XXVI.

Don Luca smaniava, alzava le braccia al cielo, si aggirava attorno a la casa, chiamando per nome il Contardi e sua moglie, che dovevano essere là dentro soffocati dal fumo e forse carbonizzati dal fuoco se non davano nessun segno di vita; forse erano andati in città, e questa ipotesi ci consolava.

Intanto parte del tetto crollava con gran fracasso; e parve per pochi minuti che il materiale di tegole e di calcinacci venuto giù attutisse l'incendio. Già ferveva l'opera di estinzione ora che dalla villa erano arrivati recipienti di ogni sorta. Venivano riempiti alla meglio attingendo acqua dal pozzo, e a una gora poco distante. Due scale erano state appoggiate a un albero, che il fumo avvolgeva tra le sue spire, e ai muratori montati fino agli ultimi scalini, i contadini, don Luca ed io porgevamo i secchi e le brocche ripiene che quelli si sforzavano di vuotare su i muri, su le imposte delle finestre mezzo consumate, dentro quella voragine apertasi al crollo di parte del tetto.

Duo o tre volte i muratori avevano dovuto scendere per non essere soffocati dal fumo, sostituiti subito dai contadini. Don Luca, buttata via la zimarra, era montato su anche lui, per dare l'esempio, esortando con la voce arrochita, mostrando un'agile forza proprio straordinaria per la sua età. Pensava, anche a me:

—Lasci fare; non si affatichi…. Vede?

Avevo rovesciato un secchio nel fare lo sforzo di porgerlo al contadino in basso della scala….

—Regoli meglio la catena!… Passando da una mano all'altra secchi, orci, brocche, si fa più presto….

Le mura fumigavano, ma le fiamme già si abbassavano….

Mi era parso di udire un grido, di sentir picchiare; in una grata…. Ed ero accorso dietro la casa. C'era una sola finestra in alto, da dove usciva poco fumo; e tra quel fumo, due manine che picchiavano con una chiave, e una figurina incerta tra il fumo che, mezzo soffocata, poteva appena gridare.

—La ragazzina! La ragazzina!…

Don Luca saltò giù dalla scala col pericolo di fiaccarsi il collo.

Anche oggi io ho un'idea molto confusa di quel che oprai in quel momento. Ricordo soltanto che mi sentii preso da un impeto di vigoria e di coraggio, che respinsi bruscamente don Luca e un muratore che volevano impedirmi di afferrare una scala. Ricordo il mio grido:

—Il piccone! Il piccone!

E mi rivedo, come in un sogno, arrampicato alla scala, dar furibondi colpi per scassinare la grata. Il fumo aumentava, mi accecava. Dietro la grata, aggrappata ad essa, con gli occhi atterriti, il respiro affannato, intravedevo la ragazzina che pareva stentasse a reggersi. Ah, quella maledettissima grata come resisteva!… Finalmente!… Da una sola parte però…. La spinsi indietro, per aprire un varco alla ragazza…. E gettai un urlo di orrore! La poverina non aveva potuto reggersi più!

Ricordo soltanto che, tardi, a notte avanzata, mi svegliai quasi da sonno profondo, che avevo la testa fasciata, che mia madre, il dottore e il parroco mi stavano ansiosamente dattorno, e che il dottore mi disse:

—Non è niente!

—Sì, Dario; fortunatamente, non è niente!—soggiunse mia madre.

E le tremava la voce.

—E la ragazzina?—domandai.

—Salva!—rispose don Luca.—Lei si è già conquistato un bel posticino in Paradiso. Non sorrida; si va in Paradiso anche senza volerlo, e senza saperlo, quando si fanno opere buone. C'è lassù Chi tutto vede, e premia e gastiga…. Ma è inutile, io predico per abitudine; bisogna tollerarmi…. E lei, dottore, su, come spiega il fenomeno della signora che si sente ispirata ad accorrere qui?

—Io non ho l'obbligo di spiegare; mi basta il fatto, che non è nuovo, che accade anzi tutti i giorni…. Presentimento…. Vuol vederci un miracolo?…

—Tutto è miracolo!

—Allora!… Tutto è naturale; è lo stesso.

La ferita alla testa, quantunque non grave, mi aveva dato però un po' di febbre. Don Luca, in piedi davanti al letto, raccontava a mia madre quel che era, avvenuto. Mi ero precipitato dentro, dietro la ragazzina quasi soffocata….

—Ah, signora mia!… È stato un momento…. un momento!… Si figuri…. Mi è fin scappata di bocca una parolaccia…. In certe circostanze, uno non sa più quel che si dica….. Avrei voluto veder lei, dottore!… Se si tardava soli dieci minuti, invece di due si avrebbero avute quattro vittime…. Quei poveri Contardi! Irriconoscibili…. Un orrore! Li avrò davanti agli occhi fin che campo…. E ne ho visti morti! Ammazzati, annegati, stritolati da carri; di ogni specie. Ma questi qui, specialmente l'uomo!… E ora dovremo pensare per l'orfanella. Non le è rimasto neppure un cencio….

Mia madre era così commossa, così sbalordita, dal pericolo da me corso, che rispondeva soltanto con movimenti affermativi del capo. Io pensavo tristamente:

—Peccato! Sarebbe stata finita!

E socchiudevo gli occhi fantasticando:

—A quest'ora starei steso su questo letto, freddo, inerte, forse sfigurato, e non vedrei, non udrei niente, e sarebbe calato il sipario su la commedia o tragedia della mia vita; tragedia piuttosto che commedia…. E sarei morto almeno facendo un atto di energia…. inutile, come tutto quel che ho tentato finora; mentre ora dovrò ricominciare da capo a trascinarmi simile a un fantasma in mezzo all'attività che mi circonda. Che cosa vuoi farci? Ne avrai ancora per un po'; continua a rappresentare la tua parte di fantasma, rappresentala bene…!

E feci un involontario gesto di sconforto.

—Ti dà molta noia la ferita?

—No, mamma! Riflettevo….

—È meglio che non affatichi la mente—intervenne il dottore.—Ne avrà per una settimana. La febbre è in decrescenza. Sono un po' in pensiero per la ragazzina. L'asfissia, anche non inoltrata, lascia dei disturbi nella circolazione del sangue; è una specie di avvelenamento. E poi, è così gracile, così patita quella poverina! Chi sa dove le par di essere? Guarda attorno nella camera, stupita di veder i fiori della tappezzeria, i bei mobili, il grande specchio dell'armadio, i quadretti alle pareti….—E la mamma? E il babbo?—mi ha domandato timidamente. Le ho risposto:—Sono andati al paese; torneranno tra due giorni.—E stavo per dirle:—Avrai un'altra mamma, anche migliore della tua!

—Le mamme sono tutte uguali.

—Così fosse! L'amore materno è una delle tante generalizzazioni di cui non sappiamo disfarci. Conosco mamme così crudeli e spietate verso i loro figli, che il paragonarle con le tigri…. sarebbe un'offesa per le tigri. La Contardi non era precisamente di queste; la miseria però l'aveva inasprita. Da due anni a questa parte poi, in seguito a un aborto, era anche malandata di salute; e la ragazza, poverina, scontava ogni cosa. Quando don Luca dice: La Religione! Costei aveva la casa piena di santi appiccicati ai muri; teneva accesa la lampadina a non so quale madonna,…

—Sarebbe stata peggio, se non fosse stata credente,—lo interruppe donLuca.

—Era peggio a bastanza; ma non sparliamo dei morti.

—E non diciamo male della Provvidenza,—dissi io, ridendo,—se no, donLuca si arrabbia!

—Ma che cosa s'immagina? Che io non ne senta dir male anche dai miei parrocchiani? Questi qui però li compatisco; sono ignoranti, e poi non ragionano, parlano per impeto di sentimento, in certe circostanze…. e dopo vengono a confessarsi. Senta: anni fa una povera vedova perdè l'unico figliuolo di vent'anni, un giovanone più alto di me, un gigante; pareva scoppiasse di salute e di forza, e una febbre maligna glielo portò via in tre giorni. Da allora in poi non la vidi più venire a messa le domeniche, nè a nessuna funzione religiosa. Un giorno, incontratala per caso da una sua parente, tentai di consolarla esortandola a rassegnarsi alla volontà di Dio. Scattò da sedere…. Bisogna averla veduta, per figurarsi quella persona, vestita tutta di nero, pallida, con le braccia in alto, imprecanti, la voce ferma, la parola impetuosa a tu per tu con Domeneddio che le aveva tolto il figliuolo.—Un'infamia!… Glielo grido in faccia! Che m'importa se mi manda all'inferno? Non lo sapeva che non ne avevo un altro? Non lo sapeva che era la colonna della mia casa?…—Io non osai d'interromperla. E quando si lasciò cascare, quasi sfinita, su la seggiola, per poco non le diedi ragione, così eloquente, così furioso era stato lo sfogo di quella madre desolata. Capisce? A me fa rabbia il freddo ragionamento che sragiona.

—Ma così—esclamò il dottore—si giustifica tutto, anche l'incendio e la disgrazia di ieri l'altro! Se la moglie…. No, non diciamo male dei morti. Ma il povero Contardi era buono, lavoratore onestissimo. E la ragazzina? Che peccati può aver commessi la ragazzina?

—Sono in due contro di me, cara signora; ed io non voglio sprecare il mio fiato. Mi basta di aver lei dalla mia parte. Dobbiamo pensare all'orfanella; metterla in un ricovero….

—Non c'è fretta,—rispose mia madre.

E appena, fummo soli, soggiunse:

—Per ora la terremo con noi. Sarà l'opera di carità, con cui potremo onorare la memoria di Fausta. Te l'ho accennata l'altra volta; ma allora non avevo nessuna idea concreta…. E ancora non ti ho raccontato i particolari del mio incredibile presentimento. Avevo dormito male la notte avanti; un'irrequietezza insolita mi scoteva dal sonno quasi di soprassalto. Mi ero alzata dal letto di buon'ora, con un'oppressione al cuore, con una angoscia sorda sorda che mi spingeva ad aggirarmi per le stanze senza scopo; così ero entrata, nel salotto di Fausta. È la mia cappella familiare; vo a pregarvi ogni giorno, in comunione con la nostra cara morta. Tutt'a un tratto…. non saprei dire se abbia udito davvero una voce fievolissima o se le parole mi siano risonate nel cervello proprio come quando noi ricordiamo la voce di qualcuno…. Tutt'a un tratto, insomma, mi parve di sentirmi dire da Fausta:—Dario vuol venire con me! Dario è in pericolo!—Forse mi esprimo male; era un sentimento confuso, forte, quasi violento…. E non potei più stare su le mosse. Volevo mandar a chiamare il signor Bardi; ma sentivo che non dovevo frapporre nessun indugio. Quell'agitazione così insolita, così persistente….

—Oh, mamma!… Perdonami! Hai indovinato! Perdonami! Ero venuto qui con un pazzo proposito…. Perdonami, mamma!

—Dario! Dario!… E non pensavi…?

—Non più, mamma! Ora voglio vivere per te, qualunque sia la vita che mi si prepara. Mi sono già rassegnato. Mi rassegno! Perdonami, mamma!

Ripetevo queste parole affannosamente, invocando una risposta. La povera donna sembrava atterrita dalla mia rivelazione. Rizzatasi da sedere, stringendo le mani con le dita conserte, mi guardava senza poter pronunziare altro che il mio nome; e c'era nella voce tanta angoscia, tale accento di rimprovero da farmi pentire di essere stato sincero.

—Da oggi in poi,—disse quasi balbettando,—non potrò più stare tranquilla…. Giurami, Dario…!

—Lo giuro a te…. e a Fausta!—risposi.

E le apersi le braccia.

La mia ferita si era rimarginata più presto che il dottore non prevedesse. Stava bene anche l'orfanella. Mia madre aveva provveduto a rivestirla, ma non a lutto. Don Luca si era incaricato di comunicarle la disgrazia che l'aveva colpita, ed ella aveva accolto la notizia con stupore, senza lacrime, esclamando:

—Ed ora…. come faccio? Ed ora…. come faccio?

—Non dubitare, la Madonna ti aiuterà.

Ripulita, ravviata, sembrava un'altra. Era esile, bionda, con un profilino delicato, occhi cilestri, bocca piccola, con labbra un po' tumide, e un'espressione di sgomento che le faceva fissare gli occhi su le persone e le cose, quasi ancora non credesse a quel che era accaduto e a quel che accadeva attorno a sè.

Mia madre la incoraggiava con le parole e con le carezze.

—Come ti chiami?

—Rosa.

—Vuoi restare con noi?

—Se mi vogliono…. Che ne so?

—Resterai con noi; verrai con noi in città.

Io sentivo una lieve tenerezza, pensando che quella ragazzina era viva per me. La interrogavo anch'io, quasi in qualche modo mi appartenesse.

Passato il primo sbalordimento, pensando ai suoi genitori, ella piangeva zitta zitta.

—Non devi piangere più. Quanti anni hai?

—Dieci anni—mi rispondeva, asciugandosi le lacrime col grembiulino.

—Che cosa facevi a casa tua?

—Davo il becchime alle galline, governavo il porcellino, accendevo il fuoco, raccoglievo la legna….

—Non farai niente di tutto questo. Ti piace?

—Che ne so?

Il giorno precedente al nostro ritorno in città, avevamo a desinare donLuca e il dottore. Rosa sedeva tra mia madre e me.

—Già sembra della famiglia!—esclamò il parroco.

—I bambini si adattano subito. La Natura li protegge.

—Diciamo la Natura!—replicò ironicamente don Luca al dottore.

—Oggi, niente discussioni,—dissi.—Ho una lieta notizia da dare; e tu, mamma, mi scuserai se non ti ho messo a parte anticipatamente di quel che sto per annunziare; ne sarai, forse, un po' maravigliata, ma il tuo cuore sussulterà di gioia. Noi adotteremo Rosa!

Don Luca e il dottore si rizzarono in piedi, battendo le mani, gridando:—Bravo! Bravo!

—Io non so quali formalità legali occorrano per quest'atto. Consulteremo un avvocato. Intanto l'adozione è già fatta dal cuore; è l'essenziale e l'importante. Di', mamma, pensavi tu a questo parlandomi di un'opera, di carità in omaggio della memoria di Fausta? Se sì, sono lietissimo di aver interpretato il tuo sentimento.

—No, Dario; io non arrivavo fino a questo; ma approvo, commossa, la tua idea. Almeno tu ed io avremo una bella ragione di vivere, tu specialmente.

—Io specialmente, dici bene!—risposi con espressione di grande tristezza.

In quel momento mi parve che lo stuolo di tutti i miei sogni mi passasse davanti agli occhi, fuggendo via come uno stormo di uccelli migratori, in cerca di miglior stagione e di suolo più clemente.

Dicono che coloro che stanno pur morire annegati, abbiano una rapidissima visione degli avvenimenti della loro esistenza, rivivendola in pochi istanti con tutti i più minuti particolari. Qualcosa di simile accadeva in me, mentre ripetevo le ultime parole di mia madre: Io specialmente! E mi sembrava di sentirmi sprofondare a poco a poco in fondo a un abisso silenzioso, proprio in fondo a un oceano stranamente illuminato dai raggi del sole che stentavano a penetrare tra i verdi mobili riflessi delle acque.

Quando mi destai da questa specie di sogno, ebbi la paurosa impressione di essere diventato un altro. Certi sentimenti, certe idee, certi sogni anche, formano così gran parte della nostra individualità, da far provare la impressione di uno strappo di carne viva, da darci la sensazione dello sprizzar del sangue da larga ferita quando avviene qualcosa che abbatte dentro di noi tutto il passato e ci fa scorgere l'aridità del presente e l'inanità del futuro.

Tutta la mia vita ormai si riduceva a un'opera di carità, all'adozione di quella gracile creaturina che aveva già conosciuto dolori, avvilimenti, miserie la cui impronta forse sarebbe rimasta visibile, non ostante le amorose cure che mia madre ed io le avremmo prodigate.

—Hai capito?—le diceva don Luca.—Da ora innanzi la tua nuova mamma sarà questa buona signora, e questo signore sarà il tuo nuovo babbo. E tu diventerai una signorina. Dovrai voler bene a tutti e due, obbedirli in tutto, se no ti rimanderanno in campagna a far la vita che hai fatto, peggio anzi; dovrai andare a servire, comandata da padroni che non ti useranno riguardi. Hai capito? Hai capito?

La poverina lo guardava spalancando gli occhi, con un sorriso di stupore che dimostrava com'ella non avesse compreso chiaramente il gran mutamento avvenuto nella sua sorte; qualcosa però avevo compreso a modo suo, mentre le mani di mia madre le accarezzavano la testa, delicatamente, passando e ripassando su i capelli già domati dal pettine. Ed ebbe un inatteso slancio, si lasciò scivolare dalla seggiola, ginocchioni accanto a mia madre e cominciò a baciarle le mani che cercavano di sollevarla.

—Bada,—le dissi:—non ti chiamerai più Rosa, ma Fausta.

E volli baciarla e accarezzarla anch'io.

Mia madre, colpita dal tono un po' enigmatico con cui avevo pronunziato queste parole, mi guardò intentamente e mosse le labbra, per farmi una domanda. Non disse motto, e gliene fui grato.

—È strano!—esclamò il dottore, facendo uno sforzo per nascondere la commozione.—La gioia stimola l'appetito. Io ricomincerei a mangiare.

Ma il buon vecchio si levava intanto da tavola, e non finiva neppur di bere il vino che si era versato.

Mia madre si era accorta che io agivo per impulso di un esaltamento probabilmente morboso e ne rimaneva impensierita. Infatti in quei giorni ero nervosissimo, eccitabilissimo. L'articolo 202 del Codice civile che metteva un insormontabile divieto all'atto di adozione, almeno per allora, mi sembrava una nuova infamia del destino contro di me.

—Ebbene, che importa? Attenderemo,—disse mia madre.—Nessuno però può impedirci di agire come se l'adozione fosse avvenuta.

Il signor Bardi non approvava la mia intenzione, e sosteneva che la legge, in questo caso, operava saggiamente.

—È una sopraffazione!—esclamavo io.

—È una tutela!—ripicchiava il signor Bardi.—Fingiamo, per poco, che la condizione di aver compiuti i cinquant'anni non esistesse. Tra uno, cinque, dieci anni, potrebbe venirti l'idea di riprender moglie; e tu ti troveresti su le braccia una figlia non tua, che i figli legittimi non vedrebbero certamente di buon occhio.

—L'ipotesi è assurda,—risposi.—L'adozione sarebbe anzi un ostacolo, che con me poi non occorre. L'ostacolo consiste nella mia volontà.

—Caro Dario, la volontà non comanda, obbedisce. Comandano la passione, il capriccio, le circostanze sociali; e per ciò noi troviamo sempre pronta una scusa per tutti i nostri mutamenti di condotta. È vero; tu sei savio, ma la vita, spessissimo, è più savia di noi…. quando non è pazza addirittura. In tutto, come negli affari, è prudente non impegnarsi troppo. È l'assioma praticato da tuo padre, che se ne trovò sempre bene. Ma noi facciamo una vana discussione. Il Codice civile pensa appunto per tutti coloro che non possono pensare. Tu intanto avrai tempo di riflettere; e dice bene tua madre, niente t'impedisce di operare come se l'adozione fosse avvenuta.

—È una sopraffazione della società che si sostituisce al diritto individuale! Barbarie di legislazione pagana! Rimasuglio di prepotenza medioevale!

Parlavo concitato, quasi la sopraffazione venisse dal povero signor Bardi che infine, se fosse dipeso da lui, sarebbe stato lietissimo di accontentarmi a dispetto di quell'articolo del Codice, pur di evitare a me e a mia madre la contrarietà che ci affliggeva.

Sì, noi potevamo operare come se l'adozione avesse ottenuto tutte le sanzioni richieste dalla legge; ma era una finzione, non una realtà; e questo m'indignava, quasi da un momento all'altro avesse potuto sopraggiungere qualcuno e rapirmi la bambina che ormai mi sembrava m'appartenesse perchè salvata col pericolo della mia vita.

—Tu sei eccessivo,—mi diceva mia madre.—O tutto o niente è una bella insegna, non lo nego; ma quando non è possibile ottener tutto, è bene contentarsi di qualcosa che sarà sempre meglio del niente. Un grande ambizioso, un forte può adottarla e metterla in atto; può adottarla però anche un poltrone, e trovarvi il pretesto di non far nulla.

—Sono ambizioso, orgoglioso, mamma; ma non più come prima. Tu lo vedi a che cosa mi rassegno: a beneficare una creaturina, a fare anche opera di espiazione per la memoria della povera Fausta! Io non la ho amata quanto meritava, quanto dovevo; l'ho fatta soffrire, mamma! Forse ella è morta non tanto per un difetto dell'organismo, quanto per l'immenso dolore di non essere riuscita ad imporsi al mio cuore…. Oh, mamma! Tu non sai; forse sai, e temi di accrescere il mio rimorso dandomi ragione. La ho amata quando non ero più in circostanza di consolarla, di compensarla; ho commesso l'infamia, per disperazione, di tentar di dimenticarla. Tu non sai, mamma! Tu non sai! Voglio punirmi, voglio redimermi…. E voglio pure, mamma, crearmi ancora un sogno nella vita, un'illusione, fosse pure a costo di rimpiangere, dopo, di non aver saputo resistere alla seduzione di esso nè alla fallace malìa di quella. E saranno nello stesso tempo sogno e illusione anche tuoi. Mi aiuterai almeno a produrmelo, a foggiarmela. In Rosa dovrà rivivere Fausta. Dobbiamo farne una creatura di bontà, d'intelligenza, di bellezza; e sarà in gran parte opera tua. Hai già cominciato. Io ammiro il miracolo di trasformazione che hai saputo produrre. Chi non l'ha conosciuta quando era una misera contadinella sfigurata dagli stenti e dalle fatiche, non potrà credere che Rosa non è stata sempre quel fiore di grazia timida e inconsapevole che rallegra oggi la nostra casa. E sono passati appena dieci mesi!

—Quando torneremo a Villa Fausta, don Luca e il dottore non la riconosceranno.

—Certamente. E mi piace che perdurino in lei, che quasi resistano un po', certe mosse, certi piccoli impeti selvaggi. Usufruiremo anche di queste forze nell'educarla.

—Tu però la vizii un po', condiscendendola in tutto.

—Penso a quel che ha sofferto.

Non mi accorgevo di ricadere nell'eccesso che aveva contristato tutta la mia vita. Volevo da questa sempre qualcosa di più che non potesse darmi. Dovevo esser io il dominatore, il creatore; sotto forme diverse, per scopi diversi, la mia stolta ambizione era quella di imprimere l'impronta del mio spirito nelle persone e nelle cose delle quali m'interessavo. Tardi, molto tardi, ho finalmente compreso che l'opera dell'intelligenza riesce efficace soltanto quando l'uomo intende il preciso valore delle sue facoltà, e sa adoprarle secondo la loro potenza, secondo il loro sviluppo. Quanti spostati di meno, se tutti avessimo questa coscienza! E, forse, anche questa mia ultima convinzione è sbagliata. Ogni individuo è, probabilmente, un tentativo della Natura per attingere la forma perfetta della specie; c'è dentro di ognuno di noi la forza impellente del tentativo, e, fuori, l'ostacolo delle circostanze, del Caso…. E così tutti i mezzi-artisti, i mezzi-scienziati, i mezzi-uomini politici, tutte le mille mediocrità che ingombrano il mondo vengono giustificati davanti alla riflessione, ma non per questo soffrono meno, e fanno soffrir meno gli altri. La gran sapienza consisterebbe nel rassegnarsi, nel limitarsi ad essere quel che le circostanze esteriori ci costringono ad essere. Ed, ecco, pure in questo momento mi abbandono alla Sirena dell'astrazione che è stata la mia malefica Fata!

Malefica? Chi lo sa? Pensare è agire. Perseguire un ideale e non raggiungerlo mai, è godimento ineffabile; e in questo caso—non sembri contradizione—fin la sofferenza può mutarsi in godimento, ripensandola.

In quei giorni m'isolavo sempre più, dedicato interamente alla nuova creazione intrapresa. Assistere al risveglio dell'organismo di Fausta—più non chiamavo Rosa col suo nome di battesimo e godevo ch'ella se ne compiacesse—assistere alle continue manifestazioni del suo spirito in formazione, che talvolta erano deliziose sorprese per un osservatore attento come me, bastava a riempire le mie giornate, quando ero stanco di leggere o di occuparmi di affari, da che il signor Bardi si ostinava a volermi informare dei misteri—diceva così—dell'amministrazione dei miei beni, pel caso ch'egli dovesse rinunziare al suo incarico o venisse a mancarmi.

Povero signor Bardi! Era invecchiato, molto stanco, e una lenta malattia viscerale gli minava la salute. Mia madre ed io gli volevamo bene per la sua onestà, per quel che di sornione e di gioviale che gli si leggeva in viso.

—Bisogna prepararsi ad andarsene e tener pronta la valigia, per non esser colti alla sprovveduta. È vero che con la morte non c'è pericolo di perdere il treno!

E rideva.

—Ma come le passano per la testa queste malinconie?

—Per forza. Quasi ogni giorno, cara signora, mi capita di sentire che un amico, un conoscente—di quelli che son cresciuti con me….—E fa impressione. Spariti, portati via da una febbre, da un colpo…. Il tale? Ma siamo stati insieme sere fa…. Il tal altro?… È naturale che si pensi: Verrà presto la mia volta!… Oh, non me ne affliggo. La mia esistenza non è stata cattiva; ho goduto un pochino; ho pure penato…. Ma infine…. Posso andarmene tranquillamente, coi miei conti sottobraccio, per presentarli al Gran Giudice di lassù. Li troverà in regola? Spero.

E rideva.

Povero signor Bardi! Tre mesi dopo era andato serenamente a sottomettere i suoi conti al Gran Giudice di lassù, come aveva, detto, scherzando. Ed oggi, io credo che il Gran Giudice li ha trovati in piena regola. Ma allora, quasi per attutire il dolore della sua perdita, dissi a mia madre:

—Come sarà rimasto male il signor Bardi non trovando di là il GranGiudice revisore dei conti degli uomini!

—Oh, Dario!—fece mia madre.—Non celiare su certi soggetti. Rispetta le credenze e i sentimenti altrui. Tuo padre credeva in Dio; ci credo ciecamente anch'io, lo sai. Comprendo: l'amarezza che ti trabocca dal cuore ti spinge a parlare così. Non voglio che Fausta senta qualcosa di simile dalle tue labbra. La turberesti crudelmente.

—Hai ragione,—risposi mortificato.—Non mi accadrà più!

Assistevo ai progressi di Fausta come al lento sbocciare di un fiore di cui non si conoscono la forma e le tinte. La sua timidezza mi incantava; la sua vita si riduceva a una continua sorpresa davanti alle cose, a una specie di stordimento che la teneva per alcuni istanti perplessa e poi la faceva scattare in sussulti di gioia. Ho notato, giorno per giorno, le più minute osservazioni, i fatti più insignificanti che assumevano grande importanza perchè riguardavano un cuore e uno spirito, che pure talvolta si chiudevano inconsapevolmente, istintivamente, e si rendevano impenetrabili. Ed io rimanevo deluso e turbato davanti al mistero dell'avvenire di quella creatura che così si sottraeva all'influenza mia e di mia madre, quando più ci lusingavamo di averla compenetrata e domata. Riflettendo però, ero contento di vederla agire liberamente, di vederla riapparire quasi subito piena di tenerezza, di effusione, di gratitudine, di sentirla esprimere con parole di una semplicità così profonda da far dubitare che fossero sue.

Grande consolazione era per me il rifiorire di una seconda giovinezza che avveniva in mia madre, quasi il contatto con quella fresca adolescenza partecipasse anche a lei liete correnti di energie.

Gli anni intanto passavano. A intervalli, sentivo rinascere nel mio cuore qualche bell'entusiasmo, mi accasciavo con rapida vicenda sotto il peso della delusione di vederlo svanire; e mi confermavo sempre più nel convincimento che fossi destinato a qualche inesplicabile funzione con quell'accogliere, con quel ruminare tanti sentimenti, tante idee che a me sembravano inutili perchè non approdavano a niente e che forse, nel vasto organismo della società, servivano, senza che io ne avessi coscienza, a qualche remoto scopo che non mi era permesso di intendere.

E fantasticavo:

—Che misere creature noi siamo! Crediamo di agire per conto nostro, secondo i fini calcoli del nostro orgoglio, del nostro amor proprio…. E quando più stimiamo di aver servito il nostro interesse, di aver soddisfatto il nostro orgoglio, ci accorgiamo finalmente che abbiamo lavorato per tutt'altro!

Così, più tardi, ho sentito il bisogno di riandare il mio passato, di fissarlo nei suoi tratti principali, con queste pagine schiette e sincere; e lascerò al Bissi la cura di pubblicarle dopo la mia morte, se crederà che possano interessare e giovare a qualcuno.

Glielo dissi quella volta ch'egli venne a passare un mese a Villa Fausta per la villeggiatura di autunno.

Bissi aveva rinunciato all'impiego; i suoi libri gli davano, se non la ricchezza, un po' di agiatezza. Si era fatto fabbricare un delizioso villino in un paesetto della Riviera Ligure, e vi passava l'inverno e la primavera, lavorando in invidiabile solitudine, interrotta da brevi corse a Milano e a Venezia. Era divenuto tutto grigio, ma il volto e l'aria della persona conservavano una freschezza virile, e l'agilità di parola e di gesto della sua bella giovinezza. Io sembravo un vecchio accanto a lui, ed eravamo della stessa età. Egli viveva tutt'assorto nel suo gran sogno artistico, producendo regolarmente uno o due volumi all'anno che circondavano di gloria il suo nome anche fuori d'Italia; e quella vita di lavoro e d'isolamento avea lasciato intatta l'indole modesta, ritrosa, che me lo faceva prediligere tra i miei compagni di studi, quando sognavo inutilmente anche io e soffrivo per la coscienza dei miei vacui tentativi.

Lo vidi arrossire come un fanciullo sentendosi dire da Fausta:

—Come è bello il suo ultimo romanzo!

—Le hai permesso di leggerlo?—mi domandò maravigliato.

—Mi permettono di legger tutto; non sono più una bambina,—risposeFausta.

—Veramente, io….—intervenne mia madre.—Ma Dario pensa che i libri come i suoi sono quasi un'anticipazione dell'esperienza della vita, una preparazione; e forse non ha torto.

—Li ho letti tutti, ed anche riletti,—soggiunse Fausta.—Spesso mi metto nei panni di qualcuna di quelle donne e penso: Che cosa avrei fatto io nello stesso caso? E, sa? Qualche volta mi sembra che le sue signore commettano grosse sciocchezze, quasi non sapessero ragionare…. Ma già è lei che le fa agire come le torna comodo, poverine!

—Agiscono anche peggio, signorina. Noi romanzieri non siamo mai tanto audaci quanto la realtà; e questo diminuisce il valore dell'opera nostra.

Io ero felice di udir ragionare Fausta a quel modo, come ero stato felice poco prima sentendole eseguire al pianoforte un «notturno» dello Chopin, con squisitissima interpretazione. Dalla crisalide della contadina era già uscita fuori la splendida farfalla che Bissi non si saziava di ammirare.

—In che modo siete riusciti a fare questo prodigio? E dico «siete» perchè lei, buona signora Maria, ha dovuto contribuirvi più di lui.

—Oh! Non disconoscere il merito che mi spetta!—feci io con una mossa di finto risentimento.

Si era fatto tardi. Mia madre e Fausta erano andate a letto; e noi due rimanevamo nel terrazzino del salotto, a fumare dondolandoci su le seggiole di bambù, scambiando rare parole, assorti nel silenzio della sottoposta vallata, sotto la cupa serenità del cielo fitto di stelle.

—Penso alla tua nuova Fausta,—esclamò Bissi, scotendosi tutt'a un tratto.—È una vera creazione; te la invidio!

—Hai torto. Il più meschino dei tuoi personaggi vale assai più di questa creatura, che ha ricevuto dalla generazione l'eredità di un'impronta particolare, incancellabile, un germe la cui essenza sfugge alla mia azione, e può scombussolare da un momento all'altro tutti i miei calcoli.

—Non è precisamente vero. Anche i personaggi delle creazioni d'arte si ribellano alla nostra volontà, e noi siamo costretti a seguirli nulla logica dei loro errori, senza poter farli deviare. Io ne soffro, ma essi resistono, proprio come nella vita.

—È diverso. E questo è il punto nero che mi dà qualche volta fin le ansie di un rimorso. Da mesi e mesi io riando tutto il mio passato e non a memoria soltanto. Ho voluto fissare, anche per gli altri, i miseri avvenimenti che hanno fatto di me un impotente della vita; e tu immaginerai facilmente l'acre sensazione di rivivere, quasi giorno per giorno, con straordinaria intensità, tanti particolari che in questi ultimi anni di torpore credevo scancellati per sempre dalla mia memoria. Che trista visione, caro Bissi! E di mano in mano che scrivevo, di mano in mano che rileggevo alcune pagine, mi sembrava di sentir l'alto mio grido di protesta contro la fatalità della Sorte. Può darsi che questo sia l'atto estremo della mia inguaribile vanità; può, però, anche darsi che sia la mia più compiuta giustificazione, caso mai….

—Caso mai?…—ripetè Bissi, con accento di vivissima curiosità.

—I miei ricordi si arrestano alla fine dell'anno scorso. Non vorrò aggiungervi altro. Non è più vita questa mia, è vegetazione quasi ingombrante. Dopo tanti sforzi andati a vuoto, mi sono già rassegnato. È il più serio gesto di tutta la mia stupida e dolorosa esistenza.

—Sei troppo severo con te stesso!

—No, Bissi, sono giusto.

—Tu hai realizzato un ideale di carità che dovrebbe bastare a compensarti di tutti i precedenti disinganni. Pochi possono dire come te: Ho trovato una creatura informe e la ho resa buona, intelligente, bella. Ho impedito così alla Natura di perpetrare uno dei tanti suoi atroci misfatti, allorchè mette al mondo un essere umano, e l'abbandona alla miseria, all'abiezione, al delitto, senza punto curarsene.

—E se non fosse così? Se, al contrario, ho svegliato in quella, che tu chiami creatura informe sentimenti, desideri, passioni che sarebbero rimasti inerti senza il mio intervento? Se invece di renderla felice, come forse sarebbe stata nella inconsapevolezza della sua condizione, ho destato nel suo cuore vampe violente, scatenato tempeste che la faranno piangere e disperare? Se dalle sue labbra contratte dall'angoscia dovranno uscire parole di maledizione contro colui che ha avuto l'idea di trasformarla, di elevarla, per soddisfare il proprio orgoglioso capriccio di uomo annoiato e deluso?

—Ma perchè pensi a questo e non al contrario?

—Perchè lo sviluppo di Fausta mi fa paura. E così la mia vita si chiude con un desolatissimo punto interrogativo. Non sono mai riuscito, con tanto slancio di volontà, ad attuare uno solo dei miei sogni; e il giorno che ho potuto compire un'azione che dovrebbe appagare la mia coscienza, mi veggo spinto a domandarmi:—Ho fatto bene? Ho fatto male?—E forse verrà a sorprendermi la morte prima che io ottenga una risposta. Potessi almeno raggiungere l'età legale per l'adozione di Fausta!—conclusi con un profondo sospiro, rizzandomi da sedere.

Bissi non disse nulla. Buttò via il sigaro che gli si era spento tra le labbra e mi strinse affettuosamente e lungamente le mani.

La vallata dormiva nella tenebra notturna. Lievi rumori indistinti arrivavano da lontano. Poco dopo, nell'alta quiete, proruppe il lugubre «chiù» d'un assiolo. Mi sentii stringere il cuore.

—Per chi crede ai presagi…!—mormorai con voce turbata.

E mi affrettai a rientrare.


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