno presso la regina, che era ritornata da una visita a Medina del Campo e alla tomba di sua madre. Sperava di persuaderla a visitare l’Almirante, o almeno ad occuparsi di lui, come ella aveva promesso; ma Giovanna, tutta al suo Filippo, non aveva tempo da ciò. Si era anche sempre in negoziati col Ximenes, per riamicare i giovani sovrani col re Ferdinando; nè l’amministrazione di Castiglia, per essere ancora in mano al Ximenes, poteva dirsi abbandonata da Ferdinando, più attaccato che mai alla sua preda. Così la Corte, scambio di scendere nella nuova Castiglia, ritornava a Burgos, capitale della vecchia. E la marchesa di Moya,non volendo per un verso allontanarsi dall’Almirante, seccandosi per l’altro delle strane gelosie di Giovanna, non accompagnò la regina a Burgos, lasciando volentieri ad altre dame di Castiglia gli onori e le noie di una illustre servitù. Per tenere i nuovi sovrani in guardia contro gli artifizi di Ferdinando c’erano i nobili castigliani, coi quali Beatrice di Bovadilla era andata fino a Laredo; per ottenere il riconoscimento dei diritti di don Cristoval e la sua reintegrazione nelle pristine dignità, non bisognava neanche essere tutti i giorni a intronar le orecchie regali. E poi, l’Almirante deperiva ad occhi veggenti; gli assalti del suo male si facevano anche di giorno in giorno più spessi. Restando sola qualche volta al capezzale di lui, Beatrice di Bovadilla guardava con tenerezza e sgomento quel suo viso smunto; e gli parlava, sforzandosi d’esser tranquilla, sorridendo perfino, quando i vividi sguardi dell’infermo si volgevano a lei, con quella intensità che forse era desiderio di non perder nulla delle ore fuggenti, e che a lei aveva l’aria d’una paurosa interrogazione. L’ammalato pareva calmarsi a grado a grado nella vicinanza di donna Beatrice; specie quando ella posava la sua mano su quelle di lui, rattrappite dalla gotta, ma calde, scottanti di febbre.

Il medico appariva due volte ogni giorno; ma non sapeva che consigliare di nuovo. Citava di Galeno il poco che questi aveva scritto intorno a quel male; ricordava le opinioni d’Ippocrate e di Areteo sull’artritide; ma non sapeva neanche lui se si trattasse d’un catarro stillante a goccia a goccia nelle articolazioni, e cagionante dolori e gonfiezza, come il primo aveva creduto,o d’una infiammazione delle articolazioni, come avevano sentenziato quegli altri. Calma, molta calma, emollienti, torpenti, e sperare in Dio; ma certo ci sarebbe voluta la gioventù, e una macchina meno maltrattata da tanti travagli e burrasche.

L’infermo aveva spesso la visione del passaggio imminente. Guardava davanti a sè nello spazio, con gli occhi sbarrati, dolendosi di non vedere più nulla.

—Gran nebbia!—mormorava.—Gran nebbia, che si muterà presto in tenebre fitte! Doloroso, il morire! E non ho mai temuta la morte; ed anche oggi l’avrò per una liberazione. Ma avrei voluto lasciar sicuro e degno uno stato ai miei figli. Donna Beatrice, vi prego, aprite quello stipo; c’è il mio ultimo testamento; voglio che lo leggiate, per dirmene il vostro parere, prima che io lo consegni al notaio.—

Un primo testamento lo aveva fatto l’Almirante otto anni prima, e appunto il 22 febbraio del 1498, innanzi di partire per il suo terzo viaggio di scoperta, istituendo un maggiorasco nella sua famiglia, e lasciando a Genova, sua città natale, il decimo delle sue rendite per isgravio dei dazi sul grano, sul vino, sulle grasce, e sull’altre vettovaglie. Arrivato poi dalla Spagnuola, dopo la sofferta prigionía, e ritornato in isperanza di cose maggiori, n’aveva scritto súbito a Genova, al Magistrato di San Giorgio, avendo anche fatto disegno che tutte le rendite sue fossero a mano a mano investite in quel banco. Ma alla sua lettera non si erano fatti vivi i magnifici Signori di San Giorgio; ond’egli, tornato dal quarto viaggio, scriveva il 27 dicembre 1504a messer Nicolò Oderigo, amico suo genovese; “.... fu discortesia di cotesti Signori di San Giorgio, il non aver dato risposta; nè con ciò hanno accresciuta l’azienda; lo che dà ragione a dire che chi serve al comune non serve a nessuno„. Veramente, dovevano aver risposto; perchè tra le carte del Banco si trovò poi la minuta della lettera loro, onorevole documento di patria riconoscenza. Ma certo non giunse a lui quella lettera; e fu cagione che un nuovo testamento lasciasse fuori il generoso legato.

Quello che Beatrice di Bovadilla era chiamata a leggere, era un codicillo, scritto dall’Almirante fin dal 25 agosto dell’anno 1505. In quella scrittura, egli chiariva e confermava le sue volontà per rispetto al maggiorasco, e a tutte le persone del suo nome, figli, fratello ed eredi. E lèsse tutto, la buona marchesa di Moya, anche un paragrafo che non le doveva piacere per le memorie che le suscitava, ma ch’ella poteva nondimeno ammirare come una bella testimonianza di delicatezza d’animo. Il paragrafo era questo:

“Dico e comando a don Diego mio figlio, o a chi erediterà, di pagare ogni debito di cui lascio qui espresso un memoriale, e tutti gli altri che sembreranno giustamente miei. Gli lego inoltre di avere special cura di Beatrice Enriquez, madre di don Ferdinando mio figlio, di provvederla affinchè possa vivere onestamente, siccome persona a cui sono di tanto aggravio. E questo si faccia a scarico mio di coscienza, perchè ciò molto mi pesa per riguardo dell’anima. La ragione di ciò non è lecito scriverla qui.„

—Era obbligo mio, non credete?—mormorò l’infermo, come la vide giunta al fine della pagina.

—Sì;—rispose Beatrice di Bovadilla.—Povera donna! E Dio sa come io l’ho scongiurata di venire a voi!

—Lo so, generosa amica, lo so.—

Nè altro disse egli più, su quel tema doloroso; e Dio solo seppe quante altre cose rivolgesse nell’anima. Nè la più amante delle due Beatrici, che altamente sentiva, volle turbare con indiscrete parole la santità di quell’ora.

Per cacciare i tristi pensieri, la pietosa signora lèsse il memoriale dei piccoli obblighi che l’Almirante aveva ricordati con tanta diligenza, e insieme con tanto candore, dai centonovantacinque ducati complessivamente dovuti a parecchi suoi concittadini, come Luigi Centurione Scotto, Paolo Di Negro, e Battista Spinola del ramo di Luccoli e dei signori di Ronco, fino al mezzo marco d’argento ad un ebreino di cui non rammentava il nome, ma che indicava minutamente, come quello che soggiornava, vent’anni prima, alla porta dellaJuiveria, in Lisbona.

—Quanti vecchi debiti!—diss’egli, con un mesto sorriso.—E tutti di Lisbona, vedete? L’Almirante maggiore del mare Oceáno ebbe in principio da pensare a mettere la parte sua nelle spedizioni navali; quando ne poteva trar redditi, la Corona, sua partenevole, non si è curata di farglieli pagare. E fondo maggioraschi, e muoio nella miseria!

—Anche questa povertà ci voleva, per comporvi l’aureola;—notò Beatrice di Bovadilla,sollevando colla nobiltà della frase l’umiltà dell’argomento su cui era caduto il discorso.—Quanto al morire, ci sarà tempo. Vogliamo ancora veder succedere molte cose, e molta giustizia esser resa.—

L’infermo tentennò il capo sull’origliere.

—Sento che non avrò tempo di aspettarla. Che giorno abbiamo?

—È martedì,—rispose donna Beatrice,—diciotto di maggio. Doman l’altro, festa solenne; e speriamo che possiate scendere un pochino dal letto, per celebrarla con noi.

—Scendere, no; salire piuttosto;—diss’egli.—Non sarà l’Ascensione? il giorno che nostro Signore è salito al cielo, dopo aver tanto patito per la redenzione degli uomini? Vedrete.... morrò io, doman l’altro.

—Che pensieri son questi? Siate sempre il mio cavaliere, don Cristoval, e obbeditemi, cacciando i brutti pensieri. Volete proprio farmi paura?—

Fremeva, la povera donna, e parlava con tono risoluto, quasi ilare, come se non temesse di nulla.

Il medico ritornò quella sera, nell’ora che tornava più forte la febbre. Anch’egli fingeva d’esser tranquillo; ma, voltata la faccia alle persone della famiglia, batteva le labbra. Anzi, uscito dalla stretta dell’alcova, e andato nel vano della finestra a discorrere col capitano Fiesco, gli mormorò qualche cosa all’orecchio. Notò l’atto l’infermo, e coll’udito finissimo che sogliono avere in certe occasioni i malati, colse a volo le parole del medico.

—Che cosa consiglia il savio?—domandòegli, sollevandosi sulla vita.—Che Iddio venga a visitarmi? Ma io lo desidero, con tutte le forze dell’anima.

—Lo credo, lo credo;—rispose il medico, tornando prontamente verso l’alcova.—Parlavo d’altro, io; dicevo di voler provare un nuovo rimedio, per calmare la febbre. Ma la visita del gran consolatore si può ricevere ad ogni ora; e sia domani, o doman l’altro, come Vostra Eccellenza vorrà.

—Sì, doman l’altro;—disse l’infermo.—Sono avvertito di poterlo aspettare; e mi piace che sia il giorno dell’Ascensione;—soggiunse, con un accento che andò come una pugnalata al cuore di donna Beatrice.—Domani, intanto, vorrei pensare alle cose della terra, che sono pure a scarico della coscienza. Conte Fiesco, mio buon amico, vorrei per domattina un notaio.—

Il desiderio suo fu appagato. La mattina del 19 era chiamato al suo letto don Pedro de Hinojedo, “scrivano di camera delle Altezze Loro, scrivano provinciale nella loro Corte e Cancelleria, e loro scrivano e notaro pubblico in tutti i loro regni e signorie„. Ricevette egli e trascrisse nel suo rogito il foglio consegnato a lui dall’illustre infermo; ed erano “testimoni presenti, chiamati e pregati, il baccelliere Andrea Mirmena e Gaspare della Misericordia, abitanti di questa città di Valladolid, e Bartolomeo Fiesco, Alvaro Perez, Giovanni d’Espinosa, Andrea e Fernando Vargas, Francesco Manuel, e Fernando Martinez, servitori del signor Almirante„.

Partito il notaio, seguì una giornata di tregua.

L’infermo sentiva ancora i suoi dolori, e ne dava cenno, ma ad intervalli, con un tenue rammarichìo. Come altre volte, notavano i suoi familiari; come altre volte, che gli assalti del male si erano fatti a grado a grado men forti, ed egli aveva superate le crisi più minacciose. A giustificare queste rinate speranze, nel pomeriggio il signor Almirante aveva preso un po’ di brodo, mostrando di trovarlo gustoso; si era un po’ sollevato sulla vita, e aveva sorriso amabilmente a tutti, riconoscendo i più umili, e ringraziandoli della loro assistenza. Chiedeva anche dell’Adelantado, che da due giorni non aveva più visto, e gli si dovette rispondere che il suo degno fratello era andato a Burgos, per presentarsi alla regina Giovanna e ricordarle una certa promessa fatta una settimana innanzi alla marchesa di Moya.

Veramente, don Bartolomeo Colombo era andato con altro proposito a Burgos, vedendo la necessità di avvertire il nipote don Diego dello stato di suo padre, che destava tante inquietudini, e ottenergli dalla corte un congedo, perchè potesse recarsi al capezzale dell’infermo. Ma nella stessa occasione il signor Adelantado voleva anche presentarsi alla regina Giovanna, che già una volta a Laredo aveva trovata così affabile e piena di buone intenzioni a favore del signor Almirante.—Se potessi portare con me quattro righe di scritto;—esclamava don Bartolomeo Colombo,—sarebbe per mio fratello un rimedio più efficace di quanti n’abbia inventati la medicina, da Esculapio fino al dottor Villalobos.—

L’annunzio delviaggiodi suo fratello a Burgosfu accolto da don Cristoval con un mesto sorriso.

—Torni presto, il mio buon fratello, il mio fido compagno di pericoli;—diss’egli:—ma notizie di Corte io non ne aspetto più.

—Perchè? non è da disperare ancora;—notò la marchesa.—Dopo ciò che la regina mi ha detto!

—E non fatto!—replicò l’Almirante.—E dove non avete ottenuto voi, chi altri può sperar di ottenere? Del resto, Bovadilla,—soggiunse egli, chiamandola per la prima volta con quel nome, che a lei suonò dolce come una carezza,—alla vigilia di appressarmi a Dio, non voglio più accoglier pensieri di grandezze umane. Le ho sepolte nel mio testamento, per coloro che saranno dopo di me. Io aspetto giustizia da chi mi può usare misericordia. Non più dignità, non più onori; Cristoforo Colombo, pei miei concittadini.... Cristoval Colon, per chi m’ama ancora, in questa patria d’adozione; ecco ciò che deve restare di me. Non piangete, vi prego. Non piango io, Bovadilla! son calmo e sereno; sento una pace, qui dentro, che mi maraviglia.... e mi piace.—

Poco dopo reclinò la fronte, e si addormentò, d’un sonno leggero e dolce, come un bambino. Ah, se quel sonno avesse potuto ristorarne le forze!

Ma quel discorso aveva profondamente contristati gli amici. Che significava quel senso di rinunzia a tutto ciò che fino allora aveva animato, quasi tenuto in vita il signor Almirante? Non forse l’istessa rinunzia alla vita?

—Triste!—esclamò il capitano Fiesco, inun di quei brevi colloquii ch’egli e Fior d’oro avevano ad intervalli con la marchesa di Moya.—Anche la speranza l’ha abbandonato.

—È vero; e lo pensavo ancor io;—disse donna Beatrice.—È un brutto indizio. Ma se ha da morire,—riprese ella, con voce piena di sdegno e di lagrime,—è bene che muoia così, col sentimento della ingratitudine dei grandi. Giovanna è incapace di star due ore in un pensiero, che non sia la sciocca bellezza del suo sciocco marito; Ferdinando è perfido; e l’una e l’altra Corte proseguono le loro particolari ambizioni; chi può pensar oggi allo scopritore di un mondo?

—Gran macchia sarà per la Spagna, se egli muore così trascurato, vilipeso, senza aver ottenuto giustizia;—conchiuse Bartolomeo Fiesco, fremendo.

—No, conte, non dite ciò;—rispose la marchesa.—Rimorso, sì, e non per sè stessa, ma per coloro che l’hanno in governo; macchia no, macchia no. La Spagna è più pura e più tersa che mai. Alla mente più eletta che Iddio mandasse in terra a glorificare il suo nome, la Spagna ha già reso giustizia. Pei suoi monarchi, vi basti Isabella. Per la sua nobiltà, vorrete dimenticare i Medina, i Quintanilla, i Santangel? Per gli uomini suoi di pietà e di dottrina, non ricorderete Giovanni Perez Marchena, Diego di Deza, il cardinale Mendoza? Quanto al suo popolo, rammentatelo, vedetelo tutto accalcato sul passaggio dello scopritore, del messo di Dio, da Cadice a Barcellona: fu mai nell’antica Roma trionfo più grande di quello? E vedetelo, il popolo spagnuolo, ammiratelo ancora con me, inquesto povero Gil García, che senza sapere di guerre, d’ingiustizie, di viltà dei potenti, paga per tutti il debito della riconoscenza e dell’amore, ospitando l’Almirante in sua casa. È modesta, la casa; ma erano più modesti ancora i primi templi innalzati alla gloria del Dio vero. E voi lo vedete, il vecchio marinaio, quante volte passate per l’anticamera; fermo là, che non osa entrare dal suo comandante, che non osa chieder notizie, per timore di averle cattive, ed ha sempre gli occhi pieni di lagrime. Questa è la Spagna, amico, e tutto il resto che sapete, lo potreste anche ignorare con me. Finalmente,—conchiuse la marchesa con accento di nobile alterezza,—se nessun altri qui, tra i Pirenei e l’Atlantico, avesse fatto il debito suo per quell’uomo, ci sarei sempre io, Bovadilla; e penso che potrei bastare, agli occhi della posterità. Vi lascio, amici; sento ch’egli mi cerca.—

E strette con moto convulso le mani del Fiesco e della contessa Juana, si avviò verso la camera dell’Almirante, asciugando in fretta le sue lagrime. Anch’ella, come Gil García, n’aveva sempre gonfie le palpebre. E doveva rattenerle, al capezzale del caro infermo; e la più parte del tempo doveva esser là, con aspetto tranquillo. Quando non c’era, sentiva d’esser cercata; nè mai s’ingannava, e ne aveva la conferma nelle parole di lui, negli atti del viso, nel lampo degli occhi. Conferisce questi doni di seconda vista l’amore.

—Come soffre!—mormorò Fior d’oro.—Ed ha la virtù di sorridere, quando è vicina a lui.

—Per questo,—disse il Fiesco,—non cisiete se non voi, donne, che sapete vincer l’affanno, e mostrare il volto sereno.—

La notte del signor Almirante fu quieta, con pochissima febbre. L’infermo aveva potuto dormire, a parecchie riprese, un paio d’ore. I cuori si riaprivano alla speranza; anche quello di Bovadilla, che vide apparire l’alba del 20 senza troppo terrore. Ma come la prima luce del giorno penetrò nella stanza, il signor Almirante volle la visita di Dio.

—Non vi ho detto che lo desidero?—disse egli, a chi mostrava di non vedere la necessità della cerimonia religiosa.

Frate Alessandro andò tosto al vicino convento di San Francesco, e tornò col priore, che già aveva visitato don Cristoval durante il suo soggiorno in Valladolid. La confessione fu breve; ricevendo l’assoluzione, il signor Almirante espresse il desiderio che la sua salma fosse depositata nel chiostro del convento, per divozione al poverello d’Assisi, la cui vita terrena era stata tutta amore, sacrifizio, e glorificazione delle opere di Dio.

Poi venne col viatico il parroco di Santa Maria l’Antigoa, sotto la cui giurisdizione ecclesiastica era la casa di Gil García. Tra le preghiere degli astanti genuflessi, a cui rispondeva con ferma voce l’Almirante, levato sui guanciali il capo e le spalle, gli occhi scintillanti di viva luce, e giunte le scarne mani sul petto, la cerimonia fu commovente; cerimonia paurosa per istrazio interiore a quanti ancor pieni di vita sono costretti a pensare una volta l’orribil momento che dovranno lasciarla; cerimonia solenne d’insegnamenti a chi vede in essa la chiusadel dramma oscuro dell’esistenza, il punto fatale che tutte le ambizioni soddisfatte vanno in dileguo sulla medesima china delle speranze deluse, e piacere e dolore, e bene e male delle nostre passioni, nobili o ree, ma tutte egualmente fumose, si estinguono nell’eterno silenzio, mentre un arcano conforto di promesse celesti entra nell’anima per quelle medesime labbra che si torceranno nello spasimo della morte terrena. Dio, il consolatore invisibile, è là: si sente giungere, appressarsi, discendere, con la parola augusta che gli angeli hanno insegnata alle povere lingue degli uomini.

Partitosi di là il religioso cortéo, al morire delle voci oranti sulla via, l’Almirante si assopì. Ma furono pochi minuti di tregua, che oramai non ingannavano più nessuno dei suoi familiari. Era grave, affannoso il respiro; apparivano contratti i muscoli della bocca, infossate le occhiaie; ardevano i polsi, battuti dalla febbre; la fronte e le tempie s’imperlavano di sudore gelato. Ad un tratto aperse le palpebre, e mosse gli occhi lentamente in giro, considerando l’uno dopo l’altro i presenti.

—Diego?—chiese egli poscia.—L’Adelantado? Non sono ancora arrivati? Poveretti!...—

E pareva volesse soggiungere: non mi vedranno più vivo.

Stette alquanto in silenzio; poi, volgendo lo sguardo al figliuolo Fernando, lo chiamò più vicino.

—Sei qui per tutti?—mormorò.—Sian tutti in te benedetti.—

Il giovane si era abbandonato, singhiozzando, sotto la carezza delle mani paterne.

—Perchè piangi?—riprese il morente.—È la legge. Obbedisci alla legge. Felice chi la intende da giovane, e ad essa conforma tutti i suoi atti, dominando tutte le sue passioni, perdonando, ed amando.... Va, sii forte, figliuolo;—riprese, dopo un istante di pausa.—Anche il tuo capo amato mi pesa.... Aprite, aprite quella finestra, ch’io respiri ancora una volta quell’aria... che tanti felici respirano.—

Ringagliardiva la febbre; ed egli ansimava, si agitava irrequieto, si levava sui fianchi, agitando le braccia, come se cercasse di aggrapparsi a qualche cosa.

—Povera creta!—esclamò egli.—A che ti affanni? Vuoi tu vivere per forza?—

Frate Alessandro gli si accostò amorevolmente, bisbigliandogli qualche parola di conforto.

—Fidate in Dio, signor Almirante. Egli, padre misericordioso e giusto, vorrà operare un prodigio per voi.... e per noi.—

Gli occhi del morente mandarono lampi d’insolita luce, alle amorevoli parole del frate scudiero.

—Dio!—gridò egli.—Dio! L’ho sentito sull’Oceano, dominare con la sua voce il fragore delle tempeste. Dio m’ha assistito, Dio ha voluto conservar la mia fama nel sale dell’amarezza. Dio la mia forza, Dio la mia gloria. A lui tutto; senza di lui non sarei nulla. E son passato nella vita ancor io, amato assai più ch’io non meritassi. Fu grazia di Dio che mi amassero a gara tutte le nobili creature di Spagna; il buon padre Marchena, il Quintanilla, il Santangel, consolatori benigni; Diego di Deza, mia spada; il santoMendoza, mio scudo; Beatrice di Bovadilla, angelo mio tutelare; Isabella, onore del trono. Perchè vissuta, Isabella? Non forse perchè si schiudesse mercè sua un nuovo mondo alla legge di Dio, alla legge d’amore?... Ah, l’odio! l’odio livido e nero! ah, la sete dell’oro, sete inestinguibile, sete crudele!... Questo sanno far gli uomini, dei doni di Dio! Si muoverà dunque alla grande concordia della famiglia umana, passando per la strage e pel sangue? I poveri Indiani! i disgraziati innocenti, scannati senza pietà da uno stuolo di belve. Schiavi!... non più schiavi, sotto la legge di Cristo!... Pure, entravano nelle case del ricco; servi, facevano parte della famiglia cristiana, recitando insieme col padrone la preghiera che eleva, la preghiera che purifica, la preghiera che per un’ora fa tutti fratelli i nati d’un medesimo seme. Ma no, non più schiavi: è cosa iniqua, la schiavitù. Nobili cuori! E li lasciate liberi, voi; liberi di faticare al sole rovente, nelle vostre piantagioni; liberi di morire nel solco inondato del loro sudore; liberi di ricevere la nerbata, se le stanche membra rifiutano per un istante l’immane fatica; liberi di fuggire, per esser rincorsi tra le selve, addentati, lacerati dai vostri cani di Corsica: liberi di morire fra i tormenti, sui palchi infami, sui roghi, dove stride la fiamma e la carne.

—E Dio permette!—mormorò il capitano Fiesco, che stava ritto, immobile a piè del letto, ascoltando e fremendo, e stringendosi i pugni alla gola per non dare in singhiozzi.

—Sì, amico mio, sì....—rispose il morente, che ancor riconobbe alla voce il suo vecchio ufficiale.—Dio ha un fine, che noi non possiamointendere; Dio ordisce una tela immensa, di cui non vediamo altro che un tratto. Non dubitate.... E non vi sembri argomentazione di piccolo intelletto. Ha pure la sua grandezza il vedere in questo modo la giustizia di Dio; mentre non ne ha nessuna il negare ogni cosa, e il disegno e l’artefice. Egli vede e provvede, nell’arcano del suo pensiero; egli dà le mercedi. Trascura i buoni, che sicuri lo aspettano; ma invigila i tristi e le opere loro.—

Così parlando, si era stranamente animato. Inutile il tentare di calmarlo. Gli fiammeggiavano le guance; gli scintillavano gli occhi; ma in quella gran luce, ond’erano accesi, egli già più non discerneva nessuno. E incominciava a vaneggiare; e più confuse gli si offrivano le immagini delle cose; più rotte gli uscivano di bocca le frasi.

—Sono legione, i malvagi! E tutti contro il guerriero di Dio. La mia spada, conte Fiesco! dov’è la mia spada? Ch’io li assalga! ch’io li disperda! Roldano, che ho sempre beneficato, anche voi? Guevara, Porras, gente malnata! Aguado, Ovando, anime nere.... Don Francisco di Bov.... No, no; via la spada! L’uomo perdoni, e Dio giudichi. Ed egli viene.... egli viene.... incalza, in un gran cerchio di luce. Cieco, cieco chi non ti vede, gran luce dell’anima! O Signore, in cui ho sempre sperato, o Signore in cui ho sempre confidato!... I vostri santi, avvocati miei, dove sono? Ah, ecco, nella vostra gloria confusi, sorridono.... accennano.... chiamano.—

Ansava, e le parole si facevano più rade, più inintelligibili. Un moto convulso, veloce, turbinoso, gli agitava il sommo del petto, come seil cuore, ad un tratto impazzito, sventolasse là sotto, tentando fuggir dal suo carcere. E fece uno sforzo ancora, il morente, uno sforzo sovrumano, per proferire le sue ultime parole.

—A voi, Signore.... a voi....In manus tuas, Domine, commendo spiritum meum.—

Seguì un rantolo sordo; e un altro ancora, in cui le labbra si torsero. Gli erano tutti intorno, piangenti; Bovadilla innanzi a tutti, con la mano sulla fronte di lui, stillante il gelido sudore della morte. E le scoppiava il cuore, e avrebbe voluto dargli l’anima sua. La vide egli? la vide un’ultima volta, mentre alzava le palpebre, e le pupille stravolte cercavano ancora la luce? Si richiusero le palpebre, si ricomposero le labbra, cessò la danza spaventosa del cuore; l’anima grande di Cristoforo Colombo era volata incontro al suo Dio.

Un grido straziante ruppe dai petti; labbra avide cercarono la fronte marmorea e le fredde mani dell’estinto: baci si avvicendarono con lagrime su quella povera carne, che aveva cessato di patire. Poi, s’inginocchiarono tutti intorno al letto; e pregarono, lungamente, in silenzio.

Indice

Mentre il suo grande cittadino moriva negletto, quasi ignorato, nella terra straniera che gli era divenuta seconda patria, ed egualmente ingrata, Genova seguitava a patire delle sue secolari discordie, ad esaltarsene, ad infiammarsene sempre più; pari in questo all’infermo, che si consuma dalla febbre, e nella febbre non avverte più il male onde sarà tratto al sepolcro.

Il male di Genova era antico; e le varie forme di governo con cui, dando volta nel suo letto di dolore, l’inferma aveva sperato di schermirsi, ora coi consoli, ora coi podestà, poscia coi capitani del popolo e coi dogi a vita, finalmente colle dominazioni angioine di Napoli dopo le tedesche, e le francesi dopo le viscontée di Milano, non erano state altrimenti che fasi progressive e crisi violente di quel male. Nobili della schiatta viscontile di Polcevera e nobili d’altre terre di Riviera, alleati coi vescovi, avevano fatto da principio un governo in famiglia, indi costituita una oligarchia prepotente, che escludeva dalle prime magistrature i popolari, tutti mercanti edartefici. Questi, crescendo di numero, di forze e di credito, avevano ottenuto a forza alcune cariche importanti, senza che per ciò fosse stabilito e riconosciuto nella lor classe un diritto alla partecipazione del governo; e frattanto, quelli di loro che avevano smessi i traffichi e l’arte, ottenendo titolo di cittadini egregi, si stimavano uguali ai nobili possessori di feudi; con alcuni dei quali, aiutando le ricchezze accumulate, riuscivano anche ad imparentarsi. Ma erano sempre tenuti per “tetti appesi„, come a dir case appoggiatesi alle vecchie torri di una gente più antica. Fra questi “tetti appesi„ alcune case più cresciute in potenza, e più ancora in audacia, avevano preso a contendersi il ducato, a palleggiarselo tra loro per quasi dugent’anni; ed erano quattro, dette dei Cappellacci per la loro preminenza, cioè a dire Fregosi, Adorni, Guarchi e Montaldi. A lungo andare sopraffatti i due ultimi nomi, erano rimasti in auge i due primi, forti abbastanza per sovvertire con le loro eterne rivalità la repubblica, senza che l’uno riuscisse poi a liberarsi dall’altro. E forse, ai nobili antichi, testimoni della gara e in una certa misura partecipi, non metteva conto che una parte vincesse l’altra del tutto, per farsi poi arbitra e padrona di tutti. Così durarono le lotte dei Cappellacci, con gran danno dello Stato, costretto a cadere in soggezione dei Visconti di Milano, poscia del re di Francia. Il quale, nel patto di dedizione conchiuso in Milano, si obbligava cortesemente alla condizione “che tutti gli onori, benefizi, ed uffici dello stato fossero conferiti ai Genovesi dal governatore e dagli anziani, tenuto conto della varietà dei colori.„

I colori, bianco e nero, valevano più poco sulla fine del Quattrocento; anzi, non valevano più affatto come tinta politica di ghibellini e di guelfi. C’erano bianchi e neri tra i nobili; bianchi e neri tra i mercanti e gli artefici, confusi oramai nella denominazione di popolari; ma i nomi di bianchi e di neri significavano piuttosto un certo numero di famiglie già usate al governo, e non disposte ad esserne escluse; e volevano dire che quelle famiglie non dovevano essere dimenticate, nella assegnazione delle cariche. A provar poi che guelfi e ghibellini, e neri e bianchi, non erano più considerati come parti politiche, basti notare che Doria e Spinola, antichi ghibellini, erano pane e cacio sul principio del Cinquecento coi Fieschi e i Grimaldi, antichi, guelfi; e Gian Aloise Fiesco, progenie di Guelfi, e primeggiante allora nella nobiltà genovese, sovveniva del suo danaro le imprese navali di Andrea Doria, nuovo rampollo onegliese della potente casata ghibellina. Nel fatto, con denominazioni vecchie conservate senza ragione politica, durava una lotta antica tra nobili feudali e popolo grasso. E i nobili avevano dimenticate le antiche dissensioni per far causa comune contro i popolari; e questi, non volendo saperne delle loro antiche denominazioni di mercanti ed artefici, si sdegnavano d’esser considerati inferiori a quegli altri, in una città dove oramai avevano esercitate le prime cariche ed ottenute singolari benemerenze.

Frattanto, accadeva di peggio. Violando i patti di Milano, il governatore francese proteggeva i nobili a danno dei popolari; li favoriva in tal guisa, che non più un terzo, ma già la metà deipubblici onori ed ufizi erano ad essi assegnati. E qui, ápriti cielo! dalle mormorazioni si passava ai lagni; da questi alle invettive. A giustificare il loro diritto, i nobili allegavano i meriti dei lor maggiori, che nel periodo consolare avevano governata la repubblica senza compagnia di popolari. Ma i popolari pronti a ritorcere l’argomento, dicendo che appunto per ciò erano stati cacciati i nobili dal governo; nè più si doveva tornare ad una ingiustizia, tollerata soltanto finchè il popolo non aveva avuto vita civile, Genova essendo come un feudo del vescovo e del suo parentado viscontile, già collegati dal comune interesse per liberarsi dall’autorità dei conti della marca di Liguria. Quanto a nobiltà vera di sangue, in che superiori i nobili? o progenie di barbari invasori, o piccola gente oscura, che ad essi era venuta abbarbicandosi, senz’altro merito che la cieca servitù! I popolari nati in casa, antico sangue romano, cresciuti nell’operose industrie del mare, educati nelle armi in difesa della patria; onde le grandi imprese, dentro e fuori della repubblica, specie dopo il 1339, col ducato di Simone Boccanegra, erano quasi tutte dovute al valore dei popolari.

Il governatore francese, messer Filippo di Cleves, signore di Ravenstein, tenendo pei nobili antichi, faceva orecchio da mercante; anzi, per non aver da sentire i popolari, se ne andava tranquillamente in Asti. E come avviene spesso negli uffici amministrativi, che quando esce il principale per prendere una boccata d’aria, guizza via il segretario per prenderne due, anche il suo luogotenente Roccabertino colse la buona occasione, per portare un suo reumain Acqui, a quelle terme salutari. Ma l’acqua bollente ch’egli andava a cercare laggiù, stava per dar di fuori in Genova, dove le due parti si guardavano in cagnesco, e dall’una e dall’altra si faceva gente, per non esser colti alla sprovveduta. Ai popolari si accostava la plebe, gente in gran parte calata dalle ville della Polcevera ai mestieri e alle piccole industrie della città. E i motti pungenti fioccavano; più acerbi ai popolari, che per l’aiuto cercato nelle ville erano chiamati a dispregio i villani. I giovani della nobiltà, che già alcuni anni prima per certa croce degli Zaccaria portata in processione avevano leticato aspramente coi giovani del partito contrario, s’erano fatti fare certi coltelli che portavano con ostentazione alla cintola; e quei coltelli avevano incisa sulla lama una frase minacciosa: “Castiga villani„. Nè quei coltelli erano rimasti a lungo inoperosi. Ai motti pungenti succedevano gli scontri, e le stoccate andavano via come il pepe. La città era ogni momento sossopra; i buoni gemevano invano, tra le provocazioni scambievoli e le zuffe continue; la vita di Genova era diventata un inferno.

Poteva egli portarvi rimedio ilParadiso, che giungeva a mezzo luglio nel porto? Ne scese il capitano Fiesco accompagnato dalla contessa Juana e dal frate scudiero; e tutti e tre si recarono ad alloggio dal Passano, che stava appunto in una casa del Fiesco, nella contrada di San Lorenzo. Di là, dopo un breve soggiorno, avrebbero proseguito per la Gioiosa Guardia, meta desiderata e riposo al triste viaggio di Spagna. Il capitano Fiesco voleva anche dar sesto a tutte le cose sue, facendo disegno dinon spiccarsi più per un pezzo dalle rive del poetico Entella; desiderava inoltre di vedere il magnifico dottore messer Nicolao Oderigo, che del grande Almirante era stato amicissimo, e che certamente avrebbe graditi gli ultimi saluti di lui e udite con profondo rammarico le notizie della sua fine immatura.

Messer Nicolao, famoso dottore di leggi, aveva meritato per la sua dottrina di andar già due volte ambasciatore, la prima nel 1496 al re di Francia, la seconda nel 1501, ai sovrani di Spagna; e in quella occasione aveva conosciuto Cristoforo Colombo, stringendosi a lui di sincera amicizia. In Genova non aveva mai parteggiato. La sua famiglia, di Carminata in Polcevera, era d’artefici, quali ghibellini, quali guelfi in processo di tempo, la più parte speziali e medici, nè mai disposti a servire, sposando le passioni dei potenti del giorno. Egli stesso era stato amicissimo al capo riconosciuto dei nobili, Gian Aloise Fiesco; e ciò non tolse ch’egli andasse in quell’anno 1506 ambasciatore dei popolari a Luigi XII, come più tardi, nel 1515 e nel 1517 a Francesco I, altro signore invocato dalle miserie di Genova. Era un galantuomo, amante della patria sopra ogni cosa; della patria si occupava continuamente, e ne piangeva i mali insanabili; della patria parlava ancora a messer Bartolomeo Fiesco, dopo aver pianto con lui sulla morte del loro grande concittadino Colombo.

—Povera Genova!—diceva egli.—Povera città così nobile e ricca, così popolosa e forte e gloriosa, condannata a non aver pace mai, neanche sotto le labarde straniere che ha dovutochiamare per assicurarsi contro le sue stesse follìe! E siamo oramai ad uno dei maggiori pericoli che Genova abbia corsi mai, di sfasciarsi, di andare in perdizione. Non per colpa dei Cappellacci, questa volta, che pare impossibile; per colpa dei nobili! Un mese fa, il 18 di giugno, poco mancò non andasse a soqquadro ogni cosa, per l’alterco in piazza de’ Banchi, dove il notaio Emanuele Canale, che richiedeva il fatto suo ad un nobile, n’ebbe in pagamento male parole e percosse; onde fu gran rumore, si chiusero le botteghe, e tutti correvano all’armi. Vedete quanta poca scintilla basti oramai a far scoppiare un incendio! La prudenza del podestà, messer Oberto del Solaro, ha potuto sedare questa commozione, col mandare in bando parecchi dei nobili ed uno dei popolari. Ma potrà sempre, il savio Astigiano, contenere questi umori maledetti, più pronti a bollire che non sia il vino del suo paese? E non c’è qualcheduno, nelle nostre mura, che quanto siede più alto tanto più avrebbe obbligo di gittar acqua sul fuoco? Voi indovinate di chi voglio parlare, messer Bartolomeo. Andate voi da Gian Aloise, e ditegli che abbia compassione della sua patria; egli che ha intelletto da conoscere i mali, voglia aver carità da procurare i rimedii. È una fortuna, che siate qui voi. Venuto di fuori, potete dire una parola di cittadino imparziale. Qui ogni giorno si va di male in peggio; e il peggio volgerà anche a danno suo, perchè delle cose turbate non hanno vantaggio coloro che vivono nel quieto possesso della loro autorità: mentre vantaggio verrebbe a lui, se tutti lo vedessero lavorare per la concordia; onde crescerebbela sua fama di savio, insieme con la sua sicurezza di principe.—

Il consiglio era buono; e per seguirlo, messer Bartolomeo salì quel giorno l’ampia scaléa di Vialata. Trovò raccolti lassù tutti i Fieschi, come in un altro giorno solenne di tre mesi innanzi; ma più accigliati, più torbidi, più inveleniti che mai. Nondimeno, fecero il debito col parente, che ritornava di lontano; e Gian Aloise stette ad udire con molta attenzione le tristi nuove di Valladolid.

—Mi duole;—diss’egli;—mi duole nel profondo dell’anima. Povero signor Almirante! E morire così, senza vedersi restituite le sue sostanze e il suo grado! Ma che cosa poteva aspettarsi di bene da un re come Ferdinando il Cattolico? Gran colpa ha costui, e il mondo ne darà ben severo giudizio.

—Verissimo;—rispose messer Bartolomeo.—Ma per il nostro concittadino Colombo non siamo in colpa un po’ tutti? e noi Genovesi prima degli altri? Se questa repubblica fosse stata in pace e padrona di sè, non avrebbe potuto far essa l’impresa della grande scoperta, ritraendone essa i benefizi? Sarebbe stata ancor essa ingrata con lui; ma dalla patria sua avrebbe egli potuto sopportare anche l’ingratitudine d’un giorno, sicuro della riverenza e della riconoscenza dei secoli. Ma noi eravamo impotenti ad assisterlo; noi sempre in guerra tra noi, e senza speranza di far giudizio mai più. Sento infatti che la pace è fuggita da capo, e che si torna a scivolare nel sangue.

—Ma!...—esclamò Gian Aloise, crollando il capo e stringendosi nelle spalle.—Qui, poi, nonè anche un po’ vostra la colpa, cugino? Se voi andavate a Pisa, tutto questo non succedeva.—

Bartolomeo Fiesco ebbe l’aria di cascar dalle nuvole.

—Che c’entra Pisa?—diss’egli, stupito.

—C’entra sicuro. Il gran delitto che ci appongono i villani è di non averla noi voluta soccorrere.

—Ma noi,—replicò il capitano Fiesco,—la soccorrevamo, se mai, per divorarla; e non vedo come di questo potessero stimarsi contenti i popolari.... o i villani, come mi pare dalle vostre parole che si debba dire oramai. Si sta tre mesi fuori,—soggiunse egli, ridendo,—ed ecco che al ritorno si trova cangiata perfino la lingua.

—Fermo, fermo!—gridò Gian Aloise.—Anzi torniamo indietro, fino a quel verbo divorare, che non sarà di lingua nuova, ma certamente parrà insolito in bocca ad un Fiesco. Se credete, bel cugino, di pungerci, v’ingannate a partito.

—E non avevo questa intenzione;—rispose il capitano.—Ho detto “divorare„ per “occupare a nostro vantaggio„. Non era egli per vantaggio della nostra casata, che voi volevate mandarmi a Pisa?

—Sicuramente,—replicò Gian Aloise.—Oh vedete il gran male, se chi possiede tutta la riviera di Levante, dall’Appennino al mare, e della Scrivia alla Magra, possedesse anche Pisa! Volevate voi che Pisa fosse posta in balía della nostra eccelsa repubblica, la quale oggi è di Tizio e domani di Sempronio? E non vi parrà giusto che una famiglia da quattrocent’anni intesa a mantenersi uno stato conforme alla sua dignità, cerchi di avere maggior sicurezza delsudato ed insidiato dominio? Andate là, bel cugino! ce l’avete fatta grossa, ricusando un ufficio, per il quale (ve lo abbiamo pur confessato, rendendovi giustizia) non c’eravate se non voi. E ci venite oggi a piangere sui mali di cui siete stato la prima cagione? E ci domandate probabilmente di andare in piazza de’ Banchi, o sulla scalinata di San Lorenzo, a picchiarci il petto, ad offrir pace, a chieder perdonanza ai nostri nemici? E siete un Fiesco, voi?—

La botta era forte; e messer Bartolomeo balenò un poco, ricevendola. Ancora strinse i pugni, e più i denti, per non dar fuori con troppo amare parole. Dopo un istante di pausa, che parve lungo a tutti, ma che a lui era necessario per vincersi, pacatamente rispose:

—S’io sono un Fiesco, domandate? Per tutt’altri che ne volesse dubitare avrei pronte le prove. A voi, Gian Aloise, tanto più vecchio di me, non ne bisogna nessuna; e voi già, umano e cortese signore, vi pentite in cuor vostro d’avermi fatto ingiuria. Per essere un Fiesco, bisognerebbe dunque non sentir altro che ira di parte? e d’una città che crebbe a grandezza per la santa concordia dellacompagnagiurata, voler fare un patrimonio esclusivo di nobili? Che cosa io pensi dei nobili, e dei popolari, vorrei poterlo dire alle due parti congregate, sulla scalinata di San Lorenzo, dove non c’è da chieder perdonanza a nessuno, ma da dire a tutti la verità. Nobili e popolari, siam pure i gran sciocchi. Un giorno, stanchi e rifiniti, saremo tutti pari nell’impotenza davanti ad una plebe qual si sia, che troverà gusto a sbranarci. Oggi letichiamo per diversità di sangue.Ma che? Essi e noi discendiamo da un barbaro soldato, franco o longobardo, unghero o goto, oppure da un liberto figlio di schiava greca o siriaca, che piacque un’ora al padrone. Nessuno, nè qui nè altrove, nessuno, sia pure il più antico nelle cronache, può collegarsi a quella nobiltà romana che prima ha stampato della sua orma il paese. La quale, finalmente, nella sua folle ambizione si mostrava più accorta di noi, non volendo altro alle sue origini che dèi o dee, Marte, Venere, Ercole. I Greci, poi, tutti da Giove; onde fu necessario fare del padre degli Dei un grande scapestrato. Gli antichi, come vedete, avevano modo di nobilitare il sangue, facendolo di qualità diversa dalla comunedegliuomini. Noi no; tutti di sangue rosso, mortale, di pari composizione; al più al più (lasciatelo dire ad un Fiesco, che ha studiato medicina a Pavia) guastato da qualche umore maligno, per effetto di troppe unioni in famiglia. Ma torniamo al fatto. Quando saranno qui tutti nobili al governo, e i popolari distrutti, o mandati al remo, o legati alla gleba, non avranno i Fieschi da fare i conti coi pari loro, con gli Spinola, ad esempio, coi Grimaldi, coi Doria? E dove andrà allora il bel sogno di una vasta signoría? Vorranno i tre emuli restare amici a noi, come son oggi per necessità, di contro a dugento cinquanta famiglie della fazione popolare? Non troveranno man forte in quella ventina di famiglie nobili della prima classe, o in quell’altra ventina della seconda, per costringerci un giorno o l’altro a lasciare il troppo largo dominio? e non solamente quello che voi possedete per autorità di vicario, ma ancora quello che possedete per dirittofeudale? Una cosa potrebbe pure tirar l’altra, cadendo, e tutte rovesciarsi ad un modo. Nè vi parrebbe più saggio che una famiglia, giunta per fortuna al colmo della potenza, regnasse invidiata e sicura nella mediocrità forzata di trecento, fra maggiori e minori, di nobili, di mercanti, d’artefici, tutti ammessi alle medesime cariche, uffici ed onori? Ma questo appartiene all’arte di governo, ed io non ne sono maestro. Perdonate, eccelso cugino, la mia intemerata. Non lo farò più, come è vero che sono un Fiesco. E da Fiesco d’onore vi prometto che fin dove giunga il mio braccio, saprò far rispettare questo nome onorato, che ho comune con voi.

—Abbiatelo forte, quel braccio!—ribattè Gian Aloise, con accento sarcastico.—Abbiatelo tanto più forte, quanto più volete esser solo, mentre spira un’aria così poco favorevole ai nostri, in questa disgraziata città. È l’augurio d’un parente che vi ama, ad onta delle vostre.... Come chiamarle?... Mi lascerete dir bizzarríe?

—Dite pure stravaganze;—rispose il capitano Fiesco.—Tutto sopporterò di buon grado, fuorchè la taccia di debolezza e viltà.—

Salutò, detto questo, e se ne andò invelenito; tanto invelenito, che non chiese nemmeno licenza di andare ad ossequiare madonna Caterina.

Uscito dal palazzo, e fatti in un minuto i cento gradini della cordonata famosa, voltò a manca, per non dover risalire da Rivalta a porta Soprana, luogo troppo affollato. Più libera la via verso quel tratto della spiaggia che gli eruditi del tempo avevano già incominciata a chiamareil seno di Giano; liberissima e tranquilla sotto i suoi occhi la distesa del mare turchino, su cui sonnecchiava col capo un po’ inclinato a levante il maestoso scoglio Campana, vecchio testimone di tante sfilate trionfali del naviglio genovese, dallostolodi Terrasanta ai ritorni della Meloria, di Portolongo e di Ponza. Lo scoglio Campana era un suo grande amico, fin dagli anni lontani della sua adolescenza; col quale, o davanti al quale, era uso meditare sulle passate grandezze della patria; e quella volta il capitano Fiesco, masticando male una frase del suo eccelso cugino Gian Alvise, non degnò il vecchio amico neppure d’uno sguardo fuggevole, mentre saliva per Campo Pisano all’erta di Sarzano. Sempre borbottando e sbuffando, dai fianchi dell’antico Castello, sede e baluardo del municipio Genuate, già da un pezzo convertito in un ceppo di conventi e di chiese, calò verso le case degli Embriaci, donde, girando attorno a quelle dei Giustiniani, voleva difilarsi a San Lorenzo, dove sorgevano quelle dei Fieschi.

Gran gente fin allora non aveva incontrato: fra conventi, chiese e palazzi che parevano fortezze, in un quartiere alto, donde la città era presto calata a distendersi nel piano verso ponente, non era il caso di trovar banchi o botteghe, nè per conseguenza la calca delle strade operose. Un po’ di animazione incominciava dai Giustiniani; il brulichio della folla lo aspettava nella contrada e nella piazza del duomo di San Lorenzo. Colà si accoglieva in gran parte la vita cittadina; colà nei primi secoli dopo il Mille si adunava il popolo a parlamento; colà il Cintraco, venendo dal Palazzo del Comune, chesorgeva alle spalle del Duomo, veniva a leggere i bandi dei consoli. E colà, cessati gli uffici politici della storica piazza, si adunavano ancora i cittadini a conversare, magari a far baccano, sommosse e principio di rivoluzioni; colà, finalmente, come è sempre avvenuto intorno alla casa di Dio, fin dai tempi di Cristo, si teneva un po’ di mercato.

In quella calca doveva cacciarsi il capitano Fiesco per riuscire a casa sua. La pazienza non era il suo forte, a dir vero; ma egli, in momenti quieti e ad animo riposato, sapeva dominarsi col raziocinio, che gli suggeriva le frasi della cortesia non ancora stizzita: “vi prego.... con licenza, cittadini.... scusate, amico„, e lo aiutava a passare. Ma i momenti non erano quieti, per allora, nè egli aveva l’animo riposato; ed egli e quel popolo, tra cui si cacciava, erano in uno dei loro giorni più cattivi; e mal volentieri si scomodava la folla per lasciarlo passare; ed egli, coll’amaro in corpo, non si sentiva di far bocca dolce.

Frattanto, correvano intorno a lui certi discorsi, che non erano fatti per rabbonirlo.—Fallatutti, ci siamo?—È giusta di sale.—Bisogna scodellarla.—Magari! è ora di finirla.—Vedremo al friggere, se saran pesci o anguille.—Giù dalle gronde, i gatti, e vivano le cappette.—

Il gatto era emblema araldico dei Fieschi, insieme col drago, detto anche basilisco. E per l’ora corrente, essendo i Fieschi a capo della nobiltà, l’accennare al gatto era un intendere tutta la genía dei nobili. Quanto alle cappette, si alludeva con questo nome al popolino. “Erano poverissima gente (lasciò scritto negliAnnalidi Genovamonsignor Giustiniani), artigiani e servitori di artigiani mal vestiti, con le calze di tela e con una stretta e cattiva cappa; perciò furono nominati cappette„.

Più in là era un crocchio di ragionatori più sodi, ma non meno sediziosi.—Ve l’ho a dire, cittadini? La va come sulle galere. Si può disputare del più e del meno finchè il nemico è lontano: ma quando il cómito ha gridato arme in coperta, non c’è più da discorrere; da poppa e da prora, all’arrembata e all’impavesata, ogni uomo prende il suo posto di combattimento. E non si parli di pace, mentre siamo venuti a mezza lama. O loro o noi, qualcheduno ha da andare di sotto.

—Bravo!—pensò il Fiesco.—Questo si chiama ragionare; ed anche insegna a sragionare.—

Frattanto lavorava di gomiti, per avanzare di qualche passo verso il suo tratto di strada. Ma intoppò in due che gli voltavano le spalle, e non si davano per intesi delle sue sollecitazioni. Si rammentò allora d’un bel giuoco, che gli era tante volte riuscito con amici per via. Toccò leggermente uno di quei due sulla spalla sinistra, e l’altro sulla spalla destra. Si voltarono ambedue, ognuno dalla parte dove si sentiva toccato; così, senza volerlo, gli fecero posto, ed egli guizzò lestamente nel mezzo. S’intende che avvedutisi dell’artifizio, non volevano tollerare la celia.

—Fate largo! è qua lui!—gridarono, con accento di scherno donde trapelava la collera.

—Lui! chi, lui?—gridò egli a sua volta, fermandosi a guardarli.

S’era voltato a deboli avversarii, o mal preparati all’attacco. Non rifiatarono; anzi, pareva che non dicesse a loro. Ond’egli era già per ripigliar cammino, quando all’orlo della gradinata di San Lorenzo, e sotto alla famosa statua che porta il nome dell’Arrotino, vide un omaccione dalle spalle quadre e dal collo erculeo, che lo guardava a squarciasacco. Ed anche lo udì, che diceva ad un vicino: “bisogna insegnargli, a questi prepotenti„. La guardata, l’atteggiamento, le parole di quell’uomo, gli dettero noia. E forse non era da farne caso, potendo quelle parole non esser dette per lui; ma egli, come attratto dal pericolo, si avvicinò d’un passo, per sentire dell’altro. Frattanto, eccogli tra’ piedi un contadino della Polcevera, che mettendogli sotto il naso un canestro di ceppatelli di macchia, gli grida coll’accento largo e spaccato della sua valle:

—Vitella di bosco! vitella di bosco!—

Fece un gesto di persona seccata, torcendo il capo, ma ancora tendendo l’orecchio per sentire quell’altro. E il contadino ripigliava, insistente come un moscone:

—Ma li guardi, come son belli! non par che dicano: mangiami?—

Non sapendo come liberarsene, domandò il prezzo: ma ancora e sempre guardava il suo nonno.

—Per Vostra Signoria, quattro soldi la libbra.—

Quattro soldi! Facciamo ad intenderci. Il soldo era la ventesima parte della lira: ma la lira genovese d’allora valeva tre lire e quattro centesimi della nostra moneta d’oggidì; il soldo valeva dunque un po’ più di quindici centesimidei nostri; e ciò senza contare il ragguaglio diverso fra la derrata e la moneta d’allora.

—Troppo cari;—notò il capitano.

—Eh, per lor signori!...

—Troppo cari, grazie!

—Grazie!—ripetè il contadino.—E ci ho perso il mio fiato, per un grazie della sua bella bocca. Vedete un po’ voi, Ghiglione!—proseguì, volgendosi all’omaccione dalla torva guardatura.—Ma già, con questi signori morti di fame non c’è altro da aspettarsi.

—No, caro, c’è dell’altro!—rispose il Fiesco, non vedendoci più lume.

E voltatosi di schianto, gli sferrò a pugno chiuso un tal colpo sul mostaccio, che lo mandò rovescioni sull’orlo della gradinata.

Fu un putiferio. Quell’altro, levatosi con la faccia tutta sanguinante, a gridare: così trattano i signori, spalleggiati dal re di Francia! E l’omaccione dal canto suo: già bella prodezza, contro la povera gente! ma non son chi sono, se non gli metto le budella al collo!

E brandiva uno spiedo, che portava appeso alla cintola. Un macellaio! Fosse pure; ma non aveva per quella volta un agnello da scannare, nè un bue da accoppare.

—Bravo, Ghiglione! Dàlli, al gatto! dàlli!—

Il capitano Fiesco aveva pronto e sicuro il sentimento delle grandi occasioni. Era in ballo, voleva ballar bene. Per intanto, con un calcio poderoso cacciò indietro parecchi, facendosi largo quanto bastasse per isguainare la spada. Come l’ebbe in pugno, la menò attorno con forza; e chi ne toccasse, suo danno.

—Questa val più del tuo spiedo!—gridò,tirandone un colpo al minaccioso avversario, a cui cadde l’arma dal pugno.

—Popolo! popolo!—si vociava d’ogni parte.—È un nobile che fa il prepotente. Dàlli al gatto! morte al gatto!

—Che gatto?—si rispondeva.—Che morte? E non è ancor preso, il gatto! e lavora assai bene con l’unghie! A noi! a noi!—

Queste voci venivano dall’alto della strada. E colle voci i ferri; e davanti ai ferri si apriva la calca, bestemmiando, piangendo, urlando, gridando misericordia.

Messer Bartolomeo s’era fatto intorno un gran cerchio. La sua spada, non tagliando più, per aver perso il filo, lacerava e ammaccava. E mentre lavorava così di puntate e manrovesci, stava coll’occhio attento ad ogni moto della folla; e a chi, col coltello nel pugno, strisciando a terra s’ingegnava di venirgli sotto, allungava pedate, più forti ancora dei colpi di spada.

—Eccolo qui, il gatto! prendetelo, se vi riesce, mascalzoni!—gridava.

E giù fendenti, giù manrovesci e puntate, quello che gli veniva meglio, facendo fronte da tutti i lati, con le mani e coi piedi. Certo, non poteva durar lungamente così. Ma durò tanto, che il soccorso gli venne. Da tutte le case vicine avevano veduto il tafferuglio: erano case di nobili, e in gran parte della gente dei Fieschi. Tutti quei cavalieri avevano afferrate le armi, scendevano sulla strada, e ancora il capitano Fiesco non aveva toccato altro che qualche scalfittura, quando gli giunse man forte, e primo fra tutti il frate scudiero, che per far più svelto aveva scalato una doppia fila di spalle,trattandole come spaldi nemici; dond’era balzato nel vallo con la spada sguainata. Altro che gatto! quello era stato peggio d’una tigre.

—Ben venuto in refettorio!—gli disse il capitano, ripigliando il suo buon umore.—Ce n’è ancora una scodella per te, frate Alessandro.

—Che! arrivo tardi;—rispose il frate scudiero.—Non vedete come scappano?

—Per andar fuori del tiro, sì; ma ora voleranno sassi, mio caro.

—E allora sotto, prima che pensino a farci fare la fine di Golía.

—Sì, sotto, sotto!—gridarono i cavalieri venuti in soccorso.—Ma da che parte si comincia?

—Di qua!—rispose il capitano, additando verso il coro della chiesa.—Si faticherà di più, risalendo la strada; ma avremo libere le case nostre, e ci saremo anche accostati al palazzo del governatore. Messer Roccabertino non vorrà mica starsene con le mani alla cintola.—

Consigliava bene, il capitano Fiesco. E la caccia, incominciata di là, ebbe l’effetto di spinger la folla sotto gli arcieri della guardia, già usciti dal palazzo al rumore della zuffa. Messer Roccabertino (ritornato da Acqui, manco male!) occupò con la sua gente il campo di battaglia. Non c’erano morti; ma i feriti abbondavano. E furono rimandati alle case loro quei che potevano andarci; gli altri portati a braccia, aiutando gli stessi cittadini, che per tal modo si levarono più presto di lì. Mezz’ora dopo, tranne le chiazze di sangue che imbrattavano il selciato, si vedeva piazza pulita.

Sciolto l’assembramento, e chetate alla meglio le ire cittadine, venne la volta di una severainchiesta. L’inchiesta, si sa, è sempre severa. Il capitano Fiesco, eroe della giornata, non aveva nulla da nascondere; narrò tutto per filo e per segno. Nè dal suo racconto dissentì troppo quello che narrava il Ghiglione, mostrando il suo braccio affettato. Il naso rotto del Polceverasco era andato a farsi ristagnare il sangue alla fontana di Soziglia, nè fu il caso di chiamarlo in giudizio. Degli altri feriti la prudenza del luogotenente aveva anticipatamente sottratti a quel sommario processo i guasti e le querele. La giornata era tutta a vantaggio dei Fieschi; e i Fieschi, amici del governo di Francia, non si potevano trattar troppo male; tanto più ch’erano stati provocati. Anche l’eccelso Gian Aloise, avvertito in fretta dell’accaduto, era sceso dalla sua ròcca di Vialata con un drappello di cavalieri, e portava a palazzo il peso della sua autorità. Raccomandava anch’egli concordia; voleva anch’egli giustizia; ma sopra tutto che si levasse ogni argomento di nuove dissensioni in città, insegnando a tutti il rispetto delle leggi. Intanto lodava il cugino, che non si era lasciato sopraffare, mostrando come i Fieschi si sapessero guardare da sè contro le violenze dei mascalzoni.

—Per avventura, cugino Bartolomeo,—diceva egli sottovoce al valoroso parente, mettendogli l’eccelsa mano sulla spalla,—sono stato io, con certe parole un po’ matte, che vi ho fatto saltar la mosca al naso? E non mi pento di averle dette, se mai. Per opera vostra sapranno i villani che a toccare i Fieschi ci si scottan le dita.—

Il capitano Fiesco sorrise, pensando che proprio a lui, nemico giurato d’ogni discordia, eratoccato di dare il mal esempio alle turbe. Ma in verità, lo avevano tirato pei capelli.

A proposito di esempi, ce ne voleva uno, e terribile. Il luogotenente Roccabertino non ebbe ritegno a darlo, sbandendo dalla città il conte Bartolomeo Fiesco e il macellaio Ghiglione. Era la giustizia, sebbene attenuata di molto, del cadì d’Alicante, di burlesca memoria, che sentiva attentamente le ragioni dell’ebreo e quelle del cristiano; poi, chiunque avesse ragione dei due, faceva somministrar loro venticinque legnate per uno. Il Roccabertino, sangue spagnuolo, non arabo, sopprimeva le legnate, contentandosi di bandir le due parti. Per altro, non si fidassero troppo della sua grande bontà; a chi rompesse il bando era minacciata la morte. E con ragione; che i banditi del mese innanzi rientravano tutte le sere in città, e la giustizia n’aveva avuto uno smacco.

—Intendiamoci, dunque;—diceva il signor luogotenente, nell’atto di scendere dal suo tribunale.—Chi rompe paga; e a chi rompe il bando, è pena la testa.

—Per quel che mi risguarda, non dubitate;—rispose il capitano Fiesco.—Parto oggi stesso, e vado lontano, molto lontano, a condir con le lagrime il duro pane dell’esule.

—Sta bene, sta bene;—borbottò il Roccabertino, passandogli accanto accigliato.

Ma sotto voce aggiungeva:

—A Gioiosa Guardia, non è vero? Così potessi seguirvi!—

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